di Marco Lignana
La Repubblica, 27 settembre 2019
Quei sei colpi esplosi da pochi metri di distanza non furono un eccesso di legittima difesa. Perché mentre l'agente di polizia Luca Pedemonte sparava, il 20enne Jefferson Tomalà stava accoltellando un altro poliziotto, e avrebbe potuto ucciderlo. La decisione del gip Silvia Carpanini ha ribaltato quanto stabilito da un altro giudice, che aveva respinto la richiesta di archiviazione del pubblico ministero e imposto il rinvio a giudizio del poliziotto.
Il sostituto procuratore Walter Cotugno, però, è sempre stato dello stesso avviso: per lui l'agente non poteva fare altrimenti. La sua richiesta di assoluzione infine è stata accolta. La sentenza di ieri ha scatenato la rabbia dei familiari della vittima, che fuori dall'aula hanno parlato di "un assassino in libertà". Mentre il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi ha ricordato quella che "resta una tragedia umana. Non siamo contenti per l'assoluzione in sé".
Il 10 giugno 2018 era stata proprio la madre di Jefferson a chiamare il numero unico di emergenza: "Mio figlio minaccia di suicidarsi, ha un coltello in mano, mandate un'ambulanza". Data la situazione, l'operatore aveva chiamato la polizia. Ancora prima di iniziare le procedure per un trattamento sanitario obbligatorio, vista la mancanza di collaborazione del ragazzo, un agente aveva sparato lo spray al peperoncino nella piccola stanza dove era sdraiato Jefferson.
A quel punto il 20enne aveva reagito, colpendo con il coltello uno dei poliziotti: Pedemonte aveva sparato sei colpi fra petto e schiena, tutti verso organi vitali. Per i parenti del giovane ucciso "senza l'uso dello spray Jefferson non avrebbe fatto male a nessuno".
Per il legale dell'agente, invece, "in quel momento non si trattava nemmeno più di un Tso, ma di un problema di sicurezza e ordine pubblico". A far discutere è stata anche una consulenza del pm che ha stabilito come "Jefferson Tomalà andava fermato istantaneamente a tutti i costi e l'unico modo per farlo, in tali circostanze, era ucciderlo immediatamente".
newsrimini.it, 27 settembre 2019
In Italia ogni otto ore finisce in carcere un innocente. Il calcolo deriva dai numeri diffusi dal ministero della Giustizia sulle istanze di riparazione presentate nell'ultimo anno, poco meno di mille, con una spesa complessiva di 23 milioni di euro. I dati saranno illustrati nel corso del convegno "L'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione: il rovescio del diritto", organizzato dalla Camera penale e dall'Ordine degli avvocati di Rimini, in programma domani, venerdì 27 settembre (dalle 14.30 alle 18.30), al Teatro degli Atti (Rimini, via Cairoli, 42). Nel corso dell'incontro, a ingresso libero, verrà proiettato il film documentario "Non voltarti indietro", promosso dall'associazione ErroriGiudiziari.com.
Interverrà, tra gli altri, uno degli autori, il giornalista Valentino Maimone. Con lui anche la co-responsabile dell'Osservatorio sull'errore giudiziario dell'Unione delle Camere penali italiane, Alessandra Palma; il dirigente d'azienda Mario Rossetti, vittima innocente - da incensurato - di un calvario durato più di cento giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia poi e proseguito per altri otto mesi ai domiciliari per una vicenda alla quale era completamente estraneo.
Animeranno il dibattito, aperto al contributo dei presenti, Giovanni Rossi, presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, il giornalista di cronaca giudiziaria Andrea Rossini, gli avvocati Roberto Brancaleoni, presidente dell'Ordine degli avvocati di Rimini, Alessandro Sarti, presidente della Camera penale di Rimini, Luigi Renni, responsabile della formazione della Camera penale di Rimini. L'Unione delle camere penali attraverso l'osservatorio sull'errore giudiziario ha in progetto di procedere alla creazione di una vera e propria banca dati dei casi di mala-giustizia.
di Sandro Francesco Allegrini
perugiatoday.it, 27 settembre 2019
Si chiama "Scatti in libertà" l'iniziativa proposta dalla Cooperativa sociale Frontiera Lavoro. Si tratta di una mostra fotografica che si aprirà giovedì 3 ottobre alle ore 18 presso il Centro Servizi Camerali Galeazzo Alessi di via Mazzini, 10. "Il lavoro rende liberi"... non è la tragica scritta di hitleriana memoria, ma la filosofia che ispira un evento fortemente voluto dalla direzione del Carcere di Capanne.
