di Michele Di Branco
La Stampa, 11 agosto 2019
Lo studio di Confartigianato Veneto: il problema rischia di aggravarsi con i prepensionamenti di "quota 100". A Brescia ogni magistrato ha un'utenza media di 15.124 cittadini, i colleghi di Reggio. Tribunali e uffici scoperti? Processi lenti. Il cortocircuito che rallenta la giustizia italiana sta nei numeri. La pianta organica ideale del Ministero di Grazia e Giustizia indica un fabbisogno di 7 mila 954 unità. Ma gli ultimi dati disponibili parlano di una forza effettiva ben più bassa, 6 mila 944, di cui 4 mila 784 ordinari e 2 mila 160 onorari.
di Maria Bella
livesicilia.it, 11 agosto 2019
L'avvocato: "Epilogo felice, ma tormentato e ritardato". Si è conclusa positivamente la vicenda denunciata nei giorni scorsi su Live Sicilia dal legale Ernesto Pino. Antonino Cintorino, boss dell'omonimo clan operante a Calatabiano, detenuto al regime di massima sicurezza nel carcere di Novara, ha iniziato la cura per debellare il pericoloso batterio che lo ha aggredito.
A darne notizia lo stesso istituto penitenziario, dopo le dure parole dell'avvocato Pino, che aveva parlato di gravi inadempienze da parte della struttura carceraria ai danni del proprio assistito. "Improprie ed immotivate", secondo la direttrice del carcere, le notizie divulgate dall'avvocato Pino con toni allarmistici.
Innanzitutto, secondo quanto asserito dal medico specialista gastroenterologo, il farmaco "non è un salvavita e la sua assunzione non ha indicazioni di urgenza, tanto da poterne iniziare l'utilizzo anche qualora torni disponibile", non essendo al momento presente nelle farmacie del territorio di Novara. Per questo i familiari del detenuto avevano chiesto di essere autorizzati all'acquisto e all'invio del medicinale. Procedura non ammissibile secondo le "disposizioni in vigore per i detenuti sottoposti al regime 41bis".
Nonostante ciò, evidenzia la direttrice del carcere, "mi sono assunta la responsabilità di autorizzare in via eccezionale l'acquisto da parte dei familiari". L'invio, consentito attraverso la farmacia presso cui è stato comprato, è avvenuto giorni dopo a causa di alcuni inconvenienti non dipesi dal penitenziario. Ma, secondo la direttrice, il legale non avrebbe atteso il tempo previsto per le procedure del caso e avrebbe divulgato la vicenda, con il nome ed il cognome del detenuto, compiendo un gesto incauto, grave e pericoloso.
Non così per l'avvocato Ernesto Pino che, attraverso una nota, risponde a tono alle critiche sollevate. Sarebbe bastato, spiega il legale, dare una risposta tempestiva alla farmacista che, contattata dai familiari del detenuto, aveva chiesto all'istituto penitenziario tempi e modalità per l'invio del medicinale. Oppure rispondere alla pec inviata dallo stesso legale il giorno dopo. Ma tutto ciò non è avvenuto. "Quando si verte in tema di detenuti sottoposti al regime del 41bis - scrive l'avvocato Pino - interloquire con i Direttori del carcere o Direttori sanitari è per i difensori una missione impossibile".
Secondo Ernesto Pino la divulgazione della notizia "lungi dall'essere immotivata, ha sortito l'effetto sperato: finalmente i difensori ed i familiari del detenuto sono stati portati a conoscenza della reale situazione clinica dello stesso ed il difensore è stato onorato di una mail di risposta". Il legale risponde anche alle accuse di allarmismo e di incauta divulgazione delle generalità del detenuto. Pur non essendo salvavita, l'assunzione della terapia sarebbe stata consigliata in tempi brevi, secondo la relazione medica dello scorso 19 luglio.
Infine, sarebbe stato lo stesso Cintorino a chiedere al legale di smuovere le acque, autorizzando lo stesso a fare il suo nome per divulgare la vicenda. "Detto ciò - conclude il legale - ritengo conclusa la vicenda con il tormentato e ritardato, ma felice epilogo, augurandomi che il Sig. Cintorino Antonino possa guarire al più presto e che, in futuro, si abbia un minimo di rispetto, da parte degli Istituti penitenziari, per il ruolo e la figura del difensore".
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 agosto 2019
La sorte dolente tocca a migranti, barboni, persone senza nome e detenuti. Qualcuno è completamente solo al mondo. Qualcun altro, venuto in Italia cercando fortuna (invano), è deceduto senza che nel Paese d'origine i parenti sapessero nulla. A volte non hanno un nome.
La certezza è che i casi di cadaveri "dimenticati" nell'Istituto di Medicina Legale dell'Università degli Studi di Bari sono in aumento. La vicenda della salma di un ex detenuto del carcere di Bari abbandonata da oltre un mese e mezzo in un macabro limbo, tra l'inchiesta aperta dalla Procura e una degna sepoltura che ancora non c'è (ne abbiamo riferito ieri), non è un caso isolato.
