di Serena Guzzone
strettoweb.com, 18 agosto 2019
Una delegazione dell'Ufficio del Garante metropolitano di Reggio Calabria incontra i detenuti: riflettori accesi sulle criticità in ambito sanitario. Nella giornata di ieri una delegazione dell'Ufficio del Garante metropolitano della città di Reggio Calabria per le persone private nella libertà personale, rappresentata dal Garante Dott. Paolo Praticò e dall'Avv. M. Cristina Arfuso, ha partecipato all'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale, in collaborazione con le camere penali italiane composta tra gli altri, dal presidente nazionale Gian Domenico Caiazza, dagli avvocati Cherubino, Catanzariti, Belcastro, Genovese, Tommasini e dalla responsabile di Radio Radicale Pagliaruolo, a cui si è aggiunta la presenza di Enza Bruno Bossio deputata Pd al parlamento, recandosi in visita ai detenuti del carcere "Panzera" di Reggio Calabria (comunemente conosciuto come "San Pietro").
La delegazione è stata guidata nella visita dal direttore del carcere dott. Calogero Tessitore e dal comandante della polizia penitenziaria dott. Stefano Lacava. "Pochi i rilievi fatti sulle condizioni di detenzione-racconta Paolo Praticò-sui quali ci si concentrerà a parte e prossimamente attraverso i colloqui individuali programmati dal Garante metropolitano e dai componenti l'ufficio. C'è da segnalare, però, un problema importante che riguarda l'area sanitaria e quindi il diritto alla salute per quanto concerne il carcere di Arghillà che è un tutt'uno con San Pietro. Il direttore con molto rammarico ci ha comunicato come oltre trecento visite specialistiche richieste dai detenuti di Arghillà, siano rimaste inevase, nonostante le numerose segnalazioni effettuate all'Asp competente.
Il problema è grave e merita particolare attenzione, perciò l'ufficio del Garante si è impegnato ad interessare gli organi competenti, perché trovino le giuste soluzioni. La visita del penitenziario e dei suoi ospiti nella giornata del 16 agosto rappresenta per l'ufficio del Garante metropolitano una chiara manifestazione della linea che intende seguire: vigilare e stare al fianco di chi, purtroppo, al momento non gode della propria libertà portando un vento di speranza proprio nei giorni di festa che - per ovvie ragioni - pesano come un macigno sulle loro vite quotidiane"- conclude.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un'atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell'ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
Se nei primi giorni delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le "violenze" dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di "terrorismo". Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all'estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c'è anche chi "tifa" allo stesso modo contro la Cina). In questo modo Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli.
I manifestanti sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi "privilegiati") e in balia dell'ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne "agenti" con finalità anti cinesi. Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell'apparato statale cinese - comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell'ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza - costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione - spesso giustificata - che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l'impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all'aeroporto. Un'altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell'esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l'eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent'anni fa a Pechino, a Tiananmen.
La Cina è più potente di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo. Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l'ampio fronte anti Pechino. Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di Carrie Lam.
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Quello che sta avvenendo di nuovo nel Mediterraneo con le navi Open Arms e Ocean Viking è uno spettacolo indecente, immorale e criminale. Il rifiuto del ministro dell'Interno Matteo Salvini di aprire i porti per accogliere queste due navi cariche di 500 rifugiati salvati in mare, esprime un cinismo e un disprezzo verso l'altro inaccettabile.
Perché queste sono persone che fuggono da terrificanti lager libici, dalle torture, dagli stupri, da una guerra tra il generale Haftar e el Serraj, l'uomo forte di Tripoli. E quindi non sono migranti, ma rifugiati che hanno diritto all'accoglienza per i Trattati Internazionali Onu, firmati anche dall'Italia. Per di più, di questi 500 rifugiati, ora nelle due navi, ben 150 sono minorenni, particolarmente protetti nei Trattati internazionali e solo a una piccola parte dei quali ieri è stato concesso di sbarcare dalla Open Arms. Infatti il Tribunale dei minori di Palermo ha dichiarato che "trattenere a bordo minori in prossimità delle frontiere con lo Stato italiano equivale a un respingimento".
Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è subito intervenuto chiedendo a Salvini di rispettare le norme a tutela dei minori e autorizzare lo sbarco. Salvini gli risponde che una nave di una Ong straniera non può entrare in un porto italiano. In questa bagarre è intervenuto il Tar del Lazio, affermando che "data l'eccezionale gravità della situazione a bordo, Open Arms può entrare nelle acque italiane".
La ministra della Difesa, smarcandosi da Salvini, manda due navi della Marina militare a scortare Open Arms. Salvini, infuriato, rilancia la sua litania di no allo sbarco, ma i ministri Toninelli e Trenta non firmano. E così la Open Arms arriva a150 metri dal porto di Lampedusa, ma Salvini non cede. E così i 130 rifugiati di Open Arms dopo sedici giorni di attesa sulla nave, stanno ancora attendendo di scendere a terra. Tutto questo è disumano e disumanizzante! Dobbiamo svergognare Salvini che ha già ricevuto uno schiaffo clamoroso in Parlamento, quel Parlamento da lui snobbato sia per la Diciotti che per Moscopoli.
