di Angelo Velardi
informareonline.com, 8 agosto 2019
Don Giovanni Liccardo: "Situazione infernale, manca qualunque principio di umanità". "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", recita l'articolo 27 della Costituzione Italiana. Succede questo nelle carceri italiane? E, soprattutto, succede questo a Poggioreale?
L'incontro con don Giovanni Liccardo, cappellano del carcere di Poggioreale, è di quelli memorabili. Nei suoi occhi la stanchezza di chi affronta quotidianamente storie tragiche, toccanti, spesso irreparabili, mista a quella determinazione che lo contraddistingue e che trasmette ai suoi interlocutori in maniera così naturale.
"Non sempre il carcere rispetta il senso di umanità, soprattutto a Poggioreale. Spesso la pena non è educativa, ma vendicativa", ha dichiarato Liccardo. I recenti suicidi all'interno dell'istituto detentivo "più grande e affollato d'Italia" hanno sollevato per l'ennesima volta il polverone riguardante le carceri italiane, con le piaghe del sovraffollamento, dell'insufficienza di risorse e della disperazione che affligge i detenuti e che, alle volte, come nel caso di Francesco lo scorso 1° luglio, li porta a fare un cappio con un lenzuolo e a farla finita.
"L'ordinamento italiano prevede che venga limitata la libertà di chi ha sbagliato, ma a Poggioreale succede ben altro, a Poggioreale manca qualunque principio di umanità", ha continuato il cappellano.
"Si ammassano persone in una cella - anche in pochi metri - creando un ambiente di elevata frustrazione. Viene negata loro l'igiene, l'assistenza psicologica e percorsi che possono facilitare il reinserimento in società del detenuto. Cosa più grave, viene spesso negata loro l'assistenza sanitaria".
Un vero e proprio inferno quello in cui si trovano a vivere persone che dovrebbero comprendere gli errori commessi, pagare per quelli e pensare al giorno della fine della pena come giorno di rinascita ed inizio di una nuova vita. Un inferno in cui, invece, a volte, si arriva a decidere di suicidarsi.
"Sovraffollamento e abbandono a sé stessi diventano, quindi, pene accessorie. Ci sono, per esempio, centinaia di tossicodipendenti che dovrebbero stare in specifiche strutture riabilitative e a cui invece non si fa altro che dare metadone. In questo modo si crea un sostituto della droga, che sarà di nuovo ricercata all'uscita dal carcere e per cui probabilmente si delinquerà di nuovo".
Di fronte a tutto questo nasce spontanea una domanda: lo Stato dov'è?
La soluzione più volte prospettata da rappresentanti del governo è stata quella di convertire ex caserme in nuovi istituti in cui poter smistare detenuti. "I carceri italiani sono fatiscenti e non sono adatti alla detenzione. Poggioreale è un carcere da demolire, un luogo logisticamente inadeguato. Ci sono strutture che potrebbero ospitare 2-300 persone, alleviando un po' il peso quindi su quelle già esistenti. Questi mega carceri non devono esistere, perché non sono gestibili e quindi viene annullato ogni discorso rieducativo e di reinserimento. Purtroppo, però, penso che il carcere sia l'ultimo pensiero dei politici, che invece dovrebbero intuire quanto sia importante risolvere questo problema per innalzare il livello della nostra società in termini di sicurezza e di qualità della vita".
Come anticipato è stato un incontro memorabile, in cui abbiamo guardato negli occhi un rappresentante di Cristo che ha l'ardua missione di portare speranza ad una categoria di uomini vista sempre di più come feccia della società, non meritevole di alcuna attenzione. Abbiamo guardato negli occhi chi, invece, si batte per i loro diritti, non dimenticando i crimini e le colpe di cui si sono macchiati, ma guardando al mondo esterno e desiderandolo popolato da individui pentiti del proprio errore, piuttosto che da recidivi incattiviti che continuano ad attentare alla vita e alla serenità degli altri e, inevitabilmente, alla propria. Dostoevskij disse che "il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Dopo quest'incontro mi chiedo: qual è il nostro grado di civilizzazione?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 agosto 2019
Da mesi è senza cure appropriate e rischia l'atrofizzazione degli arti. Non è una detenuta qualunque colei che si trova costretta a vivere l'incubo di poter rimanere paralizzata per sempre. Si chiama Rosa Zagari, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - il quale era considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. Ma la Zagari, quarantaduenne, si trova nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in condizioni gravi, senza riuscire a muoversi dal letto.
