cronacacomune.it, 15 agosto 2019
Nell'ambito del programma ufficiale del Festival di Internazionale, anche quest'anno i cancelli del carcere di Ferrara si apriranno per far entrare i cittadini interessati a conoscere due fra i diversi aspetti del lavoro culturale che si svolge al suo interno. Normalmente sappiamo poco di ciò che avviene all'interno di un carcere, ma soprattutto non conosciamo tutto ciò che si fa per attuare quella rieducazione della persona condannata a cui deve tendere la pena secondo la nostra Costituzione.
Sono diverse le attività trattamentali che si svolgono a Ferrara: l'attività scolastica (dall'alfabetizzazione all'Università), la formazione professionale, la biblioteca, le attività culturali e sportive, il progetto Galeorto, il laboratorio di bricolage, gli incontri con gli studenti, il teatro, la pittura, la fotografia, il cinema, il giornale; ciascuna di queste, nel suo piccolo, contribuisce a ridefinire un pezzo di orizzonte futuro per le persone detenute che vi partecipano.
Fra le varie iniziative, vista la grande partecipazione di pubblico degli anni scorsi, "Il Festival incontra il carcere" sarà riproposta anche quest'anno con lo scopo di promuovere occasioni di comunicazione e di crescita fra le persone che possano aprire una porta nelle barriere culturali ed emotive che fanno del carcere un mondo a parte.
Venerdì 4 ottobre 2019, dalle 19 alle 21, la compagnia di detenuti attori diretti da Horacio Czertok e Marco Luciano presenterà "Album di famiglia", uno spettacolo teatrale che rappresenta la conclusione di un laboratorio di due anni che si colloca nell'ambito del progetto "Padri e Figli" del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna. La proposta del Teatro Nucleo è uno studio sui temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del 900, da Heiner Muller a Laforgue, suggerite ai detenuti e da questi rielaborate in scritture biografiche.
Sabato 5 ottobre 2019, dalle 9.30 alle 12, si svolgerà la seconda edizione de "La città incontra il carcere". Il programma prevede dapprima una visita alla mostra di pittura, con i quadri realizzati da persone detenute nell'ambito del laboratorio artistico attivato all'interno della Casa Circondariale e condotto da Raimondo Imbrò; a seguire ci sarà l'incontro con il comitato di redazione di Astrolabio, composto da 15 persone detenute coordinate dal curatore Mauro Presini e dall'insegnante volontaria Lorenza Cenacchi, che incontrerà e dialogherà con i giornalisti ed i cittadini sul tema della comunicazione tra carcere e società. La prenotazione è obbligatoria alle due iniziative, va fatta distinta e deve essere compiuta entro mercoledì 4 settembre 2019; per il teatro occorre scrivere a:
di Chiara Mariani
Sette del Corriere, 15 agosto 2019
Ha fotografato settantaquattro carceri del Sud America nell'arco di dieci anni. Ora Valerio Bispuri ha compiuto un'altra impresa. Tre anni per superare la burocrazia italiana, varcare la soglia di dieci prigioni da nord a sud della penisola (da San Vittore all'Ucciardone, da Bollate a Poggioreale) e conquistare la fiducia dei reclusi.
Un "assegnato" (cioè un incarico ufficiale) di The Washington Post ha invece portato Lorenzo Tugnoli due volte nel 2018 nello Yemen: una terra devastata da una guerra che ha scatenato, secondo la definizione delle Nazioni Unite, la peggior crisi umanitaria provocata dalla mano dell'uomo. Un reportage che gli è valso il Premio Pulitzer di quest'anno. Ai nostri giorni, assediati dalle immagini, capita che ci si scordi delle fotografie.
Alcuni appuntamenti però ribadiscono la distinzione tra gli scatti nati da una casualità più o meno fortunata e quelli realizzati da chi imbraccia la macchina fotografica per mestiere. Da trentuno anni il Festival Visa pour l'Image di Perpignan (che quest'anno si svolge dal 31 agosto al 15 settembre) sottolinea la fatica, lo studio e il talento dei reporter di professione con mostre allestite nei luoghi più suggestivi della cittadina, proiezioni serali, premi.
