di Adriano Sofri
Il Foglio, 26 settembre 2019
La visita di Salvini al carcere di San Gimignano sottende l'ostilità delle istituzioni nei confronti dei detenuti. Oggi, giovedì, Matteo Salvini visita il carcere di San Gimignano per portare la propria solidarietà agli agenti della Polizia penitenziaria.
Non è una cattiva idea solidarizzare con la Polizia penitenziaria. Salvini lo fa a ridosso dell'imputazione a 15 agenti, di cui 4 sospesi dal servizio, del reato di cui all'art. 613 bis, quello fresco e controverso sulla tortura, aggravata per essere stata compiuta da pubblici ufficiali e procurando lesioni, a loro volta aggravate dalla crudeltà.
agenpress.it, 26 settembre 2019
"I fatti recentemente emersi dalle cronache, qualora confermati, sono gravi. Anche per questo abbiamo deciso di stabilire una collaborazione ancora più stabile e assidua con il Garante dei diritti delle persone private della libertà". Così il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha incontrato oggi Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute.
gnewsonline.it, 26 settembre 2019
Il sottosegretario alla Giustizia è intervenuto all'incontro promosso da Cassa delle Ammende sul tema dei servizi di inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale. "La sfida che ci vede coprotagonisti è quella di promuovere interventi per migliorare l'efficienza e l'efficacia dei servizi di inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale in modo da rafforzare la sicurezza dei territori". Così il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi è intervenuto all'Info day, il seminario inter-istituzionale organizzato da Cassa delle Ammende e svoltosi a Roma, nella sede della Scuola Superiore dell'Esecuzione Penale "Piersanti Mattarella".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 26 settembre 2019
È "non punibile", a "determinate condizioni", chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2019
La Corte costituzionale limita la punibilità del suicidio assistito. E, dopo una tormentata camera di consiglio, con un comunicato diffuso in serata, torna a chiedere con forza una legge che viene ritenuta "indispensabile". Nello stesso tempo, dopo un anno trascorso nell'attesa di un intervento del Parlamento, la Consulta mette nero su bianco le condizioni cui subordinare la non punibilità. Una determinazione che è resa necessaria, come peraltro già scritto nell'ordinanza n. 207 del 2018, per evitare abusi nei confronti di persone particolarmente vulnerabili.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 settembre 2019
I giudici, dopo aver sciolto il nodo del radicale Marco Cappato imputato per la morte di dj Fab, hanno ribadito di non potersi avventurare oltre su un terreno denso di implicazioni etico-sociali, che va regolato con una normativa organica e adeguata. L'incostituzionalità accertata - o anche solo prospettata - un anno fa, è stata dichiarata ufficialmente ieri sera, dopo due giorni di camera di consiglio.
Ma il "giudice delle leggi" ha sciolto il nodo di un singolo processo, quello in cui l'esponente radicale Marco Cappato è imputato per la morte di Dj Fabo, ribadendo però di non potersi avventurare oltre su un terreno denso di implicazioni etico-sociali, che va regolato con una normativa organica e adeguata. Compito esclusivo del Parlamento. Ecco perché la Corte ha definito "indispensabile l'intervento del legislatore". Una messa in mora più incalzante della volta scorsa, quando fu accordato il rinvio del verdetto.
Dopo un anno di attesa, i quindici giudici della Consulta non potevano esimersi dal prendere una decisione che, rispetto all'ordinanza del 2018 con cui avevano già diagnosticato l'incompatibilità di una parte dell'articolo 580 del codice penale con alcuni diritti costituzionali, inserisce qualche limite in più al "suicidio assistito".
Il punto di partenza restano le quattro condizioni necessarie per la "non punibilità", che poi sono quelle del caso concreto arrivato sul tavolo della Corte: l'aiuto fornito a una persona "affetta da patologia irreversibile", alla quale la malattia provoca "sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili", tenuta in vita da sostegni artificiali e però in grado di compiere scelte "libere e consapevoli". Dunque per dirimere la vicenda di Dj Fabo la corte d'assise di Milano ha ora gli strumenti per disapplicare l'antica formulazione della norma che equiparava l'istigazione con l'assistenza al suicidio, e comportarsi di conseguenza.
