cronachepicene.it, 26 settembre 2019
Il garante dei diritti della persona della Regione Marche Andrea Nobili sarà in città il 27 settembre per un incontro con lo scrittore Franco Arminio, previsto nell'ambito del progetto "Ora d'aria" che riguarda le attività trattamentali della Casa circondariale di Marino del Tronto. Il progetto prevede alcuni laboratori e la partecipazione diretta di importanti poeti italiani. Nella stessa giornata Arminio si confronterà con i detenuti anche nella casa di reclusione di Fermo.
"Sarà una nuova occasione per monitorare ulteriormente la situazione e per confermare l'importanza delle attività trattamentali che hanno l'obiettivo di dare una nuova dimensione alla permanenza in carcere" spiega Nobili. Il quale coglie l'occasione per esprimere vicinanza agli agenti di polizia penitenziaria.
"Abbiamo evidenziato più volte le numerose difficoltà che incontrano nell'espletare il loro lavoro, rappresentandole nella loro complessità alle autorità competenti per un sollecito intervento. Anche sul versante penitenziario le Marche hanno la necessità di una maggiore attenzione e di una diversa progettualità".
"Nell'ambito di una visione a tutto campo del nostro sistema penitenziario - conclude - non possono essere più trascurate le questioni legate alle carenze di organico; alla complessità delle mansioni che riguardano sicurezza, trattamento e percorso di reinserimento dei detenuti; alla mancanza di operatori ed educatori, nonché di adeguate e costanti attività trattamentali. È l'intera organizzazione che va rivista".
di Benedetto Vecchi
Il Manifesto, 26 settembre 2019
Il diritto all'oblio, cioè la cancellazione ogni cinque anni dei dati raccolti su un singolo utente, era stato voluto inizialmente dalla Spagna e poi accolto dall'intera Ue, grazie all'attivismo dei movimenti sociali e al paziente, sensibile e accorto lavoro di tessitura di studiosi e giuristi, tra i quali va ricordato Stefano Rodotà.
È stata considerata una vittoria di Google, la sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea che ha accolto il ricorso della società americana contro la multa inflitta da un tribunale francese per non avere applicato la normativa del diritto all'oblio su dati di utenti memorizzati nei server del motore di ricerca al di fuori del territorio europeo. Sentenza anacronistica, ha commentato il Garante per la privacy italiano Antonello Soro, in quanto la riservatezza e l'integrità dei dati personali sono un diritto universale che ignora i confini nazionali, o continentali.
La vicenda del ricorso di Google apre tuttavia una ulteriore porta su un continente - quello della gestione economica e politica dei dati - diventato una componente centrale, essenziale nel business dentro e fuori la Rete. Le imprese raccolgono informazioni individuali e collettive, le elaborano, le impacchettano, le vendono al miglior offerente, sia che si tratti di società pubblicitarie che altre imprese dei Big Data. Si può chiamare capitalismo delle piattaforme o della sorveglianza, ma al di là della terminologia la sentenza europea ha quindi un valore politico altissimo.
Il diritto all'oblio, cioè la cancellazione ogni cinque anni dei dati raccolti su un singolo utente, era stato voluto inizialmente dalla Spagna e poi accolto dall'intera Ue, grazie all'attivismo dei movimenti sociali e al paziente, sensibile e accorto lavoro di tessitura di studiosi e giuristi, tra i quali va ricordato Stefano Rodotà. Il diritto all'oblio era stato voluto perché appunto la privacy non solo era ed è violata sistematicamente dalle piattaforme digitali, ma proprio perché i dati stavano diventando una merce pregiata per fare profitti.
Il motore di ricerca di Larry Page e Sergej Brin è finito sotto accusa più volte. È stato multato per aver violato leggi nazionali e norme europee. Ha dovuto in alcuni paesi del vecchio continente, ma anche in alcuni stati degli Stati uniti, ridimensionare i progetti di accumulo dei propri Big Data. Street View, cioè l'uso di foto e informazioni a scopo promozionale di angoli di città, di paesi, e di paesaggio "postati" dagli utenti, è vietato ad esempio in Germania per violazione della privacy, ritenuta una materia politica e economica "sensibile" proprio perché ibrido di diritto individuale e materia prima economica.