Particolarmente attesa l'incoronazione dei vincitori delle due categorie più ambite: Features e News. Gli italiani Valerio Bispuri e Lorenzo Tugnoli compaiono nella ristretta rosa dei finalisti di entrambe le sezioni con i rispettivi lavori. Sono in lizza con colleghi altrettanto meritevoli quali Frédéric Noy, indiscusso esperto d'Africa, nominato per il servizio sullo stato di salute del Lago Vittoria; Guillermo Arias, che ha seguito il peregrinare dei migranti dal Messico verso gli Stati Uniti; Ivor Prickett, autore di una serie di servizi fotografici nei luoghi dell'Isis, finanziati dal The New York Times, che sono confluiti in un libro dal titolo "La fine del Califfato".
Una sola donna: Kirsten Luce, il cui lavoro, prodotto dal National Geographic, rivela i lati oscuri del turismo wild life che troppe volte richiede lo sfruttamento degli animali, chiamati a soddisfare le esigenze degli escursionisti wild per un giorno.
di Roberto I. Zanini
Avvenire, 15 agosto 2019
Viviamo da prigionieri in un mondo di prigionieri. Basta guardare i titoli dei giornali o pensare a modi di dire e frasi fatte per constatare che siamo infarciti di metafore carcerarie del tipo "mi sento in gabbia", "imprigionati nal traffico", "prigioniero del vizio", "dietro le sbarre della vita". Perché le prigioni possono essere tante, a volte hanno sbarre dorate, spesso sono illusioni, trappole in cui siamo caduti e di cui tante volte nemmeno ci rendiamo conto.
Vita da prigionieri, quindi. E ce lo indicano anche molti celebri autori: da "È una bella prigione il mondo" di Shakespeare a "Noi uomini viviamo come in una specie di prigione" di Socrate, per restare sul metaforico. Se poi vogliamo guardare a chi di carcere parla davvero, Le mie prigioni di Pellico sono una miniera: "Amicizia e religione sono beni inestimabili! Abbelliscono anche le ore dei prigionieri".
Ancor più numerose le citazioni che si possono trarre da Dostoevskij a cominciare dall'ottimistica "Anche in prigione si può trovare ampiezza e pienezza di vita". Una pienezza quasi sempre legata alla propria interiorità o a quella speranza che nasce dal ricevere una visita. Lo stesso Pellico, a riguardo, annotava che visitare i carcerati è opera di misericordia fra le più meritevoli ed efficaci. Perché accade davvero che visitando un carcerato o intrattenendo con lui una corrispondenza gli si possa cambiare la vita.
Ce lo dicono le storie di uomini aiutati a risorgere, che ci possono raccontare tanti cappellani di carcere e tanti assistenti sociali che amano il loro lavoro. Fra queste storie risulta davvero singolare e istruttiva quella di James Bishop, raccontata da lui stesso in "Una via nel deserto" (Lef, pagine 282, euro 20). Bishop oggi è un oblato benedettino legato alla Comunità mondiale per la meditazione cristiana. In questo libro racconta di quando, detenuto in un carcere degli Stati Uniti per gravi reati, è "rinato" grazie alla visita di un oblato della Comunità.
Una vita rivoluzionata dallo scoprire che la Regola di san Benedetto poteva essere applicata alla prigione e che in essa si trovavano le motivazioni giuste per dare un senso, una profondità e uno scopo a ogni gesto e a ogni ora. Naturalmente non è stata una cosa facile. Lo dice fin dal principio: "Cambiare la mia vita è una cosa che ho deciso di fare tanti anni fa, all'inizio della mia detenzione. Oggi sarei felice di poter dire che è stata una cosa semplice, ma si è trattato della cosa più difficile che ho fatto.
La mia fortuna è l'essere stato indirizzato alla Regola proprio in quei giorni difficili ed essa mi ha realmente aiutato". Il libro nasce dalla constatazione che tutti noi possiamo incamminarci sulla strada della libertà qualunque sia la nostra forma di prigionia, basta avere la giusta guida.