È la documentazione fotografica, attraverso immagini d'autore, di due iniziative che hanno avuto vasta eco nei media, con ampio coinvolgimento di cittadini. Le foto raccontano il corso per Addetto di cucina, tenuto presso il nuovo complesso penitenziario di Perugia. La storia prosegue con gli scatti che immortalano la cena evento "Golose Evasioni". Avremo modo di documentare la mostra che intano segnaliamo ai lettori interessati.
corrieredellospettacolo.net, 27 settembre 2019
Casa Circondariale di Trieste - Percorso di scrittura giornalistica. A cura del "Gruppo Noi?! - Giornalisti per caso". Gli autori dell'articolo che segue sono persone attualmente ristrette all'interno della Casa Circondariale di Trieste. Qualche mese fa, negli spazi in cui si svolgono corsi, lezioni, presentazioni di libri e di film, e altre attività educative, è stato messo in scena uno spettacolo di fortissimo impatto emotivo.
A seguito di ciò è stato avviato un percorso finalizzato alla scrittura di recensioni di carattere culturale, cui partecipano "figli di diverse lingue"; ci sono infatti italiani, albanesi, sloveni, rumeni e altri ancora. In qualche modo rappresentano una parte di ognuno di noi, quella che in un momento qualsiasi della vita può portare chiunque alla scelta di una strada diretta verso conseguenze non considerate e, in seguito a ciò, a oltrepassare le porte di un penitenziario. Questo è il nostro primo risultato.
Cosa le è rimasto dallo spettacolo cui ha partecipato?
A.L. (corso audio-video): Il mio cuore va a insegnanti e colleghi. È grazie a tutti se tante piccole parti sono state capaci di creare un assieme carico di sensibilità e bellezza.
Aveva mai partecipato a esperienze teatrali prima di "Soma"?
M.C. (attore): In realtà ho avuto la mia prima occasione durante la mia permanenza nel penitenziario di Gorizia, prima di essere trasferito a Trieste e già allora mi aveva molto aiutato, rafforzando la fiducia nelle istituzioni dello Stato e aumentando in me la speranza di ulteriori occasioni in cui sia la solidarietà tra le persone a prevalere, anche dietro le sbarre.
Secondo lei, qual è stato l'elemento più significativo di quest'esperienza?
M.M. (riprese e registrazione del suono alle prove dello spettacolo): All'inizio c'erano due corsi, quello di teatro condotto da Elisa Menon e quello di audio-visivi guidato da Erika Rossi; per un caso fortuito hanno avuto occasione di incontrarsi e da lì è nata l'idea di collaborare assieme. Le prove e lo spettacolo sono state così il soggetto delle nostre registrazioni e del montaggio, con un risultato per entrambi davvero sorprendente.
Partecipare a un'attività teatrale o cinematografica all'interno di un carcere può avere delle conseguenze sulle convinzioni di chi ne sia coinvolto?
S.P. (audioregistrazione delle riprese nel corso della rappresentazione): Cerco di partecipare con costanza alle attività culturali organizzate all'interno del carcere. I detenuti sono generalmente considerati rifiuti della società, ma l'aver collaborato a questo progetto mi ha colpito per come le persone coinvolte siano riuscite a trasmettere, nelle persone direttamente coinvolte e nel pubblico presente, emozioni dotate di tale forza e intensità da muovere il cuore della persona più scettica; devo dire che, nonostante la mia fiducia nella società contemporanea non sia alta, in questa occasione ho imparato che anche oggi possono realizzarsi cose meravigliose; l'esempio della collaborazione tra Elisa Menon ed Erika Rossi ne è la conferma.
