di Antonella Baccaro
Corriere di Bologna, 11 agosto 2019
Il presidente del Tribunale risponde a Salvini dopo gli attacchi per la sentenza di Bologna che gli dà torto. Caruso e la riforma invocata dal Carroccio: "Inquietante, la magistratura è indipendente".
Dopo la rabbia del ministro dell'Interno Matteo Salvini e gli attacchi ai giudici bolognesi che hanno rigettato il ricorso del Viminale contro l'ordinanza per l'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo, il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso difende la sentenza. "La legge è uguale per tutti, il Viminale non si era costituito in primo grado, perciò il ricorso in Appello era inammissibile, non ci sono privilegi per il Ministero dell'Interno". E sulla riforma della giustizia auspicata da Salvini: "È inquietante, i giudici sono indipendenti".
Il Tribunale di Bologna torna nel mirino delle critiche del ministro Matteo Salvini, dopo la bocciatura del ricorso presentato dal Viminale contro l'ordinanza che imponeva al sindaco di Bologna Virginio Merola l'iscrizione all'anagrafe di una donna richiedente asilo. "Dai giudici di Bologna un'altra sentenza a favore degli immigrati, nonostante il ricorso del mio ministero" ha scritto due giorni fa il vicepremier su Twitter.
Questa volta, però, il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso, solitamente poco incline a farsi trascinare nella mischia di dichiarazioni e controdichiarazioni tra politici e magistrati, risponde a distanza al ministro e difende l'operato dei "suoi" giudici. "Mi ha colpito molto quel "nonostante". Cosa significa "nonostante"?
Che il ricorso avrebbe dovuto essere accolto - si chiede Caruso riferendosi al tweet di Salvini - perché lo presentava il ministro degli Interni? Ma il fatto di essere il ministro degli Interni non gli dà un privilegio di accoglimento. Non è che se il Viminale presenta appello ha una corsia preferenziale. La legge è uguale per tutti".
Riavvolgiamo il nastro: a maggio la giudice bolognese Matilde Betti aveva ordinato al sindaco l'iscrizione all'anagrafe di due richiedenti asilo, tra cui la donna armena a cui il Comune aveva prima negato l'iscrizione sulla base del decreto sicurezza. Già quella decisione, bollata come "vergognosa", aveva scatenato le critiche del ministro, che poi aveva dato mandato all'Avvocatura di Stato di presentare per conto del Viminale un ricorso, ora rigettato da un nuovo collegio giudicante.
Con tono pacato ma fermo, Caruso torna a spiegare, come già ha fatto nella sentenza il collegio presieduto dalla giudice Angela Baraldi, perché appunto quel ricorso del Viminale sia "inammissibile", come peraltro ha stabilito in un'analoga vicenda anche il Tribunale di Firenze. "C'è una giurisprudenza consolidata, tante pronunce della Cassazione. È una questione puramente tecnica - osserva Caruso - e procedurale. Non siamo entrati neanche nel merito della vicenda, non si può parlare di "sentenza a favore di qualcuno", non c'è nulla nelle motivazioni che riguardi il merito della questione. Il Viminale non si era costituito nel giudizio di primo grado, non poteva stare in Appello. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché si è ritenuto che non avendo proposto ricorso il sindaco (che invece si era costituito nel giudizio di primo grado e quindi era l'unico titolato a farlo, ndr), non poteva farlo il ministro. Punto e basta".
Il collegio, presieduto da Baraldi e composto dalle giudici Maria Cristina Borgo e Alessandra Cardarelli, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso proprio sulla base del fatto che in un procedimento giudiziario una parte che non si è costituita nel primo grado non può presentare ricorso in Appello, a meno che non sia una figura litisconsorte necessaria, come ad esempio nelle successioni ereditarie, ma non era questo il caso. Le giudici, infatti, hanno bocciato anche questa motivazione sostenuta dal Viminale, che peraltro si era costituito anche a nome del sindaco di Bologna. "Il Viminale - osserva ancora Caruso - non era neanche parte necessaria. Se si vuole partecipare ed essere sempre rappresentati in questo tipo di giudizi, il ministro dia istruzioni preventive e generalizzate all'Avvocatura di Stato che valgano per tutti".