Così le sue pagine offrono una quotidiana meditazione della Regola evidenziandone quella straordinaria valenza liberatoria, che trae vita direttamente dal Gesù dei Vangeli e dalla sua forza di amore nell'accoglienza e nel perdono. E se la prima parola della Regola è "Ascolta", autentica rivoluzione per la società contemporanea, l'obiettivo a cui conduce è pura libertà: "Non si tratta di innamorarsi, ma di essere noi stessi amore". Tutto questo per spiegare "come dopo essere stato spedito in un carcere vero mi sia sentito più libero di prima".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 15 agosto 2019
Gmail ci legge la posta, Messenger registra i messaggi audio e li trascrive, Alexa, Siri e Assistant ascoltano le nostre conversazioni private; FaceApp immagazzina i volti, Grindr le informazioni sessuali: è il nuovo capitalismo della sorveglianza. La notizia della settimana è che anche le storie di Instagram, quelle che dovrebbero scomparire dopo un giorno, vengono catturate in rete e conservate insieme alla localizzazione degli autori.
Un marketing partner di Facebook, la Hyp3r di San Francisco, secondo Business Insider ha tracciato segretamente 49 milioni di posizioni e storie degli utenti di Instagram, raccogliendo enormi quantità di dati per creare profili utente che includevano la posizione fisica degli utilizzatori, le loro biografie, gli interessi e persino le foto che avrebbero dovuto svanire dopo 24 ore.
Facebook, proprietaria di Instagram, ha confermato l'accaduto e la "violazione delle regole di Instagram", invitando il partner a desistere con una lettera. Lo faranno? In genere le multe comminate ai giganti della rete dopo che sono stati scoperti, gli fanno solo il solletico. Tutte le aziende lo negano ma agire in questo modo gli serve per calibrare meglio pubblicità, annunci e Roi (return on investment).
Una massiccia raccolta di dati fatta per inserzionisti, rivenditori o persino hedge fund in cerca di informazioni preziose sul comportamento dei consumatori. Un targeting snervante e invasivo secondo la logica del "più cose so di te meglio posso indurti nuovi desideri" è agito ogni giorno a dispetto delle leggi che vincolano le piattaforme social e i siti web a garantirsi il consenso esplicito dell'utente per raccogliere dati personali a fini pubblicitari o per conto di imprese terze. È così che Gmail ci legge la posta, Messenger registra i messaggi audio e li trascrive, Alexa di Amazon ascolta le nostre conversazioni private, come pure Siri di Apple e Assistant di Google; FaceApp immagazzina i nostri volti, Grindr le informazioni sulle preferenze sessuali, Tik Tok raccoglie i dati di ragazzini non ancora tredicenni.
Benvenuti nella società della sorveglianza totale. Le scuse sono sempre le stesse, i grandi gruppi registrano i nostri dati, acquisiscono i like e monitorano i follower, scelgono cosa farci vedere in base ai click precedenti e dicono di farlo per migliorare il servizio e farci accedere a un'esperienza personalizzata. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi se questa personalizzazione serva agli utenti o non sia piuttosto finalizzata a realizzare tecnologie tunnel per farci rimanere nei loro walled garden, i giardini recintati dei big player della rete, ma è difficile confutare che questa enorme raccolta di dati serva a creare eserciti di consumatori docili e disciplinati. In parte realizzata da strumenti automatici, in parte affidata a eserciti di ragazzini sottopagati come avviene ad esempio in Cina grazie a programmi industriali che remunerano loro, la scuola e i maestri che si fanno promotori delle "vacanze di lavoro" dei baby-operai.
