pugliapress.org, 4 ottobre 2019
Mercoledì 9 ottobre p.v. alle ore 18.30, nel Teatro comunale "Fusco" di Taranto, nell'ambito del Mas Week 2019, promosso dalla Società di architettura e ingegneria Mas-Modern Apulian Style, sarà presentato e proiettato, in prima nazionale, il documento-video "L'altra città" (Dvd formato Full Hd, durata 26 minuti), prodotto dalla Fondazione Rocco Spani onlus, ente giuridico riconosciuto, con il sostegno del Garante Regionale pugliese per i diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
Un percorso partecipativo e interattivo nella realtà carceraria italiana", per la regia di Alfredo Traversa, documenta e storicizza l'opera ambientale, già realizzata nella Casa circondariale "Carmelo Magli" di Taranto. L'importante progetto sociale, culturale e artistico "L'altra città", ha rappresentato una "prima assoluta" nel panorama delle iniziative culturali e formative realizzate all'interno delle carceri italiane.
"Non è l'arte che entra nei luoghi di detenzione - afferma il curatore generale Achille Bonito Oliva, critico e teorico dell'arte - ma è il carcere stesso che si fa opera d'arte, grazie all'apporto di quanti vivono in prima persona la reclusione, a coloro che vi operano e al pubblico finalmente recluso".
L'esperienza artistica si è, quindi, cristallizzata nel video-documento, in due diversi momenti. Il primo è costituito da una serie di interventi, aperta dall'artista Giulio De Mitri, che ha condotto un gruppo di detenute/i nell'attività progettuale e di didattica attiva. L'artista spiega, in maniera essenziale, l'importanza della didattica attiva nei confronti dei detenuti, motore creativo dell'intero progetto.
Seguono gli interventi di: Giovanni Lamarca, comandante del reparto di Polizia Penitenziaria della Casa circondariale di Taranto, e Stefania Baldassari, direttrice della Casa circondariale, che hanno voluto fortemente il progetto, e di alcuni volontari (Anna Paola Lacatena, Giovanni Guarino, Salvatore Montesardo, Don Francesco Mitidieri) e detenuti, nonché di alcuni fruitori. La seconda parte del video visualizza l'intero scenario dell'opera ambientale e la visita condotta dal magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo nella veste di recluso. Performer d'eccezione, egli evidenzia, nel lungo percorso, il dramma esistenziale della reclusione, conducendo quasi per mano il potenziale fruitore del video in questa esperienza singolare. Significative riflessioni di Achille Bonito Oliva accompagnano l'intero video. L'opera video è un lavoro rigoroso e poetico, ben condotto e a tratti commovente.
di Giorgia Rizzo
lanuovacalabria.it, 4 ottobre 2019
Contribuire alla realizzazione di una biblioteca all'interno del carcere di Siano che sia accessibile da parte dei detenuti attraverso la raccolta di libri di testo. È questo l'obiettivo dell'iniziativa "Liberi Libri", nata dalla sinergia fra la casa circondariale e il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Magna Graecia di Catanzaro.
Un tassello nel più ampio progetto che vede impegnato già da una decina d'anni l'Ateneo a stimolare forme di rieducazione all'interno del carcere, che passino attraverso la formazione universitaria di chi vive in detenzione. Un impegno che adesso si sta maggiormente consolidando, proprio su richiesta degli stessi studenti in detenzione iscritti al corso di studi, attraverso una calendarizzazione della didattica e una presenza più costante del supporto docente.
"La possibilità per il carcerato di intraprendere esami e di laurearsi è molto più importante di ciò che si crede" - ha sottolineato il professore ordinario di filosofia del diritto dell'Umg Andrea Porciello, che ha aggiunto - "non è solo dare al detenuto delle informazioni giuridiche, seppure importante, ma è proprio l'idea per cui il proiettarsi ad un'attività a lungo termine abbia come risultato l'arricchimento culturale del detenuto ma anche l'alleggerimento della situazione personale in cui versa, in quanto permette di sganciarsi dalla propria quotidiana vuota e grigia verso una socialità più ampia".
Proprio Porciello ricorda, in virtù della sua esperienza passata da docente in carcere, come le lezioni vengano percepite dagli studenti carcerati, solitamente molto desiderosi di apprendere, come momenti di stacco e di allontanamento dall'istituzione detentiva. Cambiando prospettiva, come fa notare Porciello stesso, questi risultano essere anche momenti di arricchimento personale da parte del docente, che entra in contatto con una realtà umana forte.