Ma Salvini invece, infuriato per la bocciatura del ricorso, pensa piuttosto a una "riforma della giustizia", che ha auspicato, o minacciato a seconda dei punti di vista, verrà messa in pratica dal prossimo governo. Per il presidente del Tribunale di Bologna è "una dichiarazione inquietante. I giudici sono indipendenti, si vuole forse renderli dipendenti dalla politica? Per il momento non si può". Infine il presidente Caruso torna a difendere l'operato dei giudici bolognesi: "Il Viminale non era parte necessaria, la legge non prevede che in primo grado debba stare necessariamente in giudizio il Viminale, c'è il Comune e se il ministro vuole può intervenire, se non interviene si fa a meno della sua presenza. Abbiamo solo applicato la legge, cos'altro potevamo fare?".
di Claudia Baccarani
Corriere di Bologna, 11 agosto 2019
"Italiani, datemi i pieni poteri" ha detto Matteo Salvini davanti alla solita folla adorante, a Pescara. Il leader leghista che negli ultimi giorni tra crisi di governo e comizi forzati è apparso quanto mai provato ma comunque ben deciso a non arretrare di un millimetro, ha un pregio che nemmeno il critico più acceso non può non riconoscergli: quello che dice, tende a pensarlo (e a volerlo fare) davvero.
Che poi ci riesca, evidentemente è un altro affare, anche perché alla prova dei fatti spesso non dipende soltanto da lui. Non ancora, almeno, come pare vorrebbe. L'ultimo clamoroso caso è scoppiato a Bologna, terra ingrata di soddisfazioni per Salvini fino a questo momento (a differenza dell'amata e frequentatissima spiaggia romagnola).
L'occasione, la decisione del Tribunale di Bologna di bocciare il ricorso presentato dal Viminale contro la pronuncia del giudice Matilde Betti che, qualche mese fa, diede ragione a una richiedente asilo (armena) in merito all'iscrizione all'anagrafe del Comune di Bologna. In pratica, nella lettura salviniana i giudici, allora come ieri, con la loro decisione non avrebbero applicato la legge (in modo più o meno criticabile, ci mancherebbe), ma perpetrato un'offesa ad personam.
A cui rispondere con un attacco altrettanto ad personam. "Un'altra sentenza a favore degli immigrati, nonostante il ricorso del mio ministero. Il prossimo governo dovrà fare una vera riforma della Giustizia, non viviamo in una repubblica giudiziaria", ha tuonato. Affermazioni che mettono in dubbio uno dei principi fondanti l'ordinamento democratico italiano: la separazione dei poteri, di cui quello giudiziario è un pilastro irrinunciabile.
Perché con le sue affermazioni - affidate tra l'altro al solito cinguettio via social dalla sua potente macchina comunicativa - Salvini dice questo: la decisione non mi piace, quindi i giudici vanno messi nelle condizioni di non poterla più prendere. Insomma, se una legge va contro a quello che ho scritto in un decreto, si cambia la legge. O, chissà, magari un giorno addirittura i giudici stessi. I quali, tra l'altro, hanno anche un grande svantaggio rispetto a Salvini, non godendo certo di grande popolarità tra gli italiani.
Non per colpa del leader della Lega, in questo caso. Resta l'amaro in bocca per lo stillicidio di dichiarazioni e attacchi sollevati attraverso i social, come se il mezzo (il media), di per sé frivolo rispetto alle paludate (vetuste) dichiarazioni affidate a tradizionali comunicati stampa, potesse in qualche modo nascondere la gravità di certe affermazioni.
