di Andrea Aversa
vocedinapoli.it, 18 agosto 2019
Il report dopo l'iniziativa "Ferragosto in carcere" del Partito Radicale e Camere penali. Visite nella maggior parte dei penitenziari d'Italia. Qualche timido passo avanti ma ancora un'enorme montagna da scalare. La montagna rappresenterebbe il Mostro di cemento ovvero il carcere di Poggioreale. La scalata che dovrebbe seguire ai piccoli passi, sarebbe una forte attività legislativa che trasformi il penitenziario da luogo di morte a contesto di recupero e rinascita dei detenuti. Un percorso dettato dalla nostra Costituzione ma per ora soltanto scritto e mai messo in pratica.
La situazione, più o meno, è relativa a quasi tutte le carceri italiane. Ma a Poggioreale la crisi umanitaria è più forte. Secondo il rapporto fatto dagli avvocati Riccardo Polidoro e Sergio Schlitzer, in visita nel penitenziario guidati dalla Direttrice Maria Luisa Palma, le principali piaghe del carcere sono sovraffollamento, scarsa igiene, mala sanità, azzeramento della privacy e strutture fatiscenti.
Per entrambi i legali, che hanno partecipato all'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito Radicale, "rispetto all'ultima visita qualcosa è stato fatto, ma moltissimo resta da fare". Una piccola stoccata, in merito alle docce, è stata fatta all'Asl che non è stata in grado di, "ordinare di ottemperare a lavori che dovrebbero essere fatti immediatamente, per evitare il propagarsi di malattie e altro". Infine un pensiero è stato rivolto al Ministro degli Interni e Vice Premier Matteo Salvini: "Era stata annunciata la visita del ministro dell'interno, che poi è stata annullata. Peccato il sig. Salvini avrebbe potuto constatare come si marcisce in cella, secondo i suoi desideri in violazione della Costituzione".
Il comunicato dell'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere penali
Si è conclusa la visita alla Casa Circondariale di Poggioreale da parte dei penalisti che quest'anno hanno aderito all'iniziativa Ferragosto in carcere organizzata dal Partito Radicale e da Radio Radicale.
Gli avvocati Riccardo Polidoro - Responsabile nazionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane - Sergio Schlitzer - componente del direttivo della Camera Penale di Napoli - e Elena Lepre - componente il direttivo de Il carcere possibile onlus - hanno visitato l'istituto e incontrato i detenuti, accompagnati dalla direttrice Maria Luisa Palma.
Rispetto all'ultima visita qualcosa è stato fatto, ma moltissimo resta da fare. C'è un'impressionante disparità di condizioni igienico sanitarie tra un padiglione e un altro, mentre in tutti si soffre un insopportabile caldo, in alcuni casi mitigato da un ventilatore donato da un'associazione. Ventilatore che rappresenta per i detenuti che non ne usufruiscono - ne sono cento e sono insufficienti - un'ennesima ingiustizia nei loro confronti e c'è da chiedersi com'è possibile che l'amministrazione penitenziaria non affronti una spesa irrisoria in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo in questi giorni. Vi sono stanze che hanno il bagno con la doccia, ma anche stanze con 9 detenuti, con mura umide e intonaco fatiscente, bagni vergognosi comunicanti con il vano dove si prepara il cibo ed in alcuni casi addirittura a vista.
Le docce comuni sono in uno stato pietoso e non si comprende le previste visite ispettive dell'Asl come possano non ordinare di ottemperare a lavori che dovrebbero essere fatti immediatamente, per evitare il propagarsi di malattie e altro. La direzione fa il possibile, ma occorre la volontà politica di intervenire. Era stata annunciata la visita del ministro dell'interno, che poi è stata annullata. Peccato il sig. Salvini avrebbe potuto constatare come si marcisce in cella, secondo i suoi desideri in violazione della Costituzione.
Riccardo Polidoro, Avvocato e Responsabile Osservatorio Carcere Ucpi
di Angela Pederiva
Il Gazzettino, 18 agosto 2019
Trieste, la Corte d'Appello ribalta il giudizio di Commissione e Tribunale su un gambiano. Il 23enne era arrivato in barcone dalla Libia. "Sussiste un fondato timore di persecuzione".
Il suo racconto era apparso confuso sia alla Commissione territoriale di Gorizia, sia al Tribunale di Trieste, fra contraddizioni nel percorso del viaggio effettuato e discrepanze nella tipologia e nella durata del lavoro svolto. Ma per la Corte d'Appello del capoluogo giuliano, quelle incongruenze valgono assai meno del rischio corso dal 23enne proveniente dal Gambia e dichiaratamente gay: "Una sua persecuzione nel paese d'origine, dove l'omosessualità è ancora considerata reato, punito con 14 anni di carcere". Così, ribaltando i due giudizi precedenti, la sentenza pubblicata nei giorni scorsi ha salvato il migrante dall'espulsione, concedendogli lo status di rifugiato.
Nella sua richiesta di protezione internazionale, il giovane aveva spiegato di aver frequentato la scuola solo per un mese, di aver cominciato a fare il saldatore all'età di 10 anni e di aver avuto tre rapporti sessuali proprio con un collega, che era però stato arrestato in quanto omosessuale e che aveva fatto il suo nome alla polizia.
