di Antonella Napoli
articolo21.org, 1 ottobre 2019
Giacomo Seydou Sy è in carcere da quattro mesi ma dovrebbe essere in una Residenza per l'esecuzione della pena per curarsi. Giacomo ha poco più di 25 anni ed è affetto da bipolarismo motivo per il quale, secondo la relazione psichiatrica, è "inadatto al regime carcerario".
Il suo caso, nonostante sia di dominio pubblico e sia stato preso in carico dal Garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, sembra destinato a non trovare una soluzione.
"Articolo 21 - ha esordito la portavoce Elisa Marincola, aprendo la conferenza stampa che si è svolta in Federazione nazionale della stampa - ha deciso di affiancare la mamma del giovane, Loretta Rossi Stuart, in questa battaglia di giustizia e diritti, raccogliendo il suo appello ad aiutarla a salvare suo figlio. Bisogna fare presto, da una settimana Giacomo è in isolamento a Rebibbia e questo può aggravare le sue condizioni. Ci affianchiamo alla rete di associazioni e alle istituzioni, dal Garante nazionale per le persone private delle libertà, che stanno cercando una soluzione al caso".
Il problema è rappresentato dalla mancanza di posti nelle Rems, le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge. Attualmente nel Lazio sono in 43 ad attendere il ricovero, 200 in tutta Italia. Nell'attesa che se ne liberi uno chi è stato incarcerato con patologia che richiedono assistenza specializzata deve restare dietro le sbarre.
"Mio figlio è bipolare, non dovrebbe stare in carcere, lo dice la legge, ma nelle strutture psichiatriche previste per lui. È esasperato dalla situazione. Continua a resistere ma è assolutamente consapevole che lui non dovrebbe essere in cella. La mia battaglia è per lui e per gli altri che aspettano chiusi in carcere quando dovrebbero essere curati altrove. Spero che la mia battaglia serva almeno a questo: a dare voce a chi non ce l'ha" aggiunge questa madre coraggio che in questi mesi non ha smesso un solo istante di combattere per i diritti di suo figlio.
E gli esperti, le autorità in materia le danno ragione. Come la Garante dei detenuti per il Comune di Roma Gabriella Stramaccioni che ha evidenziato sulla necessità di aumentare i centri Rems spesso "sovraffollati perché le strutture vengono concesse a chi ha misure provvisorie e non a chi ha misure definitive".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 ottobre 2019
Molte carceri sono illegali, nel senso che non rispettano la cosiddetta legalità costituzionale. Questo perché, il più delle volte, violano l'articolo 32 della Costituzione che tutela la salute come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività, e l'articolo 27 per il quale in nessun caso la legge può determinare come pene "trattamenti contrari al senso di umanità".
Lo scopriamo attraverso i puntuali rapporti redatti dall'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà, dalle denunce da parte delle associazioni come Antigone e Yairaiha Onlus, oppure dalle visite nelle carceri effettuate dal Partito Radicale. Ma lo veniamo a sapere anche da chi sconta direttamente la pena in quei luoghi.
Il Dubbio, ad esempio, ha ricevuto la lettera di un detenuto nella sezione di alta sicurezza del carcere sardo di Massama, ad Oristano. Scrive per conto di tutti gli altri detenuti, per "dare voce a chi non ce l'ha". Scrive che, loro non fumatori, sono "chiusi 20 ore al giorno, chi fuma può usufruire di due ore di saletta pomeridiana, unica saletta in sezione", e aggiunge che "non esiste vigilanza dinamica, video-skype, che per noi che siamo "deportati" sull'isola diventa vitale fare la videoconferenza con i familiari, considerate le spese eccessive che le famiglie si devono sobbarcare per fare i colloqui visivi ogni mese. Facendoci mancare il supporto familiare ci dobbiamo accontentare di telefonate ordinarie più due straordinarie se ti comporti bene".
Il detenuto aggiunge altri particolari, come il discorso del sovraffollamento. "Le celle detentive sono dimensionate per due persone - scrive nella lettera - oggi risultano occupate tutte da tre persone, alla faccia della sentenza pilota Torreggiani. Il sovraffollamento non ci viene riconosciuto con la scusa che i letti non sono saldati alle pareti e sono provvisori. In istituto ci sono tantissimi ergastolani con problemi di salute, e che dovrebbero stare in celle singole". Ma c'è anche il discorso del lavoro, del tutto inesistente.
"L'unico lavoro che ci è consentito - denuncia sempre il detenuto recluso nel carcere sardo di Massama - è di due mesi all'anno se si è fortunati. Lo spesino, il porta-vitto, lo scopino, lavoro che si svolge in sezione di una ora al giorno, con una mercede di 40-50 euro mensili, per noi definitivi".
