di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 13 agosto 2019
Si svolgerà venerdì 23 agosto nella Casa di Reclusione di Padova il concerto Venezuela. Il popolo il canto il lavoro, spettacolo di canti venezuelani realizzato nell'ambito di un progetto più ampio che comprende anche la vendita di un libro-cd il cui ricavato andrà a sostegno dei progetti di formazione-lavoro dell'associazione venezuelana Trabajo y Persona. La "prima" mondiale del Concerto è prevista per giovedì 22 agosto alle 22 al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli di Rimini la cui 40esima edizione scatterà domenica prossima.
Lo spettacolo basato sui canti della tradizione venezuelana legati al mondo del lavoro è coordinato da Francisco José Sanchéz mentre la direzione artistica è affidata la maestro Aquiles Báez. Accompagnerà la straordinaria voce di Yma América, le chitarre di Aquiles Báez e José Francisco Sánchez, Julio Alcocer sarà alle percussioni e Yrvis Méndez al banjo. Presenta l'evento Michael Alberga, insegnante, musicista e presidente Associazione.
ferraraitalia.it, 13 agosto 2019
Nell'ambito del programma ufficiale del Festival di Internazionale, anche quest'anno i cancelli del carcere di Ferrara si apriranno per far entrare i cittadini interessati a conoscere due fra i diversi aspetti del lavoro culturale che si svolge al suo interno. Normalmente sappiamo poco di ciò che avviene all'interno di un carcere, ma soprattutto non conosciamo tutto ciò che si fa per attuare quella rieducazione della persona condannata a cui deve tendere la pena secondo la nostra Costituzione.
Sono diverse le attività trattamentali che si svolgono a Ferrara: l'attività scolastica (dall'alfabetizzazione all'Università), la formazione professionale, la biblioteca, le attività culturali e sportive, il progetto Galeorto, il laboratorio di bricolage, gli incontri con gli studenti, il teatro, la pittura, la fotografia, il cinema, il giornale; ciascuna di queste, nel suo piccolo, contribuisce a ridefinire un pezzo di orizzonte futuro per le persone detenute che vi partecipano.
Fra le varie iniziative, vista la grande partecipazione di pubblico degli anni scorsi, "Il Festival incontra il carcere" sarà riproposta anche quest'anno con lo scopo di promuovere occasioni di comunicazione e di crescita fra le persone che possano aprire una porta nelle barriere culturali ed emotive che fanno del carcere un mondo a parte.
Il 4 ottobre, dalle 19 alle 21, la compagnia di detenuti attori diretti da Horacio Czertok e Marco Luciano presenterà "Album di famiglia", uno spettacolo teatrale che rappresenta la conclusione di un laboratorio di due anni che si colloca nell'ambito del progetto "Padri e Figli" del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna. La proposta del Teatro Nucleo è uno studio sui temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del 900, da Heiner Muller a Laforgue, suggerite ai detenuti e da questi rielaborate in scritture biografiche.
Il 5 ottobre, dalle 9.30 alle 12, si svolgerà la seconda edizione de "La città incontra il carcere". Il programma prevede dapprima una visita alla mostra di pittura, con i quadri realizzati da persone detenute nell'ambito del laboratorio artistico attivato all'interno della Casa Circondariale e condotto da Raimondo Imbrò; a seguire ci sarà l'incontro con il comitato di redazione di Astrolabio, composto da 15 persone detenute coordinate dal curatore Mauro Presini e dall'insegnante volontaria Lorenza Cenacchi, che incontrerà e dialogherà con i giornalisti ed i cittadini sul tema della comunicazione tra carcere e società.
La prenotazione alle due iniziative è obbligatoria e distinta e deve essere compiuta entro il 4 settembre; per il teatro occorre scrivere a:
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 13 agosto 2019
"Migranti legati e sedati" sotto accusa i voli da Berlino. La Germania conferma, numeri alla mano, di far ricorso sempre più spesso a manette, cinghie e nastri per immobilizzare i migranti da respingere. Nei primi sei mesi di quest'anno la polizia ha legato le mani, a volte persino i piedi, a persone rimpatriate nei loro Paesi d'origine o ricollocate in altri Paesi europei per ben 1.289 volte.
Quanto nell'intero 2018, dieci volte quanto nell'anno dei profughi 2015, quando circa 850 mila richiedenti asilo raggiunsero la Germania soprattutto dalle zone di guerra del Medio Oriente. La conferma dell'aumento delle violenze nei confronti dei migranti da rimpatriare, di cui Repubblica ha dato per prima notizia, è sostanziata dai numeri forniti dal ministero dell'Interno tedesco alla parlamentare della Linke Ursula Jepke, che ne ha chiesto conto in un'interrogazione al Bundestag. La maggior parte dei migranti respinti con le manette o con altri mezzi di coercizione provengono da Algeria, Marocco, Nigeria e Gambia.
