eventiculturalimagazine.com, 28 settembre 2019
48 madri detenute nelle carceri italiane con 52 figli al seguito, prigionieri anche loro senza colpe, quasi per una sorta di responsabilità oggettiva derivante dal solo fatto d'esser nati in determinati contesti. Per contro, figli, specialmente quelli piccolissimi, che sarebbe ingiusto separare dalle madri. E centomila bambini figli di detenuti costretti a relazionarsi con il carcere. Un tema delicato, difficilissimo.
È ancora fresca nella memoria l'atroce vicenda di Alice Sebesta, la detenuta tedesca che il 18 settembre dello scorso anno uccise i due figli nel reparto nido del carcere romano di Rebibbia a Roma. Nei giorni scorsi è stato il pm Eleonora Fini a chiedere l'assoluzione della donna, per vizio totale di mente.
La sentenza del Gup è attesa per dicembre, subordinata alla valutazione da parte dello psichiatra Fabrizio Iecher che incontrerà la Sebesta nel Rems di Castiglione delle Stiviere. Un caso limite che però mostra la delicatezza della questione, la genitorialità in carcere e la complessità del rapporto madre-figli o padre-figli durante la detenzione. Se ne discuterà nel seminario "Il cuore oltre le sbarre", organizzato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati martedì 1 ottobre dalle 15.30 nell'Aula Avvocati della Corte di Cassazione, in piazza Cavour.
Gli ultimi dati sono aggiornati al 31 agosto 2019 e come detto vedono in carcere la presenza di 48 donne con 52 figli al seguito. L'istituto Le vallette di Torino, con 10 recluse e 13 bambini, peraltro istituto di custodia attenuata (Icam), guida la classifica del maggior numero di presenze, seguito da Rebibbia Femminile (11 donne e 11 bimbi), dall'ICAM San Vittore di Milano (9 donne e 9 bambini) e dall'Icam di Lauro in Campania (8 madri e 8 figli).
"Troppo spesso il carcere viene inteso come un tappeto sotto il quale nascondere la polvere della società civile - il commento del Presidente del Coa Roma, Antonino Galletti - mentre è bene, anche attraverso questi eventi e queste giornate di studio, accendere un riflettore su realtà dure come la genitorialità nelle carceri, proprio per evitare che tragedie come quella di Rebibbia possano ripetersi. Qualcosa allora non ha funzionato nel sistema, il nostro obiettivo è far si che l'argomento diventi d'attualità". Un tema che riguarda non solo i figli che convivono con la madre dietro le sbarre, ma anche quell'enorme numero di bambini che entrano in carcere per incontrare il detenuto, circa 100 mila.
"La Costituzione tutela il diritto all'affettività e quando il genitore è detenuto, questo diritto deve essere preso in considerazione e tutelato sotto un duplice aspetto - spiega il Consigliere Saveria Mobrici, moderatore del convegno - precisamente il diritto per l'internato di esercitare la propria genitorialità ed il diritto del figlio minore di veder riconosciuto la continuità del legame affettivo con il proprio genitore con una tutela massima anche sotto il profilo psicologico salvaguardando la dignità di questi bambini, come il non subire la perquisizione, la spoliazione degli oggetti personali e non subire i rimproveri da parte dei soggetti che sono adibiti al controllo del detenuto". Sarà possibile seguire l'evento in diretta sulla pagina Facebook del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma e la registrazione dell'evento sarà poi pubblicata sul canale Youtube del Coa Roma.
di Silvia M. C. Senette
Corriere dell'Alto Adige, 28 settembre 2019
La scrittrice Monica Lanfranco indaga il mondo femminile nella realtà carceraria italiana Tra chi sorveglia e chi è punito. Al mondo del carcere sono stati dedicati secoli di studi e ne è nata una fiorente narrativa spesso tradotta in film. Ma l'universo della detenzione femminile è sempre rimasto territorio insondato. A fare luce su questo cono d'ombra è stata la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco con "Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano", presentato ieri sera alle 18 alla Biblioteca Civica di Bolzano.
