di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 4 ottobre 2019
Oltre alla pena per gli autori del pestaggio per l'accusa è da assolvere Francesco Tedesco per l'omicidio preterintenzionale: per lui "una condanna a 3 anni e 6 mesi". "Vi chiedo di condannare per omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro a 18 anni di carcere e per il falso e calunnia Roberto Mandolini a 8 anni e Vincenzo Nicolardi, e di assolvere Francesco Tedesco per l'omicidio preterintenzionale ma di condannarlo a 3 anni e 6 mesi per falso nei confronti della polizia penitenziaria": le richieste del pubblico ministero Giovanni Musarò chiudono la requisitoria del processo Cucchi bis, durante la quale sono stati ripercorsi i passaggi più importanti dal punto di vista processuale (ascolta qui il podcast di Giovanni Bianconi che ricostruisce l'intera vicenda).
Secondo il pm "questo non è un processo all'Arma, ma è un processo contro cinque carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte". E Musarò aggiunge: "Per sgombrare definitivamente il campo da strumentali insinuazioni, non si può sottacere che straordinaria importanza ha assunto la costituzione di parte civile del Comando generale dei carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi. Depistaggi che in alcuni passaggi hanno toccato picchi da film dell'orrore. La responsabilità è stata scientificamente indirizzata verso tre agenti della polizia penitenziaria. Ma il depistaggio ha riguardato anche un ministro della Repubblica che è andato in Senato e ha dichiarato il falso davanti a tutto il Paese, basandosi su falsi documenti. Parliamo del fatto che è stato costruito un atto falso in una caserma dei carabinieri".
Dopo due anni di dibattimento la discussione si avvia verso la conclusione. Il momento più significativo era venuto dalle rivelazioni in aula dell'imputato Francesco Tedesco il quale aveva ricostruito i momenti successivi all'arresto di Stefano Cucchi: "Cucchi e Di Bernardo (il carabiniere Raffaele Di Bernardo ndr) cominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi per cui Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D'Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all'altezza dell'ano... fu un'azione combinata" aveva rivelato l'imputato l'11 ottobre 2018.
In seguito alla morte di Stefano Cucchi era scomparsa una relazione dello stesso Tedesco sul pestaggio, ha raccontato Tedesco assistito dal suo avvocato Eugenio Pini: "Pensavo - ha detto - che di lì a breve mi avrebbe convocato il maresciallo Mandolini per chiedermi conto dell'annotazione ma io ero determinato ad attestare quanto era accaduto. Qualche giorno dopo, invece, mi resi conto che, sulla copertina del fascicolo, era stato cancellato con un tratto di penna quello che avevo scritto e che le due annotazioni erano scomparse".
La testimonianza è importante anche ai fini della ricostruzione del depistaggio che sarà affrontato al processo ter (inizierà il 12 novembre prossimo). Infine ci sono le dichiarazioni del collegio dei periti presieduto dal professor Francesco Introna che per la prima volta, a giugno, ha ammesso l'esistenza di un nesso fra il pestaggio e la morte di Stefano Cucchi. "Nessuno può avere certezze - ha detto Introna - però, se non ci fosse stata la frattura trasversale del bacino (causata dalle botte, ndr), Cucchi non sarebbe stato ospedalizzato in quelle condizioni". La sentenza potrebbe arrivare già il 6 novembre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
L'ergastolano, in cella da 41 anni, è affetto da una grave sclerodermia polmonare. Finalmente disposta, in via provvisoria, la misura domiciliare per gravi motivi di salute all'ergastolano Mario Trudu. Dopo 41 anni di carcerazione e dopo ormai anni di tribolazione, una piccola, ma importante battaglia è stata vinta dal suo legale, l'avvocata Monica Murru che con ostinazione ha combattuto, a colpi di referti medici e istanze, per garantire il diritto di salute al 69 enne Trudu, il quale è affetto da una grave sclerodermia polmonare: da oltre un anno nella Casa di Reclusione di Massama aspetta che gli vengano applicate le cure necessarie, nonostante il pronunciamento della magistratura di sorveglianza di Cagliari.