Il pubblico era costituito da ospiti esterni e da detenuti. Quali sono state le sue impressioni?
L.B. (spettatore): Mi stavo dirigendo nello spazio adibito alla palestra e, invitato a entrare nella sala in cui si sarebbe svolto lo spettacolo, ho deciso di restare pur essendo un po' scettico e senza avere grosse aspettative. Sono stato invece davvero sorpreso dall'intensità delle emozioni provate non soltanto da me o dagli altri detenuti; anche il pubblico esterno era visibilmente colpito e mi sono reso conto che l'intera messinscena è stata seguita da tutti con grande partecipazione. Spero che lo spettacolo possa continuare a "parlare" anche ad altri, rivelando la sua bellezza al mondo esterno.
Essere parte attiva in entrambi i corsi le ha permesso di cogliere diversi aspetti del progetto..
S.D.R. (attore, addetto alle riprese e all'editing): Ciò che forse mi ha colpito di più è stata la forza evocativa e simbolica degli oggetti e delle azioni più semplici, a partire dalle battute, capaci di generare emozioni molto intense e durature e di creare un legame forte e saldo tra sentimenti universali: amicizia, possibilità, ribellione, tentazione. La possibilità di svolgere un doppio ruolo mi ha permesso di osservare quanto avveniva da diversi punti di vista e di comprendere meglio l'importanza di ogni dettaglio.
Quali sono state, a suo avviso, le principali difficoltà affrontate nella realizzazione del progetto?
L.N. (cameraman e montaggio): Il problema principale per la regista Elisa Menon è stato senz'altro la costante variabilità nella presenza degli attori coinvolti: la fine della pena o il trasferimento comportano inevitabilmente il dover trovare un sostituto per il ruolo rimasto vacante e ciò è avvenuto molte volte nel corso della preparazione. Non bisogna dimenticare poi la presenza di persone parlanti lingue diverse, con la conseguente difficoltà di suscitare nel pubblico emozioni esprimendosi in una lingua di cui non si ha totale padronanza, da parte di persone spesso senza alcuna esperienza di recitazione pregressa. Nonostante ciò, il successo è stato evidente e sarebbe importante che iniziative come questa continuassero ad essere sostenute.
Ci sono elementi dello spettacolo che l'hanno colpita più di altri?
G.C. (cameraman, redattore e dramaturg): Per me è stato davvero notevole osservare nel pubblico la forza delle metafore inserite nell'azione scenica, come il momento in cui una delle attrici coinvolte nel progetto, in scena assieme ai detenuti, è passata sotto un tavolo per simboleggiare la nascita di un bambino. Di certo lo spettacolo ha dimostrato che la bellezza della poesia può essere suscitata nei luoghi più impensati.
di Francesco Di Paola* e Matteo Mainardi**
Il Manifesto, 27 settembre 2019
La forza della decisione della Consulta sta, tra le altre, nell'essersi preoccupata di tutelare la persona malata, in un momento di possibile vulnerabilità anche psicologica, da rischi di abusi. Escludendo così, nel rispetto del controllo pubblicistico, ciò che impropriamente viene definito "pendio scivoloso".
L'incostituzionalità del reato di aiuto al suicidio così come costruito nel 1930, accertata un anno fa dalla Consulta e dichiarata ufficiale nella giornata di ieri, è arrivata dopo due giorni di camera di consiglio. La sentenza, così come preannunciata attraverso un comunicato stampa della Corte costituzionale, segna la storia dei diritti della persona malata nel nostro Paese.
Grazie a Fabiano Antoniani (Dj Fabo) che decise di rendere pubblica la sua storia e alla disobbedienza civile attivata dall'autodenuncia di Marco Cappato dopo averlo accompagnato in Svizzera, con l'ordinanza 207/2018 dell'ottobre scorso, i giudici costituzionali sospesero per 11 mesi il giudizio sull'articolo 580 del codice penale, al fine di "consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un'appropriata disciplina".