"Il fenomeno esiste - spiega il professor Franco Introna, direttore dell'Istituto - e tra l'altro crea non pochi problemi al nostro lavoro che già viene svolto quotidianamente tra mille difficoltà e con risorse sempre più risicate". Da un lato le esigenze della scienza e, soprattutto, quelle investigative di chi è chiamato a "leggere" i segnali che giungono da un corpo senza vita che può raccontare tanto sul perché del decesso e su chi può avere avuto delle responsabilità. Dall'altro il contraltare sociale, la finestra discreta e sommessa che si apre su persone sole, come fossero fantasmi. Sino alla morte. Anzi, anche oltre. "Delle 12 celle frigorifere a nostra disposizione, ormai usate ininterrottamente da 25 anni, un terzo è occupato da cadaveri "dimenticati".
Brutto dirlo, me ne rendo conto, ma da noi purtroppo è così. Una volta giunte in istituto, le salme, dopo le autopsie, tornano a disposizione dei famigliari per le esequie. Ma in certi casi...". Già, come funziona, nel caso in cui nessuno rivendichi la salma? "Prima c'era la cosiddetta "sepoltura in povertà" - spiega Introna.
Un servizio di pompe funebri pubblico provvedeva alle esequie di chi, purtroppo, era completamente solo al mondo. Pensiamo ai clandestini, in passato abbiamo avuto tanti casi di questo tipo. Adesso, soprattutto a causa della mancanza di fondi, questa possibilità è sempre più ridotta e assicurare la pietà, a volte, diventa più complicato. La nostra non è solo un'attività importante da un punto di vista medico legale, scientifico e investigativo, ma anche sociale". Ovvio che non possano rimanere per sempre lì. Oltre un certo tempo, la strada della sepoltura è obbligata anche per il rischio di decomposizione.
Tra questi cadaveri dimenticati, c'è anche quello di Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari e poi trasferito al Policlinico. Nel macabro limbo in cui si trova, l'unico parente a voler fare luce è un anziano zio materno. L'Autorità giudiziaria ha bloccato il rilascio della salma, ma non ha ancora disposto l'autopsia. La conseguenza è che il corpo senza vita dell'uomo si trova a Medicina Legale dal 21 giugno.
A chiedere che venga acceso una luce c'è il parente che ha presentato un esposto al posto di Polizia di Stato all'interno del nosocomio barese. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura. Al momento, a quanto pare, è a carico di ignoti. Il pm Ignazio Abbadessa ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche in ospedale, il sequestro del diario clinico in carcere e ha delegato la Polizia di Stato a sentire l'anziano zio della vittima che con il suo esposto ha dato il via agli accertamenti. Verifiche che, al momento, non contemplano però l'autopsia. Così Di Fronzo resta tra color che son sospesi, in una delle 12 celle frigorifere buie e fredde di Medicina Legale. Uno dei numerosi casi di "cadaveri dimenticati". Storie di vite difficili di chi neanche dopo la morte riesce a trovare pace.
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 agosto 2019
La sorte dolente tocca a migranti, barboni, persone senza nome e detenuti. Qualcuno è completamente solo al mondo. Qualcun altro, venuto in Italia cercando fortuna (invano), è deceduto senza che nel Paese d'origine i parenti sapessero nulla. A volte non hanno un nome.
La certezza è che i casi di cadaveri "dimenticati" nell'Istituto di Medicina Legale dell'Università degli Studi di Bari sono in aumento. La vicenda della salma di un ex detenuto del carcere di Bari abbandonata da oltre un mese e mezzo in un macabro limbo, tra l'inchiesta aperta dalla Procura e una degna sepoltura che ancora non c'è (ne abbiamo riferito ieri), non è un caso isolato.
"Il fenomeno esiste - spiega il professor Franco Introna, direttore dell'Istituto - e tra l'altro crea non pochi problemi al nostro lavoro che già viene svolto quotidianamente tra mille difficoltà e con risorse sempre più risicate". Da un lato le esigenze della scienza e, soprattutto, quelle investigative di chi è chiamato a "leggere" i segnali che giungono da un corpo senza vita che può raccontare tanto sul perché del decesso e su chi può avere avuto delle responsabilità. Dall'altro il contraltare sociale, la finestra discreta e sommessa che si apre su persone sole, come fossero fantasmi. Sino alla morte. Anzi, anche oltre. "Delle 12 celle frigorifere a nostra disposizione, ormai usate ininterrottamente da 25 anni, un terzo è occupato da cadaveri "dimenticati".
Brutto dirlo, me ne rendo conto, ma da noi purtroppo è così. Una volta giunte in istituto, le salme, dopo le autopsie, tornano a disposizione dei famigliari per le esequie. Ma in certi casi...". Già, come funziona, nel caso in cui nessuno rivendichi la salma? "Prima c'era la cosiddetta "sepoltura in povertà" - spiega Introna.