Inoltre, come se non bastasse, gli è stato diagnosticato un adenocarcinoma alla prostata per il quale sono previsti, in linea di massima, tre mesi di terapia ormonale seguiti da 30 sedute di radioterapia. "Il tipo di patologia di più recente diagnosi - osserva il magistrato di sorveglianza che ha disposto i domiciliari - e la necessità di terapia da prestarsi (per altro in luogo esterno di cura) con cadenza quotidiana, rendono il complessivo stato di salute del detenuto tale da aggravare oltremodo la sofferenza che normalmente e necessariamente la carcerazione comporta per chiunque vi sia sottoposto, determinando una sproporzione fra la sanzione e il reato, rendendo la prima contraria al senso di umanità". Per questo motivo, la magistratura di sorveglianza di Cagliari ha disposto il differimento provvisorio dell'esecuzione della pena presso l'abitazione della sorella. Ovviamente con tutti i divieti del caso, come il non allontanarsi dal domicilio assegnato, mantenere costanti contatti con l'Uepe di Nuoro e non avere contatti con persone diverse dai familiari conviventi. Ovviamente è autorizzato a recarsi presso ambulatori, servizi sanitari e ospedalieri.
Ricordiamo che proprio qualche settimana fa è stata indetta una conferenza stampa promossa da Maria Grazia Caligaris, la presidente di "Socialismo diritti riforme", volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle gravi condizioni di salute dell'anziano arzanese.
È intervenuto Luca Lacivita, reumatologo, del reparto di Medicina dell'ospedale San Martino, che ha fatto una specifica relazione: "Si tratta di una malattia invalidante che se non curata adeguatamente può provocare la morte". È intervenuta anche la camera penale di Oristano tramite la sua presidente Maria Rosaria Manconi: "Noi aderiamo convintamente alla richiesta di giustizia di Mario Trudu e auspica che, nel rispetto dei principi costituzionali della umanizzazione e della funzione rieducativa della pena, vengano quanto prima adottati i provvedimenti necessari affinché venga garantito il diritto alle cure e alla vita stessa".
Nel sottolineare le difficili condizioni anche psicologiche di Mario Trudu, il fratello Danilo e la nipote Maria Assunta Mancosu, hanno espresso preoccupazione per la situazione sanitaria. "Chiediamo solo la possibilità - hanno detto - di farlo curare adeguatamente, non altro".
Il diritto alla salute è previsto dall'articolo 32 della Costituzione e viene prima di ogni altra esigenza di giustizia. Non a caso, in una sentenza del 2010, la Cassazione ha chiarito la necessità di tener sempre presente "indipendentemente dalla compatibilità o meno dell'infermità del detenuto con le possibilità di assistenza e cura offerte dal sistema carcerario" anche l'esigenza di "non ledere comunque il fondamentale diritto alla salute ed il divieto di trattamenti contrari all'umanità", posto che essere malati in carcere "porta ad una sofferenza aggiuntiva, derivante proprio dalla privazione dello stato di libertà in sé e per sé considerato e questo nonostante la fruibilità di adeguate cure in stato di detenzione".
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2019
Corte Ue - Sentenza 3 ottobre 2019, Causa C-18/18. Facebook, come gli altri prestatori di servizi di hosting, a seguito di una ingiunzione, sono tenuti a rimuovere commenti identici e, a certe condizioni, equivalenti a un commento precedentemente dichiarato illecito. Lo ha stabilito la Corte Ue, con la sentenza nella causa C-18/18, aggiungendo che la Direttiva sul commercio elettronico non osta neppure a che tale ingiunzione produca effetti a livello mondiale, nell'ambito del diritto internazionale pertinente di cui spetta agli Stati membri tener conto.
Il caso era quello di una deputata austriaca che aveva citato Facebook Ireland nel proprio paese chiedendo che cancellare un commento pubblicato, da un utente su tale social network, lesivo del suo onore nonché affermazioni identiche e/o dal contenuto equivalente. E la Corte suprema ha chiesto lumi alla Corte di giustizia di giustizia.
