di Balamòs Teatro
ferraraitalia.it, 1 ottobre 2019
Da qualche anno la casa circondariale Costantino Satta di Ferrara apre le porte al pubblico del festival di Internazionale. Il primo appuntamento di quest'anno sarà venerdì 4 ottobre con lo spettacolo Album di famiglia, nato da un laboratorio teatrale in carcere ancora in corso.
Lo spettacolo di Horaçio Czertok e Marco Luciano di Teatro Nucleo, nato nell'ambito del progetto Padri e figli del Coordinamento teatro carcere Emilia Romagna, approfondisce i temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del novecento, rielaborate dai detenuti in scritture biografiche. Dalla mattina di sabato 5 ottobre sarà possibile visitare una mostra di dipinti realizzati dai detenuti e partecipare a un incontro con la redazione di Astrolabio, il giornale della Casa circondariale, sul tema della comunicazione da e sul carcere.
Anche per il prossimo festival Internazionale - che si svolgerà a Ferrara il 4, 5, 6 Ottobre 2019, Balamòs Teatro in collaborazione con il Centro Teatro Universitario di Ferrara (Ctu), il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro e la rivista "Teatri delle diversità", propone una iniziativa dal titolo "Teatro in carcere: testimonianze dirette#2.
Da Palermo a Pistoia, dall' Indonesia e dall'Albania a Saluzzo, da Napoli a Parma, dalla Romania e dal Marocco a Venezia". Attori detenuti ed ex detenuti raccontano la loro esperienza di teatro in carcere affiancati dai loro registi: Gianfranco Pedullà dal carcere di Pistoia con l'ex detenuto Vincenzo Infantino, Grazia Isoardi dal carcere di Saluzzo con i detenuti Anam Hoirul ed Erion Hoxhaj, Carlo Ferrari dal carcere di Parma con il detenuto Antonio Frasca, e Michalis Traitsis con l'ex detenuta Luminiza Gheorghisor e la detenuta Nawal Boulahnane. L'incontro sarà moderato da Valeria Ottolenghi (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro).
L'iniziativa è promossa dal Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, la rivista Teatri delle Diversità, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Centro Teatro Universitario di Ferrara, e sostenuta dal Mibac e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. In sala sarà allestita una mostra fotografica di Andrea Casari, dal progetto "Passi Sospesi" di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia.
A organizzarla sarà Balamòs Teatro, che ha organizzato anche le iniziative su teatro in carcere nelle edizioni 2012 (Teatro in Carcere oggi in Italia: esperienze, metodologie, riflessioni), 2013 (La cultura ci rende migliori? Dialogo sul teatro in carcere), 2014 (Etica ed estetica del teatro in carcere), 2015 (Teatro in Carcere: dentro e oltre i confini), 2016 (Lo sguardo del cinema sul carcere), 2017 (Teatro in carcere: testimonianze dirette#1, Salvatore Sasà Striano), 2018 (Il teatro delle differenze - teatro nelle scuole, teatro in carcere, teatro e disagio). Info: 328 8120452,
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 1 ottobre 2019
I droni americani hanno colpito una base dello Stato Islamico, che sfrutta la guerra civile per riorganizzarsi. In dodici giorni uccisi 43 terroristi. E la questione sarà al centro dei colloqui di Mike Pompeo a Palazzo Chigi. Lo Stato Islamico sta cercando di rinascere. E per risorgere dalla cenere delle sconfitte ha scelto il Paese dove ci sono le condizioni ideali: la Libia, devastata dalla guerra civile. Lì è facile radunare reclute ed armi, anche sofisticate. E le autorità ormai pensano solo al conflitto, senza nessun controllo del territorio. La pericolosità di questo focolaio jihadista è testimoniata dalla campagna aerea lanciata dal governo americano. Domenica scorsa infatti i droni statunitensi sono tornati all'attacco proprio in Libia: è la quarta volta in dodici giorni. L'obiettivo è sempre lo stesso: una formazione dell'Isis, nascosta nei territori desertici del Fezzan.