Un affaire venuto a galla grazie a un allarmante rapporto di China Labor Watch che sottolinea anche come i lavoratori siano obbligati a fare gli straordinari, i turni di notte e a subire maltrattamenti fisici e psicologici. Una sorveglianza commerciale, diversa per quantità e qualità da quella statuale esercitata sui corpi e sui desideri teorizzata da Michel Foucault, e dal controllo dei ritmi e dei tempi di produzione della fabbrica di Max Weber, ma ad esse strettamente collegata, che ci tiene lontani da contenuti di qualità e comunità resilienti al capitalismo delle piattaforme che monetizzano ogni click, e nutre, come nel caso di Cambridge Analytica, la macchina della propaganda usata per la Brexit e l'elezione di Trump, raccontata da Jehane Noujaim e Karim Amer nel documentario Netflix "The Great Hack".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 15 agosto 2019
L'ong catalana, dopo 13 giorni, va a Lampedusa. Il Viminale ricorre al Consiglio di stato. "Ci dirigiamo verso Lampedusa. Secondo il Tar del Lazio possiamo entrare in acque italiane": l'annuncio è arrivato ieri pomeriggio via social da Open Arms, la nave dell'ong catalana che navigava senza porto di sbarco dall'1 agosto, giorno del primo salvataggio. I naufraghi a bordo ieri erano 147, al tredicesimo giorno di permanenza senza una fine in vista, almeno fino alla pubblicazione della sentenza che, ancora una volta, ha sconfessato norme e divieti salviniani anche se non ha espressamente disposto lo sbarco.
"Chiederemo l'evacuazione medica per tutti i naufraghi", ha spiegato Oscar Camps. Il Viminale ha già annunciato il ricorso urgente al Consiglio di Stato contro il decreto del Tar proprio mentre la ministra alla Difesa, Elisabetta Trenta (uno dei bersagli di Salvini), annunciava la scorta della Marina all'ingresso di Open Arms in territorio italiano, in modo da essere pronti a un eventuale trasferimento dei 32 minori sulle due motovedette militari.
Il Tar del Lazio ieri ha innescato la svolta con la pubblicazione della sentenza con cui ha accolto il ricorso dell'ong (presentato martedì), disponendo "l'annullamento del provvedimento del ministero dell'Interno del primo agosto" (cofirmato da Trasporti e Difesa) che disponeva il divieto di ingresso per la nave in acqua nazionali. Una bocciatura del decreto Sicurezza bis, convertito in legge con i voti dei 5S.
Nel dispositivo il presidente Leonardo Pasanisi rileva un "vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso". Il Viminale, infatti, nel formulare il divieto riconosce che il gommone soccorso in area Sar libica "quanto meno per l'ingente numero di persone a bordo, era in distress, cioè in situazione di evidente difficoltà". Ne consegue che "appare contraddittoria la valutazione di "passaggio non inoffensivo"" utilizzata per bloccare i volontari.
È la seconda valutazione, dopo quella della gip di Agrigento Alessandra Vella su Carola Rackete, che boccia la tesi del Viminale sulle ong. La sospensione del divieto, spiega ancora il Tar, è necessaria poiché "sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione del capo missione), una situazione di eccezionale gravità e urgenza, tale da giustificare una tutela cautelare", cioè far entrare Open Arms in acque territoriali per prestare immediata assistenza alle persone soccorse, "come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici".
erano già sbarcate due donne incinte al nono mese e, martedì notte, una famiglia con due gemelli di nove mesi, ma solo perché uno dei neonati aveva urgente bisogno di cure. A causa del braccio di ferro imposto da Salvini, il trasbordo è avvenuto col buio e con il mare diventato, nel frattempo, agitato. I video mostrano i soccorritori impegnati a saltare dalla barca alla motovedetta della Guardia costiera con i piccoli stetti alla tuta in una manovra rischiosa a causa del mare. Che i bambini dovessero sbarcare l'aveva chiarito la garante per l'Infanzia. Il tribunale dei Minori di Palermo ha poi chiesto spiegazioni al governo specificando che venivano violati i diritti dei più piccoli. "Il Tar ha riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare - il commento da Open Arms - ribadendo la non violabilità delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare".