Per il resto, nella consapevolezza che nel perdurante vuoto legislativo altri giudici sono già stati o saranno chiamati a decidere su casi simili, la Corte ha introdotto ulteriori limiti alla "non punibilità". Richiamandosi alla legge del 2017 sul "fine vita", è stato stabilito che bisogna rispettare "le modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua". Inoltre, tutte le verifiche sulle "condizioni richieste" e sulle "modalità di esecuzione" dovranno essere fatte da una struttura del Servizio sanitario pubblico. E dopo avere raccolto il parere del comitato etico territoriale, come avviene nei Paesi europei che hanno una legislazione in materia.
Non è una corsa a ostacoli, bensì un modo per restringere il più possibile gli spazi d'azione spalancati dalla medicina e dalla tecnologia e lasciati vuoti dall'inerzia del Parlamento. Per evitare invasioni di campo e sconfinamenti in responsabilità altrui, ma anche per scongiurare il rischio di "abusi nei confronti di persone specialmente vulnerabili". Di qui la necessità di ancorarsi il più possibile a una legge già esistente - quella sul "consenso informato", appunto - individuando al suo interno gli strumenti per impedire che la norma riscritta apra la strada a situazioni del tutto diverse da quelle come il caso approdato alla Consulta.
Il divieto al suicidio assistito, infatti, ha un senso soprattutto per salvaguardare "persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane o in solitudine, che potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita". Così avevano scritto i giudici nell'ordinanza dell'anno scorso, ed è il motivo per cui la norma non è stata dichiarata incostituzionale nel suo complesso, bensì solo in presenza di quelle precise condizioni ora divenute ancor più stringenti. In particolare per ciò che riguarda accertamenti preventivi e procedure.
Per arrivare al verdetto la Corte ha forse impiegato più tempo di quanto preventivato; non a causa di divisioni interne, ma per cercare di riempire ogni vuoto che rischiava di aprirsi anche volendosi limitare al singolo caso in esame. Facendo ricorso, per quanto possibile, alla legislazione esistente, applicandola per analogia o logica conseguenza. Un metodo che diventa un richiamo in più al Parlamento, che dopo questa doppia pronuncia - l'ordinanza del 2018 e la sentenza di ieri, che sarà motivata nelle prossime settimane - non ha più alibi per non intervenire.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 26 settembre 2019
Ha abolito la prescrizione, ecco gli effetti collaterali. Che cosa ci insegnano le leggi antimafia. Lui, Alfonso Bonafede, ministro di Giustizia, sa quali splendori albergano nella sua Sicilia. Ha memoria dei capricci barocchi, delle delizie arabe, delle meraviglie normanne. E sa pure che in questa terra di lava e di miele la mafia ha perso mentre lo Stato ha vinto. Un miracolo.
Che si deve anche al fatto che qui la prescrizione - quella che lui, il Guardasigilli, ha abolito erga omnes - era stata spazzata via già negli anni Novanta dalle leggi d'emergenza approvate dal Parlamento per fronteggiare le stragi mafiose e per piegare l'arroganza sanguinaria di boss che rispondevano al nome di Totò Riina e Bernardo Provenzano, di Michele Greco e Pippo Calò, di Luciano Liggio e Leoluca Bagarella.
Furono leggi necessarie. Sacrosante, si stava per dire. Le propose Giovanni Falcone, il giudice che portò il gotha di Cosa nostra dietro le sbarre del maxi processo e fu poi ammazzato da una spaventosa esplosione di tritolo lungo l'autostrada che collega Palermo all'aeroporto di Punta Raisi. E le pretese anche Paolo Borsellino, pure lui giudice di grande coraggio, massacrato cinquanta giorni dopo nell'attentato di Via D'Amelio. Senza quelle leggi, boss e picciotti sarebbero ancora in giro per città e campagne a spartirsi gli appalti e i traffici di droga, a devastare la politica e la vita della gente, a spargere sangue e a seminare terrore.