Il ministero guidato da Horst Seehofer giustifica il vertiginoso aumento dell'uso di cinghie o manette col fatto che "sono aumentate le persone che resistono ai respingimenti". A una domanda del nostro giornale, il ministero aveva già risposto settimane fa di ritenere legittimo il fatto di legare i migranti (nello specifico i profughi dublinanti da respingere in Italia).
Ma la parlamentare Jelpke ritiene "insopportabile che la disperazione di queste persone venga spezzata in modo sempre più implacabile con la violenza, per rimandarle contro la volontà in posti terribili". Il ministero dell'Interno ha anche ammesso che tra gennaio e fine giugno numerosi respingimenti sono falliti soprattutto durante la fase in cui i migranti venivano accompagnati dalla polizia sugli aerei. In 869 casi a causa di "azioni di resistenza", altre 79 volte per "ragioni mediche".
Ma in 20 casi i migranti o i richiedenti asilo hanno tentato di suicidarsi o si sono auto-inflitti delle ferite, pur di non dover salire sugli aerei. Peraltro, la Germania ammette anche di aver ripreso a utilizzare i charter per i rimpatri. A una domanda del nostro giornale gli uomini di Horst Seehofer avevano ammesso di aver usato gli aerei dedicati ai respingimenti anche per i viaggi in Italia fino alla fine del 2018, da allora non più.
E avevano aggiunto di voler riprendere anche quei viaggi speciali, ritenuti "più efficienti" e meno cari rispetto ai respingimenti singoli sugli aerei di linea. Tuttavia, quanto ai costi, il ministero dell'Interno risponde a Jelpke di aver speso comunque la bellezza di 380mila euro per un volo charter del 13 giugno che ha rimpatriato 34 migranti in Pakistan, scortati da 75 poliziotti.
Aumentano, comunque, anche i migranti che lasciano volontariamente la Germania: tra gennaio e fine giugno sono partiti in 14.500. Ma a quella data le persone che il ministero dell'Interno ha condannato al rimpatrio immediato ammontavano ancora a quasi quattro volte tante, 55.620. Due mesi fa il Bundestag ha approvato un giro di vite nei confronti dei profughi che allunga i tempi di permanenza nei "centri di ancoraggio", consente di rinchiuderli anche nelle carceri normali, alla vigilia della data di rimpatrio, cancella gli aiuti per i dublinanti e rende più severe le regole per chi falsificai documenti di identità. Un pacchetto fortemente voluto da Seehofer, ribattezzato da Ong come Pro Asyl "Legge Vattene".
di Leo Lancari
Il Manifesto, 13 agosto 2019
Bloccati dalla politica dei porti chiusi dell'Italia. Dopo Richard Gere, con la Open Arms anche Banderas e Bardem. Giusto il tempo di lanciare i giubbotti di salvataggio e il gommone si è afflosciato riempiendosi di acqua e scaraventando in mare quanti si trovavano a bordo: 105 migranti, tutti uomini e tra questi anche 29 minori, tra i quali uno di appena 5 anni e uno di 12.
Sono il risultato dell'ultimo salvataggio, il quarto in pochi giorni, messo a punto dalla nave Ocean Viking di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere a 40 miglia dalle coste libiche. I volontari delle due ong fortunatamente sono riusciti a mettere tutti in salvo ma adesso a bordo della nave, che può ospitare al massimo 200/250 persone, si ritrovano in 356 e per quanto sia attrezzata per le emergenze la situazione rischia di diventare pesante.
Sommando i migranti salvati dalla Ocean Viking a quelli presenti sulla Open Arms, a questo punto salgono a 507 i migranti bloccati in mare dalla politica dei porti chiusi dell'Italia. "Una follia", per la ong spagnola giunta ormai al suo undicesimo giorno ferma in mare. "La stanchezza è tanto, ma non è solo fisica. È la consapevolezza della follia di questa situazione, stiamo parlando 160 persone fragili e bisognose di aiuto", spiegano i volontari.
Ieri è stato completato il trasferimento a Malta di due donne con gravi problemi di salute e dei loro familiari, il che ha fatto scendere a 151 il numero sei migranti ancora a bordo. "Siamo con loro con il cuore, in bocca a lupo per le loro vite e il loro futuro", ha scritto sui social la ong.
