ilfattoquotidiano.it, 20 agosto 2019
Si tratta del primo licenziamento legato al suicidio in carcere del finanziere Jeffrey Epstein, suicidatosi il 10 agosto scorso nella cella del carcere di Manhattan, a New York. L'uomo d'affari era in attesa del processo a suo carico per abusi sessuali su minori, che sarebbe dovuto iniziare nel giugno del 2020.
Il governo federale degli Stati Uniti ha rimosso il massimo responsabile dei penitenziari americani, Hugh Hurwitz. Si tratta del primo licenziamento legato al suicidio in carcere del finanziere Jeffrey Epstein, suicidatosi il 10 agosto scorso nella cella del carcere di Manhattan, a New York. Il detenuto era in attesa del processo a suo carico che sarebbe dovuto iniziare nel giugno del 2020.
L'uomo d'affari era stato travolto da uno scandalo sessuale e arrestato lo scorso luglio con l'accusa di abusi, sfruttamento della prostituzione femminile e traffico di minori, ma il suo suicidio ha sollevato un caso che sta avendo anche risvolti internazionali. Hurwitz, che ricopriva l'incarico dal maggio 2018, ha ricevuto il benservito dal ministro della giustizia Usa, William Barr. Il 13 agosto erano stati sospesi il direttore del penitenziario e due agenti.
Intanto, proseguono le indagini dell'Fbi e del Dipartimento di giustizia americano. Nelle ultime ore erano state diffuse le carte della corte in cui si descrivono le attività illegali in cui Epstein era stato coinvolto, con ulteriori dettagli scabrosi e imbarazzanti sulle abitudini sessuali del finanziere. Epstein, 66 anni, si era sempre difeso negando le accuse, dichiarandosi innocente, ma su di lui incombeva il rischio di una condanna fino a 45 anni di carcere.
E in queste ore stanno emergendo nuove storie su Ghislaine Maxwell, l'ex fidanzata e compagna di affari di Epstein: secondo un'esclusiva del New York Post, avrebbe donato una cifra ingente all'ospedale newyorchese dove sarebbero state medicate alcune ragazze vittime degli abusi sessuali. Dall'Fbi alle vittime è considerata la figura chiave, la vera "cassaforte" dei segreti del miliardario suicida, dopo essere stato travolto dalle accuse di sesso con minori. Al momento a suo carico non pende nessun mandato o accusa formale.
di Elisabetta Fagiuoli
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"Nessuno mi farà diventare una non-persona" è l'invocazione disperata dell'avvocata milanese che qualche settimana fa è stata protagonista, suo malgrado, di un vergognoso episodio di razzismo e intolleranza nei pressi del Parco Forlanini alle 11 di una soleggiata domenica mattina di fine luglio. La donna, mentre passeggia con i suoi cani, si accorge di un uomo dalla pelle nera disteso a terra, immobile a faccia in giù. Istintivamente corre per raggiungerlo e, nel tentativo di rianimarlo, chiama a sostegno le persone intorno a lei.
Nessuno si ferma, nessuno chiama l'ambulanza, nessuno interviene per prestare aiuto. Ma c'è di più. Alla bieca indifferenza si unisce, ben presto, un violento linciaggio verbale ai danni della donna intriso di insulti, volgarità e intimidazioni. Un coro di invettive unanime che può essere così riassunto: "i negri e gli immigrati non vanno soccorsi, vanno lasciati morire nella speranza che dio ascolti le preghiere di tutti e affondi i maledetti barconi".
Fortunatamente il giovane era soltanto stordito e pesantemente ubriaco ma il punto è un altro. Dov'è finita l'umanità delle persone? Come si è arrivati a tanto? Come si fa a rimanere in silenzio e non denunciare simili comportamenti? Sono le domande - sacrosante dell'avvocata in lacrime sconvolta da tanta aggressività e disumana indifferenza riportate dall'inviato del Corriere della Sera che ne ha raccolto la testimonianza. Si origina, a questo punto, la necessità di riflessioni più ampie. Cronaca di ordinario razzismo? Episodio isolato? Discriminazione postmoderna? Esasperazione popolare? Progressiva ed inarrestabile esacerbazione degli animi?
In senso stretto, il razzismo, inteso come teoria della divisione biologica dell'umanità in razze superiori e inferiori, è un fenomeno relativamente recente. È molto datata, invece, la tendenza a discriminare i "diversi". I Greci, ad esempio, usavano definire barbari i popoli che non parlavano la loro lingua. I cattolici europei, in epoca medievale, perseguitavano e discriminavano gli ebrei, ritenuti responsabili dell'uccisione di Gesù.