La formazione, quindi, come possibilità di rieducazione e reinserimento, ma anche come liberazione da una struttura totalizzante come quella carceraria. Per sostenere tutto questo, l'invito dei promotori è quello di dare il proprio contributo attraverso la donazione di libri di testo del corso di laurea in Giurisprudenza per la costruzione della biblioteca, intesa come una porta verso la libertà.
macronews.it, 4 ottobre 2019
La Casa di Reclusione di Carinola "G.B. Novelli" e Isiss "Taddeo da Sessa" di Sessa Aurunca sono fieri di vedere concretizzati gli sforzi compiuti per ampliare l'offerta trattamentale presentando una nuova offerta formativa, destinati ai detenuti che intendono affrontare un percorso scolastico. A partire dal corrente anno scolastico, i detenuti che vorranno cimentarsi in un percorso didattico- formativo potranno scegliere tra diverse opzioni. Sono infatti stati attivati, e prossimi alla partenza, due nuovi percorsi di istruzione di secondo livello finalizzati al conseguimento del diploma di istruzione tecnica con indirizzo di studio agrario e a quello professionale con indirizzo di studio enogastronomia.
I corsi, articolati in tre periodi didattici, afferiscono alla nuova offerta formativa dell'ISISS "Taddeo da Sessa" di Sessa Aurunca, autorizzata con delibera regionale in data 04.12.2018. La nuova offerta segue le indicazioni pervenute dalla Direzione della Casa di Reclusione di Carinola, la quale, dopo aver esaminati i bisogni del mercato del lavoro territoriale, è riuscita ad individuare nelle figure del tecnico agrario con specializzazione viticultura e del professionista enogastronomico due delle necessità più pregnanti del nostro territorio.
La vocazione turistica del litorale e le produzioni vinicole dell'entroterra, con specificità autoctone di immenso pregio e valore, rendono necessaria 'la creazione di figure sempre più aggiornate e specifiche per rendere tali risorse una ricchezza e per dare pieno adempimento al dettato normativo della finalità rieducativa della pena.
di Zeffiro Ciuffoletti
Il Dubbio, 4 ottobre 2019
Due anni fa fu affossato lo ius soli che conteneva già lo ius culturae perché al senato mancavano i voti per approvarlo. Ora il Cinquestelle Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, vorrebbe aprire la discussione sullo ius culturae e sulla modifica della legge sulla cittadinanza. Come appare fin troppo evidente, si i tratta di una materia delicata. Ancor più perché non serve solo la maggioranza delle Camere, ma serve un vasto consenso nel Paese.
Un consenso che questa maggioranza appiccicata di due partiti in crisi certamente non ha, pur avendo, forse, i voti parlamentari. Il problema però esiste ed è terribilmente delicato, dato l'alto numero di immigrati clandestini che si sono accumulati negli anni in Italia. Sembra addirittura che i giovani minorenni figli di immigrati, ma anche no, siano 800.000. Un numero che fa impressione. Specialmente se si considera il fatto che ognuno di questi giovani che parlano italiano o hanno fatto il primo ciclo scolastico, avrà pur dei genitori: uno o due che siano.
Come è facile capire, non si potrà concedere la cittadinanza a questi ragazzi senza estenderla, prima o poi, ai loro genitori. Potrebbero essere almeno altrettanti. Poi perché no ai fratelli, e anche ai nonni, magari anziani e soli e non troppo in salute. Lo ius culturae diventerebbe il pretesto di una gigantesca sanatoria. Più grande di quelle che in passato hanno caratterizzato le diverse leggi (Martelli, Turco-Napolitano, Bossi-Fini ecc.), che hanno tentato di legalizzare la condizione degli immigrati clandestini. Un esercito sempre più grande e tale da costituire un serbatoio potenziale per varie forme di criminalità, che hanno prodotto l'avversione di una grande fetta dell'opinione pubblica.
Ora quasi tutte le leggi sulla cittadinanza presenti in Europa sono abbastanza severe. In Germania, ad esempio, diventa cittadino tedesco chi nasce nel Paese ma solo se uno dei genitori risiede almeno da otto anni e nella condizione di regolare. In Spagna diventa cittadino chi nasce nel Paese, ma da genitori di cui almeno uno è nato in Spagna. In Francia si diventa cittadini se uno dei genitori è nato nel Paese oppure si può diventare cittadini francesi al compimento di diciotto anni.