Temendo di fare la sua stessa fine, il ragazzo era fuggito prima in Senegal e poi in Libia, dov'era stato assunto da un libico conosciuto in Gambia ed era entrato in confidenza con suo figlio. Quella frequentazione era risultata tuttavia sgradita al datore di lavoro, il quale temeva che l'amicizia potesse nascondere dell'altro, così aveva cacciato il gambiano senza stipendiarlo, ma soltanto pagandogli la traversata su un barcone gestito da un trafficante.
Il migrante era così arrivato in Italia nel maggio del 2016 e aveva iniziato un percorso di consapevolezza sulla propria omosessualità, ma né la Commissione di Gorizia né il Tribunale di Trieste gli avevano creduto, a causa di alcune difformità nella narrazione degli accadimenti, nonché del fatto che gli amplessi fossero avvenuti "senza che vi fosse tra i due una relazione sentimentale".
La prima sezione civile della Corte giuliana ha invece reputato che le imprecisioni fossero "marginali", in quanto "l'elemento essenziale" era un altro: "Ai fini del riconoscimento della protezione internazionale per ragioni legate all'orientamento sessuale non è necessario indagare quale sia l'effettivo orientamento del soggetto, essendo sufficiente il modo in cui lo stesso viene percepito nel paese d'origine e la sua idoneità a divenire fonte di persecuzione".
Accogliendo l'appello presentato dagli avvocati Roberta De Simone e Claudio Faggion contro il ministero dell'Interno, i giudici di secondo grado hanno stabilito che "il racconto è compatibile con le informazioni sulla condizione delle persone Lgbt in Gambia tratte dal rapporto Easo (European Asylum Support Office, l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, ndr) del dicembre 2017", ed in particolare "con l'inasprimento delle disposizioni sull'omosessualità intervenuto nel 2014 ad opera dell'ex presidente Jammeh, con la riferita attività della Nia (National Intelligence Agency, il Servizio segreto gambiano, ndr) che di porta in porta ricercava omosessuali, e con i conseguenti arresti, maltrattamenti e torture degli arrestati", anche perché non risulta che "le leggi contro l'omosessualità siano state modificate dal nuovo presidente Adama Barrow, dimostratosi molto cauto quanto alla sua posizione relativamente alla normativa gambiana sull'omosessualità".
Essendo stato "ritenuto sussistente un fondato timore di persecuzione" del 23enne, in ragione "della sua appartenenza al gruppo sociale dei soggetti Lgbt", nei suoi confronti non sono scattate le semplici protezioni umanitaria o sussidiaria, ma è stato disposto lo status di vero e proprio rifugiato. E il Viminale è stato condannato a pagare oltre metà delle spese di lite.
Corriere di Taranto, 18 agosto 2019
Il Partito Radicale nell'ambito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere": sovraffollamento, organico insufficiente e precarie condizioni delle celle. Nel carcere di Taranto sono detenute 568 persone a fronte di una capienza regolamentare di 306. Anche nella struttura ionica c'è carenza di agenti di polizia penitenziaria: 259 a fronte di un organico previsto di 277. Sono alcuni dei dati forniti dalla delegazione del Partito Radicale, guidata da Anna Briganti, che ieri ha visitato il carcere di Taranto nell'ambito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere".
Tra i 568 detenuti, 54 dei quali attualmente in permesso premio, 25 sono donne, 20 sono pazienti psichiatrici, 204 tossicodipendenti e 35 stranieri, ma "manca la figura del mediatore" evidenzia Anna Briganti. Il dato più allarmante, oltre quello del sovraffollamento, è la condizione delle celle, con "intonaci che si staccano, finestre che non si chiudono, acqua che si infiltra dalle pareti e gabinetti che si muovono. Le condizioni igienico-sanitarie sono al limite. Tutti i detenuti - riferisce Briganti - hanno lamentato la totale assenza dell'area sanitaria e di un'area a verde dove poter fare attività sportiva". L'esponente radicale ha anche riferito che sul totale dei detenuti "solo 101 lavorano e 100 frequentano le scuole all'interno del carcere".
Domani l'iniziativa itinerante prosegue a Bari con due visite nel carcere Francesco Rucci e poi nell'istituto minorile Fornelli. "Invitiamo i ministri Salvini e Di Maio a venire domani con noi a Bari - dice Briganti - per rendersi conto delle condizioni nelle quali sono le nostre strutture penitenziarie. La soluzione non è costruire nuove carceri ma fare progetti che siano davvero rieducativi e risocializzanti".
Gazzetta del Mezzogiorno, 18 agosto 2019
Solo 299 posti, mai i detenuti sono 428. È urgente la costruzione di una nuova struttura più capiente. "Bari ha bisogno di un nuovo carcere". È l'appello che rivolge al Governo la delegazione del Partito Radicale, guidata da Anna Briganti, che ieri ha visitato il penitenziario barese "Francesco Rucci", che ha sede fra corso De Gasperi, via Giovanni XXIII e via Giulio Petroni, nell'ambito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere".
