Il Centro, 14 agosto 2019
Si è tolto la vita in carcere, presumibilmente quando gli altri detenuti dormivano. E il corpo è stato scoperto solo ieri mattina. Non c'è stato niente da fare per un 33enne bulgaro, in Italia senza fissa dimora, che era stato trasferito un paio di mesi fa nel carcere di Pescara da Roma e aveva problemi di tossicodipendenza.
L'uomo, assistito dall'avvocato Luca Pellegrini, era stato arrestato a maggio dopo aver messo a segno con un complice il furto di un cellulare, strappato al proprietario all'esterno della stazione ferroviaria Ostiense, a Roma. Quella notte era stato subito notato dai carabinieri che avevano assistito alla sua fuga su un ciclomotore, insieme a un complice, un uomo algerino, che lo aspettava sul mezzo, e poi i militari lo avevano bloccato. L'arresto era stato convalidato e nei confronti del 33enne era stata disposta la misura della custodia cautelare in carcere, così come per l'altro arrestato.
L'uomo, che aveva precedenti specifici, in passato aveva messo a segno in maniera ripetuta reati contro il patrimonio perché puntava a procurarsi il denaro necessario ad acquistare la droga. E proprio di recente aveva annunciato al difensore il suo progetto di seguire un percorso in una comunità di recupero. Dal carcere sarebbe uscito l'anno prossimo ma l'altra notte ha deciso di farla finita all'interno della cella.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 14 agosto 2019
L'iniziativa parte dalla Conferenza dei garanti regionali delle persone private della libertà, che chiedono ai consigli regionali di fare propria una proposta di legge per la "tutela delle relazioni affettive e intime delle persone detenute", per poi presentarla alle Camere.
di Enrico Bellavia
La Repubblica, 14 agosto 2019
La procura ha acquisito le cartelle cliniche di 56 detenuti I controlli riguardano un centinaio di casi. Indagine della procura. Acquisiti i certificati che aprono le celle ai capi del traffico di droga. Referenti di camorra e 'ndrangheta trasferiti in comunità per seguire programmi di recupero.
C'è il broker internazionale della cocaina nato a Roma ma cresciuto in affari con i Bellocco di Rosarno, quello legato ai Giorgi di San Luca e quell'altro che invece cura gli interessi degli Alvaro di Sinopoli. Ci sono i re dello spaccio dell'hinterland, Guidonia e Tivoli, e quelli delle periferie della Capitale, Tor Bella Monaca, su tutte, e poi Tufello, Montespaccato e San Basilio. Quelli che si sono guadagnati l'esclusiva dell'approvvigionamento dai calabresi e dai napoletani di Michele Senese 'o pazzo e che ora godono del loro appoggio per regolare i conti in casa. Come sembra sia accaduto per Fabrizio Piscitelli "Diabolik".
C'è anche il rapinatore di banche che ha ucciso in trasferta. Il balordo che ha sparato dopo una lite in un bar. Il figlio di uno dei pezzi grossi della Banda della Magliana e uno del giro dell'estrema destra di Massimo Carminati. Tutti tossicodipendenti o presunti tali. Alcuni abbastanza in là con gli anni, altri sottoposti al regime di Alta sicurezza.
Tutti pronti a uscire dal carcere di Rebibbia o che già hanno detto addio a sbobba e permessini per acquartierarsi in comunità di recupero. Meno restrizioni, maggiori margini di manovra, spesso la possibilità di tornare a casa dalle cinque del pomeriggio, controlli meno severi. Questo significa ottenere l'agognata certificazione che sancisce la necessità di uscire dal tunnel della dipendenza. Un po' quello che accadeva, e accade ancora, con le diagnosi di patologie psichiatriche. Proprio quelle di cui ha goduto Senese, uno dei "Re di Roma".
Dopo l'infittirsi di casi che hanno costretto a interrogarsi sul profilo di questi pazienti, mischiati ai tanti che tossicodipendenti lo sono per davvero, la procura della Repubblica di Roma ha deciso di aprire un'inchiesta, affidata al pm Barbara Zuin. Screening mirato su un centinaio di nomi, l'ultimo elenco ne conta 56, la cui storia personale e i trascorsi fanno sollevare legittimi dubbi sulla gravità dello stato clinico. Diari, cartelle, relazioni degli psicologi, tutto da valutare in controluce scrutando tra le pieghe dei trascorsi giudiziari dei beneficiari.
