di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
Dal totale fallimento dell'approccio determinato dalle Convenzioni internazionali nel gestire e governare il fenomeno alla sparizione di queste evidenze in fase di rilancio della strategia Onu, un convegno a Roma per fare il punto. Il recente meeting del Segmento ad Alto Livello della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) del marzo 2019 ha posto, in maniera anche più evidente di sempre, la spinosa e irrisolta questione della valutazione delle politiche globali sulle droghe.
Da un lato l'evidenza - nelle cifre fornite dalle stesse fonti istituzionali nonché dagli interventi di molti degli stati membri e delle organizzazioni della società civile - del totale fallimento dell'approccio determinato dalle Convenzioni internazionali nel gestire e governare il fenomeno, dall'altro lo sfarinarsi, fino alla sparizione dal discorso politico, di queste evidenze in fase di rilancio della strategia Onu sulle droghe. La potente inerzia della risposta politica globale ai fenomeni del consumo di droghe, su cui vivono di rendita interi sistemi di potere, economici e geopolitici, continua a riproporre il tema del dialogo tra ricerca (per la valutazione dell'impatto e dei risultati) e politica, e l'esito appare scoraggiante.
Il nodo non è certo tecnico, le politiche pubbliche si possono valutare ed esistono modelli soddisfacenti per farlo, ma è decisamente politico: perché, stando sul livello globale, è evidente che una seria valutazione degli esiti non direbbe solo e tanto che le strade intraprese non portano agli obiettivi prefissati, ma finirebbero con il mettere in discussione gli obiettivi stessi. Quel "mondo senza droghe" della war on drugs finirebbe sotto processo come obiettivo strategico della politica globale ben più dei fallimenti tattici per (non) raggiungerlo. Questo temono i difensori dello status quo, a prescindere dai drammatici costi umani, economici e di giustizia sociale che sono sotto gli occhi di tutti. Ed è proprio questo che sa il movimento per la riforma delle drug policy che sulla valutazione continua a puntare, come ben evidenziato, per esempio, sia dalle iniziative di valutazione indipendente (come il Rapporto ombra curato da Idpc in occasione di Vienna 2019) che dal rilancio dell'approccio di valutazione basato sul rispetto dei diritti umani e ancorato agli obiettivi Onu dell'Agenda 2030. Accade così anche in Italia. Anzi peggio, perché noi non abbiamo nemmeno un Piano d'azione nazionale sulle droghe da valutare (quello di Giovanardi e Serpelloni risale al 2010, mai approvato dalle Regioni e mai riscritto) e l'inerzia è ormai cristallizzata da una indifferenza della politica mai vista prima.
I dati contenuti nella Relazione annuale al Parlamento non sono, agli occhi di un decisore politico, uno strumento utile per capire quale direzione si debba prendere: ci sono dati di processo (cosa si fa), elementi di conoscenza del fenomeno del tutto parziali, e nessun indicatore di risultato e tanto meno di impatto (cosa cambia e in che direzione cambia). Anche da noi, sono ricerche indipendenti quelle che cercano risposte a questo vuoto: l'annuale Libro Bianco, per esempio. Serve uno scatto, su questo terreno.
Lunedì 7 ottobre, un gruppo di associazioni cercherà di fare un passo avanti, si troverà a Roma per discutere di valutazione delle politiche sulle droghe e offrire ai politici una sponda razionale per ripensarle. L'appuntamento è a Roma alle ore 15.00 presso la Sala di Santa Maria in Aquiro in Piazza Capranica 72(iscrizione gratuita ma obbligatoria entro venerdì 4 ottobre alle 12 su fuoriluogo.it). Una occasione - fornita dal progetto europeo Civil Society Forum on Drugs Project, partner italiano del Forum Droghe - per chiamare la politica ai suoi compiti e, insieme, per offrire quel vasto patrimonio di sapere che il movimento di riforma, nazionale e globale, ha accumulato. E che sarebbe davvero ora di investire.
di Flora Casalinuovo
Donna Moderna, 2 ottobre 2019
Pronunciandosi sul caso Dj Fabo, la Consulta ha stabilito che aiutare una persona a morire non è reato. "Ma non significa aver legalizzato il suicidio assistito" spiega il medico Vito Di Piazza. "Ogni caso farà a sé. In attesa di una legge che ancora manca.
