di Luca Cereda
lifegate.it, 2 ottobre 2019
La testimonianza di una vittima della strage di Piazza della Loggia: "Non lasciamo i detenuti isolati", ma accompagniamoli in un percorso di giustizia riparativa. "Colui che viene condannato viene visto esclusivamente attraverso gli occhi della legge. Viene considerato colui che ha commesso il reato. Ma chi è questa persona? Come mai ha commesso violenza, di qualsiasi tipo, contro qualcuno e contro la comunità? Abbiamo bisogno anche di rispondere a queste domande. Non dobbiamo dimenticare mai che il reo è una persona e non un mostro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
La denuncia del Garante al Dap: "si rischiano proteste, il sistema è al collasso". I detenuti vengono dislocati da altre carceri per motivi disciplinari o per la chiusura di alcune sezioni. Solo negli ultimi tre mesi sono stati 50 i casi.
Trasferimenti continui al carcere di massima sicurezza di Parma che già risente problematiche di sovraffollamento e criticità come il centro clinico, già in affanno, visto il numero consistente di detenuti con problemi fisici.
Una movimentazione che, com'è stato evidenziato da Il Dubbio, riguarda la "girandola dei detenuti", trasferiti di continuo da un carcere all'altro per motivi disciplinari o per la chiusura delle sezioni. Così com'è avvenuto al carcere di Voghera, dove è stata chiusa la sezione di alta sicurezza AS1 e quindi sono stati trasferiti i detenuti che vi erano reclusi in quello di Parma. A questo si aggiunge, negli ultimi tre mesi, un arrivo netto di 50 detenuti reclusi nella sezione AS3 da altre carceri.
Diversi, ad esempio, provengono dal carcere di Secondigliano. Per questo motivo, il garante locale dei detenuti del carcere di Parma ha inviato una lettera urgente al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, per ripristinare il rispetto dei diritti dei detenuti, in un carcere nel quale non è presente un direttore con nomina stabile dall'ottobre del 2011 e caratterizzato per la sua complessità, dovuta da una parte all'elevato numero di circuiti detentivi, come le sezioni di media e alta sicurezza, 41bis compreso.
Il Garante Cavalieri, tramite la lettera al Dap, spiega che il trasferimento a Parma di circa 50 detenuti AS3 dallo scorso mese di luglio ad oggi e, recentemente, l'assegnazione dal carcere di Voghera di 10 detenuti AS1, sette dei quali con ergastolo ostativo, che portando a 129 gli ergastolani presenti ovvero il 20% dei reclusi, ha "compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i detenuti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela" e accade che "i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste".
Ma non solo: "Nel reparto di media sicurezza - denuncia il garante locale - si assiste all'arrivo da altri istituti di detenuti con forti problematiche disciplinari che, inevitabilmente, peggiorano la qualità delle relazioni tra detenuti e tra detenuti e operatori penitenziari, arrivando così al verificarsi di eventi critici che hanno superato, nel numero, la soglia della normale tollerabilità da parte di un sistema che sempre più si espone alla concreta possibilità del verificarsi di eventi irreparabili e drammatici".
D'altronde, come detto, grava anche il sovraffollamento. Il garante locale Cavalieri spiega che "sabato scorso, 21 settembre, i detenuti presenti erano 646 contro una capienza regolamentare di 455 persone, ben 191 detenuti di troppo con inevitabile deperimento della qualità dei servizi interni, dell'accesso al lavoro dei reclusi e dei lunghi tempi di attesa per interventi di tipo sanitario".
Raggiunto da Il Dubbio, il garante locale del carcere di Palma fa notare anche una contraddizione. "Recentemente - spiega Cavalieri - è stata siglata dal Dap una convenzione con l'università di Parma, creando un polo universitario in carcere, il quale prevedeva nelle sezioni di alta sicurezza delle celle singole per i detenuti che fanno studi universitari. Chiaro che, con questi trasferimenti, le celle singole non ci sono più".
Ma, ricordiamo, c'è anche il problema delle assegnazioni di detenuti per motivi sanitari che superano il numero dei posti presenti nei reparti di assistenza intensiva e paraplegici. "Sono decine quelli qui destinati perché è presente un reparto di assistenza intensiva (Sai) - denuncia il garante locale - che però non risulta avere posti letto liberi, occupati da detenuti con degenze lunghissime, anche di molti mesi e pertanto con un ricambio praticamente inesistente".