Secondo il comunicato ufficiale, il raid di domenica ha ucciso sette persone. Più importanti le motivazioni dell'incursione: "Puntiamo a distruggere l'attività di pianificazione e addestramento dei terroristi", ha dichiarato il generale William Gayler, direttore delle operazioni di Africom. Segno che quelle prese di mira in Libia non sono piccole cellule dello Stato Islamico ma un nucleo che sta cercando di riorganizzarsi in grande stile.
La questione libica sarà uno dei punti chiave della visita romana di Mike Pompeo, segretario di Stato ed ex capo della Cia, ritenuto oggi l'uomo forte dell'amministrazione Trump. A Palazzo Chigi difficilmente Pompeo farà autocritica, ammettendo che il sostegno della Casa Bianca al generale Haftar abbia complicato la situazione nel Paese. L'offensiva contro Tripoli si è arenata subito, degenerando in un conflitto con la mobilitazione di milizie d'ogni genere e il pesante contributo di potenze musulmane, come Turchia, Egitto, Emirati e Qatar. Insomma, un grande caos dove prosperano le brigate estremiste. Pompeo però dovrebbe tributare un riconoscimento alla posizione dell'Italia, che sotto la supervisione del premier ha tenuto un canale aperto con tutti i contendenti: l'attività svolta dalla nostra intelligence ci pone ancora nelle condizioni ideali per tentare una mediazione. Che è diventata urgente, prima che la Tripolitania si trasformi in una nuova Siria.
L'attivismo di formazioni ispirate ai valori di Al Qaeda è segnalato ovunque. A preoccupare di più però è lo Stato Islamico, che nel 2015 sembrava cancellato dalla Libia dopo la durissima battaglia di Sirte. Oggi invece i segnali di ricostituzione sono sempre più forti, con il sospetto che alcuni veterani sfuggiti dalle disfatte in Medio Oriente abbiano raggiunto il Maghreb. I raid condotti dai droni americani in dodici giorni hanno ucciso 43 presunti jihadisti: il segno di quanto sia forte la nuova colonia dell'Isis. Le incursioni sono state concentrate nell'area di Murzuq. Il cuore del Fezzan, la regione più meridionale, in un territorio desertico non lontano dal confine del Niger: il crocevia dei traffici dall'Africa Centrale e della rotta dei migranti diretti verso l'Europa. Lì dove la disperazione rende più facile il proselitismo.
di Li Benbo
bitterwinter.org, 1 ottobre 2019
Secondo la Carta dei princìpi per la protezione delle persone in qualsiasi regime di detenzione o di carcerazione, adottato dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988, "un individuo detenuto o incarcerato deve avere il diritto di essere visitato da e di corrispondere con, in particolare, i membri della propria famiglia e deve godere di adeguate opportunità di comunicazione con il mondo esterno, secondo criteri ragionevoli e in base alle restrizioni indicate dalla legge o dai regolamenti".
L'Articolo 48 della Legge carceraria della Repubblica Popolare Cinese stabilisce che "un prigioniero può, in accordo ai regolamenti relativi, incontrare i parenti e i propri tutori per la durata della pena cui è sottoposto". Il regime cinese non ha però solo revocato questo diritto ai credenti "scomodi", ma lo ha addirittura trasformato in un mezzo per costringerli ad ammettere di essere "colpevoli" e per rinunciare alla fede.
I credenti come "criminali incalliti" - In gennaio Zhao Guoming ha finalmente ricevuto dalla prigione una notifica con il permesso di vedere il figlio, dietro le sbarre da un anno e mezzo poiché fedele della Chiesa di Dio Onnipotente (Cdo). "Ero felicissimo. Finalmente avrei potuto vedere il mio ragazzo": così l'uomo ha ricordato la gioia provata quel giorno.