Ora però quell'emergenza si è attenuata: i terribili "corleonesi" sono quasi tutti morti e i pochi che sopravvivono sono murati vivi in un carcere di massima sicurezza. Resta in piedi la mafia dei rimasugli: quella che non trova altro capo della cupola se non un vecchio di 80 anni, Settimo Mineo, un boss di mezza tacca già bruciato da un'antica condanna e dagli sfregi che le cosche rivali hanno assestato al suo prestigio e alla sua carriera.
O quella, un po' smarrita e un po' stracciona, che cerca di sopravvivere taglieggiando fiorai e salumieri, imponendo guardianie ai cantieri di lavoro, oppure raccogliendo cinquanta o cento voti per i candidati più spericolati, ai quali nessuno ha detto che prima o poi arriverà l'avviso di garanzia per voto di scambio o, peggio, per traffico di influenze. È la mafia raccontata da Franco Maresco nel film che tanto ha entusiasmato la critica al Festival di Venezia; una mafia inzeppata manco a dirlo di omertà e canzoni neomelodiche, di cinismo e disincanto; e che si trascina, spacciando e rubacchiando, tra lo Zen e Passo di Rigano, tra Ballarò e la Vucciria.
Debbono valere anche per questi combattenti e reduci le leggi d'emergenza inventate trent'anni fa per sradicare la mafia tentacolare, quella che non dava scampo a niente e a nessuno? Il dibattito, come si suole dire, è aperto. E quasi certamente resterà tale per molti anni a venire. Intanto però - e Bonafede sa pure questo - alcuni dispositivi previsti dalle leggi eccezionali, come quello che raddoppia i tempi della prescrizione, sono stati trasformati in strumenti buoni per ogni populismo giudiziario: se ne servono i pubblici ministeri che vogliono a tutti i costi riscrivere la storia d'Italia; se ne servono i cosiddetti magistrati d'assalto: quelli inviati da Dio in terra per rovesciare il mondo come un calzino e trascinare in giudizio tutti i presunti colpevoli che ancora credono nella presunzione di innocenza; e se ne servono tutti quegli inquirenti e inquisitori che presi dal sacro fuoco del moralismo vedono la mafia anche dove non c'è e montano inchieste da talk-show, utili soprattutto a quelle forze politiche che da sempre conquistano i consensi con la cultura del sospetto e lo sputtanamento dell'avversario.
La norma sulla prescrizione inserita in tutta fretta dal ministro di Giustizia nel decreto "Spazza-corrotti" ha proprio questo scopo: ridurre ulteriormente le garanzie per ogni povero cristo che si trovi impigliato nella rete maledetta di una inchiesta. Prima succedeva che se un processo - in tutti i gradi di giudizio - andava oltre un determinato limite di tempo, il reato automaticamente decadeva. La prescrizione accettava la non verità e l'imputato si liberava delle sue angosce senza che nessuno lo dichiarasse colpevole o innocente.
Bonafede ha eliminato questa possibilità. O meglio: i termini della prescrizione dal primo gennaio in poi varranno fino al primo grado di giudizio; ma se la giustizia sarà così veloce da scavalcare la prima sentenza tutto il resto - dall'appello fino alla Cassazione - potrà andare avanti per anni e anni, fino alla morte dell'imputato.
Con la conseguenza che i rappresentanti dell'accusa non avranno più una scadenza da rincorrere, i collegi giudicanti terranno un'udienza ogni due o tre mesi, e l'imputato non vedrà mai la luce del sole. Anzi, proprio perché la vicenda non si chiude, sarà costretto a pagare ancora gli avvocati, a vivere ancora come un appestato e a non avere una banca che gli apra una linea di credito o un'amministrazione che gli rilasci la licenza per una lavanderia o una pizzeria.
Ma gli effetti collaterali - fine gogna mai - non sembrano preoccupare più di tanto il ministro della Giustizia. Il quale è convinto che nel giro di pochi mesi riuscirà anche, con un magheggio politico, a riformare sia il Consiglio superiore della magistratura che l'ordinamento giudiziario, sia il codice di procedura penale che il codice penale.