Perché? Il nove febbraio scorso, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia. Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2".
Il primario ha consigliato delle cure adeguate per evitare peggioramenti. "Riposare su letto rigido idoneo - si legge nella cartella clinica - praticare terapia medica con antalgici al bisogno e proseguire con la terapia antitrombotica come da prescrizione neurochirurgica.
Si consiglia inoltre di iniziare fin da subito a sottoporsi a prestazioni di Magnetoterapia alla colonna, a massaggio leggero decontratturante dei muscoli paravertebrali, alla rieducazione motoria degli arti inferiori, per cicli di 20 gg. al mese per almeno 5 mesi". E infine: "Utile, ma solo dopo il terzo mese e dopo controllo radiografico e specialistico, oltre alle prestazioni di fisioterapia, la rieducazione dei muscoli paravertebrali e della colonna dorsolombare in piscina, in assenza di carico sul rachide". Cure tuttora non ricevute.
L'associazione Yairaiha Onlus si è attivata il 16 luglio scorso scrivendo al garante nazionale delle persone private della libertà, a quello regionale, al ministro della Giustizia e al magistrato di sorveglianza, sollecitando un intervento urgente perché "le cure ricevute sono state esigue e inadeguate limitando la terapia al busto, che porta ininterrottamente dal 9 febbraio, e ad antidolorifici. Riteniamo - concludono - che il diritto alla salute rientri tra i diritti fondamentali dell'uomo, a prescindere dagli eventuali reati commessi, così come sancisce la nostra Costituzione".
L'avvocato Antonino Napoli, legale di Rosa Zagari, ha anche presentato un'istanza a giugno scorso, denunciando la mancanza di cure e ha chiesto la nomina di un perito per verificare lo stato di salute della donna, anche per chiedere la compatibilità delle sue condizioni con il regime carcerario. Stando a quanto denuncia anche la madre di Rosa, lo stato di salute della figlia sarebbe "gravemente peggiorato, a causa dell'assenza di cure - scrive in una lettera indirizzata alla direzione del carcere di Santa Maria Capua Vetere - a tratti inappropriate, come la vana somministrazione di Flactodol, farmaco rigettato fisicamente fin da bambina, deteriorandole pesantemente il normale funzionamento dei reni".
La madre - che ha problemi di salute - è disperata, tanto da aggiungere che se la situazione di sua figlia non cambia radicalmente in positivo, "non mi resterà che sospendere la terapia, tutte le mie cure, e lasciarmi morire finché non avrete curato mia figlia". Il diritto alla salute è riconosciuto universalmente dalla nostra Costituzione, compreso chi è privo della libertà.
Non a caso l'articolo 39 comma 2 dell'ordinamento penitenziario sancisce espressamente l'obbligo di sottoporre a costante controllo sanitario il soggetto detenuto, garantendo, la propria tutela alla salute. Un dritto garantito anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che sancisce espressamente il divieto di sottoporre i detenuti a trattamenti disumani e degradanti.
cronachedellacampania.it, 8 agosto 2019
È partita in rete un iniziativa, sostenuta anche Pietro Ioia, leader storico degli ex detenuti della Campania una campagna di crowdfunding che prevede attraverso una piccola raccolta fondi sul sito Darev. con di acquistare 600 ventilatori per i detenuti del carcere di Poggioreale.
"Vi chiediamo un aiuto per dare aria pulita e ossigeno", si spiega nella presentazione dell'iniziativa. E poi aggiungono: "Si tratta di dare un po' di aria pulita, fresca, ricca di ossigeno a chi ha sbagliato e sta pagando. Si tratta di riempire di ossigeno i polmoni, il cervello, il cuore. Donare ossigeno che possa penetrare nella pelle e rigenerare tutti i tessuti.