Gli antichi Romani discriminavano solo coloro che rappresentavano una minaccia o non volevano sottomettersi all'ordine costituito. Lo stesso privilegio della cittadinanza non veniva distribuito secondo criteri razziali bensì secondo la fedeltà a Roma. Solo nel XIX secolo si comincia a interpretare la storia come una competizione tra razze forti e razze deboli nel folle tentativo di spiegare la decadenza delle grandi civiltà con l'incrocio delle razze che impoveriva la purezza del sangue.
Esistono più razze umane? Assolutamente no e l'idea di una distinzione razziale tra essere umani è destituita di qualsiasi validità scientifica. Recenti studi di genetica hanno dimostrato che le differenze tra le razze sono minime, inferiori a quelle tra gli individui di una stessa razza, e soprattutto che l'intelligenza è uguale in tutte le razze. Eppure nell'ultimo anno gli episodi di razzismo, i crimini di odio, le azioni di ostilità verso gli stranieri e le aggressioni a sfondo xenofobo sembrano essere aumentati in maniera preoccupante nel nostro Paese con una particolare concentrazione nell'area lombarda, Milano e Brianza in testa.
Dall'analisi di una delicata ricerca volta a tracciare la "mappa dell'intolleranza in Italia" eseguita dall'associazione no profit Vox con il supporto di alcune prestigiose università italiane è emerso un dato sconfortante. Tra tutte le discriminazioni, quelle per motivi etnico- razziali hanno la percentuale più alta e la regione Lombardia ed il suo capoluogo risultano quasi sempre nelle parti alte della classifica per livello di intolleranza verso immigrati, donne, omosessuali, disabili ed ebrei consegnando uno scenario davvero poco incoraggiante.
Eppure lo scorso mese di marzo Milano è stata il palcoscenico di "People - prima le persone", la manifestazione nazionale antirazzista e contro le discriminazioni fortemente voluta dal Sindaco Beppe Sala con l'intento di dimostrare che se c'è una città in grado di trarre beneficio da una visione internazionale e multietnica della società, quella è Milano con le numerose imprese avviate e gestite da stranieri e i tanti esempi di integrazione ben riuscita. Presenti oltre 200 mila persone tra gente comune, cantanti, attori, sportivi, politici, rappresentanti di enti, associazioni e Comuni, uniti nella necessità di richiamare le radici dei nostri valori costituzionali fondati sull'affermazione dei diritti umani, sociali e civili, pervasi di antirazzismo e antifascismo e opposti alla disuguaglianza e allo sfruttamento di genere. Difficile pertanto stabilire se i lombardi siano razzisti o antirazzisti.
È più probabile che la maggioranza appartenga alla meno diffusa categoria dei non-razzisti. Persone spaventate, a volte esasperate, dal mutare dei quartieri, dalle lingue che non si capiscono, da odori e sapori che non si riconoscono e dall'ingenua ma incrollabile esigenza che lo straniero si uniformi alle nostre usanze creando, possibilmente, il minimo ingombro.
La verità è che la diversità etnica e culturale non è un difetto ma un valore aggiunto che tutti dovrebbero imparare a riconoscere e preservare attribuendo il pensiero di chi considera i "diversi" come portatori di disagio e regressione culturale alla deformazione dell'occhio umano di pochi. Si narra che lo scienziato Albert Einstein, giunto in America dopo la sua fuga dalla Germania nazista, alla domanda inclusa nel modulo d'immigrazione sulla "razza di appartenenza", rispose: umana. Forse basterebbe prendere esempio e lasciarsi ispirare dalla semplicità del suo genio.
di Flavia Amabile
La Stampa, 20 agosto 2019
Gli ultimi dati indicano un trend superiore ai 3000 incidenti mortali all'anno, entro il 2020 si doveva scendere sotto i 2000. Era ubriaco l'uomo che due sere fa centrato un cassonetto con il suo Suv, proiettandolo contro una donna che stava passeggiando, ferita in modo grave. Era ubriaco l'uomo che ha investito e ucciso tre giorni fa un padre che stava andando al pub sotto casa a prendere dei panini per il figlio e la moglie.
