di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 ottobre 2019
Il Giudice tutelare di Roma riconosce la volontà del paziente anche senza testamento. Alla Camera dalla prossima settimana riprende l'iter della legge sulla dolce morte. Mentre un'altra sentenza di tribunale, dopo quella della Consulta, segna la via per la libertà di scelta nel fine vita, Beppe Grillo dal suo blog scuote le coscienze dei suoi seguaci invitandoli a non essere "estremi anche nella bacchettoneria" e a non mettere bocca in decisioni altrui che riguardino soltanto la propria morte. E il Parlamento finalmente si decide a riavviare l'iter della legge che, nelle istanze della maggioranza dei cittadini italiani, secondo gli ultimi sondaggi Swg, dovrebbe contenere la legalizzazione dell'eutanasia.
"La prossima settimana riprendiamo i lavori sul fine vita", ha assicurato la presidente della Commissione Giustizia della Camera, la pentastellata Francesca Businarolo, spiegando che "sono già state fatte numerosissime audizioni" e che "ora, con nuove condizioni politiche e la bussola della sentenza della Corte Costituzionale, possiamo portare avanti il nostro compito con maggiore serenità".
L'iter si era infatti interrotto a Montecitorio il 31 luglio, arenato per l'impossibilità di arrivare ad un testo base condiviso prima della pausa estiva, malgrado l'imminente scadenza fissata dalla Consulta. A settembre poi la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, aveva tentato di ottenere una proroga dei limiti temporali imposti. Ma la Corte, come largamente previsto, il 25 settembre ha depenalizzato l'aiuto al suicidio in determinate situazioni, dichiarando di fatto non punibile Marco Cappato per il sostegno dato a Dj Fabo.
Ieri però un'altra sentenza, questa volta del Giudice tutelare del Tribunale di Roma, ha ricordato alla politica che esiste la libertà di scegliere come morire e ha dichiarato ammissibile che un amministratore di sostegno richieda l'interruzione delle cure della persona amministrata, anche in assenza di testamento biologico, quando il paziente non sia più in grado di esprimersi ma sia stata accertata la sua volontà, sia pure solo in via presuntiva, alla luce di dichiarazioni rese in passato. Inoltre, secondo la IX Sezione civile, non è necessario l'intervento del Giudice tutelare, a meno che non vi sia opposizione a procedere da parte del medico. "Con questa importante pronuncia, il tribunale mette in primo piano la volontà della persona, evitando che, come nel caso Englaro, per anni si sia costretti a combattere nei tribunali per vederla riconosciuta - spiega Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Luca Coscioni e a capo del team di avvocati che ha seguito il caso - Il giudice tutelare ha confermato la portata della legge 219/17 sulle Disposizioni anticipate di trattamento: la volontà della persona malata, non più capace di esprimersi, è stata conosciuta e ricostruita, perché espressa in precedenza anche in assenza di testamento biologico".
In sintonia con la giornata, e forse ispirato dai dati della ricerca Swg commissionata dall'Associazione Coscioni che attesta come il 93% degli italiani sia favorevole all'eutanasia (ma anche all'aborto in day hospital per il 70%, alla fecondazione assistita per l'82%, alla legalizzazione della cannabis e alla ricerca sugli embrioni per oltre il 50%), è il post di Beppe Grillo. Il leader del M5S racconta infatti sul suo blog di come, in visita in un ospedale, sia venuto a contatto con l'idea che nella morte si è comunque sempre soli e che ciascuno può decidere solo per sé.
"Una cosa privata e triste, un intimo precipizio, la nuova casa per quel che mi resta - scrive il comico genovese descrivendo lo sguardo di un uomo su una barella - Non lo so cosa devo pensare, ma non ho la favella di buona lega davanti a quel finale. Non capisco e non capirò mai come possa venire in mente di metterci a dettar legge al mistero triste e fabbricare impicci e cavilli vari per ostacolare quelle pochissime scelte che restano alla fine.