Non manca di denunciare la criticità idrica, con conseguenze da terzo mondo. "La sera verso le 22.15 ci viene chiusa l'acqua fino al mattino e viene aperta elle 6.30 violando le più elementari leggi sanitarie, ci organizziamo la sera riempiendo secchi e bottiglie", scrive sempre il detenuto. Poi affronta il discorso trattamentale, che secondo il recluso è del tutto carente. "Organico incompleto di educatrici, psicologi, assistenti sociali, non esistono volontari. Siamo costretti a fare decine di domandine per avere udienza con il direttore, comandante, magistrato. Ma rimangono lettere morte", si legge nella lettera. Poi aggiunge altro, che ovviamente è tutto da verificare. Sottolinea un atteggiamento, a detta sua, vendicativo da parte dell'amministrazione penitenziaria del carcere di Oristano.
"Ci hanno sequestrato computer, macchinette, taglia capelli, pennarelli, pastelli, evidenziatori, materiale che utilizziamo per la scuola e la pulizia personale togliendoci il piacere di fare qualche disegno per i nostri figli", denuncia il recluso, aggiungendo che "è tutto materiale comprato regolarmente e a caro prezzo presso l'istituto, con l'aggravante della ulteriore spesa per il computer di 150 euro per renderlo "consentito"". Infine conclude, con una speranza: "Le nostre dimostranze non sono richieste di non pagare il nostro debito con lo Stato, ma sono volte a migliorare la nostra detenzione e renderla più umana. Poiché abbiamo ancora voglia di imparare, che non ci è mai passata".
forlitoday.it, 1 ottobre 2019
Tra gli ambiti in cui i detenuti potranno impegnare il loro lavoro si evidenziano servizi di tutela e cura del patrimonio culturale. Per la prima volta sul territorio forlivese, è stato sottoscritto sabato, in occasione del 202esimo anniversario della Fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria, il Protocollo d'intesa tra la Casa circondariale di Forlì, il Comune di Forlì e l'ente di formazione Techne, per la realizzazione di un progetto di "lavori di pubblica utilità'" rivolto alle persone detenute nella Casa Circondariale di Forlì.
Il Protocollo prevede che persone detenute nel carcere di Forlì, ammesse al lavoro all'esterno (ai sensi dell'articolo 21, comma 4 ter, della Legge 354/75), prestino un'attività non retribuita per conto del Comune di Forlì, a favore della collettività. Tra gli ambiti in cui i detenuti potranno impegnare il loro lavoro si evidenziano servizi di tutela e cura del patrimonio culturale, con particolare riferimento ai musei e alle biblioteche, cura e manutenzione del verde pubblico o azioni di tutela del patrimonio ambientale, attività di manutenzione e di cura del decoro di beni del patrimonio pubblico comunale (esempio giardini, ville e parchi) e tanto altro ritenuto dal Comune di Forlì funzionale al miglioramento della qualità della vita, alla protezione dei diritti della persona e alla tutela/valorizzazione dell'ambiente.
L'ente di formazione Techne, di proprietà del Comune di Forlì (attraverso Livia Tellus Romagna Holding Spa) e del Comune di Cesena, firmataria del protocollo, mette a disposizione gratuitamente un proprio tutor specializzato per monitorare il percorso del detenuto e affrontare eventuali criticità che possano insorgere. L'agenzia formativa mette inoltre a disposizione i corsi di formazione obbligatori per la sicurezza su lavoro dei detenuti e provvede a garantire l'adeguata copertura assicurativa per gli infortuni.
Hanno sottoscritto il Protocollo per il Comune di Forlì, il sindaco Gian Luca Zattini, per la Casa Circondariale di Forlì, la direttrice Palma Mercurio e per l'agenzia formativa Techne, il presidente Sergio Lorenzi. "Un progetto innovativo per il nostro territorio - sottolinea Palma Mercurio, Direttrice della Casa Circondariale di Forlì - che permette di offrire ai detenuti un'opportunità di recupero sociale, nell'ottica di una giustizia riparativa, che si mette al servizio della cittadinanza".
Per la Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, con l'accordo "si apre un'esperienza di sana e lungimirante amministrazione, un esempio per tutte le città che ospitano sul proprio territorio un istituto penitenziario. L'amministrazione forlivese di centrodestra, con azioni concrete ma per nulla scontate, aderisce in pieno ai principi costituzionali per i quali il carcere deve essere, anche e soprattutto, strumento di rieducazione.
