ilfattoquotidiano.it, 12 agosto 2019
Una degli agenti dell'Fbi, una del ministero della giustizia (da cui dipende il sistema carcerario federale) e una dell'ufficio del medico legale della città di New York. Si cercano di appurare innanzitutto le circostanze che hanno portato il 23 luglio a togliere la sorveglianza speciale a un detenuto aveva già tentato di togliersi la vita ai primi di luglio, dopo l'arresto e dopo che il giudice rifiutò la richiesta degli arresti domiciliari.
Non è del tutto chiaro - raccontano alcune fonti - se i segni sul collo rinvenuti allora fossero il risultato di un tentato suicidio o quello di un'aggressione. Epstein raccontò di essere stato aggredito e chiamato "pedofilo", ma le autorità carcerarie lo misero comunque sotto osservazione per timore suicidio.
Il Metropolitan Correctional Center di New York, dove era detenuto il miliardario in attesa di giudizio per una serie di accuse, dagli abusi allo sfruttamento della prostituzione al traffico di minori, è considerato uno dei più sicuri del paese.
Ed è anche per questo che infuriano le polemiche per la sua morte. Per il sindaco di New York e aspirante candidato democratico alla Casa Bianca, Bill de Blasio "è fin troppo conveniente" il fatto che Epstein non possa più coinvolgere altre persone. "Quello che molti di noi vogliono sapere è, cosa sapeva?", ha chiesto parlando con i giornalisti nell'Iowa. "Quanti milionari e miliardari erano coinvolti nelle attività illegali cui ha preso parte anche lui? Ebbene, questa informazione non è morta con Jeffrey Epstein. Bisogna indagare".
Il primo cittadino di New York non si spiega poi come sia possibile che il detenuto non fosse sottoposto ad una vigilanza ravvicinata dopo il primo sospetto tentativo di suicidio il mese scorso. Secondo il New York Times, dopo un primo periodo di sorveglianza ravvicinata, Epstein non ha più avuto questo tipo di controlli. "Ma come è possibile che non sia sotto protezione speciale? Cosa sta succedendo qui? Credo che questa sia una domanda per la quale dobbiamo avere una risposta esauriente".
Il miliardario, che rischiava una condanna fino a 45 anni, è accusato di pedofilia e traffico di minori. Poche ore prima erano depositate le carte dell'inchiesta presso la corte che avrebbe dovuto giudicarlo, con i dettagli più imbarazzanti e più scabrosi emersi durante le indagini grazie alle testimonianze delle vittime.
Decine di donne adescate e trasformate in "schiave del sesso", alcune anche all'età di 14 anni, pronte a soddisfare ogni desiderio del magnate che - si legge tra l'altro - pretendeva tre orgasmi al giorno e prediligeva le orge organizzate nella sua town-house da sogno nel ricchissimo Upper East Side di Manhattan o nella sua reggia di Palm Beach in Florida, a due passi dal resort di Mar-a-Lago di Donald Trump.
Proprio sulle frequentazioni molto potenti di Epstein si è concentrata parte delle indagini degli investigatori: perché anche se oggi tutti prendono le distanze, il nome del finanziere è stato di volta in volta associato negli anni a Bill Clinton, a Donald Trump, al miliardario Les Wexner, proprietario di Victoria Secret, e altre personalità del mondo della politica e della finanza.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 12 agosto 2019
Yegor Zhukov è un ragazzo di appena 21 anni. Per aver partecipato a una protesta anti-Putin rischia di trascorrerne ben otto dietro le sbarre. L'accusa che gli viene mossa è quella di aver preso parte a "disordini di massa" lo scorso 27 luglio: un'imputazione che persino alcuni osservatori filo-Cremlino reputano assurda.
Yegor non è l'unico finito in carcere per questa controversa inchiesta, le persone incriminate sono una dozzina, ma il suo caso è quello che ha destato più scalpore. Yegor infatti non è solo un giovane dissidente, cura anche un seguitissimo video blog con 115.000 follower nel quale prende spesso di mira Putin. È inoltre un brillante studente di Scienze Politiche della prestigiosa Scuola Superiore di Economia di Mosca e vede proprio nella politica il suo futuro.
