di Carmelo Musumeci
osservatoriorepressione.info, 6 ottobre 2019
"L'ergastolo ostativo è questo: una morte a gocce che annienta la speranza di costruire un futuro, l'idea di poter scegliere una nuova strada - diversa - da intraprendere. La gente lo sa cosa accade dentro il carcere? Mi sono chiesto tante volte. La risposta è no. Ed è per questo che ho cominciato a scrivere, a raccontare cosa accadeva in quelle mura, alte, protette dalle sbarre. La speranza non andrebbe mai negata a nessuno: molti giovani ergastolani, entrati in carcere all'età di 18/19 anni senza poterne più uscire, potrebbero essere salvati". ("Illuminato Fichera: la libertà nell'era del carcere", di Daniel Monni e Carmelo Musumeci).
di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 6 ottobre 2019
Il sette ottobre Strasburgo deciderà sulla ammissibilità della richiesta, formulata dal governo italiano, che sul ricorso "Viola v. Italia" decida la Grande Camera.
Il governo ha, infatti, contestato la pronuncia del 13 giugno scorso con cui, in piena coerenza con la giurisprudenza ormai costante, la prima sezione della Cedu ha ravvisato una violazione dell'art. 3 della convenzione da parte dell'Italia laddove non consente ai condannati all'ergastolo per i reati di cui all'art. 4bis O.P. di aspirare alla libertà se non collaborano utilmente con la giustizia.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 6 ottobre 2019
Il 22 ottobre nel Palazzo della Consulta si deciderà se cancellare una delle norme per il contrasto
alla mafia proposte da Giovanni Falcone quando era direttore generale degli affari penali al ministero di via Arenula.
di Gianni Barbacetto
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Domani i giudici di Strasburgo possono "condannare" il carcere a vita senza permessi per mafiosi e terroristi. Ma il fronte abolizionista guarda già oltre. È allarmato, il procuratore nazionale antimafia: "La nostra attuale legislazione sulla criminalità organizzata ha avuto risultati positivi e ha consentitole collaborazioni di giustizia", dichiara Federico Cafiero De Raho.
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 6 ottobre 2019
Domani la decisione sul ricorso del governo italiano a Strasburgo contro la pronuncia di giugno. La decisione prevista domani dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sull'ergastolo ostativo, pone "il serio rischio di ritrovarci fuori dal carcere anche boss mafiosi e terroristi" e la possibilità di "una serie infinita di ricorsi da parte di questi detenuti".
Lo afferma il ministro degli Esteri e capo del M5S Luigi Di Maio su Facebook sottolineando che "è doveroso aprire una seria riflessione, lo dobbiamo alle troppe vittime di mafia e terrorismo che hanno perso la vita senza nessuna colpa".
A giugno la Corte europea dei diritti dell'uomo ha sancito che l'ergastolo ostativo rappresenterebbe una violazione dei principi della dignità umana. Se domani il verdetto sul ricorso presentato dal governo confermasse questa posizione "ovviamente - argomenta Di Maio - si andrebbero a depotenziare gli strumenti giudiziari che oggi ci permettono di fronteggiare il fenomeno mafioso e terroristico. E non si tratta di un problema che interessa solo l'Italia, ma ne va della sicurezza di tutta l'Europa".
Di Maio sottolinea che "da sempre il Movimento si batte contro la mafia e i mafiosi" e che "ancora oggi siamo davanti a un fenomeno che, nonostante l'ottimo lavoro di magistratura e forze dell'ordine, continua a rimanere vivo nel nostro Paese". "Uno degli strumenti a disposizione della giustizia italiana - conclude - è quello dell'ergastolo ostativo. Una delle tante intuizioni del magistrato Giovanni Falcone che ci ha permesso di contrastare con fermezza mafiosi e terroristi". Contro l'abolizione della linea dura sui mafiosi anche il guardasigilli Alfonso Bonafede e la delegazione pentastellata in commissione Antimafia.