Di fronte a un Parlamento che a luglio di quest'anno osservò come "non sussistono le condizioni per addivenire all'adozione di un testo base", la sentenza di ieri è intervenuta per porre fuori dal nostro ordinamento il reato tassativo, in ogni circostanza, di aiuto al suicidio per chi agevola l'esecuzione del proposito, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili nella piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
La forza della decisione dei giudici della Consulta sta, tra le altre, nell'essersi preoccupata di tutelare la persona malata, in un momento di possibile vulnerabilità anche psicologica, da rischi di abusi. Escludendo così, nel rispetto del controllo pubblicistico, ciò che impropriamente viene definito "pendio scivoloso". Tutto ciò, viene ribadito, "in attesa di un indispensabile intervento del legislatore".
Nel frattempo, la non punibilità viene subordinata al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda, rimettendo al Servizio Sanitario Nazionale sia la verifica delle condizioni previste, sia delle modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico competente.
Sono dunque accolte le richieste pubbliche di Fabiano Antoniani che, attraverso la disobbedienza civile di Marco Cappato, si era prefissato sin dal suo inizio la tutela delle persone deboli, il rispetto del loro diritto alla vita combinato con il rispetto del loro diritto di autodeterminazione, nonché l'emersione della clandestinità che fino ad oggi il silenzio del legislatore ha avallato.
Con una siffatta decisione, la Corte non ha in alcun modo evidenziato nel nostro ordinamento un "diritto alla morte", ma si è occupata, dal punto di vista penalistico, di chi aiuta altre persone - nelle indicate e circoscritte condizioni - che decidono di porre fine alla propria vita, nel rispetto del proprio concetto di dignità. Il divieto di istigazione al suicidio e di assistenza al suicidio al di fuori delle condizioni prefissate, rimangono dunque reato per salvaguardare "persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, che potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita", come scrissero i giudici nell'ordinanza dello scorso anno. Da oggi in Italia siamo tutti più liberi, anche coloro che non sono d'accordo. Nessun diritto già riconosciuto è stato scalfito.
*Avvocato del collegio di difesa di Marco Cappato
**Coordinatore campagna Eutanasia Legale; membro Giunta Associazione Luca Coscioni
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 27 settembre 2019
Le proposte sul tavolo sono diverse, l'ultima arrivata è della senatrice Pd: "Bisogna vedere come si comporterà quello che io chiamo "il partito cattolico trasversale" che è presente in tutti gli schieramenti. Ma voglio essere ottimista".
Le sfumature sono molte, ma tutti sono d'accordo su un fatto: la strada aperta dalla Corte costituzionale sul fine vita va parlamentarizzata al più presto. Le proposte sul tavolo sono diverse, l'ultima arrivata in ordine di tempo è quella che porta come prima firma il nome della senatrice Monica Cirinnà (Pd), che già negli anni passati ha combattuto (e vinto) la battaglia sulle unioni civili. La sua proposta, sottoscritta per ora da un pugno di altri senatori di vari schieramenti, prevede la possibilità di accedere all'eutanasia per le persone affette da malattie incurabili e in fase terminale. Dall'altro ramo del parlamento, tuttavia, Riccardo Magi di Più Europa ha già fatto presente che c'è già un dibattito avviato alla Camera e che da lì bisognerebbe ripartire. Sfumature, appunto: il punto fondamentale è che tra Camera e Senato si sta muovendo qualcosa.
Senatrice Cirinnà, qual è il suo giudizio sulla sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo?
Il giudizio è senza dubbio positivo: quando il parlamento decide di non decidere, almeno i giudici danno seguito a un'esigenza che proviene dai cittadini. È stato un bene anche che la Corte non abbia portato la questione troppo per le lunghe ma si sia espressa in maniera veloce e chiara: su questi temi serve la certezza del diritto, è il paese che lo chiede.
Bisogna portare il tema in parlamento. Cosa teme di questo passaggio?
Temo soprattutto la grande banalizzazione, non bisogna nascondersi dietro parole sbagliate. Noi parliamo di aiuto medico a persone affette da malattie inguaribili e già in fase terminale. È molto importante che non si faccia disinformazione su questa faccenda. Il parlamento deve trovare il coraggio di discutere e di decidere. Sono fiduciosa, comunque, il paese è molto più avanti dei suoi rappresentanti politici.
