di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 17 agosto 2019
La parlamentare libica Siham Sergiwa è stata rapita la notte del 17 luglio a Bengasi e a distanza di un mese non si hanno sue notizie. Decine di uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione, hanno sparato al piedi del marito Ali, picchiato il figlio Fadi di 16 anni e l'hanno portata via.
Sebbene l'identità dei rapitori non sia stata ancora accertata, testimoni oculari hanno parlato di uomini legati all'Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, che parlavano con l'accento di Bengasi e erano arrivati e ripartiti a bordo di veicoli con l'insegna "polizia militare". Un familiare ha dichiarato che quella notte tutta l'area era finita al buio.
Su un muro esterno dell'abitazione sono state lasciate la scritta "L'esercito è una linea rossa" e una firma inequivocabile: "Awliya al-Dam". I "vendicatori del sangue" sono una milizia affiliata all'Esercito nazionale libico, composta da parenti delle vittime degli attacchi mortali compiuti a Bengasi dal 2011.
Poche ore prima di essere stata rapita, Siham Sergiwa aveva rilasciato un'intervista alla tv libica Al Hadath in cui aveva criticato l'offensiva militare del generale Haftar contro Tripoli. Il marito e il figlio di Siham Sergiwa sono ancora ricoverati (o trattenuti?) in un ospedale di Bengasi, senza poter ricevere visite. Ecco dunque l'ennesimo esempio degli enormi rischi che corrono le donne libiche che osano criticare le milizie, hanno ruoli pubblici o non si conformano alle norme e agli stereotipi di genere.
Negli ultimi cinque anni tre attiviste e politiche sono state assassinate: la parlamentare Fariha al-Barkawi, la difensora dei diritti umani Salwa Bugaighis e l'attivista Entisar El Hassari. Dal 2014 non si contano i tentati omicidi, i sequestri, le aggressioni, le violenze sessuali, le minacce di morte e le campagne di diffamazione sui social media. Un anno fa, in questo blog, avevamo raccontato alcune storie di queste donne coraggiose.
articolo21.org, 17 agosto 2019
Sono passati 10 anni dallo scoppio del conflitto in Nigeria nord-orientale tra gruppi armati e l'esercito nigeriano. A distanza di un decennio, il conflitto è tutt'altro che finito. Le persone continuano ad essere costrette a lasciare le proprie case a causa della violenza e molte famiglie sfollate vivono ora in campi gestiti dalle autorità statali o allestiti informalmente a fianco delle comunità locali. La maggior parte degli sfollati sono donne e bambini che dipendono perlopiù dall'assistenza umanitaria per sopravvivere. Si stima che siano 1,8 milioni le persone sfollate negli stati nord-orientali di Borno, Adamawa e Yobe.
Dal 2009, livelli crescenti di insicurezza e sfollamenti forzati continuano a sconvolgere la vita delle persone nello stato di Borno. Medici Senza Frontiere (Msf) ha iniziato a rispondere a questa crisi nel 2014, ma la più ampia risposta umanitaria è iniziata più lentamente. Nel 2016 Msf ha lanciato l'allarme a Bama, nel Borno, per i livelli elevati di malnutrizione riscontrati dalle nostre équipe.
Sebbene la risposta umanitaria sia aumentata negli ultimi anni, le lacune nel sostegno alle comunità di sfollati non sono state adeguatamente affrontate. Molte aree dello stato di Borno restano ancora oggi insicure, il che rende difficile fornire assistenza. Gli operatori umanitari possono lavorare solo nelle enclavi controllate dall'esercito nigeriano e non possono accedere ad altre aree al di fuori del controllo militare. Ma anche in queste enclavi i bisogni delle persone restano insoddisfatti. Per questo molte persone hanno lasciato la relativa sicurezza dei campi, rischiando la vita al di fuori di essi per cercare cibo e legna da ardere.