Del rischio politico di finire nel tritatutto delle polemiche e degli j'accuse ne sono consapevoli a Mountain View. Non vogliono certo finire come i "cugini" amati-odiati di Facebook, considerati oramai dopo la vicenda di Cambridge Analytica, la bestia nera della violazione della privacy in tutto il mondo. Per questo sono intervenuti con solerzia, mobilitando eserciti di avvocati e puntando moltissimo su questa sentenza.
La posta in gioco, infatti, è un modello di business e delle sue prospettive. Gratuità di alcuni servizi in cambio della cessione della proprietà dei propri dati personali: è questo il canone dominante, che ha reso Google uno dei Big Five della Rete. Ma quello che preme ora agli strateghi di Mountain View è il futuro, cioè machine learning, predittività, intelligenza artificiale, sistemi esperti nella gestione dei Big Data cioè quell'evoluzione del proprio modello di business a portata di click che fa sì che l'insieme della infrastruttura tecnologica e del software sia piegata non solo a prevedere i comportamenti futuri degli utenti, ma a plasmarli, modificarli, condizionarli a proprio piacimento all'interno di un dispositivo di soft power.
In altri termini, acquisterai una certa merce, aprirai un certo sito internet con la sensazione di aver agito in libertà e con il proprio libero arbitrio, mentre le strategie di "accompagnamento" alla scelta sono state una costante sia quando si è connessi o si è logout dalla Rete. È questo futuro che Google vuol affermare.
C'è però la possibilità che la vittoria di Google si risolva in una vittoria di Pirro. Il motore di ricerca ha fatto leva su un tronfio sovranismo digitale tornato in auge dopo la grande sbronza globalista dei decenni passati. In punta di diritto la Corte di giustizia europea ha ragione quando afferma che ciò che è fuori dall'Unione europea non è sottoposto alle leggi continentali. Ma è difficile tracciare confini per affari che prosperano solo senza frontiere. La privacy è certo un diritto individuale ma funziona solo su base universale. E globale. Lo stesso vale per i Big Data. Così Google può aver vinto una battaglia, ma rischia di perdere la guerra globale del capitalismo della sorveglianza per aver rinunciato a dare un contentino alla vecchia Europa.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 settembre 2019
"La Francia non può accogliere tutti se non può accogliere bene". Lunedì prossimo l'Assemblea nazionale francese discuterà il nuovo piano del governo sull'Immigrazione e da New York, dove si trova per l'assemblea dell'Onu, Emmanuele Macron anticipa la linea scelta dal governo. Ma le parole del presidente francese si allungano inevitabilmente anche sulla bozza di accordo per il ricollocamento dei migranti siglata alla Valletta tra i ministri dell'Interno di Malta, Italia Francia e Germania, e finiscono con alimentare le perplessità che, a poco più di 48 ore dalla firma, già sono state espresse da più parti sulla reale fattibilità degli impegni presi.
Sarà il vertice dei ministri dell'Interno dell'Ue, fissato per il 7 e 8 ottobre a Lussemburgo, a sciogliere gli ultimi dubbi. Nel frattempo a Bruxelles più di una fonte diplomatica mette in fila tutte le difficoltà presenti nel documento di 5 pagine e 15 articoli siglato sull'isola Stato. A partire proprio dal fatto che tutto il meccanismo di distribuzione dei migranti tratti in salvo nel Mediterraneo si basa sulla volontarietà dei Paesi che decideranno di aderire, volontarietà che però può interrompersi in qualsiasi momento se il flusso degli arrivi dovesse aumentare in maniera decisiva o se le vicende interne di uno Stato - vedi elezioni - dovessero suggerire di farlo.
Altro punto sul quale è facile ipotizzare uno scontro tra i 28 riguarda l'obbligo per uno Stato di far sbarcare i migranti salvati da una propria nave militare. Condizione che sembra pensata apposta in vista di un possibile ritorno all'impiego delle navi da parte della missione europea Sophia, sospeso alla fine dello scorso anno per il rifiuto del governo gialloverde di far arrivare nei porti italiani tutti i naufraghi soccorsi da EuNavFor Med. Dopo mesi passati a litigare su dove far sbarcare i naufraghi, non è scontato che adesso i 28 possano trovarsi improvvisamente d'accordo.
