di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 5 ottobre 2019
Altri quattro arresti per l'omicidio della nota parlamentare e attivista dei diritti civili a favore delle donne e delle favela, assassinata da un commando nel 2018. Spunta una nuova foto: il selfie del presidente brasiliano con Djaca, maestro di arti marziali sospettato di aver gettato in mare la mitraglietta dell'agguato. Ci sono altri quattro arresti nell'inchiesta sull'omicidio di Marielle Franco, la nota parlamentare e attivista dei diritti civili a favore delle donne e delle favela, assassinata con il suo autista Anderson Gomes da un commando il 14 marzo del 2018 in un quartiere del centro di Rio.
Si tratta di Eliane de Figueirero Lessa, moglie dell'ufficiale della Polizia Militare in pensione, Ronnie Lessa, considerato il killer che ha premuto il grilletto della mitraglietta, in carcere da sei mesi con un complice, Elcio Vieira de Queiroz, espulso dalla Polizia militare, che guidava l'auto degli assassini. Assieme a lei, accusata di occultamento di prove, sono finiti in manette altre tre persone: il fratello Bruno e due amici. La donna, secondo gli investigatori, il giorno dopo l'arresto del marito, avvenuto il 13 marzo di quest'anno, si sarebbe recata nella casa del fratello nella zona ovest della città carioca e insieme avrebbe portato via una grossa scatola e altre due borse che contenevano armi e munizioni, tra cui la famosa mitraglietta HK MP5 usata dai sicari durante l'agguato a Marielle e Anderson.
Poche ore dopo Bruno si sarebbe recato in un supermercato di Barra de Tijuca, a sud di Rio, e qui avrebbe consegnato a un complice, Josinaldo Freitas, detto Djaca, istruttore di arti marziali, sia lo scatolone sia le due borse. Le telecamere di sorveglianza del palazzo dove sorge l'appartamento e quelle del supermercato immortalano la scena. Djaca, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, si sarebbe poi recato nel borgo di pescatori Quedra-Que, che sorge a sud di Barra, dove avrebbe noleggiato una barca. Avrebbe preso il largo e si sarebbe fermato vicino a un gruppo di isolotti dove si sarebbe liberato, gettandoli in mare, dei tre oggetti. I pescatori hanno confermato la circostanza. La polizia federale ha scandagliato i fondali di quel tratto di Atlantico, anche con l'aiuto dei sommozzatori della Marina. Ma la profondità e la scarsa visibilità delle acque torbide non hanno consentito di recuperare il carico. Probabilmente è sommerso da fango e alghe oppure è stato portato via delle correnti.
Manca la pistola fumante. E questo rende difficili le indagini anche se su questa mitraglietta si sa tutto. Grazie ai 13 proiettili recuperati nella testa e il corpo di Marielle e Anderson sono stati stabiliti i calibri, le filettature e la loro origine: farebbero parte di uno stock acquistato dalla Polizia Militare ma poi rubato. I nuovi arresti confermano la pista delle milizie, le bande di ex agenti, pompieri e soldati, alcuni ancora in servizio, presenti in numerose favela della città. Gang che si spartiscono il territorio con gli altri Cartelli più o meno forti a suon di incursioni e sparatorie. Il controllo di certe aree significa estorsioni, taglieggi, traffico di droga in cambio di protezione.
Ronnie Lessa, che ovviamente si proclama innocente, viveva vicino alla casa del presidente Jair Bolsonaro a Tijuca anche se tra i due non c'è alcun rapporto o relazione. Amicizia invece dimostrata e ostentata in diverse foto con il figlio Carlos che avevano messo in imbarazzo il leader dell'estrema destra. Adesso una nuova foto, tirata fuori dal settimanale Veja, mostra Jair Bolsonaro che si fa un selfie con Djaca, il maestro di arti marziali, sospettato di aver gettato in mare la mitraglietta dell'agguato e probabilmente altre armi usate in altre operazioni. Nessun commento da parte di Bolsonaro che liquida la faccenda come ha fatto in passato: tanti chiedono una foto a cui il presidente non si sottrae.
