di Giovanna Boschetti* e Nicolò Bastaroli**
La Repubblica, 29 settembre 2019
La recente sentenza della Corte di Giustizia ha escluso l'obbligo di rimozione di dati al di fuori dell'Unione Europa. Ma la pronuncia introduce nuovi temi di incertezza. Martedì è stato pubblicato il testo di una sentenza della Corte di Giustizia europea che si è pronunciata su un contenzioso avente ad oggetto il "diritto all'oblio", previsto dall'art. 17 del Regolamento 2016/679 meglio conosciuto come "gdpr" e riguarda la legittimità della sanzione comminata dall'autorità francese garante del trattamento dei dati personali "Commission nationale de l'informatique et des libertés (CNIL) a Google per aver rifiutato di deindicizzare dei dati, a seguito della richiesta di un imprenditore francese, su tutte le estensioni del nome di dominio del suo motore di ricerca.
La sentenza ha di fatto negato all'uomo coinvolto nel contenzioso la tutela al diritto di rimozione già accordata dal Cnil dei dati presenti on line e negativi per la propria reputazione.
Il comunicato stampa pubblicato dalla Corte di Giustizia, pur riconoscendo che "in un mondo globalizzato, l'accesso da parte degli utenti di Internet [...] può produrre effetti immediati e sostanziali sulla persona in questione all'interno dell'Unione", ha infatti legittimato il permanere delle notizie "incriminate" sulla base della circostanza per cui molti Stati esterni all'Unione europea non riconoscono il diritto alla deindicizzazione, così considerando che "il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità".
La sentenza della Corte di Giustizia ha così stabilito - alla luce di una ricostruzione societaria strutturale della Google LLC e del fatto che quest'ultima, per mezzo delle sue controllate locali (come, nel caso di specie, Google France), gestisca una rete globale con nodi operativi su scala nazionale tra loro interconnessi e soggetti a ordinamenti nazionali extraeuropei - una tutela soltanto parziale per il ricorrente, prevedendo la deindicizzazione esclusivamente nelle versioni del motore di ricerca corrispondenti agli Stati membri dell'Unione.
L'esclusione dell'obbligo per Google di deindicizzazione per le versioni nazionali esterne a quelle degli Stati membri della UE è stata molto criticata dai massimi esponenti istituzionali in materia di data protection e la reazione è certamente condivisibile.
Dal punto di vista degli operatori del settore, ed in particolare da giuristi italiani che ogni giorno si confrontano con interrogativi e soluzioni nell'interesse di persone giuridiche e fisiche - seguendo l'operatività delle aziende con un occhio costante agli adempimenti di legge e ai diritti inviolabili - si può dire che la pronuncia in questione introduce temi di incertezza de iure condito e de iure condendo, anche alla luce di ciò che la politica comunitaria sembra esprimere nella sua politica legislativa, sempre più attenta al tema digitale.
Ciò che risulterebbe emergere da tale politica è l'urgenza di offrire una giusta collocazione nel mondo del diritto al ruolo ed alla natura degli Internet Service Provider, soprattutto in considerazione dell'enorme impatto delle notizie pubblicate sui motori di ricerca (come Google), dei volumi di consultazione, dell'esaustività e della qualità dei contenuti fruibili e del fatto che tale massa di informazioni, anche collocata negli algoritmi del web a divenire "big data", è idonea a orientare e condizionare le opinioni e le scelte quotidiane, sia nel mondo privato che professionale.
Per tale motivo, non si dovrebbe mettere in discussione che proprio l'articolo 17 del Regolamento 2016/679 ben noto come Gdpr, istituendo il "diritto all'oblio", costituisca un baluardo fondamentale dei diritti dei singoli in rete e debba essere considerato volto a costituire un fondamentale tassello per il progresso della legislazione e dell'etica digitale. Tale diritto, infatti - vale la pena ricordarlo - elaborato proprio dalla sentenza del 2014 della Corte di Giustizia (nel caso c.d. "Google Spain") si configura come un diritto alla cancellazione dei dati in forma rafforzata, che dovrebbe tradursi nel riconoscimento in termini assoluti del diritto a essere dimenticati in relazione a informazioni del nostro passato non più attuali o pertinenti al contesto storico, oppure rispetto ai quali sia venuto meno l'originario interesse pubblico.
Per tali ragioni il diritto all'oblio, finalmente sancito dal Regolamento 2016/679 quale diritto non negoziabile e irrinunciabile per tutti i cittadini dello Spazio Economico Europeo senza limiti spazio-temporali alla luce dell'extraterritorialità del Gdpr, non dovrebbe, semplicemente, poter più costruire oggetto di alcun bilanciamento di interessi. In tale contesto, non si può prescindere dal fatto che la sentenza in questione pone anche temi rilevanti sul piano della natura e delle responsabilità degli Internet Service Provider sui contenuti pubblicati in rete. In un momento legislativo particolarmente delicato posto che la legislazione europea risulterebbe richiedere - anche nella Direttiva Copyright di recente emanazione - un ruolo sempre più attivo e consapevole da parte degli operatori del settore nella supervisione dei contenuti e nel controllo degli stessi.
*Associate Cba
**Head of Legal Department Ealixir
di Michela Cuccu
La Nuova Sardegna, 29 settembre 2019
La scuola che diventa opportunità di recupero e persino di "evasione" anche per un ergastolano. I detenuti del carcere di Alta sicurezza di Massama da tempo sfruttano questa opportunità. C'è chi nel frattempo si è diplomato e sono già in quattro gli iscritti all'Università. Sono alcuni dei dati emersi ieri in occasione della Festa del Corpo di polizia penitenziaria, alla quale hanno partecipato le autorità civili e militari.