E cosa accade di conseguenza? "Ciò costringe detenuti parimenti ammalati, rispetto a quelli ricoverati al Sai - spiega il garante Cavalieri- a restare in celle ordinarie di sezioni ordinarie, con i conseguenti problemi di conciliazione tra necessità sanitarie e spazi detentivi inadeguati".
lanuovacalabria.it, 2 ottobre 2019
Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. L'ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, Emilio Enzo Quintieri, anch'egli candidato alla carica di Garante, difeso dall'Avvocato Fabio Spinelli del Foro di Paola, ha impugnato il Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, con il quale il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, sostituendosi all'Assemblea Legislativa, ha nominato l'Avv. Agostino Siviglia del Foro di Reggio Calabria, Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute e private della libertà personale.
Il ricorso è stato presentato al Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, al quale è stato chiesto non solo l'annullamento del Decreto perché illegittimo per vari motivi in fatto e in diritto, ma anche la sospensiva dello stesso, in attesa della definizione del giudizio. Oltre a Quintieri ed a Siviglia, in corsa per la carica di Garante, vi erano altri quindici candidati, dichiarati idonei dall'Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale con Deliberazione del 23 ottobre 2018.
Altri tre aspiranti, invece, sono stati esclusi perché privi dei requisiti stabiliti. La Regione Calabria, una delle ultime in Italia, con Legge Regionale n. 1/2018 ha istituito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, prevedendo all'Art. 3 che, il medesimo, debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati e che in mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l'elezione avvenga a maggioranza semplice.
Dopo innumerevoli sollecitazioni, il 24 ottobre, la Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 "Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale" veniva depositata presso la Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale e comunicata all'Aula nella seduta del 16 novembre e rimase ferma per molti mesi fino all'11 marzo 2019 quando, per la prima volta, venne iscritta all'ordine del giorno del Consiglio Regionale. In tale seduta, però, a seguito della rivisitazione dell'ordine del giorno, non venne trattata e rinviata alla seduta del 15 aprile ma, anche in tale seduta, per altra rivisitazione dell'ordine del giorno e per la mancanza del numero legale poiché la maggioranza aveva abbandonato l'aula, venne ulteriormente rinviata alla seduta del 29 aprile.
Come nelle altre occasioni, in tale seduta, vi fu una rivisitazione dell'ordine del giorno e la elezione del Garante Regionale, su proposta del Capogruppo del Pd Sebastiano Romeo, approvata dall'Aula, venne rinviata a data da destinarsi. Successivamente, nonostante vi furono altre quattro sedute dell'Assemblea Regionale (28 maggio, 17 giugno, 24 giugno e 15 luglio), la questione non venne più iscritta all'ordine del giorno, nonostante una diffida in tal senso, fatta da Quintieri, all'Ufficio di Presidenza ed alla Conferenza dei Capigruppo Consiliari.
Fino a quando, lo scorso 30 luglio, il Presidente Irto, esercitando il "potere sostitutivo", procedeva alla nomina del Garante Regionale, scegliendo l'Avv. Siviglia, peraltro in carica come Garante dei Diritti dei Detenuti del Comune di Reggio Calabria nonché Console della Repubblica di Tunisia per la Calabria, scrivendo nel provvedimento che tale potere gli era stato conferito dal Consiglio Regionale, con decisione unanime, assunta nella seduta del 29 aprile. Tale circostanza non risponde al vero poiché né nella seduta indicata né in altre, il Consiglio Regionale, si è mai pronunciato in merito, oltre al rinvio dell'elezione a data da destinarsi.
Ritengo che la nomina del Garante sia illegittima ed annullabile - dice l'ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani - poiché il Presidente Irto non poteva, nella maniera più assoluta, nominare detta Autorità, spettando tale prerogativa esclusivamente in capo al Consiglio Regionale, come prevede lo Statuto Regionale, la Legge Regionale istitutiva ed il Regolamento Interno del Consiglio Regionale. Quanto al "potere sostitutivo" non poteva essere esercitato dal Presidente perché la Legge Regionale che ha istituito il Garante, non gli ha attribuito espressamente tale potere; l'Art. 113 comma 2 del Regolamento Interno del Consiglio Regionale è molto chiaro e preciso prevedendo che il Presidente possa sostituirsi all'Assemblea "qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere".
Ma non è solo una questione di "incompetenza relativa" e violazione e falsa applicazione delle disposizioni legislative, statali e regionali, vi sono altri motivi, tutti eccepiti nel ricorso, che rendono il decreto di nomina illegittimo: eccesso di potere e violazione di legge per difetto di motivazione e di istruttoria, violazione dei principi di legalità, trasparenza e imparzialità dell'azione amministrativa.