Nei campi sfollati ufficiali la restrizione della libertà di movimento mina le opportunità di autosufficienza e impedisce alle persone di coltivare i campi, rendendole fortemente dipendenti dall'assistenza umanitaria per sopravvivere, oltre ad aggravare i traumi fisici e psicologici vissuti in un decennio di violenza.
Nei campi informali le persone vivono in condizioni di sovraffollamento in piccoli appezzamenti di terra, con scarse infrastrutture e supporto umanitario per garantire che i loro bisogni di base vengano soddisfatti. Molte famiglie dormono in minuscole capanne fatte di teli di plastica, vestiti o tessuti strappati, che non riescono a resistere nemmeno a brevi periodi di pioggia.
"Da quando siamo arrivati in questo campo otto mesi fa, non abbiamo avuto nemmeno una latrina da poter usare. Defechiamo tutti all'aperto, in un'area qui vicino"racconta Lami Mustapha, una donna di 40 anni che vive con i suoi otto figli in un campo informale a Maiduguri, la capitale dello stato di Borno. Rabi Musa, una madre di 50 anni con 10 figli, ha raccontato agli operatori di MSF di come la vita nei campi informali non sia affatto facile. "Dobbiamo tutti chiedere l'elemosina, compresi i miei figli, o svolgere lavori molto umili per sopravvivere. Non c'è nessuna forma di assistenza per noi". "Negli ultimi sei anni sono stata costretta a spostarmi tre volte. Le prime due volte sono fuggita da violenti attacchi, la terza per le difficili condizioni di vita"racconta Yakura Kolo, una donna di 30 anni che vive in un campo sfollati con i suoi cinque bambini.
A Maiduguri, l'afflusso di sfollati da tutta la regione ha raddoppiato il numero degli abitanti, da uno a due milioni di persone. Nonostante l'alta concentrazione di organizzazioni umanitarie e aiuti in quest'area, i bisogni sono enormi e i servizi medici non hanno sufficienti risorse. MSF gestisce il più importante programma di nutrizione terapeutica nel distretto di Fori a Maiduguri, dove si prende cura di bambini gravemente malnutriti con complicazioni mediche. Qui vengono ammessi fino a 300 bambini ogni mese. A maggio e giugno 2019, MSF ha visto un aumento di pazienti malnutriti perché le persone non hanno abbastanza cibo per coprire il periodo tra un raccolto e l'altro. Alcuni di loro non sono riusciti a essere ricoverati perché il centro nutrizionale era pieno. Nel distretto di Gwange, MSF gestisce un ospedale pediatrico per gli abitanti di Maiduguri e le persone sfollate, con un'unità di terapia intensiva che può anche rispondere a epidemie di malattie infettive. Nel 2019, più di 3000 bambini col morbillo sono stati ricoverati e curati all'ospedale di Gwange. Fuori Maiduguri, Msf fornisce assistenza nelle cittadine di Pulka, Gwoza e Ngala, tra cui cure mediche di base o specialistiche, trattamenti per la malnutrizione, servizi di maternità e supporto per la salute mentale.
"Essendo l'unica struttura in grado di offrire cure specialistiche in tutta l'area, stiamo facendo il possibile per assorbire l'aumento dei pazienti e il peggioramento delle condizioni sanitarie dovuto a fattori stagionali e alle precarie condizioni di vita" spiega Ewenn Chenard, coordinatore di MSF a Ngala. "In questi campi arriva una media di oltre 750 persone ogni mese. Oltre 60.000 persone sfollate vivono in meno di un chilometro quadro di terra, per la maggior parte in fragili ripari di fortuna che vengono facilmente danneggiati dalle tempeste di vento e sabbia e dalle forti piogge".
Con l'arrivo della stagione delle piogge, la salute degli sfollati può facilmente peggiorare. È verosimile che possa esserci un aumento dei casi di malaria e le persone che non hanno ricevuto trattamenti di prevenzione sono particolarmente esposte. MSF ha iniziato a trattare casi di malaria nelle proprie cliniche a Maiduguri, dove il numero di posti letto è stato aumentato da 80 a 210. Oltre a questo, Msf sta implementando una campagna di prevenzione a Banki, Bama, Rann, Ngala e Pulka, per fornire dosi di farmaci anti-malarici per i bambini di età compresa tra i tre mesi e i 5 anni.