La casa circondariale ospita attualmente 428 detenuti a fronte di una capienza di 299 persone, "con celle che contengono fino a sei detenuti" denuncia Briganti. Le criticità principali rilevate riguardano quindi la struttura e il sovraffollamento. Anche nel carcere di Bari, come già evidenziato nei penitenziari di Lecce e Taranto visitati nei giorni scorsi, c'è carenza di organico nella Polizia penitenziaria in servizio, con 237 unità rispetto alle 376 necessarie. Buone le condizioni rilevate per quanto riguarda il centro clinico attrezzato interno alla struttura, con 80 persone al lavoro fra medici e paramedici.
Risulta preoccupante il dato dei detenuti psichiatrici, ben 150, di cui 40 sono in gravi condizioni. Altro dato positivo è la presenza di mediatori di ogni etnia, grazie ad una convenzione con l'Arci (Associazione ricreativa e culturale italiana), per gli 80 detenuti stranieri. La delegazione dei Radicali, formata da Anna Briganti e Giovanni Zezza, è stata accompagnata dall'avvocato Guglielmo Starace, presidente della Camera Penale di Bari, insieme con i colleghi penalisti Filippo Castellaneta, Vincenzo Miccolis e Claudio Solazzo.
"Abbiamo potuto constatare un impegno incredibile degli agenti di custodia e di tutto il personale. Ma i numeri sono impietosi, soprattutto nel rapporto tra personale e detenuti" ha dichiarato Starace, evidenziando che "nel 1924, quando è stato costruito il carcere di Bari, la pena era solo punizione. Oggi la pena deve cercare di restituire la persona migliore di come è entrata e per questo occorrono spazi e personale, impossibile in una struttura così".
Radicali e penalisti hanno visitato nella stessa giornata di ieri anche l'istituto penale minorile "Fornelli", in via Giulio Petroni, definito dal presidente dei Penalisti Starace "un modello, dove tutto funziona e dove il trattamento dei detenuti è quasi personalizzato".
Attualmente la struttura ospita 20 detenuti a fronte di una capienza di 35, dei quali 12 adulti fino ai 25 anni e 8 minori dai 14 anni, gestiti da 46 agenti e 8 educatori. "Una comunità più che un carcere" ha detto Briganti, evidenziando la presenza di progetti di ristorazione ed ebanisteria, scuola e spazi per fare sport.
ansa.it, 18 agosto 2019
Sovraffollamento, carenze igieniche nei bagni e mancanza di personale: sono alcune criticità emerse durante la visita di una delegazione del Partito Radicale oggi al carcere di Tolmezzo (Udine), dove sono detenute "234 persone, di cui 198 in alta sicurezza, a fronte di una capienza regolamentare di 149 unità".
"In ogni cella che abbiamo visitato concepita per una persona sono detenute due - dice all'Ansa Elisabetta Zamparutti, del Consiglio Generale del Partito Radicale e tesoriere di Nessuno Tocchi Caino - nei bagni delle celle non c'è acqua calda, mentre nella sezione B dell'alta sicurezza funzionano solo 1,5 docce su 3 per 50 detenuti". Nelle celle inoltre c'è "un'anacronistica rete metallica saldata alle sbarre che filtra la luce naturale e impedisce la visione all'esterno", mentre "l'illuminazione artificiale interna è insufficiente".
Per quanto riguarda il personale, aggiunge Zamparutti, "mancano in particolare educatori: dei tre previsti, solo uno è effettivamente in servizio".
E "su una pianta organica di 218 agenti di polizia penitenziaria, ce ne sono 181", i quali segnalano "un numero inadeguato di divise a disposizione". La delegazione dell'iniziativa "Ferragosto in carcere", composta tra gli altri dal segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D'Elia, è stata accompagnata dal comandante dell'istituto penitenziario Raffaele Barbieri.
Tra le altre "ombre" emerse, "un numero elevato di detenuti, 40, con patologie psichiatriche, l'assenza di un regolamento di istituto e il fatto che non siano stati ancora attivati pc per i colloqui con i familiari via internet". Note positive invece i laboratori in cui sono coinvolti i detenuti e l'occupazione di 52 persone alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria.
di Marco Foti
buongiornonovara.com, 18 agosto 2019
Il parlamentare Roberto Giachetti ha fatto il punto al termine della visita ispettiva presso il carcere di Novara, nel contesto dell'iniziativa "Ferragosto in Carcere". Problemi comuni ad altri istituti, ma anche qualche nota di speranza, come l'ottimo rapporto fra detenuti e direttrice. Se la qualità della democrazia di un Paese si può misurare dallo stato delle carceri, l'Italia non sta messa benissimo.
Lo dicono le recenti condanne e lo testimoniano diverse denunce in tal senso, le quali però non trovano molto riscontro nell'opinione pubblica, a quanto pare poco interessata a migliorare la discutibile qualità della vita dei ristretti. Non è così per il Partito Radicale, che da sempre dimostra di aver a cuore il destino dei detenuti ed anche quest'anno insieme all'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali, ha promosso l'iniziativa "Ferragosto in carcere".