Intanto Matteo Salvini continua con l'atteggiamento di sempre. "Più d 350 migranti a bordo di una nave norvegese di una ong francese e quasi 160 a bordo di una nave spagnola di una ong spagnola: ribadiamo l'assoluto divieto di ingresso di queste due navi straniere nelle acque italiane", ha ripetuto. "Aprano i porti di Francia, Spagna e Norvegia".
Ma prosegue anche la mobilitazione degli attori. Dopo Richard Gere e Antonio Banderas, ieri è intervenuto a sostegno di Open Arms Javier Bardem. In un video il premio Oscar chiede al premier spagnolo Pedro Sanchez di intervenire perché i migranti che si trovano a bordo possono essere distribuiti in Europa "perché crediamo che sia necessario che un paese membro dell'Europa debba coordinare questo processo e riteniamo che la Spagna sia il più adatto perché è il Paese di origine della ong", ha spiegato Bardem.
Peccato che, almeno per ora, dall'Unione europea non arrivino segnali di nessun tipo. Pur essendoci stati dei contatti con gli Stati, un portavoce della Commissione europea ha spiegato infatti che non è stato avviato il coordinamento" perché "non c'è stata alcuna richiesta da parte degli Stati". Che la politica del Viminale serva soprattutto a raccogliere consensi elettorali lo dimostra il fatto che mentre l'attenzione è concentrata sulle navi delle due ong, continuano gli sbarchi di quanti riescono a raggiungere le coste italiane autonomamente o con barchini che vengono lasciati al largo dalle navi dei trafficanti: 89 solo ieri in tre differenti sbarchi avvenuti Sciacca, in provincia di Agrigento, Lampedusa e Crotone.
di Paola Centomo
Corriere della Sera, 13 agosto 2019
Lucia è "un'attivista digitale": con i colleghi di #iosonoqui contrasta i commenti offensivi e le false notizie su Facebook con parole gentili e sostegno ai bersagli d'odio. Non è facile, ma funziona. Ho cinquant'anni, lavoro in un giornale e da qualche mese sono una sorta di sentinella del web. Il web, appunto, mi definirebbe un'attivista digitale; io mi considero una comune cittadina che ha deciso di combattere l'odio e le fake news che sono in circolo dentro Internet, nella fattispecie su Facebook.
Per ora non siamo tantissimi, più o meno 2500, 2500 cittadini che ogni giorno - e ovviamente senza alcun compenso -, dragano la rete per bonificarla dalle bombe di odio e menzogne. Perciò, potete incontrare ognuno di noi in quelle voragini buie del web dove si scatena il rancore degli haters (odiatori), nelle giungle di commenti inveleniti dalla violenza e dalla manipolazione, in quei profili trasformati ormai in ring tra picchiatori verbali: ci riconoscerete dall'hashtag che accompagna tutte le nostre azioni, questo: #iosonoqui.
Il mio attivismo su Facebook è cominciato lo scorso inverno. Era da tempo che mi sentivo turbata dai commenti rabbiosi in coda alle notizie di attualità: mi ferivano e, paradosso delle gremitissime piazze virtuali, mi facevano sentire molto sola. Quasi quasi mi stacco, cancello il profilo su Facebook, ma sì chiudo tutto!, mi dicevo. Poi, un giorno - era febbraio, ultime giornate d'inverno - mi imbatto in un post coraggioso e audace eppure incredibilmente gentile, un post che reagisce con garbo e intelligenza a un messaggio velenoso. Perdipiù, questo post è marcato da un curioso hashtag che calamìta la mia attenzione: #iosonoqui. Ma io chi? E qui dove? Così vado a cercare su Facebook.
Scopro che #iosonoqui è un gruppo chiuso e leggo d'un fiato il loro manifesto: "Vogliamo che Internet e i social media divengano un posto migliore, che siano un luogo di sano, positivo e costruttivo confronto; vogliamo che le notizie false o manipolate non trovino spazio sulle bacheche. Lo facciamo alimentando le conversazioni con rispetto, apertura, gentilezza ed educazione, diffondendo le notizie vere e censurando quelle false...". Parole sante: chiedo subito di essere ammessa al gruppo. Loro mi fanno domande: sei impegnata nel sociale? Cosa pensi dei discorsi d'odio? Io rispondo, e mi accolgono. Da lì comincia la mia avventura come sentinella della ragione su Facebook.
In pratica il gruppo monitora quotidianamente Facebook alla ricerca di commenti violenti e di notizie false o manipolate e, una volta individuata una di queste situazioni, gli amministratori - sono dieci e, notizia!, sono in gran parte donne - ne danno cenno a noi attivisti attraverso Facebook, chiamandoci all'azione. Quello che ciascuno di noi riceve sul proprio smartphone è una notifica marcata dall'incipit "azione richiesta", scritto proprio in maiuscolo.
