di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
In Italia si è stabilito un inasprimento del controllo per chi ha "una spiccata tendenza all'evasione". Nel 2016, dal carcere svizzero, ci fu la famosa evasione con fuga d'amore tra un detenuto e l'agente di polizia penitenziaria innamorata che lo ha aiutato fuggire. Ma si concluse a Romano di Lombardia, provincia di Bergamo.
La Repubblica, 28 settembre 2019
Vertice fra Conte, Bonafede e Orlando. Il Guardasigilli esulta: "Stiamo rivoluzionando la giustizia italiana". Al centro del confronto il nuovo Csm e i tempi dei processi penali e civili.
"Sono molto soddisfatto dell'incontro di questa mattina e di poter comunicare ai cittadini che "stiamo rivoluzionando la giustizia italiana".
Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, si è appena alzato dal tavolo dove ha discusso dei progetti del governo con il premier Giuseppe Conte, un sottosegretario del suo ministero, il dem Andrea Giorgis e il vicesegretario del Pd, nonché suo predecessore a Via Arenula Andrea Orlando. Ed esulta. Anche perché ha già la data di scadenza della rivoluzione: il 31 dicembre. Il governo, infatti, ha intenzione di presentare un nuovo disegno di legge. E per quella data, dice il Guardasigilli, dovremmo avere una legge delega che permetterà al governo di procedere.
Bonafede è confortato da Orlando che annuncia: "Abbiamo convenuto sulla necessità di una radicale riforma del Csm". L'ex ministro continua: "Abbiamo condiviso l'impianto e gli strumenti per arrivare rapidamente ad un netto miglioramento del processo sia civile che penale anche sotto il profilo dei tempi". Bonafede spiega che si discute di un dimezzamento dei tempi di tutti i processi con un tempo massimo per i processi penali di 4 anni ed uno medio, sempre di 4 anni, per quelli civili.
Il ministro della Giustizia fa sapere che tra gli obiettivi "non c'è la modifica della legge sulla prescrizione. L'obiettivo è quello di approvare la riforma entro il 31 dicembre e di questo sono molto orgoglioso: quando si lavora nell'interesse dei cittadini si trova sempre una piattaforma comune, che chiaramente deve essere discussa con i parlamentari".
Da questa piattaforma comune, però. ed è sempre il ministro a farlo sapere non c'è il metodo di elezione del Csm. Posso, dire - dice - che il sorteggio per il Csm è l'unico punto di divergenza che dovrà essere approfondito".
"Per la riforma del Csm e su tutto quello che ne deriva in termini di incompatibilità" - continua Bonafede - "occorre spezzare i legami tra politica e magistratura e combatterli per estirpare tutte le degenerazioni delle correnti della magistratura. Ho già cominciato a lavorare per avere norme molto rigide che impediranno sia la degenerazione elle correnti sia i legami tra politica e magistratura".
Per il momento dagli accordi sulla giustizia resta fuori anche il carcere per i grandi evasori. Ma il Guardasigilli assicura che "sul carcere ai grandi evasori siamo d'accordo come forze di governo che sarà un obiettivo, ma oggi non è stato oggetto di trattazione specifica".
Naturalmente fioccano le domande sul nuovo governo, se è meglio lavorare con la Lega o il Pd. "Non mi interessa fare paragoni con una forza politica che oggi sta all'opposizione" - dice Bonafede. "Io sto parlando di quello che fa questo governo, ai cittadini non interessano i giochi politici. Io sono pagato per lavorare e oggi questo lavoro ha visto un'ottima convergenza con il Pd".
di David Allegranti
Il Foglio, 28 settembre 2019
"Tra guardie e ladri io sto con le guardie", ha detto giovedì scorso il senatore Matteo Salvini in un comizio a San Gimignano, solidarizzando con i 15 agenti di Polizia penitenziaria indagati per presunti maltrattamenti e torture nel carcere di Ranza nei confronti di un detenuto tunisino di 23 anni. I giornali hanno raccontato la vicenda con stupore, come se non fosse abbastanza chiaro che in carcere, purtroppo, la violenza non solo fisica abbonda.
di Massimiliano Peggio
La Stampa, 28 settembre 2019
Né mafia né criminalità comune. La prima causa di morte violenta tra le forze di polizia è il suicidio. Strisciante e imprevedibile, la belva dell'anima azzanna nel silenzio e non molla la presa. Dall'inizio dell'anno sono 44 gli appartenenti alle forze dell'ordine che si sono tolti la vita. Per lo più con l'arma di ordinanza.