In tutto il Borno, le inondazioni durante la stagione delle piogge hanno danneggiato le infrastrutture igienico-sanitarie e la mancanza di acqua pulita sta aumentando la vulnerabilità delle persone, in particolare dei bambini, a malattie trasmesse dall'acqua come il colera. MSF ha allestito centri di trattamento del colera, con 100 posti letto a Maiduguri e 60 posti letto a Ngala, per rispondere tempestivamente a una potenziale epidemia.
"In Nigeria nord-orientale le persone sono ancora esposte a un elevato livello di violenze ed esperienze traumatiche, in un conflitto che non è per nulla risolto"spiega Luis Eguiluz, capo missione di Msf in Nigeria. "La loro sofferenza e vulnerabilità si estende ai campi sfollati, dove i bisogni umanitari più urgenti non trovano risposta adeguata". MSF lavora in Nigeria dal 1996 e ha una presenza permanente nell'area nord-orientale del paese dal 2014. Le équipe di MSF oggi forniscono cure mediche a Gwoza, Maiduguri, Ngala e Pulka nello stato di Borno, mentre le équipe di emergenza rispondono all'insorgere di epidemie e altri bisogni umanitari urgenti.
di Arundhati Roy*
La Repubblica, 17 agosto 2019
L'India festeggia il suo 73° anno di indipendenza dal dominio britannico e bambini vestiti di stracci si fanno largo nel traffico di Delhi per vendere bandiere e souvenir con la scritta: "Mera Bharat Mahan".
La mia India è grande. Onestamente, è difficile sentirsi grandi in questo momento, perché sembra proprio che il nostro governo abbia perso ogni scrupolo. La settimana scorsa ha violato lo Statuto speciale con cui l'ex Stato principesco di Jammu e Kashmir aderì all'India ne11947. Prima, però, a mezzanotte del 4 agosto, ha trasformato l'intero Kashmir in un gigantesco campo di prigionia: 7 milioni di kashmiri sono stati costretti a barricarsi in casa, le connessioni internet sono state interrotte e i telefoni isolati.
Il 5 agosto, il ministro dell'Interno ha proposto in Parlamento di revocare l'articolo 370 della Costituzione, che stabilisce gli obblighi derivanti dallo Statuto speciale. La sera dopo, la Legge di Riorganizzazione di Jammu e Kashmir è stata approvata. La legge priva lo Stato di Jammu e Kashmir del suo status speciale. Lo priva anche della sua qualità di Stato e lo divide in due territori dell'Unione. Il primo, Jammu e Kashmir, sarà amministrato direttamente da New Delhi, anche se continuerà ad avere un'assemblea legislativa locale.
Il secondo, il Ladakh, sarà amministrato da Delhi e non avrà un'assemblea legislativa. I cittadini indiani potranno acquistare dei terreni e stabilirsi nella loro nuova proprietà. I nuovi territori, sostiene il governo, sono "aperti al mercato". Che cosa questo possa significare per la fragile ecologia himalayana del Ladakh e del Kashmir, terre dei grandi ghiacciai, dei laghi d'alta quota e dei cinque grandi fiumi, non è preso in considerazione.
Di fatto, "aperti al mercato" può significare anche insediamenti in stile israeliano e trasferimenti di popolazione, come è accaduto in Tibet. Per i kashmiri questa è un'antica paura: il loro incubo ricorrente di essere spazzati via da un'ondata di indiani che vogliono una casetta nella loro valle silvestre potrebbe facilmente avverarsi. In mezzo a queste volgari celebrazioni, tuttavia, ciò che risuona più forte è il silenzio mortale delle strade pattugliate e bloccate del Kashmir e dei suoi abitanti intrappolati e umiliati, circondati dal filo spinato, spiati dai droni, costretti a un totale blackout delle comunicazioni.