Un'iniziativa promossa dal Centro per la Pace della Caritas diocesana che, in occasione della riedizione del libro, ha ospitato l'autrice di questo toccante - e a tratti brutale diario di viaggio compiuto nel 1997 tra le carceri di Genova, Milano, Pozzuoli, Roma, Sollicciano, Venezia e Verona. "Un unicum nel suo genere che non trova paragoni nella letteratura italiana", ammette la scrittrice. Monica Lanfranco, da anni formatrice sui temi della differenza di genere, sarà protagonista oggi di un corso intensivo dedicato ad assistenti sociali e operatori dei centri antiviolenza altoatesini per fare il punto sugli stereotipi di genere, sull'origine della violenza e sulle strategie per affrontarla.
Un aspetto che riecheggia sottotraccia nelle storie di cui è stata depositaria, affiancando per mesi dietro le sbarre "donne detenute e donne agenti di polizia penitenziaria accomunate dall'esperienza del vivere, per motivi diversi, all'interno di un istituto carcerario". Un'interazione obbligata, non sempre facile e non prova di conflitti, che talvolta rivela spaccati di sorprendente dolcezza. Un aspetto più che umano di una realtà spesso disumana.
"Nel carcere pur fatiscente di Venezia, alla Giudecca, sono rimasta senza parole: appena varchi il portone ti appare un orto, coltivato dalle ospiti della struttura che con i frutti del loro lavoro gestiscono un mercato contadino - riferisce la scrittrice. Alcune, dopo aver pulito la cella, camminano con le "pattine"; altre ancora abbelliscono la loro "stanza" con tende o fiori, ricreando un loro piccolo angolo di dignità, bellezza, una sorta di intimità che non si trova nelle carceri maschili. Dietro quelle mura cinte da filo spinato si celano cose estremamente interessanti, ma mai reputate tali perché eclissate da storie clamorose come quella della madre che trucida i suoi bambini o della brigatista".
Lanfranco è entrata in molte carceri, sempre in punta di piedi. "L'assunto di partenza era verificare se ci potesse essere un intreccio tra le donne del carcere e di che tipo". Un approccio che l'ha fatta rapidamente entrare in confidenza con molte vite. "Quando ho iniziato la mia avventura, alcune delle operatrici non erano ancora neppure poliziotte - ricorda -. È da meno di due decenni che il loro lavoro è equiparato a quello degli uomini: alcune avevano ricevuto in mano le chiavi del carcere dallo zio che faceva l'agente penitenziario e si sono ritrovate a gestire, senza formazione né qualifica, la sezione femminile solo perché serviva una donna".
Il filo conduttore nelle relazione femminile, però, c'è. "Ci sono punti di incontro anche in queste due figure apparentemente opposte, l'una specchio della giustizia e l'altra della criminalità. Non voglio esagerare nella poesia, perché ce n'è molto poca, ma la rintracci nel lavoro di alcune poliziotte penitenziarie che vogliono trovare ogni giorno un senso che vada al di là dell'aprire e chiudere le celle e punta davvero al dare una seconda possibilità".
Tra tutte, c'è una storia che Monica Lanfranco non ha mai dimenticato. "Un incontro che mi turbò moltissimo avvenuto nel bunker di cemento nel nulla assoluto che è il carcere di Verona - rammenta. Mi trovai a colloquio con una coetanea, sui 45 anni, a cui era morto il marito lasciandola piena di debiti.
Un buco gigantesco che lei non aveva saputo colmare e, probabilmente malconsigliata, nonostante i due figli adolescenti si era trovata costretta a scontare otto mesi dietro le sbarre per chiudere i conti con la giustizia. Tra le altre, si riteneva fortunata. Io, invece, non ho potuto non pensare a quanto la sua vicenda ci rendesse simili e a quanto quello che era capitato all'improvviso a lei sarebbe potuto succedere anche a me o a chiunque di noi. E mi sono venuti i brividi, allora come oggi".
di Lu Xiaojing
bitterwinter.org, 28 settembre 2019
Il numero crescente di decessi di persone in prigione o detenute in custodia dalla polizia crea preoccupazione sullo stato dei diritti umani in Cina. La testimonianza di due famiglie.
Lunedì l'organizzazione Chinese Human Rights Defenders (Chrd) ha riportato che Wang Meiyu, un attivista della provincia centrale dell'Hunan, è morto improvvisamente in un centro di detenzione per cause sconosciute. Sua moglie, Cao Shuxia, ha affermato che il governo non ha spiegato alla famiglia cosa sia accaduto. "Non hanno detto come è morto. Siamo anche stati minacciati quando ci trovavamo lì che se avessimo scattato foto ne avremmo pagato il prezzo", ha aggiunto.