La nomina del Garante, per quanto di natura fiduciaria - conclude il radicale Quintieri - non è un "atto politico" che può essere svincolato da qualsiasi obbligo di motivazione che renda conto della ragione della scelta operata che appare arbitraria, ingiusta, illogica ed irragionevole. Nel decreto impugnato non risultano esplicitate, neppure in maniera sintetica, le ragioni che hanno indotto il Presidente Irto a scegliere, tra più candidati ritenuti idonei, un aspirante all'incarico rispetto agli altri.
Il Tribunale Amministrativo Regionale di Reggio Calabria, ricevuto il ricorso e l'istanza di sospensiva, ha già provveduto a fissare la Camera di Consiglio per il prossimo 2 ottobre alle ore 9, in cui il Collegio giudicante deciderà se sospendere o meno l'efficacia del provvedimento impugnato. Non è escluso che, all'esito della Camera di Consiglio, il Tribunale, trattenga la causa in decisione, pronunciando una sentenza in forma semplificata.
I Giudici Amministrativi che si occuperanno del caso saranno Caterina Criscenti, Presidente e Relatore, Agata Gabriella Caudullo, Referendario ed Antonino Scianna, Referendario. Al momento si è costituito in giudizio, con una "memoria di stile", senza alcuna critica al ricorso, il Presidente della Regione Calabria On. Mario Oliverio, difeso dall'Avvocato Angela Marafioti dell'Avvocatura Regionale di Reggio Calabria.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
Il "reddito" alla Saraceni. È ben comprensibile che abbia portato polemica il reddito di cittadinanza ottenuto da Federica Saraceni, giudicata corresponsabile dell'omicidio di D'Antona. Ma si crede che non abbia torto chi, come il padre Luigi, si domanda amaramente se sia giusto che lo Stato non riconosca a una condannata senza mezzi altra scelta, per sopravvivere, che quella di prostituirsi.
È chiaro che si tratta in questo caso di una dichiarazione, diciamo così, interessata, e qualcuno potrebbe - non senza ragione - obiettare che forse chi è in rapporti così intimi con il responsabile di un delitto indiscutibilmente terrificante dovrebbe sorvegliare con un supplemento di delicatezza le proprie manifestazioni. Ma queste sono faccende di stile, mentre nel merito è sicuro che se la legge attribuiva quel diritto a quella persona non si vede per quale motivo mai bisognerebbe revocarglielo.
E qui si viene alla polpa della questione. In buona sostanza, l'idea (sbagliatissima) è questa: che quella provvidenza di Stato, il reddito di cittadinanza, non dovrebbe potersi concedere al responsabile di questo o quel delitto. Ma non ci si rende conto della pericolosità di una simile idea. Si può pensare infatti quel che si vuole della opportunità o no che lo Stato conceda queste provvidenze, e c'è una buona somma di argomenti adunati a spiegare che è sbagliatissimo concederle (non a quella condannata, ma a chiunque).
Ma il requisito per riceverne dovrebbe risiedere nella condizione di bisogno, non nel fatto che il percipiente possa vantare un curriculum umano che compiace. E la reazione "democratica" che va montando a proposito di questa vicenda sembra nutrita esattamente dal pregiudizio secondo cui non è il bisogno a giustificare il riconoscimento della provvidenza, ma il fatto che a richiederla sia una persona, per capirsi, "per bene".
Da lì a stabilire che il reddito di cittadinanza può ottenerlo solo chi vota per Tizio o Caio, o chi come Tizio o Caio la pensa, il passo è molto breve. Dice: ma qui non si tratta di voti o pensieri, ma di comportamenti criminali e tra i più immotivati e feroci. E sia. Ma è un'obiezione che non spiega in nessun modo, come dovrebbe comportarsi l'ordinamento davanti a uno stato di bisogno che non può vantare il supplemento di un passato incensurato. Che cosa ne facciamo, di questi? Siccome sono stati cattivi mettiamo nella legge che non hanno diritto di essere in stato di bisogno?
met.provincia.fi.it, 2 ottobre 2019
Il Garante dei detenuti della Toscana ha visitato la struttura penitenziaria in provincia di Siena: "Rispettare la capienza regolamentare, fare migliorie e rilanciare il polo universitario e scolastico"
Rispettare la capienza regolamentare, intervenire con delle migliorie minime, rilanciare il polo universitario e la sezione scolastica. Sono questi i suggerimenti principali avanzati da Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti della Toscana, per ristabilire un buon clima di vivibilità all'interno del carcere di San Gimignano, di recente al centro delle cronache per una vicenda di presunte torture ai danni di alcuni carcerati sulla quale sta indagando la procura di Siena.