L'inchiesta procede con l'acquisizione di tutta la documentazione delle autorità sanitarie che si occupano di droga nel circuito carcerario di Rebibbia. Lì, come dappertutto in Italia, è possibile dichiararsi tossicodipendente, per sottoporsi a un progetto di recupero in comunità. Per farlo occorre che il progetto sia ritenuto adeguato e che ci sia la certificazione di psicologi e medici che dipendono dall'Asl. La valutazione ultima per i condannati spetta al magistrato di sorveglianza, chiamato a decidere sulle carte che il carcere ha prodotto. Per gli imputati in attesa di giudizio, la decisione spetta al giudice per le indagini preliminari.
L'inchiesta della procura mira a stabilire se sia tutto regolare o ci siano state pressioni, minacce o peggio un giro di favori e regalie per ottenere i certificati paragonabili a una sorta di salvacondotto per lasciare la prigione. È l'ennesimo ciclone giudiziario per un carcere, Rebibbia, già teatro di inchieste e girandole di rimozioni seguite a evasioni, episodi di corruzione e carte truccate, che tuttavia si sforza anche di innovare e proporsi come modello nell'ottica rieducativa della pena.
Molti i progetti di reinserimento, dai detenuti a bassa pericolosità e con poco tempo di pena residua, utilizzati come giardinieri o per il ripristino del disastrato manto stradale della capitale, ma anche l'esperimento di un ristorante aperto al pubblico e la produzione di caffè in una torrefazione interna. L'inchiesta tuttavia prende in esame uno degli aspetti della vita di questa immensa cittadella carceraria che in condizioni di sovraffollamento rispetto alla capienza, conta oltre 2.300 detenuti, 369 dei quali donne.
Sulla gestione dei problemi legati alla tossicodipendenza, prima ancora dell'avvio dell'attività della magistratura, esistono delle segnalazioni interne incentrate sulla catena di comando di medici e psicologi addetti al servizio e alle scelte operate per il conferimento di incarichi.
Elementi che si sommano a quelli che la stessa direzione del carcere femminile aveva condensato in una nota alla magistratura. Ora il lavoro dei pm su singoli casi di scarcerazioni o di istruttorie avviate con questo obiettivo. Uno dei criteri in esame è il tempo trascorso tra la richiesta e l'ottenimento del beneficio. Perché, come sa chi si occupa di carceri, lì più che altrove, il tempo non è una variabile di poco conto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 agosto 2019
L'ultima volta che Zahra Mohammadi è stata vista risale al 30 giugno. L'ultima volta che la famiglia ha potuto incontrarla è stata addirittura il 30 maggio, una settimana dopo l'arresto. Era in carcere a Sanandaj, il capoluogo della provincia curda dell'Iran. Poi né l'avvocato né i parenti hanno avuto più sue notizie.
Zahra, 28 anni, ha una laurea in Scienze geopolitiche conseguita presso l'università di Birjiand, capoluogo della provincia del Khorasan meridionale, e un master in Geografia. Ha insegnato curdo a Sanandaj e nei villaggi vicini per una decina di anni, gli ultimi sei dei quali presso l'associazione culturale Nojin, regolarmente autorizzata, fondata nel 2013 e di cui Zahra era stata nominata direttrice.
Agenti dell'intelligence iraniana l'hanno arrestata nella sua abitazione di Sanandaj, nel quartiere di Nayser, il 23 maggio. Con lei, sono state arrestate altre due esponenti di Nojin, poi rilasciate dopo essere state interrogate. Una settimana prima, il 16 maggio, le forze di sicurezza avevano arrestato sette attivisti curdi, tra cui tre donne, che intendevano manifestare di fronte al cimitero del villaggio di Koolan per ricordare l'assassinio di una ragazza del posto. La repressione del governo centrale di Teheran nei confronti delle minoranze etniche e religiose è un fatto consolidato.
"Fosse stata un'analfabeta chiusa in casa, Zahra non sarebbe stata arrestata", ha denunciato la sorella. Infatti, attiviste e attivisti curdi che si battono pacificamente per il riconoscimento dei diritti culturali e la fine della discriminazione vengono spesso arrestati con vaghe accuse di propaganda contro il sistema. L'arresto di Zahra Mohammadi potrebbe inserirsi in questo quadro repressivo. Ma a preoccupare tantissimo è il fatto che da 45 giorni è scomparsa. Non si sa dove si trovi e quali siano le sue condizioni, sul piano legale ma soprattutto fisico.