A seguire, l'enunciato della situazione d'odio o di fake news su cui bisogna intervenire. Per capirci: situazioni ormai tipiche in cui ci mobilitiamo sono i gorghi d'odio contro i migranti che attraversano il Mediterraneo. "Annegano? Bè, almeno ci sarà nuovo mangime per i pesci!". Ecco, dove si pronunciano disumanità del genere, interveniamo noi di #iosonoqui con post orientati non a far cambiare idea al commentatore - non è quello che vogliamo - ma a mutare tono e prospettiva alla discussione.
Ultimamente mi mobilito molto sulle aggressioni personali, quando cioè la rete punta un singolo - per lo più donna, guarda caso! - e lo mette sotto attacco. Capita con Ilaria Cucchi, (che ha fatto condannare i militari responsabili della morte del fratello Stefano, ndr) con Greta Thunberg, la giovane attivista ambientale, ma anche con la showgirl Michelle Hunziker e la cantante Emma Marrone.
Ricordo quando Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d'Italia, fu attaccata con frasi sessiste per una dichiarazione sui migranti: noi, che non interveniamo mai a supporto di una visione politica o di un'altra, andammo subito a sostenerla. Perché quando aggredisce una donna, la rete sa sprigionare una gamma davvero grassa di umiliazioni.
Per capire al volo come funziona tecnicamente #iosonoqui - e perché può fare la rivoluzione sul web -, bisogna sapere dell'algoritmo di Facebook, ovvero di quel misteriosissimo calcolo che determina, tra l'altro, la posizione dei commenti che gli utenti visualizzeranno nella prima schermata.
Ebbene, il nostro obiettivo è proprio cavalcare l'algoritmo per fare salire nelle prime posizioni i post positivi e affossare quelli negativi, in modo da invertire il tono della conversazione e aprire la strada a chi vuole dire la sua senza aggredire. Cruciali sono i like, i "mi piace", che cerchiamo di mettere a pioggia sui post positivi, per fare massa: ovvio che quanto prima arriviamo e quanti più siamo, tanto più forte ed efficace sarà la missione.
L'attivismo per #iosonoqui è contagioso. Sarà perché è una forma di volontariato istantaneo, molto pratico e assolutamente funzionale: il gruppo ti interpella, tu compi l'azione - in qualche minuto puoi aver finito - e hai il riscontro immediato di aver cambiato una piccola parte del mondo e portato un valore.
A me ha fatto fare, a cinquant'anni, una grande scoperta: ovvero che le parole, anche le più comuni, sono dannatamente potenti, ma noi non sappiamo usarle. Possono costruire ponti e avvicinare, così come scavare voragini e distruggere. Ora so che Internet e i social network si trasformeranno in meravigliosi giardini se tutti quanti impareremo a sfruttare il formidabile potere delle parole. Peraltro, non è neanche tanto difficile: è tutta questione di allenamento, più si fa pratica e più si diventa bravi.
Per me all'inizio non era affatto semplice, davanti a commenti vomitevoli per la loro violenza, mantenere quella gentilezza, quel rispetto, quel buon senso e predisposizione al dialogo che sono i cardini della buna conversazione.
Poi ho imparato a controllare l'emotività, sono riuscita a mettermi sempre più nei panni dell'altro, a prendermi tutto il tempo per ascoltare e, quindi, per meditare le parole da esprimere. Se una chiamata all'azione di #iosonoqui mi raggiunge a casa, adesso chiedo spesso ai miei figli - 15 e 14 anni - di aiutarmi. Anche loro stanno imparando una grande lezione, ovvero che nessuno ha sempre ragione e che, oggi più che mai, bisogna credere nell'incredibile forza che hanno le parole civili del dissenso.
ansa.it, 13 agosto 2019
"Io non tengo libertà, non mi ricordo neanche più da quando. Mi sa da quando tenevo 14 anni. Perché tra sorveglianza e carcere la libertà vera non l'ho mai avuta", racconta Francesco, cresciuto all'ombra del padre boss della malavita locale, quasi un enfant prodige per il suo curriculum di reati. "Nella strada non sei libero, mai. Anche se sei libero per la giustizia, non sei libero dentro te", dice. "A me piaceva incutere il terrore nelle persone e adesso se ci ripenso mi faccio schifo da solo", confessa invece Alessandro, che dopo un'esistenza in strutture per minori e carceri, oggi sogna di studiare per diventare astrofisico.