"Un processo durerà al massimo cinque anni", annuncia. Ma la Sicilia - dove basta ancora un vago e presunto odore di mafia per eliminare di fatto la prescrizione - dimostra esattamente il contrario: Calogero Mannino, ex ministro democristiano, è stato costretto a salire e scendere dalle scale dei tribunali per venticinque anni, e ancora non è finita; il generale Mario Mori, l'ufficiale dei carabinieri che nel gennaio del 1993 fece scattare le manette ai polsi di Totò Riina, torvo padrino di tutte le mafie e di tutte le stragi, è sotto accusa da vent'anni: si è liberato di alcune infamie ma è ancora intrappolato nel mastodontico processo della Trattativa; un processo lungo e impervio: dopo un dibattimento durato cinque anni è arrivato appena a una sentenza di primo grado che intanto ha inflitto a Mori una condanna a dodici anni di carcere.
Inutile ricordare che né Mannino né Mori sono imputati di omicidio o di altre nefandezze. L'ex ministro democristiano era partito nel '95 con il concorso esterno - otto mesi di carcere e tredici di arresti domiciliari - ed è finito pure lui nel calderone della fantomatica Trattativa. Come Mori. Lui però, avendo scelto il rito abbreviato, ha superato con una assoluzione pure il secondo grado di giudizio ma non è detto che i pubblici ministeri non impugnino la sentenza davanti alla Cassazione: lasciarla correre sarebbe un pessimo segnale per la Corte di assise d'appello che ha appena aperto il dibattimento di rito ordinario per tutti gli altri imputati - da Mori, a Di Donno, a Subranni - condannati in primo grado, assieme a due boss e all'ex senatore Marcello Dell'Utri, a pene severissime.
Lo strumento che tanto affascina il moralismo giudiziario dei grillini, e che di sicuro avrà ispirato la legge voluta da Bonafede, è l'aggravante prevista dall'articolo 7 di un decreto varato nel '91 dal ministro Claudio Martelli. È la norma che di fatto sancisce l'onnipotenza del pubblico ministero. Se tu vieni accusato di peculato, dopo dodici anni hai diritto alla prescrizione. Ma se il pm ti contesta l'aggravante mafiosa prevista dall'articolo 7 gli anni necessari per la prescrizione automaticamente raddoppiano: ne serviranno 24.
Lo stesso vale per l'abuso di ufficio: in via ordinaria il reato viene prescritto dopo cinque anni, ma con l'aggravante mafiosa di anni ne servono dieci. E così per ogni accusa, per ogni imputazione. Non decide il tribunale o la Corte d'assise. Basta la semplice contestazione. Che può essere sottoscritta dalla procura in un avviso di garanzia; ma, se il processo è già cominciato, può anche essere comunicata alla Corte nel corso di una qualsiasi udienza. Se questo avviene, l'indiziato può mettersi il cuore in pace perché non avrà salvezza: il processo viene assoggettato da quel momento al cosiddetto "regime del doppio binario".
La procura non avrà più sei mesi per chiudere l'indagine, ma potrà dilatare i tempi fino a due anni. Le intercettazioni telefoniche e ambientali non avranno né limiti né confini: il pm potrà utilizzare il trojan e ogni altro apparecchio invasivo anche per catturare conversazioni con persone del tutto estranee all'inchiesta. Non solo. L'articolo 7, oltre ai tempi della prescrizione, raddoppia anche i tempi della custodia cautelare. E, come se non bastasse, finisce non solo per dimezzare, dopo la condanna, i benefici carcerari, ma anche per avviare un processo suppletivo: quello per le misure di prevenzione che, come si sa, possono comprendere sia il sequestro che la confisca dei beni.
Si dirà: ma è la mafia, bellezza! E davanti alla mafia non c'è garantismo che tenga. Ma c'è un però: come spesso succede, anche le buone battaglie possono nascondere l'abuso. Pensate che l'articolo 7 è stato contestato persino a un cronista, Franco Viviano, accusato di violazione del segreto istruttorio per avere pubblicato su Repubblica i "pizzini" del mafioso Salvatore Lo Piccolo, detto "il Barone".