"La posizione dell'Italia è chiara", ricorda il ministro della Giustizia: "l'ergastolo ostativo rappresenta un caposaldo della lotta alla mafia e al terrorismo. La legislazione italiana si è dimostrata molto efficace nella lotta a questi fenomeni che, tra l'altro, non sono solo italiani ma anche europei".
di Gian Carlo Caselli*
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Il 13 giugno la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha accolto un ricorso contro l'ergastolo "ostativo". Tutti gli ergastolani, anche i mafiosi al 41bis in quanto "irriducibili", potrebbero così fruire di benefici come lavoro esterno, permessi premio o misure alternative. Di fatto sarebbero messi in condizione di poter facilmente fuggire, recuperando piena libertà di azione criminale.
L'ultima parola spetta ancora alla Grande Chambre. Sinceramente, spero che gli autorevoli giuristi che la compongono decidano non in vitro, ma immergendosi nella realtà concreta della mafia. Calzando i mocassini delle persone interessate prima di giudicarle, come i pellerossa invocavano da Manitou.
Emergerebbe così un primo dato, storicamente e culturalmente certo, confermato da tutte le esperienze giudiziarie (su Cosa nostra in particolare). La qualità di "uomo d'onore", una volta acquisita, cessa soltanto con la morte. Anche se si trasferisce in luoghi lontani, e quindi non viene impiegato attivamente negli affari della sua "famiglia", l'affiliato deve sempre essere disponibile a soddisfare qualunque richiesta dell'organizzazione.
Ciò perché (come dimostrano studiosi tra i più qualificati) il modello culturale del comportamento mafioso si manifesta come dipendenza assoluta dell'individuo dal "clan". Dipendenza che funziona come una "cintura di sicurezza" capace di fornire protezione; e come un apparato ideologico che dà un senso di "appartenenza" ed è garanzia di segretezza, coesione e forza.
In sostanza, il mafioso viene educato a sentirsi e divenire un "suddito", attraverso una duplice equazione: da un lato "individuo = debolezza-fragilità-soccombenza"; dall'altro: "gruppo = forza-potere-status" (così gli psicologi e psicoterapeuti che hanno analizzato la "identità mafiosa"). Questa duplice equazione ha storicamente trovato un preciso e concreto riscontro proprio negli effetti dell'articolo 41bis.
La norma venne introdotta con la specifica finalità di interrompere le comunicazioni (prima scandalosamente facili) dei mafiosi detenuti fra loro e con l'esterno, e dunque la possibilità di decidere e organizzare ancora delitti, sia dentro che fuori del carcere. La sua applicazione ebbe però un importante effetto "aggiuntivo": l'isolamento materiale e psicologico mediante la brusca privazione del sostegno informativo e assistenziale dell'organizzazione (la "forza del gruppo"). Col risultato che vi fu una massiccia "diserzione" da Cosa nostra di mafiosi detenuti che scelsero di collaborare con lo Stato.
E la perniciosa interazione tra 41bis e pentitismo non sfuggì di certo al "capo dei capi", Totò Riina, che la commentò dicendo che si sarebbe "giocato anche i denti" per far annullare la legge sui pentiti e l'articolo 41bis. Un riscontro della evidente peculiarità della "identità mafiosa" è dato poi da alcune costanti che si riscontrano nella psicologia dei killer.
Da un lato, la totale immedesimazione con il collettivo Cosa Nostra, vissuto come l'unico mondo in cui vi siano individui degni di essere riconosciuti come "persone". E nel contempo la rappresentazione del mondo esterno come una realtà "nemica", oggetto di predazione, nella quale vivono individui destinati a essere assoggettati, che non hanno dignità di persone, quasi fossero oggetti disumanizzati.
Di qui la comprovata, assoluta mancanza di senso di colpa da parte dei killer, convinti di appartenere a una entità speciale, con un totale distacco emotivo che disattiva la sfera dei sentimenti. Un distacco che emerge dallo stesso linguaggio usato, dove - per fare un esempio - l'informazione giusta per localizzare la vittima si chiama "avere la battuta", termine che richiama la caccia: caccia di persone considerate alla stregua di viventi non umani.