Accompagnati dalla direttrice dott.ssa Rosalia Marino e dal Comandante Rocco Macrì, la delegazione aveva come capo fila il parlamentare Roberto Giachetti (Pd anche iscritto al Partito Radicale Transnazionale Transpartito) con Roberto Casonato (storico esponente radicale novarese), Ilaria Cornalba (segretaria del circolo Pd di Cerano), don Dino Campiotti (garante dei detenuti di Novara) e l'avvocato Fabio Fazio rappresentante delle Camere Penali di Novara. Tre ore abbondanti di visita, nelle quali la delegazione ha potuto scambiare almeno qualche battuta con tutti i detenuti. Come è noto, il carcere di via Sforzesca, è nato negli anni '70 come struttura di Massima Sicurezza destinata ad ospitare condannati per reati per terrorismo, con due sezioni maschile e femminile.
"Il padiglione destinato alle donne però si è deteriorato col tempo ed ora è praticamente fatiscente - ha spiegato Roberto Giachetti ai microfoni di Radio Radicale, nel commentare la visita al termine dell'approfondito giro ispettivo - malgrado la direttrice Rosalia Marino abbia presentato all'amministrazione penitenziaria diverse proposte per il recupero della struttura, che quanto meno potrebbe di molto alleggerire la pressione dovuta al sovra affollamento evidente registrato nel resto dell'edificio utilizzato per la detenzione".
La struttura è predisposta ad ospitare 158 persone, a tollerarne fino a 186, ma in realtà al momento ci sono 206 detenuti "anche se i numeri non dicono abbastanza - spiega Giachetti, certamente non nuovo ad iniziative simili - perché le stanze idealmente utilizzabili da 3 persone, al massimo da 4, prevedono invece la presenza di 6 detenuti. Una questione, quella del sovra numero che in un carcere di massima sicurezza si acuisce ancora di più, perché a gestire i casi di 41bis ci vorrebbe maggiore e più qualificato personale".
Secondo il parlamentare radicale "c'è poi un problema legato alle condizioni igienico sanitarie, perché i bagni, tutto sommato sufficientemente grandi rispetto ad altri penitenziari, sono però stati attrezzati alla belle e meglio per cucinare, con tutto ciò che ne consegue per la salubrità e la privacy". Problemi sanitari a quanto pare, anche se non meglio precisati, per quel che concerne il rapporto con l'Asl locale.
Ci sono 137 detenuti comuni, 69 in regime di 41bis (reati di mafia); 113 hanno ricevuto condanne definitive, 93 sono in attesa di giudizio, dei quali 48 imputati: 23 appellanti e 22 ricorrenti. Dei 206 ristretti in via Sforzesca, più o meno 1/3 sono stranieri (58) mentre coloro che hanno problemi di tossicodipendenza sono 12, 3 invece i casi di epatite C. A lavorare come dipendenti dell'amministrazione penitenziaria sono in 38, solo 3 coloro che operano per cooperative o imprese appaltatrici esterne per la tipografia presente nella struttura, un solo lavoratore autonomo invece fra i detenuti semi liberi.
La pianta organica prevedrebbe 195 guardie carcerarie, in realtà ne sono assunte 180, ma ad operare in effetti ci sono solo 170 agenti. Il problema esiste, ma da questo punto di vista, Giachetti che di carceri ne ha girati molti, spiega che "non è la situazione più critica che abbia visto, ciò non toglie che il problema esista, mi ha colpito invece la grande carenza di educatori e mediatori culturali, fatto che è stato lamentato un po' da tutti", mentre uno dei problemi maggiormente riscontrato proprio a Novara, riguarda la "palese difficoltà nell'ottenere udienza presso il giudice di sorveglianza" che a quanto pare deve gestire 4 case circondariali in tutto il Piemonte e quindi non può dividersi rispetto all'ammontare delle richieste ricevute. In generale un po' tutti vorrebbero poter introdurre più cibo da fuori, anche perché al di la della qualità, viene denunciato il maggior costo degli alimenti disponili all'interno della struttura, rispetto ai costi di mercato disponibili nei supermercati tradizionali.
I detenuti in regime di 41bis, faticano persino a praticare il loro diritto alla cosiddetta "ora d'aria". Dopo la recente riforma della norma infatti, per i ristretti in regime di 41bis, è possibile recarsi all'ora d'aria in un massimo di 4 persone (prima erano 8), il che unitamente agli spazi ridotti ed alla carenza di personale, rende le cose parecchio difficili e "spesso capita che debbano rinunciare a quanto previsto in realtà dalla legge, trascorrendo magari anche un giorno intero senza uscire di cella".
Particolare la situazione di alcuni detenuti stranieri, che si sono detti disponibili a scontare la loro pena nei paesi di origine, ma ai quali l'amministrazione avrebbe chiesto una "partecipazione alle spese di trasferimento", alla quale sarebbero impossibilitati, ma secondo la direttrice il problema principale sarebbe "la mancanza di tutti i documenti utili" al trasferimento stesso.
"La dottoressa Marino è una direttrice molto dinamica con grande spirito d'iniziativa - ha concluso Giachetti a Radio Radicale - ma come succede per tutte le realtà penitenziarie nazionali, trova poco riscontro nello Stato, anche visto lo scarso per non dire negativo sentimento rispetto ai problemi carcerari che si respira nell'opinione pubblica, è comunque riuscita ad ottenere qualche miglioria, soprattutto grazie alla disponibilità ed alla cooperazione dei detenuti stessi, che si sono adoperati anche in qualche lavoro di manutenzione straordinario".