È stato il Commissario Salvatore Cadeddu, a fornire una serie di elementi che permettono di capire la vita dei 265 detenuti, dei quali, 171 in regime di alta sicurezza, esponenti di vertice delle più pericolose organizzazioni criminali di mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita. Nel carcere dove c'è un unico detenuto per terrorismo, Cesare Battisti arrivato in Italia a seguito dell'estradizione dalla Bolivia dopo una lunga latitanza in Brasile, sono in 63 a scontare l'ergastolo, alcuni in regime ostativo. Solo una minima parte delle celle ospita detenuti di media sicurezza, che sono appena 74, altri 13, invece, godono della semilibertà.
In questa struttura tanto moderna quanto inespugnabile, la scuola è diventata una opportunità straordinaria. Due i corsi di scuola superiore, composto dalle cinque classi della Ragioneria "Mossa", frequentate da 37 detenuti e le sei classi del Liceo artistico con 40 iscritti.
Esiste anche un corso per il conseguimento della terza media, frequentato da 12 detenuti e organizzato dal Centro territoriale permanente. In tanti riescono a portare a termine gli studi da dietro le sbarre: dieci si sono diplomati in ragioneria. Che la scuola sia una realtà importante lo ha affermato anche il direttore Pier Luigi Farci: assente per motivi di lavoro alla cerimonia, ieri ha affidato i suoi saluti ad una lungo messaggio nel quale non ha mancato di ringraziare tutto il personale del carcere.
Alla cultura sono affidati molti progetti di riscatto e reinserimento per i detenuti, con iniziative svolte in collaborazione con l'Istar e l'Università di Sassari, spettacoli musicali e persino un laboratorio di restauro che ha visto coinvolti i detenuti in regime di alta sicurezza 1.
Anche il lavoro ha un ruolo fondamentale per i detenuti di Massama, che ormai da anni partecipano a campagne di scavi archeologici coordinati dal professor Raimondo Zucca e ai progetti di agricoltura sociale di Terra madre. Iniziative che si possono realizzare grazie al contributo di tutto il personale carcerario, a partire dagli educatori fino agli impiegati.
Il lavoro quotidiano, di vigilanza e garanzia della sicurezza è certo il più impegnativo in un carcere dove, sono appena 14 agenti del Nucleo piantonamenti. Nell'arco di un solo anno sono state eseguite 582 traduzioni delle quali, ben 70 nazionali.
"Solo grazie al contributo di tutto il personale del reparto - ha detto il commissario Cadeddu - siamo riusciti a far fronte a questa immensa mole di lavoro". Da giugno di quest'anno il carcere si è dotato di un impianto per l'effettuazione delle udienze in videoconferenza, che permettono al detenuto di partecipare a distanza alle udienze giudiziarie.
Una innovazione tecnologica che ha fino ad ora permesso di effettuare ben 115 udienze a distanza. Un anno di lavoro intenso, per la Polizia penitenziaria che sono dovuti intervenire anche con atti di polizia giudiziaria, fra cui, 25 denunce per reati commessi all'interno dell'istituto.
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 29 settembre 2019
Protesta per una condanna "ingiusta". Engyell M., detenuto alle Vallette, non mangia da 59 giorni. È nato in Albania, dove ha moglie e una figlia, e ha 51 anni. Ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le sentenze che lo hanno portato in carcere a Torino con condanne ormai definitive.
Chiede la revisione dei suoi processi perché - dice - quando è stato condannato ad oltre dieci anni di carcere, con scadenza della pena nel 2023, si trovava in Albania per via di un decreto di espulsione e non ha potuto partecipare al dibattimento. Il suo ultimo avvocato Alessio Michele Soldano lo ha incontrato spesso nelle ultime tre settimane per spiegargli che una condanna definitiva è lapidaria e nulla - se non l'emergere di una nuova prova - potrebbe permettere la revisione del processo.
Engyell però si sente vittima della giustizia ed è disposto a lasciarsi morire. Ha già perso quasi metà del suo peso e il 6 settembre - dopo una perizia medica - è stato trasportato al Repartino delle Molinette, poi trasferito il 16 in terapia intensiva con l'aggravarsi delle sue condizioni. "Abbiamo intercettato la sua storia il 27 agosto quando lo sciopero durava ormai da molti giorni", spiega la Garante dei detenuti della Città di Torino Monica Cristina Gallo che ha scritto anche ai garanti nazionali e regionali, e all'Ordine dei medici, per sollevare, l'attenzione sul caso.
"Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta non era già più in grado di alzarsi dal letto - spiega Gallo - Al di là della vicenda giuridica, solleviamo il tema umano. Questa persona ha pochi strumenti per far sentire la propria voce ma la sua protesta è determinata e pericolosa. Sappiamo che la Regione sta lavorando a un protocollo per la prevenzione dei suicidi in carcere e speriamo ci sia attenzione anche su un caso come questo che non è contemplato ma si tratta di un lento suicidio".
Engyell è stato visitato dai medici ed è perfettamente lucido. "Stiamo facendo di tutto per convincerlo a mangiare", spiega il direttore del carcere Domenico Minervini che per due volte ha scritto al tribunale della libertà per chiedere di poter prendere provvedimenti.
"Abbiamo provato a farlo parlare con la moglie in Albania e con il nostro cappellano", spiega il direttore. I giudici hanno stabilito che il detenuto può essere sottoposto a un'idratazione forzata e, solo in caso di perdita di conoscenza, all'alimentazione per salvargli la vita.
La terapia ha reso le sue condizioni leggermente migliori, l'uomo è stato spostato in un altro reparto, ma nei prossimi giorni potrebbe essere dichiarato "dimissibile". "Ma mi chiedo cosa potrebbe succedere se venisse riportato in carcere", si chiede Gallo.