Aiutare chi sceglie il suicidio assistito, in molti casi, non sarà più reato. Lo ha deciso la Corte Costituzionale, che è intervenuta nei giorni scorsi sul caso Marco Cappato. Il leader dell'Associazione Luca Coscioni aveva accompagnato in Svizzera Dj Fabo, cieco e tetraplegico, e per questo rischiava 12 anni di carcere. Abbiamo chiesto a Vito Di Piazza, medico primario a Udine e coautore del libro Vivere e morire con dignità (Nuova Dimensione) di commentare la sentenza.
"Dire che da oggi la "dolce morte" diventerà possibile è un errore. È come ammettere di essere arrivati a un traguardo dopo aver fatto pochi passi. Perché la Consulta, nel pronunciarsi sul caso di Marco Cappato, prima di tutto ha messo dei paletti: il malato deve essere in una condizione irreversibile, senza speranze di guarigione, ma lucido e consapevole della sua decisione. Il suicidio assistito deve avvenire in una struttura pubblica e previo parere di un comitato etico territoriale. Proprio su questi 2 ultimi aspetti nutro dei dubbi. I nostri ospedali difficilmente saranno pronti a questa pratica e tanti medici invocheranno l'obiezione di coscienza. I comitati etici, poi, non sono ovunque e non sempre sapranno decidere in tempi brevi. Per ora, quindi, ogni caso sarà una storia a sé e pazienti e famiglie dovranno sopportare un calvario di dubbi e dolore. La verità, infatti, è che il tema del fine vita fa paura e molti medici liquidano l'argomento in corridoio, invece di parlarne con empatia e accompagnare malato e parenti verso una fine dignitosa, in cui la libertà del singolo è più importante di tutto.
La Corte Costituzionale, poi, ha chiamato il Parlamento a decidere sul tema (in Italia manca ancora una norma sul fine vita, ndr). Ma io che lavoro in corsia da anni non credo che vedrò presto questa legge. Parole come eutanasia e suicidio assistito sono un campo minato in questo Paese. La prova è proprio la norma sul testamento biologico, entrata in vigore quasi 2 anni fa. In questo tempo, non ho mai avuto un paziente che lo abbia redatto.
Pochi sanno della sua esistenza, non tutti i registri comunali o ospedalieri (dove depositare il modulo con le proprie volontà, ndr) sono pronti. Eppure sarebbe un passo avanti per la dignità di chi non ha più speranze: dichiarando di non volere trattamenti salvavita come idratazione e alimentazione, un paziente sarebbe staccato dalle macchine e accompagnato alla fine con la sedazione profonda. Senza bisogno di eutanasia".
di Elisa Saccullo
Quotidiano di Sicilia, 2 ottobre 2019
Grazie a un'intensa campagna di sensibilizzazione, l'istituto ha ricevuto in dono quattrocento volumi. Importante iniziativa culturale promossa dalla Casa circondariale di Piazza Armerina. La Casa circondariale, in concomitanza con la settimana nazionale dedicata alla promozione della lettura "Io leggo perché..." ha messo in campo tutta una serie di iniziative con l'obiettivo di rilanciare le attività risocializzanti e culturali.
Tra i primi progetti avviati c'è la riapertura della Biblioteca carceraria, con una campagna per l'incremento dei volumi grazie alle donazioni di privati e di associazioni. Tramite l'impulso dato dalla direzione, più di quattrocento nuovi volumi di narrativa, testi didattici e testi in lingua straniera hanno arricchito, raddoppiandone la consistenza, la dotazione della biblioteca.
Due detenuti, che svolgono attività a titolo volontario, hanno sistemato e catalogato i nuovi libri, distribuendoli ai detenuti che ne hanno fatto richiesta. La geografia degli istituti penitenziari assegna alla Casa circondariale il compito di svolgere attività di risocializzazione e, per questo, si stanno allestendo alcuni ambienti per creare aule didattiche e laboratori. Una volta terminata la ristrutturazione, anche la biblioteca sarà ospitata in un nuovo più ampio locale, per consentire ai detenuti che ne faranno richiesta di accedervi per scegliere i libri da chiedere in prestito.