Durante la carcerazione del figlio, la polizia e l'amministrazione penitenziaria avevano infatti negato ripetutamente a Zhao Guoming il diritto alle visite, cosa che gli aveva fatto temere che il ragazzo venisse torturato e abusato. Il desiderio di vederlo cresceva quindi ogni giorno di più. Il giorno convenuto per la visita Zhao Guoming era uno dei più di cento familiari di detenuti allineati davanti all'atrio della prigione in attesa di vedere i propri cari. Quando è giunto il suo turno, le guardie si sono rifiutate di lasciarlo entrare adducendo il pretesto che il modo di pensare del figlio "non era ancora stato riformato" e dicendo che avrebbe potuto vederlo solo dopo che l'obiettivo fosse stato raggiunto.
"Hanno aggiunto che mio figlio crede in Dio Onnipotente e che è un "criminale incallito", ha raccontato Zhao Guoming: "per questo non posso vederlo". "Anche un'altra persona che aspettava in fila con me era venuta per incontrare il figlio. Quando ho chiesto quale crimine avesse commesso il figlio, ha risposto che si trattava di rapina", ha continuato. "Non capisco. Perché i parenti di assassini, piromani e altre persone malvagie hanno il permesso di far visita ai propri cari, mentre io non posso vedere mio figlio, che non ha commesso alcun crimine e che è stato incarcerato solo a causa della fede che professa?".
Con il figlio di Zhao è stato arrestato anche un altro giovane credente della CDO. Anche i suoi parenti sono stati respinti più volte quando hanno tentato di fargli visita in carcere. La polizia ha detto loro che essere un fedele della CDO è peggio di qualsiasi altro crimine, cosa che fa di lui un prigioniero politico. Il PCC inserisce nell'elenco degli xie jiao e reprime duramente quei gruppi religiosi che non si sottomettono al controllo del governo o che sono considerati in crescita troppo rapida, tale da rappresentare una minaccia per il regime. Fra questi la CDO è il gruppo religioso cinese che, preso singolarmente, subisce la persecuzione maggiore: più di venti suoi fedeli sono infatti stati torturati a morte nel corso dell'anno passato.
Sotto lo stretto controllo ideologico del Partito, dove le norme politiche del regime sono poste al di sopra di tutto, i fedeli dei gruppi vietati vengono trattati come i criminali più pericolosi, insieme ai dissidenti e ad altri prigionieri di coscienza, semplicemente perché il PCC non tollera i loro insegnamenti e il loro credo. Bitter Winter ha ricevuto un documento interno di una prigione che si trova nella provincia sudorientale del Fujian, dal titolo Avviso sull'ulteriore rafforzamento della gestione delle visite in carcere, che elenca chi pratica il Falun Gong e i fedeli della CDO insieme ai criminali che "mettono a rischio la sicurezza nazionale". In linea di principio, per queste categorie di persone non sono ammesse richieste speciali per visite (per esempio per visite diverse da quelle normali stabilite dal carcere).
Privare del diritto di visita i parenti dei prigionieri di coscienza è una tattica comune che il Partito utilizza per tormentare le persone. È accaduto nei casi dell'avvocato per i diritti umani Wang Quanzhang; dell'attivista Wu Gan, condannato a otto anni di galera per aver "sovvertito il potere dello Stato"; di Zhang Haitao, condannato a 19 anni per aver criticato il regime per il trattamento che riserva agli uiguri; oppure di Bian Xiaohui, la figlia di un praticante del Falun Gong, condannata a tre anni e mezzo di prigione per avere chiesto troppe volte di poter vedere suo padre in carcere.
Durante la detenzione i fedeli della CDO sono costretti a sottoporsi alla "trasformazione attraverso l'educazione" fino a firmare una dichiarazione in cui promettono di abiurare. Bitter Winter ha acquisito un documento confidenziale, emesso in aprile dall'Ufficio generale della Commissione centrale del PCC e dall'Ufficio generale del Consiglio di Stato, che riguarda la riforma carceraria nel Paese. È intitolato Proposte per rafforzare e implementare l'operato delle carceri e stabilisce con chiarezza che le prigioni debbono "intensificare l'azione di "de-radicalizzazione"; occuparsi con severità, in base alla legge vigente, dei criminali che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale, che appartengono a uno xie jiao, che sono implicati in bande criminali e malvagie, che hanno una influenza sociale particolare e che hanno delle restrizioni sulla commutazione di una condanna".