Un servizio di pompe funebri pubblico provvedeva alle esequie di chi, purtroppo, era completamente solo al mondo. Pensiamo ai clandestini, in passato abbiamo avuto tanti casi di questo tipo. Adesso, soprattutto a causa della mancanza di fondi, questa possibilità è sempre più ridotta e assicurare la pietà, a volte, diventa più complicato. La nostra non è solo un'attività importante da un punto di vista medico legale, scientifico e investigativo, ma anche sociale". Ovvio che non possano rimanere per sempre lì. Oltre un certo tempo, la strada della sepoltura è obbligata anche per il rischio di decomposizione.
Tra questi cadaveri dimenticati, c'è anche quello di Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari e poi trasferito al Policlinico. Nel macabro limbo in cui si trova, l'unico parente a voler fare luce è un anziano zio materno. L'Autorità giudiziaria ha bloccato il rilascio della salma, ma non ha ancora disposto l'autopsia. La conseguenza è che il corpo senza vita dell'uomo si trova a Medicina Legale dal 21 giugno.
A chiedere che venga acceso una luce c'è il parente che ha presentato un esposto al posto di Polizia di Stato all'interno del nosocomio barese. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura. Al momento, a quanto pare, è a carico di ignoti. Il pm Ignazio Abbadessa ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche in ospedale, il sequestro del diario clinico in carcere e ha delegato la Polizia di Stato a sentire l'anziano zio della vittima che con il suo esposto ha dato il via agli accertamenti. Verifiche che, al momento, non contemplano però l'autopsia. Così Di Fronzo resta tra color che son sospesi, in una delle 12 celle frigorifere buie e fredde di Medicina Legale. Uno dei numerosi casi di "cadaveri dimenticati". Storie di vite difficili di chi neanche dopo la morte riesce a trovare pace.
di Margherita Grassi
Corriere della Sera, 11 agosto 2019
Il racconto di due genitori adottivi: "Lo abbiamo fatto per salvarlo". Volevano che loro figlio fosse arrestato, che andasse in un carcere minorile, e ce l'hanno fatta. La storia di questa coppia di 60enni reggiani è fatta di anni di battaglie, terapie, percorsi psicologici. E da qualche mese di lucida esasperazione e razionale sicurezza: "Nostro figlio è pericoloso per sé e per gli altri: va fermato. Solo così, forse, per lui c'è speranza".
Un appello che questa madre e questo padre adottivi avevano pubblicamente lanciato a fine luglio, dopo aver capito di essere inermi e impotenti davanti alla vita che da mesi il ragazzo, che ha 17 anni e mezzo, aveva intrapreso: vita fatta di spaccio e furti, condotta per strada, con la sfrontatezza di chi si sente al riparo dalla legge.
Ora, il minorenne si trova al carcere minorile del Pratello a Bologna, ma per mesi, vista la giovanissima età, nessuna accusa era stata formalizzata contro di lui. I genitori vivevano nell'angoscia che, una volta arrivati i 18 anni, per il figlio si aprissero direttamente le porte del carcere per adulti, senza che per lui ci fosse più possibilità di recupero. O che, comunque, fosse più complesso recuperarlo.
Valerio, lo chiameremo così, è stato adottato da questa coppia reggiana - lei insegnante, lui dirigente d'azienda - dieci anni fa, quando di anni ne aveva 7. C'è stato un cammino difficilissimo fatto di colloqui con psicologi dell'Ausl, assistenti sociali e terapeuti, con i genitori sempre presenti a cercare di aiutare quel bambino che arrivava da un'infanzia a dir poco complicata.
Un anno e mezzo fa circa, il passaggio dalle scuole medie a quelle superiori si è rivelato molto problematico: "Ha cancellato in poco tempo i progressi di anni", dicono i coniugi reggiani. Da lì c'è stata una sorta di valanga. I genitori lo hanno segnalato alla questura di Reggio per spaccio a fine 2018, poi lo hanno denunciato per minacce nei loro confronti.
Il Tribunale dei minori ha aperto un fascicolo, "ma in sei mesi non siamo mai stati contattati - raccontano. Ci siamo resi conto che la legge che tutela i minorenni in realtà diventa un boomerang. Siamo solamente dei nomi su dei fogli. Non c'è un progetto, non c'è una prospettiva a nessun livello istituzionale", protestano. A marzo 2019, su richiesta dei genitori stessi, Valerio è stato inserito dai servizi sociali in una comunità a Reggio Emilia, ma dopo circa due mesi gli operatori hanno deciso di espellerlo a causa del suo comportamento irrispettoso delle regole. A maggio il primo furto, di una bicicletta. La decisione del trasferimento in una comunità nel piacentino, la fuga del minorenne.