Un libro va guardato, toccato, sfogliato e solo dopo comprato o preso in prestito. E la valorizzazione della biblioteca rappresenta una grandissima opportunità per i detenuti, che grazie alla lettura possono crescere culturalmente ed eticamente. L'attività della Casa circondariale, però, non si ferma soltanto a questo. Grazie agli operatori della Caritas, è ripresa nei giorni scorsi, quest'anno con il supporto della regista Samantha Intelisano, l'attività teatrale con l'obiettivo di mettere in scena, nei prossimi mesi, una rappresentazione aperta al pubblico esterno. Tutto con lo scopo di creare un dialogo con la società esterna e attenuare l'isolamento del carcere.
di Gad Lerner
La Repubblica, 2 ottobre 2019
La politica dei due tempi non ha mai funzionato: né in economia meno che mai sui diritti civili. Vi ricordate? Li chiamavamo Generazione Balotelli, quei minorenni che pur essendo italiani di fatto restavano privi di cittadinanza. Ebbene, nel frattempo Super Mario ha raggiunto la bella età di 29 anni ma ancora la stiamo aspettando, quella benedetta legge. Il perché si riassume nella sindrome che sembrerebbe attanagliare pure l'attuale governo: "Non vorrete mica fare un favore a Salvini e a Meloni?". Si resta fermi così da oltre un decennio.
Con la sinistra che ha paura di fare la cosa giusta e la rinvia a un futuribile momento propizio, salvo poi recriminare per l'occasione perduta. I Cinque Stelle che per loro natura scelgono di non scegliere, perché la cittadinanza ai figli degli stranieri sarà pure una scelta di civiltà, ma resta argomento "divisivo". E la destra che minaccia e gongola.
Possibile che debba finire così anche stavolta? Giovedì arriva in commissione Affari costituzionali un disegno di legge denominato "ius culturae" perché condiziona il rilascio della cittadinanza al compimento di un intero ciclo scolastico; e già suscita preoccupazione che a firmarlo sia una pericolosa estremista che risponde al nome di Laura Boldrini. Dalla Farnesina il ministro Luigi Di Maio si affretta a dichiarare: "Credo che oggi non sia una priorità".
E Matteo Renzi, appena fuoriuscito dal Pd, lo asseconda: "Se non ci sono i numeri, perché i Cinque Stelle non ci stanno, prendiamone atto. Ma non trasformiamolo in un tormentone". È lo stesso Matteo Renzi che pochi mesi fa accusava il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, di essere sfuggito al voto parlamentare sullo "ius soli".
Ma prima ancora, è lo stesso Matteo Renzi che il 14 giugno 2014, dopo la vittoria trionfale delle Europee, parlando dal palco dell'assemblea nazionale del Pd con issato alle spalle un 40,8% scritto a caratteri cubitali, prometteva solennemente: "A settembre lo ius soli sarà legge". Bastò l'esitazione di un Alfano a fargli fare retromarcia. Finalmente la segreteria del Pd sembrerebbe compatta nel dichiarare che è la volta buona: la riforma s'ha da fare.
Ma ecco s'avanza la deputata Messia Morani che propone di rinviarla al giugno 2020: "Lo ius culturae è un provvedimento sacrosanto - premette - ma parlarne ora è un errore, il Paese è troppo diviso". Quale miracolo dovrebbe compiersi affinché fra nove mesi, invece, il riconoscimento della italianità dei figli di immigrati residenti da un congruo numero di anni, al termine della scuola dell'obbligo, passi sul velluto?
Quanti ulteriori atti di eroismo dovranno compiere degli altri Adam e Ramy, i bambini della scuola Vailati di Crema che scongiurarono il dirottamento di un autobus, perché Salvini e Meloni digeriscano la "concessione" di un diritto già vigente in molti Paesi europei?
La sindrome paralizzante del "non facciamo un favore a Salvini e a Meloni" è l'ultima declinazione di uno dei più ricorrenti errori della sinistra italiana alle prese con scelte di natura riformista: la politica dei due tempi. Prima dimostriamo che siamo capaci di governare i flussi migratori, limitando il numero degli arrivi. Prima facciamo i respingimenti. Prima acceleriamo la scrematura di chi non ha diritto all'accoglienza.