Non ficcate il naso nelle cose degli altri sino a questo punto - esorta Grillo - non siate estremi anche nella bacchettoneria. Non andate a confrontarvi i vestiti buoni per partecipare a tiritere sull'etica e discussioni profonde sullo strazio. Lasciate perdere comitati di discussione, so che è difficile, ma basta lasciare che ve ne freghiate come ve ne freghereste di quell'uomo. Proviamo a chiamarlo di nuovo "Signore" e lasciamogli scegliere quello che ritiene il meglio per sé".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 3 ottobre 2019
I dati del Viminale. "Continuiamo a registrare un trend in diminuzione degli arrivi via mare nelle nostre coste" spiega la ministra Lamorgese, ma "sono in aumento gli sbarchi autonomi, in particolare dalla Tunisia". La ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, si è presentata ieri alle commissioni congiunte di Senato e Camera per fare il punto sul tema migranti alla vigilia della riunione del Consiglio europeo del 7 e 8 ottobre.
"Nel 2018 sono stati 6.820 i rimpatri forzati e 1.161 quelli volontari - ha spiegato. Nel 2019 fino ad oggi siamo a quota 5.044 rimpatri, più 200 volontari". Risultati scarsi, quindi, come nel resto del continente. Sul tavolo la prossima settimana ci sarà la richiesta di "un'iniziativa europea per favorire nuovi accordi di riammissione e per implementare quelli in vigore".
Se il governo gialloverde non è stato efficace sui rimpatri, ha avuto invece un impatto forte sulle richieste d'asilo: le istanze sono scese da 118.440 del 2018 a 50.298, con un taglio del 58%. Gli arrivi non destano allarme: "Abbiamo registrato un aumento degli sbarchi autonomi, in particolare dalla Tunisia. Ma il trend nel 2019 è in calo del 63%: 7.783 contro 21.112 del 2018", ha spiegato Lamorgese. Tema caldo le ricollocazioni tra i paesi Ue: "Solo pochi stati si sono impegnati e le procedure non sono agevoli. Per il 2018-2019, su 855 sbarcati in Italia, le offerte di accoglienza sono state per 673 persone e, di queste, solo 241 sono state effettivamente trasferite".
Il pre-accordo siglato a Malta sarà il punto di partenza della discussione: l'intesa prevede la distribuzione automatica dei migranti e la possibilità di attivare una rotazione volontaria dei porti di arrivo; i ricollocamenti dovranno avvenire entro 4 settimane e sarà lo stato che accoglie a procedere a eventuali rimpatri.
"È un progetto pilota che può essere rimaneggiato", ha concluso Lamorgese. Per poi aggiungere: "Il lavoro può essere agevolato dalla individuazione di paesi sicuri" direttamente in Africa, punto in cima all'agenda del ministro Di Maio. Ma dal ministero dell'Interno tedesco ieri è arrivato l'avvertimento: "La Germania è orientata ad abbandonare il meccanismo automatico di redistribuzione qualora dovesse creare un significativo aumento di arrivi di migranti".
di Diego Motta
Avvenire, 3 ottobre 2019
Si vive nel limbo perché nel limbo si finisce. Non per scelta, ma per legge. È il destino di migliaia di migranti nel nostro Paese, quello che abbiamo raccontato tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno, a cavallo di due diverse stagioni politiche.
Storie che hanno in comune da un lato l'assoluta precarietà dei loro protagonisti, chiamati a vivere "più vite" in una vita sola, e dall'altro la testimonianza operosa e silenziosa di tanti educatori, psicologi, medici e volontari che li hanno incontrati nel loro peregrinare. Il bilancio del nostro viaggio non può che partire da questa constatazione: più è profondo il travaglio del migrante finito nel girone degli "invisibili", più si allarga il bisogno di solidarietà nascosto nelle comunità.
Erano tre gli aspetti che volevamo decifrare in questo percorso di svelamento: quanto pesasse, nelle storie di queste persone, l'abolizione della protezione umanitaria decisa un anno fa; quanto si fosse ristretto il perimetro dell'accoglienza dopo il ridimensionamento degli Sprar; chi e in che modo potesse rispondere alla presenza dei migranti irregolari.