di Francesco Tortora
Corriere della Sera, 14 agosto 2019
Secondo la Cnn i dimostranti hanno eretto barricate per ostacolare l'avvicinamento degli agenti che alla fine hanno deciso di lasciare lo scalo. Polizia in assetto anti-sommossa all'aeroporto di Hong Kong, occupato per il quinto giorno consecutivo dai manifestanti che chiedono più democrazia. Almeno cinque mezzi carichi di agenti sono arrivati allo scalo dove anche oggi si trovano migliaia di dimostranti. Dopo scontri violenti con i manifestanti le forze di polizia hanno deciso di lasciare lo scalo. Secondo la Cnn i dimostranti avrebbero eretto barricate per bloccare l'ingresso alle forze di sicurezza. Gli agenti avrebbero usato spray al peperoncino, ma non sarebbero riusciti a entrare. Le squadre antisommossa sono state le ultime a lasciare la zona esterna dello scalo, dopo gli scontri con i manifestanti che da cinque giorni occupano l'area. L'aeroporto internazionale è tornato alle normali operazioni nelle prime ore di mercoledì dopo che i terminal sono stati ripuliti e i graffiti dei manifestanti sono stati coperti.
I blindati a Shenzhen - Martedì mattina, immagini inquietanti erano da Shenzhen, città che si trova ad appena 25 km dall'ex colonia britannica. Come mostrano diversi filmati pubblicati sui social, colonne di blindati e di camion militari sono entrati lunedì mattina nella metropoli cinese. "Un avvertimento" secondo i critici di Pechino che invece sostiene si tratti di "una normale esercitazione militare".
Video di propaganda - Il Global Times, tabloid ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha pubblicato una serie di filmati che mostrano i camion militari che si radunano a Shenzhen "prima di apparenti esercitazioni militari su larga scala". Il video, chiaramente di propaganda, mostra blindati e altri veicoli corazzati appartenenti alla forza armata popolare cinese, una polizia paramilitare responsabile del controllo antisommossa e antiterrorismo, che sfila per le strade di Shenzhen. Altri video pubblicati su Twitter mostrerebbero veicoli militari che entrano nel centro sportivo della baia di Shenzhen, un grande stadio che si trova a soli 5 chilometri dal ponte che collega la città cinese a Hong Kong.
L'allarme degli esperti - Le immagini hanno allarmato gli esperti. Adam Ni, un ricercatore di politica estera e di sicurezza cinese per la Australian National University ha dichiarato che l'esibizione militare è uno sfacciato avvertimento per Hong Kong: "Il messaggio della Cina è piuttosto chiaro - scrive su Twitter. Se le proteste aumenteranno ulteriormente, le forze armate cinesi interverranno". Intanto anche oggi all'aeroporto di Hong Kong sono stati cancellati tutti i voli in partenza a causa delle proteste dei manifestanti per la democrazia. È il secondo giorno di cancellazioni di partenze e arrivi e migliaia di dimostranti stanno occupando per il quinto giorno consecutivo il terminal principale dello scalo. L'Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha espresso preoccupazione per la situazione a Hong Kong e ha chiesto un'inchiesta immediata su comportamenti delle forze dell'ordine nei confronti dei manifestanti.
di Fabio Albanese
La Stampa, 14 agosto 2019
L'Onu: "Gli Stati intervengano". I valdesi: "Noi pronti ad accoglierli". Salvini: "Sbarco da evitare". Tre cento cinquantasei migranti sulla Ocean Viking, cento cinquantuno sulla Open Arms, nessun "porto sicuro" in vista. Le navi umanitarie delle Ong sono ancora nel Mediterraneo centrale, in attesa che accada qualcosa, che l'Ue o anche un singolo Paese accetti di far sbarcare le 507 persone salvate, molte delle quali ormai due settimane fa.
Ma nulla smuove l'impasse. Non gli appelli dell'Unhcr che ancora ieri ha rinnovato la richiesta all'Europa di "dare subito un porto sicuro immediato e gli Stati dovrebbero condividere la responsabilità perla loro accoglienza dopo lo sbarco"; né quelli degli uomini di spettacolo, da Richard Gere ad Antonio Banderas, che si sono spesi per la sorte della Open Arms; non l'appello della Chiesa valdese che si è detta pronta a farsi carico dei migranti; né quello del presidente del Parlamento europeo David Sassoli che si era rivolto al presidente della Commissione Juncker.