Wang Meiyu è stato arrestato nella stazione ferroviaria di Changsha nell'Hunan l'8 luglio a causa dei ripetuti richiami pubblici a dimettersi che aveva rivolto al presidente Xi Jinping e ad altri funzionari governativi. Il 10 luglio l'uomo è stato inviato al centro di detenzione della città di Hengyang, sempre nell'Henan, e arrestato per "aver attaccato briga e provocato problemi".
Purtroppo le morti per cause non naturali avvenute durante la detenzione sono casi frequenti in Cina. Dal momento che il governo minaccia i familiari e ne ostacola le indagini, molti di questi decessi restano sconosciuti al pubblico e le loro vere cause rimangono misteri irrisolvibili.
Le autorità se ne escono con una varietà di ragioni assurde per coprire le cause reali (in molti casi, si tratta di tortura o abusi ai danni dei detenuti) per le quali le persone sono decedute mentre si trovavano sotto custodia, per esempio che sono morti "mentre giocavano a nascondino", "lavandosi la faccia", "inciampando e cadendo", "soffocandosi con degli ossi di pollo". Poiché rapporti di questo tipo sono stati resi pubblici, ora questi termini sono usati spesso dalla gente per deridere l'abuso di potere da parte del governo, che provoca i decessi. Due persone hanno condiviso con Bitter Winter le storie tragiche che hanno vissuto con la perdita di familiari che si trovavano in stato di detenzione. Per timore di essere perseguitati, hanno chiesto di rimanere anonimi.
Un giovane muore il giorno stesso del suo arresto - Attorno alle 11 del mattino del 14 luglio 2016, un giovane della provincia sudorientale del Fujian, che stava attraversando la rottura di una relazione sentimentale, ha colpito con il pugno un veicolo parcheggiato in una strada del villaggio. Qualcuno che ha assistito alla scena ha chiamato la polizia e l'uomo è stato condotto alla stazione di polizia locale. Verso le 5 del pomeriggio, il padre è stato avvisato che suo figlio era morto e che il cadavere era stato inviato per la cremazione. Gli amici e i parenti hanno chiesto di vedere il corpo. Hanno avuto il permesso di andare al crematorio ma è stato detto loro di lasciare fuori i telefoni, pertanto non hanno potuto scattare fotografie. Dopo aver visto molti ematomi sul cadavere, i suoi cari hanno concluso che molto probabilmente era stato picchiato a morte. "Aveva tre ematomi a forma di quadrato sul torace e lividi neri su braccia e gambe", ha raccontato uno dei parenti. "Tutto il corpo era ricoperto da tagli ed ematomi. Sicuramente è stato picchiato a morte".
Benché su richiesta della famiglia sia stata condotta un'autopsia da parte di un centro forense, i risultati sono stati celati e non divulgati ai parenti in lutto. Poi, il governo ha dato incarico a un altro laboratorio di polizia scientifica di eseguire una nuova autopsia. I parenti del giovane deceduto hanno sfruttato alcune conoscenze per ottenere i risultati del laboratorio, che indicavano che la causa degli ematomi su numerose parti del corpo erano stati dei colpi inflitti dall'esterno mentre era ancora vivo. Aspetto ancora più importante, c'erano numerose linee di frattura sul cranio, la cui base aveva subito una frattura che aveva generato numerosi frammenti ossei e riportava una ammaccatura a forma di anello. La famiglia ha consultato uno specialista in ortopedia, che ha confermato che la frattura e l'ammaccatura alla base del cranio erano compatibili con i colpi inferti verticalmente con un bastone elettrificato. In ogni caso, il governo ha rifiutato di indagare sul caso e la famiglia ha intrapreso l'iniziativa di difendere i propri diritti e chiedere giustizia. Invano. Sono stati intercettati quattro volte di seguito mentre cercavano di presentare le proprie istanze al governo, sono stati arrestati, minacciati, intimoriti.