Ci siamo imbattuti, in questo modo, in vicende sorprendenti che dimostrano quanto poco buon senso ci sia stato in alcune scelte legislative e quanto invece sia fondamentale la supplenza esercitata dal tanto vituperato Terzo settore. Avere un contratto di lavoro a tempo, ad esempio, è stata un'aggravante per chi ha chiesto in questi mesi di poter rimanere in Italia: molti racconti ce l'hanno ricordato, si trattasse degli ex "sfruttati" della piana di Gioia Tauro oggi impiegati nei vivai del Sud o del pizzaiolo di Milano accolto dalla Caritas.
Neppure i percorsi scolastici e di apprendimento della lingua italiana, le attività sportive o di volontariato che alcuni hanno intrapreso, sono garanzia di permanenza nel nostro Paese, soprattutto se si affronta il delicato passaggio alla maggiore età. Per non parlare della questione abitativa: a Bergamo abbiamo raccolto testimonianze di "invisibili" che si accalcano alla stazione e hanno come riferimento i dormitori pubblici: di fatto non esistono.
E anche la provenienza conta molto relativamente oggi davanti alle Commissioni territoriali, perché diventa sempre più difficile dimostrare di essere in situazione di oggettivo pericolo in caso di rimpatrio forzato nel proprio Paese d'origine.
I rimpatri, appunto. Sono fermi, perché nessuno riesce a rendere operative le scelte dei giudici e perché mancano accordi bilaterali con gli Stati interessati. Su tutto, trionfa esasperante la cronica burocrazia italiana, che allunga i tempi di attesa, cambia norme in corso d'opera, di certo non semplifica percorsi già molto complicati.
Anche i legami familiari non sono di per sé una garanzia, come ha dimostrato la bella storia di Cosenza di una coppia unita in vincolo d'amore dal matrimonio e di fatto separata dai diversi pronunciamenti della magistratura, tra chi ha diritto d'asilo in Italia e chi non ce l'ha. I nodi lasciati aperti dalla nostra inchiesta sono sostanzialmente tre e spetterà al nuovo ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, farsene carico nei prossimi mesi.
Riguardano la reintroduzione della protezione umanitaria, la cui concessione è crollata da oltre il 20% al 2%; l'abrogazione della norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo; il riavvio di un sistema nazionale di accoglienza che promuova l'inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione. Sono peraltro tre dei punti contenuti nell'appello lanciato recentemente dalla campagna "Io Accolgo", che racchiude le principali organizzazioni del Terzo settore attive nel campo dell'immigrazione e della tutela dei diritti umani. Sono passi obbligati, che permetterebbero di fare chiarezza e portare alla luce tante storie nel limbo, che meritano una risposta civile da parte dello Stato.
La Repubblica, 3 ottobre 2019
L'amministrazione Trump ha pronto un sistema per raccogliere e conservare i dati genetici degli immigrati entrati clandestinamente nel Paese. Insorgono le associazioni dei diritti civili. Il governo americano vuole prendere il Dna di tutti i migranti entrati illegalmente negli Stati Uniti. Il piano è stato svelato da alti funzionari dell'amministrazione Trump. Il Dipartimento della sicurezza interna (Dhs) sta lavorando su un programma che permetta di raccogliere le informazioni genetiche degli immigrati e di registrarli in un database dell'Fbi chiamato Codis che raccoglie milioni di profili di persone arrestate o riconosciute colpevoli di delitti o di crimini. Dati che potranno essere utilizzati anche da altre agenzie federali.
Alcuni responsabili del Dhs hanno detto che questa politica permetterebbe di dare agli agenti di frontiera una idea migliore della situazione dei migranti detenuti. "Questo permetterà - dicono al Dhs - di migliorare la nostra capacità di identificare una persona che prova ad entrare illegalmente nel Paese ed aiuterebbe anche altri organismi". Il fatto di prendere e tenere i dati del Dna di persone detenute ma non condannate ha scatenato le associazioni per i diritti civili. "Non è una lotta alla criminalità ma un controllo della popolazione, cosa contraria alle nozioni basilari di libertà", ha scritto la Aclu in un comunicato.