Secondo la direttiva citata, spiega la decisione, un prestatore di servizi di hosting, quale Facebook, non è responsabile delle informazioni memorizzate qualora non sia a conoscenza della loro illiceità o qualora agisca immediatamente per rimuoverle. Tale esonero da responsabilità non pregiudica tuttavia la possibilità di ingiungere al prestatore di servizi di hosting di porre fine ad una violazione o di impedire una violazione, in particolare cancellando le informazioni illecite o disabilitando l'accesso alle medesime. Per contro, la direttiva vieta di imporre a un prestatore di servizi di hosting di sorvegliare, in via generale, le informazioni da esso memorizzate o di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.
La direttiva sul commercio elettronico, prosegue la Cgue, non osta a che un giudice di uno Stato membro possa ingiungere a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un'informazione precedentemente dichiarata illecita o di bloccare l'accesso alle medesime.
Purché però la sorveglianza e la ricerca delle informazioni siano limitate a informazioni che veicolano un messaggio il cui contenuto rimane sostanzialmente invariato rispetto a quello che ha dato luogo alla dichiarazione d'illeceità e purché le differenze nella formulazione non siano tali da costringere il prestatore di servizi di hosting ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto. Il prestatore di servizi di hosting può quindi ricorrere a tecniche e mezzi di ricerca automatizzati. Infine è legittima anche la richiesta di rimuovere le informazioni oggetto dell'ingiunzione o di bloccare l'accesso alle medesime a livello mondiale, nell'ambito del diritto internazionale pertinente, di cui spetta agli Stati membri tener conto.
welfarenetwork.it, 4 ottobre 2019
Si è tenuto ieri mattina presso la Casa Circondariale di via Cà del Ferro l'incontro fra gli esponenti dei Radicali cremonesi, Gino Ruggeri e Sergio Ravelli, e il direttore dott.ssa Rossella Padula. L'incontro, al quale ha partecipato anche il comandante Isp. Sup. Pierluigi Parentera, ha avuto un esito molto positivo.
Anche a Cremona sarà attivato il servizio in abbonamento di posta rapida "Zeromail" che consentirà a tutti i detenuti l'invio e la ricezione di lettere in tempi drasticamente ridotti e con un significativo risparmio di denaro.
La dott.ssa Padula ha comunicato di aver già provveduto all'invio di una proposta scritta di convenzione con Zerografica, la cooperativa sociale nata all'interno del carcere di Milano-Bollate su iniziativa di persone detenute. Tale convenzione permetterà l'assunzione di un detenuto del carcere di Cremona in base all'art. 21 dell'Ordinamento Penitenziario (lavoro esterno) per lo svolgimento di tale servizio presso una cooperativa sociale della città.
Il servizio sarà attivo dopo la conclusione della procedura autorizzativa da parte del Provveditorato Regione dell'Amministrazione Penitenziaria. Esprimiamo il nostro grande apprezzamento per la sensibilità e la disponibilità dimostrata dal direttore della Casa Circondariale e dagli operatori penitenziari.
Un piccolo, ma importante, passo può essere compiuto al fine di incoraggiare i contatti dei detenuti con il mondo esterno, a partire dai propri affetti familiari, in vista della loro possibile riabilitazione.
giornaledibrescia.it, 4 ottobre 2019
Un detenuto l'avrebbe contratta (probabilmente fuori dal carcere), uno potrebbe essere stato contagiato in cella, mentre gli altri dieci compagni che la condividevano sono stati precauzionalmente sottoposti a profilassi e messi in isolamento sanitario in modo che la malattia, per ora ampiamente sotto controllo, non si diffonda. Si parla di scabbia.