Crede questo sia un parlamento maturo per discutere di fine vita e di eutanasia?
In questo parlamento c'è una forza retriva e oscurantista che dimora tra la Lega e Fratelli d'Italia. Per fortuna parliamo di due partiti che stanno all'opposizione. Bisogna vedere come si comporterà quello che io chiamo "il partito cattolico trasversale" che è presente in tutti gli schieramenti. Ma, ripeto, voglio essere ottimista: li ho già visti in azione ai tempi della legge sulle unioni civili e devo dire che i "cattolici maturi", come diceva Prodi, sanno bene da che parte stare. D'altra parte parliamo di misericordia.
Però la stampa e i movimenti cattolici si sono già espressi in maniera piuttosto critica sulla sentenza della Corte e sul dibattito che sta nascendo...
Vorrei ricordare che esiste l'articolo 7 della Costituzione e che in questo paese lo stato fa lo stato e la chiesa fa la chiesa. Noi non apriamo bocca sulle encicliche, il rispetto deve dunque essere reciproco. Come diceva Spadolini: servono le giuste distanze tra le sponde del Tevere. La cosa che più mi ha inquietato è la dichiarazione del presidente della Cei Gualtiero Bassetti, persona che peraltro stimo. Lui dice che vivere è un dovere. Ma io credo sia un dovere vivere rettamente, nel rispetto degli altri, con carità, solidarietà e misericordia. Perché non lasciare spazio alla dignità negli ultimi momenti della vita?
Quindi non teme che in parlamento i cattolici possano bloccare tutto...
Io non ho problemi con i cattolici. Li rispetto e mi aspetto che la loro frangia più estremista verrà messa in minoranza. Siamo parlamentari e dobbiamo rispettare la Costituzione, poi a casa ognuno tenga il suo Vangelo, il suo Corano, il suo Confucio. Ci mancherebbe altro, ma in parlamento dobbiamo obbedire alle leggi dello stato.
retekurdistan.it, 27 settembre 2019
Nuray Çevirmen dell'Associazione per i Diritti Umani Ihd a Ankara riferisce della situazione dei prigionieri malati nelle carceri turche. 23 prigionieri in Anatolia centrale sono malati in modo così grave che non devono assolutamente restare in carcere. La co-Presidente della sede Ihd a Ankara, Nuray Çevirmen, riferisce a Anf della difficile situazione dei prigionieri malati nelle carceri turche. L'attivista per i diritti umani spiega che l'Ihd cerca di ottenere più informazioni possibili sulla situazione dei prigionieri malati. "Il numero dei malati nel 2017 era 137. Oggi per via di rilasci e trasferimenti in Anatolia centrale i prigionieri malati sono 116. Ma questo è solo il numero di prigionieri malati che hanno preso contatto con noi. Il problema dei prigionieri malati nelle carceri della Turchia è enorme. Il Ministero della Giustizia non rilascia dati in merito. Solo in Anatolia centrale 23 prigionieri sono malati così gravemente che in nessuno caso devono restare in carcere", ha dichiarato.
Diritto a cure sanitarie - L'Ihd si è rivolto a molte istituzioni per garantire il diritta cure mediche ai prigionieri malati. Questi sforzi però sarebbero rimasti senza risultati, riferisce Nuray Çevirmen: "Nel 2018 abbiamo pubblicato un rapporto e lo abbiamo trasmesso alla Commissione Parlamentare per i Diritti Umani, al Ministero della Giustizia, alla direzione generale delle carceri e al Ministero della Salute. L'ultima risposta ci è arrivata dopo un mese. Che ci si prendesse così poco tempo per occuparsi di un tema così importante, mostra quante poche indagini siano state fatte in proposito. Noi abbiamo visto quanti prigionieri sono morti perché è stato loro negato il diritto a cure mediche. Sono morti di malattie cardiache, cancro e molte altre malattie. Per esempio nel carcere di Menemen a Izmir sono morti a causa delle condizioni igieniche".