"Un morto a settimana. È un dato impressionate che dovrebbe indurre i vertici delle varie amministrazioni a riflettere. Non cerchiamo colpevoli, ma antidoti. Se non iniziamo a interrogarci sul fenomeno, rischiamo di piangere altri morti" dice Roberto Loiacono, della Funzione Pubblica della Cgil di Torino. Un dibattito organizzato presso la Camera del lavoro di Torino, rivolto agli operatori del settore, ha delineato un quadro inquietante.
E sono soprattutto i dati raccolti a livello nazionale dall'associazione Cerchio Blu, che da anni si occupa di sostegno psicologico per le forze di polizia, a rappresentare la gravità del fenomeno. L'86% di chi si toglie la vita, tra carabinieri, polizia, finanza, penitenziaria e polizie locali, lo fa utilizzando la pistola d'ordinanza. La maggiore concentrazione di casi si registra nel Nord: 42% contro il 31,4% di eventi avvenuti nel Sud e nelle isole.
La fascia di età a "rischio" va dai 45 e ai 64 anni, che racchiude il 58,13% di suicidi. Segue la fascia tra i 25 e i 44 anni, con il 34,48%. I picchi si sono registrati tra i 43 e 44 anni, e tra 52 e i 49 anni. Il 30,7 % lo ha fatto in un luogo privato, il 27,9% sul posto di posto di lavoro. Il 31% dei casi in estate, il 24% inverno. "Il problema va affrontato con estrema cautela perché i casi sono in aumento - spiega Graziano Lori, presidente dell'associazione Cerchio blu - Ci sono paesi, come la Francia, dove la situazione è addirittura più drammatica della nostra".
Nel 2014 i suicidi erano stati 43; 34 nel 2015 e nel 2016; 28 nel 2017 e 29 nel 2018. Le polizie locali o municipali, ex vigili urbani, registrano il più alto tasso di suicidi femminili: il 52,6%. I corpi di polizia locale accolgono il 36% di donne in divisa, percentuale più alta rispetto alle altre forze dell'ordine. A livello nazionale ci sono stati 5 episodi, di cui 2 in un arco temporale di 5 mesi nella sola provincia di Torino.
"Spesso i comandanti o i funzionari apicali - spiega Emiliano Bezzon, comandante della polizia municipale di Torino - affrontano il problema da un punto di vista di puro rispetto delle norme per evitare ripercussioni sul piano della responsabilità. Non basta togliere l'arma d'ordinanza quando si manifesta un disagio. Io la vedo diversamente. Bisogna andare al di là della semplice gestione del personale. Bisogna prendersi cura delle persone, occuparsi delle criticità individuali".
Quali sono i fattori che incidono di più? I contesti lavorativi o le dinamiche personali? Il fenomeno è seguito da un osservatorio nazionale ma i correttivi "andrebbero affrontati con maggior coraggio dalle amministrazioni centrali, che invece preferiscono nascondere il problema", dicono i sindacati.
"Tra le valutazioni del rischio lavorativo non è compresa quella dello stress correlato - afferma Nicola Rossiello segretario regionale del Silp Cgil della polizia e coordinatore nazionale sicurezza sul lavoro - Dobbiamo obbligare le nostre amministrazioni a confrontarsi con la tragicità del fenomeno. A discutere apertamente dei rischi psicosociali che affliggono tutti gli operatori di polizia, qualunque sia la loro divisa".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 28 settembre 2019
Emanuele Macaluso è riformista, migliorista, garantista. Un comunista eretico, attaccato più da sinistra che da destra. Un sentimentale, finito coi ceppi ai polsi per amore ai tempi del reato di adulterio. "Nicola Zingaretti deve dire chiaro e tondo a questi grillini che o si sospende la sciagurata riforma della prescrizione oppure non si va da nessuna parte", dichiara al Foglio con tono battagliero Em.Ma., come da nom de plume in calce ai corsivi sull'Unità e sul Riformista.
Dal primo gennaio entra in vigore la normativa Bonafede che di fatto abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione. "Così, seppure scagionato da ogni accusa, potrai essere processato a vita, come se il processo non fosse in sé una pena. Soprattutto in Italia dove l'indagato è già condannato".
E dire che il segretario del Pd aveva invocato "discontinuità". "Senza discontinuità sulla giustizia il governo non può andare avanti. Zingaretti non era contrario al voto anticipato, anzi. Io ho cercato di spiegare che era meglio confrontarsi con gli elettori piuttosto che formare un governo con il M5S. Alla fine la discontinuità non c'è stata né sul premier né su un ministero chiave come la giustizia. Hanno riconfermato a capo di via Arenula un modesto avvocato che si vanta di essere giustizialista e che ha bollato come "svuota carceri" la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta dall'ex Guardasigilli Andrea Orlando. La sinistra o è garantista o non è.