Per questo ha tentato di candidarsi alle elezioni comunali moscovite del prossimo 8 settembre col gruppo dell'oppositore liberale Dmitry Gudkov. Non è però riuscito a raccogliere le circa 5.500 firme necessarie a sostegno della candidatura.
Il sospetto è che le autorità vedano in Yegor una minaccia e proprio per questo stiano usando il pugno di ferro contro di lui. Il blitz Nella notte tra l'1 e il 2 agosto, la polizia ha fatto irruzione nell'appartamento in cui il ragazzo vive coi genitori e il fratello. Gli agenti hanno portato via Yegor e lo hanno condotto nella sede del Comitato Investigativo, dove è stato interrogato. Poche ore dopo, il 21enne è stato trascinato in tribunale.
Un video lo mostra ammanettato e scortato dalla polizia mentre entra in aula tra gli applausi. Ha il volto stanco e assonnato. La corte ha ordinato per lui la custodia cautelare in carcere in attesa del processo.
Ormai da un mese a Mosca la gente protesta contro l'esclusione degli oppositori dalle elezioni comunali. La manifestazione del 27 luglio è stata repressa dalla polizia a manganellate e con quasi 1.400 arresti. Le autorità non indagano sui soprusi degli agenti ma sulla contestazione pacifica. Gli organizzatori rischiano fino a 15 anni di reclusione per "disordini di massa", i partecipanti, come Yegor, fino a otto. L'accusa è pesante e appare ai più infondata.
Yegor è contrario alla violenza: in un video pubblicato alcune ore prima di essere arrestato afferma che "lottare violentemente contro il regime non ha senso" ed è meglio ricorrere alla disobbedienza civile. Centinaia di persone hanno sottoscritto una lettera aperta chiedendo alla Scuola Superiore di Economia di premere per la liberazione dello studente e davanti alla centrale di polizia si svolgono ogni giorno piccoli picchetti.
"Se smettiamo di protestare - aveva detto il ragazzo nel suo ultimo video prima di finire in cella - ci attendono dolore e sofferenza. La Russia sarà libera, ma se lasceremo trionfare la paura voi ed io potremmo non esserci in quel momento".
di Ester Palma
Corriere della Sera, 12 agosto 2019
Dopo l'Angelus a San Pietro, Francesco ha detto anche che "la fede vera apre il cuore al prossimo, soprattutto a chi è nel bisogno". E ricordando i 70 anni delle Convenzioni di Ginevra ha aggiunto: "tutelare la vita e la dignità delle vittime dei conflitti armati".
"La guerra e il terrorismo sono sempre una grave perdita per l'intera umanità. Sono la grande sconfitta umana". Sono passati 70 anni dalla firma delle Convenzioni di Ginevra, "importanti strumenti giuridici internazionali che impongono limiti all'uso della forza e sono volti alla protezione di civili e prigionieri in tempo di guerra". E Papa Francesco dopo il consueto Angelus in piazza San Pietro ricorda l'anniversario e chiede: "Possa questa ricorrenza rendere gli Stati sempre più consapevoli della necessità imprescindibile di tutelare la vita e la dignità delle vittime dei conflitti armati. Tutti sono tenuti a osservare i limiti imposti dal diritto internazionale umanitario, proteggendo le popolazioni inermi e le strutture civili, specialmente ospedali, scuole, luoghi di culto, campi profughi".
"Portate sempre un piccolo Vangelo in tasca" - Questo vale ancora di più per i cristiani, per cui "la fede vera apre il cuore al prossimo e sprona verso la comunione concreta con i fratelli, soprattutto con coloro che si trovano nel bisogno. Nessuno può ritirarsi intimisticamente nella certezza della propria salvezza, disinteressandosi degli altri". Il Papa ha invitato i fedeli a "non mettere radici in comode e rassicuranti dimore" e a "abbandonarsi con semplicità e fiducia alla volontà di Dio, che ci guida verso la meta successiva. Infatti, chi si fida di Dio sa bene che la vita di fede non è qualcosa di statico, ma è dinamica: è un percorso continuo, per dirigersi verso tappe sempre nuove".