Di conseguenza le carceri debbono "mettere in evidenza l'istruzione ideologica; guidare i criminali nell'acquisire in modo corretto la visione del mondo, la prospettiva verso la vita e il sistema dei valori; incrementare la capacità di ammettere la propria colpa e mostrare pentimento; [...]; implementare la correzione psicologica. [...] e riplasmare i criminali fino ad acquisire un carattere sano". Il documento, inoltre, invita a rieducare i detenuti rendendoli "cittadini che si identificano dal punto di vista ideologico ed emotivo con la leadership del Partito, si identificano con la loro grande madre, si identificano con la nazione cinese, con la cultura cinese, con la via del socialismo con caratteristiche cinesi". È passato un anno e mezzo da quando la madre di Bai Ying è stata arrestata perché fedele della CDO. In marzo la donna ha ricevuto una notifica da parte della prigione, che la informava di un peggioramento della salute della mamma, dovuta a pressione sanguigna alta. Si è molto preoccupata, poiché le era stato impedito di vederla fin dal momento dell'arresto. "Mia madre ha sempre avuto la pressione bassa. Come ha fatto a diventare troppo alta?". Bai Ying ha rabbrividito quando le è passato per la mente che sua madre fosse stata torturata.
Nonostante molti tentativi è stata respinta dalle guardie. "Tua madre non ha ancora ammesso la sua colpa, quindi i familiari non possono farle visita", le ha detto una di loro. "Però puoi comunicare con lei scrivendole. Scrivile una lettera e dille di ammettere in fretta di essere colpevole. Solo allora potrà vedervi". Un mese più tardi è avvenuto un cambiamento drammatico. La prigione ha notificato a Bai Ying che avrebbe potuto incontrare la madre. Ma a un patto: avrebbe dovuto convincerla ad abiurare.
Solo i familiari atei sono ammessi alle visite - I parenti di Zhao Mei, una fedele della CDO della provincia centrale dell'Hubei, sono distrutti. "Mia sorella è stata arrestata quasi due anni fa e non abbiamo mai potuto vederla. Non so neppure se sia viva o morta", ha detto il fratello maggiore. "Le guardie ci hanno detto che non possiamo incontrarla finché non avrà ammesso la sua "colpa". Mia sorella è decisa, non si sente colpevole di nulla e non vuole scrivere una "dichiarazione di garanzia" con la promessa di abbandonare la fede. Ci hanno anche detto che una volta scontata la pena dovrebbe sottoporsi ancora a "trasformazione" finché non ammetterà la sua "colpa". Per ottenere il permesso di farle visita, i suoi familiari hanno anche dovuto fare domanda per un "certificato" che dimostrasse che nessuno di loro sia religioso, da richiedere alla polizia della località di residenza del nucleo familiare. Negli ultimi due anni, tali requisiti sono diventati sempre più diffusi in tutto il Paese.
Una guardia carceraria ha confermato a Bitter Winter che si tratta di ordini da parte del governo centrale: se i parenti dei fedeli dalla CDO desiderano far visita ai propri cari in prigione, devono prima ottenere il certificato richiesto dalla polizia e solo allora possono far domanda all'amministrazione del carcere. Se la richiesta non è approvata, non possono vedere i propri cari.
Le restrizioni imposte dallo Stato alle visite ai prigionieri di coscienza religiosi è particolarmente dura per gli anziani; a maggior ragione se essi stessi sono fedeli di gruppi vietati. Durante l'ultimo anno, una fedele della CDO proveniente dal sud del Paese ha combattuto per poter andare a far visita al figlio, anch'egli un fedele della Chiesa, condannato a sei anni di carcere per via della sua fede. "Voglio andare e fargli coraggio, ma ho paura", ha detto l'anziana donna, con espressione ansiosa.
di Rosalba Carbutti
quotidiano.net, 30 settembre 2019
"Collegare dentro e fuori: la rieducazione passa da qui". Cè un dentro e un fuori nel carcere Due Palazzi di Padova. Corridoi, cancelli, ancora un labirinto di corridoi che sembra non finire mai. In fondo si arriva nei laboratori di lavoro. Ti accolgono le frasi di Dante "Fatti non foste a viver come bruti" e a destra la concezione di Sant'Agostino sulla giustizia terrena.