A Poggioreale le condizioni di detenzione sono durissime e i detenuti non possono di certo uscire come persone migliori in queste condizioni. A chi ha sbagliato è giusto togliere la libertà, non la dignità, altrimenti falliremo nell'obiettivo di recuperare e rieducare il più possibile e togliere, così, criminali dalla strada. Aiutateci a regalare un ventilatore per ogni cella. Ne servono 600 e ogni ventilatore costa 13 euro. Facciamolo in fretta, fa caldo e in quelle celle non si respira, non arriva ossigeno. Grazie". Per aderire alla campagna: https://www.derev.com/aria-pulita-per-il-carcere-di-poggioreale
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Si chiama Spes l'impresa sociale che ha rilevato parte dell'attività dell'azienda dei gianduiotti. Al suo interno lavorano trenta persone con fragilità, tra cui disabili ed ex detenuti. Una cooperativa sociale salva una grande azienda. È il miracolo (che potrebbe diventare realtà) della cooperativa Spes di Torino, che occupa numerose persone con fragilità e che ieri ha firmato il preliminare per rilevare il ramo d'azienda della storica Pernigotti.
Al ministero per lo sviluppo economico è stato raggiunto l'accordo per la reindustrializzazione dello stabilimento Pernigotti di Novi Ligure, che garantirà la continuità operativa del sito e la salvaguardia di tutti i 92 lavoratori. "Siamo pronti al rilancio, la fabbrica riaprirà il 1 ottobre" ha detto il presidente della cooperativa Spes Antonio Di Donna, 45 anni, impegnato nel Terzo settore da oltre vent'anni. Martedì mattina, prima di andare al Ministero, Di Donna ha mandato una lettera a tutti i soci lavoratori della cooperativa: "Ho scritto loro che il merito di ogni obiettivo raggiunto è racchiuso nel lavoro e nell'impegno di ciascuno".
Sono circa cento i soci della cooperativa Spes, 30 di loro sono persone con fragilità che, grazie al lavoro, sono rinate: disabili, ex detenuti, ragazzi giovani con problemi di tossicodipendenza, giovani con famiglie in difficoltà. Arrivano su segnalazione dei servizi sociali. E oggi fanno gli chef, i camerieri, i pasticceri. Ognuno di loro è inserito attraverso l'affiancamento di un tutor, che segue il percorso del nuovo lavoratore passo passo fino alla sua completa autonomia. E no, la produzione non viene rallentata, sottolinea il presidente Di Donna: "Semmai facciamo più fatica, perché ogni persona ha bisogno di maggiori attenzioni, ma non c'è alcun rallentamento".
Il successo di Spes nasce proprio da questa filosofia, esser consapevoli che "dentro ogni persona c'è un talento da trovare e valorizzare". E così le persone "svantaggiate" crescono al fianco di chef e barman professionisti. Spes, il cui fatturato si aggira intorno ai 3 milioni di euro, è oggi uno storico marchio del cioccolato in Torino. Ha 6 cioccolaterie in città (una delle quali dentro il Consiglio regionale) ed è diventata produttrice di cioccolata. La cooperativa nasce nel 2011, rilevando lo storico marchio di cioccolato torinese Spes per farne un centro di produzione di eccellenza artigiana e di valore sociale.
La storia di Spes affonda le sue radici nel 1970. Nacque per volontà dei frati francescani, che misero in piedi un piccolo spaccio nella periferia torinese per sostenere la loro missione a Capoverde. Oggi quello spaccio è una delle sei cioccolaterie. Il Gruppo Spes è un'impresa sociale aderente all'Opera Torinese del Murialdo, la comunità dei confratelli della Congregazione di san Giuseppe che segue giovani e famiglie in difficoltà attraverso percorsi di formazione.
rovigoindiretta.it, 8 agosto 2019
Il progetto finanziato che vede il Teatro del Lemming entrare nella casa circondariale per "riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza". È partita pochi giorni fa la seconda edizione del progetto "Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", promosso dall'Acri (Associazione che riunisce le Fondazioni di origine bancaria), capofila del progetto, e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme ad altre 10 Fondazioni di origine bancaria. Per Aspera ad Astra (letteralmente "attraverso le asperità fino alle stelle") ha come obiettivo formare e rieducare i detenuti per il loro reinserimento nel mondo esterno attraverso l'attività teatrale; persone che oggi vivono tra le mura di una cella, ma un domani lasceranno questo spazio per rientrare nella società.