Salvini ieri ha attaccato a testa bassa: "C'è un disegno per aprire i porti, per trasformare il paese nel campo profughi d'Europa. È un paese strano quello dove una nave spagnola in acque maltesi si rivolge a un avvocato di un tribunale amministrativo per chiedere di sbarcare in Italia. Nelle prossime ore firmerò il mio no perché complice dei trafficanti non voglio essere". Dopo aver innescato la crisi di governo, Salvini si asserraglia al Viminale e continua la sua propaganda elettorale. Il premier Giuseppe Conte ieri mattina aveva inviato una lettera al leader leghista chiedendo almeno di "mettere in sicurezza i minori", alla luce dell'intervento del tribunale di Palermo. "Non mi arrendo, resisto a questa vergogna - la replica di Salvini da Recco -. Staremo attenti perché a Roma non si formi una coppia contro natura tra Pd e 5S e tra Renzi e Grillo per riapre i porti". Quindi l'annuncio del ricorso al Consiglio di stato contro il provvedimento del Tar con la motivazione: "Open Arms ha fatto sistematica raccolta di persone con l'obiettivo politico di portarle in Italia".
L'Ocean Viking, dell'ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, resta in mare con 356 naufraghi (103 minori) in balia del mare grosso: "Abbiamo chiesto il porto di sbarco a Italia e Malta, stiamo valutando cosa fare dopo la novità del Tar del Lazio", hanno spiegato ieri. Intanto il premier francese Emmanuel Macron ha attivato la Commissione europea per portare a terra i migranti.
di Flavia Amabile
La Stampa, 15 agosto 2019
Cassese: decisione nel solco del monito di Mattarella. Secondo i giuristi non regge né da un punto di vista amministrativo (come conferma la sospensione del Tar) né da un punto di vista costituzionale la decisione di non far entrare nelle acque territoriali italiane la nave Open Arms carica di minori e per 13 lunghi giorni bloccata in mare.
Non regge ad esempio secondo Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale e uno dei principali esperti di diritto amministrativo italiano: "Non conosco i dettagli della decisione del Tar ma è probabile che sia stato sollevato uno dei problemi di cui aveva parlato anche il presidente della Repubblica. I due decreti sicurezza sono stati adottati dal Parlamento italiano ma nel rispetto degli obblighi internazionali.
Fra gli obblighi internazionali sono previsti il salvataggio in mare e il "non refoulement", cioè il principio di non respingimento, un principio fondamentale del diritto internazionale: ai sensi dell'art. 33 della Convenzione di Ginevra a un rifugiato non può essere impedito l'ingresso sul territorio né può essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. Spesso poi dimentichiamo l'accoglienza umanitaria prevista dall'articolo 10 della nostra Costituzione".
Il divieto a entrare nelle acque italiane è del tutto illegittimo anche secondo Michele Massa, professore associato di diritto pubblico all'Università Cattolica di Milano: "La pronuncia del Tar si basa sulle informazioni sulla situazione critica, di stress e di pericolo delle persone a bordo. La priorità è di salvare vite umane, è un principio di civiltà riconosciuto e tutelato dall'articolo 2 della Costituzione. Si vedrà quale sarà la decisione del Consiglio di Stato ma intanto la nave sarà arrivata e il pericolo disinnescato.
Non è la prima volta che c'è una decisione giudiziaria di questo tipo, lo abbiamo visto anche nel caso di Carola Rackete". Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale, avverte che "l'autorità è legittima in quanto tutela i diritti di tutti. Nel caso di persone che si trovano in pericolo di salute, di vita, e in difficoltà a proseguire la strada verso la salvezza è evidente che i diritti fondamentali vengano lesi".
di Michela Allegri
Il Messaggero, 15 agosto 2019
Una decisione senza precedenti e inaspettata: per la prima volta dall'entrata in vigore del decreto sicurezza bis, il Tribunale amministrativo accoglie l'istanza di una Ong che chiede la sospensione del provvedimento con cui il Viminale - di concerto con i ministeri delle Infrastrutture e dei Trasporti - impone alle navi cariche di migranti di non entrare nelle acque italiane.