Le parole pronunciate a New York da Macron fanno poi dubitare della reale volontà di Parigi di prendere tutti i migranti che, dopo essere stati salvati da una nave militare, di una ong o da un mercantile, faranno richiesta di asilo, come invece ipotizzato a Malta. Ma l'ostacolo principale potrebbe riguardare la decisione di intervenire solo in aiuto di Italia e Malta privilegiando la rotta del Mediterraneo centrale. Scelta che non è piaciuta a Spagna e Grecia che, al contrario di quanto successo da noi, hanno visto aumentare il numero degli sbarchi: secondo uno studio dell'Ispi, dei 67 mila migranti irregolari arrivati in Europa nell'ultimo anno solo il 13% è sbarcato in Italia, contro il 57% della Grecia e il 29% della Spagna (dove tra un mese e mezzo si vota).
A Bruxelles fanno inoltre notare come aver scelto di intervenire solo sulla Mediterraneo centrale rischia di frammentare ulteriormente il sistema di gestione degli arrivi dei migranti n Europa. Vista dall'altra parte della barricata, dalla parte cioè di chi salva i migranti, nel documento sono stati inseriti una serie di paletti per le ong. Le quali dovranno impegnarsi a "rispettare le istruzioni impartite dal competente Centro di coordinamento di salvataggio, non spegnere i transponder di bordo, il sistema di informazione automatizzato (Ais) per non inviare segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione" che possa "agevolare la partenza" dei barconi. Ma anche a "non ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio da parte delle navi ufficiali della Guardia costiera, compresa la Guardia costiera libica". Impegni che per l'avvocato Alessandro Gamberini, difensore di molte ong, non rappresentano un problema: "Tutti i controlli vanno bene, perché non faranno altro che confermare la regolarità del lavoro svolto dalle ong", spiega il legale. Per il quale il problema vero è un altro: "Riproporre un ruolo alla Guardia costiera libica, perché tutti sanno che è fortemente inquinata da milizie in combutta con i trafficanti e perché riporta i migranti nei centri di detenzione".
Corriere della Sera, 26 settembre 2019
Hanno già aderito Italia, Malta, Francia, Germania e Finlandia e la clausola inserita rischia di penalizzare il nostro Paese. L'accordo sulla distribuzione dei migranti potrà essere sospeso se i flussi migratori dovessero aumentare in maniera considerevole. È una delle clausole inserite nel documento sottoscritto a Malta che potrebbe trasformarsi in una penalizzazione per l'Italia. Nella bozza si specifica che l'eventuale stop dovrà essere discusso dagli Stati che hanno firmato l'accordo, ma rimane comunque un punto controverso.
Testualmente nell'intesa è scritto: "Il meccanismo per il ricollocamento dei richiedenti asilo sarà valido per almeno sei mesi, e potrà essere rinnovato", ma nel frattempo occorrerà "andare avanti sulla riforma del Sistema comune d'asilo, sulla base di un'iniziativa della Commissione". Se "nei sei mesi il numero dei ricollocati dovesse aumentare in modo sostanziale, gli Stati che partecipano si riuniranno per consultazioni. Durante le consultazioni il meccanismo potrà essere sospeso". Oltre all'Italia hanno già aderito all'accordo Malta, Germania, Francia e Finlandia. La Commissione europea avrebbe però già ricevuto rassicurazioni sulla partecipazione di Portogallo, Belgio, Irlanda e Lussemburgo. Nel testo di cinque pagine si sottolinea che "ogni Stato membro può sempre offrire un posto alternativo di sicurezza su base volontaria. Nel caso di uno sproporzionato aumento della pressione migratoria in uno degli Stati partecipanti, calcolato in relazione ai limiti delle capacità di accoglienza, o ad un alto numero di richieste per la protezione internazionale, un posto di sicurezza alternativo sarà proposto su base volontaria". E ancora: "I Paesi che aderiscono all'accordo "si impegnano a rafforzare le capacità dei Guardacoste dei Paesi Terzi del Mediterraneo meridionale, incoraggiando Unhcr e Iom a sostenere modalità di sbarco in quei Paesi".