Trasformare il tempo della detenzione - un tempo vuoto, pesante - in un'occasione di riscatto, in cui maturare competenze fondamentali per poter tornare ad essere cittadini attivi. Una sfida che
Fondazione ha scelto di accogliere con un sostegno di 50.000 euro. Esso permetterà all'associazione rodigina Teatro del Lemming di portare il progetto all'interno del carcere di Rovigo. In ambito nazionale, tutte le attività vengono realizzate da associazioni teatrali operanti nei territori, con il coordinamento della Compagnia Teatrale della Fortezza, attiva dal 1988 presso la Casa di Reclusione di Volterra. Gli strumenti utilizzati dalle associazioni teatrali sono principalmente due: corsi di formazione professionale (percorsi di attività teatrali e spettacoli) rivolti ai detenuti; meeting e workshop intensivi rivolti a operatori artistici e sociali, al personale direttivo delle carceri e al personale di polizia penitenziaria.
La seconda edizione del progetto vanta un raddoppio del numero delle Fondazioni coinvolte (e di conseguenza dei territori raggiunti) rispetto alla prima edizione. La prima edizione, inaugurata a maggio 2018 e conclusasi lo scorso marzo, ha permesso di realizzare 6 percorsi in altrettante Case Circondariali: a Milano, Modena, Castelfranco Emilia, Palermo, Torino e La Spezia.
di Eugenio Arcidiacono
Famiglia Cristiana, 8 agosto 2019
Per la prima volta il film "Sulla mia pelle" è stato proiettato all'interno di un penitenziario. Ecco il toccante confronto tra il regista Alessio Cremonini e i detenuti. "Una volta menavano di più", commenta laconico Federico (il nome, come tutti gli altri in questo servizio, è di fantasia), capelli bianchissimi e un quadernone fra le mani fitto di appunti, dopo aver visto Sulla mia pelle.
Sì, proprio il film che ricostruisce la storia di Stefano Cucchi, il ragazzo morto nel 2009 mentre era in custodia cautelare e per il quale si sta svolgendo un processo che vede coinvolti alcuni carabinieri accusati di avere innescato, con le violenze a cui lo avrebbero sottoposto, la spirale di sofferenza che dopo una settimana lo avrebbe ucciso. Dopo aver fatto incetta di premi, per la prima volta è stato proiettato in un carcere, il Coroneo di Trieste.
I detenuti che l'hanno visto hanno ora la possibilità di confrontarsi con il regista Alessio Cremonini. "Pensavo che quest'evento avvenisse prima", dice. "Evidentemente in questo carcere c'è una sensibilità particolare". È così: questa masterclass, organizzata dallo ShorTS International Film Festival, fa parte di un progetto, realizzato in collaborazione con Enaip, che da anni offre la possibilità ai detenuti di frequentare un corso di formazione sulle tecniche audiovisive, spendibile poi una volta tornati in libertà.
Federico si accomoda con i suoi compagni nella saletta che ospiterà la masterclass e noi prendiamo posto accanto ai suoi compagni. Non c'è bisogno di far domande: basta tirar fuori un taccuino e tutti capiscono subito chi siamo. Ogni detenuto desidera ardentemente che qualcuno lo stia ad ascoltare. Specie se, come nel caso di Maurizio, ha vissuto sulla sua pelle un'esperienza molto simile a quella di Cucchi: "Quando mi hanno arrestato, mi hanno legato con le manette a un calorifero e poi massacrato di botte per sapere dove nascondevo la droga. Alla fine, mi hanno detto: "Se vuoi parlare con i tuoi genitori, devi firmare un foglio dove dichiari che sei caduto". Io stavo già male di mio, ero in crisi di astinenza, così ho resistito solo un giorno e poi ho firmato. Quando ho visto il film, anche se sono passati tanti anni, ho rivissuto tutto: è stato tremendo".