Una scelta inedita, quella del presidente della Prima sezione Ter, Leonardo Pasanisi, che potrebbe essere un precedente in grado di minare alle fondamenta il dl promosso da Matte() Salvini, fornendo un assist a chi - forte dei rilievi fatti dal presidente della Repubblica - vorrebbe modifiche del testo.
Ma il vicepremier leghista è più battagliero che mai: nonostante le polemiche, il dl sicurezza - sottolinea con decisione Salvini - ha dimostrato di essere efficiente. Anche se il ricorso non è stato esaminato nel merito e anche se si tratta di un provvedimento monocratico che dovrà essere confermato in sede collegiale il prossimo 9 settembre, la decisione di ieri consente alla Open Arms di fare rotta verso Lampedusa senza incorrere nelle sanzioni - pesantissime - previste dal decreto.
I ricorsi dovranno essere sempre valutati caso per caso, e non è escluso che in futuro il Tar opti per linee differenti, ma c'è un dettaglio non da poco tra le righe di quanto scrive il presidente: l'ingresso nelle acque territoriali viene consentito perché l'imbarcazione si trova in uno stato di "evidente difficoltà", "quanto meno per l'ingente numero di persone a bordo" e nonostante i soggetti più fragili siano già stati fatti sbarcare.
Non era andata così, per esempio, per la Sea Watch di Carola Rakete: lo scorso 18 giugno, lo stesso Tar aveva respinto un identico ricorso presentato dalla Ong tedesca. Una decisione che era stata giudicata "gravissima" dai legali della Sea Watch: "Il Tar ha paradossalmente sostenuto che lasciare in mare 43 persone, compresi dei minorenni, per giorni e giorni non rappresenti quelle condizioni di eccezionale gravità e urgenza che consentono di approntare misure cautelari come quella richiesta", avevano detto.
Una linea che ora, nel caso della Open Arms, è stata ribaltata. Salvini, però, non si dà per vinto e annuncia una doppia offensiva: ricorso urgente al Consiglio di Stato e un nuovo provvedimento che vieti l'ingresso alla nave.
Ma i legali di Open Arms fanno notare alcune incongruenze. La prima è che "per varare un nuovo provvedimento serve la firma dei tre ministri, dell'Interno, delle Infrastrutture e della Difesa, non basta quella di Salvini", dice l'avvocato Arturo Salerni. E anche se la firma ci fosse, "c'è un decreto del Tar che per il momento consente l'ingresso".
La decisione del Consiglio di Stato, inoltre, non arriverà dopo ferragosto. "E ho dubbi anche sul fatto che il ricorso di Salvini sia ammissibile - prosegue il legale - visto che si tratta di un decreto monocratico, che deve ancora essere confermato dal collegio, al di là della trattazione nel merito". Intanto, due giorni fa, la Ong si è anche rivolta alla Corte costituzionale.
agensir.it, 15 agosto 2019
Zaid Ameen, radiologo e farmacista siriano, doveva scegliere se entrare nell'esercito o unirsi ai ribelli. Ha preferito una difficile traversata del Nord Africa, fino allo sbarco sull'isola Lampedusa. Accolto dallo Sprar gestito dalla Caritas diocesana di Rieti, ha imparato la lingua e a poco a poco si è inserito nella comunità fino a trovare lavoro in una farmacia cittadina.
Continua la catastrofe umanitaria in Siria: le azioni di guerra e i bombardamenti ai danni dei civili non di fermano, e torna ad alzarsi anche la voce di papa Francesco. Bergoglio ha fatto recapitare dal cardinale Turkson una sua lettera per il Presidente siriano Assad, chiedendo "protezione della vita dei civili, stop alla catastrofe umanitaria nella regione di Idlib, iniziative concrete per un rientro in sicurezza degli sfollati, rilascio dei detenuti e l'accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari, condizioni di umanità per i detenuti politici. Insieme a un rinnovato appello per la ripresa del dialogo e del negoziato con il coinvolgimento della comunità internazionale".