C'è poi la parte dedicata alle Ong: "Occorre assicurare che questo meccanismo temporaneo per la ripartizione dei richiedenti asilo non apra nuove strade irregolari verso le coste europee ed eviti la creazione di nuovi fattori di attrazione". E dunque "tutte le navi devono essere registrate secondo la legge nazionale dello Stato di bandiera. Dove possibile, le imbarcazioni per il salvataggio saranno registrate come tali. L'amministrazione dello stato di bandiera assicurerà che tali imbarcazioni siano qualificate in modo adeguato ed equipaggiate per condurre tali operazioni". Ieri è stata decisa la ripartizione dei 182 migranti sbarcati dalla Ocean Viking: a Francia e Germania andranno 50 ciascuno, 20 al Portogallo, 2 all'Irlanda, 2 al Lussemburgo, i restanti 58 saranno presi in carico dalle strutture della Cei.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 26 settembre 2019
Poi denuncia "interferenze" di Francia, Emirati, Egitto. L'intervento del leader di Tripoli alle Nazioni Unite: è la prima volta che attacca apertamente i tre Paesi. Il premier del governo libico di unità nazionale (Gna), Fayez al-Serraj, ha denunciato alle Nazioni Unite "l'interferenza" di Paesi stranieri in Libia e ha definito il suo avversario Khalifa Haftar un "criminale assetato di sangue".
"È deplorevole che altri Paesi continuino a interferire" in Libia, ha detto Serraj all'Assemblea generale, citando Emirati Arabi Uniti, Francia ed Egitto. Appena quattro giorni fa il comando generale del sedicente esercito nazionale libico (Lna), guidato da Haftar, aveva dichiarato "che tutte le sue forze di terra, navali e aeree stanno partecipando a un grande attacco contro le milizie nei pressi di Tripoli".
Il giorno prima intensi combattimenti erano scoppiati anche a sud di Tripoli, con le forze fedeli al maresciallo Haftar che hanno lanciato una nuova offensiva verso la Capitale - con la copertura di bombardamenti aerei - denominata Martire Mohsen al Kani. La crisi libica è al centro dei pensieri del premier italiano Giuseppe Conte. Nel suo discorso di ieri notte alle Nazioni Unite il presidente del Consiglio aveva manifestato tutta la sua preoccupazione per una escalation militare che sta destabilizzando la Regione ogni giorno di più. "È arrivato il momento della pacificazione - aveva affermato il premier - e tutti dobbiamo agire a sostegno dell'azione delle Nazioni Unite. Il primo passo indietro è un cessate il fuoco credibile". Tutti gli Stati membri delle Nazioni Uniti devono rispettare l'embargo delle armi, prevenendo un'escalation dei conflitti in Libia", aveva poi ammonito, cercando l'appoggio del presidente Usa Donald Trump per il raggiungimento dei due obiettivi, il cessate il fuoco e l'embargo della fornitura di armamenti.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 settembre 2019
Sono passati cinque anni dalla sparizione forzata, in Messico, dei 43 studenti dell'istituto magistrale di Ayotzinapa: 43 di oltre 40.000 scomparsi nel paese centroamericano di cui non si hanno più notizie. Dopo quattro anni trascorsi tra coperture, insabbiamenti, arresti basati su prove raccolte illegalmente (tanto che alcuni di loro sono stati rilasciati), il nuovo governo del presidente López Obrador ha preso qualche impegno.
Nei primi 10 mesi in carica, il governo ha creato una commissione speciale e un'unità speciale all'interno della procura generale. Inoltre, il sottosegretario per i Diritti umani ha annunciato che il Messico accetterà la competenza del Comitato sulle sparizioni forzate delle Nazioni Unite che potrà dunque esaminare casi di sparizione nel paese.