290.000 prigionieri nelle carceri turche - Çevirmen continua: "La capacità delle carceri attualmente ammonta a 194.000. Nel maggio 2019 il numero dei prigionieri era a 280.000, oggi sono 290.000. Nelle carceri ci sono molti più casi di morte di quelli di cui veniamo a conoscenza. Del tema non si tiene conto neanche sulla stampa. Viene accettato come un fatto normale. Ma i casi morte nelle carceri possono essere impediti. Ci siamo rivolti più volte alle istituzioni rilevanti. Noi scriviamo articoli approfonditi per ogni singolo caso. Purtroppo non viene fatto niente. Attualmente la situazione dei prigionieri malati nelle carceri continua a essere un problema enorme".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 settembre 2019
Una trentina di uomini rilasciati dopo gli incendi di venerdì scorso nella sezione maschile. Delegazione visita il Centro di permanenza e rimpatrio alle porte di Roma. "Caro ospite, al momento sei trattenuto nel Cie di Ponte Galeria. Ti sarà assegnata una card e un numero". Le regole sono stampate in tante lingue diverse e appese nella prima stanza che si incontra nel Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr, ex-Cie). Per leggerle bisogna oltrepassare il grande cancello che interrompe il muro di cinta esterno e le grate grigie interne che per prime danno il "benvenuto".
Il Cpr situato alle porte di Roma ha una capienza di 250 posti, oltre un terzo dei 715 effettivamente disponibili (su 1.035 complessivi) nelle sette strutture simili attualmente in funzione in Italia. Tra queste, Ponte Galeria è l'unica ad avere una sezione femminile che può ospitare fino a 125 donne. "Ospitare", però, non è il verbo giusto. Chi finisce tra mura, sbarre e grate dei Cpr è un recluso a tutti gli effetti. Con una specificità: non ha commesso alcun reato.
Ieri a Ponte Galeria erano detenuti circa 50 uomini e 39 donne. Sono stati visitati da una delegazione promossa dalla campagna LasciateCIEentrare e resa possibile dall'onorevole Nicola Fratoianni (Liberi e uguali).
È la seconda ispezione in pochi giorni, dopo che venerdì scorso alcuni migranti destinati al rimpatrio hanno dato fuoco ai letti di alcune unità della sezione maschile. Da materassi e coperte non si sono sollevate fiamme (sono ignifughi), ma un fumo denso e tossico che ha reso inagibili diverse stanze. Ancora ieri la puzza rendeva impossibile la permanenza, anche solo per pochi minuti, negli spazi interessati. Per questo diverse persone dormono all'addiaccio e, soprattutto, una trentina di reclusi sono stati liberati per "alleggerire" la pressione. "La rivolta paga", scrivono in un comunicato congiunto LasciateCIEentrare e una rete di associazioni.
I letti incendiati - Chi è rimasto dietro le sbarre chiede perché. Tra loro c'è qualcuno che ha finito di scontare la sua pena in carcere e qualcun altro ritenuto socialmente pericoloso. Lo Stato li vorrebbe rimpatriare. Tanti sono stati semplicemente trovati senza permesso di soggiorno. "Ero pizzaiolo in un locale - racconta un uomo nato in India - Un giorno il proprietario ha litigato con un collega.
Ha chiamato la polizia che mi ha trovato senza documenti. Così due settimane fa sono stato portato qui. Lavoro in Italia da nove anni, ho provato a regolarizzarmi con la sanatoria del 2012 ma il datore di lavoro mi ha truffato non pagando i contributi". "Sono in Italia dal 2009 e ho sempre avuto il permesso di soggiorno, fino a febbraio di quest'anno - dice una donna boliviana - È scaduto prima che la signora da cui lavoravo mi facesse il contratto, come aveva promesso. Un giorno ho provato a sedare una rissa per strada, è arrivata la polizia e mi ha portato qui".
Nella sezione femminile le grate, cresciute in tutta la struttura dopo ogni fuga e rivolta, sono puntellate da asciugamani colorati e vestiti stesi al sole. I muri sono disegnati e ci sono delle scritte. Dietro due ragazze cinesi che giocano a carte si legge: "La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto".