Quanto meno con fortissime e tremende probabilità, stravolgere l'ergastolo ostativo, per i mafiosi che pentendosi non hanno spezzato le catene che li vincolano in perpetuo al clan, equivarrebbe quindi (ontologicamente!) ad armarli di nuovo, inceppando nel contempo lo schema che facilita le collaborazioni. Un pericolo concreto per l'Italia e un rischio che l'Europa (stante la penetrazione della mafia ovunque) non si può permettere. Se non a prezzo di una "dimissione dalla realtà" che causerebbe un pernicioso "summum ius, summa iniuria".
*Già procuratore di Torino e Palermo
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2019
Continuano a crescere i detenuti ristretti nelle carceri italiane, arrivati a 60.881, per un tasso ufficiale di affollamento pari al 120% che aumenta di vari punti se consideriamo i molti posti letto inutilizzabili. Erano in numero paragonabile nei primi mesi del 2009, e ben sappiamo che il 13 gennaio dell'anno successivo il governo dovette decretare lo "stato di emergenza conseguente all'eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale".
Un sistema costoso, sicuramente in termini sociali ma anche in termini strettamente economici. Sono di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all'Amministrazione Penitenziaria nel 2019. Ciascun detenuto costa ogni giorno circa 130 euro, una cifra pro-capite che oscilla con l'affollamento e che dunque tende oggi a diminuire. La maggior parte dei costi, il 76,47% del totale, riguarda il personale, e in particolare quello di polizia penitenziaria (ben 68,03%). Solo il 10% è destinato a misure di accoglienza e reinserimento sociale, tra le quali si contano le spese per il vitto, per l'istruzione, per retribuire i detenuti che lavorano.
Ma l'esecuzione penale non si ferma qui. Accanto al mondo del carcere ne esiste un altro, poco meno numeroso ma tanto meno conosciuto (il che è tutto dire, vista la poca attenzione pubblica che viene dedicata anche al mondo delle galere). Sto parlando del mondo dell'esecuzione penale esterna, quelle misure alternative alla detenzione che tanto sono state avversate negli ultimi tempi poiché confuse con una quasi totale libertà che avrebbe minato il principio della certezza della pena. Esse costano notevolmente meno del carcere (273 milioni di euro per il 2019) e hanno dimostrato di essere assai più efficaci in termini di abbattimento della recidiva.
Alla fine del 2018 erano quasi 55mila i condannati in misura alternativa. Nel sistema italiano il carcere è la pena principale che i giudici possono comminare. Non è possibile venir condannati in sentenza alla detenzione domiciliare o alla semilibertà. Una volta avuta la condanna, tuttavia, se ci si comporta bene e se si rientra in alcuni parametri stabiliti dalla legge, il magistrato di sorveglianza può convertire parte della reclusione in una pena diversa, che consenta al condannato di affacciarsi con gradualità a quel contesto sociale nel quale andrebbe reinserito.
Le principali misure alternative alla detenzione sono: l'affidamento in prova al servizio sociale, con rigidi programmi da seguire all'esterno del carcere e un controllo costante da parte degli assistenti sociali e del magistrato; la semilibertà, con la possibilità di uscire durante il giorno dall'istituto per recarsi al lavoro e tornare la sera a dormire in cella; la detenzione domiciliare, chiusi a casa senza fare nulla se non attendere i controlli della polizia. Nessuna di queste è una non-pena. Tutte hanno il loro carico di afflittività. La misura alternativa, seppur meno insensata dell'ozio carcerario, è sorvegliatissima e modulata entro percorsi estremamente stretti. Il condannato non ha alcuna libertà di fare quel che vuole, ma deve attenersi rigidamente alle disposizioni del magistrato.