Dalla delegazione c'è anche qualche nota positiva, come l'attrezzata e molto funzionale biblioteca interna, realizzata con il contributo della Camera Penale, che a quanto pare svolge un positivo ruolo di conforto ed istruzione; così come il campetto in sintetico recentemente sistemato.
Secondo Roberto Giachetti a Novara, a mitigare gli evidenti problemi riscontrati anche nella visita ispettiva e riscontrati dalle testimonianze raccolte "c'è l'ottimo rapporto di collaborazione fra la direttrice ed i detenuti, con la piena disponibilità del personale".
Un idem sentire che prova a rendere meno pesanti le carenze e le difficoltà, ma che solo parzialmente mitiga una qualità della vita che non a caso ogni anno, porta il nostro Paese a pagare un conto salato anche in termini di sanzioni, comminate all'Italia ad esempio anche recentemente dalla Corte di Strasburgo, proprio per la cattiva gestione delle carceri.
di Domenico Quirico
La Stampa, 18 agosto 2019
I guerriglieri sono cambiati: controllano il territorio, sperando in un'intesa con l'Occidente Nonostante bombe e racket Mogadiscio vuole rinascere: "Serve qualcuno che creda in noi".
La ragazza ha gli occhi spalancati, in uno spasmo verso l'alto. Ti segue con lo sguardo bianco, illividito dalla morte. Sì, in tutto quello scempio sono gli occhi che ti afferrano come una calamita. I morti sono gelosi e vendicativi, non hanno più paura di nulla, nemmeno della morte; non lasciano la presa, combattono fino all'ultimo con te che sei vivo con un coraggio freddo e testardo, pallidi e muti, gli occhi sbarrati, stravolti o da folle.
E poi ci sono i capelli della kamikaze che ha compiuto il suo orrendo lavoro: neri, densi, lunghissimi ora che il velo non li trattiene e li nasconde più. Sembrano, con gli occhi, un'altra cosa di lei che è rimasta viva, che non si rassegna a morire. Ti aspetti che si animino di colpo come le serpi a cui hanno mozzato la testa e guizzano ancora. Coprono di un velo nero quello che resta del collo, appena fili esili di carne. Sul foglio bianco si cui hanno appoggiato per terra il capo mozzato non c'è un filo di sangue: raggrumato, essiccato dalla violenza dell'esplosione. Perché il resto del corpo non c'è più. Disintegrato, intatta è rimasta la testa di Maryam, così si chiamava l'attentatrice del municipio di Mogadiscio. Davanti alla finestra del sindaco c'è lo scheletro della vecchia cattedrale: ora è un parcheggio.
Il sindaco ucciso - Quante volte abbiamo vissuto in questi anni, in mille parti del mondo, questo strazio? Lo stomaco si stringe, ti ripeti: dio fai che non metta i piedi su qualche frammento umano. E poi c'è l'odore dolce e grasso della morte, che monta, ti afferra subito nel calore. Tutta questa vita, 29 anni aveva, questa giovinezza gettata via non per spaccare il mondo e ricostruirlo migliore, semplicemente per uccidere! Come hanno fatto gli shabaab, i fondamentalisti, a convincerla, lei che aveva studiato, che lottava per aiutare profughi e malati, che era famosa? Otto persone ha ammazzato, tra loro anche il sindaco della capitale Omar Osman. Anche lui era celebre qui: lo chiamavano il piccolo ingegnere, era tornato dall'Inghilterra dove aveva trovato rifugio e un'altra vita sicura. Ma restare lontano gli sembrava un tradimento, voleva aiutare la Somalia adesso che il suo Paese cominciava a risorgere da trent'anni di guerra infinita.
Avrebbero dovuto incontrarsi, Maryam e Osman, in un frammento di vita calma, una vita come quella del passato dove la guerra e il fanatismo non esistevano, i discorsi sul futuro, che fare per rendere la Somalia migliore. Perché fuori dalle stanze devastate splende il sole, l'odore del mare ti stordisce, sulle ossa bianche di questa città si leva una striscia di cielo palpitante. Tutto è così bello e vivido e perfetto. E invece ci sono persone che uccidono, ambulanze che corrono inutilmente, cadaveri in fila uno accanto all'altro.
Ci sono luoghi in cui da trent'anni, trent'anni!, arrivi e ti pare che la guerra sia sull'intero pianeta che ovunque tutti ammazzino tutti, che il dolore abbia impregnato ogni angolo di questo mondo raggiungendo anche te anche il luogo dove vivi. Non può essere diversamente.
La città viva - Ma fuori dal municipio della strage, a poca distanza, c'è l'oceano, il tiepido azzurro oceano profondo. Increspato dal vento, tutto arricciato di lunghe onde. Sulla spiaggia ragazze esili sfilano avvolte in pepli coloratissimi, alcune si pettinano guardando il cielo come se si guardassero in uno specchio. I caffè divorano gli uomini a piena gola. Buon segno. Bande di ragazzi corrono qua e là; scalzi, vestiti di stracci corrono gridando, sudati esaltati, presi da qualche gioco avventuroso. Ma poi li ritrovi nelle discariche, attenti come operai silenziosi, a cercare rifiuti ancora utili. Famiglie di mosche grasse e pigre dalle ali dorate ronzano quiete.