Corleone ha avanzato queste proposte al termine di una visita all'interno della struttura carceraria, nella quale è stato accompagnato dalla garante dei detenuti di San Gimignano, Sofia Ciuffoletti. Nel corso della visita Corleone ha avuto un colloquio con il direttore del carcere e con il comandante degli agenti di polizia penitenziaria, entrambi in servizio da pochi mesi nella struttura, e con il responsabile dell'area educativa. "Al centro dei colloqui - ha dichiarato Corleone - ci sono stati i temi che ritengo necessari per rendere più dignitosa la permanenza in carcere dei detenuti e le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria".
Il Garante regionale ha osservato che il carcere di San Gimignano, trovandosi in aperta campagna, presenta difficoltà per i trasporti, il regolare approvvigionamento idrico e le comunicazioni telefoniche. "Queste difficoltà vanno rimosse - ha detto, - per superare i problemi di gestione della struttura e per riaffermare in toto i principi costituzionali del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. Dobbiamo cioè garantire che i detenuti trovino le condizioni per un percorso di possibilità per un loro reinserimento sociale al termine del periodo di pena e che gli agenti penitenziari possano svolgere un lavoro efficace e non alienante, visto che in passato, in questa struttura, ci sono stati casi di agenti che si sono tolti la vita".
Oggi nel carcere di San Gimignano sono presenti 358 detenuti (128 qualificati di media sicurezza, per reati connessi, per la gran parte, a spaccio e consumo di droga, e gli altri 230 qualificati di alta sicurezza). L'amministrazione penitenziaria ha avanzato l'ipotesi di eliminare la presenza di carcerati qualificati di media sicurezza e di prevedere la presenza solo di detenuti qualificati di alta sicurezza.
"Può anche essere una soluzione per dare omogeneità alla struttura e al trattamento delle persone - commenta Corleone - però a mio parere si può fare solo rispettando la capienza regolamentare dei detenuti, che è stabilita in 250. Lo si può fare con un intervento minimo, che è quello trasformare in celle singole tutte le celle oggi a doppia branda. Ma accanto a questo servono anche altri interventi di riqualificazione complessiva della struttura e delle condizioni di vita".
Il Garante della Toscana ritiene importante potenziare il polo universitario, che attualmente interessa 30 detenuti. "Questa - spiega - è una delle sezioni in cui togliere la doppia branda dalle celle e dove prevedere la creazioni di spazi da dedicare a biblioteca e stanze per lo studio, dotate di computer e utilizzabili per ospitare i tutor e i professori per i momenti di lezioni e per gli esami". Serve anche creare un'apposita sezione scolastica attrezzata, ha aggiunto ancora Corleone, anche per i detenuti iscritti all'Istituto alberghiero Ricasoli.
Corleone ha spiegato che con il direttore del carcere è stato concordato di applicare il regolamento per la parte che riguarda la presenza di refettori o mense, "così da rendere conviviale il momento del consumo dei pasti", e di eliminare i pesanti sgabelli di legno, scomodi e in passato usati come arma per offendere, con "sedie in plastica, leggere e ignifughe, che permettano di riposare anche la schiena".
Interventi necessari sono stati individuati anche per la sistemazione dei bagni delle celle, che sono privi di doccia e acqua calda. "Superare l'uso delle docce comuni - afferma Corleone - è una questione di rispetto della dignità della persona e è utile a evitare sprechi di acqua e a mitigare alcune criticità igieniche. A questo proposito sarebbe importante anche dotare di un lavandino esterno ogni bagno, così da non dover sciacquare un bicchiere o un piatto in prossimità del gabinetto".
I detenuti hanno sollecitato al garante anche la possibilità di poter accedere a più canali televisivi, anche per rispondere al bisogno dei detenuti stranieri di poter fruire della televisione. "C'è una soluzione in corso e speriamo di risolvere il problema in tempi brevi", dice il Garante. Dopo l'incontro con gli agenti, Corleone ritiene importante "garantire un'abitazione a chi lavora all'interno del carcere, affinché non sia costretto a dormire in caserma".
"All'amministrazione penitenziaria - aggiunge Corleone - chiedo che si riconosca al direttore del carcere, che è formalmente il direttore di Arezzo e qui viene per quattro volte a settimana, una soluzione di vita consona per il lavoro straordinario che fa, sacrificando la famiglia che è residente a Lecce".