Altri detenuti vorrebbero raccontare la loro storia, ma la masterclass inizia e tutti ascoltano con attenzione Cremonini. Che subito li spiazza: "Non ho fatto questo film per sostituirmi alla magistratura, per puntare il dito contro qualcuno. Ogni film nasce da un'idea e quella che mi ha guidato in questo caso è stata la mia fede. Sono cattolico e da credente ho visto nella vicenda di Stefano Cucchi una profonda analogia con il calvario vissuto da Gesù, la sua sofferenza, la sua solitudine. Un'impostazione evidente nella scena in cui la sorella Ilaria rivede Stefano all'obitorio. Prova a toccarlo, a dargli un'ultima carezza, ma non può perché quel povero corpo è stato chiuso in una teca di vetro. Ho immaginato questa scena come una Deposizione rinascimentale, con Stefano al posto di Gesù e Ilaria al posto di Maria".
Interviene allora Francesco per chiedere spiegazioni su un'altra scena che l'ha molto colpito: quella in cui Cucchi finalmente approda in un'aula di tribunale: "Possibile che né il giudice, né l'avvocato, né il Pm si siano accorti delle sue condizioni?" Cremonini rimanda la palla dall'altra parte: "Secondo voi, com'è potuto succedere?" "È un sistema costruito sull'omertà", dice convinto Dario. "Giudici, avvocati, forze dell'ordine, medici: tutti si coprono a vicenda". Giuseppe invece è più pratico: "I giudici hanno migliaia di fascicoli da leggere. Quando non ce la fanno, rinviano. E noi intanto soffriamo". Il regista chiude il suo intervento con una nota personale. "Un mese dopo la ?ne del ?lm ho scoperto di essere malato di cancro. Mi sono quindi trovato a passare le giornate tra medici ed esami, come è successo a Stefano. E questo mi ha ancora più convinto della bontà della mia scelta narrativa: tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il dolore e la morte. Io per ora mi sono salvato. Stefano no. Non siamo riusciti a salvare un ragazzo per poi, eventualmente, fargli scontare in carcere le sue colpe. Come cittadini di un Paese democratico, è questa la nostra più grande sconfitta".
Prima di uscire dalla saletta e di ritornare nelle loro celle, Maurizio e Dario ci tengono a sottolineare che qui a Trieste tutti li trattano bene, ma che non sempre è andata così. "In altre carceri ho visto compagni prelevati alle cinque del mattino dalle guardie e portati in mutande su un furgoncino per un trasferimento", ricorda Maurizio. "In un attimo, perdi tutte le tue cose. Perché questa cattiveria? E poi ci sono carceri dove tutto profuma e altre piene di cimici, dove entri sano ed esci malato. Quando la porta di una prigione si chiude, la tua vita diventa una lotteria".
di Michela Cuccu
La Nuova Sardegna, 8 agosto 2019
Consegnati i premi del Concorso nazionale sul tema della libertà e della rieducazione. Loro, gli artisti, non c'erano. Solo i loro quadri sono potuti uscire dalle carceri dove vivono i 110 partecipanti al concorso nazionale di pittura che ormai da tre anni l'associazione Casa natale Antonio Gramsci riserva ai detenuti. Perché è a loro che vien chiesto di raccontare con colori e pennelli, la loro interpretazione di Gramsci, che riuscì a resistere a quello a cui la detenzione puntava: impedirgli di continuare a pensare.