Se le prime due misure, tuttavia, hanno una valenza socializzante, necessitando di una presa in carico da parte dell'istituzione, la detenzione domiciliare è la più semplice da attuare (vai a casa tua e restaci) ma anche la più vuota di contenuti rilevanti. Per tanti anni in Italia il numero delle persone in misura alternativa è cresciuto assieme a quello dei detenuti. Semplicemente, c'erano più persone sotto controllo penale. Solo dal 2010, sotto la spinta dell'emergenza, le misure alternative hanno cominciato a essere usate come strumento di svuotamento del sistema penitenziario. Finalmente sono andate crescendo mentre la popolazione carceraria diminuiva. È proprio in quell'anno che si introdusse la possibilità di scontare a casa l'ultimo anno di detenzione, elevato poi all'ultimo anno e mezzo.
Su quale misura si è fatto dunque affidamento per far fronte all'emergenza? Su quella meno protesa verso la reintegrazione sociale, su quella più vuota, su quella più inutile. Peccato. La quotidianità della detenzione domiciliare può essere soffocante. Se la dimensione affettiva può essere ben tutelata, tutto il resto però manca. Niente scuola, niente lavoro, niente attività ricreative e culturali, niente campo sportivo, persone con cui parlare, palestra, biblioteca. I parenti hanno una vita proiettata all'esterno della casa e la mancanza di stimoli è totale. Alla fine del 2018, erano quasi 15mila le persone che scontavano la pena dentro le proprie quattro mura o in altra dimora considerata adatta dal giudice. A queste vanno aggiunte coloro che dentro quelle mura sono in attesa di sapere se e come sconteranno una pena.
Infatti, così come in carcere ci sono persone condannate e persone in custodia cautelare, allo stesso modo c'è chi sta scontando la detenzione domiciliare e chi si trova invece agli arresti domiciliari, che sono tutt'altro e costituiscono una misura cautelare applicata prima della sentenza. Da presunti innocenti, si vive prigionieri della propria casa.
L'attesa diventa l'intero mondo, come bene ha raccontato Andrea Salonia nel suo recente romanzo "Domani, chiameranno domani". Il protagonista, in passato direttore generale di una grande acciaieria, si trova ai domiciliari, accusato di aver provocato consapevolmente danni all'ambiente con la propria fabbrica. Nello spazio della casa allinea le ore, i minuti. Giorno dopo giorno spera che qualcuno gli chieda di ascoltare la sua versione dei fatti. Ma oggi, si scopre a sera, non è mai domani.
Ci è capitato di ricevere, presso l'ufficio di Antigone, telefonate di persone agli arresti domiciliari che ci chiedevano aiuto. Qualcuno aveva un impiego che rischiava di perdere per la prolungata assenza (che senso ha sradicare una persona dal contesto sociale, per poi dover impiegare energie e risorse nel suo reinserimento?). Qualcun altro non voleva raccontare al datore di lavoro il proprio incidente con la giustizia, che avrebbe potuto risolversi in un'assoluzione. Qualcun altro ancora non aveva nessuno che potesse aiutarlo, fargli la spesa, assisterlo.
Piccoli reati, vite difficili, dove una misura di welfare potrebbe garantire la sicurezza ben più che una misura cautelare. È lì che bisognerebbe investire. E, una volta dentro il sistema penale, bisognerebbe puntare su quelle alternative alla detenzione che non ripropongano quest'ultima nel chiuso di una civile abitazione. Le autentiche misure alternative sono uno strumento più efficace ed economico del carcere. E non coincidono minimamente con l'impunità.
Questo messaggio dovrebbe essere lanciato con forza dalla politica. Il governo dovrebbe perseguire la strada di una decarcerizzazione utile tanto alla sicurezza quanto alle tasche dei cittadini. Di più: andrebbero inserite nel codice penale delle vere e proprie pene alternative alla reclusione che i giudici dovrebbero avere a disposizione già al momento della sentenza, così da togliere al carcere quella centralità che gli abbiamo regalato. A un carcere sempre più costoso, sempre più ingiusto, sempre più inutile.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 6 ottobre 2019
"La detenzione è per definizione una punizione, ma certamente non deve essere fine a se stessa. Il suo obiettivo costituzionale primario deve essere il rispetto di condizioni di civiltà perché - come dice la Costituzione - non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità", spiega Sebastiano Ardita presidente della nuova "Commissione carceri ed esecuzione della pena" del Csm, a lungo direttore generale per i detenuti e il trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Il Consiglio superiore della magistratura si pone obiettivi notevoli, che riguardano la tutela della salute e la rieducazione dei detenuti, il sostegno alla magistratura di sorveglianza e lo sviluppo delle misure alternative al carcere. Ma in che modo si dovrà intervenire?