Sì Mogadiscio vive rinasce palpita riedifica sé stessa. Soldati in nera uniforme sorvegliano i cantieri dei nuovi palazzi. Svetta, alta montagna di cemento e di acciaio, quella che sarà la torre di un albergo a cinque stelle. Le sottili matite dei minareti ne escono umiliate. Lo costruisce una vecchia conoscenza degli italiani, Ali Madhi, che fu presidente della Somalia dei signori della guerra. Mezza città era sua, lui conosce tutti i nostri segreti di allora, i destreggiamenti, le nostre vastissime indulgenze. Ha attraversato immune questi decenni di dogmatismi invasati, armato gesuiticamente di traffici e business. Scommette denaro sulla rinascita di Mogadiscio, unendo il suo capitale ai soldi della diaspora, a quelli che tornano dopo decenni dai rifugi in Uganda, in Kenya, negli Emirati. Tornano per restare.
I terroristi sono cambiati - Dicono che sia lui a pagare agli shaabab una grossa quota di tangenti per non colpire i suoi cantieri. I talebani del Corno d'Africa, senza che noi ce ne accorgessimo, sono cambiati. Controllano, armi in pugno, ancora vaste zone del Paese, soprattutto a sud verso il confine keniota. Ma alla guerra santa hanno affiancato il racket. Si calcola che soltanto Mogadiscio renda loro ogni anno trenta milioni di dollari. Come molte organizzazioni rivoluzionarie dall'Eta basca alle colombiane Farc è scivolata dalle prepotenze salafite a quelle del malaffare. Riesce ormai difficile, forse anche ai miliziani nella ipocrisia farisaica che mescola tangenti mafiose e attentati kamikaze, stabilire quale siano quelle a cui dedicare maggior malizia, separare il penitenziale, il politico e il criminale. Intanto shabaab "pentiti" si infiltrano nell'apparato dello Stato. E solo noi continuiamo, nel nostro primitivo semplicismo, a pensare che il problema si risolverà con qualche drone ben piazzato. Gli shabaab come i talebani guadagnano tempo. Sanno che alla fine anche la nostra pazienza cederà e si prospetterà una soluzione appunto afgana: in cambio di una onorevole ritirata lasceremo loro il potere.
Eppure incontri straordinari esempi somali di tenacia e di volontà di ricostruire. Come Abdirisak Amin che ha il compito di cercare in Europa investimenti economici per la Somalia e che ha scelto come base l'ambasciata a Roma. "Finora la Turchia ha fatto la parte del leone, ritagliandosi spazi importanti. Ma noi vogliamo anche altri partner - prosegue - l'esempio dell'italiana Leonardo che si è assicurata la costruzione dei radar in tre aeroporti. Altri speriamo abbiano lo stesso coraggio. Il mio è un Paese difficile, certo, i terroristi controllano ancora parte del territorio anche se ormai si dedicano soprattutto alle estorsioni. Chi vuole tornare nella legalità sarà accolto e perdonato. Ma per vincerli ci vuole sviluppo e ricostruzione". "Dopo 30 anni di guerra civile tutto va rimesso in piedi, aeroporti, strade, opere idriche, i tribunali. E il sistema giudiziario per cui l'Italia potrebbe esser fondamentale - conclude Abdirisak Amin - Noi registriamo chi vuole venire a operare in Somalia, li assistiamo nella logistica e nella sicurezza. Credetemi, è una scommessa che funzionerà. È una grande sfida anche per l'Europa".
di Roberto Saviano
L'Espresso, 18 agosto 2019
Sono paesi ricchi, certo. Ma vengono negati i più elementari diritti civili. E i cittadini muoiono di atti violenti o per le carenze del sistema sanitario. Nella Russia di Putin essere all'opposizione significa finire in prigione. Ljubov Sobol, 31 anni, attivista russa, è stata arrestata mentre si recava alla manifestazione organizzata a Mosca dopo che 57 candidati indipendenti erano stati esclusi dalla corsa alla Duma per le elezioni del prossimo 8 settembre. Era rimasta solo lei a guidare la protesta in piazza contro Putin. In circa un mese di proteste, tutti gli altri attivisti sono finiti in carcere. Ljubov era stata già arrestata ma poi rilasciata perché madre di una bimba di 5 anni. Da allora aveva iniziato uno sciopero della fame. Poi arriva l'arresto, insieme ad altri 800 manifestanti che chiedono elezioni democratiche e non la solita farsa putiniana.
Più a Est, assistiamo da anni a un attacco proditorio da parte del Governo cinese all'accordo siglato con il Governo inglese "One Country, Two Systems" (Un Paese, due Sistemi) che garantisce, a partire dal primo luglio 1997, 50 anni di indipendenza da Pechino ad Hong Kong. La legge sull'estradizione interromperebbe lo status speciale della ex colonia e, anche se la governatrice Carrie Lam ha revocato il provvedimento, spingendosi a dichiararlo "morto", le proteste non si fermano. La legge che dovrebbe portare gli indagati di Hong Kong direttamente in Cina per essere processati da una parte delineerebbe una considerevole diminuzione della autonomia promessa a quel territorio fino al 2047, dall'altra metterebbe a rischio gli avversari politici del governo centrale di Pechino.