Come a ricordare che il problema non sono le condizioni di detenzione o i colori che mascherano il grigio, ma l'esistenza stessa di luoghi simili. La detenzione amministrativa dei migranti, introdotta nel 1998 dalla Turco-Napolitano, ha una storia segnata da sofferenze, episodi di autolesionismo, suicidi, diritti fondamentali negati. Una storia su cui andrebbe solo messa la parola fine. Il 12 ottobre a Milano ci sarà una manifestazione per chiedere la chiusura di tutti i Cpr e la non riapertura di quello di via Corelli.
infoans.org, 27 settembre 2019
"Kanaki Films", è il produttore di Raúl de la Fuente e Amaia Remírez, che ha realizzato un cortometraggio sulla vita di un giovane della Sierra Leone che riesce a cambiare la sua vita: dall'essere carcerato ad essere sostegno per i giovani carcerati. Il cortometraggio-documentario è stato proiettato per la prima volta nel programma "Kimuak" del Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, Spagna. "L'inferno", racconta la storia di Chennu, un bambino di strada di Freetown in Sierra Leone. A 15 anni è entrato nel carcere per adulti di Pademba Road, nella capitale del Paese africano. È un film che vuole mettere in primo piano "le storie di quelle persone che stanno morendo dimenticate in prigione in condizioni disumane", denuncia Amaia Remírez.
Inoltre, è una storia di superamento personale incentrata sul protagonista, Chennu. Un personaggio "potentissimo", puntualizza Remírez. Dopo aver trascorso quattro anni in carcere, riesce a cambiare la sua vita e "Ora si dedicata ad aiutare i carcerati". "È una redenzione completa e un superamento totale delle difficoltà vissute in carcere". Il cortometraggio è stato prodotto grazie al sostegno del "Centro Don Bosco Fambul" di Freetown in Sierra Leone e di "Misiones Salesianas" di Madrid.
Uno dei gruppi che si assistono al "Don Bosco Fambul", è quello dei detenuti che si trovano nel carcere per adulti, dove hanno incontrato Chennu. "Con questo cortometraggio vogliamo dare visibilità al lavoro nel carcere che stanno facendo i salesiani, specialmente con i minori e i più malati". "Kanaki Films" da alcuni anni si occupa di documentari che prepara la procura "Misiones Salesianas" per dare visibilità al lavoro svolto nei Paesi in via di sviluppo.
L'ultimo lavoro è stato "Love", in Sierra Leone, ma anche "30.000" in Costa d'Avorio, e quello che sarà presto pubblicato su "Palabek. Rifugio di Speranza", in Uganda. La prima nazionale de "L'inferno", si svolgerà alla fine di ottobre al "Seminci" (Settimana Internazionale del Cinema), di Valladolid, nella sezione competitiva dei cortometraggi "Tempo di storia". "Per noi è un obbiettivo esserci", ha detto Amaia.
di Andrea Cegna
Il Manifesto, 27 settembre 2019
24 degli arrestati sono già liberi. Cinque anni fa la scomparsa dei ragazzi di Ayotzinapa. Inchieste indipendenti hanno dimostrato le responsabilità delle autorità. "Fu lo Stato" è ciò che resta, 1.826 giorni dopo il 26 settembre del 2014, dei fatti di Iguala, stato del Guerrero, quando furono uccise 6 persone e 43 studenti della Scuola Normale Rurale Isidro Burgos di Ayotzinapa sparirono nel nulla. Ad oggi la determinazione degli studenti sopravvissuti e dei genitori dei morti e degli scomparsi non ha portato alla verità, non ha portato ancora alla luce che fine hanno abbiano i 43, ma ha cambiato per sempre la percezione della violenza politica in Messico.