Distrazione, mancato rispetto della precedenza o del semaforo, velocità troppo elevata si confermano, anche nel 2018, le prime tre cause di incidente (complessivamente il 40,8% delle circostanze), secondo gli ultimi dati diffusi dal rapporto Aci-Istat che lancia l'allarme: l'obiettivo Ue 2020 sarà sicuramente mancato dall'Italia, dovevamo arrivare a circa 2000 vittime e invece siamo ben oltre i 3mila. All'interno della categoria "distrazione" si confermano molto elevati gli incidenti creati da persone in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti.
Dai dati forniti dal Comando generale dell'Arma e dalla polizia stradale (che rilevano circa un terzo degli incidenti stradali con lesioni) risulta che su un totale di 58.658 incidenti, sono stati 5.097 quelli in cui almeno uno dei conducenti dei veicoli coinvolti era in stato di ebbrezza e 1.882 quelli sotto l'effetto di stupefacenti. L'8,7% e il 3,2% degli incidenti rilevati da carabinieri e Polstrada è correlato dunque ad alcol e droga, in aumento rispetto al 2017 (7,8% e 2,9%). Tra i conducenti sottoposti a controllo con etilometro nel 2018 il 5,1% è risultato positivo.
Eppure sono diminuite le sanzioni per guida in stato di ebbrezza alcolica e aumentate quelle per guida sotto l'influenza di sostanze stupefacenti. Polizia stradale, carabinieri e polizie locali dei Comuni capoluogo hanno contestato, nel 2018, rispettivamente 39.208 (-5,5%) e 5.404 (+2,2%) violazioni. Dai dati della Polstrada emerge poi anche quest'anno che a essere multati per guida in stato di ebbrezza sono soprattutto i giovani conducenti di autovetture (tra 25 e 32 anni) nella fascia oraria notturna, fascia durante la quale è stato elevato circa l'80% delle sanzioni.
Per Enrico Pagliari, coordinatore centrale dell'Area Professionale Tecnica dell'Aci, si tratta di un'emergenza da affrontare combattendo su più fronti. "Bisogna rafforzare i controlli sulla strada ma bisogna anche agire sull'enforcement preventivo. Si dovrebbe fare in modo che il medico di base o gli istituti sanitari possano inviare una segnalazione alle forze dell'ordine su chi fa uso di alcol e droghe in modo da impedire che queste persone possano guidare. In aggiunta si può intervenire con l'uso delle tecnologie. Ci sono molte possibilità ormai: si può avere il controllo dello stato psico-fisico di chi si mette al volante attraverso l'inspirazione o l'osservazione dell'occhio, con telecamere montate nella vettura, in modo da capire se ci sono dei segnali che permettano di stabilire se la persona è sotto l'effetto di droghe o di alcol". Ulteriore possibilità: "Si possono montare dei freni di emergenza che intervengono quando davanti all'auto si presenta un ostacolo improvviso di cui il conducente non si è reso conto. È un lavoro da fare con i costruttori per i veicoli nuovi, ma bisogna trovare il modo di intervenire anche su quelli usati. Da parte nostra stiamo ragionando su una campagna da lanciare nei prossimi mesi".
di Giovanni Rossi*
societadellaragione.it, 20 agosto 2019
Morire a vent'anni in un incendio senza poter scappare dal luogo che dovrebbe curarti non è giusto. Questo dramma ricorda quello di Antonia Bernardini, morta bruciata nel letto di contenzione del manicomio giudiziario di Pozzuoli. Antonia con un fiammifero voleva attirare l'attenzione perché nessuno le dava un bicchiere d'acqua. Era il 31 dicembre del 1974.mIl 1974 lo si ricorda per il referendum sul divorzio e per la strage del treno Italicus. La legge 180 sarebbe stata approvata quattro anni dopo.
Se terribile fu quella morte, come possiamo definire l'analoga sorte che ha colpito Elena, quarantacinque anni dopo, nell'ospedale di Bergamo, intitolato a papa Giovanni XXIII? Il Papa che disse: "Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa". Una carezza per Elena?
Il Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale si è chiesto se "forse è proprio per il fatto di essere contenuta al letto che non si è riusciti a mettere in salvo la giovane". Nel 1974 l'opinione pubblica ed i mezzi di informazione dettero grande risalto a quella morte disumana. Il manicomio di Pozzuoli venne definito lager e dopo poco fu chiuso. A nessuno venne in mente di considerare la pratica della contenzione come atto sanitario, esercitato al fine di tutelare l'incolumità della paziente.