Garantismo significa agire "in nome della legge", lo spiegava bene Leonardo Sciascia. Il giustizialismo asseconda la forzatura della legge. La prescrizione sembra esser diventata un privilegio, invece è un diritto: se lo stato non mi assicura una risposta entro termini decenti, la mia vita è letteralmente finita". Uno degli ultimi consigli dei ministri gialloverdi è durato nove ore proprio per l'opposizione di Matteo Salvini, che lei detesta, alla "riforma Bonafede".
"Il Pd non può farsi dettare la linea su questa materia, né può incaricarsi di terminare il lavoro che Salvini non ha voluto intestarsi. Ripeto: la prescrizione di Bonafede va bloccata, di corsa. Il governo s'impegni piuttosto a varare un piano per accelerare i tempi del processo intervenendo sulle strutture obsolete degli uffici giudiziari. Serve un salto tecnologico che richiede tempo, sennò si raccontano solo balle".
Che deve fare Zingaretti? "Ponga la questione con forza: discontinuità. Nessuna sospensione della prescrizione fin quando l'accorciamento dei processi sarà mera enunciazione". Intanto sul taglio dei parlamentari il M5S va veloce: il 7 ottobre il Pd, dopo tre voti contrari, si esprimerà a favore. "Se tu tagli i parlamentari e basta, fai un atto puramente demagogico e non risolvi nulla. Il fatto che Luigi Di Maio ne esalti l'aspetto economico, il presunto risparmio di 500 milioni di euro, la dice lunga sui tempi che viviamo".
Una cifra che equivale allo 0,0007 percento della spesa pubblica. "La democrazia costa. Se tagli 345 parlamentari mantenendo regole e procedure immutate, non aumenti l'efficienza della macchina legislativa. La verità è che i 5 Stelle vogliono piantare la loro bandierina, il rischio vero è che qualcuno assecondi progetti così stupidi".
Qualcuno tipo il Pd. "Io credo che questa alleanza sia una cosa transitoria". In Umbria si inaugura un connubio regionale. "Il governo è nato in uno stato di necessità per sbarrare la strada a Salvini. Dopodiché se fai le alleanze governative, qual è la ratio di escluderle a livello locale? Nel M5S c'è gente che si ribella, che non coglie il senso di certe posizioni. È un ribollire di malumori attorno a questo Di Maio che si fa chiamare "capo", non è chiaro di cosa. Pure il Pd deve cambiare".
Marco Minniti ha fatto notare che tre dei quattro segretari eletti con le primarie hanno lasciato il partito. "È venuto il momento di un congresso vero, mai celebrato finora. In tutto il mondo le primarie servono a individuare i candidati per le istituzioni, non i dirigenti del partito. Il partito appartiene agli iscritti, le istituzioni ai cittadini".
Data di scadenza del Conte-bis? "Il governo dura se il movimento di Beppe Grillo non si sfascia prima". Giuseppe Conte sarà il prossimo candidato premier pentastellato? "È probabile, il premier è l'ultimo uomo che gli è rimasto".
A Bruxelles i Verdi hanno contestato ai grillini l'assenza di democrazia interna: "Non abbiamo a che fare con un partito - ha detto il copresidente degli ambientalisti, Philippe Lamberts - ma con un'azienda in mano a una persona, Davide Casaleggio". "I Verdi hanno ragione - prosegue Macaluso - I 5 Stelle dipendono da una struttura privata, adesso pensano a un direttorio allargato per contenere le spinte centrifughe". Accantonata la tassa sulle merendine, il governo, concepito per scongiurare l'innalzamento dell'Iva, valuta aumenti selettivi dell'Iva. La coperta è corta. "Questa storia dell'Iva è stata buttata lì per trovare un senso a un'alleanza che nasce, ripeto, in uno stato di necessità".
Renzi, neoleader di Italia Viva, è diventato il quarto azionista dell'esecutivo. "Dopo averci raccontato il suo rifiuto delle correnti, si è fatto il suo partitino, a conferma che la sua corrente esisteva eccome. Lui, essendo un personalista, ritiene che se non sei il capo non esisti. Eppure, provenendo dalla Dc, dovrebbe sapere che Aldo Moro, dopo aver governato per quattro anni, fu estromesso dalla sua corrente, i dorotei, e al congresso si presentò con una sua lista che ottenne il 7 percento. Tuttavia, Moro non sbatté la porta né lasciò il partito di cui successivamente divenne di nuovo segretario".