Tramite il concorso, infatti, l'associazione ha messo in rapporto l'esperienza della detenzione di Gramsci con quella dei detenuti che popolano le carceri italiane. Una iniziativa che si aggiunge a tutti quei progetti rieducativi e culturali che offrono a chi è in carcere la possibilità di "evadere" mentalmente dalla routine quotidiana permettendo un processo rieducativo. "È dimostrato che la recidiva fra i detenuti impegnati in tali percorsi è nettamente inferiore rispetto a chi non lo è", spiegano infatti gli organizzatori di un concorso che quest'anno ha visto la partecipazione di 110 detenuti in 20 case di reclusione sparse in tutta Italia. Detenuti per storie di spaccio, ma anche di criminalità organizzata e di rapine, per fare un esempio dei partecipanti al concorso, dunque ben diversi dal detenuto politico Antonio Gramsci ma che come lui, vivono privati della cosa più importante: la libertà.
Il primo premio è stato assegnato a Dimitri Cantarelli, detenuto nel carcere di Bollate. Durante la cerimonia, svolta nella sala conferenze del paese della Marmilla che diede i natali al pensatore e fondatore del Partito comunista italiano, il presidente della giuria, Paolo Sirena (direttore generale della Fondazione Meta di Alghero) e l'artista Massimo Spiga (art director, grafico e illustratore) hanno illustrato le decisioni della giuria. La valutazione delle opere ha infatti tenuto conto non solo della tecnica e dell'originalità dell'opera.
Fra i vari elementi presi in considerazione, l'analisi si è soffermata sul messaggio, sia dal punto di vista umano (l'orizzonte di un carcerato), che politico (si parla di Gramsci). "I partecipanti non sono artisti professionisti, che sono sottoposti ai limiti del regime carcerario e che non tutti hanno ricevuto un'adeguata informazione e i mezzi necessari a svolgere il lavoro richiesto per il concorso", hanno spiegato i giurati che hanno tenuto in considerazione che la qualità dei lavori presentati "risulta a tratti di buon livello e nel complesso di livello medio". Valutazione che ha designato vincitore del concorso "Il rosso stato di Nino", di Dimitri Cantarelli: "Opera impegnativa di grandi dimensioni, eseguita con buona tecnica, cita "Il quarto stato" di Pelizza Da Volpedo e vuol sottolineare, oscurandoi volti, come il carcere privi oltre che della libertà, anche dell'identità personale", è scritto nelle motivazione della giuria.
L'attualità del pensiero gramsciano, indicato come punto di riferimento per la società, è uno dei temi maggiormente ricorrenti nelle opere dei detenuti. Non è un caso che il secondo premio sia andato a Ruggero Battaglia, detenuto ad Agrigento con "Il faro". L'alienazione contrapposta alla speranza "perché non si può fucilare un'idea", è il tema che ha ispirato l'autore dell'opera terza classificata: Giacomo Sessa, detenuto a Bollate con "L'anima in fondo al muro". Il quarto premio è andato a "L'inizio", realizzato da Marco Tavoletta detenuto al carcere di Nuchis. Il quadro "Lacrime in fondo all'anima", realizzato da un detenuto nel carcere di Pavia, Edoardo Conforme, si è aggiudicato il quinto premio; il sesto è invece andato a Francesco Maccarone, detenuto a Nuchis, con "A Gramsci".
Settimo premio infine per "Direzione e dominio" di Diego Pesandro, anche lui detenuto al carcere di Bollate. Menzioni speciali per "Gramsci a Ventotene" di Cesare Bove (detenuto a Ferrara); "Realtà e fantasia" di Sacha Galli (Bollate). Menzione speciale per il migliore autore straniero a Hussaini Abdul Ali (Carcere di san Vittore di Milano) che ha realizzato "Ideali" e per la migliore autrice donna, Alexandra Ivaskova (San Vittore) con "L'albero d'amore".
agenziaimpress.it, 8 agosto 2019
Canzoni e monologhi teatrali ispirati alla musica e alla poesia di Fabrizio De André sull'isola penitenziario della Gorgona, davanti a detenuti e agenti. È "Sulla cattiva strada", lo spettacolo che andrà in scena il 9 agosto e che sarà realizzato da un gruppo di artisti livornesi. Riflessioni in musica L'iniziativa vuol essere "un modo per riflettere sulla condizione di chi è privato della libertà e vive uno stato di detenzione, propedeutico al recupero e al reinserimento nella società - spiegano in una nota gli organizzatori. Si può riflettere anche con la musica, soprattutto se, come nel caso di Faber, canta gli ultimi e gli emarginati".