La Siria è ormai un campo di battaglia, ed è "molto difficile anche comunicare con i miei familiari rimasti lì, per fortuna ci sono i social network a darci una mano", racconta Zaid Ameen, protagonista di una bella storia di integrazione. E di speranza.
Oggi Zaid è sereno e lavora in un una farmacia del centro storico di Rieti, ma il vissuto che ha alle spalle è tutt'altra cosa, ed è pieno di dolore. Trentaquattro anni, più grande di sei fratelli, Zaid è siriano d'origine ed ha studiato farmacia nel suo Paese: "Ho preso due lauree, una in tecnico di radiologia e una in farmacia, che è sempre stata la mia passione". Dopo il conseguimento del titolo, inizia a lavorare in un ospedale vicino Damasco, "un lavoro molto difficile e pesante, curavo tanti feriti di guerra, era una situazione di continua emergenza".
A soli 27 anni, la gestione di un compito gravoso sia materialmente che psicologicamente, perché "non era tanto la ferita in sè a far male, il dolore veniva dal motivo che l'aveva causata, da tutto lo sfondo della situazione: gente innocente che moriva inutilmente, solo per le questioni dei potenti che le persone comuni nella maggior parte dei casi ignoravano del tutto. Da noi venivano solo i civili, gli ultimi, coloro che pagavano il prezzo altissimo di uno scenario di cui non erano in nessun modo responsabili".
Nel 2012 Zaid decide di lasciare il suo Paese: una scelta quasi obbligata. "In Siria è obbligatorio fare il servizio militare, e io non volevo. O entravo nell'esercito o mi univo ai ribelli, per cui ho scelto un'altra strada. In caso contrario avrei in qualche modo partecipato alla guerra, a ciò che stava accadendo, e avrei rischiato di uccidere qualcuno". La partenza in aereo per il Libano, poi la tappa a Il Cairo, in auto fino a Bengasi e quindi di nuovo in aereo fino a Tripoli. In Libia Zaid si mette alla ricerca di un lavoro, ma senza alcun successo. Qualche mese dopo arriva la decisione di venire in Italia via mare, a bordo di uno sgangherato peschereccio, con un "biglietto" pagato 1200 dollari.
Il viaggio è terribile. "Non avevo idea di cosa significasse intraprendere un'esperienza simile, mi immaginavo una nave molto più grande, o perlomeno normale, e condizioni certamente diverse. Invece a bordo eravamo 455, assiepati l'uno sull'altro e senza neppure la possibilità di portare una piccola valigia: il nostro unico bagaglio era ciò che indossavamo". Una traversata di circa ventidue ore, relativamente tranquilla a causa del mare calmo. Ma sulla terraferma di Lampedusa la situazione è ancor peggiore del viaggio. "C'erano tantissimi sbarchi, lo scenario era ingestibile. Ricordo che subito dopo la mia arrivò una barca dalla Libia che aveva a bordo con un carico di soli cadaveri: c'erano circa duecento persone morte a causa di un viaggio agghiacciante".
Dopo un passaggio nell'entroterra siciliano Zaid passa sette mesi in Germania, dove la sua richiesta d'asilo viene respinta, poi arriva in un campo di Roma e finalmente viene accolto in maniera stabile a Rieti, grazie al Progetto Sprar gestito dalla Caritas diocesana. "Dopo solo una settimana dall'arrivo a Rieti la situazione era già tranquilla e normalizzata", ricorda. "Gli operatori della Caritas sono stati accoglienti e gentili, soprattutto mi hanno fatto un quadro generale sulle cose importanti da sapere per stare in Italia, a partire dall'insegnamento della lingua, della Costituzione. Sono tuttora sempre disponibili ad aiutarmi e naturalmente io ad aiutare loro".