Lei l'ha sempre mal sopportato, eppure Renzi ha impresso una svolta garantista al partito. "Non scherziamo: lui è stato giustizialista e garantista a giorni alterni. Da premier incaricato propose per via Arenula un magistrato come Nicola Gratteri". Esperto di contrasto alla 'ndrangheta, certo. "Ma non un campione di garantismo, anzi". Ieri il leader di IV ha contestato l'ipotesi della procura di Firenze che vedrebbe in Berlusconi il presunto responsabile delle stragi mafiose e dell'attentato a Maurizio Costanzo.
"Berlusconi ha molte responsabilità nella sua vita politica ma dipingerlo come uno stragista mafioso mi pare un'assurdità, com'è assurdo il processo palermitano sulla trattativa stato-mafia. Ci vuole una mente deviata per pensare che nel momento in cui lo stato, per la prima volta nella storia d'Italia, vinceva contro Cosa nostra, mandando dietro le sbarre il suo gotha, negoziava un accordo con i Riina e i Provenzano.
I due boss sono morti mentre erano agli arresti, quelli sopravvissuti si apprestano a morire in cella. Il sacrificio di Falcone, di Borsellino e di migliaia di vittime innocenti nella società civile, dai carabinieri ai giornalisti, ha permesso di smantellare la mafia siciliana, oggi rimpiazzata dalla 'ndrangheta".
Il presidente emerito Napolitano ha più volte richiamato il tema del sovraffollamento carcerario, rimasto fuori dall'agenda politica odierna. "Si sfornano solo leggi per riempire le celle sul falso presupposto che l'unica pena possibile sia quella detentiva. Il numero dei detenuti suicidi è una vergogna. La qualità di una democrazia si misura dalla qualità della giustizia". Si torna così al tema di partenza: le leggi carcerogene sono un totem dei Cinque stelle. "Senza discontinuità sulla giustizia è meglio fermarsi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Avvocati e magistrati sono d'accordo: la legislazione dell'emergenza vive da oltre quaranta anni sotto varie forme ma oggi più di ieri si assiste alla compressione di diritti costituzionali e allo schiacciamento del diritto penale sulla vittima.
È quanto emerso dalla tavola rotonda "Il diritto penale dell'emergenza: dalla legge reale ai decreti sicurezza", organizzata dalla sezione romana di La. p.e.c. e dal Gruppo Giustizia Bruno Andreozzi, e moderata dall'avvocato Cataldo Intrieri che ha dato subito parola al professore Ennio Amodio, autore del "A furor di popolo. La giustizia vendicativa gialloverde": "La degenerazione dell'emergenza - ha spiegato Amodio - si traduce nella trasformazione del provvisorio in ordinario, e della tavola dei valori costituzionali in un "fai da te punitivo" come è avvenuto per la legittima difesa domiciliare, fortemente voluta dalla Lega".
Sulla stessa lunghezza d'onda Margherita Cassano, Presidente Corte di Appello di Firenze, per la quale negli ultimi decenni abbiamo avuto delle modifiche non strutturali del diritto penale, ma solo su singoli provvedimenti, perdendo di vista il quadro generale: "Da Mani Pulite abbiamo assistito ad una delega all'autorità giudiziaria per forme di intervento che non le appartengono, all'inserimento delle aggravanti, all'innalzamento delle pene per diversi reati, ad un carattere simbolico delle norme per fornire un messaggio rassicurante al popolo, come il nuovo codice rosso".
L'onorevole Luciano Violante ha ravvisato invece come oggi "la magistratura senta in aula la pressione dei parenti delle vittime", come vi abbiamo spesso raccontato su questo giornale. Concetto ribadito da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, per cui "l'emozione pubblica e il privato hanno fatto irruzione nel diritto", cambiamento a cui il legislatore si è adeguato, quando invece "è l'opinione pubblica che dovrebbe tener conto del Parlamento, non il contrario".
A dare una chiave storica ci ha pensato Armando Spataro, già procuratore della Repubblica: "Le leggi varate durante gli anni di piombo hanno sì fornito una risposta mirata anche sul piano processuale ma sono assolutamente convinto che rispettassero in pieno il sistema dei diritti su cui si fonda non solo il nostro ordinamento processual penalistico ma anche la nostra Costituzione". La stessa impronta è stata data al campo dell'antimafia e dell'antiterrorismo, dove i "provvedimenti sono stati adottati dopo attentati gravissimi, ma ponderati anche da un ceto politico che era ben diverso dall'attuale.