E solo poi, in un secondo tempo, dopo aver dimostrato che anche noi sappiamo fare la faccia cattiva, ci potremo permettere il lusso di varare provvedimenti di integrazione/naturalizzazione degli stranieri residenti. Quand'anche si tratti di bambini privi di legami con i Paesi d'origine dei genitori. Aspetta e spera. Solo che la politica dei due tempi non funziona mai, né in economia né tanto meno in materia di diritti civili. Affonda le speranze riformiste e finisce per allargare i consensi elettorali della destra che pretenderebbe di contrastare.
I fratelli minori della Generazione Balotelli continuano a subire l'umiliazione di chi vorrebbe sentirsi cittadino come gli altri ma finisce nel tritacarne delle lungaggini burocratiche: lo raccontava ieri a Repubblica la campionessa di arte marziale taekwondo, Alessia Korotkova, costretta a ritirarsi dalle competizioni perché da maggiorenne, per indossare la maglia azzurra, devi per forza avere la cittadinanza. I nostri figli, a scuola, hanno smesso da tempo di considerarsi diversi per cittadinanza o per colore della pelle. Possibile che il governo resti incapace di accompagnarne il cammino?
P.S. L'autore di questo articolo è immigrato in Italia che aveva tre anni ed è rimasto apolide fino all'età di trent'anni.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
"I leader mondiali non hanno agito contro i veri responsabili", commenta con amarezza Hatice Cengiz la compagna turca del giornalista saudita, assassinato e fatto a pezzi nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul. Hatice Cengiz non trova pace. La società civile internazionale è dalla sua parte ma si sente tradita. "I leader mondiali non hanno agito contro i veri responsabili", commenta con amarezza la promessa sposa di Jamal Khashoggi, assassinato e fatto a pezzi un anno fa nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul. Lei fu l'ultima che lo vide varcare la porta dalla quale il giornalista saudita non sarebbe più uscito vivo. Cengiz da giorni sottolinea che non lascia dubbi il rapporto della relatrice speciale dell'Onu Agnes Callamard. Fa riferimento a "prove credibili" sulle responsabilità del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) nell'operazione per far tacere Khashoggi, in un modo o nell'altro. Cengiz sa anche che i centri per i diritti umani hanno più volte chiesto giustizia per il giornalista che dalle pagine del Washington Post e altri media non esitava, quando necessario, a criticare apertamente la monarchia saudita. Per questo il reporter aveva deciso di vivere in un esilio autoimposto negli Stati Uniti. Ma queste voci seppur importanti non possono bastare a chi, come lei, ha sete di verità.
Khashoggi non era un oppositore accanito della famiglia Saud ma aveva la "colpa" di aver condannato le presunte riforme proposte da MbS. A segnare il suo terribile destino è stata anche la vicinanza al movimento dei Fratelli musulmani, nemico del regime saudita. Cosa sia accaduto un anno fa solo sanno tutti, anche il Congresso Usa e la Cia. Ma l'evidenza si scontra con il muro del silenzio eretto dall'uomo più potente del mondo, Donald Trump. Il presidente Usa si è anche rifiutato di ricevere Cengiz quando chiese al Congresso verità per il suo Jamal. Trump ha messo al primo posto gli affari del petrolio e le decine di miliardi di dollari che l'Arabia saudita spende ogni anno in armi di fabbricazione statunitense. E ha salvato il rampollo reale e l'Arabia saudita, uno dei principali paesi che violano i diritti umani e civili, delle donne, della stampa, e responsabile da oltre quattro anni di pesanti bombardamenti aerei in Yemen. Per Washington, gli Stati sono "canaglia" solo se nemici degli Usa. Solo chi è in malafede come Trump può credere alle parole di MbS che, in una recente intervista, ha proclamato la sua estraneità all'uccisione di Khashoggi. Non si può avere fiducia nella giustizia saudita e nel processo in corso a Riyadh, dove sono state chieste cinque condanne a morte per altrettanti esponenti di secondo piano dell'entourage del principe ereditario. Pagheranno loro le colpe di altri.