Nulla finora, nemmeno denunce e azioni giudiziarie, è servito a smuovere la situazione. Le navi restano in mare, e si preparano ad affrontare il tempo di burrasca che è in arrivo. La Ocean Viking, che finora era rimasta in area Sar libica dove aveva effettuato 4 salvataggi in 4 giorni tra il 9 e il 12 agosto, ieri ha puntato la prua verso nord, dopo aver chiesto il "pos", il porto sicuro, a Italia e Malta: "Ci sono persone che portano i segni strazianti delle violenze fisiche e psicologiche subite nel viaggio attraverso la Libia - ha raccontato Jay Berger, capo progetto di Medici senza frontiere sulla nave. Chiediamo ora un porto sicuro dove sbarcare queste persone vulnerabili. Hanno sofferto abbastanza".
La nave, sulla quale 101 migranti sono minori, 92 dei quali non accompagnati, aveva chiesto il "pos" alla Libia ma ha poi rifiutato il porto di Tripoli perché il Paese non è sicuro. "Tutti i soccorsi che abbiamo condotto sono stati possibili solo grazie all'attenta osservazione del mare. Le autorità non hanno condiviso con noi alcuna informazione - spiega Nick Romaniuk, coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranee sulla Ocean Viking. Solo una volta siamo riusciti a stabilire un contatto radio con uno dei 3 aerei dell'Ue che monitoravano la presenza di barconi in difficoltà. Gli Stati non danno priorità al dovere di salvare vite in mare".
La Ong Proactiva Open Arms aveva fatto appello alla Spagna, Stato di bandiera della nave, attraverso l'ambasciata a Malta, affinché si facesse carico almeno dei 28 minori non accompagnati che ha a bordo. Madrid ha risposto che "è irricevibile" ma confida in una soluzione europea. Il comandante della nave, ha detto il ministro dei lavori pubblici José Luis Abalos, non ha "la competenza legale o l'autorità" per chiedere asilo per i minori.
La Open Arms, per la stessa ragione, si era rivolta anche al tribunale per i minori di Palermo che ieri ha scritto ai ministeri dell'Interno, della Difesa e delle Infrastrutture, per chiedere chiarimenti, rilevando come il divieto di ingresso "delle autorità italiane al capitano della nave, equivale a un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera", vietato dalla legge.
In serata è stata chiesta a Italia e Malta l'evacuazione medica per un bimbo con difficoltà respiratorie e la sua famiglia. Il ministro dell'Interno Salvini ieri ha postato una sua foto al Viminale, annunciando di essere al lavoro "per evitare lo sbarco di 500 immigrati".
Un tribunale tedesco lo ha diffidato per l'uso sui suoi social della foto di un volontario della Ong Lifeline. Nel Mediterraneo centrale, però, si continua a morire. Il ministro dell'Interno maltese Farrugia ha pubblicato la drammatica foto di un minuscolo gommone con a bordo due migranti: uno già morto, l'altro in fin di vita, recuperati dalla Marina: "Noi salviamo - ha scritto - ma non possiamo farlo da soli".
di Sarah Scaparone
La Stampa, 14 agosto 2019
Primi raccolti al Lorusso e Cotugno a fine mese da cinquanta piante coltivate dai detenuti. Si raccoglierà tra fine agosto e inizio settembre il primo luppolo coltivato all'interno della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino.
Il progetto nasce dall'unione di due realtà torinesi: la Cooperativa Sociale Ecosol che già lavora nella stessa struttura producendo lo zafferano e Birra Madama, Brew Firm di Torino guidata dal vulcanico Alessandro Santinelli. Il progetto nasce poco più di un anno fa e oggi vede, su una superficie di 150 mq all'interno del carcere, la crescita di 50 piante di tre varietà: Cascade, Comet e Mount Hood.
"Le prime due - spiega Santinelli - sono molto robuste e capaci di resistere bene alle malattie, mentre la terza si utilizza prevalentemente in Usa, ma poco in Italia. La coltivazione del luppolo che abbiamo iniziato è un progetto sperimentale che potrebbe ingrandirsi e svilupparsi utilizzando l'ampia fascia di terreno ancora a disposizione. E seppur nelle carceri italiane si realizzino diversi prodotti alimentari come il caffè, il cioccolato e la stessa birra, per quanto riguarda l'ambito agricolo legato al luppolo questo è un primato tutto torinese".
E se l'acidità del terreno fa ben sperare per la produzione di questa pianta dal bouquet aromatico importante, l'idea è quella di produrre una birra all'anno che esca con il marchio Birra Madama. "Il luppolo sarà acquistabile anche da altri birrifici per la preparazione delle loro cotte - spiega Santinelli - ma ci vorranno tre anni prima che le piante vadano a regime".