Purtroppo oggi, dopo tanti anni, in luoghi che si definiscono ospedale o residenza sanitaria la pratica della contenzione meccanica, del legare, è routine quotidiana. E purtroppo in tanti resiste la convinzione che non ci sia altro da fare. Così può accadere che i giornali diano la notizia ma non si pongano e pongano tutti noi di fronte alla evidenza che, come ricorda il Garante, Elena non ha potuto mettersi in salvo perché legata.
Legare è un termine che non si usa. Troppo esplicito. Elena è stata "bloccata". Bloccare, fissare, contenere sono termini equivalenti, ma che vorrebbero connotare tecnicamente quello che altrimenti, se fossimo espliciti ci obbligherebbe a chiederci: " ma questo non è un sequestro di persona?". Un infermiere, che vuole rimanere anonimo, dichiara: "Secondo protocollo, per evitare che potesse farsi del male, era stata applicata e prescritta la contenzione, dopo 5 minuti saremmo ritornati di nuovo a controllarla". In un altro articolo si ricorda che "la norma vuole che - nel caso i pazienti della psichiatria vengano sedati e costretti al letto - la vigilanza sulle loro condizioni venga intensificata in modo capillare. Ogni quindici minuti devono essere guardati direttamente dal personale". Di seguito viene data la parola alla segretaria della UIL FP che lamenta il blocco del turn over, la mancanza di medici e l'impossibilità di assunzione di personale sanitario.
I tempi sono cambiati. Una volta si scriveva che la legge 180 era valida, ma inapplicata in tante parti d'Italia, ora si "informa" l'opinione pubblica che esiste una norma sulla contenzione meccanica. E che, se qualcosa non ha funzionato va ricercato in circostanze particolari e non nella "norma" stessa. E si badi bene che per norma non si intende più una legge dello Stato ma le linee guida che l'Ospedale ha adottato per applicare le fasce di contenzione. Le circostanze particolari possono individuarsi nel personale ridotto, oppure nella regola del controllo ogni 15 minuti, che va rivista, oppure nei criteri troppo elastici di perquisizione per cui potrebbe essere accaduto che Elena abbia nascosto nelle parti intime un accendino.
Nessuno che sottolinei quello che a me pare ovvio e cioè che un operatore della salute mentale ha il dovere di stare con una persona in crisi per tutto il tempo che serve, e che se non basta un operatore, altri dello stesso servizio devono poter intervenire con lui o dargli il cambio se i tempi dell'intervento si protraggono. Ve lo immaginate un chirurgo che ogni tanto si assenta dalla sala operatoria mentre è in corso l'intervento?
Nessuno che ricordi che per chi è in crisi è dannoso essere trattato come non/persona, come oggetto che può essere impacchettato, mentre ha proprio bisogno di ritrovarsi, magari anche preso per i capelli, nel suo essere persona. Una persona è tale se è libera, e non costretta. Perché non esiste persona se non vi è libero arbitrio. La libertà è terapeutica perché consente alla persona di individuarsi come tale e, dunque, come capace di relazione con altre persone. Soggetto degno di rispetto, titolare di diritti ma anche di responsabilità, prima di tutto verso sé stesso.
Antonia voleva un bicchier d'acqua e voleva attenzione, per questo accese il fiammifero. Le persone hanno contemporaneamente necessità di vedere soddisfatti i loro bisogni materiali (l'acqua) e di relazione (l'attenzione), ogni operatore della salute lo sa. Questo è il principio di ogni presa in carico. Non lavora bene quando è costretto a costringere, per questo si appella ad uno stato di necessità, si sente a sua volta vittima.
Tuttavia nessun professionista può essere giustificato se, pur sapendo che potrebbe operare diversamente, continua a ripetere lo stesso errore. Ci sono dipartimenti di salute mentale e servizi ospedalieri di psichiatria che lavorano da anni senza utilizzare la contenzione meccanica, senza legare. Ci sono e sono disponibili a socializzare le loro esperienze. Che dimostrano come una adeguata organizzazione e formazione degli operatori unitamente ad un profondo rispetto dei diritti umani delle persone in cura siano i requisiti che consentono loro di essere maggiormente efficaci senza ricorrere ai mezzi di contenzione.
Persino quasi tutte le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems) che svolgono la funzione che una volta era dei manicomi giudiziari non usano le fasce di contenzione. La Regione Lombardia ha annunciato una commissione di indagine. Se io fossi uno degli esperti incaricati, per prima cosa andrei a verificare se esistono dei protocolli-linee guida-procedure che diano indicazione su come non legare le persone. Andrei a verificare se l'organizzazione e le attività formative siano orientate a questo obiettivo. Se vi siano adeguate attività proattive nel territorio, al domicilio delle persone o se si privilegi una psichiatria di attesa, arroccata nella torre ospedaliera.