Se Salvini da ministro dell'Interno si è comportato come se incarnasse lui il governo, chissà cosa succederà quando il popolo italiano, come lui chiede, gli darà "pieni poteri". Ha ragione Papa Francesco a dire che certi discorsi gli ricordano quelli di Hitler! Mi appello ai giudici perché, nella loro autonomia, interpretino il decreto sicurezza bis dando priorità al principio della vita. Come ha fatto il giudice Alessandra Vella del Tribunale di Trapani, che ha rimandato libera Carola Rackete, la comandante della Sea-Watch, perché ha agito obbedendo al principio della vita. Abbiamo bisogno di giudici e magistrati che riescano così a smantellare il decreto sicurezza che è un decreto immorale perché dichiara reato salvare vite in mare. Siamo arrivati al sovvertimento dell'ordine costituzionale e del Sistema internazionale dei diritti umani universali.
Mi appello ai militari, alle forze dell'ordine, ai poliziotti, alle guardie costiere perché riscoprano l'obiezione di coscienza e la disobbedienza civile davanti a leggi ingiuste e disumane. Mi appello soprattutto ai vescovi italiani (Cei) perché abbiano il coraggio di bollare con parole di fuoco, come facevano gli antichi profeti e Gesù, quello che sta avvenendo in questo paese. Mi appello sempre ai vescovi perché abbiano il coraggio di chiedere ai fedeli dei gesti pubblici contro questo pauroso crescendo di razzismo come un digiuno collettivo, preghiere speciali. Dobbiamo farci sentire sulla pubblica piazza: è in ballo il cuore del Vangelo. Mi appello ai preti e alle comunità cristiane perché risuoni chiaro il messaggio che la politica leghista è antitetica al Vangelo: non ci si può dichiarare cristiani e votare Lega. "Amerai il prossimo tuo come te stesso-afferma il libro del Levitico - e amerai lo straniero come te stesso" (Levitico 19, 18,34). E Gesù ha espresso tutto questo con la parabola del Samaritano. La situazione è molto grave: è in ballo la nostra Costituzione e per i cristiani, il cuore del Vangelo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 agosto 2019
Possesso di valuta estera, corruzione e ricevimento illegale di regalie. Per questi reati, è iniziato oggi in un'alluvionata Khartoum uno dei processi cui la giustizia sudanese (un altro potrebbe riguardare l'uccisione di manifestanti negli ultimi mesi) sottoporrà l'ex presidente Omar al-Bashir. In sé, che un capo di stato deposto dopo 30 anni di dominio assoluto venga processato è una notizia positiva.
Ma la giustizia interna non dovrebbe entrare in contrasto con quella internazionale. Al-Bashir è il più antico ricercato dal Tribunale penale internazionale, cui deve rispondere da una decina d'anni di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio commessi in Darfur quando era al potere. Per questo, le nuove autorità sudanesi dovrebbero trasferire al-Bashir al Tribunale penale internazionale, non prima di aver ratificato lo Statuto di Roma - firmato da Khartoum nel 2000 - che ha istituito nel 1998 il massimo organo della giustizia internazionale.
Il Piccolo, 17 agosto 2019
Deceduto un detenuto iracheno. Scartata l'ipotesi del suicidio. Non ci sono segni di violenza sul corpo. Aperta un'indagine. Morto nel sonno, da solo, in una cella del Coroneo. Ventun anni, iracheno, in Italia da pochi mesi, richiedente asilo. Nessun segno di violenza apparente sul corpo.
Nulla che al momento possa spiegare, nemmeno minimamente, il perché di una fine del genere. È un mistero il decesso del giovane straniero trovato senza vita martedì mattina in carcere, sembra da altri detenuti. Il cuore avrebbe smesso di battere la sera prima. Il ventunenne, già inserito nel sistema di accoglienza Ics, era in carcere a causa di un'effrazione di una vetrina in piazza Oberdan.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 agosto 2019
Il 12 settembre si presenterà il documento elaborato nel progetto europeo E-Protect. Il 12 settembre verrà presentato il documento metodologico, elaborato nell'ambito del progetto europeo E-Protect, in collaborazione con il Dipartimento della giustizia minorile. Il progetto volto a qualificare la valutazione individuale dei minorenni vittime di reato prevista dalla Direttiva 29/ 2012 ai fini di assicurare che il superiore interesse di ogni minorenne sia considerato in maniera preminente in tutti i procedimenti che lo riguardano. Alla presentazione, seguirà una tavola rotonda di scambio e indirizzo a cui parteciperanno alcuni attori chiave che hanno preso parte al percorso progettuale.
di Giorgio Beretta
Il Manifesto, 17 agosto 2019
Il dossier del Viminale. Nel 2018 il 64,6% di omicidi familiari commessi da chi aveva un regolare porto d'armi. Un Paese sempre più sicuro, ma non negli spazi della vita quotidiana. Che, anzi, manifestano una crescente pericolosità, soprattutto per le donne. È quanto emerge dal Dossier Viminale presentato a Castel Volturno (Caserta) in occasione della tradizionale riunione di Ferragosto del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro dell'Interno, Salvini.