Ristretti Orizzonti, 29 settembre 2019
Dopo l'ennesimo suicidio di un ventenne palermitano, avvenuto solo qualche giorno fa, Pino Apprendi e Lucia Borghi, dell'Osservatorio sulle carceri di Antigone, hanno visitato il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, ex ospedale psichiatrico giudiziario. "Dire ex Opg - evidenziano i due osservatori - è un modo di dire, non solo perché arrivando nei pressi della struttura ancora sono collocati due cartelli bene in vista che indicano che stai arrivando in un Opg, ma perché visitando le celle non hai la sensazione di vedere detenuti dietro le sbarre, ma malati e ti chiedi perché. Perché - proseguono Apprendi e Borghi - dal 2015, quando si decise di chiudere definitivamente gli Opg, non si è fatto nulla, o pochissimo, per evitare questo stato di cose".
Di fatto la Regione non ha mai preso in carico del tutto la struttura di Barcellona, dove prestano servizio tre psichiatri, di cui uno dipendente e due a contratto e tre psicologi e dove all'ottavo reparto ci sono oltre 60 malati.
"Altro capitolo è il reparto femminile, dove ci sono soltanto 8 donne, ma non grandi differenze con il maschile - sottolineano gli osservatori di Antigone Sicilia. Entrando, anche lì, si vede ad occhio nudo che sei di fronte ad ammalati che non dovrebbero stare in un carcere dove la sera si chiude la porta con il blindo. Una scena straziante, persone che potrebbero stare in strutture alternative al carcere".
Dal gennaio 2015 ad oggi quella di Barcellona Pozzo Di Gotto è la struttura carceraria siciliano dove percentualmente c'è il più alto tasso di suicidi rispetto al numero di detenuti con sei persone che si sono tolte la vita. I detenuti, durante la visita, lamentavano la mancanza di attività, la mancanza d'impegno, niente lavoro, niente attività ricreative, soltanto qualche ora d'aria.
"Ci chiedevano: ma come possiamo guarire in queste condizioni? Se ci lamentiamo riceviamo soltanto rapporti informativi e provvedimenti disciplinari, per colloqui con lo psicologo dobbiamo inoltrare domanda e dopo 15 giorni veniamo contattati. La salute e la vita burocratizzata" concludono Pino Apprendi e Lucia Borghi.
di Tiziano Grottolo
ildolomiti.it, 29 settembre 2019
Inizia oggi con la biblioteca vivente a Riva del Garda l'evento che nasce per avvicinare il mondo del carcere alla cittadinanza e viceversa e per ricordare che "i detenuti sono cittadini a tutti gli effetti". Durante le giornate della fiera "Fa' la Cosa Giusta" sarà esposto anche un container che riproduce una cella in scala 1:1. "Una società più sicura passa anche attraverso il reinserimento della popolazione carceraria" è con questo spirito che prenderà il via oggi, a Riva del Garda con la Biblioteca Vivente, il progetto "Liberi da dentro", organizzato da un cartello di associazioni che vedono come capofila Apas.
"Promuovere una diversa narrazione sul tema del carcere", così l'assessora alle politiche sociali del comune di Trento, Mariachiara Franzoia, ha aperto la conferenza stampa di presentazione. "Con questo progetto - spiegano gli organizzatori - vogliamo lavorare in particolare sui pregiudizi che circondano le problematiche legate al carcere". Proprio per questo si è scelto di intensificare le iniziative, che da quest'anno coinvolgeranno tre comuni: Riva del Garda, Rovereto e Trento, per coinvolgere cittadinanza nel processo di accoglienza nel tessuto sociale delle persone sottoposte a condanne penali. Come ricordato dagli organizzatori: "I principi costituzionali impongono che la pena sia rieducativa e perché questo avvenga è indispensabile il coinvolgimento attivo del territorio trentino".
Il progetto mira a diffondere nella cittadinanza una conoscenza reale del mondo del carcere, delle pene e del loro effetto sulle persone, superando i relativi stereotipi e pregiudizi attraverso eventi e incontri pubblici e conferenze. Un modo questo per avvicinare il mondo del carcere alla cittadinanza e viceversa e per ricordare che, come affermato da Antonella Valer dell'associazione 'Dalla Viva Vocè: "I detenuti sono cittadini a tutti gli effetti, partiamo dal presupposto che chi compie un reato, prima o dopo, tornerà a far parte della società per questo puntiamo forte sul tema dell'economia carceraria".
Preparare i detenuti al reinserimento in società dando loro la possibilità di acquisire delle competenze che torneranno utili nel mercato del lavoro è uno dei passaggi fondamentali per abbassare, se non eliminare, il rischio di recidività. Il progetto, finanziato attraverso un bando della Fondazione Caritro, trae le sue fondamenta nelle realtà di volontariato che operano, in collaborazione con la casa circondariale di Trento e gli enti locali, nel reinserimento sociale dei detenuti e all'organizzazione di eventi socializzanti e rieducativi, anche rivolti al pubblico, in cui i detenuti svolgono un ruolo attivo nell'attività culturale, fra queste si contano le associazioni: Apas, Dalla Viva Voce, Trentino Arcobaleno, Micro finanza e Sviluppo Onlus.
Cuore di tutta la proposta è la possibilità di ascoltare le testimonianze direttamente dalla voce dei detenuti o ex detenuti si ritiene che il processo della narrazione personale autobiografica possa essere uno strumento efficace per permettere ai cittadini di conoscere, in prima persona, vicende e dimensioni abitualmente esclusi dal dibattito pubblico e di lavorare in modo più efficace sul superamento dei pregiudizi.
In un evento di "Biblioteca Vivente" le persone che vi partecipano diventano dei "Libri Umani" che nell'essere "letti" raccontano un episodio rilevante della loro vita selezionato e sviluppato in un percorso di formazione. Non ci si deve quindi stupire se i "Libri Umani" che parteciperanno al progetto non racconteranno dell'esperienza detentiva, perché ciò a cui Liberi da Dentro mira è fare in modo che detenuti ed ex-detenuti siano visti come persone in primis, che oltre al tempo trascorso in carcere hanno un'intera vita fatta di migliaia di esperienze come chiunque altro.