Corleone, infine, ricorda l'appuntamento del 22 ottobre prossimo in Consiglio regionale per la presentazione di uno studio sulla correlazione droga e carcere. "Regolamentare la questione detentiva in relazione ai reati di droga - conclude - ci aiuterebbe forse a risolvere il problema del sovraffollamento nel carcere di San Gimignano e in altre strutture detentive della regione e del Paese".
di Michele Damiani
Italia Oggi, 2 ottobre 2019
L'avvocato può portare il computer in carcere per lo svolgimento del colloquio con il proprio cliente. Per ottenere l'autorizzazione, però, è necessario che il legale descriva dettagliatamente le ragioni che rendano "indispensabile l'ausilio di strumentazione informatica durante il colloquio". È quanto affermato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 38609/2019.
La Corte ha respinto il ricorso di un avvocato al quale era stata negata la possibilità di svolgere il colloquio con il proprio pc. Nel motivare l'inammissibilità del ricorso, la Corte ha evidenziato in quali casi l'avvocato possa entrare in carcere con il proprio dispositivo. Per prima cosa "si impone la preliminare necessità di verifi care in che termini un'istanza del genere sia funzionale all'esercizio di difesa". La questione, infatti, "non è quella di stabilire in astratto se il difensore possa entrare o meno in carcere con il suo pc".
Piuttosto, è necessario che "siano adeguatamente illustrate dal difensore le ragioni che rendano realmente indispensabile l'ausilio di strumentazione informatica". Nel caso di specie, l'avvocato aveva motivato l'utilizzo del portatile affermando l'esistenza di un "corposo fascicolo penale" che il cliente avrebbe dovuto visionare e non avrebbe potuto farlo senza un pc.
Per la Corte, la motivazione è del tutto generica, in quanto "non sono state specificate le ragioni per cui non era stato possibile stampare tutti gli atti processuali necessari"; inoltre si potevano superare le criticità "utilizzando uno dei computer in dotazione alla struttura, mediante l'utilizzo di files esterni", come una pennetta Usb.
"L'introduzione di un pc potrebbe favorire, anche tramite l'uso di internet, l'accesso a informazioni estranee a quelle strettamente funzionali alla conoscenza degli atti processuali utili all'esercizio delle prerogative difensive". Nel caso in cui, per esempio, sia stata verificata e dettagliata l'assoluta impossibilità di utilizzare documenti cartacei o l'assenza di pc interni alla struttura, l'introduzione sarebbe stata concessa.
di Massimo Adinolfi
Il Foglio, 2 ottobre 2019
Lo scandalo del reddito di cittadinanza alla ex brigatista Saraceni. Non so quale sia il modo migliore per impressionare l'opinione pubblica e lucrare sulla vicenda: "Brigatista in panciolle riceve soldi dallo Stato"? Oppure, più direttamente: "Uccidi e ti sarà dato"?
In un caso o nell'altro, e nei molti altri casi in cui la vicenda è rimbalzata sui giornali, prevale su tutto l'indignazione: diamo il reddito di cittadinanza agli assassini? Che enormità! La Lega ha addirittura annunciato di voler bloccare il Parlamento finché il sussidio non sarà ritirato, ma anche nella maggioranza, anche nel Pd si percepisce l'imbarazzo: c'è qualcosa che non va, nella legge, qualcosa non ha funzionato, controlleremo, verificheremo, correggeremo.
Evidentemente, nessuno ha il coraggio di dire che una legge, che fornisce un sostegno economico a una persona che è agli arresti domiciliari e ha due figli a carico, non è affatto una cattiva legge. Non si trova uno straccio di parlamentare - ma neanche un magistrato, per la verità - che prenda in faccia il vento dell'impopolarità e dica: forse è giusto, forse ha senso, forse può servire.
Non benché, ma proprio perché la legge aiuta una detenuta, che ha certamente qualche difficoltà in più, non in meno, a trovare un lavoro e di che sfamare i propri figli. Oppure si ritiene che un'assassina può (o deve) morire di fame, lei e tutta la stirpe che ha generato? Se è così, perché non dovremmo essere coerenti e abolire le mense in carcere, almeno per coloro che si sono macchiati di reati di sangue? Che se la vedano da soli! Oppure: perché non irridiamo e additiamo indignati al pubblico ludibrio coloro che si preoccupano della qualità della vita dei detenuti, dell'affettività, dell'igiene o del cibo negli istituti penitenziari?
Che sono tutte queste manfrine, tutte queste smancerie? Questi sono delinquenti, gente che ha sparato, gente che ha ammazzato: se la sono cercata, che vogliono ora? Questa del resto è la logica del "buttare via la chiave" e del far marcire in galera: probabilmente, il solo fatto che Federica Saraceni non sia rinchiusa in qualche gattabuia desta rabbia, in coloro per i quali il reinserimento e la finalità rieducativa sono tutte stronzate (scritte, però, nella Costituzione).