"Quando entro qui non mi sento più in gabbia. È come se fossi fuori", dice Ahmed, uno dei 167 detenuti-lavoratori. Tre cooperative (Giotto, Work Crossing, AltraCittà) permettono loro un'assunzione regolare e uno stipendio, a seconda se l'impiego è full time o part time, che va da 600 a mille euro. Ma il "caso Padova" se non è proprio unico, è certamente raro. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto, su 60.741 detenuti, i lavoratori non alle dipendenze dell'amministrazione carceraria sono appena 2.459, neanche il 4%. Ancora meno, 700, coloro che hanno un impiego vero. "È questo il problema - dice Nicola Boscoletto, presidente della Coop Giotto che opera al Due Palazzi da trent'anni. Lavorare in carcere è considerato un premio, addirittura un privilegio, mentre dovrebbe essere la normalità".
Santino, 53 anni, è uno dei pasticceri di Giotto, alle dipendenze della cooperativa Work Crossing, e mentre impasta dolci e fa torroni, ti fissa con i suoi occhi azzurrissimi: "Ho ucciso. Lavorare mi distoglie da questo pensiero fisso". Il suicidio? "Era quasi un'ossessione all'inizio. Oggi non più. Fare il pasticciere mi aiuta tutti i giorni".
Negli spazi di "AltraCittà" ci accompagna Rossella Favero tra laboratori di assemblaggio, legatoria e cartotecnica, fino alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti. "I muri sono azzurri, gialli, colorati. Li hanno dipinti i detenuti per creare un'altra città, appunto, dove i reparti - racconta la presidente della cooperativa - hanno nomi di donna: Telma e Luise. Alice. Claudia. Loredana".
Brahim, 42 anni, viene dal Marocco e deve scontare 23 anni di carcere. Quando lo dice gli trema la voce, ma non ha perso la speranza: "Quando uscirò non sarò vecchissimo, potrò ancora riscattarmi. Intanto il lavoro mi dà una speranza, altrimenti non mi resterebbe che la corda". Non è l'unico a evocare quella stramaledetta corda. E i suicidi, in carcere, sono tanti. Troppi. Il dossier Antigone calcola che quest'anno fino al 25 luglio sono stati 27. Da qui, la necessità di evitare di marcire in cella senza scopo e soprattutto di riconquistare un ruolo anche agli occhi delle famiglie. Negli spazi della cooperativa Giotto c'è il call center dove i detenuti-operatori si occupano delle prenotazioni per l'ospedale di Padova e danno informazioni per la società bolognese Illumia che opera nel mercato libero dell'energia elettrica.
Lavori veri, non piccoli lavoretti per occupare il tempo. Sui muri sono appese foto della città di Padova e ci sono particolari degli affreschi della cappella degli Scrovegni che mostrano Inferno e Paradiso, vizi e virtù. "Il dentro dev'essere collegato al fuori", spiega Boscoletto.
"Una volta una bambina disse a un detenuto: "Prima di uccidere non ci potevi pensare?". Lui, che usciva per la prima volta in permesso dopo 17 anni, pregò di essere riportato in carcere. Non riusciva ad affrontare l'impatto con l'esterno, ed è stato proprio in quel giorno che ha iniziato a scontare la sua pena. Noi è su questo che dobbiamo agire".
Basta guardarsi intorno, e tra i pc del call center e il mega server, quasi ci si dimentica di cancelli, corridoi, sbarre alle finestre. Sembra un qualsiasi posto di lavoro del mondo. Oggi a Padova ci sono 600 detenuti, una sessantina condannati al Fine Pena Mai. Tra di loro anche Donato Bilancia, il serial killer delle prostitute. Per ora non lavora e recentemente gli è stato negato il permesso che aveva richiesto.