A quel punto Valerio si è dato alla vita in strada, interrompendo quasi del tutto i contatti coi genitori. A fine giugno, nel Reggiano, il furto di uno scooter e di un'auto, in questo secondo caso con tanto di fuga dalle forze dell'ordine e danni procurati alla vettura stessa. C'è voluto un altro episodio analogo, tra il 30 e il 31 luglio a Comacchio, perché Valerio, qualche giorno dopo, fosse incriminato e portato infine nel carcere minorile in custodia cautelare.
Il 17enne è stato fermato sempre al volante di un'auto rubata nel corso di una serata brava sulla riviera romagnola. Trasportava una ragazza e un ragazzo di 14 e 15 anni, giovanissimi turisti lombardi. "Non possiamo certo parlare di soddisfazione, in un contesto del genere - dice la coppia - ma di sollievo sì. Con la speranza che per nostro figlio ci possa essere un programma di riabilitazione e recupero".
di Valentina Frezzato
La Stampa, 11 agosto 2019
Il progetto è nato da un'idea di Gianni Ravazzi, consigliere comunale della Lega, che ha coinvolto l'associazione Natura ragazzi dell'Orto botanico. Ieri è iniziata la quinta settimana su strada per i volontari del progetto "Alessandria città normale".
"E pensare che all'inizio credevano non durassimo più di qualche giorno". Gianni Ravazzi - che è consigliere comunale della Lega e fa parte dell'associazione Natura e ragazzi che si occupa dell'orto botanico - li segue tutte le mattine. In questo mese di lavoro hanno pulito cinquecento fioriere.
E non è un numero a caso: "C'è un tecnico del giardino botanico che ci segue - spiegava ieri Ravazzi, a lavoro in via Dante - e che ha schedato ogni intervento. Questo è utile sia per tenere il conto delle azioni, sia per capire i lavori che sono già stati fatti oltre che per monitorare gli interventi sulle piante malate o da curare in modo particolare. Abbiamo già finito il primo giro di pulizia delle fioriere, che consisteva nella rimozione delle piante morte e annaffiatura.
Il secondo giro che iniziamo adesso è di manutenzione e verifica, oltre che di ulteriore pulizia e cura. Durante il terzo giro ci saranno nuovi fiori da piantare". Si va avanti insieme all'associazione Social Domus e al consorzio Abc che si occupano di richiedenti asilo; alcuni di loro per due mesi hanno seguito, su base volontaria, un corso di formazione di cinquanta ore "finalizzato ad apprendere le necessarie competenze per gestire fioriere e aree verdi con cespugli presenti ad Alessandria sul suolo pubblico".
Si possono incontrare in centro dal martedì al venerdì, dalle 8,30. Questo progetto continuerà con tre gruppi di persone differenti: il primo è quello dei richiedenti asilo, il secondo con i detenuti del Don Soria per la piazza antistante il carcere e al negozio Social Wood, che partecipa all'iniziativa e realizzerà anche nuove fioriere con materiale riciclato. Il terzo sarà composto da coloro che otterranno il permesso dal Ministero della giustizia che gestisce le pene alternative alla detenzione.
Loro in particolare puliranno i cimiteri, partendo dal monumentale. "I volontari si stanno impegnando molto e nei giorni liberi arrivano anche al giardino botanico. Se avessi un'attività li assumerei tutti".
Gli alessandrini come reagiscono? "Con diffidenza durante la prima settimana. Ci hanno detto: "Tanto poi smettete". Ora offrono ai ragazzi la colazione. Ci portano da bere, ci ringraziano. Una signora di un negozio in via Dante ha insistito per comprare a tutti il gelato". Unica pecca sono i maleducati: "Chiedo di non sporcare dove abbiamo pulito: a volte troviamo bottigliette e cartacce nelle fioriere che abbiamo appena sistemato. Bisogna impegnarsi, tutti quanti, per avere una città più "normale".
di Caterina Bonvicini
L'Espresso, 11 agosto 2019
Come si raccontala detenzione? Come si traduce in prosa la claustrofobia di un destino dietro le sbarre? La lezione è in Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner.
Leggi due romanzi che parlano del carcere, e quando arrivi alla fine ti accorgi che ti hanno lasciato addosso uno sconfinato senso di libertà. Sembra un paradosso, ma è solo uno dei miracoli di cui è capace la letteratura. Del resto, sono due libri magnifici. E questo devono fare, i libri belli: imprigionarti nel loro mondo, per poi portarti a respirare meglio, e un po' di più.
"Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner (traduzione di Giovanna Granato), entrambi pubblicati da Einaudi, sono due romanzi molto diversi, anche se affrontano lo stesso problema. A cominciare dalla lingua. Valeria Parrella rende contemporanea una voce antica, da tragici greci, usa un italiano stratificato, che in ogni parola si misura con il tempo, sempre al confine con la poesia.