Non è così. Un ministro è un ministro e certe parole pesano, ovunque siano state pronunciate. "Propaganda", le ha liquidate il sindaco Merola. Forse, tuttavia l'assordante silenzio di voci e ragionamenti alternativi hanno consegnato a Salvini l'egemonia comunicativa (dunque politica, se i sondaggi di questi giorni dicono il vero) di questa torrida estate. Quando si arriva a parlare solo alle pance, è perché non si è più in grado di parlare alla testa degli italiani.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 11 agosto 2019
Per uno scherzo del destino di quelli cui l'Europa è maestra, i trent'anni della sua riunificazione sembrano destinati a coincidere - giorno su giorno - con un autunno imprevedibile come pochi nella storia recente. Trent'anni fa a inizio novembre cadeva il muro di Berlino. Fu il culmine di tre mesi durante i quali cento milioni di persone camminarono, letteralmente, fuori dal comunismo e verso un mondo dai confini quasi invisibili. Trent'anni dopo si direbbe che l'Europa abbia deciso di celebrare quei giorni ricordando a se stessa cosa significa il suo passato: le fratture interne alla società prodotte dall'odio ideologico, le frontiere dalle sbarre abbassate, l'incertezza. Se davvero l'Italia voterà in ottobre o inizio novembre, nei giorni in cui trent'anni fa decine di migliaia di berlinesi premevano ai varchi nel Muro, lo farà in un autunno da cui oggi nessuno sa dire quale Europa possa uscire.
Perché il ritorno delle frontiere vistose, lente e difficili da attraversare non è solo una metafora. Accadrebbe per la prima volta dal 1989 fra Paesi europei se davvero la Brexit, la prima secessione di uno Stato dall'Unione europea, sarà davvero "hard" come la minaccia il nuovo premier di Londra Boris Johnson per il 31 ottobre. Tornerebbe una costosa frontiera doganale a Dover e attraverso la Manica. Tornerebbe soprattutto a dividersi l'Irlanda, fra repubblica a Sud e regno a Nord, abbattendo il primo pilastro degli accordi di pace di ventidue anni fa. Uno choc economico, lo strappo senza accordi della terza economia europea e della capitale finanziaria del continente, coinciderebbe così con uno politico: dall'Irlanda del Nord alla Scozia, una hard Brexit rimetterebbe in discussione l'integrità territoriale del Regno Unito: ennesima dimostrazione - come rivela anche il caso catalano, come sosteneva Umberto Bossi nel 1994 - che l'appartenenza all'insieme europeo è la migliore garanzia di unione territoriale dei singoli Paesi che la compongono.
È possibile, anche probabile, che la Brexit segua di poco o si consumi a cavallo di nuove elezioni in cui Boris Johnson cercherà una sua maggioranza nazionalista. Ma la Gran Bretagna e l'Italia non sono le uniche due grandi eretiche d'Europa che si avvicinano alle urne. A metà ottobre lo farà anche la Polonia, demograficamente il quinto Paese della Ue post-Brexit, ideologicamente divisa lungo linee simili a quelle italiane o inglesi: nazionalisti contro cosmopoliti, identitari contro liberali, partigiani della società chiusa e omogenea contro chi chiede tolleranza e diversità. I primi, i nazionalisti al potere di Legge e Giustizia, sono favoriti. La sola certezza oggi, come trent'anni fa, è che ciò che accade in Polonia non si ferma in Polonia: è un segno del tempo, magari un segno del futuro.
Allora, nel 1989 e negli anni seguenti, l'America di George Bush padre (e poi di Bill Clinton, di Bush figlio, di Barack Obama) seguiva gli eventi in Europa con una priorità: tenerla unita e alleata a sé. L'America di Donald Trump per la prima volta invece non si limita a corteggiare le forze della disunione o del nazionalismo: dai sovranisti d'Italia a Boris Johnson, al premier ungherese Viktor Orbán che si autodefinisce "illiberale". Trump medita di fare di più: aprire una guerra commerciale con l'Unione europea colpendo al cuore l'industria di Italia, Francia e Germania. Le procedure sono pronte a Washington perché da novembre possano scattare nuovi dazi all'import di auto europee. Le ritorsioni a tappeto della Casa Bianca per i sussidi all'industria aeronautica europea (dove pure l'Italia è in seconda fila) sono a uno stadio anche più avanzato. Sviluppi simili possono esserci anche sui prodotti agricoli e altre ritorsioni aleggiano perché alcuni governi europei (Italia inclusa) osano provare a far pagare un po' di tasse ai colossi del Big Tech americano.
Trump affronterà lo scontro con Bruxelles soprattutto se nel frattempo avrà raggiunto una tregua con la Cina. Ma per l'Europa non è comunque un buon momento. In Italia l'economia resta come paralizzata, anche dall'incertezza politica. L'industria tedesca, in recessione da tempo, sta dando segnali pessimi questa estate e forse non è solo un virus passeggero: la prima economia d'Europa si scopre in ritardo nella curva tecnologica, dall'auto elettrica al 5G, mentre per l'export sembrano finiti i trent'anni gloriosi di globalizzazione partiti proprio in quelle notti dell'autunno 1989.