In questo caso, la legge considera che una persona in determinate condizioni economiche, a più di dieci anni di distanza dalla sentenza, può essere fatta oggetto di certe politiche di assistenza. Il presidente dell'Inps ha confermato: i requisiti di indigenza sussistono; per questo, a meno che non si ritenga sia giusto che un'ex terrorista versi in condizioni di povertà, insieme con la sua prole maledetta, a meno di non avere una concezione vendicativa della giustizia penale, che si riverberi anche sulle condizioni economiche e sociali, non riesco a vedere nulla di sbagliato in tutto ciò. Vedo al contrario qualcosa di nobile, che fa la superiorità etica dello Stato sulla stupida violenza criminale.
Ma certo, lo hanno chiamato reddito di cittadinanza e ora si accorgono che non avevano le idee chiare su cosa significasse cittadinanza: quali obblighi, quali doveri ma anche quali diritti. Non è la sola cosa su cui non avevano le idee chiare, quando, con l'introduzione del reddito, hanno addirittura abolito la povertà (così disse l'attuale ministro degli esteri, che la Farnesina l'abbia in gloria).
Ma questa è un'altra storia, e non è il caso di rifarla qui, dove si parla di diritti, dignità, umanità: queste sconosciute. Certo, è un paradosso che il reddito vada a chi ha ucciso un uomo la cui missione di studioso fu quella di aiutare i bisognosi. Ma è un paradosso che squassa la coscienza di chi commise quel delitto, ma che uno Stato può e deve invece rivendicare a suo merito. Non vergognarsene, come purtroppo sta accadendo.
di Pino Corrias
La Repubblica, 2 ottobre 2019
Di Maio: "Non possiamo permettere che Saraceni abbia l'assegno". E Forza Italia attacca: "La Lega bocciò l'emendamento contro la norma". Il governo rivedrà le regole di assegnazione del reddito di cittadinanza dopo il clamore suscitato dalla scoperta che della misura usufruisce l'ex brigatista - tuttora agli arresti domiciliari - Federica Saraceni, condannata a 21 anni e mezzo per l'omicidio di Massimo D'Antona.
A muoversi in questa direzione è il viceministro dell'Economia Antonio Misiani, che sottolinea: "Bisogna cambiare le regole di attribuzione del reddito". Oggi riunione tecnica al Lavoro con la ministra Nunzia Catalfo, la Giustizia e l'Inps. Lo stesso Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e anima del provvedimento con il precedente governo, ha detto: "Non possiamo permettere che una brigatista possa ottenere il reddito di cittadinanza".
Il Pd, per bocca del capogruppo alla Camera Graziano Delrio, insiste: "Chiediamo che al più presto si verifichi e si modifichi la norma sulla concessione del reddito di cittadinanza legandola, nel caso di detenuti per gravi reati, a un effettivo ravvedimento e collaborazione con lo Stato. Nessuno può premiare chi non si ravvede e collabora".
Sulla storia è intervenuto, dopo un giorno di silenzio, il padre di Federica Saraceni, Luigi, già parlamentare del Pds e dei Democratici di sinistra, ex magistrato nonché difensore della figlia: "Prima del reddito di cittadinanza mia figlia percepiva il reddito d'inclusione. Dobbiamo mandarla a fare la prostituta o buttarla in una discarica? Mia figlia dice una cosa: datemi un lavoro e rinuncio al reddito di cittadinanza".
E ancora: "Federica è stata condannata per un errore. L'attacco parte dalla destra becera e reazionaria, purtroppo la sinistra si accoda perché la destra specula sulle emozioni e la sinistra non è mai capace di una propria autonomia".
Il provvedimento, sottolinea il Partito democratico, "fu votato e approvato dalla Lega, che ora inscena una protesta propagandistica". E al leader del Carroccio, Matteo Salvini - che ha tuonato "chiariscano o fermiamo i lavori del Parlamento" - chiede conto anche Sandra Savino (Forza Italia): "I deputati della Lega sono gli stessi che nel marzo scorso votarono contro un emendamento di Forza Italia che mirava proprio a evitare casi analoghi a quello emerso in questi giorni".
La vedova del giuslavorista, Olga D'Antona, si dice certa che Federica Saraceni non abbia "davvero bisogno" di quel denaro perché "ha una famiglia alle spalle che da sempre si occupa di lei e dei suoi figli, che l'ha sempre sostenuta. Rinunci al reddito e lo lasci a chi ne ha bisogno".