Rachel Kushner invece sceglie una lingua da strada, da hard boiled, e la rende sofisticata, la porta a livelli altissimi di raffinatezza, lavorando di ambiguità e ironia. Ma tutte e due le scrittrici capiscono che per dominare una materia violenta come la vita delle detenute - che siano del carcere minorile di Nisida, Napoli, o del penitenziario femminile di Stanville, California - la forma non può essere un secondino. Anzi.
La prosa deve essere immaginifica, se vuole abbattere certi muri: deve correre fuori dai percorsi stabiliti, ribellarsi a divieti e orari, affacciarsi spavalda alle luci troppo forti per confondere chi osserva e raggiungere un punto cieco. Serve una prosa in fuga per raccontare tanta claustrofobia. Anche le protagoniste sono diverse. Almarina è una ragazzina romena di sedici anni ("o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò di mazzate") che in carcere trova una madre. Romy Hall è una madre la cui responsabilità genitoriale è decaduta, una madre consapevole di non potere più rivedere il figlio di sette anni, che verrà dato in affidamento, chissà dove e chissà a chi.
In comune hanno un passato randagio, e tanta violenza subita. Almafina, stuprata e picchiata dal padre, è scappata in Italia con il fratello, su un camion, e per pagarsi quel viaggio si è prostituita. Romy è cresciuta nelle periferie di San Francisco, ín compagnia di ragazzi che non avevano alternativa alla droga, per poi finire al Mars Room a fare la spogliarellista e la ballerina di lap dance. Entrambe sono colpevoli, eppure di un'innocenza struggente.
Almarina, fuggita e trovata, finita in una comunità, "il reato migliore l'ha fatto quando ha rubato un telefonino". Romy Hall ha due ergastoli perché ha ucciso un cliente ossessionato da lei, che la perseguitava. Forse la giuria avrebbe capito quel gesto disperato, se non le fosse capitato un avvocato d'ufficio logorato dalla burocrazia e da tribunali che davanti agli ultimi si trasformano in macchine stanche e frettolose.
In comune hanno anche un'altra cosa: si fanno amare dal lettore. Romy attraverso il suo racconto picaresco, in prima persona, che si mescola a quello di altri personaggi (Rachel Kushner si cala nella feccia, assume tante voci di criminali, o di disperati), e Almarina attraverso lo sguardo della sua insegnante, Elisabetta Maiorano, la narratrice del romanzo di Valeria Parrella. Elisabetta è una donna di cinquant'anni, vedova, che dà lezioni di matematica ai ragazzi di Nisida e quando torna a casa non riesce a lasciarsi il carcere alle spalle ("E se esci nell'ora della partita, uscire è più dolce.
Basta non guardarli davvero quando si va, e tu devi andare per forza di legge, e loro devono restare per forza di legge. È, questa separazione, disumana"). Un po' come Gordon Hauser, l'insegnante del romanzo dí Kushner, la cui vita è risucchiata dalle detenute. Anche lui non può fare a meno di pensare sempre a loro, a Romy in particolare, di cui si sta innamorando. Ma lei è "vietata", come quasi tutto in carcere. Vietato camminare scalzi. Vietato tenere le mani in tasca. Vietato urlare. Vietato ridere sguaiatamente. Vietato piagnucolare (Ridurre il pianto al minimo). Vietato tenersi per mano. Vietato abbracciarsi.
Non c'è scritto, ma a Stanville è vietato amare. Anche a Nisida è vietato amare, o comunque è sconsigliato. Ma per Elisabetta è un colpo di fulmine, e non può farci niente. "Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d'amore improvviso vi mettono in sospetto", scrive Valeria Parrella. "Le amicizie sembrano maliziose, l'amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l'ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato.
Volete che l'amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore".
L'amore di Elisabetta per Almarina è destinato a cambiare la vita a entrambe, quello di Gordon per Romy invece può essere vissuto solo come una fantasia non pattugliata dal dipartimento di correzione. E soprattutto è diversa la misura. Il legame fra Elisabetta e Almarina è il perno del romanzo di Valeria Parrella, è l'amore che supera le barriere, mentre quello fra Gordon e Romy, nel libro di Rachel Kushner, è solo l'ennesima possibilità mancata in due vite a cui non è stata concessa nessuna possibilità, a priori, un amore marginale fra marginali.
Rachel Kushner, con cupezza e con allegria, racconta i persi. I persi, non i perdenti, perché è gente che non ha mai immaginato di vincere. L'unico personaggio che si concede fantasie di riscatto, Betty, lo fa in modo megalomane - e sta nel braccio della morte. Almarina e Romy hanno in comune il sentimento del presente, ma non il sentimento del domani.
Qui sta il grande scarto. Romy Hall sa che da Stanville non uscirà mai ("Lei ha due impegni a tempo indeterminato con lo Stato, Hall. Non va proprio da nessuna parte"). Romy è cresciuta fra gente spacciata in partenza, che non si poteva permettere il lusso di sognare un domani ("Amavamo più la vita che il futuro"). E mentre viene circondata, dopo un tentativo di fuga, le tornano in mente i bagni nell'oceano, davanti a un cartello: zona a rischio annegamenti. "Non abbiamo mai avuto paura di annegare. La morte non era contemplata nel nostro futuro. Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita".