Secondo l'amministrazione, però, il tutto è reso lecito da dei regolamenti del ministero della Giustizia del 206 e del 2010 che non sono mai stati attuati. Già da qualche mese le guardie di frontiera fanno dei test rapidi ai migranti in transito, soprattutto per confermare i rapporti familiari dichiarati. Ma il programma previsto permetterà di recuperare molte più informazioni e soprattutto di conservarle.
italiastarmagazine.it, 3 ottobre 2019
Russell Bucklew, affetto da un tumore che gli provocava sanguinamenti, è stato giustiziato in Missouri. Condannato per omicidio, si era pentito ed era considerato un detenuto modello. Alle 18:23 ora locale, è stato dichiarato il decesso di Russell Bucklew, giustiziato ieri nel carcere di Bonne Terre, in Missouri. Inutilmente, dopo che il governatore Mike Parson ha negato l'istanza di clemenza, gruppi di attivisti e associazioni umanitarie si sono battuti per evitargli la pena capitale, già sospesa nel 2014 e lo scorso anno per ragioni di salute. L'uomo, secondo la difesa, era già condannato: soffriva di emangioma cavernoso, una malattia gli aveva causato tumori alla testa che provocano sanguinamenti continui da bocca, naso e orecchie. L'iniezione letale avrebbe potuto rompere i delicati vasi sanguigni provocandogli una morte atroce.
A tentare di arginare l'ondata di polemiche nata dopo la notizia della morte di Bucklew sono arrivate le parole di Morley Swingle, ex procuratore della contea di Cape Girardeau che ha assistito all'esecuzione, assicurando che il condannato ha avuto una morte "molto serena". Una versione confermata anche da un reporter della rete KFVS, secondo cui Bucklew era steso su una barella e non ha sofferto: dopo l'ultimo sospiro, più profondo degli altri, ha smesso di muoversi.
"Piangiamo l'inutile morte di Russell Bucklew - ha commentato Cassandra Stubbs, direttrice del Capital Punishment Project dell'American Civil Liberties Union - lo stato del Missouri ha eseguito un'esecuzione che ha violato il diritto internazionale, nonostante il pentimento del signor Bucklew e il suo esemplare stato di detenzione. L'idea che uccidere quest'uomo - malato terminale e detenuto modello per 23 anni - valeva la macchia sulla nostra democrazia e la nostra umanità è una vergogna".
Bucklew era stato condannato a morte per un caso di furto con scasso, sequestro di persona e omicidio di primo grado avvenuto nel 1997: aveva ucciso Michael Sanders, nuovo compagno della sua ex fidanzata, Stephanie Ray Pruitt, che aveva rapito e stuprato. Era stato fermato dopo un conflitto a fuoco con la polizia in cui un agente era rimasto ferito. La sua è la prima esecuzione in Missouri dal gennaio 2017.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 3 ottobre 2019
I manifestanti sono poco interessati alla politica. Molti slogan echeggiano quelli espressi in questi giorni dal malcontento popolare in Libano e Tunisia. Non vogliono rivoluzionare il sistema, come speravano invece le "primavere arabe" otto anni fa. Il popolo iracheno scende in piazza contro la disoccupazione, la povertà, la corruzione e la mancanza di servizi. Baghdad, Kut, Nassiriya e molte zone urbane del centro-sud sono nel caos. Negli scontri tra polizia e manifestanti da martedì si registrano almeno sette morti, i feriti sono oltre 300. I bilanci di sangue paiono destinati a crescere. Si tratta dei disordini più violenti dall'affievolirsi dello scontro contro Isis due anni fa nel nord. Certo più gravi e diffusi di quelli che interessarono la regione di Bassora nel 2018.
La coalizione di governo del premier Abdel Abdul Mahdi vacilla. Era già fragile di suo dopo che le ultime elezioni avevano sortito un risultato poco chiaro. Ma ora potrebbe avere le settimane contate. Le Nazioni Unite appellano alla calma. Persino Muqtada al Sadr, lo storico leader dell'estremismo sciita passato a coalizzarsi con i comunisti contro i settarismi, oggi tace in nome della pace sociale.