È su questo sfondo che l'Italia arriva alle sue elezioni anticipate, con un bilancio pubblico difficile e tutto da scrivere. L'Europa ci arriva con nuove leader in carica dal primo novembre sia alla Commissione che alla Banca centrale europea. Entrambe, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, molto apprezzate. Entrambe da mettere alla prova in un'Europa in cui ogni passo falso, trent'anni dopo, può costare davvero caro.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 11 agosto 2019
Jeffrey Epstein, il finanziere americano accusato di decine di abusi sessuali su ragazze minorenni, anche di soli 13 anni, è morto in prigione nella sua cella di Manhattan. Secondo l'Fbi si tratterebbe di suicidio; già il mese scorso, una settimana dopo che gli fosse negata la libertà su cauzione, Epstein aveva probabilmente tentato il suicidio ed era stato trovato incosciente nella sua cella, con segni sul collo. Il 6 luglio Epstein era stato arrestato all'arrivo negli Usa dalla Francia e rischiava una condanna all'ergastolo: i pubblici ministeri federali di Manhattan avevano accusato il 66 enne Epstein di traffico sessuale tramite un elaborato sistema predatorio. E così facendo avevano riportato l'attenzione su come il miliardario, che possedeva case lussuose, un jet privato e aveva accesso ai circoli più esclusivi, fosse sfuggito a una pena severa durante una precedente indagine che si era svolta nel 2008 in Florida.
A quei tempi Epstein aveva evitato le accuse penali federali per sfruttamento e istigazione alla prostituzione, dopo che i pubblici ministeri avevano mediato un accordo molto controverso che gli aveva permesso, durante i 13 mesi di carcere, di lasciare la prigione per 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per lavorare nel suo ufficio in Florida. La nuova accusa federale del molto meno permissivo tribunale di Manhattan, aveva, invece, allargato le indagini anche ad una serie di persone collegate ad Epstein includendo politici, imprenditori, personalità del mondo accademico, della scienza e della moda tra cui Donald Trump, Bill Clinton, il principe Andrea di Gran Bretagna e il miliardario Leslie Wexner.
Qualche ora prima del ritrovamento del corpo del miliardario, era stato depositato alla Corte federale di New York un dossier che conteneva anche la deposizione di Virginia Roberts Giuffre, una delle testimoni più importanti nell'inchiesta che aveva portato all'arresto di Epstein. La donna lo aveva accusato di essere stata tenuta come "schiava del sesso" quando era minorenne e costretta ad avere rapporti sessuali con personaggi importanti tra cui il famoso avvocato Alan Dershowitz, personaggio televisiva e professore emerito ad Harvard, l'ex governatore dello Stato del New Mexico, Bill Richardson, e l'ex senatore George Mitchell.
ansa.it, 11 agosto 2019
Una stretta sulla sicurezza e un piano anticrimine, che prevede fra l'altro una ristrutturazione del sistema carcerario da 2,5 miliardi di sterline, è stato annunciato dal primo ministro britannico Boris Johnson in un articolo sul Mail on Sunday.
"Il tempo della pietà è finito", ha detto Johnson riferendosi ai crescenti accoltellamenti e alle violenze perpetrate dalle gang, promettendo nuove carceri e più poteri alla polizia per riprendere il controllo delle strade. Un piano - osserva il settimanale online - con il quale il leader dei conservatori tenta di riaffermare la reputazione dei Tory come il partito della legge e dell'ordine, ribadendo la possibilità di nuove elezioni in autunno. "Dobbiamo usare la mano dura sul crimine", afferma, anche se questo "significa scontrarsi duramente con i criminali". E condanna "una crescente cultura dell'insolenza" da parte delle gang che pensano di poter distruggere vite impunemente.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 11 agosto 2019
Il governo tratta con i talebani. Ma le bombe non si fermano. "C'è un detto popolare che recita: una lotta tra cani per rosicchiare le stesse ossa. Lotta per il mantenimento del potere tra signori della guerra". Mentre in Afghanistan continuano gli attentati suicidi, a Doha, in Qatar, si sono svolti tra fine giugno ed inizio luglio il settimo round di negoziati di pace e riconciliazione tra Stati Uniti e leader talebani, inframmezzati da due giorni di dialoghi intra-afghani, ovvero tra governo afghano e talebani.