Commentando poi il Vangelo di oggi, con la parabola dei servi che aspettano il padrone svegli nella notte, Francesco ha aggiunto che "ci è richiesto di mantenere le lampade accese, per essere in grado di rischiarare il buio della notte. Siamo invitati, cioè, a vivere una fede matura, capace di illuminare le tante notti della vita. La lampada della fede richiede di essere alimentata di continuo, nella preghiera e nell'ascolto: questa lampada ci è affidata per il bene di tutti". Perché "siamo tutti chiamati a far fruttificare tutti i talenti, senza mai dimenticare che non abbiamo qui la città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. In questa prospettiva, ogni istante diventa prezioso, per cui bisogna vivere e agire su questa terra avendo la nostalgia del cielo, i piedi sulla terra, camminare sulla terra, fare bene sulla terra e il cuore nostalgico nel cielo, dove nella gioia eterna del paradiso la situazione si capovolgerà, e non saranno più i servi, cioè noi, a servire Dio, ma Dio stesso si metterà a nostro servizio". Per questo ha raccomandato ai fedeli di "portare sempre un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per leggerlo spesso, è un incontro con la parola di Gesù".
calabria7.it, 12 agosto 2019
"Chiediamo ai Consiglieri regionali di visitare un Istituto". "Come ci ha insegnato Marco Pannella anche quest'anno, - durante la calura estiva e la crisi di governo in corso - a ferragosto e nei giorni immediatamente successivi del 16 e del 17 agosto, come delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito autorizzata dal Dap, faremo visita ai detenuti e alla comunità penitenziaria detenente. La mattina di ferragosto, in particolare, visiteremo la casa circondariale Ugo Caridi di Catanzaro, il 16 agosto visiteremo la casa circondariale Filippo Salsone di Palmi e, il 17 agosto la casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza".
Le tappe nelle carceri. A comunicarlo in una nota stampa congiunta sono Giuseppe Candido, componente del Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento e Rocco Ruffa militante del partito di Pannella, rispettivamente, segretario e tesoriere dell'Associazione Radicale Nonviolenta "Abolire la miseria-19 maggio".
Le delegazioni che visiteranno gli istituti sono composte da Daniele Armellino, Giovanna Canigiula, Antonio Lento e Cesare Russo (per la sola visita di Cosenza) oltre che da Giuseppe Candido e Rocco Ruffa che guideranno le delegazioni. Mentre, il 16 agosto assieme alla visita alla Casa Circondariale di Palmi (Rc), un'altra delegazione - guidata dall'avvocato Gianpaolo Catanzariti dell'Unione Camere Penali - visiterà la Casa circondariale Giuseppe Panzera di Reggio Calabria.
"Come sempre le visite agli istituti" - prosegue la nota - "sono rivolte alla verifica delle condizioni di vita dei detenuti, compresi quelli eventualmente in condizione di isolamento giudiziario ma anche alla verifica delle condizioni di lavoro della comunità penitenziaria: agenti, personale amministrativo, educatori sociali e volontari. Effettuiamo le visite ricordando, anche a noi stessi, che l'art. 27 della nostra Costituzione prevede che "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva", che, in ogni caso, "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", e che l'articoli 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo stabilisce che "nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti".
I diritti dei detenuti. "Per noi le visite di ferragosto sono una consuetudine radicale alla quale, come ci ha insegnato Pannella, non rinunciamo anche se non abbiamo parlamentari né consiglieri regionali che possano fare visite ispettive. Lo scorso anno, a ferragosto andammo a visitare il carcere di Crotone e, nel 2017, quello di Cosenza. Le visite di quest'anno" - conclude il comunicato - "rientrano in una grande mobilitazione nazionale indetta durante il 41° congresso del Partito di Marco Pannella che toccherà 70 istituto penitenziari in 16 regioni e nella quale sono coinvolti Garanti regionali, parlamentari, consiglieri regionali e l'Unione Camere penali di tutta Italia. Per questo - a pochi giorni dalla nomina del Garante regionale dei diritti dei detenuti e delle persone comunque private della libertà - ci appelliamo a lui e ai deputati e consiglieri regionali calabresi affinché anche loro visitino, durante la calura agostana, un istituto penitenziario unendosi alle delegazioni del Prntt o per conto proprio".
si Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 12 agosto 2019
Su Facebook una mia amica posta le foto di un nuovo resort aperto alle Maldive: "Un posto da sogno" scrive, "una vista senza eguali". Mi domando sempre se i turisti che si recano su queste incantevoli isole facciano mai mente locale sul fatto che stanno entrando in un Paese musulmano dove agli stranieri è consentito fare tutto ciò che ai locali è vietato.