È su queste buone pratiche che si misurano le capacità dell'amministrazione del fare. Auspico che dal livello governativo si metta mano in tempi rapidi a una riforma complessiva che consenta ai primi cittadini di poter attuare tali politiche con facilità sempre crescente, ma anche provvedimenti che mettano i nostri agenti di Polizia penitenziaria nelle condizioni di lavorare al meglio con organici adeguati. Non ultimo, occorre prevedere quelle indispensabili forme di semplificazione per il trasferimento dei condannati stranieri nel loro Paese di origine, possibilità prevista dalla convenzione di Strasburgo proprio nell'ottica del reinserimento sociale del detenuto".
di Adolfo Ferraro*
Il Dubbio, 1 ottobre 2019
Era nell'Opg di Aversa, gli imputati ritenuti incapaci di intendere e volere. Le storie dei sofferenti psichiatrici tendono a essere dimenticate, anche perché spesso sono tristi e disperate, e proprio per questo vengono facilmente rimosse. Mentre invece dovrebbero indurre a riflettere e confrontarsi, a volte anche con sé stessi.
È terminato pochi giorni fa presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere un processo per omicidio volontario avvenuto nel 2010 nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, dove erano imputati quattro detenuti/ internati responsabili di avere massacrato di botte fino ad ucciderlo un altro internato rinchiuso nella stessa cella dei suoi assassini. La vittima si chiamava Seiano Cibati.
Seiano Cibati era un omino quarantenne invecchiato in fretta, clinicamente definito "oligofrenico e mutacico" nel senso che partecipava poco a quello che gli succedeva intorno, e soprattutto non parlava. Non perché non avesse la voce, ma la usava poco, e in genere quando doveva timidamente incazzarsi ad ogni proroga della sua permanenza in Ospedale Psichiatrico Giudiziario: sarebbe dovuto rimanere lì perché responsabile di un reato di poco conto e per una antica schizofrenia autistica, ma le continue proroghe dei due anni a cui era stato inizialmente condannato si protraevano da quasi un decennio a causa di impossibilità di accoglienza esterna.
A quell'epoca funzionava così, e l'ingiustizia a cui Seiano doveva sottostare amplificava una forma di ritiro da cui era difficile tirarlo fuori. Poi riuscì a partecipare a un laboratorio teatrale nell'istituto aversano tenuto da due straordinari operatori/teatranti, Trono e Gesualdi di Teatringestazione, interpretando un ruolo in una rivisitazione del Caino di Byron dove doveva muoversi poco e parlare mai.
Quando rappresentarono in pubblico lo spettacolo al Teatro Mercadante di Napoli - era appunto il 2010 - egli fu attento e presente nella rappresentazione dove la sua partecipazione era fondamentale, nonostante le limitazioni del suo stato. E alla fine dello spettacolo, sugli applausi di un pubblico entusiasta e commosso, si staccò dal gruppo degli altri internati/ attori e, sul proscenio, urlò a gran voce il suo nome. Cibati Seiano. C'era anche lui. Era il 26 settembre 2010.
Quella stessa sera, rientrando nell'istituto e nella sua cella Seiano probabilmente era contento: la gratificazione della rappresentazione, gli applausi e i sorrisi, erano diventati il riconoscimento del suo esserci e l'inizio di una diversa considerazione di sé. Nella cella erano in sette e quattro di loro, più delinquenti che malati di mente, avevano però deciso di dargli una lezione perché, non si sa come, si era sparsa la voce (falsa) che Seiano fosse un pedofilo.
E, secondo la regola del carcere come all'epoca quel luogo era diventato, lo massacrarono di botte, fino a mandarlo in coma. Resistette qualche giorno in sala di rianimazione e poi morì, scomparendo così come era venuto.
Il processo ai quattro aggressori, si diceva, è terminato pochissimi giorni fa, e ha riconosciuto i due detenuti imputati (gli altri due nel frattempo erano deceduti) assolti dai fatti contestati perché gli unici due testimoni del pestaggio, gli altri occupanti della stanza, sono stati ritenuti incapaci di intendere e volere e quindi non credibili a rendere testimonianza.
Straordinariamente dal processo erano scomparsi come imputati quelli che istituzionalmente avrebbero dovuto vigilare sulla sua integrità e che, con la loro assenza, avevano reso possibile l'omicidio. Seiano Cibati se ne è andato così, con la stessa placida incazzatura con cui aveva affrontato la vita, da matto, ucciso da altri matti, non tutelato per l'assenza delle istituzioni e privato della giustizia a causa della non credibilità di altri matti ancora. La giustizia è eguale per tutti, si dice. Per Seiano Cibati lo è stata un po' meno.
*Psichiatra
di Patrizia Corasaniti*
epale.ec.europa.eu, 1 ottobre 2019
Il 9 ottobre, presso il bookshop del Palazzo delle Esposizioni di Roma, si terrà la presentazione del volume di poesie "Notti d'Alba" di Giampiero Cassarà, edito da Manfredi Edizioni per la collana Fuoricentro. Che cosa ha di speciale questo evento? Prima cosa l'autore: Giampiero Cassarà è una ex persona ristretta, sino a pochi mesi fa detenuto presso la Casa Circondariale di Regina Coeli.