Gli eventi della biblioteca vivente partono oggi a Riva del Garda dalle 16.00 alle 19.00, in Piazza delle Erbe (in biblioteca in caso di pioggia). Sarà poi a Trento il 19 ottobre dalle 15.30 alle 18.30 presso TrentoFiere nelle giornate di "Fa' la cosa giusta", per concludersi a Rovereto il 25 dello stesso mese alle 18.30, sotto la cupola del Mart (in biblioteca in caso di pioggia). La kermesse si divide però in tre aree, e oltre alla già citata biblioteca vivente ci sarà modo di toccare con mano l'arte dei detenuti con i prodotti realizzati attraverso progetti di economia carceraria e assaggiando le pietanze cucinate nelle "cene galeotte".
Con quest'ultime si fa rifermento a veri e propri eventi culinari nei quali a preparare i pasti saranno i detenuti che frequentano l'Istituto Alberghiero Trentino di Rovereto e Levico Terme all'interno della Casa Circondariale di Spini per dar loro modo di sperimentarsi con una clientela reale in vista delle prove che dovranno sostenere durante l'anno scolastico.
Mentre in occasione della fiera Fa' la Cosa Giusta che si tiene dal 18 al 20 ottobre nel complesso di TrentoFiere, si dedicherà uno spazio speciale all'economia carceraria. Per tutta la durata dell'evento vi sarà una sezione della fiera dedicata alle cooperative che producono in carcere o impiegano persone ex detenute e l'allestimento della "cella in piazza" dell'associazione La Fraternità di Verona. Venerdì 18 dalle 17 alle 18:30 ci sarà inoltre una tavola rotonda dal titolo "Fare impresa in carcere".
Infine si segnala la conferenza organizzata da Apas e Cnca del Trentino-Alto Adige, sempre in occasione della Settimana dell'Accoglienza, venerdì 4 ottobre dalle 15.30 alle 18.30 presso la Sala della Fondazione Caritro, dal titolo "Riparare la solitudine: percorsi di giustizia riparativa ed incontro tra vittime ed autori di reato". L'evento vedrà la partecipazione di Manlio Milani, presidente dell'Associazione familiari dei caduti della strage di Piazza della Loggia. Milani, dopo la perdita della moglie nel grave atto terroristico del 1974, si è impegnato in un lungo percorso di riparazione ed incontro con ex terroristi degli anni di piombo.
lavocedeltrentino.it, 29 settembre 2019
Un'azione coordinata fra Ministero della Giustizia, Provincia autonoma di Trento e Regione Trentino Alto Adige/Südtirol al fine di promuovere una rete a sostegno dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale o alternative alla detenzione, per favorirne il reinserimento sociale e lavorativo. Punta a questo il protocollo approvato venerdì dalla Giunta provinciale, su proposta dell'assessore alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia, Stefania Segnana.
"Lo schema di accordo e le linee di indirizzo sono stati predisposti in collaborazione con la Garante provinciale dei diritti dei detenuti, Antonia Menghini che ringrazio per la sua dedizione, e dopo un attento e impegnativo confronto con il Ministero della Giustizia - è il commento dell'assessore Segnana. In particolare preme sottolineare l'attenzione prestata ad alcune questioni delicate, come la necessità di favorire il mantenimento dei legami familiari laddove uno dei genitori viva la detenzione, il bisogno di assicurare ai detenuti la formazione professionale e l'orientamento al lavoro nel momento nevralgico del loro reingresso in società".
Il Protocollo prevede la costituzione di una Commissione tecnica con rappresentanti di Provincia, Regione, Ministero della Giustizia, Servizi Sociali Territoriali, Terzo settore e Organizzazioni del Volontariato. A sua volta la Commissione è organizzata in Gruppi tecnici che si occuperanno di macro-temi quali: reinserimento sociale, legami familiari e cultura; lavoro; salute; minori sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria minorile; giustizia riparativa e mediazione penale.
In base alle linee di indirizzo, le parti si impegnano a promuovere e attuare interventi per:
-promuovere la salute e il benessere dei detenuti e l'umanizzazione della pena, al fine di assicurare piena dignità ai soggetti ristretti;
-assicurare il trattamento rieducativo e il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti ospiti della Casa circondariale di Spini di Gardolo;
-assicurare il trattamento rieducativo e il reinserimento sociale e lavorativo dei soggetti, adulti e minori, sottoposti a misure alternative alla detenzione;
-assicurare e implementare l'assistenza sanitaria in carcere, nella Rems e nelle strutture territoriali deputate ad accogliere i soggetti in esecuzione penale esterna;
-sviluppare, previo consenso delle vittime, percorsi di giustizia riparativa con particolare riferimento alla ricomposizione del conflitto originato dalla commissione del reato.
Naturalmente le Linee di indirizzo allegate al Protocollo definiscono una prima progettazione delle iniziative relative a queste aree tematiche; questi indirizzi potranno essere ridefiniti dalla Commissione tecnica in funzione di nuove esigenze.
targatocn.it, 29 settembre 2019
Inaugurata ieri la mostra alla Croce Nera. Visitabile oggi e domani. Fa parte del progetto creato dal Soler Bertoni per l'iniziativa "Lo Sguardo di dentro" firmato da Matera 2019, Capitale europea della cultura per promuovere il diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale.
Nell'ambito del progetto "Un viaggio: la città scopre il carcere" promosso dall'istituto Soleri Bertoni, inserito nell'iniziativa "Lo Sguardo di dentro" firmata da Matera 2019 Capitale europea della Cultura per promuovere il diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale della comunità, è stata inaugurata ieri venerdì 27 settembre alla Confraternita della Croce Nera.