"Si tratta di argomenti strettamente connessi tra loro che richiamano la necessità di una visione di insieme nell'affrontare il tema della esperienza penitenziaria. La pena nasce da un processo e presuppone quindi il lavoro di un organo giudiziario; la sua espiazione avviene sotto la responsabilità del potere esecutivo e sotto il controllo della magistratura di sorveglianza; la rieducazione e la tutela della salute sono beni collettivi che comportano a loro volta l'intervento di altre istituzioni. Ecco perché è necessario che tutti i protagonisti di questa vicenda si parlino tra di loro. Ma questo non sempre accade, ed allora il Csm deve far si che almeno i magistrati, che a vario titolo sono chiamati ad intervenire, lo facciano".
L'Italia è oggi il terzo Paese europeo per sovraffollamento dopo la Macedonia del Nord e la Romania. Il sovraffollamento nelle carceri italiane è pari a 10.276 unità e presenta un indice del 20,56 per cento, un dato che preoccupa e che emerge dalla conferenza nazionale dei garanti dei detenuti. Rispetto all'ultimo anno, l'aumento è stato di oltre il 5% e in Sicilia i detenuti sono 6498. Servirebbe collaborare di più per far conoscere la realtà del carcere e per riuscire a realizzare interventi concreti, "all'inizio di questo decennio, quando dirigevo l'ufficio detenuti, pur in situazioni di grave affollamento, con grandi sforzi si riusciva a mantenere il giusto equilibrio tra civiltà della pena e sicurezza all'interno degli istituti. Anche perché si tratta di finalità che, come detto, vanno perseguite insieme".
Nel nostro ordinamento la detenzione non deve avere carattere punitivo, al contrario, "deve tendere alla rieducazione - continua Ardita - ciò significa che deve essere propositiva rispetto a questo scopo. Ma per rieducare, nel senso indicato dalla Costituzione, ci vuole anche la volontà del condannato. E dunque la rieducazione è una opportunità, ma comporta anche dei sacrifici e un impegno", ma spesso la gente sembra non voler accettare l'idea che un detenuto venga rieducato attraverso delle attività all'interno del carcere, "la società deve essere informata delle finalità della pena e dei vantaggi per la sicurezza che può comportare la rieducazione effettiva dei condannati.
Non si deve colpevolizzare chi è scettico rispetto alle potenzialità rieducative del carcere, perché purtroppo vi sono molti casi nei quali questi obiettivi si sono trasformati in un fallimento. Ed anche perché qualcuno confonde la pena rieducativa con un carcere in cui i detenuti fanno ciò che vogliono. Mentre è esattamente il contrario.
La pena rieducativa funziona dove vi è disciplina e osservanza di tutte le regole, dove il rispetto dei diritti umani dei detenuti si coniuga con altrettanto rispetto per il lavoro degli operatori penitenziari, in condizioni di sicurezza dettate dallo Stato. Occorre solo lavorare perché le cose migliorino. E per questo le misure alternative non funzionano e non incontrano la fiducia dei cittadini: non perché non siano utili, ma perché nel nostro paese non abbiamo previsto strumenti di controllo adeguati per farle funzionare".
Per i minori, invece, valgono altre regole perché "la loro personalità è in una fase evolutiva e spesso intervenendo in modo efficace è più facile operare miglioramenti importanti della personalità. Certo occorre separarli dall'ambiente criminogeno che potrebbe avere influenze devastanti. Penso ai minori inseriti nei contesti di criminalità organizzata, spesso costretti da bambini a svolgere compiti da criminali adulti. Qui occorrerebbe recidere ogni legame con ambienti che spingono alla assunzione di quei ruoli. Ma negli altri casi il lavoro ha più possibilità di successo e per questo motivo esistono istituti dedicati come la messa alla prova. È però sempre importante che i ragazzi, ai quali si dedicano progetti di rieducazione, vengano presi in carico e seguiti attentamente".