L'immagine, postata su Twitter, non dimostra nulla. Tanto meno un coinvolgimento di Bolsonaro con l'attentato a Marielle. Ma il cerchio si stringe: si sa che l'omicidio è stato appaltato all'Ufficio del Crimine, un network delle milizie attivo a Rio a cui ci si rivolge per gli assassinii su commissione. Un piccolo passo in avanti in un'inchiesta che procede a rilento. Ci sono gli autori dell'agguato in carcere, adesso amici e familiari che si sono sbarazzati delle armi. Ma senza la prova regina, l'arma del delitto, è difficile restituire giustizia alla parlamentare che aveva denunciato l'irruzione delle milizie nelle favela di Rio.
lombardiaquotidiano.com, 4 ottobre 2019
Si terrà oggi e domani, a Milano, l'Assemblea nazionale della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà eletti dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni italiani.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
L'intervento del Guardasigilli. Il Ministro definisce "essenziale" il dialogo col Cnf, indica il patrocinio a spese dello stato come "presidio dello stato di diritto" e ricorda le distanze sulla prescrizione: "ma riaprirò il tavolo sulla riforma". In passato riunioni estese all'intero sistema ordinistico hanno assunto la definizione di agorà. Stavolta è diverso per il numero di avvocati, oltre cinquecento, accorsi all'incontro voluto dal Cnf.
di Luigi Frasca
Il Tempo, 4 ottobre 2019
La maggioranza va avanti sulla riforma della giustizia ma tra i giallorossi restano le distanze sullo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Alla Camera il ministro Alfonso Bonafede ha riunito i capigruppo dei partiti che sostengono il Governo.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 4 ottobre 2019
I numeri lo confermano, non è l'Aids l'infezione più diffusa nella popolazione carceraria: in percentuale, i casi di detenuti Hiv-positivi sono scesi dall'8,1 del 2003 all'1,9 attuale. L'inversione di tendenza, piuttosto netta, è emersa dal XX Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) iniziato oggi a Milano. "Questi dati - spiega Sergio Babudieri, direttore scientifico dell'ente e presidente del Congresso - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe e i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di Hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale". La chiave di lettura risulta quindi la cura in funzione di prevenzione, in quanto l'assunzione di farmaci antiretrovirali nei soggetti consapevoli ha di fatto ridotto la trasmissione del virus.
di Clemente Pistilli
La Notizia, 4 ottobre 2019
Bonafede: vanno condivise le informazioni. Il pericolo jihadista cresce a causa della mafia nigeriana che fa infiltrare i combattenti tra i flussi di migranti. Nelle carceri italiane si entra delinquenti e si esce terroristi. Attualmente sono ben 459 i detenuti a rischio radicalizzazione, 37 dei quali finiti dietro le sbarre con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e 196 per il reato di tratta di persone.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
Intervista a David Ermini, vicepresidente del Csm. "È l'espressione adatta: sottovalutazione. È come se i gruppi della magistratura associata avessero perso, a un certo punto, la misura della loro funzione. Prima luoghi di confronto sui diritti, sugli orientamenti della giurisprudenza, sull'organizzazione della giustizia. Poi non si è avuta consapevolezza di una tramutazione delle correnti in centri di potere, o nella loro brutta copia". Al vicepresidente del Csm David Ermini va riconosciuto di saper tenere insieme serenità e fermezza.
Perché la sua analisi sulla degenerazione del correntismo - emersa con fragore, ma forse senza novità, nel caso Palamara - non ridimensiona nulla. Anzi, le sue parole in plenum, nel plenum più difficile seguito alle intercettazioni di Perugia, furono di una durezza impressionante. Ma va appunto colta la sua attenzione a non far mai impennare il termometro dei discorsi. "Va detto che mi ha dato grande gioia il riconoscimento, sul modo in cui ho condotto l'attività del Consiglio, arrivato dai gruppi che non avevano contribuito alla mia elezione e dal mio stesso competitor alla vicepresidenza, Alberto Benedetti".
D'accordo, ma dopo lo tsunami vede una magistratura associata consapevole della necessità di cambiare?
Sì, a me è sembrato subito di cogliere un cambio di passo. Ho visto negli stessi consiglieri una riflessione nuova sulle correnti, come se si fossero trovati di fronte a un'impietosa realtà: l'associazionismo giudiziario uscito dai binari del confronto sulle idee ed esposto in maniera gravissima al rischio di essere ben altro. Una brutta copia dei centri di potere.