L'esposizione a cura del Corso carcerario del Soleri - Bertoni e in collaborazione con L'Associazione Collegium Artium si intitola "Opere Libere - La Bellezza dell'imperfezione" ed espone gli elaborati prodotti nei laboratori di oreficeria, pittura, scultura ed ebanisteria dagli studenti del Corso carcerario del indirizzo artistico dell'istituto attivo dall'anno scolastico 2011-12 nella casa di reclusione Morandi.
Hanno coordinato i lavori i docenti Daniela Zinola, Marco Odello e Gabriella Messina, Miriam Fabris, Michele Lanfranco. Il taglio del nastro è stato accompagnato dagli interventi musicali del Coro del liceo diretto da Enrico Miolano e dall' intervento "L'esperienza del bello può cambiare una persona?" a cura di Carla Bianco. L'apertura della mostra oggi 29 settembre dalle ore 15 alle 19.
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu
La Lettura - Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Accadde nella Germania hitleriana e nell'India britannica, nell'Alabama segregazionista e nel Vietnam in guerra, nella Praga invasa dai sovietici e nell'Irlanda del Nord dei "troubles", nella Polonia comunista e in piazza Tienanmen: persone che decisero di spendersi personalmente per la libertà, rischiando tutto, praticando la non violenza, senza predicare restando nascosti. Talvolta morirono, talvolta le loro ragioni vennero riconosciute molti anni dopo, ma la storia rivelò che non avevano avuto torto.
Nel 1955, nella città americana di Montgomery, Alabama, per un nero avere diritti civili significava non dover cedere il proprio posto a un bianco, se questi era rimasto in piedi. Nel 1980, in Polonia, per gli operai avere diritti civili significava non essere pagati come schiavi. Nel 1968, a Praga, chi chiedeva diritti civili non voleva più obbedire a una potenza straniera, l'Urss. Questo aveva un nome: libertà. Ma né in Alabama né in Polonia né a Praga quella libertà sarebbe stata mai conquistata senza persone disposte a sacrificare vita, lavoro, famiglia. Sconosciuti che da soli misero in moto la storia con il proprio esempio. E che non chiesero ad altri di pagare il conto, come invece fecero i predicatori di rivoluzioni violente, relegati poi nella spazzatura della storia.
In Alabama cambiò la storia la sartina Rosa Parks, a Danzica l'elettricista Lech Walesa, a Praga lo studente Jan Palach. E tanti altri, in altri Paesi. Non piegarono la schiena, scelsero di non tollerare l'ingiustizia. Scelsero: cioè praticarono l'unico vero diritto che un essere umano abbia su questa terra, il libero arbitrio. Conobbero la paura, come tutti, ma non le permisero di umiliarli. Smentirono il detto manzoniano: "Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare". Se furono condizionati dalle circostanze storiche in cui vissero, come tutti lo siamo, non ne furono però prigionieri. Non avevano eserciti né ricchezze dietro di loro. Non predicavano la salvezza del mondo. Ma la dignità dell'individuo, di ogni individuo. Alcuni di loro furono dimenticati per dieci, venti, trent'anni. Ma non scomparvero mai del tutto, sono diventati simboli più forti della macina del tempo. Il loro esempio scorre, come certi rivoli carsici che non perdono mai la loro energia nascosta. Basta saperli trovare e ascoltare il loro scrosciare.
Sophie Scholl, la giovane Rosa bianca
Sophie Scholl aveva 21 anni quando fu decapitata il 22 febbraio 1943, dalla lama d'acciaio pesante 15 chili della ghigliottina nella prigione di Monaco di Baviera. Scarabocchiò dietro il foglio della sentenza una parola: Freiheit, libertà. Motivazione della condanna: aver seminato nelle strade migliaia di volantini antinazisti, aver vergato sui muri "Hitler assassino del popolo". E aver scritto: "Niente è più indegno di una nazione civilizzata che lasciarsi governare senza alcuna opposizione da una cricca che fa leva sugli istinti più elementari... Il danno reale è fatto da quei milioni di cittadini onesti che vogliono solo essere lasciati in pace... Copiate e diffondete". Sophie era una studentessa di filosofia dal volto anonimo. Lei, il fratello Hans e altri avevano fondato un piccolo gruppo, la Rosa bianca, dal titolo di un'opera di Clemens Brentano, scrittore del Romanticismo tedesco autore di poesie e canzoni contro Napoleone.
I loro volantini, 7 in tutto, usciti da un vecchio ciclostile, rivelarono già nella prima fase della guerra: "Da quando la Polonia è stata conquistata, 300 mila ebrei sono stati massacrati in quel Paese, nella maniera più bestiale". Questa, secondo alcuni storici, fu la prima denuncia all'Olocausto in terra ed epoca naziste da fonte tedesca. Nessuno, fra chi trovò quei volantini, poteva più giustificarsi con un "non sapevo".
I fogli dicevano anche altro: "Il tedesco non deve sentire semplicemente pietà: egli deve sentire la colpa. Ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole!", sottolineato tre volte. Sophie e i suoi compagni furono arrestati quando il bidello che li conosceva da tanti anni li denunciò alla Gestapo. Ma Traudl Junge, ultima segretaria personale di Hitler, la fedelissima che raccolse il suo testamento e scrisse "ero troppo giovane per capire", alla fine della vita annotò nei suoi diari: "Un giorno notai la targa alla memoria di Sophie Scholl in Franz Joseph Strasse a Monaco, e quando mi sono resa conto che quella ragazza era stata giustiziata nel 1943, ne fui profondamente scioccata. Anche lei all'inizio era stata una ragazza del Bdm (la sezione femminile della Gioventù hitleriana, ndr), di un anno più giovane di me, e aveva capito benissimo di avere a che fare con un regime criminale. La mia scusa perdeva ogni consistenza".