Ancora se si è cittadini Ue e si risiede e si lavora regolarmente in Francia da almeno 5 anni. Come si vede i percorsi sono vari e tutti relativamente lunghi. In realtà la cittadinanza non può essere un regalo, ma va costruita, aiutata e meritata. Nella sua forma più graduale e sicura la cittadinanza serve a creare vera integrazione e riconoscimento reciproco fra gli italiani e gli aspiranti tali. Bisognerebbe lavorare insieme senza dogmatismi e senza demagogia, su un progetto di cittadinanza come percorso. Una cittadinanza a punti, appunto, da costruire in un vasto consenso nel Parlamento e nel Paese.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 4 ottobre 2019
La sentenza della Corte di giustizia europea che impone a Facebook e alle altre piattaforme digitali di rimuovere preventivamente un commento sostanzialmente identico a uno già giudicato offensivo - e di farlo non per un singolo Paese ma per tutto il mondo - va inquadrata in quello che sta succedendo in questo momento in rete sul fronte della libertà di espressione.
È in corso una guerra che in prima battuta punta a fermare il cosiddetto hate speech, i discorsi basati sull'odio; ma anche le fake news, la disinformazione; e in definitiva a tutelare maggiormente anche le persone che hanno fatto errori tanto tempo fa, e hanno così ottenuto un diritto a che quell'errore venga dimenticato dalla rete, il "right to be forgotten, il diritto all'oblio".
Questa guerra viene combattuta ogni giorno. Prendete il bollettino dell'ultimo mese. In Italia ha fatto notizia solo la decisione di Facebook di chiudere i profili legati a CasaPound e Forza Nuova (12 settembre). Ma lo stesso giorno, e con le stesse motivazioni, Facebook aveva sospeso in piena campagna elettorale una pagina legata al premier israeliano uscente Netanyahu (che si è difeso dicendo che era gestita da un bot automatico).
Sempre Facebook qualche giorno dopo (20 settembre) ha comunicato di aver cancellato "decine di migliaia di app" che rubavano i dati personali degli utenti in modo simile a quello che faceva Cambridge Analytica. Lo stesso giorno Twitter ha comunicato di aver cancellato "migliaia di profili" proveniente soprattutto dal mondo arabo, legati a campagne di disinformazione (e ad agosto ne aveva già chiusi 200 mila accusati di denigrare la protesta in corso ad Hong Kong).
Il 3 settembre era stato YouTube a informare di aver rimosso circa 100 mila video e chiuso 17 mila canali che diffondevano contenuti di odio. Si tratta di numeri enormi che danno l'idea della sfida in corso.
Al punto che una squadra di calcio, la As Roma, il 27 settembre ha deciso di bannare a vita un suo tifoso perché su Instagram ha dato dello scimmione a un giocatore di colore; e da qualche ora la senatrice democratica Kamala Harris martella Twitter con la richiesta di cancellare nientemeno che il profilo del presidente degli Stati Uniti perché avrebbe minacciato l'agente che ha rivelato la conversazione con il presidente dell'Ucraina da cui è nata la richiesta di impeachment.
Insomma la decisione della Corte di Giustizia europea arriva in questo contesto in cui è diffusa la consapevolezza che l'odio e la disinformazione hanno superato il livello di guardia; e le piattaforme digitali stanno facendo moltissimo finalmente per contrastarli (Instagram ieri ha rilasciato un filtro anti bulli che limita le interazioni con utenti sgraditi). Epperò è una decisione che apre due problemi di difficile soluzione.
Il primo riguarda il fatto di imporre esplicitamente un filtro preventivo che identifichi commenti identici a commenti bloccati. In teoria è un principio giusto ma in pratica ad oggi non esistono filtri così efficaci a meno di non voler correre il rischio di bloccare anche commenti legittimi oppure satirici, o di mera critica. È una strada che porta alla censura.
Il secondo problema è ancora più serio: consentire a un Paese di cancellare contenuti per tutto il mondo è rischiosissimo. La libertà di parola e manifestazione del pensiero infatti è tutelata in modo molto diverso da un paese all'altro. Pur capendo l'esigenza di fare tutto il possibile per arginare odio e disinformazione, consentire ad Paese non democratico di bloccare contenuti per tutti gli altri è oggettivamente sbagliato.