L'allarme è scattato nelle scorse ore, quando uno degli ospiti di Canton Mombello, arrivato da poco, secondo fonti interne, è stato sottoposto ad un controllo sanitario, in seguito al quale la direzione del carcere ha disposto il suo trasferimento al Civile per accertamenti. Accertamenti risultati positivi proprio alla scabbia. Il detenuto è stato curato in ospedale e dimesso nel volgere di poche ore e, con una prognosi non particolarmente grave, riportato a Canton Mombello, dove ora è in isolamento sino alla guarigione. Contestualmente, nel carcere di via Spalti San Marco, sono scattati i protocolli sanitari del caso. L'altra decina di detenuti più a stretto contatto con l'uomo risultato infetto è stata sottoposta alla profilassi del caso e trasferita in una cella ad hoc. Una sorta di quarantena in attesa di stabilire se il parassita isolato nell'ex compagno di detenzione ha avuto tempo e modo di diffondersi. Al momento i dubbi riguarderebbero una sola persona. Decisive saranno le prossime ore.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 4 ottobre 2019
Entro fine ottobre arriveranno i rilevatori portatili per individuarli e bloccare le frequenze. La lettera del direttore generale del Ministero della Giustizia è arrivata nei giorni scorsi. Porta la firma di Massimo Parisi e annuncia la guerra ai telefonini in carcere: "Entro la fine di ottobre verranno distribuiti agli agenti i rilevatori di cellulari e di dispositivi elettronici".
Poche righe per rispondere a Roberto Santilli, segretario del Sinappe (sindacato della polizia penitenziaria), che nelle scorse settimane, come anche la Cgil, aveva sollecitato il dipartimento a fare qualcosa contro il ritrovamento di telefonini durante le perquisizioni ai detenuti. Una piaga presente in tutti gli istituti di detenzione e, non ultimo, in quello della Dozza.
Quindici i ritrovamenti dall'inizio dell'anno a Bologna. L'ultimo in ordine di tempo ieri mattina, segnalato con una nota dalla Fp-Cgil. Scrive il sindacato: "Durante un'operazione di perquisizione ordinaria in alcuni reparti di detenzione del secondo piano, e stato rinvenuto un telefono iPhone ed il rispettivo carica batterie completamente funzionanti".
L'invito del sindacato è a intervenire con provvedimenti finalmente risolutivi contro quella che sembra essere diventata una piaga, oltre che una pericolosa beffa al sistema carcerario. Apparecchi, con schede telefoniche estere, che consentono ai detenuti più pericolosi di tenere contatti diretti con l'esterno della Dozza.
Una volta, a passare tra le sbarre erano i microtelefoni, ma da qualche tempo si cominciano a vedere cellulari di ultima generazione. I quindici telefonini scoperti nel penitenziario bolognese dal primo gennaio scorso sono stati trovati nelle celle di italiani. Ma a prescindere dalla spessore criminale del singolo detentore, la preoccupazione maggiore è che si tratti di strumenti utilizzati da affiliati e boss della criminalità organizzata.
L'ipotesi è che si tratti di un modo per comunicare, impartire e ricevere ordini, per dare continuità a attività criminale d'ogni genere. Quindici episodi in meno di 10 mesi sono tanti. Troppi per il Sinappe, che lo ha messo nero su bianco il 17 settembre in una lettera ai vertici della casa circondariale e del dipartimento.
Numeri che sono il sintomo di un sistema carcerario "permeabile". Falle contro cui la polizia Penitenziaria continua a combattere una battaglia impari, uno svilente gioco di guardie e ladri. Ma come entrano i telefonini nelle celle dei detenuti? "Quella delle guardie "infedeli" è solo una delle spiegazioni - dice Nicola d'Amore del Sinappe - Potenzialmente chiunque potrebbe introdurre un telefonino in carcere. In astratto potrebbero farlo medici e infermieri, educatori, gli avvocati e persino i volontari.
I controlli ci sono, tuttavia il personale è poco e male attrezzato. Una volta dentro, il cellulare può passare di mano in mano facilmente". Una cosa è certa: i detenuti che usano gli apparecchi per chiamare fuori dal carcere non lo fanno per parlare con figli, mogli o madri. In questo senso, tutte le carceri italiane infatti consentono contatti telefonici settimanali ed è quindi logico che i telefonini servono per comunicazioni riservate.