Sembrava un incubo scacciato via a fine 2001, dopo l'invasione americana, ma oggi più che mai quei leader estremisti religiosi che hanno tenuto sotto scacco l'Afghanistan dal 1996 al 2001, controllano metà del territorio, principalmente le zone rurali; le città di tutte le province sono invece sotto il controllo del governo centrale.
Quello che è ancora più grave è che spesso oggi gli stessi criminali di guerra, assassini ed ex-ministri di quello che si chiamava "Emirato Islamico dell'Afghanistan", sono protetti e partecipano alla vita politica, rendendo pace e democrazia - senza giustizia - un miraggio lontano per il popolo afghano.
È quello che denuncia da oltre un decennio Malalai Joya, attivista e politica indipendente che, al contrario di alcuni suoi connazionali per anni nelle liste nere dei criminali di guerra e oggi a piede libero nel paese, è stata espulsa nel 2007 dal Parlamento afghano perché ha denunciato la presenza dei signori della guerra all'interno dello stesso. Malalai Joya, allora ventisettenne, era stata infatti eletta in Parlamento nel 2005 dalla lontana provincia occidentale di Farah, dove godeva di un forte sostegno, in particolare da parte delle donne, per il suo attivismo sociale, diventato presto attivismo politico.
L'arredamento semplice e modesto della sua temporanea dimora a Kabul fa da sfondo alla forza delle sue parole, la rabbia ed il dolore che tutta la sua generazione ("war generation", come la definisce lei) dopo quarant'anni di conflitti non risolti si porta dietro. Vestita di un abito tradizionale bianco che sembra avvolgerla nella sua purezza e proteggerla dal male attorno, Malalai vive sotto scorta da anni, una scorta non pagata dal governo, ma da lei stessa e dai suoi numerosi sostenitori, innanzitutto in Afghanistan, ed in tutto il mondo.
Oltre a numerosi riconoscimenti, il primo tra tanti in Italia, Malalai ha vinto nel 2007 il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero del Parlamento Europeo e ha scritto un libro sulla sua storia pubblicato in Italia da Piemme ("Finché avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l'oppressione delle donne afghane", 2011). Sostenuta fin dal primo istante da intellettuali come Noam Chomsky, Joya è stata anche citata dal Time tra le cento persone più influenti dell'anno 2010, mentre il Guardian l'ha inserita tra le più grandi attiviste del 2011. L'Espresso ha ascoltato la sua voce per capire il momento politico attuale a ridosso delle elezioni presidenziali di autunno e per testimoniare che sebbene i conflitti in altri paesi vicini abbiano catalizzato l'attenzione dei media, non possiamo dimenticare l'Afghanistan oggi.
Che significato hanno queste negoziazioni di pace tra Stati Uniti e talebani in Qatar?
"Le negoziazioni in nome della pace e riconciliazione, iniziati il 29 giugno al loro settimo round, avvengono a Doha con i talebani, ovvero dei terroristi e fondamentalisti che hanno le mani sporche di sangue. Il primo punto che voglio evidenziare è che la pace senza giustizia perde di significato. Il nostro popolo dopo quattro decenni di guerre si sente estraneo a queste cosiddetti accordi con diversi gruppi che vorrebbero stare al potere e i loro padroni stranieri. Non c'è fiducia in questi accordi, anzi una pace con i criminali è più pericolosa della guerra attuale perché i nemici della pace lavoreranno più facilmente per andare al potere e continueranno ad esercitare la loro barbarie; quelli che si siedono ai tavoli dei negoziati sono esattamente una fotocopia dei talebani, i creatori dei talebani o i signori della guerra, i padrini di questi terroristi talebani. Ma oggi anche l'Isis è presente in Afghanistan. Se anche per un secondo credessimo che i talebani possano depositare le armi, che diciamo dell'Isis? Tutto sotto il cappello dei negoziati con gli Stati Uniti, ma anche con il sostegno politico e finanziario di diversi paesi come l'Arabia Saudita. Bisogna capire infatti che oggi ci sono diverse filiali dei talebani, non un unico ramo: ci sono i talebani americani, i talebani russi, quelli cinesi, pachistani, iraniani. Ognuno sostiene i propri gruppi secondo i propri interessi di controllo nel nostro territorio quindi non cambierà nulla".