Che in quest'era dell'informazione un governo possa con tanta facilità isolare un'intera popolazione per giorni e giorni ci fa comprendere quanto sia grave il momento. Il Kashmir, dicono spesso, è il lavoro incompiuto della "Partizione". Se la Partizione, con l'orribile violenza che provocò, è una profonda ferita aperta nella memoria, la violenza di quei tempi, e degli anni successivi, sia in India che in Pakistan, è dovuta tanto all'assimilazione che alla Partizione. In India, il progetto di assimilazione, definito "costruzione della nazione", ha significato che tutti gli anni dal 1947, l'esercito indiano è stato schierato all'interno dei confini dell'India contro il "suo popolo". In Kashmir, Mizoram, Nagaland, Manipur, Hyderabad e Assam.
Il processo di assimilazione è costato la vita a decine di migliaia di persone. Quello che si sta realizzando oggi, su entrambi i lati del confine dell'ex Stato di Jammu e Kashmir, è l'incompiuto processo dell'assimilazione. Oggi il Kashmir è forse una delle zone più densamente militarizzate del mondo, se non la più militarizzata in assoluto. Più di mezzo milione di soldati sono stati schierati contro ciò che lo stesso esercito ora ammette essere solo un manipolo di "terroristi".
Ciò che l'India ha fatto in Kashmir negli ultimi trent'anni è imperdonabile. Si ritiene che nel conflitto siano state uccise circa 70.000 persone, tra civili, militanti e militari. Migliaia di persone sono "scomparse" e altre decine di migliaia sono passate nelle camere di tortura disseminate nella valle come una rete di piccole Abu Ghraib. Negli ultimi anni, centinaia di adolescenti sono stati accecati dall'uso di fucili a pallini, la nuova arma preferita dalle forze di sicurezza.
La maggior parte dei militanti che oggi opera nella valle sono giovani kashmiri, armati e addestrati sul posto. Fanno quello che fanno sapendo che dal momento in cui prendono in mano un fucile è improbabile che la loro "durata di conservazione" sia superiore a sei mesi. Ogni volta che un "terrorista" viene ucciso, i kashmiri si presentano a decine di migliaia per seppellire un giovane che venerano come uno shahid, un martire.
Nel primo mandato di Narendra Modi come premier, la durezza del suo approccio ha esacerbato la violenza in Kashmir. Ma ora, a due mesi dal secondo mandato, il governo Modi ha giocato la carta più pericolosa di tutte. Ha gettato un fiammifero acceso in una polveriera. Se questo non bastasse, il modo vile e disonesto in cui l'ha fatto è vergognoso.
Nell'ultima settimana di luglio, con vari pretesti, sono stati trasferiti in Kashmir altri 45.000 militari. Il pretesto più grande è stato che c'era una minaccia "terrorista" pachistana per l'Amarnath Yatra, il pellegrinaggio annuale durante il quale centinaia di migliaia di devoti indù si recano in Kashmir. Il E di agosto, alcune reti televisive indiane hanno annunciato di aver trovato lungo il percorso del pellegrinaggio una mina con il marchio dell'esercito pachistano. I12 agosto, il governo ha chiesto a tutti i pellegrini di lasciare la valle. Sabato 3 agosto i militari avevano occupato l'intera valle. A mezzanotte di domenica, i kashmiri erano costretti a chiudersi in casa e tutte le reti di comunicazione avevano smesso di funzionare.
L'8 agosto, quattro giorni dopo l'inizio del coprifuoco, Narendra Modi è apparso in televisione. Sembrava un'altra persona. Era scomparsa l'abituale aggressività e il tono irritante e accusatorio. Parlava, invece, con la tenerezza di una giovane madre. La voce gli tremava e gli occhi gli brillavano di lacrime mentre elencava gli innumerevoli benefici che sarebbero piovuti sul popolo dell'ex Stato di Jammu e Kashmir, adesso governato direttamente da Nuova Delhi. Ha evocato le meraviglie della modernità indiana come se stesse educando dei contadini dei tempi feudali usciti da una macchina del tempo. Ha parlato di come i film di Bollywood sarebbero stati nuovamente girati nella loro valle verdeggiante.