La grande valenza di questo progetto è però innanzitutto sociale: "Abbiamo iniziato con un percorso formativo con cui, insieme ai ragazzi di Terra e Aria, abbiamo spiegato le caratteristiche di questa pianta, infestante e urticante nel fusto, proprio in vista della raccolta. Alcuni detenuti uomini ci hanno aiutato nel piantare il luppolo e stanno iniziando a sentire loro questo progetto: saranno invece le donne a darci una mano per la raccolta, in cui occorrono movimenti più attenti e gentili".
La vendita del luppolo sarà seguita dalla Cooperativa Sociale Ecosol e, quando il percorso terminerà la fase sperimentale, saranno i detenuti stessi a seguire i campi, la crescita e la raccolta delle piante. "Sono entusiasta di questo lavoro - conclude Santinelli - non solo perché per quanto mi riguarda è una grande opportunità di crescita personale, ma anche perché mi piace sperimentare e trovo bellissimo poter lavorare con persone che hanno avuto delle difficoltà, ma che hanno voglia di nuove esperienze, di imparare, di rimettersi in gioco.
Il nostro modo di intendere la birra, poi, parte proprio da un approccio anglosassone in cui il lavoro sul luppolo è fondamentale e fa parte delle scuole moderne che si dissociano dai più classici stili birrai". Birra Madama nasce nel 2014: il nome è un omaggio dichiarato alla città di Torino, il suo centro creativo è in corso Regina Margherita oltre che, in estate, nel Beer-Garden Circus Bar del Parco Le Serre di Grugliasco.
ilfarosulmondo.it, 14 agosto 2019
Il dissidente saudita, Ahmed Abdullah Abdulrahman Shaàyi, è morto in prigione a causa di varie forme di tortura a cui è stato sottoposto e per deliberata negligenza medica. Questo ennesimo crimine avviene mentre è in atto una brutale repressione condotta dal principe ereditario Mohammed bin Salman contro dissidenti, musulmani sciiti e intellettuali.
La rete televisiva Nabaa in lingua araba con sede a Londra, ha riferito domenica che Ahmed Abdullah Abdulrahman Shaàyi è deceduto il 9 agosto nella prigione di Tarfiya nella città centro-settentrionale di Buraydah, in Arabia Saudita. Il rapporto ha aggiunto che il corpo di Shaàyi è stato consegnato alla sua famiglia, e sabato si è tenuta per lui una processione funebre.
Anche il gruppo per i diritti Prisoners of Conscience, un'organizzazione non governativa indipendente che cerca di promuovere i diritti umani in Arabia Saudita, ha confermato il rapporto in un post sulla sua pagina ufficiale Twitter, affermando che le circostanze relative alla morte del dissidente rimangono sconosciute. Shaàyi era detenuto in prigione da un anno e mezzo. Il 3 agosto, il religioso dissidente saudita Sheikh Saleh Abdulaziz al-Dumairi è morto per complicazioni di salute che aveva sviluppato nella prigione di Tarfiya.
Apparentemente Dumairi soffriva di problemi cardiaci e veniva tenuto in isolamento. In passato era stato detenuto in diverse occasioni per il suo attivismo politico e il sostegno ai prigionieri di opinione. L'Arabia Saudita ha recentemente intensificato arresti, azioni penali e condanne motivati politicamente contro scrittori pacifici dissidenti e attivisti per i diritti umani. Negli ultimi anni, Riyadh ha anche ridefinito le sue leggi antiterrorismo per colpire l'attivismo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 agosto 2019
La prescrizione abolita dopo il primo grado? ci provarono anche i dem. È il ministro della Giustizia in carica. Ed è l'autore di una bozza di riforma, giudicata "acqua" dell'ormai ex alleato Salvini, certo ampia per spettro di interventi. Alfonso Bonafede è tra i Cinque Stelle più duri nei confronti della Lega.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 13 agosto 2019
Se in Italia i processi si celebrassero e concludessero speditamente e se fossero preceduti da indagini ragionevoli e giustificate (diciamo che non succede sempre); se le sentenze fossero perlopiù corrette e provviste di motivazioni solide (diciamo che non raramente accade il contrario); se gli uffici giudiziari fossero di norma luoghi di efficienza al servizio del cittadino anziché polverosi gironi di disordine e sostanziale sopraffazione; insomma se la giustizia in questo Paese fosse amministrata meglio, potremmo forse dire che nulla più occorrerebbe?
- Camorra, i capi sono in cella. Il potere nelle mani delle babygang
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