Il "fachiro" che sconfisse Churchill
Un uomo può sconfiggere un impero, e nello stesso tempo essere tormentato dalle paure. Gandhi temeva il buio, i serpenti, i fantasmi. Ed era anche pieno di contraddizioni. Churchill lo aveva definito "un fachiro seminudo, nauseante". Da adulto, con il voto del brahmacharya, rinunciò al sesso, ma da ragazzo era stato divorato da una vera ossessione sessuale per la moglie quattordicenne Kasturba. Un giorno che aveva il padre morente fra le braccia, quando questi si assopì, corse subito dalla moglie-bambina, la svegliò per fare l'amore. E nel frattempo, il padre morì: "La vergogna era la vergogna del mio desiderio carnale perfino nel momento tragico della morte di mio padre". Ma non sono i dettagli biografici a fare la storia. Molto più conta l'ammirazione da lontano di Churchill - proprio quel Churchill che di Gandhi si era fatto beffe - per il Mahatma che abbracciava anche gli "intoccabili". Alla fine, il "fachiro seminudo, nauseante" vinse nel 1947 l'impero britannico, che dominava su 412 milioni di persone, con le sue marce pacifiche e i digiuni a oltranza. Sempre in prima fila, non mandò altri al suo posto. Gli estremisti indù lo chiamavano codardo e traditore. Ma le loro bombe non scalfirono l'impero di Londra. E furono loro nel 1948, a uccidere Gandhi. Lui si era detto pronto a dare l'unica cosa che poteva dare: la sua vita. E così fece.
Il "no" della sartina dell'Alabama
Rosa Parks era una sartina di 42 anni, e il 1° dicembre del 1955 aveva preso l'autobus per tornare a casa dal lavoro. La Corte distrettuale federale dell'Alabama doveva stabilire se la segregazione razziale violasse la Costituzione. Quel giorno l'autobus era affollato, e Rosa si era seduta come sempre nella fila riservata ai neri, ma l'autista James Blake le aveva ordinato di cedere il posto a un
bianco, rimasto in piedi. E lei rispose: "No". Fu arrestata, licenziata. La comunità nera di Montgomery indisse il boicottaggio degli autobus, cosa mai vista prima. Durò per mesi. Nel frattempo, la comunità elesse come capo il giovane Martin Luther King. Nel 1956 prima la Corte per l'Alabama e poi la Corte Suprema confermarono l'incostituzionalità della segregazione razziale sugli autobus. Rosa morì a 92 anni, prima donna americana a ricevere onoranze funebri nel Campidoglio.
Saigon, il monaco che si diede fuoco
Nel 1963, il Vietnam del Sud buddista era governato da un aristocratico della minoranza cattolica, Ngô Dình Diem, finanziato dagli americani. La guerra civile tra il governo e i vietcong comunisti era già iniziata. E i monaci buddhisti, che guidavano la cultura del Paese ma erano seguaci della non violenza, pregavano e stavano a guardare. Finché uno di loro, l'abate Thích Quang Dúc, capo della principale pagoda di Saigon, non si immolò per protesta contro la repressione anti-buddhista, la corruzione e l'asservimento del Paese agli Usa. Aveva 66 anni, apparteneva alla corrente Mahayana che vieta il suicidio. Ma si sedette ugualmente su un cuscino nel centro di Saigon, lasciò che due confratelli gli versassero sul corpo un bidone di benzina, e poi accese da solo il fiammifero. Impiegò 10 minuti a morire, immobile, senza un lamento. L'immagine del suo saio arancione in fiamme fece il giro del mondo, e milioni di persone divennero consapevoli di una guerra e una repressione fino al quel momento pressoché ignorate. Era l'11 giugno '63. La guerra del Vietnam si sarebbe chiusa solo nel '75, ma la sua fine simbolica era cominciata con il suicidio del bonzo. "Come un solo fiammifero può accendere una rivoluzione", titolò anni dopo il "New York Times".
Praga, la spallata nel nome di Jan Palach
Sei anni dopo, da questa parte del mondo, qualcun altro scelse il fuoco per rivendicare la libertà del suo popolo. "Io sono la torcia numero uno", scrisse a 19 anni Jan Palach, nella lettera che lasciò agli amici. Fino ad allora era stato uno studente universitario timido, appartato. Il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao nel centro di Praga, si versò addosso un bidone di benzina per protestare contro l'occupazione militare sovietica del 1968. Sembrò un sacrificio inutile, il suo, il regime ne occultò persino la tomba. Ma vent'anni dopo, il 17 novembre 1989, mezzo milione di persone riempì la piazza san Venceslao, là dove la torcia si era accesa. Gridavano: "Svoboda", libertà. E: "Palach! Palach!". Non avevano dimenticato quel nome. Lo stesso che, nell'estate del 1969, l'astronomo Luboš Kohoutek - in esilio dopo l'invasione sovietica - aveva attribuito a un asteroide che aveva appena scoperto: Palach 1834. Poche settimane dopo la manifestazione di piazza San Venceslao, lo scrittore dissidente Vaclav Havel, appena reduce dal carcere, fu eletto presidente. A Est il mondo stava cambiando e la Cecoslovacchia era tornata nell'Europa libera. Anche nel nome di Jan.
Quando il digiuno di Sands sostituì il mitra
Non voleva indossare l'uniforme del detenuto, Bobby Sands. Voleva che il Regno Unito lo rispettasse come prigioniero politico, patriota della "sua" Irlanda repubblicana. Aveva 27 anni, militava nel gruppo armato dell'Ira. "Armato", appunto, e infatti Sands fu imprigionato per detenzione illegale di 4 pistole. Ma nel 1981, lui (e altri 9 compagni detenuti) divenne veramente pericoloso per Londra quando scelse un'arma più potente, la stessa di Gandhi: sciopero della fame. Proprio come con Gandhi, molti militanti non li capirono, li criticarono. Sands morì dopo 66 giorni di digiuno. Margaret Thatcher rifiutò di negoziare con lui. Però, nel 1998, Londra e Dublino firmarono l'accordo del Venerdì Santo. E le due Irlande hanno avuto vent'anni di pace. Forse, la morte di Bobby non era stata inutile. Anche se ora, con la Brexit che incombe, tutto potrebbe tornare tragicamente in gioco.