E qui, negli ultimi scontri, accade qualcosa, un punto di non ritorno: nella stazione di Yuen Long uomini in maglia bianca, armati di spranghe aggrediscono i manifestanti. 45 persone sono rimaste ferite e si sospetta che i loro assalitori siano appartenenti alle Triadi, un'organizzazione mafiosa cinese. La polizia di Hong Kong sarebbe rimasta ad assistere senza intervenire o, peggio, sarebbe intervenuta solo tardivamente, come ha denunciato il parlamentare Lam Check-Ting, anche lui ferito negli scontri: "Hong Kong permette alle Triadi di fare quello che vogliono, di assalire la gente per strada?". Ma la Cina avverte - sarebbe meglio dire minaccia - i manifestanti di Hong Kong e li dissuade dallo "scherzare con il fuoco". I cittadini diventano nemici e i fatti si possono ribaltare a proprio uso, come è abituato a fare il nemico numero 1 di Pechino, Donald Trump.
Spostiamoci quindi a Ovest, negli Stati Uniti d'America, nello stato più ricco del Terzo mondo. Sì, avete letto bene; perché non basta gestire il potere economico per uscire dal Terzo mondo o per non entrarci, è necessario che esista uno Stato di Diritto che consenta alle persone di non morire di violenza o di malattia. Di violenza come è accaduto a Chicago alle due donne che stavano manifestando contro il dramma che la presenza massiccia e praticamente indiscriminata di armi porta con sé. Chantell e Andrea sono state raggiunte da colpi esplosi da un'auto in corsa. Nella sola capitale del Michigan, ogni anno, sono circa 600 le vittime da arma da fuoco e nonostante queste cifre Trump accusa i media di raccontare fake news, di creare panico e alimentare la tensione. Nelle ultime settimane negli Stati Uniti sono morte nei due attentati di El Paso, in Texas, e Dayton, in Ohio, 31 persone. Di più, non è forse da Terzo mondo far morire oggi pazienti che hanno bisogno di iniezioni di insulina per l'elevato costo delle cure? E continuare liberamente a utilizzare l'amianto nell'edilizia?
Russia, Cina e Usa: a questi tre (più o meno) ricchi paesi del Terzo mondo i nostri governanti volgono il loro sguardo e mentre lo fanno mi sento orgoglioso di appartenere a qualcosa di profondamente diverso, mi sento orgoglioso di essere europeo. L'Europa ha una storia radicata non nelle tradizioni da difendere dall'invasore, ma nella cultura del diritto, nel rispetto dell'individuo, della sua vita e della sua salute. Delle sue idee e delle sue inclinazioni.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 18 agosto 2019
Scambio di lettere tra il premier e il leghista. Che cede alla richiesta di far scendere almeno i minori. Ma precisa: "La responsabilità è tua". Non si parlano. Né di persona né al telefono. Ma si scrivono, forse perché scripta manent e, come ha sottolineato non senza polemica Giuseppe Conte a Ferragosto, "per migliore trasparenza anche nei confronti dei cittadini". Che tradotto significa che la fiducia che dovrebbe legare gli (ormai ex) alleati di governo è cosa del passato e quindi ognuno si assume la responsabilità delle decisioni che prende.
È per questo che alla seconda lettera che il premier gli invia in due giorni, questa volta per chiedere che dalla nave Open Arms vengano fatti scendere almeno i minori, Matteo Salvini risponde facendo attenzione a mettere bene in chiaro le cose: "Autorizzo lo sbarco, ma è una scelta del premier e rappresenta un precedente pericoloso", dice il ministro dell'Interno. È un modo per obbedire e smarcarsi allo stesso tempo, per continuare il gioco di chi sta al governo ma anche all'opposizione, una risposta alla pancia del Paese ma anche un gesto di attenzione verso quell'alleato che, dopo averlo sfiduciato platealmente, con una marcia indietro che sa di disperazione il leghista cerca ora di recuperare in tutti i modi.
È sulle navi delle Ong che si consuma il miglio finale che separa Matteo Salvini da quando, martedì al Senato, Conte gli chiederà la fiducia. E lo scambio di lettere tra i due rappresenta il termometro di questo scontro. Dopo 14 mesi di silenzio-assenso suo e del Movimento 5 Stelle il premier sembra aver improvvisamente trovato consapevolezza del proprio ruolo, un cambio di passo frutto probabilmente anche delle pressioni che a livello internazionale gli arrivano per una situazione che diventa più imbarazzante ogni giorno che passa, con 134 migranti imprigionati da 16 giorni sulla nave della ong spagnola.
"È necessario che sia autorizzato lo sbarco immediato delle persone di età inferiore agli anni 18 presenti a bordo della nave Open Arms" scrive quindi il premier, ricordando come dall'Europa siano arrivate aperture all'accoglienza a prescindere dall'età dei migranti: "Ci è stata confermata la disponibilità di una pluralità di Paesi - scrive Conte - (Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna) a condividere gli oneri dell'ospitalità per tutte le persone di cui ci stiamo occupando, anche indipendentemente dalla loro età".