Sempre più spesso vengo interpellato da persone con problemi di salute mentale, da familiari e da avvocati che vorrebbero ricevere un diverso trattamento per sé, o per il loro congiunto o assistito. Credo che una prima risposta nell'immediato potrebbe essere quella di rendere effettivo il diritto di scelta del luogo di cura che è una delle bandiere del servizio sanitario lombardo. Un cittadino lombardo dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere se lo ritiene di farsi ricoverare nei servizi che non utilizzano la contenzione meccanica.
A ciò dovrebbe seguire un piano straordinario regionale orientato a eliminare la contenzione meccanica in tutti i servizi nell'arco di un triennio. Anche chiudendo servizi palesemente inadeguati. Forse a Elena sarebbe bastata una carezza, ma oggi non credo sia più sufficiente.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"Nel Mediterraneo c'è bisogno di salvezza, c'è bisogno di noi". Sui social parte l'appello di Mediterranea Saving Humans dopo la notizia, non ancora confermata, del naufragio di oltre 100 persone al largo della Libia, giunta ieri sera da Alarm Phone.
Il servizio di soccorso telefonico nel Mediterraneo riporta le drammatiche parole di un pescatore: "L'uomo ci ha detto di aver salvato tre persone e di aver visto molti cadaveri. I sopravvissuti parlano di oltre 100 persone a bordo. In questa fase non possiamo verificare queste informazioni ma temiamo che possa essersi verificata un'altra tragedia di massa".
E la notizia di una nuova strage arriva nei giorni della Open Arms, la nave ong che è al largo di Lampedusa da più di due settimane, con a bordo 107 migranti. Con una soluzione definita da più parti "incomprensibile", ma apparentemente definitiva, sembra avviarsi a una conclusione il braccio di ferro tra l'Italia e l'Europa. Oscar Camps, portavoce e fondatore della Ong spagnola, ha dovuto accettare l'offerta di far sbarcare i migranti nel porto di Minorca, nelle Baleari, dopo aver rifiutato di dirigersi verso il più lontano porto di Algeciras, inizialmente messo a disposizione dal premier Sanchez. L'ipotesi è che la nave venga scortata dalla Guardia costiera italiana fino al porto spagnolo più vicino, con la possibilità di trasferire delle persone a bordo delle navi militari messe a disposizione dal ministro Toninelli.
E mentre il Viminale lavora a una soluzione, cresce la preoccupazione per le condizioni dei migranti a bordo della nave, ridotti nel numero di 107 dopo lo sbarco dei 27 minori non accompagnati avvenuto qualche giorno fa. Come ha sottolineato la presidente di Emergency, Rossella Miccio, i migranti "vivono questo limbo con estrema fatica. Parliamo di persone che hanno vissuto momenti di violenza e soprusi che non riescono a capacitarsi di vedere la terraferma davanti a loro e di non poter sbarcare. Questo stimola momenti depressivi ma anche scatti di rabbia e di autolesionismo".
"Basterebbe portarli presso l'hotspot di Lampedusa, struttura finanziata da fondi europei - prosegue Miccio - sarebbe una soluzione più economica, rapida ed indolore". L'appello di Emergency segue alle dichiarazioni di Oscar Camps, che aveva già sottolineato la difficoltà di rimettersi in mare verso la Spagna, in un viaggio che potrebbe durare circa 3 giorni: "Costerebbe molto meno noleggiare un Airbus con 200 posti per trasferire i migranti della Open Arms in Spagna piuttosto che mandare navi italiane di scorta".
Il fondatore di Open Arms si dice "sorpreso" che la Guardia Costiera abbia offerto i mezzi necessari per il trasbordo dopo aver "appreso che la scorta all'Aquarius - la nave di Sos Mediterranee ed Msf scortata fino a Valencia nel dicembre 2018 nel corso di una vicenda simile - è costata all'erario pubblico 290mila euro solo per una nave delle due navi, la Diciotti".