Seconda cosa, Giampiero è un mio ex studente. Uno studente che ho avuto in classe per ben due anni consecutivi. No, non era ripetente: il primo anno ha partecipato alle lezioni di scuola secondaria di I, il secondo anno, invece, ha preso parte a un laboratorio di scrittura creativa da me condotto presso la biblioteca di Regina Coeli.
Quando ho conosciuto Giampiero, 5 anni fa, era stato trasferito da poco nella sezione in cui insegnavo inglese, dopo un lungo periodo trascorso in isolamento. Grazie all'incoraggiamento e alle insistenze di un suo compagno di stanza, si era fatto convincere a iscriversi a scuola. Ricordo bene i primi tempi: ricordo le sue difficoltà di concentrazione, ricordo la scarsa memoria, ricordo i problemi di attenzione causati dal prolungato regime di isolamento al quale era stato sottoposto.
Partecipare alle lezioni, sforzarsi di entrare in relazione con i docenti, interagire con i compagni, essere "costretto" e esercitare la memoria, il ragionamento, a partecipare alle discussioni di classe, sentirsi di appartenere a un gruppo interamente dedicato al raggiungimento di un obiettivo congiunto - l'esame di terza media - a lui che - fuori dal carcere - aveva avuto prevalentemente solo relazioni di tipo "deviante", il riuscire ad argomentare il proprio pensiero e le proprie opinioni, riuscire ad ascoltare gli altri in maniera attiva, aprirsi al confronto con compagni (tutti ristretti) provenienti da parti diverse del pianeta, riesce a smuovere qualcosa dentro di lui. Pian piano cominciamo a vedere i primi risultati, lentamente Giampiero esce dal suo guscio e, riacquistando un po' di stima in se stesso, chiede di poter partecipare ad altre attività culturali proposte dalla Direzione.
È proprio "dentro" che inizia a cimentarsi con il teatro, con la musica, la scrittura, le gare di retorica. Più va avanti più si scopre "affamato" di stimoli, di opportunità culturali, educative, creative che, al contrario, da giovane - spirito ribelle - aveva rifiutato. Grazie a queste attività, comincia ad acquisire quella sicurezza che gli permette di guadare al proprio passato e ai propri errori da altri punti di vista, apprendendo da essi e riuscendo in tal modo a ripensar-SI. Comincia a sentire che un cambiamento di rotta è possibile, che, anche da "dentro" si può guardare a se stessi come persone e non come mostri, che cambiare, seppure privati della libertà, è possibile.
Comincia a scrivere i primi racconti, prendendo parte a un corso di scrittura creativa tenuto dalla sottoscritta. Ma è frequentando il corso di "scrittura trasduzionale", condotto dalla bravissima Laura Grasso che affina le sue capacità e comincia a "liberarsi".
Io: "Giampiero, quando e come hai iniziato a scrivere?"
Giampiero: "Ho iniziato senza sapere perché scrivevo. Era solo un "disturbo" che sentivo di avere come reazione alla realtà della galera., era un modo per dare libero sfogo alla mia rabbia e ad altri sentimenti che provavo "dentro". Non partecipavo molto al jet set del crimine, cosa che la gran parte dei detenuti adora fare. Sembra strano, ma la poesia, come altre attività, non viene considerata un'attività "maschile" perché mostrarsi "criminale" in carcere fa molto più uomo che parlare di poesia. Ho iniziato a scrivere per cercare di dare una voce al mio dolore. Per ricordarmi come dentro di me ci fossero tante cose belle che non volevo mi venissero rubate per sempre. Ma, da bravo scrivano - un lavoro che in carcere ho svolto per lungo tempo - ho scritto anche poesie e lettere per guadagnarmi un po' di tabacco. Ho scritto anche perché riuscivo a leggere il volto di ogni detenuto, ho scritto e scrivo perché l'empatia non ha maschere.
Io: "Cosa ha rappresentato per te dedicarti alla scrittura?"
Giampiero: "La scrittura, e la poesia in particolare, hanno rappresentato la mia nuova carta di identità, molto in contrasto con l'immagine che da anni mi era stata cucita addosso".
Io: "Cosa hai pensato quando ti è stato proposto di pubblicare una raccolta delle tue poesie?"
Giampiero: "All'inizio ho pensato persino che mi fosse stato proposto per pietà. Infatti, sino ad allora, quando qualcuno si emozionava leggendo una mia poesia, e mi chiedeva se fossi stato io a scriverla, pensavo lo dicesse perché sentiva compassione per me. Ma io non volevo la pietà di nessuno ed è il motivo per cui non ho mai parlato di carcere nelle mie poesie. Semmai, ho trattato di come la poesia possa trasformare il carcere persino in qualcosa di bello. Sapere oggi che il 9 ottobre il mio volume sarà presentato al Palazzo delle Esposizioni, oltre a rendermi molto orgoglioso, mi fa sentire un grande senso di responsabilità verso quello che scrivo. C'è molto antagonismo, mi rendo conto, ma siamo tutti convinti di essere artisti? La vera poesia non cerca né premi né vincitori, ma solo persone che sappiano amare l'arte.