"Jamal mi disse solo: aspettami qui fuori, ci vediamo tra poco. Mi consegnò il cellulare per evitare che potesse essere spiato", ricorda Cengiz. Furono le ultime parole che il giornalista pronunciò prima di entrare nel consolato saudita per ritirare i documenti necessari per il loro matrimonio. Di lui si sono perse le tracce, i suoi resti non sono mai stati ritrovati. Intercettazioni telefoniche arrivate nelle mani delle autorità turche, dimostrano che la sede diplomatica si trasformò in macelleria. Dopo aver strangolato il giornalista, i suoi carnefici lo fecero a pezzi e lo sciolsero nell'acido. Turan Kislakci, presidente dell'associazione della stampa arabo-turca e amico di Khashoggi, ha riferito che la pericolosità di MbS era nota ma mai il giornalista si sarebbe aspettato che "una cosa del genere potesse accadere in Turchia".
Le indagini condotte da Ankara portarono quasi subito all'identificazione di 15 persone, giunte a Istanbul prima dell'appuntamento del giornalista e ripartite subito dopo la sua uccisione. La richiesta di estradizione dei sospetti non è mai stata accolta. Dopo più di due settimane di tentativi maldestri di deviare le indagini, il 19 ottobre Riyadh ammise che Khashoggi era stato ucciso all'interno del consolato da un gruppo di uomini ma ancora oggi nega qualsiasi responsabilità della casa reale. Le settimane successive furono dense di rivelazioni. La Cia, grazie ad intercettazioni di conversazioni telefoniche di MbS e i suoi stretti collaboratori, ha messo a disposizione di Trump un rapporto inequivocabile sulle responsabilità dell'erede al trono saudita. La Casa Bianca ha chiuso gli occhi davanti ad ogni evidenza. Lo stesso hanno fatto gli Stati europei, comprati dai petrodollari dei Saud, buoni alleati dell'Occidente e ora anche di Israele.
MbS dopo qualche mese di purgatorio, è stato riaccolto a braccia aperte dalla "comunità internazionale". La Turchia continua a reclamare giustizia ma l'impegno del "sultano" Erdogan appare il frutto più della rivalità tra Ankara e Riyadh che di un sincero desiderio di verità. In un comunicato congiunto, 20 organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty, chiedono che sia strappato il velo del silenzio sull'assassinio di Jamal Khashoggi.
di Alessandra Colarizi
Il Manifesto, 2 ottobre 2019
Nel giorno che celebra la nascita della Repubblica popolare cinese nell'ex colonia sono state ferite circa 50 persone, 180 gli arrestati. Tutto era stato preparato nei minimi dettagli: la parata militare più imponente di sempre; la festosa sfilata in piazza Tian'anmen con i simboli del miracolo economico; il rituale appello all'unità nazionale e alla "riunificazione pacifica alla madrepatria". E invece il 70° anniversario della Repubblica popolare sarà probabilmente ricordato per gli scontri violenti andati in scena a Hong Kong, dove da giugno la popolazione protesta contro l'ingerenza cinese e l'erosione dell'autonomia promessa nel 1997 al momento dell'handover.
A nulla sono servite le misure di sicurezza preventive dispiegate in mattinata per assicurare il pacifico svolgimento dei festeggiamenti, quest'anno organizzati al coperto, senza fuochi d'artificio, e presieduti dal capo segretario Matthew Cheung in sostituzione della governatrice Carrie Lam, convocata in extremis a Pechino per le celebrazioni. Dopo una prima marcia pacifica nel centro di Hong Kong Island, nel pomeriggio di martedì nuovi disordini si sono verificati tanto a Causeway Bay e Admiralty, sede degli uffici governativi, quanto a Kowloon e nei Nuovi Territori, dove la polizia ha fronteggiato alcuni manifestanti armati di bombe Molotov con lacrimogeni, cannoni ad acqua e, per la prima volta, persino colpi d'arma da fuoco, fino a ieri diretti solo verso l'alto. Secondo quanto confermato dalla polizia, nel sobborgo di Tsuen Wan un ragazzo è stato colpito al petto da un proiettile mentre tentava di aggredire un agente con una spranga di ferro. Il diciottenne, ricoverato presso il Princess Margaret Hospital, è in condizioni gravi ma non in pericolo di vita.