Rieducazione, risocializzazione, recupero, continueranno a essere delle utopie? "Il sistema della rieducazione, quando effettiva e non formale, può legittimamente aprire la strada alle misure alternative. Il problema è che anche le misure alternative dovrebbero essere percorsi effettivi, che prevedano la presa in carico reale ed il controllo sul territorio degli affidati. Invece spesso sono solo un mezzo per il condannato per ottenere in qualche modo la libertà, e per lo Stato una opportunità per liberare spazi detentivi. Se dovessi dirle che nel nostro Paese questo sistema funziona le direi una bugia. Funziona con chi prima di esservi ammesso aveva deciso di cambiare vita, ma non costituisce affatto un deterrente per chi, uscito dal carcere, non esclude la prospettiva di continuare a delinquere".
di Raffaele Crispo
parmadaily.it, 6 ottobre 2019
Giovedì 10 ottobre alle ore 14 si chiude definitivamente il bando per il Servizio Civile universale e per fare un anno di esperienza anche con una delle associazioni più singolari di Parma, ossia "Per Ricominciare" una realtà che da tanti anni accoglie gratuitamente le famiglie dei detenuti che sono in condizioni di difficoltà economica e che vengono a Parma per far visita ai loro cari reclusi negli Istituti Penitenziari di Parma. Inoltre, l'associazione è al fianco di quei detenuti che sono in licenza o in permesso premio permettendo loro di incontrare i famigliari in una casa d' accoglienza.
Chi dei giovani vorrà cogliere la sfida e vivere un'esperienza a contatto con una realtà spesso bistrattata e dimenticata avrà l'opportunità di trascorrere un anno ricco di emozioni altamente motivante e umanamente sconvolgente. Sono in tanti i ragazzi e le ragazze che negli scorsi anni hanno scelto di prestare un anno di Servizio Civile a favore dei detenuti e in principale modo delle loro famiglie. Ai giovani sarà chiesto di fare un servizio di accoglienza presso un'altra casa che l'associazione ha e che mette a disposizione proprio nel cuore della città a due passi dal Duomo.
Per chi ha già fatto questa esperienza è stata l'occasione per mettersi in gioco, dare un senso alla propria vita e impegnarsi in una realtà che difende i diritti dei bambini attraverso la cura delle relazioni famigliari durante la detenzione di un genitore.
Il volontario che sceglierà di prestare la propria opera presso "Per Ricominciare" potrà, all'interno del carcere di Via Burla, accogliere i bimbi e i ragazzi nel laboratorio denominato " Il Gioco", uno spazio ad hoc con finalità ludiche, e che offre anche stimoli alla creatività. Attraverso tale attività di animazione i nuovi volontari di "Per Ricominciare" potranno rendere meno traumatica l'esperienza di incontrare un famigliare detenuto, trauma che coinvolge tutta la famiglia e in particolar modo i minori.
La Presidente dell'associazione Emilia Agostini Zacomer dall'alto della sua trentennale esperienza ritiene che tale attività sia altamente formativa ed educativa per i giovani volontari i quali maturano speditamente entrando concretamente in contatto con le tante storie e con i non facili vissuti delle famiglie coinvolte. Il progetto di coinvolgimento per tale Servizio Civile è denominato: "Gnam! Nuova vita nel piatto "e chi desidera ulteriori chiarimenti può rivolgersi direttamente a Forum Solidarietà in via Bandini 6. Per ulteriori informazioni si può contattare anche direttamente l'associazione all'indirizzo email
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 6 ottobre 2019
Malattia mentale e crimine. Molti sviluppano le patologie tra le mura, ma tanti vi arrivano già malati. O, peggio, perché malati. Fondine antiscippo, pistole taser, protezioni antiproiettile: molti giornali ieri davano spazio alle richieste di alcuni sindacati di polizia da sempre abituati a dare più peso agli armamenti che alle condizioni sociali nelle quali si trovano ad intervenire le forze dell'ordine.