Non si può bere, non si possono avere relazioni extra coniugali perché si rischiano cento frustate o, s si è femmina la lapidazione, le donne vivono in uno stato di subordinazione, nel 2014 è stata anche reintrodotta la pena di morte. Ma ai viaggiatori sdraiati sulla spiaggia della loro isola paradiso tutto questo non importa. Non notano di avere nel resort soltanto personale di servizio maschile che magari li disprezza per il loro stile di vita dissoluto.
Come ci racconta Francesca Borri nel suo libro "Ma quale Paradiso?" (Einaudi 2017) l'arcipelago ha un alto numero di fighters che si recano in Siria per dare un senso alla propria vita perché "vivere a Malé è terribile - spiega a Borri Aishaat Ali Naaz direttore del Mipstar, il Maldivian Institute for Psychological Services, Training and Research - E non mi riferisco solo alla criminalità.
Sei in mezzo all'oceano. Cioè, è magnifico, sì: però per un giorno. Per una settimana. Ma sei in trappola, qui. E in più, senza un cinema, senza un parco, un teatro, un concerto. Niente. Ogni giorno uguale all'altro". E così dilaga la droga, la rabbia, la povertà. Pensiamoci prima di prenotare il viaggio per il paradiso che paradiso non è.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 12 agosto 2019
Francis Bartram Brown, consulente dell'Eni di San Donato Milanese, era accusato di truffa dal Bahrein. Poi il messaggio: "Rilasciatelo". Un messaggio urgente inviato dall'Interpol del Bahrein agli omologhi italiani. Un lunghissimo numero di protocollo, che inizia con MI-123-U-B-31. E due righe appena di testo: "Il soggetto non è più ricercato e deve tornare in libertà". Il messaggio è datato 24 luglio scorso. Quando lui, il "soggetto", stava in galera già da diciotto giorni.
Il rischio di morire - Eppure, nell'estate paurosamente avventurosa di un manager inglese, il 47ennne Francis Bartram Brown, consulente dell'Eni di San Donato Milanese, non era la prigione, benché fosse innocente, ad angosciarlo.
Quanto la prospettiva. Ovvero lasciare il penitenziario di Brindisi, dopo l'arresto eseguito dalla polizia di Ostuni il 6 luglio, un sabato, quand'era in vacanza in un esclusivo resort della Val d'Itria, e venire estradato proprio in Bahrein, nazione che aveva spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale, e nazione dove permangono la pena di morte e situazioni nei penitenziari che violano i diritti umani.
Per il reato inesistente del quale Bartram Brown era accusato, una truffa milionaria dopo aver trattato un gigantesco e fantomatico carico di sabbia e aver intascato i soldi, da quelle parti non applicano sconti. Adesso che è tornato libero, avendo la Procura generale di Lecce disposto la scarcerazione, il consulente sta cercando di capire per quale motivo sia finito dentro questo caso (internazionale). Non riesce a darsi risposta.
La guerra diplomatica - Forse c'è stato uno scambio di persona. Forse è divenuto una inconsapevole pedina di un gioco su larga scala nelle trame diplomatiche (e non soltanto) nel mondo arabo. Forse, per promuovere ritorsioni contro Londra, il Bahrein ha deciso di mandare un segnale tirando a fondo il 47enne e ha fatto firmare da un suo "public prosecutor" l'ordine di individuare Bartram Brown e catturarlo: la ricerca, a un certo punto, era assurta a questione di Stato, quell'uomo andava rintracciato, ovunque e ogni costo.
Il diretto interessato, attraverso il suo avvocato, Alexandro Maria Tirelli, ritiene d'essere stato "al centro di un complotto ordito da persone vicine alla casa reale del Bahrein". Ipotizza poi, il consulente, che un qualche collegamento con le sue peripezie, ma ugualmente mancano elementi nitidi, l'abbia avuto il feroce scontro in atto tra sciiti e sunniti, sempre con un legame su una presunta o presumibile "azione" esterna della Gran Bretagna. Fatto sta che dettano legge gli ultimi provvedimenti, definitivi: dalla lista dei codici rossi dell'Interpol, dedicata ai latitanti più pericolosi nel mondo, di Bartram Brown non esiste traccia alcuna. D'accordo. Ma potrà bastare per risarcirlo?