Inoltre, in un recente incontro coi familiari dei 43 studenti scomparsi, il presidente Obrador e il suo governo si sono impegnati a chiedere a tutte le istituzioni di collaborare alle indagini e ad avere incontri regolari di aggiornamento tanto con le famiglie quanto con l'ufficio della procura generale. Naturalmente, non basta e non tutto ciò che è stato fatto è stato di segno positivo. Le indagini continuano a mancare di trasparenza e l'attività degli organismi di nuova istituzione non ha ancora prodotto risultati.
Due cose sono certe. La prima è che cinque anni dopo la sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa, le autorità messicane sono ancora in enorme debito con le vittime, le loro famiglie e la società nel suo complesso. La seconda è che non vi sarà giustizia fino quando coloro che hanno ostacolato la ricerca della verità non saranno indagati.
Queste persone sono responsabili del fatto che la sorte degli studenti non sia tuttora chiarita. In occasione di questo triste anniversario, le organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani hanno ribadito che resteranno al fianco delle famiglie degli scomparsi fino a quando non si arriverà alla verità e alla giustizia.
di Roberto Palomba
La Repubblica, 25 settembre 2019
Un noto architetto, giurato di un concorso per la progettazione degli spazi interni dei penitenziari, si interroga sul valore del design per la qualità della vita, soprattutto dove è spesso quotidianamente negata.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 settembre 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 24 settembre 2019 n. 23623. Le sentenze del
giudice di pace, pronunciate secondo equità, sono appellabili solo per i motivi strettamente indicati nel codice di rito civile. La Corte di cassazione (sentenza 23623) pur giudicando inammissibile il ricorso esaminato, detta un principio di diritto, "nell'interesse della legge", per fare chiarezza sulla possibilità di "contestare" una decisione del giudice di pace considerata "equa" dal Tribunale. Esattamente quanto accaduto nel caso esaminato, in cui il giudice di pace aveva dichiarato inefficace l'ordinanza con la quale al ricorrente era stato dato il via libera per un pignoramento presso terzi delle somme dovute dal Banco di Napoli, terzo pignorato in quanto tesoriere dell'Inps. Per il tribunale il ricorso doveva essere considerato inammissibile perché, essendo la somma precettata inferiore a 1 e 100 euro, la sentenza impugnata si doveva considerare pronunciata secondo equità. Ad avviso del ricorrente però il Tribunale non aveva tenuto conto della legge 69/2009 che - abrogando la parte finale dell'articolo 616 del codice di rito civile che prevedeva che l'opposizione all'esecuzione fosse decisa con sentenza non impugnabile - aveva di fatto aperto, con il "nuovo" articolo 616, all'appellabilità a critica libera della sentenza che definisce l'opposizione all'esecuzione: di fatto una norma speciale e derogativa rispetto all'articolo 339 terzo comma del Codice di procedura civile, che regola l'appellabilità delle sentenze del giudice di pace. Per la Cassazione non è così. Abrogando la regola della non impugnabilità, che era stata introdotta nel 2006, la norma del 2009 ha semplicemente rispristinato la regola generale dettata dall'articolo 339 che indica le sole ragioni che giustificano l'appello in caso di pronunce "eque" del giudice di pace. E dunque appello possibile in caso di violazione delle norme sul procedimento, di norme costituzionali o comunitarie o dei principi regolatori della materia. Un campo chiaramente limitato.
di Michele Ainis
La Repubblica, 25 settembre 2019
Suicidio assistito, il giorno del giudizio. Quello che oggi spetta alla Consulta, convocata in camera di consiglio sul caso Cappato, dopo oltre due mesi di sospensione dei lavori (l'ultima seduta cadde il 16 luglio). Evidentemente i giudici costituzionali avevano bisogno di riposo.
Mai quanto il Parlamento, tuttavia. Ha avuto un anno di tempo per decidere (così l'ordinanza scritta l'ottobre scorso dalla Corte), e non ha deciso un fico secco. Sicché la questione non tocca solo l'etica, bensì i rapporti fra legislativo e giudiziario, i loro reciproci confini. Investe la separazione dei poteri, o forse il concetto stesso di potere.