La terribile tragedia di Trieste nella quale due ragazzi hanno perso la vita mentre servivano lo Stato suggerisce invece una riflessione sulla malattia mentale e su quanto sia sottovalutata in questo Paese, fino a che non diventa oggetto di cronaca nera. Perfino nella città che ha fatto da laboratorio alla riforma Basaglia. E invece basta dare un'occhiata all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani per intuire una qualche relazione stretta (prevenibile e forse evitabile) tra patologie psichiche e crimine.
Secondo i dati diffusi dalla Simspe, Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, in occasione del XX Congresso nazionale Agorà Penitenziaria che si è tenuto un paio di giorni fa Milano, il 50% delle persone detenute in carcere presenta una malattia o un disturbo mentale (e il 25% una dipendenza da sostanza psicoattiva, con conseguenze anche psichiche, naturalmente). Sicuramente, come spiegano gli stessi esperti Simspe, una parte di questi disturbi si genera proprio all'interno delle mura carcerarie, anche a causa delle pessime condizioni di vita detentiva. Ma c'è una percentuale di persone che in carcere arriva già malata o perfino proprio perché malata.
Secondo il Rapporto 2019 del Comitato nazionale per la bioetica, le più diffuse patologie psichiche che affliggono la popolazione detenuta (giunta di nuovo alla scandalosa cifra di 60.882, su una capienza regolamentare di 50.472 posti disponibili) sono per il 17,3% disturbi nevrotici e reazioni di adattamento e per il 5,6% correlate all'abuso di alcol. Vengono poi registrate una serie di patologie meno diffuse ma che di solito hanno un tempo di "incubazione" molto lungo, dunque difficilmente correlate alla circostanza carceraria: disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).
Maschi e femmine soffrono in modo diverso: sono gli uomini ad essere maggiormente affetti da disturbi correlati alle sostanze (50,8% dei maschi, 32,5% delle femmine) e all'alcol (9,1% contro il 6,9% delle donne). Mentre per le detenute la diagnosi più comune è quella di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili, 27,1% delle diagnosi maschili), seguita da disturbi affettivi psicotici (10,1%, 4,1% degli uomini). Meno comuni ma non per questo meno problematici, i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini, 3,4% delle donne) e quelli depressivi non psicotici (1,3% degli uomini, 2,8% delle donne).
Per curare queste persone, i servizi di salute mentali operanti in carcere, e sul territorio, non sono sufficienti. Le risorse - umane ed economiche - sono talmente scarse da rendere poi impossibile qualsiasi tipo di prevenzione alle patologie croniche (e ad alcuni tipi di comportamenti criminosi). Una situazione che è peggiorata con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari perché troppo poche sono le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) disponibili.
Secondo il presidente Simspe, Luciano Lucania, quello che continua a mancare è un Osservatorio epidemiologico nazionale. "Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate - afferma. Tuttavia manca il raccordo fra "dentro" e "fuori", manca l'interlocuzione diretta dei presidi con l'autorità giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Le malattie mentali, il disagio esistenziale, la depressione, gli esiti devastanti della tossicodipendenza sulla persona non sono misurabili come le cardiopatie e le malattie infettive". E, aggiunge Liliana Lorettu della Sipf, Società italiana psichiatria forense, "il comportamento violento sino al suicidio sono l'estrema risposta di chi non riesce ad uscire dal pantano".
- Luciana Delle Donne: "Così il carcere è diventato la mia vita"
- Premio "Carlo Castelli" per la solidarietà. La letteratura aiuta i detenuti a sentirsi vivi
- "Un genitore che dà amore è sempre un buon genitore, anche se detenuto"
- Non serve una nuova legge sul "carcere per i grandi evasori"
- Ferrara. Incontro con i detenuti: "vogliamo ritrovare la nostra dignità"