I dubbi e i ricorsi - Il legale aveva presentato un immediato ricorso, e pur qui ignorando le valutazioni dei giudici competenti del caso, pare logico ipotizzare più di un dubbio. Nel provvedimento con cui il Bahrein invocava la cattura del manager, mancavano approfondimenti.
Una perentoria nota scarna, nella convinzione non fossero necessarie aggiunte. Nessuno discute le eventuali responsabilità delle forze dell'ordine italiane, che hanno "eseguito" e portato la questione sulla scrivania dei magistrati; ma fonti investigative del Corriere affermano che sia a livello "alto", nell'Interpol, sia a un livello "basso", fra gli stessi che hanno fisicamente bloccato Bartram Brown, serpeggiava la "convinzione" che l'impianto generale di partenza fosse debole. Basterebbe dare una rapida lettura ai rapporti sulle condizioni delle carceri e della giustizia: testimonianze di detenuti in Bahrein di pestaggi, torture, digiuni forzati, con l'obiettivo di confessare colpe non commesse.
Per tacere, s'intende, della pena capitale. Specializzato in campo marittimo, con una competenza di livello sulla gestione delle piattaforme petrolifere, il consulente ha deciso di restare in Italia. Ha delle vacanze da proseguire, se non di nuovo in Val d'Itria, in un appartamento in Campania, dove nella fase iniziale l'avvocato, all'oscuro come l'assistito della storia nella sua complessità, sperava di farlo mettere ai domiciliari. In attesa di capire se Bartram Brown avesse una seconda vita, se insomma fosse un enorme personaggio da spy-story oppure, semplicemente e per appunto, un professionista in infradito che se ne stava per i fatti suoi, in ferie.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 agosto 2019
Ecco i nomi di chi succederà a Riccardo Fuzio che lasciato la magistratura sull'onda del caso Palamara. Parte con nomi di magistrati di tutto prestigio la corsa per la poltrona di procuratore generale della Cassazione. È scaduto ieri sera a mezzanotte il termine per presentare le domande per il posto lasciato libero dopo le dimissioni di Riccardo Fuzio coinvolto nell'inchiesta toghe sporche di Perugia per aver incontrato l'ex pm di Roma Luca Palamara che si era presentato sotto casa sua facendolo chiamare da un collega.
zmedia.it, 11 agosto 2019
Lo ha stabilito il Magistrato di Sorveglianza di Viterbo in accoglimento del reclamo avanzato dall'avv. Mario Santambrogio nell'interesse del suo assistito Pesce Vincenzo cl. 1959, da Rosarno. Pesce Vincenzo, condannato alla pena di anni 14 di reclusione in qualità di capo dell'omonima organizzazione mafiosa operante sul territorio di Rosarno, era stato sottoposto al regime di detenzione speciale previsto dall'art. 41bis dell'ordinamento penitenziario c/o il carcere di Viterbo.
stampalibera.it, 11 agosto 2019
Sono state depositate le motivazioni della Cassazione che ha accolto il ricorso di un detenuto al 41bis al quale gli era stato ordinato il divieto di acquisto o ricezione dei giornali di stampa locale, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. Parliamo di una ordinanza della corte di assise di Messina fatta nei confronti del boss barcellonese Giovanni Rao, ristretto nella casa circondariale de L'Aquila.
di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 11 agosto 2019
La Garante: "Soffitti che cedono, pavimenti assenti e mancano fondi". Una sorta di "scrigno". Una "relazione" che in realtà è un spaccato su quel mondo parallelo che tutti, dall'esterno, pensano di conoscere. Ma che in realtà è un cosmo a sé stante, tanto da essere definito "pianeta". Quel "pianeta carcere" che a Verona si chiama Montorio.
È contenuta in quello scrigno che è la "relazione attività 2018" redatta dal garante dei diritti delle persone private della libertà personale Margherita Forestan. L'ha presentata in consiglio comunale a giugno, quella relazione.
- Il vuoto che rallenta la giustizia. Nelle aule mancano mille giudici
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- Bologna: "denunciammo nostro figlio, ora è in carcere, così si salverà"