"Il tema - spiega ancora d'Amore - non è quello dei rapporti con i familiari, che noi riteniamo indispensabili per la serenità dei detenuti, ma quello della liceità delle comunicazioni". Da qui le continue perquisizioni degli operatori che, nelle prossime settimane, avranno in dotazione anche i rilevatori in grado di individuare cellulari (anche spenti) e apparecchiature elettroniche. Supporti tecnici a cui nei prossimi mesi potrebbero aggiungersene altri.
Il dipartimento ha infatti in animo di mettere in funzione gli "jammer" per inibire frequenze telefoniche e apparati rilevatori di traffico di fonia e dati. Attrezzature sofisticate per l'uso delle quali saranno fatti dei corsi di formazione.
agenziadire.com, 4 ottobre 2019
In Lombardia ci sono circa 8.500 detenuti di cui circa 3.500 a Milano. Più del 33% sono stranieri e circa il 40% ha alle spalle una storia di tossicodipendenza. I problemi principali che si incontrano, a livello sanitario, tra i detenuti sono, tra i vari, la tossicodipendenza, il disagio psichico, le malattie infettive, le malattie croniche come ad esempio la bronchite cronica.
Se ne parla a Milano, presso l'Auditorium Testori del Palazzo Lombardia, durante la prima giornata del XX Congresso Nazionale Simspe, Agorà Penitenziaria 2019, intitolato "Il carcere è territorio". Circa 200 i partecipanti, provenienti da tutta Italia. L'appuntamento, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit - Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, presieduto dal Roberto Ranieri, Coordinatore Sanità Penitenziaria Regione Lombardia, rappresenta il momento di confronto fra tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di sanità e di salute all'interno degli Istituti Penitenziari e che intende fornire spunti per una riflessione approfondita del fare Salute in carcere.
La regione Lombardia conta 18 istituti penitenziari sui 190 nazionali. Qui la capienza regolamentare stabilita per decreto dal ministero della Giustizia sarebbe di 6.199 detenuti, ma l'ultimo censimento ufficiale ha contato 8.472 reclusi (1.306 già condannati ma non in via definitiva e 1.098 ancora in attesa del primo grado di giudizio). Queste stime confermano che la Lombardia è la regione d'Italia con il maggior numero di detenuti. A seguire la Campania (7.606), il Lazio (6.483) e la Sicilia (6.396). In un clima altamente esplosivo.
"La regione Lombardia presenta una caratteristica: qui la salute penitenziaria resta in carico alle Aziende Ospedaliere, mentre nelle altre ragioni italiane è gestita dalle ASL - dichiara Roberto Ranieri, Presidente del XX Congresso Simspe - L'accesso alle cure è garantito con pari dignità rispetto al cittadino libero in tutte le Regioni, ma alcune, soprattutto quelle autonome, non hanno ancora applicato tutti i criteri previsti nel decreto di passaggio dal Ministero della Giustizia a quello del Welfare che risale all'aprile 2008".
L'attualità insegna che gli abusi fisici nelle carceri esistono, seppur se ne parli pochissimo. Un argomento spinoso, delicato, ma che deve essere comunque affrontato, così da trovarne soluzioni e correzioni nelle pratiche. Secondo i dati dell'Osservatorio Antigone, nel corso del 2018 si sono registrati 120 nuovi casi, quindi un episodio ogni tre giorni, relativi a presunti abusi, maltrattamenti, diritti non rispettati e condizioni strutturali allarmanti. Sono inoltre aumentate le violenze carnali tra detenuti e quadruplicate, secondo il Sindacato Penitenziari, le aggressioni nei confronti dei poliziotti penitenziari.