Per il docente universitario e giornalista Oswaldo Zavala "per la prima volta si è rifiutato il discorso ufficiale sulla sicurezza nazionale secondo il quale i principali responsabili della violenza fossero i trafficanti di droga. Da allora la società ha potuto esaminare la violenza di stato perpetrata dalle forze armate. Nessun altro crimine ha ricevuto tanta attenzione e nessun altro crimine ha consolidato il reclamo collettivo contro i governi assassini di Calderon e Peña Nieto". Per, John Gibler, autore del libro Storia orale di una infamia: gli attacchi contro i normalisti di Ayotzinapa, i fatti di Iguala "risuonano, simultaneamente, nella società come atrocità dolorosissima e come simbolo della macchinazione della violenza e impunità esercitata attraverso la fusione tra l'industria illecita della droga e gli apparati di sicurezza dello stato". La "verità storica" dettata dalla Procura Generale della Repubblica il 27 gennaio 2015 sostiene che gli studenti furono attaccati dalla polizia municipale di Iguala, per conto del gruppo del narco traffico "Guerrero Unidos", e poi portati nella vicina discarica di Cocula e quindi bruciati.
Tutte le indagini indipendenti, però, negano scientificamente e storicamente tale ricostruzione. L'ultima è stata presentata il 28 novembre del 2018 dalla Commissione Nazionale dei diritti umani del Messico e si può riassumere con le parole del suo presidente Luis Raul Gonzales Perez: "a Iguala diverse autorità, a livello federale come locale e municipale, sapevano che l'indagine era stata modificata e contaminata, però nessuno ha fatto nulla per evitare il disastro che si è presentato come verità storica". Per poi aggiungere che "diverse autorità hanno violentato il diritto alla verità delle vittime e della società, in molte occasioni". "Oggi sappiamo che tutte le strutture dello stato messicano dalla Presidenza della Repubblica fino alla Procura Generale e la Segreteria della Difesa collaborarono nell'invenzione di uno scenario falso e torturarono decine di arrestati affinché producessero un discorso falso. L'operazione di copertura da parte dello stato era, ed è, una parte integrante dell'atrocità della sparizione forzata" ricorda Gibler.
Ventiquattro tra i carcerati per il crimine del 26 settembre sono stati liberati ad inizio settembre. Secondo Zavala "il caso ha rappresentato lo spazio dove si sono confrontati potere, gruppi politici, militanti, attivisti e ovviamente le famiglie direttamente interessate. Si è così scoperto che i 43 furono attaccati da forze statali: polizia municipale e federale, così come soldati dell'esercito messicano".
La notte del 26 settembre 2014 è, drammaticamente, solo uno dei tanti fatti atroci che hanno segnato gli ultimi 13 anni di storia del Messico, marchiati dalla mal chiamata "Guerra al Narcotraffico" che ad oggi ha generato quasi 200mila morti e 40mila desaparecidos oltre alla retorica complice secondo cui ogni violenza è solo responsabilità dei trafficanti di droga. A differenza degli altri casi, però, l'estensione dell'attacco e la tipologia del gruppo colpito ha scoperchiato il vaso e rotto la norma. Le scuole Normali Rurali nascono negli anni '20 per garantire le rivendicazioni della rivoluzione anche nelle aree rurali, e sono presto diventate un presidio di radicalità politica. Dopo la mattanza di Piazza Tlatelonco, il 2 ottobre '68, circa la metà delle Scuole Rurali furono chiuse. La particolare natura del gruppo ha generato l'immediata risposta e le denuncia pubblica delle compromissioni e responsabilità delle diverse parti dello stato.
È nato così un movimento che per mesi ha riempito le piazze messicane sostenendo che per trovare i desaparecidos e combattere l'orrore di tale violenza si sarebbe dovuto smantellare l'apparato burocratico dello Stato che permette, protegge, copre, e amministra le sparizioni. Il governo di Pena Nieto entrò in una crisi politica irreversibile che obbligo l'ex presidente a spendere tutte le sue energie nel tentativo di contenere, senza riuscirci, la condanna nazionale. Anche a questo si deve la sconfitta elettorale del Pri alle presidenziali del 2018. Zavala osserva che "Lopez Obrador ha volontà politica di portare avanti le indagini". Il nuovo presidente ha creato una commissione d'inchiesta parlamentare in dicembre, e ha forzato la Fiscalia Generale, la scorsa settimana, ad incontrare i genitori e riaprire il caso, ma per ora non ci sono reali passi in avanti nella ricerca della verità che trasformerebbe, davvero, il paese.