Se qualche norma - ha proseguito Spataro - poteva rischiare di ledere i diritti degli indagati, essa è stata totalmente disapplicata dalla magistratura e dalle forze di polizia. La sicurezza - ha terminato Spataro - è ormai un diritto che come tale non vince su tutti i diritti e io dal ceto politico mi augurerei una coerente difesa della propria identità che deve essere difesa e affermata persino a costo di perdere consensi.
Non è accettabile che un partito per ottenere la maggioranza venga meno ai propri valori e non mi riferisco solo all'occhio chiuso o al volto girato rispetto alla normativa sull'immigrazione ma in relazione a tutti i diritti che la Costituzione prevede".
L'approccio storico lo ha portato avanti anche Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica: "parlando di emergenze reali tra il 1970 e il 1975 gli omicidi passano da 1.328 a 1.759, i furti denunciati da 500mila a 1 milione527mila, le rapine, sequestri e le estorsioni da 3.170 a 11.447. Era una emergenza reale non un panico morale diffuso anche dalle agenzie di comunicazione. Ci sono tre grandi fattori che hanno contenuto la stagione dell'emergenza nei limiti della Costituzione: una magistratura dalla schiena dritta, una Costituzione che con lungimiranza non aveva previsto lo stato di emergenza come meccanismo costituzionale di deroga, e una sana cultura democratica, un sano operare della magistratura, che come riconosceva il carattere simbolico di alcune leggi allo stesso tempo ha fatto sì che la repressione del fenomeno terroristico rimanesse sempre all'interno della magistratura ordinaria e non fosse affidata a giudici speciali.
Nel 1975 mentre veniva approvata in Parlamento la Legge Reale, contemporaneamente si approvava la riforma dell'ordinamento penitenziario". Oggi invece "se leggo il preambolo del sicurezza bis trovo "norme di straordinaria urgenza per contrastare i flussi migratori, per creare nuovi strumenti per tutelare la sicurezza pubblica" e immagino la fotografia di un Paese in preda a pericolosi ribelli anarchici, insurrezionalisti con bombe in mano e colmo di migranti che sbarcano da tutte le parti. Ma la verità dice il contrario".
L'avvocato Luca Petrucci ha concluso il dibattito dunque proponendo "il nostro proposito a stimolare le forze progressiste affinché la giustizia non sia considerato un tema residuale".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Dalla riforma del Csm alle carriere separate: dialogo penalisti-toghe. La riforma della giustizia torna, per iniziativa dell'Unione delle camere penali, al centro del dibattito fra gli operatori del diritto con gli "Stati generali per la riforma dell'Ordinamento giudiziario", convocati ieri e oggi a Roma.
"I penalisti italiani, magistrati, politici, rappresentanti del Consiglio superiore della magistratura, discuteranno - anche da posizioni molto diverse - di sistema elettorale del Csm, delle competenze di tale organo, di carriere da separare o da mantenere unite, dei fuori ruolo, di obbligatorietà dell'azione penale, con uno sguardo anche a cosa accade nei sistemi giudiziari europei e democratici", ha dichiarato il presidente delle Camere penali, l'avvocato Giandomenico Caiazza, presentando l'iniziativa.
La due giorni delle Camere penali cade in un momento molto particolare, all'indomani delle polemiche che hanno travolto l'Organo di autogoverno delle toghe e con la riforma della giustizia, voluta e più volte annunciata dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, di prossima approvazione.
"Su queste tematiche è calato il silenzio assoluto della politica. Da emergenza cruciale, dopo le note vicende emerse intorno alla nomina dei nuovi vertici di alcune importanti Procure tra cui quella capitolina, al silenzio. Nulla, nemmeno un chiarimento sul destino della proposta di riforma che Bonafede inserì in quattro e quattr'otto nella legge delega di riforma dei tempi del processo penale, ancora vigente il governo gialloverde", ha puntualizzato Caizza.
Fra i temi oggetto della discussione, un posto di rilievo merita certamente la separazione delle carriere, cavallo di battaglia dei penalisti che hanno al riguardo organizzato una raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa polare, la cui discussione alla Camera è in calendario per il mese prossimo. Senza dimenticare "i fuori ruolo", i magistrati dedicati ad incarichi non giurisdizionali il cui numero è, comunque, stabilito per legge, e i criteri di priorità da parte dei procuratori nella trattazione dei fascicoli, un passo verso la discrezionalità dell'azione penale. "Il nodo cruciale della questione sta nel rapporto tra magistratura e politica", aggiunge il presidente dei penalisti, invitando il Parlamento a prendere posizione sul punto.