Ma se la polemica si è concentrata nelle ultime ore sulle modalità e i costi del trasferimento, continua la tensione diplomatica tra Italia e Spagna, in uno scontro politico che ha coinvolto la stessa Ong catalana. Arriva da Madrid la smentita di un accordo tra i due Paesi, come suggerito dalla stessa Open Arms, mentre la vice premier spagnola, Carmen Calvo, ha detto di non capire la posizione dell'organizzazione che avrebbe potuto dirigersi inizialmente a Malta ma ha preferito andare in Italia dopo la sentenza del Tar che ha permesso l'ingresso nelle acque italiane, e "che continua a rifiutare l'offerta del governo di Madrid di dirigersi verso il porto sicuro spagnolo più vicino", nonostante il divieto irremovibile del ministro Salvini, che insiste per svolgere l'intera operazione di trasbordo e trasferimento in mare per evitare che i migranti sbarchino a Lampedusa.
Le dichiarazioni di Calvo - che Open Arms ha definito una "una sceneggiata mediatica" - hanno dato il via a nuove reazioni politiche e posizioni contrastanti. Se Giorgia Meloni su facebook ha puntanto il dito contro la Ong che avrebbe preferito dirigersi verso Lampedusa per "un chiaro disegno contro l'Italia, indebolita da un governo che fa il gioco di Ong e trafficanti di uomini", la ministra della difesa spagnola, Margarita Robles, ha attaccato in una conferenza stampa a Madrid la politica migratoria italiana, definendola "assolutamente xenofoba, al margine della Ue, con comportamenti contrari a quelle che devono essere le norme minime del diritto internazionale, comunitario e del mare".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 agosto 2019
Anni Lanz è una pensionata svizzera di 73 anni. Si occupa dei diritti dei rifugiati dal 1985. Domani a Sion si svolgerà il processo d'appello contro la sentenza di primo grado del 10 dicembre 2018, che ha condannato Anni al pagamento di 800 franchi svizzeri (circa 736 euro). Il "reato" di Anni Lanz si chiama solidarietà, ai sensi dell'articolo 116 della Legge sugli stranieri che sanziona la "agevolazione dell'ingresso illegale in Svizzera". Anni si è presa cura di un afgano conosciuto in un centro di espulsione di Basilea. Era arrivato in Svizzera, dove risiedeva la sorella, dall'Italia. Sua moglie e il loro figlio erano stati uccisi in patria in un attentato. Era in condizioni mentali critiche e aveva tentato il suicidio.
Applicando il regolamento di Dublino, le autorità svizzere lo avevano rinviato in Italia, paese di primo arrivo. Quando Anni ha saputo che il Centro per i richiedenti asilo registrati di Milano non poteva accoglierlo perché era pieno e che lui dormiva in strada, con una temperatura di quasi meno 10 gradi, è partita subito per l'Italia. Lo ha trovato alla stazione di Domodossola, con un principio di congelamento, e lo ha fatto salire in macchina. Al confine di Gondo la polizia li ha fermati. Anni non ha commesso alcun reato. Soccorrendo un richiedente asilo traumatizzato e che dormiva all'addiaccio con la temperatura sotto zero ha mostrato un comportamento compassionevole, altro che criminale.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 20 agosto 2019
Il sito missilistico Nato di Deveselu in Romania, facente parte del sistema statunitense Aegis di "difesa missilistica", ha terminato "l'aggiornamento" iniziato lo scorso aprile. Lo comunica la Nato, assicurando che "esso non ha conferito alcuna capacità offensiva al sistema", il quale "rimane puramente difensivo, focalizzato su potenziali minacce provenienti dall'esterno dell'area euro-atlantica".
Il sito di Deveselu è dotato (secondo la descrizione ufficiale) di 24 missili, installati in lanciatori verticali sotterranei, per l'intercettazione di missili balistici a raggio corto e intermedio. Un altro sito, che entrerà in funzione nel 2020 nella base polacca di Redzikowo, sarà anch'esso dotato di tale sistema. Lanciatori dello stesso tipo sono a bordo delle quattro navi della US Navy che, dislocate nella base spagnola di Rota, incrociano nel Mediterraneo, Mar Nero e Mar Baltico.
La dislocazione stessa dei lanciatori mostra che il sistema è diretto non contro la "minaccia iraniana" (come dichiarano Usa e Nato), ma principalmente contro la Russia. Che il cosiddetto "scudo" non sia "puramente difensivo", lo spiega la stessa industria bellica che lo ha realizzato, la Lockheed Martin. Essa documenta che il sistema è "progettato per installare qualsiasi missile in qualsiasi tubo di lancio", per cui è adatto a "qualsiasi missione di guerra", compreso "l'attacco a obiettivi terrestri".