Del resto qualche giorno fa la stessa Corte, a proposito di Google, aveva deciso di limitare l'applicazione del diritto all'oblio alla sola Unione Europea. Un criterio ragionevole ma va tenuto conto anche all'interno dell'Unione, ci sono Paesi come la Germania, che hanno adottato norme sull'hate speech molto dure: valgono per tutti? La materia è complicata e incandescente, ma da qui passano la nostra libertà e la nostra sicurezza. Urge una riflessione. Che parte da due domande: a cosa siamo disposti a rinunciare per fermare l'odio online? E poi: ci resterà il tempo, e la voglia, per combatterne le cause?
di Samuele Govoni
La Nuova Ferrara, 4 ottobre 2019
Andrà in scena domani alle 21 all'interno del carcere di Ferrara lo spettacolo "Album di famiglia", frutto del laboratorio portato avanti da Horacio Czertok del Teatro Nucleo con i detenuti della Casa circondariale cittadina. Il percorso, iniziato quindici anni fa, mira ad abbattere i pregiudizi e a migliorare l'ambiente in cui le persone si trovano a vivere per mesi o per anni.
È, come dice Czertok, regista e tra i maggiori promotori a livello internazionale di questa attività, un aiuto psicologico per i detenuti. "Questi anni sono stati per noi una grande scuola. Abbiamo imparato tanto dal mondo penitenziario ferrarese. La direzione del carcere e gli agenti di polizia ci hanno supportato e stimolato a proseguire. Non abbiamo mai avvertito resistenza e, al contrario, se mi guardo indietro vedo una grande collaborazione".
"Io e Marco Luciano, regista che mi accompagna nel percorso, guidiamo il gruppo ma - afferma Czertok - la squadra è fatta. Si è creato un legame tra i detenuti attori, c'è sintonia e questo è bello. Ad ogni corso partecipano una ventina di persone, tutte hanno un passato diverso con cui fare i conti e noi, attraverso il teatro, cerchiamo di mettere in fila i pezzi. Il nostro - prosegue - è anche un lavoro di alfabetizzazione che non si limita all'uso della lingua ma che va oltre e si espande alle emozioni, ai sentimenti".
Ogni anno, ogni laboratorio, ogni allestimento sono una sfida, una scommessa. Anche se il percorso è rodato, la partenza è sempre nuova e diversa. Ci sono i detenuti di lunga data che già hanno partecipato a uno o più laboratori teatrali e accolgono i nuovi arrivati. "È un modo per stare insieme, socializzare, conoscersi e in qualche modo capirsi".
"Album di famiglia" è uno studio su Shakespeare e, più nello specifico su Amleto. Al centro del lavoro il rapporto tra padri e figli, un rapporto spesso travagliato e complesso. "Tutti siamo figli, molti di noi sono padri e anche in carcere - prosegue il regista - ci sono tanti genitori lontani dai propri figli. Siamo partiti da qui, da riflessioni che attingono da condizioni reali, e ci siamo soffermati su autori come Heiner Muller e Laforgue". Il teatro si è mescolato alla vita e viceversa. La rappresentazione di domani è già sold out da tempo. Il passo successivo, la sfida nuova, sarà quella di portare "Album di famiglia" a primavera sul palco del Teatro Comunale Abbado. "È sempre un'operazione complessa ma - conclude Czertok - speriamo di riuscirci; sarebbe traguardo importante".
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2019
Proposta di Maio-Bonafede. Una lista di 13 "Paesi sicuri" a partire dalla Tunisia, quello con il maggior flusso di sbarchi. I loro migranti se faranno istanza di protezione internazionale in Italia dovranno dimostrare una persecuzione personale.
Cade la possibilità di chiedere l'asilo invocando una generica limitazione dei diritti umani se, appunto, si proviene da uno dei 13 "Paesi sicuri". La lista comprende Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Capoverde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina. È quanto prevede il decreto dei ministri Luciana Lamorgese (Interno), Luigi Di Maio (Affari esteri) e Alfonso Bonafede (Giustizia) firmato oggi e presentato da Bonafede e Di Maio.
Il testo recepisce una direttiva Ue ma è previsto anche dal primo decreto sicurezza dell'ex ministro Matteo Salvini, che definisce "sicuri" quei paesi dove non c'è tortura, trattamenti inumani e degradanti, violenza indiscriminata in caso di conflitti armati.