E poi ancora, Maria, cresciuta in una comunità Rom, costretta a sposarsi ancora bambina a 14 anni e poi a rubare; Omar, metà napoletano e metà tunisino, che l'obesità ha mortificato a lungo, mentre entrava e usciva dal carcere minorile; Kekko, corpo tatuato e un passato di violenze e privazioni; Matteo, che dopo cinque anni di carcere spera di far contenta sua madre, almeno ora che non c'è più. Sono i sei ragazzi protagonisti di Boez - Andiamo via, serie tv di forte impatto sociale, un po' documentario un po' reality, realizzata da Rai Fiction e Donatella Palermo per Stemal Entertainment con la collaborazione del Ministero della Giustizia italiano. In onda dal 2 al 13 settembre alle 20.20 su Rai3, la serie racconta, senza filtri né falsi paternalismi, il singolare esperimento di recupero di sei ragazzi, tutti condannati per aver infranto la legge e in regime di detenzione, interna ed esterna, ora letteralmente in cammino.
Scarponi ai piedi e zaino in spalle, accompagnato da Marco Saverio, guida ambientale escursionistica Aigae, e da Ilaria D'Apollonio, educatrice di comunità ad orientamento psico dinamico, il gruppo ha percorso in 50 tappe e 10 puntate oltre 900 km, lungo la Via Francigena dei pellegrini medioevali, da Roma a Santa Maria di Leuca in Puglia, come misura di pena e recupero alternativi sul modello di iniziative già praticate in altri paesi europei, abbattendo fortemente la percentuale di recidive.
"Chi è nato in montagna come me - racconta Roberta Cortella, autrice di Boez insieme a Paola Pannicelli e regista con Marco Leopardi - cresce con i sentieri che scorrono sotto i piedi e guardando alla cima come a un'impresa dura e faticosa". Il progetto Boez, che prende il nome dalla firma di un writer "nel nome del quale raccontiamo una storia di speranza e rinascita", è nato con l'obbiettivo di "portare in Italia il metodo del cammini come strumento di rieducazione e reinserimento sociale di giovani con trascorsi criminali. Una misura già praticata in Belgio e Francia da quasi quarant'anni".
La serie racconta così la "realizzazione di un sogno: quello di sperimentare il metodo in Italia, ma anche il sogno di sei giovani che per due mesi hanno lasciato il loro contesto sociale per ripartire verso una nuova consapevolezza di sé e del mondo".
Il cammino diventa infatti un percorso di conoscenza, un gesto quasi rivoluzionario in un quotidiano comune sempre più sedentario, ancora più per chi è vissuto ristretto nei limiti di un contesto marginale e deprivato. Un viaggio pieno di meraviglie, dagli incontri alla sorpresa di dormire sotto le stelle, con la libertà che fa quasi paura. Ma anche di ostacoli, brusche frenate: il caldo asfissiante, lo zaino che pesa tantissimo, momenti di sconforto personale, dinamiche interpersonali (e sentimentali) tutte da imparare. Ma il seme del cambiamento è piantato. E chissà che una volta arrivati al mare, cominci a germogliare.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 13 agosto 2019
Anche l'ultimo appello di Amnesty International alla moderazione è passato inascoltato. Sono 10 settimane che le forze di polizia di Hong Kong affrontano le manifestazioni ricorrendo a metodi brutali e illegali, che non fanno altro che alimentare la tensione.
E infatti, oggi 5.000 persone hanno occupato l'aeroporto internazionale, costringendo alla cancellazione di tutti i voli. Ieri, la consueta messe di cannonate d'acqua, proiettili di gomma, proiettili che esplodono capsule contenenti sostanze irritanti e gas lacrimogeni in spazi angusti come la stazione di Kwai Fong, mirando alla testa e al tronco di persone che stavano arretrando.
Una giovane manifestante rischia di perdere l'occhio destro dopo essere stata colpita da un proiettile noto come "sacchetto di fagioli", in quanto è avvolto da un cuscinetto per renderlo teoricamente non letale. Amnesty International è tornata a chiedere a tutti i governi di sospendere i trasferimenti di materiali non letali per il controllo degli assembramenti. L'uso che ne fa la polizia di Hong Kong è del tutto irresponsabile.
di Gianluca Zeccardo
agi.it, 13 agosto 2019
Da ormai quattro giorni al terminale dei voli internazionali si tiene un sit-in dei manifestanti per la democrazia. E la reazione della polizia si fa più violenta. Il braccio di ferro tra manifestanti per la democrazia a Hong Kong e la Cina vive in queste ore momenti di altissima tensione, con Pechino che definisce "terrorismo" le violenze degli attivisti e schiera i cannoni ad acqua per le strade dell'ex colonia britannica. Davanti a 5.000 manifestanti che hanno bloccato i terminal degli arrivi all'aeroporto internazionale con un sit-in che dura ormai da quattro giorni, le autorità hanno cancellato tutti i voli in partenza e in arrivo e hanno deciso la chiusura dello scalo fino a domani mattina.