Io: "Quale messaggio vorresti lanciare con la tua storia e la tua poesia?"
Giampiero: "Non bisogna arrendersi mai. Non bisogna inseguire categorie o modelli negativi. Dobbiamo essere veri con noi e con gli altri. Sul carcere sussistono molti pregiudizi, in tanti pensano che i detenuti continuino a commettere reati anche quando mangiano o dormono. La poesia è l'arte di immaginare una vita semplice alla ricerca dell'amore. A chi sta dentro e a chi sta fuori vorrei dire di non sottovalutare mai la propria creatività. Nel mio caso mi ha aiutato molto quando sono uscito dal carcere, sia per il lavoro, sia permettendomi di conoscere persone fantastiche che mi stanno aiutando molto".
Io: "A quale poesia della tua raccolta "Notti d'Alba" ti senti più legato e perché?"
Giampiero: "La festa della primavera". "Perché dentro ci sono tutte le persone che più amo: mia figlia, mia madre, le mie amicizie. E poi perché è un vero e proprio inno alla donna".
Io: "Per concludere?"
Giampiero: "Promuovere la creatività in carcere non è mai tempo perso, anzi! Sono tante le difficoltà organizzative, le norme, le restrizioni che vincolano l'organizzazione di corsi e iniziative ma, nonostante le difficoltà, le attività realizzate "dentro" dovrebbero moltiplicarsi ed essere aperte a tutti, proprio per i motivi che spiegavo prima. Alcuni affermano che ci siano cose più importanti, ma la cultura e la scuola sono le uniche armi che ci rendono in grado di contrastare la follia del carcere. Io l'ho fatto e ora raccolgo i frutti".
Come ci spiegava Giampiero, grazie alla scuola e alle attività culturali da lui frequentate "dentro", è riuscito a ri-pensare se stesso come altro dall'immagine che di sé aveva da decenni o che gli era stata cucita addosso da altri. La scuola può restituire - come ci dice Giampiero - una "nuova carta d'identità". Nulla di tutto ciò sarebbe possibile, però, senza l'ottimismo pedagogico che pervade il docente di scuola carceraria, il docente "dentro", il quale, citando Danilo Dolci, "sogna gli altri come ora non sono", riesce a vedere la persona, e non il suo errore, riesce a intravederne il potenziale, le possibilità di riscatto, di cambiamento, di guarigione. In bocca al lupo, caro Giampiero, dalla tua professoressa che è tanto orgogliosa di te.
*Ambasciatrice Epale
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 1 ottobre 2019
Si chiama Aziz, quarantenne marocchino, il detenuto simbolo di "Mai Più Qui. La Forza di Ricominciare": la sua storia personale sarà al centro del Convegno Multidisciplinare che si terrà il prossimo 11 novembre dalle ore 9.00 nel Teatro San Marco di Trento. Il convegno, promosso dall'associazione di volontariato "Pesce di Pace" in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige e l'Ordine degli Avvocati di Trento, è il terminale del progetto internazionale "Disegni a più mani", che ha coinvolto negli ultimi anni, a distanza e in tempi successivi, migliaia di bambini in Paesi di differenti culture e religioni. Ai loro disegni erano associati messaggi di fraternità in varie lingue: da qui la necessità di tradurre i pensieri dei giovani autori con la collaborazione dei detenuti.
Aziz, ristretto prima a Venezia e successivamente a Trento, era un detenuto analfabeta e non parlava italiano: ma ha subito preso a cuore questa iniziativa educativa e formativa e si è messo alla prova studiando la lingua italiana fino a conseguire in carcere il diploma di terza media. Dai lavori dei bambini è derivata la sua forza per cambiare un percorso di vita che dall'emarginazione l'ha condotto sulla via dell'integrazione.
La vicenda di Aziz è diventata emblematica e a lui è stato proposto di descriverla in 25 brevi racconti poi illustrati in opere artistiche dagli accademici di Belle Arti di Venezia e di Tunisi. Il volume, stampato in mille copie che il detenuto ha pagato con i risparmi del suo lavoro in carcere, è stato presentato all'Accademia di Belle Arti di Venezia.
All'evento dell'11 novembre - presenti giornalisti, avvocati e studenti liceali - Aziz sarà accompagnato da Anna Rita Nuzzaci, direttore dell'istituto "Spini di Gardolo" di Trento, e da Amina Selmane, console del Marocco. Tra i relatori Lauro Tisi, arcivescovo di Trento, Abdallah Mikail Mocci, imam della comunità islamica, e Yosef Labi, rabbino capo della comunità ebraica di Verona e Vicenza.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 ottobre 2019
Sezione maschile quasi completamente inagibile. Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia: "È il risultato paradossale ma prevedibile dell'irrigidimento delle condizioni di detenzione". La campagna LasciateCIEntrare: "Chiudere subito il Cpr".