Va però detto che i manifestanti sono poco interessati alla politica. Molti slogan iracheni echeggiano quelli espressi in questi giorni dal malcontento popolare in Libano e Tunisia. Non vogliono rivoluzionare il sistema, come speravano invece le "primavere arabe" otto anni fa. Non si appellano alla democrazia o alla libertà di stampa. E per una volta l'antico scontro tra sciiti, sunniti e curdi, che tanto sangue ha fatto versare agli iracheni, qui non c'entra. Non hanno neppure un programma definito o leader riconosciuti. Nei loro slogan chiedono di "cambiare il governo", ma si accontenterebbero di riforme serie e verificabili.
ilfarosulmondo.it, 3 ottobre 2019
Non è cambiata la Libia del prima e dopo Gheddafi per i migranti costretti a transitare in un Paese che non contempla un sistema d'asilo, né ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti dell'Uomo. Eppure sono stati stretti nuovi accordi tra la Libia e l'Europa, che vi ha riversato fiumi di finanziamenti, investimenti e contratti per gas e petrolio.
Per i migranti dal 2006 ad oggi nulla è cambiato: la Libia resta un luogo di detenzione brutale e disumana su cui l'Occidente continua a chiudere gli occhi, accrescendo anzi il ruolo di argine coatto, per impedire a chi scappa per salvare la propria vita di raggiungere le coste della Fortezza Europa.
La trappola libica - È l'allarme lanciato dal dossier "0021, trappola libica" della onlus In Migrazione. 0021 come il prefisso internazionale libico: quello che i detenuti compongono sui cellulari che sono riusciti a nascondere per far sentire le loro voci sull'altra sponda del Mediterraneo. Il dossier riporta terribili testimonianze dei profughi. "Ti tirano il cibo in faccia, ti picchiano senza alcun motivo, ti prendono a schiaffi, ti minacciano con i fucili e le pistole, qualsiasi libico ora ha fucili o pistole, te le puntano alle tempie". Così John da Gandufa, uno dei carceri per potenziali "clandestini", sintetizza la Libia vista dai migranti intrappolati a metà strada tra il deserto e il mare, tra il Corno d'Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea) e l'Europa. "Siamo come animali legati un po' con la corda lunga...", aggiunge Ahmed.
"Nella stessa stanza di quattro metri per quattro siamo in 17. Qui non c'è scelta, ci facciamo coraggio e cerchiamo di resistere". Chi parla è un minorenne. Insieme a lui e ad altre 500 persone, nel campo della Mezzaluna rossa di Benghazi c'è Ali: "I nuovi arrivati si spaventano subito anche solo guardandoci per come siamo rimasti in otto mesi...". Nelle carceri libiche, donne, uomini e anche bambini sono tenuti a pane e acqua, dormendo per terra senza materassi. Ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia: percosse, botte, stupri e torture. I carceri, i campi di detenzione e le strutture adattate a prigioni in questo paese sono diventate decine e decine: Ganfuda, Majer, Misurata, Abu Salim e al-Zawiya.
Stime di Amnesty International - Secondo le stime di Amnesty International sono operativi 17 centri di trattenimento che ospitano circa 5mila migranti forzati a cui si vanno ad aggiungere le altre diverse migliaia che affollano le carceri comuni e i campi di accoglienza gestiti dai miliziani, stimabili tra le 4mila e le 6mila persone. Il comitato internazionale della Croce Rossa ha visitato 60 strutture a vario titolo detentive in Libia. È noto soprattutto tra i migranti che i centri di detenzione più duri siano nel deserto. Su tutti per condizioni disperate di vita e vessazioni ai danni dei profughi, il campo di Kuhfra e quello Sabha. Quest'ultimo "ospita" al suo interno addirittura 1.300 persone. In questi luoghi e in maniera diffusa e sistematica sono incalcolabili le denunce di trattamenti crudeli e degradanti.