Per Carlo Mazzerbo, direttore del carcere, "sarà un arricchimento reciproco, un modo per confrontarsi e dialogare su quello che si vive all'interno di un carcere. Sarà un momento ricreativo e di divertimento, ma questo concerto rivolto ai detenuti dovrà stimolare anche la riflessione sulla loro condizione attraverso i testi di De André. Queste iniziative fanno bene a tutti, perciò siamo lieti di poter ospitare lo spettacolo, che sicuramente potrà aiutare anche chi lavora nel carcere ad allentare la tensione con una serata di musica e belle canzoni".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 8 agosto 2019
L'Ong: "È quanto prevede la Convenzione dell'Aja". Preoccupano le condizioni a bordo. E acqua e cibo cominciano a scarseggiare. "Entreremo in Italia se avremo problemi gravi a bordo": è la dichiarazione che ieri mattina Oscar Camps, il fondatore di Proactiva Open Arms, ha rilasciato a Radio Catalunya. La nave dell'Ong catalana da mercoledì fa la spola tra Lampedusa e Malta: attualmente ha 121 naufraghi a bordo e nessun porto di sbarco.
Roma e La Valletta hanno negato l'ingresso nelle acque territoriali e Madrid rifiuta di prendere in carico il soccorso poiché la Spagna sta gestendo da sola l'emigrazione lungo la rotta del Mediterraneo occidentale. Quella di Camps era una constatazione (in caso di crisi grave non resta che virare verso la costa più vicina) ma il ministro dell'Interno Matteo Salvini l'ha trasformata in una dichiarazione di guerra: "L'Open Arms minaccia di entrare in Italia.
Avrebbe avuto il tempo per raggiungere la Spagna, dove alcuni sindaci (Valencia e Barcellona ndr) si sono esposti a favore dell'accoglienza. Ma forse questi signori vogliono fare solo una provocazione: la vita delle persone non è la loro vera priorità, vogliono a tutti i costi trasferire dei clandestini nel nostro paese. Siamo pronti a sequestrare la nave". Il leader leghista ha a disposizione il bazooka del decreto Sicurezza bis ma la sua norma bandiera solleva molti dubbi di costituzionalità e l'Ong mette in moto gli avvocati. Open Arms ieri ha presentato ricorso al tribunale per i Minori e alla procura minorile di Palermo affinché i minorenni a bordo "vengano fatti sbarcare e vengano nominati dei tutori per quelli non accompagnati, come prevedono gli articoli 6 e 11 della Convenzione dell'Aja. Noi rispettiamo la legge".
Sono in 32 ad avere meno di 18 anni, 27 viaggiano da soli, quattro sono piccoli: due gemelli di nove mesi con la mamma, due hanno meno di 13 anni. "Faremo di tutto - ha spiegato il direttore di Open Arms Italia, Riccardo Gatti - affinché le convenzioni internazionali, le normative e i diritti di queste persone vengano rispettati". E su Italia e Malta: "Siamo testimoni della loro prepotenza e abuso istituzionalizzato nel silenzio dell'Unione europea".
L'UE per ora non interviene: "Non abbiamo ricevuto richieste di coordinamento per l'Open arms - ha ribadito ieri un portavoce dell'esecutivo comunitario -. Questo episodio dimostra l'urgente necessità di un meccanismo prevedibile e sostenibile". La Commissione è ferma in attesa di una richiesta da Madrid e Madrid non interviene perché lasciata da sola a gestire le acqua al confine con il Marocco: "Se in questo momento c'è un paese che svolge attività di soccorso umanitario è la Spagna - ha commentato la vicepresidente, Carmen Calvo. Stiamo esercitando la maggior pressione in Ue affinché la questione migratoria sia affrontata a livello comunitario". Il gioco delle parti lascia però i 121 da soli a vagare per il Mediterraneo.