Pensate che l'ex governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, accusato di avere traccheggiato con le tariffe della sanità per favorire i ras delle cliniche private, era stato assolto in primo grado; ma quando cominciò l'appello e il reato stava per cadere in prescrizione, la Corte resuscitò l'aggravante dell'articolo 7 - motivato dal fatto che l'ex presidente della regione aveva anche incontrato un medico mafioso - e tanto bastò perché "Totò vasa-vasa" venisse rinchiuso per cinque anni nel carcere di Rebibbia. Oppure pensate a quello che è successo ai tre poliziotti finiti sotto processo a Caltanissetta per avere gestito - male, malissimo - il falso pentito Vincenzo Scarantino.
Siamo negli anni compresi tra il 1992 e il 1997. Procura e forze dell'ordine cercano con ogni mezzo i responsabili della strage di Via D'Amelio, dove hanno trovato la morte Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. S'avanza un balordo palermitano, quartiere Guadagna, che dice di sapere tutto. È Scarantino. Che, manco a dirlo, viene preso in carico e bene "impupato" da magistrati che lo accolgono a braccia aperte e da un alto funzionario di polizia, Arnaldo La Barbera, che si intesta l'intera responsabilità dell'operazione.
Si scoprirà molti anni dopo, grazie alle rivelazioni di un pentito autentico, Gaspare Spatuzza, che c'era stato un colossale depistaggio e che la malagiustizia di quel primo processo aveva comportato condanne all'ergastolo per sette poveri innocenti. Qualcuno avrebbe dovuto pagare il conto. Ma La Barbera è morto; e dei magistrati che pure coccolarono Scarantino, non se n'è saputo più niente: ognuno ha scaricato le colpe sull'altro e tutti hanno avuto la possibilità di dire che le decisioni più importanti erano state prese dal procuratore capo, Giovanni Tinebra, morto anche lui ormai da qualche anno.
Del giro dei presunti depistatori sono rimasti solo i tre poliziotti: Michele Ribaudo, Mario Bo, Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia aggravata. La condotta delittuosa, come si legge nel capo d'accusa, si sarebbe conclusa nel 1997 e la prescrizione sarebbe scattata quindi nel 2017, dopo vent'anni. Ma i pubblici ministeri hanno contestato l'aggravante dell'articolo 7 e l'incubo che sembrava vicino alla fine affliggerà gli imputati fino al 2027. Quando dalla morte di Borsellino saranno passati 35 anni.
Per carità, potrà anche succedere che i tre poliziotti vengano assolti in primo grado e poi in appello; e che l'assoluzione venga anche confermata dalla Cassazione. E potrà anche succedere che la Suprema corte dica espressamente che la contestazione dell'articolo 7 è stata una mossa azzardata e inopportuna. A quel punto chi risarcirà gli imputati? Il loro calvario poteva concludersi in dieci anni e invece si è protratto per vent'anni. Pagheranno i pubblici ministeri? Pagherà il giudice per le indagini preliminari, pagheranno i giudici del tribunale del riesame che magari avrebbero potuto dire ai pm: no, non c'è motivo?
Tranquilli: non pagherà nessuno. E Bonafede sa pure questo. Sa che i magistrati hanno nella giustizia la stessa fede che il prete riversa nella consacrazione eucaristica e nella sua personalissima sacra dote, sacer dos, di trasformare il pane e il vino nel corpo, nel sangue e nell'anima di Cristo. Ricordate Il contesto di Leonardo Sciascia? Lì c'è un giudice, un supremo giudice, che spiega all'investigatore Rogas perché una sentenza non gli provocherà mai un rimorso: "Lo vede lei un prete che dopo avere celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente. E direi anche: inevitabilmente. Pensi a quel prete che, dubitando al momento della consacrazione si ebbe sangue sulle vesti. E io posso dire: nessuna sentenza mi ha sanguinato tra le mani, ha macchiato la mia toga".
di Enrico Bucci
Il Foglio, 26 settembre 2019
"Sì all'autonomia e indipendenza del magistrato, ma non si può dare l'idea di impunità". Parla Antonio Leone. "Ormai in questa nostra povera patria può accadere di tutto: anche che un magistrato accusi il proprio organo di autogoverno, presieduto dal capo dello stato, di usare "metodi mafiosi" nella gestione delle nomine, dimenticando di aver fatto parte di correnti e associazioni fino all'altro ieri. Se tale accostamento lo avesse fatto un normale cittadino cosa sarebbe successo? Nel recente passato si è ipotizzato il vilipendio. E non potrebbe configurarsi l'ipotesi di colpa disciplinare?".