Sarebbero almeno sei i colpi sparati dagli agenti in varie parti della città, stando a quanto riportato dalla stampa locale. Il bilancio provvisorio è di circa 50 feriti, compresi alcuni poliziotti attaccati con un liquido corrosivo. Oltre 180 sono le persone arrestate in relazione a violenze commesse in 13 distretti. Da tempo, a Hong Kong, la ricorrenza del 1 ottobre rappresenta un'occasione per protestare contro il soffocante abbraccio della madrepatria. Ma quest'anno il tentativo di introdurre una legge che - se approvata - avrebbe compromesso l'indipendenza giudiziaria dell'ex colonia britannica ha fatto lievitare il malcontento popolare a un nuovo massimo storico.
Dopo mesi di marce pacifiche e scontri violenti il provvedimento è stato formalmente ritirato, mentre il governo locale ha provveduto a riallacciare il dialogo con i cittadini promettendo misure volte a rilanciare la mobilità sociale e ridurre il costo della vita, arrivando persino a ventilare l'introduzione di riforme politiche una volta ristabilito l'ordine. Una proposta a cui ieri i manifestanti hanno risposto esponendo le cinque dita della mano. Cinque come le richieste finora disattese, prima tra tutte l'avvio di un'indagine sull'operato della polizia e l'introduzione del suffragio universale per cui si erano battuti invano gli Ombrelli nel 2014.
Il visibile affanno dell'amministrazione locale rende oggi l'intervento diretto di Pechino un'ipotesi non più così remota. Avviando le celebrazioni, nella giornata di ieri il presidente cinese Xi Jinping ha promesso "prosperità e stabilità" sotto il motto "un paese due sistemi", riaffermando però la necessità di tutelare la sovranità nazionale. Un monito reso più minaccioso dal recente assembramento di nuovo personale militare nella regione amministrativa speciale. Secondo Reuters, al momento Pechino manterrebbe in loco la forza attiva più massiccia di sempre se ai membri dell'esercito regolare si somma il personale della Polizia armata del popolo, corpo armato controllato direttamente da Xi con funzioni antisommossa.
asianews.it, 2 ottobre 2019
La decisione rientra nelle iniziative di pace promosse dall'Onu nel quadro dell'accordo di Stoccolma. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo della coalizione filo-saudita contro una prigione a Dhamar. Le due parti si sono impegnate a rilasciare circa 7mila detenuti. I ribelli Houthi in Yemen hanno deciso di rilasciare, in modo unilaterale, almeno 290 detenuti. È quanto annunciano gli operatori del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), secondo i quali la decisione nasce all'interno delle iniziative di pace promosse dalle Nazioni Unite per un Paese da oltre quattro anni in guerra. Fra questi vi sarebbero anche 42 sopravvissuti a un raid aereo contro una prigione a Dhamar, nella parte occidentale del paese, il mese scorso, in cui sono morte oltre 100 persone. A sferrare l'attacco sarebbe stata la coalizione araba a guida saudita, che sostiene il governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale.
L'inviato speciale Onu auspica che il passo compiuto dai ribelli filo-iraniani possa fungere da viatico al rilascio di altri prigionieri su entrambi i fronti. Difatti la liberazione di prigionieri rientra nel processo di pace promosso dalle Nazioni Unite per mettere fine al conflitto. L'accordo - raggiunto in Svezia a dicembre con la mediazione Onu - ritiene prioritario lo scambio di prigionieri tra gli Houthi, che controllano Sana'a e gran parte dello Yemen occidentale, e il governo yemenita sostenuto sul piano militare da una coalizione formata nel marzo 2015 dall'Arabia Saudita.