Esiste un potere doveroso, una facoltà che non può ma deve venire esercitata? E in caso di rifiuto, è altrettanto doverosa l'azione del supplente? La vicenda che rimbalza fra il Parlamento e la Consulta sta tutta in questi termini. C'è un reato - il suicidio assistito - punito dal "fascistissimo" codice Rocco del 1930: da 5 a 12 anni di galera.
Non è eutanasia, come impropriamente si ripete. La differenza tra il primo e la seconda sta nella persona che esegue l'ultima azione: nel caso del suicidio assistito è il suicida medesimo, sia pure con un aiuto esterno; nel caso dell'eutanasia è sempre qualcun altro, generalmente un medico. Sta di fatto però che il suicidio assistito apre una contraddizione nel nostro sistema normativo.
Perché il suicidio di per sé non è un reato, come accadeva un tempo in Gran Bretagna, dove venivano confiscate le terre del suicida. In Italia nessuno va alla sbarra per aver tentato d'uccidersi. E anzi una legge dello Stato (n. 219 del 2017) consente ai malati terminali di lasciarsi morire, rifiutando i trattamenti sanitari. Allora perché punire chi t'aiuta in questa decisione, quando le tue forze non sono sufficienti?
Da qui una risposta a rime obbligate: l'incostituzionalità del reato. Perlomeno se ricorrono le quattro condizioni già messe nero su bianco dalla Corte, nell'ordinanza n. 207 del 2018: che il soggetto in questione soffra d'una malattia incurabile; che sopravviva solo attraverso trattamenti di sostegno; che subisca tormenti insopportabili; che sia in grado di decidere liberamente del proprio destino. Stabilito il principio, resta però da precisarne la concreta applicazione. Come accertare la volontà del paziente? Gli verranno offerte cure palliative? Quanto tempo dovrà intercorrere fra la richiesta di suicidio assistito e il suo compimento?
E ai medici, verrà garantita l'obiezione di coscienza? Per questi dettagli, tuttavia, serve la penna del legislatore. Così disse l'anno scorso la Consulta, rinviando la propria decisione. Sottinteso: se poi il Parlamento non legifera, ci penseremo noi. Ma allora perché non farlo subito? Perché adottare una decisione senza precedenti, anzi una non decisione?
Risposta: probabilmente perché la Corte costituzionale era spaccata, divisa in fronti contrapposti. Sicché ha preso tempo, anche se chi giunge all'ultima curva della vita non ha tempo, non più. E ha chiesto alle assemblee legislative di toglierle le castagne dal fuoco. Ma successivamente pure il Parlamento è rimasto vittima della sindrome di Ponzio Pilato. La Camera ha traccheggiato fino al 1° agosto, con audizioni, interrogazioni, contorsioni; dopo di che s'è arresa, gettando la palla nel campo del Senato.
Dove tutti i capigruppo, a mani giunte, hanno chiesto alla presidente Casellati di chiamare qualcuno alla Consulta, per chiedere altro tempo. E infatti, a metà settembre, il telefono squillò. Diciamolo: l'ennesimo rinvio sarebbe un'indecenza. Perché questo diritto sta a cuore agli italiani (il 93%, stando a un sondaggio Swg), così come ai loro grandi vecchi, da Montanelli a Veronesi.
Perché la dolce morte viene già praticata da medici pietosi nel buio degli ospedali (20 mila casi l'anno, stimò nel 2007 l'Istituto Negri), però di nascosto, come fosse un furto. Perché la giurisprudenza è sempre stata un avamposto dei diritti, garantendo la privacy (nel 1975) con 21 anni d'anticipo rispetto alla legge votata dalle Camere, o la tutela del convivente more uxorio (ne11988) 28 anni prima. E perché i poteri dello Stato vanno esercitati. Altrimenti non c'è più il potere, e non c'è nemmeno lo Stato.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 25 settembre 2019
La camera di consiglio va avanti per ore. E alla fine i giudici della Corte costituzionale non trovano un accordo. Si dividono e non decidono. Si pronunceranno con ogni probabilità oggi su una delle questioni più delicate, dopo l'anno concesso invano al Parlamento per legiferare sul fine vita e sul cosiddetto "suicidio assistito".