Una sottovalutazione, appunto...
Si era arrivati a non comprendere più il rischio che si correva.
Invece le correnti sono nate per altre ragioni...
Pensi solo a quanto è importante e prezioso il dibattito sul fine vita, solo per citare un tema divenuto centrale negli ultimi giorni. È giusto che le sensibilità diverse presenti nella magistratura vi trovino un'occasione di confronto.
Ma per ritrovare fiducia ora i magistrati dovrebbero un po' defilarsi dal dibattito pubblico?
E crede che i giornali parlerebbero meno della magistratura? Pare evidente che giudici e inquirenti siano destinati a essere oggetto di attenzione a prescindere dalla loro diretta presenza nel dibattito. E poi, visto che la loro funzione è applicare la legge, è inevitabile che sul modo di applicarla si articolino discussioni.
C'è una proposta assai gettonata, in queste ore, sulle mailing list riservate della magistratura...
Le mailing list: vorrei fare una considerazione sul tema.
Prego.
Credo che sull'uso dei social andrebbe adottata una certa maggiore prudenza da parte dei magistrati, e credo anche che tale cautela andrebbe estesa alle mailing list, considerato che proprio la sua domanda conferma come siano diventate di fatto pubbliche.
Vi si è discusso della possibilità di attribuire gli incarichi direttivi per sorteggio, una volta che il Csm abbia individuato una rosa ristretta e qualificatissima di candidati...
Posso dire che sarebbe ben accetta qualunque ipotesi utile ad assicurare trasparenza. Il percorso per conferire le nomine deve essere lineare, trasparente, approfondito, aperto, coronato da un'adeguata motivazione in grado di scongiurare il più possibile i rischi di intervento della magistratura amministrativa. Credo anche che lo scrupolo nel seguire in modo rigoroso simili criteri possa essere sufficiente. Se si procede in modo ordinato, con approfondite audizioni, è più difficile che una pronuncia del Tar censuri la decisione. Mi piacerebbe essere il meno possibile sui giornali per via delle nomine, certo. Anche perché il Csm si occupa di molto altro.
Lei è perplesso sul sorteggio per l'elezione dei togati perché vi vede un atto di sfiducia nella capacità di rappresentanza dei magistrati?
È il punto centrale della mia valutazione. Dietro il sorteggio si spalanca un orizzonte incerto, oscurato dall'ombra della normalizzazione. Come se il Csm dovesse rassegnarsi a essere al massimo un organo burocratico. E come se la legge elettorale per i consiglieri togati fosse stata scritta dallo stesso Csm anziché in Parlamento. Credo sarebbe opportuno correggerla, in particolare per rendere il più possibile effettivo il principio di rappresentanza.
Come?
Innanzitutto con una ridefinizione dei collegi in modo da favorire quei magistrati particolarmente conosciuti dai colleghi per le loro capacità, per la loro attenzione. Non condivido il sorteggio anche per una ragione di metodo.
Andrebbe cambiata la Costituzione?
Mi riferisco anche a un altro aspetto. Se c'è una perdita di misura da parte delle correnti bisogna eliminare quell'anomalia, non punire i magistrati con norme che diffidino della loro capacità di rappresentanza.
Con le suppletive previste per questo fine settimana e per dicembre, il Csm, oltre a tornare a ranghi completi, allontanerà anche lo spettro dello scioglimento?
Innanzitutto i poteri di scioglimento costituiscono una prerogativa assoluta del Capo dello Stato. Si può solo osservare che nei mesi successivi all'apertura dell'indagine di Perugia i consiglieri, tutti, si sono impegnati a lavorare con grande assiduità. Non s'è persa una seduta, non ci si è concessi un rinvio. Ora, con le due elezioni suppletive si colmano i vuoti nella composizione del Csm ma, vede, per ritrovare autorevolezza questo non basta. Piuttosto bisogna considerare un prima e un dopo, e fare in modo che non si torni mai più a quanto avvenuto prima che si avessero notizie sull'indagine di Perugia.
Con il riconoscimento costituzionale dell'avvocato crede si possa anche rafforzare l'autonomia della giurisdizione, al punto da scacciare lo spettro di una magistratura sotto controllo politico?