"Che cosa dovremmo fare, smettere di salvare le persone perché si fanno delle leggi ingiuste? - ha commentato Veronica Alfonsi, coordinatrice italiana di Open Arms -. Siamo a 30 miglia da Lampedusa, anche le evacuazioni fatte nei giorni scorsi delle tre donne, due in stato di gravidanza avanzato, sono state fatte a Lampedusa perché era il porto più vicino". Scatta oggi il settimo giorno a bordo: "Tra poco finiremo cibo e bevande - ha spiegato ieri la comandante della nave, Anabel Montes Mier - e siamo preoccupati per lo stato psicologico di chi è a bordo, reduce dalla torture libiche. Più tardi arriva una risposta e più la situazione peggiorerà".
Rabiya è la madre dei gemelli di nove mesi: "È fuggita dal Camerun per un conflitto legato alla terra nella sua regione, conflitto che è costato la vita al marito - raccontano da bordo -. Hortensia è gravemente ustionata perché il trafficante libico le ha buttato addosso della benzina prima che si imbarcasse e, a contatto con l'acqua di mare, le ha bruciato la pelle. Vengono quasi tutti da paesi per i quali è possibile la richiesta d'asilo". Camps sui social ieri ha postato: "Scompare dal sito l'Imo la zona Sar italiana, con tutti i suoi dati. Curiosamente c'è la Libia, un paese senza stato dove c'è la guerra civile".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Malgrado i mille problemi che l'affliggono (conflitti, corruzione, povertà e altro ancora), l'Africa per diversi aspetti sta dando un contributo al progresso della civiltà, dell'umanità e del diritto. Uno degli indicatori è, dati alla mano, la riduzione reale dell'applicazione della pena capitale, grazie alla coraggiosa scelta di alcuni governi - anche di stati a maggioranza musulmana - per la sua totale abolizione.
Mentre negli Usa l'amministrazione Trump intende ripristinare la pena di morte a livello federale e in Asia Sri Lanka e Filippine premono per la sua reintroduzione, l'Africa è, dopo l'Europa, il secondo continente sulla strada della rinuncia definitiva alla pena di morte. Di questo, con speranza e ottimismo, parla Antonio Salvati ne "L'Africa non uccide più" (Infinito Edizioni). Chi lo leggerà, e questo è un invito a farlo, vi troverà una messe di notizie e analisi sulla situazione della pena di morte nel continente, la sua applicazione, le moratorie "de facto" esistenti e la lotta per abolirla, stato per stato.
Il libro dà doverosamente conto dell'impegno contro la pena di morte e della campagna mondiale per la moratoria della Comunità di Sant'Egidio, illustrandone nel dettaglio le ragioni e descrivendone le situazioni particolari. Impegno che vede coinvolto l'autore da oltre 20 anni. Una delle più importanti sottolineature di Salvati è che molti stati africani hanno compreso che la lotta alla pena di morte, e più in generale il rispetto delle convenzioni e degli standard sui diritti umani, sono diventati elementi importanti nell'ambito delle relazioni internazionali.
Sempre quegli stati, e le loro società, avvertono sempre di più la pena di morte come una violazione irrimediabile della sacralità della vita e della dignità umana, che impoverisce e non difende le società che la applicano. La battaglia contro la pena di morte è, dunque, un modo per gli stati e la società per difendersi dal rischio di abbassarsi allo stesso livello di coloro che hanno commesso gravi crimini contro la persona. Insomma, sul tema della pena di morte, l'Africa ha molto da insegnarci.
- Mass shooting e suprematismo bianco: che cosa sta succedendo davvero negli Usa
- Israele. Prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri
- Turchia. Le tre partite di Erdogan: la prima nel Rojava
- Decreto Sicurezza bis, i magistrati e l'ingiustizia
- Decreto Sicurezza bis. Il rispetto della Costituzione è un optional