La Lockheed Martin specifica che i tubi di lancio di maggiori dimensioni possono lanciare "i più grandi missili come quelli di difesa contro i missili balistici e quelli per l'attacco a lungo raggio". Ammette quindi, nella sostanza, che le installazioni in Romania e Polonia e le quattro navi del sistema Aegis possono essere armate non solo di missili anti-missile, ma anche di missili da crociera Tomahawk a testata nucleare capaci di colpire obiettivi a migliaia di km di distanza. Come documenta il Servizio di ricerca del Congresso (24 luglio 2019), le quattro navi Usa che "operano in acque europee per difendere l'Europa da potenziali attacchi di missili balistici", fanno parte di una flotta di 38 navi Aegis che nel 2024 saliranno a 59.
Nell'anno fiscale 2020 vengono stanziati 1,8 miliardi di dollari per il potenziamento di tale sistema, compresi i siti in Romania e Polonia. Altre installazioni terrestri e navi del sistema Aegis verranno dislocate non solo in Europa contro la Russia, ma anche in Asia e nel Pacifico contro la Cina. Secondo i piani, il Giappone installerà sul proprio territorio due siti missilistici forniti dagli Usa, Corea del Sud e Australia acquisteranno dagli Usa navi dello stesso sistema.
Per di più, nei tre mesi in cui le attrezzature di Deveselu sono state portate negli Usa per essere "aggiornate", è stata dislocata nel sito in Romania una batteria missilistica mobile Thaad dell'Esercito Usa, in grado di "abbattere un missile balistico sia dentro che fuori dell'atmosfera", ma anche in grado di lanciare missili nucleari a lungo raggio. Rimesso in funzione il sistema Aegis - comunica la Nato - la Thaad è stata "ridispiegata". Non specifica dove. Si sa però che l'esercito Usa ha dispiegato batterie missilistiche di questo tipo da Israele all'isola di Guam nel Pacifico. Alla luce di questi fatti, nel momento in cui gli Usa stracciano il Trattato Inf per installare missili nucleari a medio raggio a ridosso di Russia e Cina, non stupisce l'annuncio - fatto a Mosca dal senatore Viktor Bondarev, capo della Commissione Difesa - che la Russia ha dispiegato in Crimea bombardieri da attacco nucleare Tu-22M3. Quasi nessuno però se ne preoccupa dato che, in Italia e nella Ue, tutto questo è nascosto dall'apparato politico-mediatico.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 20 agosto 2019
I migranti esasperati al diciottesimo giorno sulla nave. La presidente di Emergency: "Una polveriera che può esplodere". "Io non capisco", continua a ripetere Maria, rannicchiata in un angolo del ponte della Open Arms. "Non capisco perché ci rifiutano ancora", dice allo psicologo di Emergency, Alessandro Di Benedetto.
È l'ennesimo rifiuto per Maria, 30 anni, della Costa d'Avorio. Racconta che quando è diventata cristiana, la sua famiglia l'ha cacciata via da casa. "Per questo sono partita - dice - e non sapevo ancora cosa mi aspettava". In Libia, è stata arrestata. "Mi picchiavano continuamente, un giorno hanno provato a violentarmi. Ma io ho resistito con tutte le mie forze. E allora per vendetta mi hanno buttato dell'olio bollente sulle gambe". Da quel giorno, Maria cammina con difficoltà.
Poi, a luglio, è stata scaricata una bomba sul centro di detenzione per migranti dove era imprigionata la giovane donna. A Tajoura sono morte 44 persone, 130 sono rimaste ferite. Quel giorno, Maria è fuggita dalla prigione. E dopo qualche tempo è riuscita a salire su un barcone che doveva portarla in Italia.
A bordo della Open Arms, ci sono uno psicologo e un mediatore di Emergency, che parlano di continuo con i migranti. "Come la donna fuggita dalla Costa d'Avorio, anche gli altri non comprendono cosa stia succedendo", dice il dottore Di Benedetto. Non lo comprende un giovane universitario siriano, all'ultimo anno della facoltà di Ingegneria civile. "È sfuggito a tre attentati kamikaze". L'ultima volta, si è salvato grazie a un padre che ha avuto la prontezza di portare lontano la sua famiglia. E anche lui, che era lì accanto, in strada.