Almarina "sa che quello che non è presente alla vista non esiste più", ma ha "la luce del futuro negli occhi: e il futuro comincia adesso". E mentre lei e Elisabetta guardano il mare quel domani diventa patto, promessa, e loro "donne in divenire". E "da dentro il corpo di Almarina in vincoli" uscirà "Almarina libera". Ecco la vera, profonda, differenza: "Almarina" è una storia di speranza, storia d'amore con tutta la lucentezza del cambiamento a cui ogni amore porta, "Mars Room" è una storia di disamore, accumulato e continuo, come una condanna.
Eppure anche in Kushner qualcosa si salva: l'amore per la vita in sé, nonostante tutto. Non splende come il mare intorno a Nisida. È più simile a una torcia in faccia, ma pur sempre una luce è. Questi due romanzi, ciascuno per la sua via, ma con la stessa potenza di sguardo, di lingua e di umanità, riescono a "divellere quella partenza iniziale a cui tanto abbiamo creduto: che si diventa professori, o condannati, o artisti, o giudici perché siamo diversi dentro. Mentre proprio lì dentro", per usare le parole di Parrella "siamo tutti uguali".
di Caterina Bonvicini
L'Espresso, 11 agosto 2019
Come si raccontala detenzione? Come si traduce in prosa la claustrofobia di un destino dietro le sbarre? La lezione è in Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner.
Leggi due romanzi che parlano del carcere, e quando arrivi alla fine ti accorgi che ti hanno lasciato addosso uno sconfinato senso di libertà. Sembra un paradosso, ma è solo uno dei miracoli di cui è capace la letteratura. Del resto, sono due libri magnifici. E questo devono fare, i libri belli: imprigionarti nel loro mondo, per poi portarti a respirare meglio, e un po' di più.
"Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner (traduzione di Giovanna Granato), entrambi pubblicati da Einaudi, sono due romanzi molto diversi, anche se affrontano lo stesso problema. A cominciare dalla lingua. Valeria Parrella rende contemporanea una voce antica, da tragici greci, usa un italiano stratificato, che in ogni parola si misura con il tempo, sempre al confine con la poesia.
Rachel Kushner invece sceglie una lingua da strada, da hard boiled, e la rende sofisticata, la porta a livelli altissimi di raffinatezza, lavorando di ambiguità e ironia. Ma tutte e due le scrittrici capiscono che per dominare una materia violenta come la vita delle detenute - che siano del carcere minorile di Nisida, Napoli, o del penitenziario femminile di Stanville, California - la forma non può essere un secondino. Anzi.
La prosa deve essere immaginifica, se vuole abbattere certi muri: deve correre fuori dai percorsi stabiliti, ribellarsi a divieti e orari, affacciarsi spavalda alle luci troppo forti per confondere chi osserva e raggiungere un punto cieco. Serve una prosa in fuga per raccontare tanta claustrofobia. Anche le protagoniste sono diverse. Almarina è una ragazzina romena di sedici anni ("o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò di mazzate") che in carcere trova una madre. Romy Hall è una madre la cui responsabilità genitoriale è decaduta, una madre consapevole di non potere più rivedere il figlio di sette anni, che verrà dato in affidamento, chissà dove e chissà a chi.
In comune hanno un passato randagio, e tanta violenza subita. Almafina, stuprata e picchiata dal padre, è scappata in Italia con il fratello, su un camion, e per pagarsi quel viaggio si è prostituita. Romy è cresciuta nelle periferie di San Francisco, ín compagnia di ragazzi che non avevano alternativa alla droga, per poi finire al Mars Room a fare la spogliarellista e la ballerina di lap dance. Entrambe sono colpevoli, eppure di un'innocenza struggente.
Almarina, fuggita e trovata, finita in una comunità, "il reato migliore l'ha fatto quando ha rubato un telefonino". Romy Hall ha due ergastoli perché ha ucciso un cliente ossessionato da lei, che la perseguitava. Forse la giuria avrebbe capito quel gesto disperato, se non le fosse capitato un avvocato d'ufficio logorato dalla burocrazia e da tribunali che davanti agli ultimi si trasformano in macchine stanche e frettolose.
In comune hanno anche un'altra cosa: si fanno amare dal lettore. Romy attraverso il suo racconto picaresco, in prima persona, che si mescola a quello di altri personaggi (Rachel Kushner si cala nella feccia, assume tante voci di criminali, o di disperati), e Almarina attraverso lo sguardo della sua insegnante, Elisabetta Maiorano, la narratrice del romanzo di Valeria Parrella. Elisabetta è una donna di cinquant'anni, vedova, che dà lezioni di matematica ai ragazzi di Nisida e quando torna a casa non riesce a lasciarsi il carcere alle spalle ("E se esci nell'ora della partita, uscire è più dolce.