A Salvini il nuovo corso non piace ma si adegua, almeno in parte. "La linea del Viminale non cambia" si affretta infatti a precisare, ma poi dispone lo sbarco di quelli che definisce sempre "presunti" minori. E lo fa, come ci tiene a sottolineare in un tentativo di riavvicinamento al M5S, con "spirito di collaborazione". "Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della nave Open Arms", è la risposta a Conte del ministro.
"Darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizione affinché non vengano frapposti ostacoli all'esecuzione di tale tua esclusiva determinazione". Senza per questo cambiare linea, ribadisce Salvini, "per evitare che la tua decisione per il caso Open Arms costituisca un pericoloso precedente per tutti coloro che potranno ritenere normale individuare il nostro paese come unico responsabile dell'accoglienza e dell'assistenza di tutti i minori non accompagnati (o presunti tali) presi a bordo in qualsiasi angolo del Mediterraneo o del mondo". E ieri sera, dopo che il primo gruppo di minori era sbarcato e trasferito all'hotspot di Lampedusa, il ministro ha twittato: "Mi riferiscono da Lampedusa che dei 27 immigrati per i quali è stato ordinato lo sbarco in quanto minorenni, già 8 si sono dichiarati maggiorenni! Vedremo gli altri... Dopo i "malati immaginari", ecco i "minorenni immaginari".
Punzecchiature, quelle del leghista, che però non cambiano la sostanza delle cose e soprattutto il momento di difficoltà attraversato. Dopo essere stato contraddetto prima dal Tribunale di minori di Palermo e poi dal Tar, Salvini sa che potrebbe dover fare i conti con un nuovo caso Diciotti. E questa volta con il rischio di non poter più contare sull'aiuto che in passato gli hanno fornito gli alleati 5 Stelle.
di Diana Pompetti
Il Centro, 18 agosto 2019
Una delegazione incontra detenuti: "Realtà difficile, anche per gli agenti di polizia che sono pochi" Appello per una mamma in cella con la figlia di tre mesi: "Respinte le istanze per i domiciliari". A testimoniare una presenza mai occasionale il ricordo di Marco Pannella che i detenuti nel carcere della sua Teramo li incontrava più volte l'anno per andare, come diceva, "oltre le sbarre". Lo sa bene Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale, che tra le visite programmate nelle carceri italiani durante Ferragosto ha scelto proprio Teramo e che appena uscito da Castrogno dice alla cronista: "Ora andiamo al cimitero a trovare Marco".
I temi restano gli stessi perché nonostante interrogazioni e proposte di legge poco o nulla è cambiato, a cominciare da quel sovraffollamento che fa dell'istituto teramano uno dei più pieni d'Abruzzo e d'Italia con i suoi quasi quattrocento reclusi a fronte di una capacità di circa duecento. "Un sovraffollamento che va ben oltre le percentuali della media nazionale", dice Turco, "in una realtà sicuramente difficile anche per la carenza di agenti della polizia penitenziaria con una presenza molto al di sotto della pianta organica".
A sollevare l'attenzione della delegazione anche la questione legata alla gestione sanitaria, in particolare per quanto riguarda la presenza di malati psichiatrici. Una questione più volte evidenziata in passato dagli stessi sindacati degli agenti di polizia penitenziaria visto che il carcere teramano è l'unica struttura che garantisce una presenza medica di 24 ore su 24 e proprio per questo vede la presenza di un alto numero di detenuti malati psichiatrici che arrivano anche da fuori regioni.
"In questo riteniamo ci siano delle responsabilità a livello dell'azienda sanitaria locale visto che la gestione della sanità in carcere oggi dipende dalla Asl", dice Turco, "abbiamo constatato una massiccia presenza di detenuti malati psichiatrici e quindi difficili da poter gestire anche in considerazione del numero di agenti notevolmente inferiore a quello previsto". E questo in un istituto che pur non avendo reclusi in regime di 41bis ospita vari settori, tra cui l'alta criminalità e la sezione protetti.
E poi c'è la questione legata alle detenute mamme. "C'è una nigeriana in attesa di processo che è in cella con la sua bambina di tre mesi", dice l'avvocato Enrico Miscia dell'Unione Camere Penali con cui il Partito Radicale ha organizzato gli incontri, "le istanze fatte per i domiciliari sono state tutte respinte". Il reparto femminile del carcere di Castrogno ospita detenute che arrivano da ogni angolo della regione, dalle Marche e dal Lazio.
Tre anni fa a Teramo è stata inaugurata una sezione femminile a trattamento avanzato con l'ex caserma vigilatrici che, grazie al mondo del volontariato, è stata recuperata e trasformata: quattro camere da letto per una mamma e un figlio, una sala giochi, una cucina. Tutto quello che serve, anche se vivi in un carcere, per respirare aria di casa.
Ma oggi è chiusa e così per mamme e piccoli c'è solo la cella. Paradossi di un'Italia in cui a leggere le condanne che periodicamente arrivano dalla Corte europea dei diritti dell'uomo appare evidente come poco o nulla sia cambiato sul fronte degli istituti penitenziari sempre più affollati, con sempre meno agenti di polizia penitenziaria e progetti rieducativi ancorati a fondi sempre più inconsistenti.
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