Non ha spiegato però perché ai kashmiri fosse imposto il coprifuoco e il blocco delle comunicazioni. Non ha spiegato perché questa decisione sia stata presa senza consultarli. Non ha detto come un popolo che vive sotto un'occupazione militare possa godere dei grandi doni della democrazia indiana. Quando tutta questa farsa finirà, perché deve finire, la violenza si riverserà inevitabilmente dal Kashmir in India. Sarà usata per infiammare l'ostilità contro i musulmani, che sono già demonizzati, ghettizzati, spinti nei gradini inferiori della scala economica e, con terrificante regolarità, linciati.
Lo Stato ne approfitterà per stringere il cerchio anche su altri - attivisti, avvocati, artisti, studenti, intellettuali, giornalisti - che hanno protestato. Il pericolo arriverà da molte direzioni. L'organizzazione più potente dell'India, l'estrema destra nazionalista indù Rashtriya Swayamsevak Sangh, o R.S.S.S., con più di 600.000 membri tra cui Modi e molti dei suoi ministri, ha una milizia "volontaria" addestrata, ispirata alle Camicie Nere di Mussolini.
Ogni giorno che passa, la R.S.S.S. avanza in ogni istituzione dello Stato: ha già raggiunto un punto in cui più o meno è lo Stato stesso. Intellettuali e accademici sono una delle loro maggiori preoccupazioni. A maggio, la mattina dopo che il partito Bharatiya Janata aveva vinto le elezioni generali, Ram Madhav, segretario generale del partito ed ex portavoce del R.S.S.S., ha scritto che gli "avanzi" dei "cartelli pseudo-secolar/liberali che avevano un'influenza e una presa sproporzionate sull'establishment intellettuale e politico del Paese... devono essere eliminati dal panorama accademico, culturale e intellettuale del Paese".
Il 1° di agosto, in vista di questa "eliminazione", la già draconiana Legge sulla prevenzione degli atti illegali è stata modificata. Un emendamento ora consente al governo di definire qualsiasi individuo come terrorista senza seguire la procedura legale di una denuncia, di un atto d'accusa, di un processo e di una condanna. Mentre il mondo sta a guardare, prende forma l'architettura del fascismo indiano.
*Traduzione di Luis E. Moriones
lacnews24.it, 16 agosto 2019
L'iniziativa coinvolge i penitenziari di Catanzaro, Cosenza, Palmi, Vibo Valentia e Reggio Calabria. In riva allo Stretto anche Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali italiane.
Porre al centro i diritti dei detenuti. Questo l'obiettivo della mobilitazione dei penalisti per l'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito radicale ed abbracciata dall'Osservatorio Carcere Ucpi. Il progetto partirà oggi, 15 agosto e si concluderà il 18. Per l'occasione, in 17 regioni su 20, 70 luoghi di detenzione saranno visitati da oltre 278 tra dirigenti e militanti del Partito radicale, avvocati dell'Unione Camere Penali, parlamentari, garanti delle persone private delle libertà personali.
Le tappe in Calabria - Anche in Calabria saranno effettuate diverse visite a Catanzaro, Cosenza, Palmi, Vibo Valentia e Reggio Calabria. In particolare, a Reggio Calabria, alla casa circondariale "Panzera", il 16 agosto 2019, sarà presente anche l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, unitamente all'avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell'Osservatorio Carcere Ucpi, agli avvocati Emanuele Genovese, Paolo Tommasini, Giuseppe Belcastro e Giuseppe Cherubino.