Sono convinto di sì. Con l'avvocato in Costituzione sarebbe davvero rafforzata l'autonomia dell'intera giurisdizione. Aggiungo: è proprio alla tutela della giurisdizione e non solo dei magistrati che ho sempre richiamato l'attenzione, da quando sono vicepresidente del Csm. La giurisdizione è costituita dai magistrati, dagli avvocati e anche dagli accademici. Rispettarla significa comprendere il contributo che tutte le sue componenti offrono all'evoluzione della giurisprudenza. E ancora: rispetto non vuol dire che un esponente politico non possa criticare le sentenze, ma ricordare che la giurisdizione può fare a meno di molte cose, anche del consenso, tranne che della fiducia.
E potrebbe esserci una giurisdizione equilibrata con un avvocato debole?
L'avvocato ne è parte irrinunciabile. La giurisdizione va tutelata per non compromettere un pilastro sul quale poggia la democrazia liberale: spero se ne abbia un'idea chiara.
Nel ddl Bonafede dovrebbe esserci il diritto di voto per gli avvocati nei Consigli giudiziari anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati: è d'accordo?
Parlo davvero a titolo personale, giacché si tratta di norme che competono al Parlamento, ma sono convinto che la valutazione dell'avvocatura sulla professionalità dei magistrati sia molto importante.
Senta, ma il suo contributo di serenità, in questi mesi spaventosi, le è stato riconosciuto o no dai magistrati del Csm?
La mia gioia forse più grande, in questi mesi, è stata ascoltare le parole spese nei miei riguardi da tutti i consiglieri, da chi aveva sostenuto la mia elezione e da chi non l'aveva sostenuta. Sono agli atti del plenum e rappresentano un riconoscimento che non potrò dimenticare.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
La proposta sta riscuotendo un qualche successo fra le toghe, soprattutto quelle fortemente critiche nei confronti della deriva correntizia che ha contagiato ormai da tempo il Csm. Raggiunta una certa rosa candidati potenzialmente spendibili, si potrà poi scegliere il vincitore mediante il sorteggio". La proposta è stata avanza dal gip di Milano Guido Salvini durante un incontro organizzato questa settimana dall'associazione radicale Sixweeks sulle vicende che hanno recentemente interessato il Consiglio superiore della magistratura.
"Per certi posti - ha precisato Salvini - dopo aver scremato le candidature di bandiera o quelle fatte per avere un titolo in vista di candidature successive, i candidati che effettivamente possono concorrere sono due o tre. Sono magistrati che hanno profili professionali sostanzialmente equivalenti". "A quel punto la scelta finale potrà avvenire mediante sorteggio, ben sapendo che chi sarà sorteggiato non sfigurerà nell'incarico", ha concluso il magistrato milanese.
La proposta sta riscuotendo un qualche successo fra le toghe, soprattutto quelle fortemente critiche nei confronti della deriva correntizia che ha contagiato ormai da tempo il Csm. La proposta di Salvini cade a ridosso della nomina del nuovo procuratore della Repubblica di Roma. Il Csm ha deciso di azzerare la decisione di maggio dove il più votato in Commissione, come successore di Giuseppe Pignatone, era stato il procuratore generale di Firenze Marcello Viola: per lui si erano espressi i togati di Magistratura indipendente e Autonomia& Indipendenza, Antonio Lepre e Piercamillo Davigo, ed i laici in quota Lega e M5s, Emanuele Basile e Fulvio Gigliotti.
Un voto a testa per il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, e per quello di Firenze, Giuseppe Creazzo, da parte, rispettivamente, dei togati Mario Suriano (Area) e Gianluigi Morlini (Unicost). Lepre e Morlini erano poi stati costretti alle dimissioni dopo la pubblicazione delle intercettazioni effettuate a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. In una intervista ieri a La Repubblica, il vice presidente del Csm David Ermini ha affermato che si procederà ora con le "audizioni". Ogni aspirante, sono tredici, dovrà convincere la Commissione di essere il migliore per quell'incarico, illustrando il proprio progetto per gestire al meglio l'ufficio, e rispondendo alle varie domande che i consiglieri di Palazzo dei Marescialli vorranno fare.