Il Dubbio, 2 ottobre 2019
I penalisti proclamano lo stop alle udienze dal 21 al 25 ottobre. La delibera firmata dal presidente delle camere penali Caiazza e dal segretario Rosso definisce "aberrante" lo stop alla prescrizione. "È ormai imminente il termine di entrata in vigore della norma che di fatto abroga la prescrizione del reato dopo la pronunzia della sentenza resa dal giudice del primo grado". Inizia così la nota con cui l'Unione Camere penali comunica la proclamazione di un'intera settimana di astensioni dalle udienze, da lunedì 21 a venerdì 25 ottobre, contro la soppressione dell'istituto.
di Greta Privitera
Vanity Fair, 2 ottobre 2019
Dai voti brillanti all'overdose: la storia di Anna è quella di tantissimi americani caduti nella trappola degli antidolorifici facili e dell'eroina. Un'epidemia che si può fermare solo colpendo Big Pharma. Nel 2017 30 mila americani sono morti di overdose da oppiacei. La dipendenza di solito inizia con la prescrizione di potenti antidolorifici che creano assuefazione in tempi rapidissimi.
Anna - leggings, felpa lunga e chignon biondo spettinato - era la più bella di First Street. Sapeva di esserlo, ma non lo dava a vedere, soprattutto alle ragazzine vicine di casa che la studiavano da dietro le persiane delle loro camerette. Nel quartiere, un sobborgo per ricchi dirigenti di Ford e General Motors a 30 chilometri da Detroit, dicevano che era la più brava delle tre sorelle: prendeva bei voti e giocava a calcio nella squadra del liceo. Piaceva a un sacco di ragazzi: era l'immagine dell'adolescente modello.
Finito il liceo è partita per il college, io sono rientrata in Italia e ci siamo perse di vista, ma ogni volta che tornavo in Michigan avevo notizie dei suoi successi: aveva preso due lauree in marketing. Sui social la sua vita sembrava perfetta: selfie con le amiche, fidanzati bellissimi, feste universitarie e vacanze in bikini. Poi, un pomeriggio post natalizio del 2015, l'ho incontrata in un centro commerciale vicino a casa sua: vederla mi ha sconvolto. "Quel periodo è stato il più difficile della mia dipendenza", racconta ora, "ero appena passata al metadone".
Non lo sapevo, nessuno sapeva, e ritrovarmi davanti alla sua versione infernale mi ha sconvolto: aveva la pelle grigia e gli occhi socchiusi, i pensieri sconnessi e trenta chili in più che la rendevano irriconoscibile. Quando ho chiesto informazioni ad amici comuni mi è stato risposto: "Soffre di mal di testa fortissimi, ed è in cura". Poi, un anno dopo, è stata proprio lei che su Facebook ha spiegato l'abisso: "Sono lucida, da un mese. Ho fatto uso di oppioidi, e poi di eroina, per 4 anni".
La storia di Anna assomiglia a quella delle protagoniste di Euphoria, la serie Hbo in onda dal 26 settembre su Sky Atlantic, che racconta il tormento di un gruppo di adolescenti tra droga, alcol e sesso. E proprio come Rue - interpretata dalla bravissima Zendaya - dice: "So solo che a un certo punto non volevo altro che provare quella sensazione di nulla totale".
Anna ha fatto parte delle centinaia di migliaia di americani dipendenti da farmaci a base di oppio che negli Stati Uniti chiamano opiodemic, l'epidemia che nel 2017 ha ucciso per overdose trentamila persone. "Tutto è partito davvero da un mal di testa. In alcuni momenti il dolore era così forte che finivo in ospedale. Dopo il college sono tornata a vivere dai miei per capire che cosa mi stesse succedendo. Un dottore mi ha prescritto un antidolorifico oppiaceo, il Vicodin, quello del Dr. House per capirci, ed è iniziata così la mia dipendenza". Dice di ricordarsi molto bene la sensazione che ha provato la prima volta che in pronto soccorso le hanno fatto una flebo di Dilaudid, un potente analgesico derivato dalla morfina: "Mi sono detta "non so che cosa sia, ma so che mi piace moltissimo".
Gli analgesici che le prescrivevano erano quelli che si danno per la cura del dolore nel post operatorio, o nelle terapie palliative. Nel suo caso, come in tanti altri, il dottore era diventato lo spacciatore legale. Anna oggi si chiede se questi professionisti agiscano in buona fede oppure no. Nelle ultime settimane, le due multinazionali farmaceutiche Purdue Pharma e Johnson & Johnson sono finite sulle prime pagine dei giornali perché accusate di essere tra i colpevoli della opiodemic, per il loro marketing aggressivo che spinge i medici a prescrivere i farmaci a base di oppioidi anche quando non è necessario.