Secondo quanto riferito dalla compagnia di bandiera, la Cathay Pacific, il blocco dei voli durerà fino a domani mattina, mentre le autorità aeroportuali stanno chiedendo ai passeggeri di lasciare i terminal al più presto. Gli attivisti continuano a sfidare i divieti e accusano di eccessivo uso della forza la polizia, che ieri per la prima volta, durante una serie di scontri particolarmente violenti, ha lanciato lacrimogeni per disperdere la folla anche all'interno di una stazione della metropolitana, Kwai Fong. Gli animi si sono ulteriormente esasperati dopo il ferimento di una ragazza che rischia di perdere un occhio dopo essere stata colpita da proiettili a cuscinetto.
Sono subito diventati virali sui social i video della ragazza, che è stata operata. In segno di protesta e di solidarietà, i manifestanti riuniti all'aeroporto, oltre 5 mila secondo Kong Wing-cheung, soprintendente del dipartimento pubbliche relazioni della polizia, hanno un occhio coperto con una mascherina o una benda.
La Cina ha condannato le violenze dei dimostranti che, secondo le autorità hanno lanciato bottiglie molotov contro la polizia, avvertendo che questi atti sono considerati "terrorismo". "I manifestanti radicali di Hong Kong hanno ripetutamente usato strumenti estremamente pericolosi per attaccare i poliziotti, il che costituisce un grave crimine violento, e mostrano anche i primi segni di terrorismo", ha detto Yang Guang, il portavoce dell'ufficio affari di Hong Kong e Macao (Hkmao) del Consiglio di Stato. Atti che "calpestano lo stato di diritto e l'ordine sociale di Hong Kong", ha aggiunto.
E sotto la pressione di Pechino la Cathay Pacific ha avvertito i suoi dipendenti che potrebbero essere licenziati se "sostengono o partecipano alle proteste illegali". L'avvertimento è contenuto in un messaggio allo staff dell'amministratore delegato, Rupert Hogg, il quale ha intimato ai dipendenti in particolare di non sostenere o partecipare alle nuove proteste all'aeroporto internazionale dell'ex colonia britannica.
di Antonella Sinopoli*
La Repubblica, 13 agosto 2019
Un mercato da oltre 200 miliardi di dollari. La denuncia dell'Oms. I dati forniti dalla Scuola di igiene e medicina tropicale di Londra. I più colpiti dono i paesi subsahariani. I rimedi anti-malaria fatti di farina e gesso.
Curarsi in Africa a volte vuol dire giocare alla roulette russa - si apprende leggendo un articolo di Antonella Sinopoli, su Nigrizia.it - Un colpo ti salva, l'altro ti ammazza. L'altro è una medicina contraffatta. Un medicinale su 10 nei paesi a basso o medio reddito è alterato, falsificato. E l'Africa subsahariana è l'area dove le fake drugs sono più diffuse: il 42% dei casi rilevati a livello globale. Lo dice l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che recentemente ha lanciato nuovi allarmi sulla circolazione di farmaci contraffatti o che non rispettano gli standard qualitativi stabiliti dalle norme internazionali.
Un terzo dei medicinali anti-malaria è falso. È falso, ad esempio, un terzo dei medicinali venduti per combattere la malaria. Secondo gli studi della Scuola di igiene e medicina tropicale di Londra almeno 158mila morti all'anno nei paesi subsahariani sono da attribuire a farmaci fittizi. E sta notevolmente aumentando anche la circolazione di medicinali contraffatti per curare forme di cancro, disturbi cronici, come l'ipertensione, o semplici antidolorifici. Sono 3 le categorie illecite stabilite dall'Oms: i farmaci deliberatamente fraudolenti, quelli che non rispondono agli standard internazionali e quelli non registrati neanche nel sistema nazionale. Possono contenere dosi sbagliate, agenti dannosi o nessun agente, palliativi insomma.
Due miliardi di persone senza accesso sicuro ai farmaci. Sempre secondo l'Oms, 2 miliardi di persone al mondo non hanno alcun accesso alle cure mediche, neanche quelle di base. Di contro, nel corso degli anni la spesa mondiale per cure e farmaci è aumentata vertiginosamente e ha raggiunto la somma di 1,1 trilioni di dollari. In Africa, nel 2013, corrispondeva a quasi 21 miliardi e, secondo le stime, salirà da 40 a 65 miliardi di dollari entro il 2020.