"Sul sorteggio come meccanismo di selezione dei consiglieri del Csm, ribadisco qui la mia contrarietà, perché il Consiglio rischierebbe di uscirne azzerato nella sua natura di organo di rappresentanza del pluralismo e ridotto a entità meramente burocratica ed esecutiva", ha dichiarato David Ermini, vice presidente del Csm, rispondendo subito alle sollecitazioni dei penalisti.
Dura la presa di posizione riguardo lo scandalo che ha coinvolto il Csm, determinando le dimissioni di cinque consiglieri togati: "La degenerazione delle correnti in correntismo è innegabile ed è un problema vero e grave. Da anni si assiste a una deriva carrierista, corporativa e clientelare delle correnti che va sicuramente affrontata".
"È in buona sostanza - prosegue Ermini - analoga alla parabola post- ideologica dei partiti, un tempo soggetti di passioni collettive, grandi idealità e progettualità del futuro e ora simili ad apparati autoreferenziali e di potere". Infine una stoccata alle riforma giustizia targata Bonafede. A partire proprio dallo "Spazza-corrotti".
"Resta inaccettabile il fatto che le percentuali più alte per ciò che riguarda la prescrizione si registrino proprio nella fase delle indagini preliminari: il Csm, nel parere su questa legge, non ha mancato di evidenziare questo aspetto, sottolineando l'incongruenza di una riforma, per la quale dal prossimo anno il corso della prescrizione sarà sospeso dopo la sentenza di primo grado, che in effetti non incide minimamente sulla fase delle indagini preliminari.
Quel parere del resto non lascia margini di dubbio sul forte rischio, in assenza di interventi organici e strutturali sul processo penale, di un effettivo allungamento dei tempi, con importanti ricadute sulla posizione delle vittime di reato e degli imputati".
"È chiaro che un processo tendenzialmente illimitato entra in piena rotta di collisione con il principio costituzionale della ragionevole durata e viene a ledere in modo insanabile il diritto di difesa", ha aggiunto Ermini.
"Le indagini preliminari non possono e non devono trasformarsi per l'indagato in una sorta di limbo infamante sottratto alle leggi del tempo: a indagini concluse, o si esercita l'azione penale o si chiede l'archiviazione", il monito finale del vice presidente del Csm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Sì del vicesegretario Pd al ddl su Csm e processi: "tempi dimezzati". Tutto si poteva immaginare, nella partita fra 5 Stelle e Pd sulla giustizia, fuorché trovare "l'unico punto di divergenza", come lo definisce Alfonso Bonafede, nel sorteggio per il Csm.
Basta tornare allo scenario pre- voto, quando la sola cosa certa sembrava la fermezza del Movimento nel tutelare le aspettative dei magistrati. E invece al vertice "decisivo" sulla giustizia, celebrato ieri dal guardasigilli e da Andrea Orlando a Palazzo Chigi, alla presenza del premier Giuseppe Conte, a scartare la selezione random dei togati è il vicesegretario Pd.
Sul resto l'intesa è fatta, e prevede un'altra sorpresa- non sorpresa: la non belligeranza sulla prescrizione. Orlando aveva anticipato anche questo, ma da ieri l'ipotesi è realtà: il Pd lascerà che il 1° gennaio 2020 entri in vigore l'abolizione dell'istituto dopo la sentenza di primo grado. Un via libera che, dal punto di vista del predecessore di Bonafede, si compenserebbe con il "netto miglioramento dei tempi dei processi".
In attesa di capire cosa ne dirà il terzo incomodo Matteo Renzi. Bonafede parla di "dimezzamento dei tempi nel penale, che durerà 4 anni" e di "durata media di 4 anni nel civile, il che vuol dire dimezzare i tempi anche lì". Orlando conferma: "Abbiamo condiviso l'impianto e approfondito gli strumenti per raggiungere tale obiettivo, anche con certezze rispetto a questi tempi". Fino al sigillo sull'accordo, impresso da Bonafede: "Non è tra gli obiettivi quello di modificare la norma sulla prescrizione".
Prescrizione, l'incognita Renzi - Eppure si tratta del vero nodo politico. Il Pd rinuncia a rivedere lo stop anche per le sentenze di assoluzione. Su questo, di sicuro, è pronta l'offensiva dei renziani. Pochi giorni fa uno dei più deputati di Italia viva più presenti sul dossier giustizia, l'ex sottosegretario Gennaro Migliore, aveva auspicato che fosse eliminato "il paradosso di un imputato dichiarato innocente in primo grado ma esposto a restare sotto processo a vita".