Quali sono comunque le condizioni per un accordo con gli Stati Uniti?
"I talebani seduti a questi tavoli hanno posto una condizione: che tutte le truppe americane vadano via dall'Afghanistan. Ma ancora i negoziati continuano, non si è arrivati a un accordo finale. Possono anche acconsentire e rispettare le condizioni, ma cosa succede agli altri gruppi, alle diverse filiali? Cambiano nomi e colori di bandiera, come per esempio l'Isis, ma la natura è la stessa e continuerà anche il supporto da paesi stranieri. Esiste una grandissima contraddizione in tutto questo: oggi parlano a Doha, in Qatar, o in Russia - diversi gruppi di talebani in diversi paesi - ma dall'altro lato in meno di due settimane ci sono stati attentati a Kabul, poi altri nelle province di Ghazni, di Nangarhar durante una festa di matrimonio e di Badghis. Le vittime sono sempre il nostro povero popolo. I talebani hanno una strategia a lungo termine e una cosa è certa: non hanno a cuore i desideri degli afghani (pace, giustizia, diritti umani). Gli Stati Uniti vogliono mantenere i loro interessi strategici, tagliare la spesa e ridurre il numero dei propri soldati uccisi. Khalizad (rappresentante speciale per la riconciliazione tra Usa e Afghanistan) ed altri rappresentanti del governo statunitense sanno bene che il risultato delle trattative non sarà la pace".
Durante i negoziati ci sono stati anche due giorni di dialoghi tra talebani e governo afghano in guerra da diciotto anni, sponsorizzati da Qatar e Germania. Il governo chiede l'immediata sospensione di attacchi a civili, in scuole, ospedali, luoghi pubblici spesso target degli attentati suicidi. Che cosa ne pensi?
"Sì, ci sono stati dialoghi tra talebani e rappresentati politici afghani selezionati dal governo. La maggior parte di essi, in giacca e cravatta, non rappresentano il popolo afghano. Hanno baciato le mani sporche di sangue dei talebani, implorandoli di fare pace. Non si è mai visto nella storia finire una guerra implorando la pace. C'è un detto popolare che recita: una lotta tra cani per rosicchiare le stesse ossa. Lotta per il mantenimento del potere tra signori della guerra".
Come si può allora costruire pace? Hai un partito che porta avanti la tua lotta per il popolo afghano?
"No, non voglio e non posso far parte oggi di un partito politico, anche per ragioni di sicurezza ed i costi legati ad essa. Lavoro come politica indipendente e ci sono tante persone che sostengo. Alcuni sono attualmente membri del Parlamento, come Belqis Roshan, anche lei originaria della mia provincia, Farah, che non sta in silenzio. Nonostante guerra, corruzione, crimini, violazioni di diritti delle donne e dei diritti umani, non dobbiamo scordare uomini e donne coraggiosi di questo paese che fanno un lavoro enorme, in politica e nella società, e che del resto hanno una tradizione alle spalle di persone che hanno fatto grande questo paese e lottato, fin dalla guerra contro gli Inglesi di fine Ottocento. Voglio ricordare il padre della nostra libertà, il Re Amanullah Khan che ha unito questo territorio per dire che siamo tutti afghani. La vera pace può venire solo da grandi persone, democratiche, contro l'occupazione degli Stati Uniti/Nato e i loro fantocci come i talebani. È una lunga strada e battaglia, ma non c'è alternativa. Non vedo una prospettiva di pace futura vicina, potremmo essere testimoni di giorni ancora più bui".
L'attenzione della comunità internazionale si è spostata verso Siria, Libia, Yemen, Iraq e non c'è un interesse verso l'Afghanistan, perché?