Un mercato parallelo e un giro d'affari impetuoso. I farmaci contraffatti hanno dato luogo ad un giro impetuoso di prodotti che ha anche aperto la strada a un mercato parallelo, quello, appunto, della contraffazione. Tali prodotti provengono soprattutto da Cina e India, ma anche dalla Turchia e dagli Emirati Arabi Uniti. Non è difficile trovarli sulle bancarelle dei mercali locali, ma spesso anche nelle farmacie autorizzate che, a volte sono ignare di quanto stanno acquistando e a volte ne sono complici. In questo mercato in espansione si inseriscono anche criminali alla ricerca di guadagni facili e veloci.
I rimedi anti-malaria fatti con gesso e farina. Del resto, come hanno analizzato gli esperti, realizzare le "copie" dei farmaci non è molto complicato. Per gli antimalarici, ad esempio, basta della farina e un po' di gesso per trarre in inganno. Secondo le stime, i medicinali contraffatti producono affari pari ad almeno 200 miliardi di dollari (il settore più lucroso di falsificazione al mondo) e contribuiscono al crescente rischio di resistenza antimicrobica. "Nonostante i progressi nella sorveglianza della qualità dei farmaci e nella tecnologia di rilevamento - si legge in uno studio recente pubblicato dalla Società americana di igiene e medicina tropicale - sono urgentemente necessari maggiori sforzi nella ricerca, nella politica e nel monitoraggio sul campo, per arrestare la pandemia dei falsi medicinali".
I sequestri avvenuti. I blitz che ci sono stati in questi anni dimostrano quanto sia vasto e massiccio il fenomeno. Fece scalpore l'operazione "Biyela 1" che nel 2013 coinvolse 24 paesi subsahariani (ma erano implicati anche Algeria e Marocco) e che portò al sequestro di 1 miliardo di prodotti contraffatti contenuti in 146 container, per un valore di circa 560 milioni di dollari. Molti paesi africani erano nel mirino di "Pangea XI", condotta dall'Interpol nel 2018, e che portò al sequestro di tonnellate di medicinali potenzialmente pericolosi: valore 14 milioni di dollari.
Gli esempi virtuosi di Nigeria e Tanzania. Negli ultimi due anni, in Costa d'Avorio, sono state sequestrate 400 tonnellate di fake drugs e in Kenya, nello scorso febbraio, sono state chiuse decine di farmacie illegali e moltissimi scatoloni ancora intonsi sono stati prelevati dal servizio di controllo. E poi c'è il caso-Nigeria che, segnalano gli esperti, è riuscita a ottenere una riduzione dell'80% della circolazione di farmaci contraffatti attuando attività normative mirate. Tra le iniziative, quella dell'agenzia per il cibo e i farmaci, (Nafdac), che ha stabilito l'ingresso dei medicinali nel Paese solo da due punti di accesso controllati e ha fornito i funzionari doganali di "minilab" mobili che consentono di identificare i farmaci falsificati. La Tanzania, esempio modello, risulta il primo Paese africano ad aver stabilito un sistema di qualità e di controllo dei farmaci, e in generale del sistema sanitario, di alto livello.
Gli strumenti per riconoscere. In generale, però, intercettare i farmaci fasulli non è semplice e in questi anni la tecnologia sta facendo a gara per mettere a punto sistemi e tracciature che possano aiutare medici e infermieri, ma anche gli stessi pazienti, a controllare quello che stanno prescrivendo o acquistando. Sempre che il malato abbia competenze e capacità per usare applicazioni o sistemi di verifica.
Uno dei sistemi anti contraffazione più noto (e facile da usare) è quello adottato dall'azienda americana Sproxil. Consiste in un'etichetta sul pacchetto del medicinale, basta grattarla e inviare un sms. Il codice permette di stabilire se il farmaco è contraffatto o originale. Nel 2018 il numero di verifiche in tutto il mondo (compresa l'Africa) era stato di 80 milioni. E poi ci sono le "app", come Pedigree, sviluppata in Ghana da Bright Simons, vincitrice di numerosi riconoscimenti. Tra questi il Netexplorateur, Grand Prix dell'Unesco.
I casi del farmacista camerunese e delle adolescenti nigeriane. Lui si chiama Franck Verzefé: ha sviluppato True-Spec, strumento che utilizza l'intelligenza artificiale per consentire a farmacie, ospedali, laboratori di stabilire la veridicità o meno di un farmaco. E poi ci sono le quattro ragazze nigeriane, poco più che adolescenti, e il loro Fake Drugs Detector. Per loro il premio Silicon Valley e la speranza che aiuti a ridurre le false medicine in circolazione.