Intervistato dal Foglio, Antonio Leone (ex vicepresidente vicario della Camera ed ex membro laico del Csm, oggi a capo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria) non va per il sottile nel commentare le parole del pm antimafia Nino Di Matteo sui "metodi mafiosi" che sarebbero utilizzati dalle correnti nel Csm. Un paragone spropositato che ha fatto storcere il naso a molte toghe, provenendo da un collega in campagna elettorale per le suppletive del Csm e che ha ricoperto incarichi associativi, come la presidenza dell'Anm palermitana.
Al di là delle ipocrisie, Leone riconosce che lo scandalo sulle nomine pilotate, con gli incontri notturni tra membri del Csm e politici, ha contribuito ad aggravare la crisi di legittimazione della magistratura: "È innegabile che tali fatti, oltre ad aver scoperto l'acqua calda, abbiano compromesso, più di quanto già non lo fosse, l'immagine della magistratura. Vale però la pena ricordare che le condotte contestate all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara erano note già da un anno. In un articolo del Fatto quotidiano di settembre 2018, dal titolo "Fascicolo a Perugia che imbarazza il leader di Unicost", venne riportata tutta la vicenda extra Csm che lo interessava: ma non mi sembra che allora abbia avuto grande attenzione e tanto meno mi sembra d'aver sentito parlare di fughe di notizie, di rivelazioni di segreto d'ufficio o altro". "La delegittimazione del Csm - prosegue Leone - è partita da qualche tempo dall'interno stesso della magistratura, così come accaduto per la politica".
Si è appreso ieri che il ministro Lorenzo Fioramonti avrebbe chiamato Vandana Shiva, icona globale di un certo ambientalismo cialtrone, come consulente in un "consiglio scientifico sullo sviluppo sostenibile". Il nostro paese non è nuovo ad assegnare funzioni di prestigio alla Shiva, amica di Carlo Petrini: si ricorda per esempio la consulenza a lei concessa nel 2015, in occasione dell'Expo di Milano. Malgrado si conoscano le numerosissime bugie della pseudo-scienziata, che da taluni è non a caso malignamente soprannominata "Panzana Shiva". Ecco un piccolo florilegio, un "panzanario" che aiuta a inquadrare il personaggio.
La Shiva ha all'attivo un dottorato in filosofia. Siccome questo titolo è privo di "allure" scientifico e siccome il termine "quantistico" esercita fascino sulle vittime di fuffe di ogni tipo, ecco che si è vantata in una celebre risposta alla rivista Nature di essere un "fisico quantistico". Nei suoi libri ha più volte scritto frasi come "prima di diventare un'attivista, Vandana Shiva è stata uno dei fisici più importanti dell'India". Ancora: come spiegava il professor Dario Bressanini svariati anni fa, la Shiva mentì attribuendo all'introduzione del cotone Ogm Bt il suicidio di centinaia di migliaia di contadini indiani. In realtà, la crescita dei suicidi tra gli agricoltori in India è precedente all'introduzione di quella coltura Ogm. I suicidi, dovuti principalmente alle perdite di raccolti causate da fattori climatici raggiunsero l'apice quando il cotone Bt non era coltivato che marginalmente, mentre quando successivamente i campi coltivati con questo Ogm aumentarono, i suicidi diminuirono. Anche analizzando i trend delle aree più intensamente coltivate a cotone, grazie al report "Accidental deaths and suicides in india-2010", non emerge alcuna correlazione fra aumento del cotone Bt e suicidi. Anzi, si osserverebbe una correlazione inversa. Sempre per demonizzare gli Ogm, la Shiva e altri hanno per anni sostenuto che le piante geneticamente modificate sarebbero sterili, così che per questo motivo ad ogni nuova semina gli agricoltori sarebbero costretti ad acquistare nuovi semi dalle cattivissime industrie sementiere.