Lech Walesa, il coraggio di un elettricista
Secondo molti storici, l'uomo che diede il primo scossone al blocco comunista sovietico fu Lech Walesa. Un giorno sarebbe diventato Nobel per la Pace e capo dello Stato. Ma all'inizio era solo un elettricista nato in un minuscolo villaggio polacco. Da ragazzo Walesa aveva visto la gente schiacciata dai carri armati a Poznan, nel 1956. Nel 1980, con pochi amici fondò Solidarnosc, primo sindacato libero del mondo comunista. Fu licenziato, arrestato. Guidò gli altri allo sciopero generale, contro l'aumento dei prezzi alimentari, a mani alzate, fermando chi cercava la violenza. Diceva: "Temo solo Dio. E mia moglie... qualche volta". Avevano 8 figli ma lui non disse mai: "Tengo famiglia". Rischiò tutto. E convinse milioni di altri, né eroi né santi, a rischiare con lui. Certo, c'era il papa polacco e il vento stava cambiando, ma senza il suo coraggio la storia europea avrebbe avuto un altro corso e altri tempi. Oggi è un pensionato qualsiasi. Scrisse una volta: "Chiunque cerca di fermare con le mani le ruote della storia avrà le dita spezzate".
Hong Kong, l'ombra del ragazzo che sfidò i tank
Queste persone hanno avuto in comune tre cose: coraggio, sguardo visionario oltre il quotidiano, volontà di assumersi una responsabilità personale incondizionata. La stessa che spinse quel ragazzo cinese a fermare il carro armato vicino a piazza Tienanmen nel giugno 1989. Nessuno sa che fine abbia fatto né dove sia finito il soldato che si rifiutò di "tirare dritto". Ma il governo cinese non è riuscito a seppellirne la portata simbolica, che oggi potrebbe materializzarsi fra i milioni di manifestanti di Hong Kong. E l'esito stavolta potrebbe essere diverso.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 29 settembre 2019
Sono ingenui, gli studenti che sognano di evitare la catastrofe climatica che s'annuncia? Alla loro età, noi straparlavamo di politica, della quale capivamo poco o niente. Göterborg, Bokmässan. Una fiera del libro piena di capelli biondi e codini grigi, e residenti dall'aria post-scandinava: africani e mediorientali che la Svezia - un paese di soli 10 milioni di abitanti - ha accolto in gran numero, con generosità e non senza conseguenze. Atmosfera internazionale, per un paese che resta globale oppure chiude; ma capirlo è faticoso. I sovranisti locali - Sverigedemokraterna, Democratici Svedesi, un nome involontariamente autoironico - sfruttano i malumori, raccattano già un voto su cinque, e crescono.
Questa è anche la terra di Greta Thunberg, l'adolescente più conosciuta e influente del pianeta. C'è qualcosa di nordico, nella sua serietà e nella sua resilienza. E c'è qualcosa di antico nel modo in cui viene criticata. Soprattutto da chi ha tre o quattro volte i suoi anni. Greta viene dipinta da molti adulti - lo sapete - come una ragazzina ingenua, retorica e superficiale; e coloro che la sostengono vengono accusati di strumentalizzarla, di avallare una protesta ambientale che non porterà a niente.
È difficile capire come queste persone - sono molte, anche in Italia - possano mancare il punto centrale: Greta è un simbolo. Il simbolo di un risveglio necessario. Una sorta di coscienza adolescente del pianeta, che grida: ehi, siamo messi male. Perché siamo messi male, e i negazionisti del cambiamento climatico sono stupidi o in malafede: non hanno visto i ghiacciai sciogliersi e i temporali trasformarsi in uragani? Non ogni vent'anni, tre volte ogni estate.
I personaggi-simbolo, che hanno finito per impersonificare una buona causa, non sono nuovi: è successo nel campo della non-violenza, dei diritti civili, del rispetto dell'infanzia e della condizione femminile. Non sempre queste persone hanno scelto di diventare la bandiera di un'idea il cui tempo era arrivato. È accaduto, e basta. Sono ingenui, gli studenti che sognano di evitare la catastrofe climatica che s'annuncia? Risposta: e se anche fosse? Alla loro età, noi straparlavamo di politica, della quale capivamo poco o niente. Eravamo migliori? Non credo. Ai tanti miei coetanei che non capiscono, accusano e dileggiano Greta & C., dico: invecchiare bene è difficile. Ma bisogna provarci.
di Cecilia Erba
Il Manifesto, 29 settembre 2019
Dagli Usa all'Europa associazioni e singoli cittadini portano l'inezia degli Stati nei tribunali chiedendo il risarcimento dei danni subiti. Nel corso degli ultimi anni, il numero di azioni legali correlate ai cambiamenti climatici è aumentato esponenzialmente. Secondo il Climate Change Litigation Database, sono oltre 1000 i casi già depositati nei tribunali di tutto il mondo che riguardano gli impatti dei cambiamenti climatici, i rischi che questi implicano per la società e la popolazione, la mancanza di misure di mitigazione o azione, la responsabilità degli Stati e delle imprese, l'inadempienza delle autorità locali o nazionali. Se ogni caso è differente per ovvi motivi legati al contesto giuridico, al tribunale competente e al tipo di azione, tutti chiedono l'intervento del giudice per contribuire ad arrestare la crisi climatica in atto.