E dall'opposizione, a parte le previste contestazioni di Matteo Salvini, è forse l'azzurro Renato Schifani a cogliere di più nel segno: "Com'è possibile che un vertice sulla giustizia non abbia visto la presenza del partito di Renzi? Forse per un già aperto dissenso, peraltro condivisibile?". Nonostante "lo spirito costruttivo" dell'incontro di ieri rilevato anche dal sottosegretario dem alla Giustizia Andrea Giorgis, che pure vi ha partecipato, resta dunque un'incognita notevole. Oltre a quella, meno minacciosa per la maggioranza, delle "intercettazioni" che, spiega Bonafede "sono rimaste fuori dal colloquio, così come il carcere per gli evasori, a cui però teniamo".
Le convergenze su Civile e Csm - Il resto sembra liscio. Sul processo civile, per esempio, alcune limitazioni imposte alle parti in fase istruttoria non sono troppo lontane da ipotesi che anche Orlando, da ministro, aveva provato a mettere sul tavolo, fermato anche dal dissenso degli avvocati. E sul Csm, lo stesso vicesegretario dem parla con decisione di "radicale riforma", sulla quale "abbiamo condiviso l'idea di procedere".
Come? Con tutti gli altri vincoli di incompatibilità per l'elezione dei consiglieri - sia laici che togati - in parte anticipati da Bonafede: se appunto "il sorteggio è l'unico punto che andrà approfondito", spiega il guardasigilli, "sulla riforma del Consiglio superiore e su tutto quello che ne deriva in termini di incompatibilità, di spezzare il legame tra politica e magistratura, di combattere le degenerazioni delle correnti, non ci sono dubbi e abbiamo già cominciato a lavorare, per avere norme molto rigide". Rispunta il profilo spiazzante di un Movimento che, nella maggioranza, è il più fermo nell'intransigenza con le toghe. Ma Orlando non è da meno, non dimentica i propri tentativi di riformare il Csm, in parte dismessi quando era lui a via Arenula, ed è pronto a inserire nel ddl, che sarà "nuovo" rispetto a quello discusso da M5S e Lega, le ipotesi di sistema elettorale elaborate dalla "sua" commissione Scotti.
Ddl delega "entro dicembre" - La tranquillità del vicesegretario Pd fa agio su un altro assioma pronunciato ieri dal successore Bonafede: "La riforma che dimezza i tempi nel penale e nel civile sarà approvata entro il 31 dicembre". Prima che entri in vigore la "nuova" prescrizione, dunque. Certezza che potrebbe valere, però, al più per la legge delega da varare in Parlamento, ma certo non per i decreti legislativi che dovranno seguirla. Stessa dead-line "anche per la riforma del Csm" che, come il resto del pacchetto, "avrà forma di delega ma dovrà comunque essere discussa con i parlamentari", assicura il guardasigilli.
Il quale vede nel colloquio a quattro di Palazz Chigi "un passo fondamentale", verso "una vera rivoluzione". Dettagli da sistemare, anche a livello "apicale", comunque ce ne sono. Non solo sul Csm, perché Orlando ribadisce che nel testo vecchio, quello dell'era gialloverde, "c'erano cose buone e altre che non condividiamo".
Alcune non c'erano affatto: per esempio l'estensione del patteggiamento, sgradita a Salvini e Bongiorno ma cara all'Anm e soprattutto all'avvocatura. Una modifica sulla quale il Pd è d'accordissimo. Chi da via Arenula se n'è andato, come l'ex sottosegretario leghista Jacopo Morrone, ricorda d'altra parte "la collaborazione costruttiva" con il ministro m5s e lo esorta: "Tutta quell'attività non vada perduta per compiacere un alleato che ha fallito su tutti i fronti". Ma in realtà, come dice Schifani, a insidiare le certezze sarà Renzi. Sulla prescrizione innanzitutto. Anche se Bonafede e Orlando, da ieri, sembrano certi di aver disinnescato la bomba.
di Luca Serranò
La Repubblica, 28 settembre 2019
Resta teso il clima nel carcere di San Gimignano, nel Senese dopo l'inchiesta della magistratura che ha portato ad indagare per tortura 15 agenti della polizia penitenziaria di cui 4 sospesi dal servizio per quattro mesi. Dopo la visita del leader della Lega Matteo Salvini che ha incontrato soltanto gli agenti, è scoppiata la protesta di un gruppo di detenuti della media sicurezza.
Verso le 21 di giovedì hanno cominciato la battitura delle sbarre, hanno incendiato delle lenzuola, lanciato oggetti dalle finestre e danneggiato suppellettili all'interno delle celle. "La situazione è stata gestita con grande professionalità e responsabilità dal personale penitenziario che ha evitato conseguenze più gravi" riferisce in una nota il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo.