Grazie ai corsi di italiano Zaid impara velocemente la nostra lingua e l'ordinamento giuridico italiano, e pian piano si inserisce nella comunità cittadina, anche attraverso tirocini formativi e attività aggreganti: "Ho fatto il pizzaiolo, come mestiere non riguardava certo la mia formazione ma era un modo come un altro per non rimanere a casa, per essere incluso in città". Una città che lo ha accolto bene, fin da subito: "A Rieti mai un episodio di intolleranza, nè al lavoro nè in altre circostanze, non ricordo nulla di simile". Nel febbraio di quest'anno, all'Università di Pavia, l'agognato traguardo dell'adeguamento della laurea siriana a quella italiana, con parecchi esami in più e la tesi. Un impegno che lo porta finalmente ad appuntare sul camice bianco la spilletta che lo identifica come farmacista a tutti gli effetti. Ogni tanto, inevitabilmente, il pensiero corre alla famiglia lasciata in Siria: "Mi mancano. Vivono nella parte peggiore, la zona in cui hanno usato le armi chimiche. Cerco di sentirli spesso, i bombardamenti sono all'ordine del giorno e non c'è un palazzo rimasto integro. Qui sto bene, ma è normale che mi manchino i familiari, gli amici e il mio Paese, anche se sento un grande distacco dalla politica che ha causato tutto questo".
Tuttavia, oggi la sua vita è serena e c'è margine anche per progettare un futuro insieme alla sua ragazza, Ola, che nonostante le difficoltà della burocrazia è riuscita a raggiungerlo a Rieti cinque mesi fa.
Mentre ai telegiornali scorrono le immagini del suo Paese martoriato Zaid pensa alla stupidità della guerra, alla sua inutilità: "I risultati sono questi. Ho perso mio padre e non posso abbracciare mia mamma, le mie tre sorelle e i miei tre fratelli, ho visto morire in maniera orribile tante persone care. La guerra è davvero stupida".
La Repubblica, 15 agosto 2019
La moglie ha lanciato l'allarme: il professor Kameel Ahmady è stato incarcerato domenica. Arrestato in Iran l'antropologo anglo-iraniano Kameel Ahmady. Lo studioso è stato fermato e condotto in carcere domenica 11 agosto, senza che le accuse fossero comunicate ai familiari. É stata la moglie, Shafagh Rahmani, a dare l'allarme parlando a diversi media e riportando la sua versione: Ahmady non è ancora stato incriminato, ma gli inquirenti nel carcere di Evin hanno fatto sapere che stanno indagando sulle sue attività. L'antropologo è un esperto di infibulazione e nel 2015 ha pubblicato uno studio in cui denunciava che decine di migliaia di donne iraniane hanno subito mutilazioni genitali. A Teheran porta avanti studi su questioni sensibili come le spose bambine e i matrimoni bianchi, quelli non consumati sessualmente. Non si tratta dell'unico anglo-iraniano detenuto in Iran. Un precedente è quello di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, arrestata nel 2016 poiché accusata di "spionaggio" e detenuta nella Repubblica Islamica.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 agosto 2019
Loujain al-Hathloul, la coraggiosa attivista saudita per i diritti umani, rimarrà in carcere e sotto processo. Come hanno fatto sapere i suoi familiari, ha rifiutato il ricatto delle autorità saudite: se avesse negato di aver subito torture e violenza sessuale durante la detenzione, sarebbe stata rimessa in libertà. Loujain, così come Samar Badawi e Nassima al-Sada, è una prigioniera di coscienza, in carcere dal maggio 2018 solo per aver esercitato in modo del tutto pacifico il suo diritto alla libertà d'espressione.
Già promotrice della campagna Women4Drive - alla fine vincente - per il diritto delle donne di guidare, Loujian è stata protagonista anche di quella per l'abolizione del sistema del guardiano maschile, di cui è stata recentemente annunciata una parziale riforma. In altre parole, Loujain è stata ed è perseguitata perché ha lottato contro due dei perni del sistema discriminatorio e oscurantista in vigore in Arabia Saudita. Non è la prima volta che le autorità saudite subordinano il rilascio dei prigionieri - persino a condanna interamente scontata - alla firma di una dichiarazione in cui annunciano il loro "pentimento" o ammettono di aver ricevuto un buon trattamento.