Basta non guardarli davvero quando si va, e tu devi andare per forza di legge, e loro devono restare per forza di legge. È, questa separazione, disumana"). Un po' come Gordon Hauser, l'insegnante del romanzo dí Kushner, la cui vita è risucchiata dalle detenute. Anche lui non può fare a meno di pensare sempre a loro, a Romy in particolare, di cui si sta innamorando. Ma lei è "vietata", come quasi tutto in carcere. Vietato camminare scalzi. Vietato tenere le mani in tasca. Vietato urlare. Vietato ridere sguaiatamente. Vietato piagnucolare (Ridurre il pianto al minimo). Vietato tenersi per mano. Vietato abbracciarsi.
Non c'è scritto, ma a Stanville è vietato amare. Anche a Nisida è vietato amare, o comunque è sconsigliato. Ma per Elisabetta è un colpo di fulmine, e non può farci niente. "Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d'amore improvviso vi mettono in sospetto", scrive Valeria Parrella. "Le amicizie sembrano maliziose, l'amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l'ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato.
Volete che l'amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore".
L'amore di Elisabetta per Almarina è destinato a cambiare la vita a entrambe, quello di Gordon per Romy invece può essere vissuto solo come una fantasia non pattugliata dal dipartimento di correzione. E soprattutto è diversa la misura. Il legame fra Elisabetta e Almarina è il perno del romanzo di Valeria Parrella, è l'amore che supera le barriere, mentre quello fra Gordon e Romy, nel libro di Rachel Kushner, è solo l'ennesima possibilità mancata in due vite a cui non è stata concessa nessuna possibilità, a priori, un amore marginale fra marginali.
Rachel Kushner, con cupezza e con allegria, racconta i persi. I persi, non i perdenti, perché è gente che non ha mai immaginato di vincere. L'unico personaggio che si concede fantasie di riscatto, Betty, lo fa in modo megalomane - e sta nel braccio della morte. Almarina e Romy hanno in comune il sentimento del presente, ma non il sentimento del domani.
Qui sta il grande scarto. Romy Hall sa che da Stanville non uscirà mai ("Lei ha due impegni a tempo indeterminato con lo Stato, Hall. Non va proprio da nessuna parte"). Romy è cresciuta fra gente spacciata in partenza, che non si poteva permettere il lusso di sognare un domani ("Amavamo più la vita che il futuro"). E mentre viene circondata, dopo un tentativo di fuga, le tornano in mente i bagni nell'oceano, davanti a un cartello: zona a rischio annegamenti. "Non abbiamo mai avuto paura di annegare. La morte non era contemplata nel nostro futuro. Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita".
Almarina "sa che quello che non è presente alla vista non esiste più", ma ha "la luce del futuro negli occhi: e il futuro comincia adesso". E mentre lei e Elisabetta guardano il mare quel domani diventa patto, promessa, e loro "donne in divenire". E "da dentro il corpo di Almarina in vincoli" uscirà "Almarina libera". Ecco la vera, profonda, differenza: "Almarina" è una storia di speranza, storia d'amore con tutta la lucentezza del cambiamento a cui ogni amore porta, "Mars Room" è una storia di disamore, accumulato e continuo, come una condanna.
Eppure anche in Kushner qualcosa si salva: l'amore per la vita in sé, nonostante tutto. Non splende come il mare intorno a Nisida. È più simile a una torcia in faccia, ma pur sempre una luce è. Questi due romanzi, ciascuno per la sua via, ma con la stessa potenza di sguardo, di lingua e di umanità, riescono a "divellere quella partenza iniziale a cui tanto abbiamo creduto: che si diventa professori, o condannati, o artisti, o giudici perché siamo diversi dentro. Mentre proprio lì dentro", per usare le parole di Parrella "siamo tutti uguali".
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 11 agosto 2019
A un anno dall'incidente costano la vita a tre lavoratori immigrati nelle campagne del Foggiano nulla è cambiato al Sud. Ma nemmeno rispetto al 1906. Era il 4 agosto del 2018 quando Aladjie Ceesay, Ali Dembele, Moussa Kandee Amadou Balde persero la vita in un incidente sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri in provincia di Foggia.
Il sangue rosso di questi giovani braccianti cosparso sull'asfalto si era mischiato con il liquido rosso dei pomodori sparso sul bitume della provinciale 105. Nel pomeriggio del 6 agosto 2018, a distanza di 48 ore di questa tragedia, Ebere Ujunwa, Baofudi Cammara, Alagie Ceesay, Alasanna Darboe, Eric Kwarteng, Romanus Mbeke, Djoumana Djire, Hassan Goultaine, Anane Kwase, Moussa Toure, Lahcen Haddouch e Joseph Avuku persero la vita in un altro incidente sulla statale 16 nei presi di Lesina, sempre nel Foggiano. Fu un'estate drammatico che segnò, in soli due giorni, la morte di sedici lavoratori della filiera agricola. Purtroppo la classe politica, tranne poche eccezioni, reagì a quell'agosto funestato dalla morte con dichiarazioni fugaci di circostanza che si esaurirono nel breve istante emotivo impotentemente succube della dittatura del presentismo sempre più incapace di essere empatica.