"Ci sono diverse ragioni di questa minore attenzione all'Afghanistan, di nuovo, come in passato. Quello che gli Stati Uniti volevano ottenere nel nostro paese, lo hanno già ottenuto. Hanno messo su un governo mafioso e corrotto, hanno nove basi militari, oltre a quelle segrete. Possono controllare facilmente dall'alto l'Afghanistan, anche senza truppe, nel futuro prossimo. In questa propaganda e silenzio sull'Afghanistan conta il fatto che soprattutto in America non si vuole più sentire parlare della guerra e di questo fallimento chiamato "guerra al terrorismo" che io chiamo la grande bugia del secolo. Ci sono criminali che erano nella lista nera degli Stati Uniti, come l'assassino Gulbuddin Hekmatyar, che addirittura in passato - è divertente a pensarci - boicottava le elezioni per ragioni religiose, dicendo che non sono islamiche, mentre oggi viene accolto a Kabul come un re. Rimosso dalla lista nera, senza giustizia, le spese del suo ufficio sono pagate dall'Unione Europea. Ed altri personaggi protetti come Mullah Rahmatullah Hashimy, ex-portavoce dei talebani che ordinò la distruzione dei Buddha a Bamiyan. Anche solo per la distruzione dei Buddha e della nostra storia, gli Afghani non perdoneranno mai i talebani. I media hanno giocato un ruolo negativo nel far credere che dopo il 2001 l'Afghanistan sia diventato un posto migliore, mentre in realtà la catastrofe attuale è paragonabile all'epoca buia dei talebani al potere".
A proposito di elezioni, sono vicine.
"Purtroppo in Afghanistan si dice: non è importante chi vota, ma chi conta i voti. Sono finte elezioni: l'Afghanistan è nella lista dei paesi più corrotti al mondo, non ci possono essere elezioni vere. Il voto viene espresso solo per legittimare il prossimo presidente supportato dagli Stati Uniti".
Come ci può essere allora speranza?
"La speranza c'è ed è tantissima: viene dai bambini che dopo esser stati feriti ad un attentato a scuola, vogliono tornare presto in classe. Dalle donne, che dopo lo scandalo sessuale di stupri delle giocatrici di calcio, continuano a giocare a calcio. Tanti altri esempi dalla generazione di guerra e di costruzione della generazione futura. E viene dalle persone grandi del mondo, attivisti per la pace, amanti della giustizia: sono quelli che non ci dimenticano, come i giornalisti coraggiosi che scrivono affinché l'Afghanistan non sia di nuovo terra abbandonata".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 10 agosto 2019
Riforme mancate, fallimenti e una serie di obbrobri populisti e forcaioli. È questo il bilancio sconfortante dei risultati ottenuti in materia di giustizia dal governo a guida Lega-Movimento 5 Stelle nel corso della legislatura. Un disastro di cui occorre prendere atto ora che la crisi di governo è stata ufficializzata, partendo dalle tante occasioni mancate di una maggioranza che per mesi ha propagandato il "cambiamento".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 10 agosto 2019
Quando si dovranno applicare le norme si dovranno valutare i comportamenti e valutare gli obblighi internazionali imposti al nostro Paese. I veri destinatari della lettera di Mattarella sul decreto sicurezza sono i giudici, non il Governo o il Parlamento, cui pure è formalmente indirizzata. Nessuno, infatti, può credere che l'attuale esecutivo in crisi ovvero le Camere alla vigilia di un assai probabile loro scioglimento possano adeguatamente rispondere ai puntuali rilievi del Capo dello Stato.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2019
Possibile contestare il revenge porn, la diffusione di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona interessata. Ma anche corsia preferenziale e accelerata per l'ascolto delle vittime di maltrattamenti famiglia, stalking, violenza sessuale. È in vigore da poche ore il Codice rosso, la legge n. 69 del 2019, con la quale, attraverso norme sia sostanziali sia procedurali, si punta a rafforzare la protezione per chi è colpito da una serie di reati genericamente catalogati alla voce violenza domestica e di genere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 agosto 2019
Partito Radicale, Camere Penali e parlamentari in visita nelle Case circondariali. Agosto è uno dei mesi più difficili per le persone ristrette nelle patrie galere, ma anche per chi vi opera. Non solo per il caldo, ma anche per il fatto che fuori le persone sono più distratte dalle vacanze e l'indifferenza per chi vive recluso, sicuramente è maggiore.
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