"La situazione a bordo è davvero molto critica, una pentola a pressione", la definisce Rossella Miccio, la vulcanica presidente di Emergency, anche lei sulla Open Arms. "Siamo di fronte a persone che vivono questo limbo con estrema fatica. Hanno vissuto momenti di violenza e soprusi, adesso non riescono a capacitarsi di vedere la terraferma davanti a loro e di non potere sbarcare. Questo stimola momenti depressivi, ma anche scatti di rabbia e di autolesionismo".
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 20 agosto 2019
La deforestazione è cresciuta a luglio del 278% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Lettera congiunta di otto stati che ospitano parte della foresta dopo che Germania e Norvegia hanno sospeso i finanziamenti. La guerra scatenata dal governo Bolsonaro contro l'Amazzonia e gli altri ecosistemi del paese sta già producendo le prime pesanti conseguenze a livello internazionale. Grande scalpore ha suscitato infatti la decisione della Germania prima e della Norvegia poi di congelare i finanziamenti al Fondo Amazzonia con cui i due paesi hanno sostenuto negli ultimi 10 anni progetti mirati a promuovere la conservazione e l'uso sostenibile della più grande foresta pluviale del mondo. Una misura in polemica con la politica di Bolsonaro sul fronte della deforestazione, cresciuta a luglio del 278% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Il presidente ha reagito a modo suo: "Possono usare i loro soldi come meglio credono, il Brasile non ne ha bisogno". E ancora: "La Norvegia non è quella che ammazza le balene lassù al Polo Nord? E che sempre lì sfrutta il petrolio?", ha commentato postando peraltro immagini della caccia alle balene nelle isole Faroe appartenenti alla Danimarca. "Prendano quei soldi e diano una mano ad Angela Merkel a riforestare la Germania". Ma i governatori degli stati brasiliani che ospitano parte della foresta amazzonica (Acre, Amapá, Amazonas, Maranhão, Mato Grosso, Pará, Rondônia, Roraima e Tocantins) sono di tutt'altro avviso. Tant'è che, in una nota divulgata dal governatore di Amapá Waldez Goes, affermano di voler dialogare "direttamente con i paesi finanziatori", definendosi "difensori incondizionati del Fondo Amazzonia".
La sospensione dei contributi della Germania e della Norvegia (rispettivamente di 31 e di 27 milioni di euro) potrebbe però essere solo l'inizio. Benché in realtà sul fronte ambientale i governi virtuosi siano rarissime eccezioni - e anche i pochi che lo sono entro i confini nazionali non si preoccupano poi di devastare ecosistemi altrui - il Brasile di Bolsonaro sta infatti diventando decisamente, come denuncia la stampa di opposizione, "un paria internazionale".
Non a caso, due dei principali giornali tedeschi, Der Spiegel e Die Zeit, invocano apertamente sanzioni contro il paese: "L'Europa - scrive Der Spiegel - non può restarsene a braccia conserte mentre un negazionista climatico, mosso dall'odio, sacrifica vaste aree di foresta a favore di pascoli per l'allevamento e piantagioni di soia". E Die Zeit va oltre, sollecitando un intervento "là dove fa più male": "Che senso ha tagliare i fondi per la conservazione delle foreste a un governo che non ha alcun interesse a preservarle?".
Molto meglio colpire "gli interessi economici dei suoi esportatori, a cominciare dai fazendeiros che vendono carne e soia a larga scala a metà del mondo". Proprio ciò che non ha voluto fare la Commissione Ue riguardo all'accordo raggiunto il 28 giugno con il Mercosur, ignorando completamente la richiesta, da parte di 340 organizzazioni europee e latinoamericane, di "inviare un segnale inequivocabile" al governo Bolsonaro, sospendendo "immediatamente" i negoziati in attesa di un deciso cambio di passo rispetto, tra l'altro, alla lotta contro la deforestazione.
di Antonio Curci
ilmessaggeroitaliano.it, 19 agosto 2019
Il clima d'odio che da qualche tempo avvolge la nostra società, purtroppo, rende insensibile e talvolta disumano il nostro atteggiamento verso coloro che hanno sbagliato. Un conto è la certezza della pena e la sua giusta espiazione, un altro è invece il sentimento di vendetta che serpeggia sempre più fra gli italiani e che scatena sovente i più bassi istinti nel giudizio dei fatti e delle persone. Chi ha sbagliato deve pagare per il suo errore, ma ha il diritto inalienabile di vivere la sua pena in un contesto rispettoso della sua dignità di uomo. Purtroppo le carceri italiane continuano ad essere affollate e pregne di problemi.
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