Nessuno si assume la responsabilità della morte di un uomo - Un giovane della provincia centrale dell'Henan è morto in circostanze sospette mentre scontava in prigione la pena per aver causato ferite accidentali a una persona che in seguito era morta. Quando i suoi familiari si sono recati a trovarlo, nel marzo 2015, hanno scoperto che era delirante e non riconosceva neppure i parenti. Tremava e si contraeva senza sosta, il suo corpo era rigido, con le spalle sollevate molto in alto, pugni e denti serrati, e camminava in modo instabile. La sua famiglia non riusciva a capire come fosse potuto cambiare tanto radicalmente dopo soli pochi mesi dall'ultima visita. Attraverso mazzette e conoscenze, sono riusciti a vederlo ancora il giorno successivo. La situazione era peggiorata: non riusciva più a camminare e doveva essere sorretto da altri due detenuti. Teneva la testa bassa, l'occhio destro sporgeva all'infuori e la sua faccia era piena di lividi. Si strofinava le braccia con le mani e ripeteva ossessivamente "Batteri... Son tutti batteri...".
Quando i familiari gli hanno chiesto cosa non andasse ha scosso la testa e ha replicato: "Non lo so... Non so cosa mi abbiano iniettato. Non riesco a ricordare niente". In seguito, la famiglia ha sfruttato di nuovo le sue conoscenze per far sì che fosse rilasciato su parere del medico, ma l'amministrazione della prigione ha affermato che egli stesse fingendo di essere malato e che la sua pena sarebbe raddoppiata se l'ospedale avesse scoperto la sua reale condizione. I parenti sono stati costretti a rinunciare. Più di un mese dopo, i genitori hanno ricevuto una telefonata dalla prigione che li informava che il figlio era stato pestato a morte da altri prigionieri. La famiglia era distrutta. Dopo aver visto il corpo, si sono resi conto che era coperto di ferite, nessuna parte era indenne. Aveva anche numerose bruciature di sigarette e segni di punture di ago. Non solo la prigione non si è assunta la responsabilità della morte del giovane, ma ha anche minacciato i familiari affinché non presentassero istanze alle autorità di livello superiore. Temendo ritorsioni, sono stati costretti ad accettare il compromesso.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 28 settembre 2019
Da Afrin invasa e occupata dall'esercito turco e dalle milizie mercenarie giungono notizie di sequestri, maltrattamenti e torture ai danni della popolazione curda. Altre informazioni provengono dai racconti di coloro che sono riusciti a fuggire raggiungendo qualche campo profughi. Il 24 settembre è avvenuto l'ennesimo inquietante episodio, quando il gruppo islamico "Sultan Murad", legato allo Stato turco, ha prelevato sei civili dal villaggio di Qurt Qilad (distretto di Shera).
Questi i loro nomi: Mihemed Quma Ehmed, Mihemed Ehmed Reso, Omer Sahin Moso, Mustafa Abdulqadir Sex Ehmed, Issam Menam Moso e Henan Mihemed Muslin. Sempre il giorno 24 si registravano due rapimenti di studenti (Leyal Deri e Beyan Hemo). In questo caso potrebbe trattarsi dell'opera di una delle bande criminali che imperversano, con il consenso delle forze di occupazione, nella città martoriata.
Tra agosto e settembre sono state oltre 140 le persone rapite, tra cui una trentina di donne. Ovviamente non di tutti i casi si viene a conoscenza, soprattutto quando i sequestri sono opera dei servizi segreti turchi. In particolare le bande jihadiste usano il sequestro per ricattare le famiglie chiedendo un riscatto, ma in molti casi la persona rapita resta desaparecida anche a pagamento avvenuto.
Da parte sua la "polizia militare" si dedica al sequestro di denaro, beni e mezzi di trasporto della popolazione che viene fermata ai posti di blocco. Recentemente "Rete Kurdistan" ha pubblicato l'ennesima testimonianza raccolta dall'agenzia Anha.
Ebdo Omer, sequestrato dai miliziani, ha raccontato di essere stato a lungo torturato e di aver assistito alle torture inflitte ad altri civili imprigionati. Ha inoltre voluto testimoniare in merito alla morte di alcuni prigionieri - rinchiusi nelle stesse prigioni, prima di Kefer Zité, poi di al-Rai - sia per tortura che per fame.