Da oltre trent'anni, la comunità scientifica lancia infatti allarmi sempre più gravi. I rapporti dell'Ipcc, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici istituito già a fine anni '80 che raccoglie migliaia di scienziati da tutto il mondo, restituiscono un quadro sempre più preciso e drammatico dei danni causati dall'uomo al clima mondiale e di quello che ci attende se continueremo sulla stessa strada: lo stravolgimento dei nostri ecosistemi e la distruzione di larga parte di quelle risorse naturali che attualmente sostengono le società umane. Allo stesso tempo, la soluzione è sempre stata chiara: tagliare le emissioni di gas serra, abbandonare i combustibili fossili, smettere di sfruttare il pianeta in modo eccessivo.
Tuttavia, le misure finora adottate dai governi sono assolutamente inadeguate alla portata della crisi, se non in molti casi in direzione contraria. Secondo Carbon Brief, dal 2000 a oggi la capacità di generazione energetica a carbone è raddoppiata nel mondo, mentre ad agosto 2019 il tasso di deforestazione dell'Amazzonia era cresciuto del 300% solo rispetto all'anno precedente. E senza andare troppo lontano, lo Stato italiano continua a identificare nel gas una risorsa strategica nel proprio mix energetico, rimandando l'abbandono dei combustibili fossili a dopo il 2040, come emerge dal Piano Nazionale Energia e Clima pubblicato a inizio 2019. Tutto ciò trova riscontro nel fatto che, nonostante i proclami dei rappresentanti governativi durante gli annuali summit internazionali sul clima, come quello che nel 2015 ha portato all'adozione del tanto sbandierato Accordo di Parigi, le emissioni globali di anidride carbonica, invece che diminuire, continuano ad aumentare: dell'1.7% nel 2017 e di ben il 2.7% nel 2018.
A fronte di tutto ciò, una serie di organizzazioni, movimenti, comitati e singoli cittadini ha deciso di ricorrere ai tribunali e all'azione legale per chiedere che la crisi climatica, nelle sue molteplici sfaccettature, venga arrestata. Nel 2015, con la storica sentenza della corte distrettuale dell'Aia, la Fondazione Urgenda e circa 900 cittadini hanno vinto la causa intentata contro lo Stato olandese. Per la prima volta, un giudice ha richiesto che uno Stato adotti misure di precauzione sui cambiamenti climatici, riconoscendo l'obbligo legale di proteggere i propri cittadini e le generazioni future. Nel verdetto, si sottolinea come l'Olanda, in quanto Paese sviluppato, debba assumere un ruolo guida nella riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale, adeguandosi alle misure individuate dalla comunità scientifica per prevenire le conseguenze più pericolose dei mutamenti del clima.
Il caso Urgenda non ha ancora concluso definitivamente l'iter giudiziario, ma le successive sentenze nei vari gradi di appello non hanno fatto altro che rafforzare quanto stabilito dalla prima corte, e i principi espressi hanno ispirato nuove azioni legali in vari Paesi. In Francia, quattro organizzazioni hanno lanciato l'Affaire du Siècle, citando in giudizio lo Stato francese per l'inazione sia in campo di mitigazione che di adattamento dei cambiamenti climatici, sostenuti da una petizione che ha raccolto oltre 2 milioni di firme di cittadini che condividono l'iniziativa.
Con il peoplès climate case, dieci famiglie di diversi Paesi europei ed extraeuropei che già stanno subendo gli impatti dei cambiamenti climatici hanno deciso di fare causa contro l'intera Unione Europea, contestando l'inadeguatezza delle azioni e dei target adottati per la riduzione delle emissioni, non in linea con quanto richiesto dalla comunità scientifica. Secondo la loro argomentazione, se non vengono adottate misure adatte ad evitare stravolgimenti climatici disastrosi, misure che tra l'altro sarebbero nel pieno delle capacità economiche e tecnologiche dell'Unione, la tutela dei diritti fondamentali della popolazione viene messa a rischio. La Corte ha respinto in primo grado la causa per motivi procedurali, riconoscendo tuttavia che i cambiamenti climatici hanno delle conseguenze su ogni individuo, e già sono stati depositati i documenti per l'appello.
Sulla stessa linea, anche in Germania, Irlanda, Svizzera, Gran Bretagna, Grecia e altri Paesi europei sono stati lanciati o sono in preparazione azioni legali per contestare l'azione dei governi e chiedere la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto dei principi di equità tra le nazioni e di giustizia tra le generazioni, l'applicazione del principio di precauzione. In Italia, la campagna Giudizio Universale, promossa al momento da circa 100 associazioni, comitati, movimenti e realtà della società civile e lanciata il 5 giugno 2019, anticipa la prima causa climatica contro lo Stato. Le emissioni italiane si sono infatti ridotte di appena il 17% rispetto al 1990, una cifra molto deludente se si pensa che già nel 2007 l'IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati le tagliassero del 25-40% entro il 2020.
Dato che gli allarmi della comunità scientifica sono rimasti inascoltati per così tanto tempo, e che nel frattempo la concentrazione di gas serra in atmosfera, da cui dipende la gravità del riscaldamento globale, è aumentata, sono necessarie adesso misure ancora più drastiche di quanto non si pensasse in passato, come spiegato nell'ultimo rapporto speciale dell'IPCC pubblicato nell'ottobre 2018. Eppure, l'Italia non sembra preoccuparsene: nonostante a causa della posizione geografica nel bacino del Mediterraneo, delle caratteristiche del territorio e dell'eccessiva urbanizzazione e sfruttamento rischiamo che il cambiamento del clima globale abbia conseguenze catastrofiche nel nostro Paese, si continua a investire nelle fonti fossili e a rimandare la transizione verso una società a zero emissioni. E se allora gli stati falliscono nella fondamentale missione di proteggere i diritti dei propri cittadini, se le imprese sono libere di continuare a emettere e inquinare, la sentenza di un giudice può rappresentare un ulteriore strumento di rivendicazione in una battaglia che, in fondo, è per la nostra sopravvivenza.