Il Gazzettino, 17 agosto 2019
La Corte scarcera un imprenditore accusato di rapina. Era appena arrivato a Venezia per trascorrere un breve periodo di vacanza, quando è stato arrestato dalla polizia in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità polacche, secondo le quali si sarebbe reso responsabile dei reati di rapina e furto con scasso.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 17 agosto 2019
Il dossier di Ferragosto del Viminale fa il quadro della sicurezza in Italia. L'80 per cento degli omicidi nella sfera affettiva o familiare. Sembra un'Italia più sicura quella messa a fuoco dal consueto dossier di Ferragosto del Viminale. Un'Italia dove calano omicidi, rapine e furti ma dove - a fronte di una diminuzione degli incidenti stradali - aumentano i morti.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 agosto 2019
Le condizioni dell'istituto napoletano segnalate dopo la visita effettuata il 15 agosto. Riccardo Polidoro, responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Ucpi: "se il ministro dell'interno fosse venuto avrebbe potuto constatare come si marcisce in cella".
Si conclude domani l'iniziativa "Ferragosto in carcere", promossa dal Partito Radicale con l'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali: dal 15 al 18 agosto 70 i luoghi di detenzione visitati da 278 tra dirigenti e militanti del Partito, avvocati dell'Ucpi, parlamentari, Garanti delle persone private delle libertà personali. La situazione in molte carceri risulta notevolmente critica e ciò spinge, giorno dopo giorno, i detenuti, ma anche i detenenti, ad assumere condotte a volte disperate.
In particolare c'è da segnalare la condizione della Casa Circondariale di Poggioreale a Napoli dove il 15 agosto si sono recati gli avvocati Riccardo Polidoro, Responsabile nazionale dell'Osservatorio Carcere dell'Ucpi, Sergio Schlitzer della Camera Penale di Napoli, Elena Lepre, dell'associazione "Il carcere possibile onlus".
La direttrice Maria Luisa Palma li ha guidati nei vari padiglioni e al termine dell'ispezione l'avvocato Polidoro ha stilato una relazione dalla quale si evince che "rispetto all'ultima visita qualcosa è stato fatto, ma moltissimo resta da fare. C'è un'impressionante disparità di condizioni igienico sanitarie tra un padiglione e un altro, mentre in tutti si soffre un insopportabile caldo, in alcuni casi mitigato da un ventilatore donato da un'associazione. Ventilatore che rappresenta per i detenuti che non ne usufruiscono un'ennesima ingiustizia. C'è da chiedersi com'è possibile che l'amministrazione penitenziaria non affronti una spesa irrisoria in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo in questi giorni".
Vi sono stanze che hanno il bagno con la doccia, ma anche stanze con 9 detenuti, "con mura umide e intonaco fatiscente - prosegue Polidoro - bagni vergognosi comunicanti con il vano dove si prepara il cibo ed in alcuni casi addirittura a vista. Le docce comuni sono in uno stato pietoso". Conclude il penalista: "Era stata annunciata la visita del ministro dell'Interno, che poi è stata annullata. Peccato, il sig. Salvini avrebbe potuto constatare come si marcisce in cella, secondo i suoi desideri in violazione della Costituzione".
E secondo i numeri riassunti in una nota dell'Osservatorio Carcere: "nel 2018 vi sono stati 148 detenuti morti, tra cui 67 suicidi. Al 7 agosto 2019, i morti sono 81 ed i suicidi 30. Un decesso ogni tre giorni. I dati del ministero di Giustizia relativi ai detenuti presenti nelle carceri italiane al 31 luglio 2019 sono impietosi: a fronte di una capienza regolamentare di 50.480 sono presenti 60.254 detenuti di cui ben 18.518 in custodia cautelare.
Il dato della capienza regolamentare peraltro deve essere ulteriormente ridimensionato per via delle celle attualmente indisponibili per manutenzione che riduce di ulteriori 4.600 unità la detta capienza. In generale il trend di crescita è di circa 2.000 detenuti all'anno, incremento oramai costante e ciò dimostra ancora una volta che il fenomeno del sovraffollamento carcerario nel nostro Paese è strutturale e sistemico".
Il sovraffollamento non è il solo "morbo" che affligge le carceri italiane: "nel 35,3% non c'è acqua calda - prosegue il comunicato - il 7,1% non dispone di un riscaldamento funzionante, nel 20% non ci sono spazi per permettere ai detenuti di lavorare (dove ci sono, lavorare è un privilegio di pochi) e nel 27,1% non ci sono aree verdi per i colloqui coi familiari".
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