"La presenza in Calabria, e nello specifico a Reggio, del nostro presidente Caiazza, è il segnale della rinnovata attenzione della comunità dei penalisti italiani verso una regione affamata di diritti, di garanzie e del rispetto dello Stato di diritto, precondizioni essenziali per una crescita sociale, civile ed economica dei nostri territori", specifica in una nota stampa l'Osservatorio.
camerepenali.it, 16 agosto 2019
In questo preciso momento, nel nostro paese, il populismo non rappresenta più una moda o una corrente di pensiero, ma è divenuta una vera e propria forma di governo. Gli eletti dal popolo sono così profondamente legati al suo sentire da non aver più in mente quello che dovrebbe essere l'obiettivo principale, ovverosia realizzare il programma che li ha premiati e costretti ad una improbabile ed ibrida coalizione.
di Mariagrazia Mancuso
thewam.net, 16 agosto 2019
Parliamo del Ferragosto in carcere, un'iniziativa promossa dal Partito Radicale e a cui ha aderito l'Osservatorio Carceri dell'Unione Camere Penali Italiane. A tal proposito, abbiamo ascoltato l'Avvocato Giovanna Perna, responsabile regionale dell'Osservatorio Carceri della Campania. Il legale ci dà informazioni su questa iniziativa e sulla situazione attuale degli istituti penitenziari.
"Ferragosto in carcere – inizia - è promossa dal Partito Radicale, da sempre vicino alle problematiche delle carceri. Ha aderito l'Osservatorio Carceri dell'Unione Camere Penali Italiane, che sta conducendo una dura battaglia rispetto le norme che continuano a violare i principi umani dei detenuti ristretti nel carcere. Soprattutto in periodi come questo - periodo di gran caldo - in cui le problematiche all'interno delle carceri si amplificano sempre di più, l'Osservatorio Carceri dell'Unione Camere Penali Italiane ha voluto manifestare la propria vicinanza.
E lo ha fatto interpellando tutti gli osservatori dell'Italia. In particolare, io che sono la responsabile regionale dell'Osservatorio Carceri della Campania, mi sono subito fatta promotrice di questa iniziativa. Ho voluto visite in tre istituti importanti: l'Icam di Lauro - dove sono ristrette donne con bambini-, l'istituto di Bellizzi Irpino ad Avellino e quello di Ariano Irpino.
Lo scopo di questa iniziativa - continua - è quello di sensibilizzare la società civile. Purtroppo oggi il problema del carcere è un problema culturale. Bisognerebbe far capire ai cittadini quali sono le effettive condizioni dei detenuti all'interno del carcere. Questo perché è molto difficile far comprendere che nei penitenziari, spesso, si sta male e invece vanno garantiti una serie di servizi inalienabili ai detenuti, in quanto persone".
Il carcere dovrebbe avere una funzione, prevista dall'articolo 27 della Carta Costituzionale: "L'imputato non può essere considerato colpevole sino ad una condanna definitiva e le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono quindi tendere alla rieducazione del condannato". Questo principio si deve leggere in combinazione con l'articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti: "Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o a trattamenti inumani e degradanti".
Ebbene, questo è il nostro scopo: quello di verificare, monitorare e osservare che all'interno delle carceri che la pena abbia la funzione di rieducazione. L'iniziativa è stata organizzata in settanta istituti penitenziari, sparsi su tutto il territorio nazionale. Circa trecento le persone tra dirigenti, militanti del partito radicale e avvocati che hanno inteso partecipare. In modo particolare, vi è la presenza del Garante dei detenuti.
Anche Avellino ha questa figura istituzionale che è appunto il garante provinciale, il quale svolge questa attività quotidianamente. Dunque, il Ferragosto nei penitenziari è un'iniziativa simbolica e per quello che ci riguarda - io sono anche collaboratore del garante dei detenuti - monitoriamo i carceri di Avellino e provincia quotidianamente. Visitiamo, infatti, gli istituti ogni venti giorni per dare un contributo a quelle che sono le esigenze dei detenuti all'interno dei penitenziari", dice. "Le condizioni dei nostri penitenziari - afferma Perna - sono molto critiche. Sia da un punto di vista strutturale che da un punto di vista dei trattamenti all'interno degli istituti. Riguardo quest'ultimo punto, penso ad Ariano Irpino dove c'è un solo educatore su un numero importante di carcerati, che quindi non riesce a sopperire a tutte le esigenze dei ristretti. Come dicevo, ci sono anche carenze strutturali.