"C'erano giorni in cui ingoiavo anche venti pillole in 24 ore". Usava Vicodin, Dilaudid, Benadryl, Oxycontin, Norco. Non ha mai provato il Fentanyl, l'oppiaceo sintetico, ottanta volte più forte della morfina, che lo scorso agosto ha ucciso Andrea Zamperoni, lo chef italiano che viveva a New York, e che negli ultimi anni sta facendo una strage.
"Queste pillole mi facevano sentire bene, invincibile, anestetizzavano la mia tristezza, mi rendevano euforica, almeno per un po'. E per avere le prescrizioni mi sono trasformata in un'attrice". Quando non aveva più niente in casa, andava su internet e leggeva i sintomi peggiori per mentire ai dottori del pronto soccorso che alla fine la riempivano delle sostanze di cui aveva bisogno. Comprava anche dagli spacciatori di prescrizioni che vendevano le prescrizioni di anziani bisognosi di fare qualche soldo.
"Né i miei amici, né la mia famiglia immaginavano nulla. In quel periodo facevo la cameriera e mi illudevo che, una volta risolti i miei casini, avrei trovato il lavoro dei sogni. In realtà pensavo solo a come recuperare l'oppio e non farmi beccare. Finché ho potuto ho curato la superficie - belle macchine, bei vestiti - per nascondere il marcio che era cresciuto sotto". Ma poi non ce l'ha più fatta, la dipendenza era impossibile da mascherare.
"Non avevo più un amico. Condividevo il mio problema solo con i fidanzati, ragazzi con altri segreti da nascondere. Era come se tra simili avessimo un tacito accordo di copertura: "Io non dico cosa fai, tu non dici cosa faccio"". Uno di questi usava l'eroina, abitava in un paese vicino al suo, tra i suburb più ricchi d'America. "Una sera del 2014, mentre guardavamo un episodio di Breaking Bad, l'ho provata anch'io e ci sono finita dentro. La sniffavamo, a volte ce la facevamo in vena. Poi, quando lui ha deciso di disintossicarsi, ci siamo lasciati".
Anna racconta che nel 2015 ormai era chiaro che la sua vita fosse un disastro, ma sua madre e suo padre facevano fatica ad ammetterlo, sapevano che abusava di farmaci che loro chiamavano "per il mal di testa" ma non volevano vedere tutto il resto. "Sono anche finita in carcere dopo aver guidato senza patente, me l'avevano tolta per guida in stato di ebbrezza. Ci sono stata due mesi. Lì, le compagne di cella mi hanno insegnato come trovare l'eroina a Detroit: ora che non avevo il fidanzato dovevo arrangiarmi". Ammette però che ha sempre preferito le medicine all'eroina, non le piaceva bucarsi, nemmeno andare dagli spacciatori: "I dottori erano meglio", dice.
Nei quattro anni di dipendenza, Anna ha avuto almeno quindici crisi di astinenza: "Come stai male quando non hai l'oppio in circolo è impossibile da spiegare. Ti senti sotto un treno, vai fuori di testa, vomiti, non riesci a mangiare, vuoi solo sdraiarti su un pavimento fresco perché dentro vai a fuoco, piangi, speri di morire. L'unica soluzione è rifarti". Nell'ultimo periodo non usciva nemmeno più di casa, lo faceva solo per prendere la roba.
"Mi capitava di pippare in cameretta, mentre mia madre era in cucina a preparare la cena, e magari mia nipote nella stanza accanto a disegnare". Ormai sniffava per scendere dal letto, per stare in piedi, per camminare, per respirare. Una sera, durante una cena in famiglia, la sorella più piccola, litigando con i genitori, ha svelato il segreto: "Vi arrabbiate con me, ma non vi rendete conto che quella si fa di eroina?".
Finalmente il sipario era crollato e Anna poteva piangere, disperarsi e chiedere aiuto, non c'era più nessuna parte da brava ragazza da recitare. La madre è diventata l'angelo custode che l'ha accompagnata nel percorso di disintossicazione: prima il metadone, poi la rehab, e infine la comunità in Florida, nella quale ha vissuto due anni, dal 2016 al 2018. "Oggi ho 30 anni e vivo dai miei nonni a due chilometri da casa dei miei genitori. Faccio la cameriera in un ristorante italiano della zona e l'anno prossimo vorrei iscrivermi a veterinaria".
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