Un altro pezzo del Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, alle porte di Roma, è stato reso inagibile da una rivolta dei reclusi nella sezione maschile. Domenica sera intorno alle 23.30 sono stati incendiati materassi e coperte nelle aree 3 e 4. Si tratta del secondo episodio in pochi giorni. Venerdì 20 un gruppo di migranti destinati al rimpatrio aveva bruciato i letti in un'altra area della stessa sezione. Risultato: stanze inutilizzabili, persone costrette a dormire all'aperto e 28 rilasci (mercoledì 25) per alleggerire la tensione all'interno della struttura.
In quel momento gli altri sei Cpr operativi sul territorio nazionale erano pieni. Per questo non sono stati possibili trasferimenti. Stavolta, invece, in dieci sono finiti nelle analoghe strutture di Bari e Palazzo San Gervasio (Potenza). Lo riferisce il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. Ieri i suoi collaboratori hanno provato a effettuare una visita ispettiva all'interno del Cpr, ma hanno potuto soltanto parlare con i responsabili.
Dalle informazioni raccolte, rimarrebbero agibili un settore da 24 posti, un altro da otto e una stanza con otto letti in un'area completamente danneggiata. Giovedì scorso un sopralluogo della Asl ha dato indicazioni per un progressivo svuotamento delle parti interessate dalle proteste. Il giorno successivo l'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) ha posizionato dei rilevatori per esaminare la qualità dell'aria anche nelle unità danneggiate in modo solo parziale. Sono stati recuperati ieri e si attendono i risultati.
"La situazione è anche l'effetto di un duro regime di detenzione che si è voluto dare alla sezione maschile dopo la riapertura - afferma Anastasia - Il divieto di muoversi tra le singole unità e quello di utilizzo dei cellulari hanno creato un clima difficile". La sezione maschile è tornata in funzione a luglio scorso. Era stata completamente distrutta da una rivolta scoppiata nel dicembre 2015. Dopo soli due mesi è quasi completamente fuori uso. "Chiediamo l'immediata chiusura del Cpr", dichiara la campagna LasciateCIEntrare.
Il Messaggero, 1 ottobre 2019
"È una buona idea: sono convinto che bisogna essere intelligenti con l'inclusione e l'integrazione, è l'unico sistema che funziona. Mi sembra giusto darla a chi di fatto è italiano".
Così il ministro della Scuola, Lorenzo Fioramonti, contraddice il suo leader, Luigi Di Maio, che l'altro giorno era intervenuto a stoppare il dibattito sulla nuova legge per la cittadinanza ai figli degli immigrati.
"Col governo giallo verde non credo fosse possibile ora se è una priorità o meno non sta a me deciderlo, ma è una questione importante ed è intelligente porla", ha detto Fioram ento intervenendo a Un giorno da pecora.
"Sono convinto che non debba essere questa la preoccupazione della politica", ha aggiunto il ministro agli intervistatori che gli domandavano se lo Ius culturae possa essere un favore a Salvini. "Certo, abbiamo tante emergenze, potrebbe non essere la prima questione da affrontare ma che il dibattito cominci è importante. Decideranno tutte le forze di governo".
Nello stesso Pd però c'è chi non nasconde i propri dubbi. "Attirerò molte critiche" ma sono "convinta" di "interpretare il sentimento della maggioranza delle persone che guardano con simpatia al nostro governo", nel dire che "riprendere ora il dibattito sull'approvazione" di una legge sullo Ius culturae "è un errore", scrive su Facebook Alessia Morani, sottosegretario Pd allo Sviluppo. Roberto Saviano parla di "favore alla peggiore destra". E Morani: "Io credo che la questione non riguardi il fare favori alle destre o alle sinistre, si tratta solo di fare le cose nei modi e nei tempi giusti".
di Pietro del Re
La Repubblica, 1 ottobre 2019
Dopo un processo costruito su accuse infondate, la giornalista marocchina Hajar Raissouni, 28 anni, è stata condannata dal tribunale di Rabat a un anno di prigione senza condizionale per "aborto clandestino" e "rapporti sessuali fuori dal matrimonio".
Diventata il simbolo della libertà di stampa e dei diritti civili, la giovane è in carcere dal 31 agosto insieme al compagno, al ginecologo e all'infermiere che l'hanno assistita. La sua relazione con Refaat Alamin, 40 anni, professore universitario sudanese, anche lui condannato a un anno, non è mai stata segreta.