Il direttore del carcere Claudio Mazzeo, nel ricordare l'episodio, ci mostra una piantina del parco del carcere: "Faremo come a Bollate, piccole villette nel giardino. Così i detenuti che non ottengono il permesso di uscire potranno comunque vedere con maggiore privacy la propria famiglia".
Nel progetto ci sono casette, piante, panchine. Per un attimo sembra un giardino come un altro. Sembra di essere fuori. Sembra. Ma dentro restano le criticità. La richiesta di creare più posti di lavoro e le lungaggini burocratiche, l'equilibrio tra apertura e controllo, tra vigilare e redimere, tra punire e rieducare.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 30 settembre 2019
Coniugare da Roma a Città del Messico le esigenze di cura del territorio a carico degli Enti locali con la promozione della funzione rieducativa della pena e del reinserimento sociale dei detenuti per un rinnovamento penitenziario a livello nazionale e internazionale.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2019
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 26 luglio 2019 n. 34091. È abnorme il provvedimento con cui il Gip rigetti la richiesta di incidente probatorio presentata dal pubblico ministero ex articolo 392, comma 1-bis, del Cpp, adducendo ragioni di mera opportunità processuale e l'asserita assenza di ragioni di urgenza. Così si è espressa la sezione III della Cassazione con la sentenza 26 luglio 2019 n. 34091.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 30 settembre 2019
"Fino ad oggi sono stati desecretati atti, è importante ma non basta, adesso è il momento che siano le persone a desecretarsi". La sorella di Giovanni Falcone, Maria, lancia un appello dopo aver finito di leggere le carte appena pubblicate dalla commissione parlamentare antimafia sul 1989, la stagione dei veleni di Palermo: "Non dobbiamo smettere di cercare la verità sulle stragi - dice - un pezzo di quella verità è dentro lo Stato. Chi sa parli".
di Antonio Amorosi
affaritaliani.it, 30 settembre 2019
La crisi del sistema sanitario e la mancanza di risorse hanno esasperato un'emergenza. Le aggressioni versi i medici hanno raggiunto numeri record in Italia. C'è chi ha subito un tentativo di stupro, chi è stato selvaggiamente picchiato, chi quasi strangolamento, chi si è trovato un cacciavite al collo o chi è stato vittima di spedizioni punitive.
di Loredana Biffo
caratteriliberi.eu, 30 settembre 2019
Si chiama Leila Zarafshan, è la 95 esima donna impiccata dalla dittatura teocratica al potere in Iran, insieme a lei hanno giustiziato 10 prigionieri tra i 25 e 26 settembre nelle carceri di Gouhar-dasht a Karaj e a Sanandaj e Urumieh, contemporaneamente con la seduta dell'Assemblea generale dell'Onu a New York con la presenza di Rouhani. Giovedì 19 settembre 2019 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che condanna il regime iraniano per le violazioni dei diritti delle donne in Iran. La risoluzione è stata adottata con 608 voti a favore, 7 contrari e 46 astensioni.
Il Parlamento europeo ha emesso una dichiarazione di condanna al regime iraniano che reprime brutalmente le donne che si rifiutano di mettere il velo, che chiedono libertà di espressione e di riunione. Queste vengono arrestate arbitrariamente, e quasi sempre uccise nelle carceri con l'accusa di sedizione, e di essere simpatizzanti della Resistenza dei dissidenti.
Molti difensori dei diritti umani sono stati incarcerati per il loro lavoro, ricordiamo l'avvocatessa Nasrin Sotoudeh condannata a 33 di carcere e 148 frustate; si è trattato della più dura condanna inflitta negli ultimi anni contro i difensori dei diritti umani in Iran, a riprova che le autorità, incoraggiate dalla completa impunità di cui godono i responsabili di tali violazioni, stanno inasprendo la repressione, soprattutto a causa delle sempre più numerose rivolte popolari.