Convenzione medicrime. Certo, la guerra contro questo mercato criminale va combattuta a livello locale, regionale, ma soprattutto mettendo in campo reti sovranazionali. La Convenzione medicrime del Consiglio d'Europa, entrata in vigore nel 2016, rimane ancora l'unico strumento giuridico internazionale in materia. Stabilisce l'obbligo per gli stati membri di qualificare come illeciti penali quelli che hanno a che fare con la fabbricazione, fornitura, traffico di farmaci contraffatti. Ma al momento pochi paesi l'hanno ratificata.
Tra quelli africani: il Burkina Faso, la Guinea, il Benin. Quest'ultimo in particolare proprio lo scorso anno ha arrestato e condannato a 6 anni di carcere più una multa di 4,5 milioni di euro un parlamentare dell'opposizione coinvolto in un giro di medicinali contraffatti. Un fatto eccezionale visto che in caso di arresto (non frequente considerata anche la rete di corruzione che copre il sistema) basta una semplice multa e le persone arrestate sono libere di tornare agli affari. Illeciti, naturalmente.
*Antonella Sinopoli scrive su Nigrizia
di Alessandro Capriccioli* e Marta Bonafoni**
Il Manifesto, 13 agosto 2019
Braccianti. Al centro del provvedimento: gli indici di congruità per distinguere le imprese virtuose; il coinvolgimento del terzo settore per promuovere il loro lavoro sul fronte dell'inclusione; gli elenchi di prenotazione, per mettere in contatto domanda e offerta di lavoro facendo emergere il sommerso. Nel Lazio c'è la schiavitù. Con tanto di catene, soprusi, punizioni corporali, stenti, fame, sete. E morti. È la schiavitù del caporalato in agricoltura, praticata su larga scala a una manciata di chilometri da casa nostra, che riguarda migliaia di braccianti agricoli, gran parte dei quali stranieri.
Una schiavitù nascosta, che solo negli ultimi anni è venuta alla luce grazie al lavoro di persone coraggiose come Marco Omizzolo, che oggi vive sotto scorta dopo aver aiutato centinaia di lavoratori a rompere il muro del silenzio, e di realtà associative come Terra!, impegnate in una difesa dell'ambiente che dev'essere anche, e in primo luogo, difesa dei diritti. Da quel lavoro sono emersi particolari raccapriccianti: violenze, anche sessuali, condizioni di vita disumane, paghe irrisorie, arbitrio dei padroni sulla vita e sulla morte dei braccianti e delle braccianti. Perfino la somministrazione di droghe, per consentire di sopportare fisicamente e psicologicamente condizioni di lavoro mostruose.
Già questo, da solo, basterebbe per intervenire. Ma c'è perfino di più. A partire dalla concorrenza sleale delle aziende che si avvalgono dei lavoratori irregolari nei confronti di quelle che rispettano la legge: una concorrenza sleale della quale noi stessi siamo complici, come cittadini e come consumatori, quando non ci poniamo domande sul prezzo di quello che compriamo e mangiamo tutti i giorni.
Tra giovedì e venerdì, in una lunghissima seduta notturna del Consiglio regionale (piegando il vergognoso atteggiamento ostruzionistico della destra), abbiamo approvato una legge a nostra prima firma che prende atto del problema e tenta di mettere in campo strumenti concreti per affrontarlo. Un provvedimento doveroso, per chi come noi rappresenta tutti i cittadini della regione, compresi quelli più fragili, che non hanno voce, a cui occorre restituire la possibilità di rivendicare i propri diritti e di pensare a un'esistenza dignitosa.
La legge approvata persegue questi obiettivi attraverso una serie di misure: gli indici di congruità, per distinguere le imprese virtuose e offrire loro premialità rispetto alle altre; il coinvolgimento del terzo settore con il riconoscimento dei centri polifunzionali, per promuovere e finanziare il loro lavoro sul fronte dell'inclusione, dell'alfabetizzazione, della mediazione culturale, della formazione; gli elenchi di prenotazione, per mettere in contatto domanda e offerta di lavoro facendo emergere il sommerso; l'attività di monitoraggio e coordinamento di un Osservatorio regionale per il lavoro in agricoltura; le campagne di informazione e di sensibilizzazione anche nei paesi di provenienza dei lavoratori. E più in generale, il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati: i sindacati, le organizzazioni datoriali, i centri per l'impiego, le associazioni, le sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità. Perché lavorare insieme e fare rete è l'unica possibilità per ottenere risultati significativi. Anche quando fuori soffia il vento dell'odio e dell'intolleranza.
*Capogruppo +Europa Radicali al Consiglio regionale del Lazio
**Capogruppo Lista Civica Zingaretti al Consiglio regionale del Lazio
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