Ieri Abdul Qader al-Murtada, capo del Comitato Houthi per gli affari dei prigionieri, aveva annunciato il rilasciato 350 detenuti nel corso della giornata, tra cui tre cittadini sauditi. "L'iniziativa - afferma - mostra la nostra credibilità nell'applicare l'accordo svedese e invitiamo la controparte a compiere un passo analogo". Le due parti si sono impegnate a rilasciare circa 7mila detenuti, ma l'attuazione di questa promessa è lenta a concretizzarsi. La Cicr non ha voluto fornire particolari dettagli sull'identità dei detenuti, oltre al riferimento ai sopravvissuti all'attacco di Dhamar. "Il rilascio - spiegano in una nota - è un passo positivo che darà nuova linfa all'iter dei rilasci, del trasferimento e del rimpatrio di detenuti legati al conflitto" nel quadro degli accordi di Stoccolma.
"Invito le parti a incontrarsi - ha sottolineato l'inviato speciale Onu per lo Yemen Martin Griffiths - alla prima opportunità e di riprendere le discussioni su un futuro scambio di prigionieri". L'annuncio degli Houhi è giunto a un giorno di distanza dall'uccisione di oltre 200 combattenti filo-sauditi e alla cattura di altri 2mila, nel contesto di un attacco sferrato nella provincia di Najran, lungo il confine con il regno wahhabita. La guerra in Yemen divampata nel 2014 come conflitto interno fra governativi filo-sauditi e ribelli sciiti Houthi vicini all'Iran, degenerato nel marzo 2015 con l'intervento della coalizione araba guidata da Riyadh, ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Per l'Onu il conflitto ha innescato "la peggiore crisi umanitaria al mondo", circa 24 milioni di yemeniti (l'80% della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria e l'emergenza colera preoccupa ancora. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 ottobre 2019
Tre "terroristi di al-Shabaab" uccisi da un attacco aereo statunitense in Somalia nel marzo 2019 erano contadini senza alcun collegamento col gruppo armato. Lo ha rivelato un'indagine, resa pubblica ieri, di Amnesty International che ha anche accusato il Comando militare Usa in Africa (Africom) di non aver contattato i familiari di una delle tre vittime dopo che, a maggio, era emerso chiaramente che questa era un civile. I tre uomini avevano complessivamente 19 figli.
Ecco i fatti. Tra le 15 e le 16 del 18 marzo 2019 un attacco aereo statunitense colpì un suv Toyota Surf nei pressi del villaggio di Abdow Dibile, a cinque chilometri di distanza da Afgoye, nella regione del Basso Shabelle. A bordo c'erano tre uomini di ritorno dal lavoro nei campi. L'impatto distrusse il veicolo uccidendo all'istante l'uomo alla guida, Abdiqadir Nur Ibrahim (46 anni), e Ibrahim Mohamed Hirey (30 anni). Il terzo passeggero, Mahad Nur Ibrahim (46 anni, fratellastro di Abdiqadir), morì in un ospedale di Mogadiscio dopo un'agonia di tre mesi per, secondo il referto ufficiale, arresto cardiaco a seguito di setticemia, con oltre il 50 per cento del corpo ustionato. Non vi sono prove che Africom abbia cercato di mettersi in contatto con lui durante il ricovero.
Il 19 marzo Africom diffuse un comunicato nel quale descriveva le vittime come "tre terroristi", senza fornire alcuna prova. Il comunicato proseguiva affermando che "Africom [era] a conoscenza di notizie riguardanti vittime civili" e avrebbe esaminato ogni informazione al riguardo. A maggio un giornalista di "Foreign Policy" ha informato Africom che Ibrahim Mohamed Hiray era un civile e ha fornito i contatti della sua famiglia, che finora non è mai stata chiamata. Ad agosto Amnesty International ha messo a disposizione di Africom ulteriori prove, ma il comando militare ha rifiutato di smentire che i tre civili fossero "terroristi":
"Quell'attacco aereo è stato condotto contro militanti di basso rango di al-Shabaab (...) Le informazioni raccolte prima e dopo l'attacco indicano che tutte le persone ferite o uccise erano membri o affiliati di al-Shabaab". Africom non ha mai modificato la sua posizione iniziale rispetto a tutti i casi che Amnesty International ha finora sottoposto alla sua attenzione. Sull'attacco aereo del 18 marzo Amnesty International ha intervistato 11 persone, direttamente o da remoto: familiari delle vittime, persone recatesi sul posto e personale di Hormuud Telecom, l'azienda in cui lavorava uno dei tre deceduti. L'organizzazione per i diritti umani ha poi esaminato articoli di stampa, dichiarazioni dell'amministrazione Usa, la documentazione relativa all'acquisto del veicolo, carte d'identità, referti medici e fotografie del luogo dell'attacco e dei corpi delle vittime. Tutte le persone con cui Amnesty International ha parlato hanno escluso categoricamente che i tre uomini fossero membri di al-Shabaab. Lo stesso gruppo armato non ha impedito ai familiari di recuperare e seppellire i resti delle vittime, cosa che generalmente non accade se le vittime sono suoi militanti.