Prevista ora una procedura sprint per le istanze di protezione "manifestamente infondate": entro sette giorni la commissione dovrà deliberare, se bocciala domanda la procedura di rimpatrio sarà prioritaria e dovrebbe concludersi entro 45 giorni al massimo. In Tunisia resta l'intesa per l'invio di due charter a settimana da 40 posti ciascuno.
di Annalisa Cangemi
fanpage.it, 4 ottobre 2019
L'Italia ha le prove ma non le rende note. In un'interrogazione parlamentare al governo il deputato Erasmo Palazzotto denuncia che la documentazione relativa al progetto, finanziato dall'Unione europea, che ha dato vita alla zona Sar libica è stata secretata e anche l'Italia avrebbe messo sotto segreto il rapporto sulla reale capacità dei libici di effettuare salvataggi nel Mediterraneo.
Più di seimila persone scappate dall'inferno dei centri di detenzione, dove avvengono quotidianamente torture di ogni tipo, sono state riportate indietro nelle carceri dai militari libici negli ultimi 8 mesi. La Libia non riesce a offrire una collaborazione per le operazioni di soccorso dei migranti in mare, ma i documenti che lo dimostrano sarebbero secretati.
È quanto afferma il deputato Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana, in un'interrogazione parlamentare di Leu al governo, di cui è primo firmatario: "Sia numerose inchieste giornalistiche, ultimo l'articolo pubblicato dal settimanale L'Espresso, che i rapporti delle organizzazioni internazionali che operano in Libia denunciano da tempo come la Libia non sia in grado di coordinare gli interventi di soccorso in mare".
"Abbiamo appreso - dice il parlamentare di Leu - che la documentazione relativa al progetto, finanziato dall'Unione europea, per la zona Sar libica, sarebbe secretata e anche l'Italia avrebbe classificato e quindi messo sotto segreto il rapporto sulla reale capacità dei libici di effettuare salvataggi nel Mediterraneo".
"La stessa Commissione europea - insiste l'esponente della sinistra - ad una richiesta di accesso agli atti avrebbe risposto con un dossier in buona parte coperto da omissis. E nonostante i tanti omissis da questo dossier sembra emergere che non sarebbe mai esistito un vero centro di coordinamento dei soccorsi libico. In soli 8 mesi la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui l'Italia ha donato motovedette e sta fornendo supporto di formazione del personale, ha intercettato e ricondotto ben seimila persone, uomini, donne e bambini nei centri di detenzione libici dai quali erano riusciti a fuggire e dove vengono nuovamente sottoposti a schiavitù e violenze di ogni genere".
"Vogliamo sapere dal governo se è a conoscenza di chi abbia coordinato sul campo - dalla data di dichiarazione da parte della Libia di una propria zona Sar ad oggi - le azioni delle motovedette libiche, quale sia la linea di comando in relazione alle azioni di recupero dei migranti da parte della Guardia costiera libica e se l'Italia ha mai avuto un ruolo nel coordinamento delle operazioni. Forse è giunto il sacrosanto momento di rendere pubblici - conclude Palazzotto - i contenuti del rapporto sulla valutazione complessiva delle capacità operative dei libici nelle loro operazioni compiute nel Mediterraneo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 ottobre 2019
Superato ancora una volta il record del mese precedente, che già sanciva un numero di sovraffollamento mai raggiunto negli ultimi anni. Al 30 settembre 2019, secondo i dati pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane sono 60.881 rispetto ad una capienza regolamentare di 50.472 posti disponibili.
Cioè vuol dire che risultano 10.409 detenuti in più, mentre il mese precedente ne risultavano invece 10.272. Il trend del sovraffollamento è quindi in continua crescita, soprattutto in assenza di misure deflattive come le pene alternative e l'utilizzazione del ricorso al carcere come extrema ratio.
pharmastar.it, 3 ottobre 2019
Al via a Milano il XX congresso nazionale Simspe. Si svolge a Milano, giovedì 3 e venerdì 4 ottobre, presso l'Auditorium Testori del Palazzo Lombardia, il XX Congresso Nazionale Simspe, Agorà Penitenziaria 2019, intitolato "Il carcere è territorio". Circa 200 i partecipanti, provenienti da tutta Italia. L'appuntamento, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit - Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, è presieduto dal Dott. Roberto Ranieri.
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