Oggi le condizioni dei lavoratori della terra continuano a richiamare per certi aspetti quelle dei braccianti di ieri, specialmente per quanto concerne la miseria e l'abbrutimento lavorativo e sociale. A questo riguardo, un'inchiesta parlamentare del 1906 asseriva che "nel Sud d'Italia le condizioni di vita dei lavoratori della terra sono disperate, segnate dalla grande miseria e dallo sfruttamento disumano che i grandi proprietari terrieri impongono alla manodopera, attraverso tariffe irrisorie, orari estenuanti e diritti negati. Inoltre l'andamento ciclico dell'economia agraria, legato alle condizioni climatiche e all'esito dei raccolti, si abbatte come una scure sui piccoli coltivatori e sugli affittuari, sui salariati fissi e, in modo ancora più drammatico, sui braccianti a giornata, i quali ogni mattina, all'alba, nelle piazze dei principali paesi, conoscono il loro destino di lavoratori o disoccupati".
A distanza di circa un secolo da quest'inchiesta parlamentare, le condizioni disumane subite dai lavoratori della filiera agricola non sono mutate. L'unico cambiamento avvenuto nel corso degli anni ha riguardato la composizione della classe lavoratrice, diventata nel frattempo eterogenea dal punto di vista della provenienza geografica-culturale e della pluralità linguistica. Per sfidare questa disumanità è necessario avere lo stesso zelo e la medesima tenacia di Giuseppe Di Vittorio, resistendo nel contempo alla tentazione che tende da un lato a semplificare una questione complessa etnicizzandola, al fine di celare l'assenza di un reale piano per la tutela dei lavoratori, e d'altro lato a distrarre l'opinione pubblica, con lo scopo di impedirla a risalire alla catena di produzione e di comando della filiera agricola che continua a generare miliardi di profitti mentre si affamano lavoratori e contadini.
La sindacalizzazione di questi braccianti è sicuramente uno strumento indispensabile al fine di cambiare e migliorare le condizioni salariali, di previdenza e di sicurezza sul lavoro dei medesimi lavoratori. Tuttavia, l'agire sindacale deve essere associato ad altri strumenti al fine di garantire un profondo e permanente sradicamento della disumanità che alberga in alcuni processi produttivi della filiera agricola. A questo riguardo, la sindacalizzazione dei lavoratori dovrebbe essere accompagnata anche da un consumo critico e consapevole, che permetterebbe di costruire una salda alleanza tra i consumatori, i lavoratori e i contadini/produttori, se si desidera assicurare giustizia sociale in un settore che continua a essere nevralgico per l'economia del nostro paese.
Tuttavia, l'efficacia dello strumento del consumo critico e consapevole rischia di essere minata dalla dimensione esclusiva che caratterizza ormai i prodotti biologici. Questa sembra essere un'altra ingiustizia che serpeggia nella filiera agricola e che colpisce principalmente i consumatori. Purtroppo il potere politico, succube del potere economico, sembra aver abdicato al proprio ruolo di tutelare i lavoratori e i consumatori del settore agroalimentare dai giganti della Grande Distribuzione Organizzata. A mio avviso, sarebbe importante che lo stato garantisse l'eticità lungo la catena di produzione e di comando della filiera agricola. Questo sarebbe probabilmente il miglior modo per onorare il ricordo di Paola Clemente e di tutti i lavoratori braccianti morti mentre andavano a raccogliere i prodotti alimentari che finiscono sulle nostre tavole.
di Stefano Anastasìa*
Ristretti Orizzonti, 11 agosto 2019
A nome della Conferenza dei Garanti delle persone private della libertà nominati dalle Regioni e dagli Enti locali, esprimo la nostra solidarietà e vicinanza al Garante nazionale oggetto di una pretestuosa polemica rinfocolata oggi dai sottosegretari leghisti alla Giustizia e all'Interno.
Le competenze del Garante nazionale su qualsiasi condizione di privazione di libertà, quali quelle che si consumano sulle navi da cui viene vietato lo sbarco, sono chiare e stabilite dal Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura. Come trasparente è l'indennità percepita dai componenti dell'ufficio, perché fissata per legge.
Spiace che motivazioni evidentemente politiche spingano autorevoli esponenti di governo a tentare di delegittimare un'autorità di garanzia indipendente che svolge delicate funzioni anche per conto delle organizzazioni internazionali cui l'Italia aderisce. Speriamo che l'incerta situazione politico-istituzionale non spinga i diversi attori a trascendere dai loro ruoli e responsabilità.
*Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante per le Regioni Lazio e Umbria.
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