E nel corso delle prime udienze, i giudici la donna ha detto di averlo sposato, ma i documenti del matrimonio non sarebbero registrati in Marocco, perché l'ambasciata sudanese non avrebbe ancora formalizzato l'atto. Secondo Reporters sans frontières la donna "è stata vittima di un accanimento giudiziario perché è una giornalista", mentre Amnesty International parla di "accuse interamente inventate" e Human Rights Watch di una "violazione flagrante del diritto alla vita privata e alla libertà".
Le autorità assicurano che l'arresto non ha nulla a che vedere con la sua professione mentre gli avvocati sono convinti del contrario, anche perché in Marocco gli arresti per i casi di aborto illegali riguardano soprattutto chi li pratica e raramente le pazienti. Sulla sua pagina Facebook, la giornalista pubblicava quotidianamente commenti in cui criticava l'ipocrisia di alcuni aspetti sociali della monarchia.
Come se non bastasse, ha uno zio editorialista del quotidiano d'opposizione Akhbar Al-Yaoum, e un altro che è un ideologo islamista, feroce detrattore di re Mohammed VI. Suo cugino Youssef, infine, è presidente dell'Associazione marocchina dei diritti umani.
L'arresto della giornalista ha riacceso il dibattito sulle libertà individuali in Marocco, e provocato un'ondata di sdegno anche all'estero. Pochi giorni fa su Le Monde trecento intellettuali hanno lanciato un appello per chiedere la sua scarcerazione e in un manifesto pubblicato da diverse testate marocchine centinaia di donne si sono dichiarate "fuori legge" confessando di aver violato l'"obsoleta" legge sull'aborto. Appena si è aperto il processo, una folla s'è recata davanti al tribunale per portare sostegno alla giornalista. La quale ha fatto sapere che farà appello.
di Ugo Intini
Il Dubbio, 1 ottobre 2019
La campagna per il clima sta diventando globale grazie al coraggio della "vecchia politica". Il tema del clima si è imposto con uno straordinario salto di qualità di fronte all'opinione pubblica di tutto il mondo. L'elemento scatenante è stato il fenomeno mediatico "Greta". Ma c'è un aspetto essenziale ancora non sottolineato. Quel risultato non ci sarebbe stato senza l'intervento decisivo di quella che in Italia si chiamerebbe la "vecchia politica".
Non è un'affermazione paradossale. È stata l'aula delle Nazioni Unite il moltiplicatore e la cassa di risonanza globale per il fenomeno Greta. E quest'aula è stata messa disposizione, con un preciso calcolo sulle prevedibili conseguenze, dal segretario generale Antonio Guterres. Il quale è esattamente un politico di professione: il più tradizionale che si possa immaginare.
Militante delle organizzazioni universitarie cattoliche, giovane funzionario del partito socialista a Lisbona all'indomani della liberazione dal Salazarismo, è diventato responsabile dell'organizzazione, poi deputato (dal 1976) e braccio destro di Soares (padre storico dei socialisti portoghesi), poi segretario del partito e capo del governo per sette anni (sino al 2002). È stato quindi a lungo presidente dell'Internazionale Socialista e infine direttore del Unhcr (l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati con sede a Ginevra).
Un vecchio professionista della politica non per questo deve essere considerato banale o avido di potere. L'ho frequentato per decenni e ho appena scritto un libro su di lui: Antonio Guterres: l'anti Trump. Un socialista all'Onu. È un fisico e scienziato di formazione, diventato economista da autodidatta. All'Internazionale, chiamava i suoi interlocutori "compagni" in cinque lingue, perché parla perfettamente portoghese, spagnolo, francese, inglese e anche un po' italiano. Ha rinunciato al posto di presidente della Commissione Europea (andato poi a Prodi) per assistere la moglie molto malata (che infatti è morta).
Lasciata la carica di Primo Ministro portoghese, faceva (assolutamente di nascosto) volontariato a modo suo: dando lezioni di matematica agli studenti poveri nella periferia di Lisbona. È cattolico e tollerante. Quando in Portogallo si è posto il problema del matrimonio gay, ha detto ai suoi: "Io sono contrario e voto no, ma è un problema di coscienza, non di partito. Ciascuno fa come crede". I socialisti votarono a favore e la legge passò. Se si leggono i suoi discorsi, si capisce bene perché ha puntato sul fenomeno Greta. Infatti ha sempre considerato il clima e l'immigrazione di massa come i grandi problemi del nostro tempo: profondamente interconnessi, perché spesso sono i mutamenti climatici a far emigrare milioni di persone. Guterres è convinto che gli Stati nazionali siano ormai anacronistici (altro che sovranismo!). È pertanto un appassionato europeista e di più: un multilateralista che vede nelle Nazioni Unite l'embrione per un futuro governo del mondo. Per questo può essere definito "l'anti Trump".