La risoluzione del Parlamento europeo ha inoltre chiesto che tutti i cittadini di nazionalità iraniana-UE, compreso Nazanin Zaghari-Ratcliffe, siano immediatamente rilasciati. Il Parlamento europeo, tramite Anna Fotyga, deputata polacca, ha affermato di ammirare le combattenti iraniane per il loro coraggio nella lotta per i diritti delle donne e le loro proteste contro il regime, guidate da una donna, Maryam Rajavi che è a capo del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri).
È stato inoltre condannato fermamente l'uso della pena di morte, in particolare contro i minorenni, chiedendo alle autorità iraniane di procedere alla sua abolizione e a cooperare con il relatore speciale delle Nazioni unite per chiarire la questione delle violazioni dei diritti umani in Iran, consentendo l'ingresso degli ispettori internazionali nel paese. È stato inoltre chiesto alle autorità iraniane di rivedere tutte le disposizioni giuridiche che discriminano le donne e di garantirne l'accesso a tutti gli stadi, in particolare riferimento alla tragedia della giovane donna che recentemente si è data fuoco ed è morta dopo essere stata condannata al carcere per essersi introdotta in uno stadio per assistere ad una partita. Tutto questo in corso alla conferenza di New York, mentre in Iran si impiccava la novantacinquesima donna vittima del potere teocratico.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 30 settembre 2019
Nell'ultima settimana arrestati 1.900 attivisti nella repressione più dura degli ultimi anni. Uno dei più importanti attivisti egiziani, Alaa Abdel Fatah, è stato arrestato sabato nell'ambito dell'ondata di fermi che le autorità egiziane hanno lanciato dopo le proteste scoppiate contro il regime del presidente Abdel Fatah al Sisi nell'ultima settimana. Abdel Fatah è uno dei volti principali della rivolta di piazza Tahrir, che nel 2011 con 18 giorni di manifestazioni pacifiche destituì il presidente Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere.
Ingegnere, informatico e blogger, 37 anni, è stato, come molti volti della società civile del 2011, travolto dalla spirale di repressione seguita a quei giorni di speranza. Nel 2014, sotto Al Sisi, fu arrestato con l'accusa di aver promosso una protesta: nel 2015 condannato a cinque anni di carcere, nonostante le campagne internazionali per la sua liberazione. Scarcerato a marzo 2019, Abdel Fatah era ancora costretto a passare in prigione tutte le notti e non aveva avuto il permesso di lasciare l'Egitto.
Proprio nel carcere in cui si trovava è stato arrestato nella notte fra venerdì e sabato: "Hanno tentato di fingere di averlo rilasciato sabato mattina alle 6, ma nostra madre era fuori ad aspettarlo e così sono stati costretti ad ammettere di averlo fermato di nuovo", ha scritto su Twitter sua sorella Mona Seif. Poche ore dopo, uno dei legali dell'uomo, Mohamed el Baker, che si era recato alla prigione per seguire il caso, è stato anche lui arrestato. Secondo quanto riferito all'agenzia Reuters da fonti della procura del Cairo, entrambi sono accusati di aver diffuso false notizie e incitato alla rivolta.
Abdel Fatah è uno dei 1900 egiziani arrestati nell'ultima settimana: si tratta della più dura repressione di massa messa in atto dal regime di Al Sisi negli ultimi anni. In manette sono finiti scrittori, attivisti, giornalisti, legali e semplici familiari di persone che, dall'estero e via social network, avevano espresso critiche al governo. Gli arresti seguono un'ondata di proteste scatenata in tutto l'Egitto dai video in cui l'imprenditore in esilio Mohamed Ali accusa il governo di corruzione: migliaia di persone sono scese in piazza nelle maggiori città del Paese, nonostante la sistematica repressione del dissenso portata avanti da Al Sisi negli ultimi anni, con omicidi di Stato, sparizioni forzate e torture nelle carceri. Preoccupata per gli arresti, la commissaria Onu per i Diritti umani Michelle Bachelet ha inviato nei giorni scorsi un monito all'Egitto, affinché le proteste pacifiche siano tollerate e non represse.
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