Non rimane che la via del mare, attraversare il mare rappresenta l'unica via per tentare la salvezza. Nonostante le voci corrano e la consapevolezza di rischiare la vita sia alta tra i migranti, non c'è un futuro al quale si possa aspirare e dunque niente da perdere. Prendere il mare può volere dire andare a ingrossare le fila delle quasi 20mila vittime che giacciono sui fondali del Mediterraneo. Per la precisione, dal 1988 ad oggi ci sono stati quasi ventimila morti nel tentativo di raggiungere la "Fortezza Europa".
L'Italia e i migranti - L'Italia - in un quadro più complesso e generale di politiche Ue in materia di immigrazione - ha scelto di delegare di fatto alla Libia il controllo delle frontiere. Lo ha fatto con il patto d'amicizia nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi, rinnovato poi nel 2012 con la ratifica tra il ministro Cancellieri e il suo omologo libico Fawzi Al-Taher Abdulali, (resa pubblica tre mesi dopo). Lo ha confermato nel 2013, quando l'attuale premier Enrico Letta ha incontrato a Roma il primo ministro libico, Ali Zeidan Mohammed rinnovando il ruolo della Libia a difesa d'Europa. Scelte che di fatto delegano un ruolo a un Paese dove non esiste il rispetto dei diritti umani e dei diritti d'asilo. In altri termini si continua quell'approccio all'immigrazione che fu premessa dei famigerati respingimenti collettivi in acque internazionali, che sono costati all'Italia una condanna da parte della Corte Europea dei diritti dell'Uomo. Secondo Simone Andreotti, presidente di In Migrazione, "evitare queste morti non è impossibile. Sarebbe sufficiente permettere a queste persone di ottenere un lasciapassare nelle ambasciate e nei consolati europei nei Paesi di transito, per poter fare richiesta d'asilo in Europa. Una scelta che metterebbe fine alla sofferenza delle persone, che salverebbe tante vite e che spezzerebbe gli interessi del traffico di esseri umani. Un modo per smarcarsi definitivamente dai ricatti di paesi che trasformano l'apertura o la chiusura delle frontiere in un'arma di pressione internazionale.
di Associazione Yairaiha Onlus
quicosenza.it, 2 ottobre 2019
Quando si parla di lavoro intramurario è difficile immaginare il lavoro svolto dai detenuti come un lavoro "normale". Nella percezione comune il lavoro in carcere equivale ad una estensione della pena stessa con funzione retributiva sfiorando, pertanto, l'idea tanto cara a certa politica, che auspica la reintroduzione dei lavori forzati.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
Schiarita lontana sulla prescrizione, non su tutto il ddl. Sulla prescrizione l'intesa tra M5S e resto della maggioranza è in alto mare. A maggior ragione dopo le parole di Renzi, che sul tema ha minacciosamente prefigurato "suggerimenti in aula", e dopo i 5 giorni di astensione proclamati dall'Unione Camere penali.
affaritaliani.it, 2 ottobre 2019
Sono circa 200 i detenuti in attesa di un posto in Rems: 43 solo nel Lazio. A Rebibbia c'è Giacomo Sy, arrestato a luglio 2018 per un furto da 60 euro. È detenuto illegalmente da quattro mesi, dopo aver scontato la pena a cui era stato condannato: da alcuni giorni è in isolamento, Giacomo Sy, 25 anni, destinato a una Rems ma, in mancanza di posti, dal 2 luglio 2018 rinchiuso a Rebibbia, dove da alcuni giorni è in isolamento, perché i suoi problemi psichiatrici (un bipolarismo aggravato dall'uso di sostanze) sono aggravati dalla detenzione prolungata e dalla mancanza di cure appropriate.
- Cos'è la giustizia riparativa, voci e testimonianze dagli istituti di pena
- Parma. Trasferimenti no-stop di detenuti. Il Garante: "celle invivibili, adesso basta"
- Calabria. "Illegittima la nomina del Garante dei detenuti", presentato ricorso al Tar
- Lo Stato di diritto e le tutele da applicare anche ai "cattivi"
- San Gimignano (Si). Corleone: migliorare le condizioni di vita nel carcere