La scelta, comunque, non sarà facile considerato l'elevato livello dei vari partecipanti, Tutti magistrati con solide esperienze di gestione di uffici di Procura particolarmente impegnati sotto il profilo della criminalità, organizzata o di tipo comune. La possibilità di ricorsi davanti al giudice amministrativo da parte degli esclusi non è una ipotesi peregrina.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 ottobre 2019
"Non ci provate a dire che noi vogliamo processare l'Arma, perché l'Arma è accanto a noi", intima il pubblico ministero Giovanni Musarò, mentre si appresta a chiedere pene pesantissime per i carabinieri imputati di omicidio e falso per la morte di Stefano Cucchi.
E parlando si accalora, deciso a bloccare l'ennesimo tentativo di depistaggio: l'insinuazione "sterile e strumentale" di alcuni avvocati difensori secondo cui la Procura ha inteso mettere sotto accusa un'intera istituzione per coprire altre responsabilità. Non è vero, ribatte Musarò: "Questo è solo un processo a cinque rappresentanti dell'Arma che nel 2009, come altri oggi imputati in un altro procedimento, hanno violato il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'istituzione di cui fanno parte".
La prova? La costituzione di parte civile del comando generale, per il "gravissimo discredito dell'immagine istituzionale", contro cinque altri ufficiali, nel dibattimento per i depistaggi fissato a metà novembre. "Un atto di fortissima rilevanza simbolica", spiega il pm, che aggiunge un altro punto di svolta che ha segnato il riscatto dell'Arma: "La leale collaborazione alle indagini offerta nel 2018 e nel 2019 dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, dal Reparto operativo e dal Nucleo investigativo".
Il resto - lascia intendere il magistrato - sono insinuazioni e veleni che si aggiungono agli inquinamenti di cui è costellato il "caso Cucchi", fabbricati o avallati dai carabinieri alla sbarra. "Depistaggi inimmaginabili, che hanno raggiunto picchi da film dell'orrore", cominciati la sera stessa del fermo e del "violentissimo e vile pestaggio" di Stefano Cucchi.
Con meticolosità e precisione Musarò sgrana il rosario di falsi e bugie scoperte grazie a un'indagine nella quale è dovuto ricorrere alle tecniche antimafia per rompere "il muro di omertà": dal verbale d'arresto al registro del fotosegnalamento sbianchettato, dalle relazioni di servizio modificate alla nota in cui si sosteneva che Cucchi era affetto da "tossicodipendenza in fase avanzata, epilessia, anoressia e sieropositività". Tutte bugie che si sono ripetute e alimentate nel tempo, costruite e diffuse ad arte grazie a "una regia unitaria".
Ma soprattutto, accusa il pm, giunte al livello più alto delle istituzioni democratiche: il Parlamento. Le bugie erano infatti destinate al ministro della Giustizia chiamato a rispondere in Senato sulle cause della morte di Stefano Cucchi, e gli sono arrivate seguendo una catena che dalle stazioni è arrivata fino al ministero della Difesa, passando per i comandi dell'Arma, e poi trasmesse ai vertici dei ministeri.
"Hanno fatto mentire il Guardasigilli, e per quanto si voglia minimizzare è un fatto gravissimo - scandisce Musarò - in una Repubblica parlamentare dove il governo è chiamato a rendere conto, un ministro ha dichiarato il falso sulla base di atti falsi costruiti dai carabinieri". Falsi dai quali scaturì il processo a tre agenti penitenziari innocenti - Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici - che dovevano essere testimoni, invece divennero imputati (assolti) e oggi sono parte lesa delle calunnie contestate ai carabinieri.
In aula, i tre ascoltano e annuiscono mentre il pm ricorda che "il movente" dei depistaggi sta nelle prime denunce politiche e di stampa, dove si affermava che il destino di Cucchi si era consumato nelle caserme dei carabinieri in cui trascorse la notte del fermo: "II re era nudo fin dall'inizio, ma con quelle menzogne la storia è stata capovolta". E dopo dieci anni arrivano le richieste di pena per chi partecipò all'arresto.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 4 ottobre 2019
Nella requisitoria il pm Giovanni Musarò chiede 18 anni per i due carabinieri autori del pestaggio. "Impossibile dire che non c'è nesso di causalità tra le violenze e la morte". "È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte" di Stefano Cucchi. È la prima tessera del puzzle che il pm Giovanni Musarò ricostruisce a dieci anni di distanza dalla morte del giovane geometra romano pronunciando, nell'aula bunker di Rebibbia, l'ultima parte della sua requisitoria del processo bis.