"Nelle nostre carceri possiamo distinguere due tipi di riferiti abusi - specifica il Dott. Ranieri - quelli legati a violenza anche sessuale tra detenuti e quelli operati dal personale di polizia penitenziaria. Dei primi c'è poca conoscenza, anche perché i detenuti stessi preferiscono non ammetterli, i secondi sono sicuramente in diminuzione, anche per un'azione decisa dell'Amministrazione Penitenziaria".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2019
Corte costituzionale - Sentenza 3 ottobre 2019 n. 219. L'illegittimità della perquisizione non ha come conseguenza l'inutilizzabilità a fini probatori del sequestro del corpo del reato che resta un atto dovuto. La Consulta, sentenza n. 219 di oggi, ha dichiarato inammissibile in quanto avrebbe richiesto un intervento additivo e manipolativo del codice di procedura penale, la questione di costituzionalità proposta dal Gup di Lecce in relazione alla utilizzabilità della prova raggiunta in modo non corretto.
A seguito di una perquisizione personale eseguita dai Carabinieri nei confronti dell'imputato per asseriti "atteggiamenti sospetti", gli erano stati trovati in tasca tre involucri di sostanza stupefacente. A questo punto i militari avevano esteso la perquisizione all'abitazione, dove avevano rinvenuto il resto della droga sottoposta a sequestro. Così stando le cose, secondo il giudice rimettente si sarebbe dovuta desumere l'automatica "inutilizzabilità" degli atti di sequestro, attraverso il "trasferimento" su di essi dei "vizi" relativi agli atti di perquisizione personale e domiciliare dai quali i sequestri sono scaturiti.
Per la Consulta, la tesi secondo la quale la illegittimità della perquisizione dovrebbe condurre - come soluzione costituzionalmente imposta - alla "inutilizzabilità" del sequestro del corpo del reato, "secondo la nota teoria dei "frutti dell'albero avvelenato", rinverrebbe la propria ragion d'essere nella circostanza che l'art. 191 c.p.p. svolgerebbe una funzione di tipo "politico costituzionale", disincentivando le violazioni finalizzate all'acquisizione della prova". In tal modo però osserva la Consulta si "finisce ineluttabilmente per coinvolgere scelte di "politica processuale" che la stessa Costituzione riserva al legislatore". Il giudice del rinvio cioè si pone un obiettivo ben specifico: "disincentivare gli abusi (o quelli che lui ipotizza esser tali) rendendo gli abusi stessi "non paganti" sul piano processuale, attraverso un passaggio che estende ad un atto in sé valido (il sequestro) la illegittimità (e inutilizzabilità) di quello che ne costituisce la occasio (la perquisizione ed ispezione)".
La questione sollevata nell'ordinanza di rimessione, infatti, è proprio la seguente: va dichiarata l'illegittimità dell'articolo 191 del Cpp" nella parte in cui non prevede che la sanzione dell'inutilizzabilità ai fini della prova riguardi anche gli esiti probatori, ivi compreso il sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, degli atti di perquisizione ed ispezione compiuti dalla p.g. fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge o comunque non convalidati dall'A.G. con provvedimento motivato, nonché la deposizione testimoniale in ordine a tali attività".
La richiesta di "addizione", dunque, argomenta la Consulta, "non soltanto mira ad introdurre un nuovo caso di inutilizzabilità di ciò che l'ordinamento prescrive come attività obbligatoria (il sequestro del corpo del reato), ma si propone altresì di introdurre, ex novo, uno specifico divieto probatorio, sancendo la inutilizzabilità delle dichiarazioni a tal proposito rese dalla polizia giudiziaria" Va da sé, conclude la Corte, che se è vero che le regole che stabiliscono divieti probatori riposano sulla esigenza di introdurre misure volte anche a disincentivare possibili "abusi", "è altrettanto vero che un simile obiettivo viene in ogni modo perseguito dall'ordinamento attraverso la persecuzione diretta, in sede disciplinare o, se del caso, anche penale, della condotta "abusiva" che possa essere stata posta in essere dalla polizia giudiziaria".
gnewsonline.it, 4 ottobre 2019
Si parlerà di nuove prospettive per il lavoro detentivo nella Sala Teatro della casa circondariale di Civitavecchia sabato 5 ottobre con Santo Versace e altri rappresentanti del mondo imprenditoriale.