Anche questa una bugia: le piante Ogm non sono più sterili di tutte le altre, tanto che gli ambientalisti temono che esse possano incrociarsi con piante spontanee invadendo l'ambiente; ma l'immagine potente dei coltivatori ridotti in catene dalla Monsanto non ha più abbandonato la sfera della comunicazione.
Per supportare poi le sue campagne contro il glifosate, la Shiva ha prodotto per anni grafici che correlavano l'aumentato utilizzo di glifosate a malattie renali, diabete, Alzheimer e all'immancabile autismo; naturalmente, si tratta di correlazioni spurie, buone solo a eccitare gli animi di chi è già prevenuto. La Shiva ha persino sentenziato che non è Xylella a far morire gli ulivi in Puglia, ma la "chimica" dell'homo tecnologicus, raccomandando di abbracciare gli alberi per fermare l'epidemia.
L'elenco potrebbe continuare, includendo le balle raccontate per screditare Norman Borlaug, Nobel e padre della rivoluzione verde - uno che il mondo lo ha sfamato davvero, e non a chiacchiere; ma è più interessante rimarcare un punto fondamentale. Come potrebbe una persona che ha mentito così tante volte essere utile come consulente presso il ministero dell'università e della ricerca scientifica?
L'atto annunziato dal ministro Fioramonti, che ha aderito a suo tempo al Patto per la Scienza, potrebbe avere senso in una sola ed unica ipotesi: che Vandana Shiva, rinunciando a propagandare le sue bugie, si ravvedesse e cominciasse a mediare verso quel mondo ambientalista sensibile al suo richiamo, per recuperarlo a strade più ragionevoli e concordi con le migliori evidenze scientifiche. Concorrendo a una visione eco-modernista, consapevole dei gravi problemi ambientali e dei limiti del nostro modello di sviluppo, ma che non abbia bisogno di costruire un falso passato e dei falsi miti, i quali aggravano, non risolvono, i nostri problemi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 settembre 2019
Detto fatto. In pochi giorni. Venerdì scorso i deputati che rappresentano il Movimento 5 Stelle in commissione Giustizia avevano assicurato, in una nota, il loro impegno per "incardinare il prima possibile" il ddl sul patrocinio a spese dello Stato, in modo da "entrare nel vivo dell'esame del testo". Ieri l'ufficio di presidenza della stessa commissione ha deciso di calendarizzarlo già per domani. Un segnale forte che arriva sulla giustizia, tema ritenuto convenzionalmente tra i più divisivi all'interno della neonata maggioranza.
E invece, sul provvedimento messo a punto dal guardasigilli Alfonso Bonafede a partire dalle indicazioni del Consiglio nazionale forense, si verifica subito una netta condivisione tra 5 Stelle e Pd. Da una parte la presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Francesca Businarolo, del Movimento, definisce "molto importante l'avvio dell'esame del ddl Bonafede". Dall'altra il vicepresidente dell'organismo, il dem Franco Vazio, riconduce la scelta di "dare priorità" al patrocinio a spese dello Stato "in ragione della sua importanza anche sotto il profilo di una maggiore equità sociale".
Il Cnf: "soddisfatti per la condivisione" - Ma si tratta anche di un segnale per l'avvocatura. Perché appunto è stato il Cnf a indicare per primo le criticità nella disciplina vigente e perché tra le modifiche in arrivo ci sono anche norme che assicurano maggiore tempestività e adeguatezza nella retribuzione del difensore. E certo va considerata la capacità del Movimento e dei democratici di ritrovarsi attorno a una comune idea di giustizia come servizio ai cittadini.