Perciò alla Corte d'Assise di Roma il magistrato chiede di condannare a 18 anni di reclusione Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, due dei tre carabinieri che lo arrestarono la notte del 15 ottobre 2009, per omicidio preterintenzionale. Reato che, secondo la pubblica accusa, vede estraneo il testimone chiave Francesco Tedesco, il militare che ha rivelato i dettagli del pestaggio e per il quale la procura chiede la condanna per falso a 3 anni e 6 mesi.
Ma è il maresciallo Roberto Mandolini (all'epoca comandante della Stazione Appia) colui che si prende la maggiore responsabilità delle falsificazioni e dei depistaggi. Per lui Musarò chiede 8 anni di carcere. Mentre cade per prescrizione il reato di calunnia nei confronti degli agenti penitenziari, assolti in via definitiva; motivo per il quale il pm invita al "non luogo a procedere" per il carabiniere Vincenzo Nicolardi, e per gli stessi Tedesco e Mandolini.
"I periti parlano di multifattorialità per la morte di Cucchi. Ma tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, al trauma subito", ricorda il pubblico ministero. "Un pestaggio violentissimo", lo definisce. "Sono due le persone che aggrediscono l'arrestato, colpito quando era già a terra con calci in faccia", e per di più "in uno stato di minorata difesa" dovuta alla magrezza del ragazzo morto sei giorni dopo l'arresto. Però, si badi bene, la condizione fisica del 31enne romano era voluta, perché Stefano si allenava quasi tutti i giorni in palestra per poter partecipare a incontri di pugilato della categoria peso più bassa. E in ospedale, al Pertini, Cucchi rifiutò cibo e cure perché fu colpito da "un chiarissimo sintomo da "disturbo post traumatico da stress" a causa del pestaggio subito, come dichiarato dal professore Vigevano".
"Si è speculato sulla sua magrezza", tanto da farla diventare "il cavallo di battaglia di tutte le difese, pure in questo processo". Ma "il capolavoro dei capolavori", come lo chiama Musarò, è il depistaggio architettato nel giro di quattro giorni e poi spacciato al Paese addirittura tramite una informativa al Parlamento dell'allora ministro Angelino Alfano, inconsapevole, che leggerà "l'appunto del 30 ottobre 2009 del comando del gruppo di Roma", partorito appena quattro giorni dopo che Patrizio Gonnella e Luigi Manconi avevano denunciato il caso.
"Cucchi aveva detto che soffriva di celiachia, anemia ed epilessia. La registrazione di quella deposizione l'abbiamo sentita cento volte, ma nella trascrizione diventano epilessia, anoressia, e sieropositività. Fino a due anni fa, tutti, compreso me - continua il magistrato - pensavamo che Cucchi fosse "tossicodipendente in fase avanzata", perché questa verità è stata spacciata in tutto il Paese. Il ministro ha letto proprio questa frase. Cucchi invece era uscito dalla tossicodipendenza da un anno, stava bene, lavorava e si allenava tutti i giorni".
"Ma se il ministro va in aula a riferire su una questione che interessa tutto il Paese e dichiara il falso, è di una gravità inaudita". Depistaggi che hanno "toccato picchi da film dell'orrore". Ecco perché il magistrato dell'antimafia chiede alla giuria non pene esemplari, ma pene giuste", specificando che "questo non è un processo all'Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell'Arma che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte". Musarò infatti definisce di "straordinaria importanza la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi" che è scaturito da questo dibattimento e si aprirà il 12 novembre.
Eppure una cosa va detta, anche se scomoda, lampante agli occhi di tutti, forse anche del pm: in quell'aula di giustizia, a processo c'è anche l'impunità pretesa da una certa sottocultura ancora viva e vegeta all'interno delle nostre forze dell'ordine. Forse per questo Ilaria Cucchi (che ha raccontato questi dieci anni in un libro a quattro mani con l'avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l'amore, in uscita per Rizzoli il 22 ottobre) commenta: "Questo processo riavvicina i cittadini e lo Stato. Io non avrei mai creduto di trovarmi in un'aula di giustizia e respirare un'aria così diversa. Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita".
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