Torturato già in strada al momento della cattura (al punto di provocarne lo svenimento) Ebdo Omer venne successivamente appeso ad un gancio e picchiato con un grosso tubo. Dato che non poteva, anche se avesse voluto, fornire ai suoi carcerieri le informazioni richieste (le posizioni della guerriglia) sulle sue ferite venne versato sale. Come conseguenza delle botte ora non è più in grado di utilizzare il braccio sinistro. E comunque gli è andata ancora bene (visto che ha potuto raccontarla). Perlomeno rispetto ad altri prigionieri deceduti a causa delle torture, assassinati o semplicemente scomparsi senza lasciare traccia.
Un quadro generale che la politologa tedesca, specialista in Turchia, Elke Dangeleit ha interpretato come una "pulizia etnica pianificata contro i curdi in Siria".
Prosegue intanto anche l'opera di devastazione ambientale per mano dell'esercito turco con l'incendio delle foreste, in particolare nel distretto di Mabata. Le bande integraliste invece hanno abbattuto decine e decine di alberi in quello di Rajo.
Ma, va detto, i curdi non si limitano a subire. Anche in agosto le Forze di Liberazione di Afrin (Fla) avevano attaccato le truppe di occupazione nel villaggio di Kirame (distretto di Sherawa) uccidendo due soldati. Altri due militari sono stati uccisi nel distretto di Shera.
Questo per quanto riguarda i territori curdi all'interno dello stato siriano, al momento invasi e occupati da Ankara.
In Rojhilat (territori curdi sotto l'amministrazione iraniana), sempre in questi giorni, sono state eseguite altre condanne a morte contro persone curde. Il 26 settembre, nella prigione di Sanandaj (Sine) è stata impiccata, dopo aver trascorso cinque anni nel braccio della morte, Leyla Zarafshan. Stando a quanto comunicato da Zarafshan (Organizzazione per i diritti umani) la donna sarebbe stata condannata in quanto ritenuta responsabile della morte del marito.
Sempre in Iran, altri quattro detenuti curdi, in carcere per reati comuni, sarebbero stati impiccati il 25 settembre a Urmia (Azerbajan occidentale).
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 28 settembre 2019
Ma lui si oppone: "Non riconosco questo processo e questa sentenza, se esco devo uscire totalmente scagionato". Lula potrebbe lasciare presto il carcere. Sin da lunedì prossimo. Ha scontato già parte della pena, quella che gli consentirebbe di godere della semilibertà. Ci sono i termini per uscire di giorno e rientrare in cella la sera. In alternativa può restare ai domiciliari con la cavigliera.
Lo ha ribadito la Procura di Curitiba titolare dell'inchiesta Lava Jato. Quindici pm del pool hanno sottoscritto una lettera con la quale danno parere positivo. In testa la firma del capo del pool Deltan Dallagnol. "Questo ufficio ha constatato", scrivono in procuratori, "la buona condotta in carcere di Lula da Silva e a questo punto si richiede al Pubblico ministero federale di rinviare Luiz Lula da Silva al regime di semilibertà". "L'esecuzione della pena detentiva presuppone la sua esecuzione in modo progressivo", ricordano, "mirando al graduale reinserimento del prigioniero nella vita sociale".
Lula potrebbe uscire già tra tre giorni. Ma non è disposto a farlo. La sua difensiva di attacco alla Procura e a tutta la indagine che lo ha portato al processo e alla condanna, lo hanno sempre spinto ad escludere questa possibilità. Vuole uscire a testa alta, non riconosce il verdetto. Quindi, neanche tutte le misure che lo accompagnano anche nella fase della sua esecuzione. Gli avvocati della difesa lo incontreranno lunedì stesso e vedranno con lui la strategia che intende adottare. "Lula vuole ripristinare la sua piena libertà", ha commentato l'avvocato Cristiano Zanin, "perché non ha commesso alcun crimine ed è stato condannato attraverso un processo illegittimo e corrotto da nullità".
di Graziella Di Mambro
articolo21.org, 27 settembre 2019
Ancora una volta una sentenza invita i giudici italiani a non applicare il carcere ai giornalisti perché ciò lede la libertà di espressione. Si conferma quindi la necessità di una celere abrogazione della norma tuttora vigente nel nostro sistema in base alla quale al giornalista ritenuto responsabile di diffamazione a mezzo stampa può essere comminata la pena del carcere.
di Cesare Romano
Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2019
Premessa, il contrasto all'evasione fiscale non è semplicemente cosa buona e giusta ma persino fonte di sviluppo, progresso e risorse da impiegare nell'educazione, nella ricerca, nella salute, nei servizi sociali. Ciò detto, la vera questione dirimente è come ridurre l'ossigeno e gli spazi, anche sociali e culturali, di cui l'evasione si nutre da decenni nel nostro Paese.
di Vincenzo Andraous
L'Opinione, 27 settembre 2019
Ciò che conferisce autorevolezza a un'istituzione cosa altro è se non la sua capacità di non perdere il proprio ruolo e la propria funzione. Anche quando questa sua radice viene messa a dura prova dalla privazione non della libertà ma della dignità degli uomini ristretti.