Le dichiarazioni di Africom sull'attacco del 18 marzo e la successiva corrispondenza con Amnesty International sollevano forti dubbi sulla qualità della raccolta d'informazioni d'intelligence e sulla decisione di colpire "affiliati" di al-Shabaab. Si potrebbe essere di fronte a una violazione del diritto internazionale umanitario. In un rapporto diffuso il 20 marzo 2019, l'organizzazione aveva già contestato l'affermazione di Africom secondo cui le sue operazioni militari avevano causato "zero vittime" tra la popolazione civile somala. Appena due settimane dopo, Africom aveva ammesso che il rapporto di Amnesty International aveva reso necessario riconsiderare il numero delle vittime civili. Sei mesi dopo, non c'è ancora alcuna novità.
Gli attacchi aerei statunitensi in Somalia sono fortemente aumentati dall'inizio del 2017, quando il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava il sud della Somalia "zona di ostilità attive" (ne abbiamo recentemente parlato qui). Da allora, Africom ha condotto almeno 131 attacchi, con droni o aerei guidati. Quello di Abdow Dibile è uno dei 50 attacchi che Africom ha dichiarato di aver condotto da gennaio a metà settembre del 2019. Questo numero supera quello degli attacchi del 2018 (47) e degli ultimi nove mesi del 2017 (34).
di Stefano Massini
La Repubblica, 1 ottobre 2019
Scriveva Voltaire che il grado di civiltà di una nazione non si misura dai suoi palazzi, ma dalle carceri. Quanto è più vero oggi, ai tempi della politica online, disposta a tutto pur di conteggiare un'impennata di like: ci sono temi che attraggono l'opinione pubblica (ma dovrei dire la pubblica pancia) come il miele, ed è su quelli che insiste l'uomo politico del Terzo Millennio, quello che al comizio ha sostituito l'one man show.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 ottobre 2019
L'Unione delle camere penali italiane (Ucpi) ha proclamato cinque giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre, per protestare contro l'imminente entrata in vigore (prevista il 1 gennaio 2020) della riforma che di fatto abroga la prescrizione dopo una sentenza di primo grado.
Una riforma, affermano gli avvocati penalisti, che rappresenta "una delle pagine più sciagurate della deriva populista e giustizialista del nostro paese, giacché afferma il principio, manifestamente incostituzionale, secondo il quale il cittadino, sia esso imputato che parte offesa del reato, possa e debba restare in balla della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda".
La decisione della giunta Ucpi, presieduta da Gian Domenico Caiazza, di deliberare l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per cinque giorni fa seguito al vertice sulla giustizia tenuto la scorsa settimana dalla nuova maggioranza M5S-Pd, dal quale è emersa un'intesa per riformare il processo penale entro la fine dell'anno, ma anche un no del Guardasigilli Alfonso Bonafede a modificare la riforma della prescrizione.
"Il ministro della Giustizia - sottolineano i penalisti - ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Pd ha formulato, sul punto, riserve assai blande, indeterminate nei contenuti e non di rado contraddittorie".
Dall'altro lato, "è manifestamente inverosimile il proposito, pure sorprendentemente avanzato dal ministro, di un intervento di riforma dei tempi del processo penale prima della entrata in vigore della riforma della prescrizione". "È chiaro a tutti gli addetti ai lavori, anche alla magistratura-concludono i penalisti - che l'entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione". Da qui la decisione di scioperare contro la "bomba atomica" sul processo penale, così come la definì l'allora ministro Giulia Bongiorno, pur votando la riforma insieme a tutta la Lega.
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