Santo Versace, presidente della Gianni Versace Spa fin dalla sua costituzione, è attivo da molti anni nella promozione di attività solidali: è stato Presidente di Operation Smile Italia Onlus, associazione di medici e volontari che si occupa di bambini con malformazioni del volto in 70 Paesi del mondo. L'imprenditore si è avvicinato al lavoro penitenziario sostenendo, con la donazione di filati, l'attività di Officina Creativa - Made in carcere - la cooperativa sociale avviata nel 2007 da Luciana Delle Donne, che produce e vende accessori confezionati dalle detenute del carcere di Lecce.
A Civitavecchia sabato si valuteranno ipotesi di attività adatte a una sezione femminile caratterizzata da un certo turn over ma anche dalla presenza di detenute con problemi psichiatrici e con prospettive di permanenza più lunghe che potrebbero permettere percorsi professionalizzanti. Nel corso dell'incontro saranno consegnate alla responsabile del Comitato Unicef di Civitavecchia Pina Tarantino, le Pigotte confezionate dai detenuti, popolari bambole di pezza che da molti anni vengono realizzate e donate all'Unicef per raccogliere fondi in favore dei progetti per i bambini nel mondo.
Al termine, consegna degli attestati agli allievi del corso di cucina professionale e recital teatrale.
linkoristano.it, 4 ottobre 2019
Iniziativa della Camera penale. Interverrà anche il Garante nazionale dei detenuti. A Oristano, magistrati, avvocati e docenti, insieme al Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute Mauro Palma e alla Direttrice Generale per l'Esecuzione Penale Esterna del Ministero della Giustizia Lucia Castellano, si confronteranno in un evento formativo organizzato dalla Camera Penale.
Il corso di diritto penitenziario ed esecuzione penale, rivolto a tutti gli operatori del settore, gli operatori sociali e a quanti vogliano approfondire la materia, inizierà domani, venerdì 4 ottobre e durerà fino a venerdì 6 marzo. Suddiviso in nove incontri di quattro ore ciascuno, a cui si aggiunge un convegno finale, si terrà nella sala convegni Unifidi, nella Lottizzazione Cualbu, a Oristano.
"L'idea", spiega l'avvocato Rosaria Manconi, presidente della Camera Penale di Oristano, "nasce dall'esigenza, segnatala da più parti, di aggiornamento e formazione per quanti operano nell'ambito del sistema carcerario e di acquisizione di strumenti nuovi e adeguati ad affrontare le innumerevoli criticità del sistema carcerario italiano e le gravi problematiche (sovraffollamento, suicidi, carenze di organico e mancato rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenuti), per le quali l'Italia ha subito, negli ultimi anni, una serie di condanne dalla Corte Europea per violazione dei Diritti dell'Uomo".
"Ma soprattutto", continua la presidente, "il corso vuole essere una occasione per richiamare, su questi temi, l'attenzione delle istituzioni e della società civile e in qualche modo contribuire a promuovere o quantomeno sollecitare, attraverso lo studio ed il dibattito, una diversa cultura e una prassi della esecuzione penale".
"Il carcere", prosegue Manconi, "è ancora oggi un mondo parallelo rispetto quello in cui siamo abituati a vivere, un universo sconosciuto ai più, fisicamente isolato dal resto del consorzio civile e che per questo necessita di riflessioni aperte e schiette in grado di incidere, al di là di ogni utile riforma, nel sentire collettivo". Oltre che lo studio sistematico della materia, la Camera Penale ha previsto, nel programma, una riflessione critica del sistema e delle modifiche, in parte mancate, dell'Ordinamento Penitenziario, nonché delle problematiche inerenti la condizione delle carceri e dei detenuti, del ruolo dell'avvocato difensore e delle altre figure che operano nell'ambito penitenziario.
- Taranto. "L'altra città" un giorno da detenuto, la prima nazionale del docu-video
- vCatanzaro. "Liberi libri", il progetto di Giurisprudenza per una biblioteca nel carcere
- Carinola (Ce). Percorso scolastico per i detenuti, diploma agrario ed enogastronomico
- Migranti. Ius culturae, il consenso da costruire
- Diritto all'oblio (mondiale)