I socialisti portoghesi si sono formati in Italia durante la dittatura di Salazar. Il futuro presidente della Repubblica Soares ha lavorato a Roma nella sede del Psi in via del Corso. Tito de Moraes faceva nella tipografia dell'Avanti! in via della Guardiola il mensile clandestino O Portugal socialista, che ricostruì dall'esilio il partito. Guterres viene da questa storia. L'ho sentito commemorare a Roma (in italiano) Pietro Nenni ricordando che era il continuatore di Filippo Turati. Il quale un secolo fa predicava non soltanto gli Stati Uniti d'Europa, ma gli Stati Uniti del mondo (verso i quali l'unità politica europea doveva costituire un primo passo).
Quest'ultimo tema (gli Stati Uniti del mondo) diventa di straordinaria attualità proprio per il clima. Perché l'inquinamento si combatte solo con decisioni prese e rigorosamente attuate contestualmente in tutto il mondo. Serve a poco ridurre le emissioni nocive in Germania o Italia se poi in Africa, Asia o Brasile si continua a inquinare come prima. Soprattutto, i Paesi emergenti resistono alle restrizioni sulle emissioni nocive e per convincerli occorrono incentivi economici straordinari. Ciò che si può fare soltanto con un piano costruito da un'autorità politica sovra nazionale.
Non è vero che, nei Paesi emergenti, a rifiutare le misure ecologiche sono soltanto i politici di estrema destra, come il presidente brasiliano Bolsonaro (ammirato da Salvini e a sua volta ammiratore di Trump). Molti anni fa, ho incontrato a San Paolo il sindaco Juanio Quadros, ex presidente brasiliano, uomo di sinistra e assolutamente democratico, simbolo della lotta contro la dittatura dei generali oggi rimpianta da Bolsonaro. Alt, ci disse quando gli si parlò dell'Amazzonia: "Se continuate, mi alzo e me ne vado. L'Europa era una foresta. L'avete completamente distrutta per diventare ricchi. E adesso volete impedire a noi di sfruttare l'Amazzonia?". Quadros veniva spesso a Milano per curare la moglie all'Istituto dei Tumori, conosceva qualche parola e le nostre espressioni. Perciò concluse: "Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto? No. Così non va".
Sul clima, anche i bambini capiscono che l'atmosfera terrestre è una sola, da Sydney a New York, e che la sfida si vince o si perde tutti insieme. Ma il clima è la punta dell'iceberg. Aiuta a cogliere il problema di fondo, che Guterres conosce bene e che porta a valutazioni esattamente opposte a quelle dei sovranisti. Oggi tutto è globale: l'inquinamento (come si è visto), ma anche la finanza, la tecnologia, lo spettacolo, la moda (o meglio le mode), lo sport, persino il crimine. In un mondo inevitabilmente globalizzato, soltanto la politica è rimasta inchiodata nei confini nazionali. E pertanto non conta più nulla, si è resa ridicola e persino odiosa. Se tutto è globale, bisogna che anche la politica diventi globale. Ed ecco l'obiettivo degli Stati Uniti del mondo.
Turati li sognava un secolo fa. Guterres li persegue oggi. For- se, i ragazzini scesi in piazza per Greta in tutti i Continenti (o i loro figli e nipoti) li vedranno. Certo, grazie alla mobilitazione sul clima, una nuova generazione ha cominciato a capire che i problemi del mondo (tutti i più importanti, non solo quello dell'inquinamento) sono globali. E richiedono risposte globali. Conoscendolo, giurerei che Guterres mal sopporta l'aggressività di Greta e dello staff che la guida. Pur essendo un ecologista della prima ora, non condivide un certo catastrofismo e fondamentalismo.
I professionisti della politica appartenenti alla sua generazione hanno infatti sentito gli "anticapitalisti" del tempo spiegare dal 1973, dopo la crisi petrolifera, che bisognava andare a piedi perché certamente i pozzi si sarebbero presto esauriti. Hanno anche visto come le imprese private sappiano spesso trasformare le difficoltà e i nuovi bisogni in opportunità, specialmente se orientate da governi modernizzatori. E infatti l'economia "verde", dalla produzione di energia rinnovabile alle auto elettriche, è diventata ormai una grande occasione di sviluppo.
Guterres è un socialdemocratico e riformista. Come tale, punta ai passi graduali: il primo, per preservare l'ambiente, lo ha favorito proprio lui, guidando come presidente di turno dell'UE, nel 2000, la famosa conferenza europea di Lisbona, che ha fissato tra l'altro gli obbiettivi basilari, validi ancor oggi, per lo "sviluppo sostenibile".
Il segretario delle Nazioni Unite non ama le estremizzazioni: ha però compiuto un'operazione che con gli strumenti tradizionali non sarebbe riuscita. Se i Trump, i Bolsonaro e i Salvini hanno imposto l'agenda sovranista con armi " non convenzionali", i politici democratici "anti Trump" come lui hanno rivitalizzato l'agenda "internazionalista" e ecologista con altrettanta abilità.
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