Lo apprezza anche il presidente del Cnf Andrea Mascherin. "Siamo soddisfatti di questa accelerazione e della volontà della attuale maggioranza e, ritengo, di tutte le altre forze parlamentari, di perfezionare in tempi rapidi il disegno di legge Bonafede sul patrocinio a spese dello Stato", dichiara il vertice della massima istituzione forense. Che appunto indica nel testo definito con Bonafede innanzitutto uno "strumento di tutela del diritto alla difesa dei più deboli". E aggiunge: "Naturalmente il Cnf non mancherà di fornire il proprio contributo per ulteriori migliorie durante il percorso parlamentare".
Anche Businarolo tiene a indicare, nel ddl, "una riforma molto attesa" in quanto "attua il principio costituzionale sul diritto di difesa dei non abbienti, e rende il nostro sistema giudiziario più equo visto che consente a più persone di accedere alla giustizia a spese dello Stato". Vazio, che ieri ha materialmente guidato i lavori dell'ufficio di presidenza, ricorda come il provvedimento preveda, tra l'altro "il patrocinio a spese dello Stato anche nelle procedure di negoziazione assistita". E nota come la commissione abbia "inteso dare la dovuta prorità" al ddl e "avviare il suo esame" anche in vista di una "maggiore efficienza e tutela degli operatori della Giustizia". E qui il vicepresidente pd della commissione si riferisce per esempio alle norme che vincolano l'entità del compenso per il difensore ai parametri forensi, in modo che l'onorario corrisponda al loro valore medio. Previsione che assicura certezza in virtù delle modifich dei parametri introdotte dall'ex guardasigilli Andrea Orlando, ora vicesegretario dem.
Il M5S: "attuato così l'articolo 24" - Si traduce in atto dunque l'impegno assunto dai deputati 5 Stelle della commissione Giiustizia, che venerdì avevano sollecitato "la massima collaborazione di tutte le forze politiche" giacché "in situazioni come questa si deve prescindere dal colore e dall'appartenenza".
Idea coerente con il passaggio della nota diffusa dai parlamentari del Movimento in cui si richiama l'estensione del patrocinio a spese dello Stato a una platea più ampia di beneficiari: le "vittime di maltrattamenti in famiglia e di violazione degli obblighi di assistenza familiare, a prescindere dai limiti di reddito" nonché "le vittime del reato di tortura, in recepimento della Convenzione di New York del 1984" ; tutele che, secondo i 5 Stelle, danno "piena attuazione al principio costituzionale del diritto di difesa, espresso nell'articolo 24 della nostra Carta Fondamentale". Una priorità riconosciuta ora dall'intera maggioranza e su cui si segnala la sintonia anche tra la politica e l'avvocatura.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2019
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 25 settembre 2019 n. 39353. Non commette reato il destinatario della sanzione accessoria del divieto di emettere assegni, se nel momento in cui ha firmato il titolo bancario, il decreto prefettizio che gli impediva di farlo non era ancora stato emesso.
La Cassazione, 39371, accoglie il ricorso dell'imputato, condannato per il reato che scatta in caso di mancato rispetto della sanzione accessoria (articolo 7 della legge 386/1990). Il ricorrente aveva fatto presente ai giudici di aver firmato l'assegno, senza data e luogo, prima che il decreto fosse effettivo, e lo aveva consegnato al creditore a titolo di garanzia, confidando che questo non lo incassasse completando le parti mancanti.
Ma anche se così non era andata, perché il titolo era stato prontamente "monetizzato", la cassazione esclude che la condotta del ricorrente integrasse il fatto tipico e annulla la sentenza impugnata. La violazione dell'articolo 7 richiede, infatti, espressamente, la trasgressione di un divieto dopo che sia stato adottato e notificato il provvedimento che applica la sanzione accessoria amministrativa. In assenza di questi elementi, che servono a rendere operativo il divieto, "non è possibile individuare, già sul piano strutturale, la lesione del bene giuridico che rende penalmente rilevante la condotta secondo la tipicità del fatto descritto". Per i giudici di legittimità quello che si può riscontrare nel caso esaminato è solo "la ragionevole previsione di un certo succedersi di eventi prescrittivi". Ma non basta per affermare il reato.
- Lottizzazione abusiva, la prescrizione del reato non travolge la confisca
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