Ad esempio l'istituto di Bellizzi Irpino è ristrutturato solo in parte. Ma, negli istituti penitenziari del nostro territorio, abbiamo un'oggettiva difficoltà: assicurare la presenza del medico psichiatra. Il problema sanitario è un problema serio perché tutte le patologie all'interno del carcere si amplificano durante il periodo di detenzione.
Di conseguenza, la figura dello psichiatra è di vitale importanza. Questa situazione si verifica, nello specifico, nell'istituto di Sant'Angelo de Lombardi ed è devastante per tutto il sistema carcerario. Il resoconto è che purtroppo, oltre al problema del sovraffollamento che caratterizza tutti gli istituti a livello nazionale, c'è il problema sanitario che comporta una serie di patologie". "In ultimo, ritengo che per i carcerati ogni giorno è uguale all'altro.
Quando si è privati della libertà personale non c'è una cognizione dei giorni da calendario rosso come per chi vive all'esterno. Personalmente, mi sento di dire che il Ferragosto, in queste condizioni, non può essere festeggiato all'interno di istituti penitenziari perché mancano quelle che sono le cose più importanti. Ad esempio, per quanto riguarda la salute mancano gli strumenti, le medicine, le visite specialistiche.
E mancano i trattamenti, le uniche che dovrebbero consentire al carcerato di aver maturato il percorso con la consapevolezza del reato commesso. Del resto, come sempre ripete il garante dei detenuti, il carcere ci restituisce quello che c'è dentro. Se fallisce l'attività della rieducazione della pena, è un evidente fallimento di tutta la società", conclude l'avvocato Perna.
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 16 agosto 2019
La denuncia del garante dei detenuti Mellano dopo la visita alle Vallette. Nel carcere di Torino ci sono oggi 1310 detenuti quando la capienza massima dell'istituto penitenziario è di 1000 persone (un tempo erano 1.480). È quello che emerge dopo la visita di questa mattina del garante regionale Bruno Mellano e della garante comunale Monica Gallo che hanno aderito all'iniziativa lanciata dal partito radicale e dall'Unione Camere Penali in tutte le 190 carceri italiane. "Ci sono problemi strutturali di alcuni locali, come i bagni e le docce, ma anche stanze sui quali servirebbero investimenti - spiega Mellano - Ma gli investimenti dovrebbero riguardare anche il personale di educatori, agenti e mediatori se l'obiettivo è costruire dei percorsi che abbiano un significato in carcere e non siano solo detenzione e attesa". Ci sono carceri, come quello di Alessandria dove la popolazione straniera tocca il 70 per cento, e una media del 46 per cento in Piemonte, ben al di sopra del dato nazionale.
di Anna Nelli
cronachedi.it, 16 agosto 2019
Le cronache, anche di questi giorni, ci parlano di bande di giovanissimi, che in "branco", picchiano persone indifese, senza un senso, un preciso scopo, picchiano immigrati, anziani, bagnini, altri adolescenti.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 16 agosto 2019
Il Tribunale civile di Milano non consente l'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo: "Non si può far dire alla legge qualcosa che non dice, sostituendo il legislatore". Quelle norme vanno prese sul serio: specie se cozzano con i valori costituzionali.
Il Fatto Quotidiano, 16 agosto 2019
La crisi di governo voluta da Salvini ha fatto saltare il banco anche sulla riforma che il ministro M5s aveva elaborato. Ora è lui stesso a sottolineare le priorità e i rischi: "La riforma della prescrizione è già un traguardo di giustizia e civiltà rispetto al quale non si può e non si deve tornare indietro".
- Salerno: protesta dei Radicali Italiani "ai detenuti negano il lavoro"
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- Firenze: il Sindaco Nardella "Sollicciano in emergenza, stiamo sprecando soldi"
- Genova: "Ferragosto in carcere", anche a Marassi i politici visitano i detenuti
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