Sono di questi giorni le notizie riportate da alcuni quotidiani nazionali, in cui vengono raccontate le sequenze drammatiche dentro il carcere, accadimenti che vengono inquadrati addirittura nel reato di tortura nei riguardi di cittadini detenuti inermi. Qui non si tratta di fare processi mediatici, tanto meno di dare giudizi senza conoscere la storia nella sua sostanza, però di fronte a chi è già privato della libertà, degli affetti, costretto a un tempo bloccato, se fosse provata questa accusa nei riguardi di operatori del comparto sicurezza, forse occorrerà domandarsi come sia possibile attuare legalità e giustizia, rimanendo deprivati di qualsiasi senso di umanità e compassione.
Quando fatti di questa portata emergono e vengono messi di lato, in sordina, silenziati, forse è anche il caso di non rimanere schiacciati dall'indifferenza trattandosi di galera e di persone che hanno sbagliato, perché allora si tratta di sopravvivere dentro e fuori un mondo non soltanto scandaloso ma sicuramente aberrante. Il carcere, questo carcere che ritengo ancora assente ingiustificato, non è accettabile né pensabile come luogo di morte, bensì come spazio di sosta, per comprendere e oltrepassare la colpa nella ritrovata responsabilità.
La pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, ma deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è certo la violenza insita nel sistema carcere che può stupire, infatti non si tratta di fare le educande, in carcere si sconta la pena anche con una certa durezza a causa degli errori commessi, ma fosse vera la notizia in questione "tortura", vorrebbe dire che da una situazione di ingiustizia, ci si è trasferiti armi e bagagli in una dimensione di gesti quotidianamente ripetuti di feroce inumanità.
Se così fosse, se fosse provata questa pratica occorrerebbe riconsiderare quella recidiva esponenziale che mina la società, perché torturare una persona significa ridurlo a un corpo estraneo, parassitario, costringendolo a una parte di futuro opposto e contrario, ciò non credo faccia parte neppure lontanamente di un preciso interesse collettivo.
No, non citerò Voltaire, ma la dignità di una persona non è pensabile si possa sminuire o annientare con la forza o con la galera, perché vorrebbe significare che il carcere non solo non rieduca ma addirittura è prerequisito per accantonare il valore stesso della vita umana. Se risultasse veritiero questo andazzo, penso davvero che non soltanto il carcere ma anche il processo penale rischierebbe di issare bandiera bianca: la giusta pena da scontare nel carcere dell'ingiustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Identificare i detenuti che abbiano dato prova di una "spiccata tendenza all'evasione" tenendo conto anche delle sue caratteristiche fisiche, intensificare le battiture serali delle inferiate e le perquisizioni nelle celle, non far sostare per troppo tempo i detenuti attenzionati nella stessa cella.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 settembre 2019
Businarolo (M5S) sul via libera al testo bonafede-Cnf. Equità sociale non è solo tutela del reddito. È anche accesso ai diritti. Effettivo. Diritti che sono spesso oggetto di rinuncia, come le cure sanitarie. "Ma anche la tutela in giudizio è un diritto di cittadinanza", rivendica Francesca Businarolo, deputata 5 Stelle eletta in Veneto e presidente della commissione Giustizia di Montecitorio. Insieme con gli altri rappresentanti del Movimento in commissione e con il Pd, ha costruito una rapida intesa per calendarizzare subito il ddl sul patrocinio a spese dello Stato, proposto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
- Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo: concluso il progetto sulla deradicalizzazione
- Emilia Romagna. Papa Giovanni XXIII: Regione una guida su alternative a detenzione
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- Toscana. Adizione in Commissione Sanità sui fatti di San Gimignano
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