"Quanto accaduto è molto significativo del clima che si sta creando nelle carceri del Paese alimentato dalla destabilizzazione del sistema carcerario e dalla delegittimazione del personale penitenziario" prosegue Di Giacomo. Del resto aggiunge "spostare tutta l'attenzione mediatica sui presunti pestaggi di detenuti che sarebbero avvenuti nel carcere di San Gimignano è un'operazione che contiene il rischio di delegittimare tutto il personale di polizia penitenziaria degli istituti italiani che è già costretto a difendersi da mille attacchi dentro e fuori il carcere. Siamo dunque dalla parte degli agenti e prima di esprimere condanne pesanti e definitive attendiamo il procedimento giudiziario".
Il direttore del carcere, Giuseppe Renna, conferma che vi sia stata una protesta dopo la partenza di Salvini (il senatore leghista ha invitato la magistratura a mostrare il video delle presunte torture e si è schierato con le guardie), ma spiega che i detenuti non hanno messo in relazione la loro protesta con la visita del leader leghista. "Quel video io l'ho visto - spiega l'avvocato Sergio Delli, difensore di un poliziotto - ma non mostra nemmeno uno schiaffo".
di Stefania De Cristofaro
brindisireport.it, 28 settembre 2019
Nuovo accordo con la direzione del carcere: anche giardinaggio, in aggiunta al riordino degli archivi e mansioni compatibili con il curriculum scolastico. Il Comune di Brindisi (ri)apre ai detenuti del carcere di via Appia e offre la possibilità di lavorare per l'Amministrazione e, quindi, per la città, dando priorità al verde pubblico: gli ospiti del penitenziario si occuperanno, per quattro ore al giorno, di giardinaggio, in aggiunta alla sistemazione dell'archivio, già sperimentata negli ultimi tre anni.
La convenzione - L'Ente ha rinnovato la convenzione con la direzione del penitenziario, ampliando le offerte rivolte ai detenuti, dopo aver sperimentato progetti di pubblica utilità dalla primavera del 2016. La prima versione dell'accordo, infatti, risale al mese di maggio 2016, quando a reggere le sorti di Palazzo di città c'era la gestione commissariale. Con delibera di Cesare Castelli venne dato il via libera allo svolgimento di "lavori in favore della collettività", per la durata di un anno, poi prorogata nei 24 mesi successivi.
I lavori di pubblica utilità - L'Amministrazione Rossi, su richiesta della direzione del carcere, ha voluto ampliare le possibilità di reinserimento in ambito lavorativo e, quindi sociali, offerte ai detenuti prevedendo l'impiego nel settore del verde pubblico. Nel giardinaggio, in particolare. Settore sul quale il Comune sta puntando, con l'obiettivo di restituire a Brindisi il decoro che merita. È stata anche sottolineata la necessità di prevedere mansioni compatibili con il profilo professionale in precedenza svolte dai detenuti e con la preparazione scolastica.
La delibera di Giunta - Per questo motivo il contenuto dell'accordo con il carcere è stato modificato e aggiornato. La delibera di Giunta, su proposta dello stesso sindaco Riccardo Rossi, è stata approvata lo scorso 24 settembre. L'esecutivo ha anche deciso di modificare l'accordo sul fronte del numero dei detenuti da impiegare nei lavori: non più un solo, ma più di uno, sempre sulla base delle effettive esigenze dell'Amministrazione.
Più esattamente, stando alla nuova versione del testo della convenzione, "il Comune di Brindisi si impegna ad accogliere nei suoi uffici un numero di detenuti concordato di volta in volta con la casa circondariale, per un periodo non superiore a 12 mesi ciascuno, per lo svolgimento per quattro ore giornaliere - dalle ore 9 sino alle 13 - di lavori di giardinaggio, piccoli lavori di facchinaggio e riordino degli archivi e altri locali, oltre a mansioni compatibili e coerenti con il profilo professionale, la formazione e il curriculum scolastico del detenuto".
La finalità - L'Amministrazione comunale "mira a dare concreta attuazione ai principi costituzionali volti a favorire le sanzioni alternative rispetto alla detenzione carceraria, quali l'obbligo a svolgere lavori socialmente utili, in quanto più efficaci rispetto alla funzione rieducativa che ispira la carta costituzionale e i principi del nostro Stato", si legge nella relazione firmata dal dirigente responsabile dei progetti speciali, Angelo Roma, in risposta alla richiesta della direzione della casa circondariale di Brindisi, pervenuta a Palazzo di città lo scorso 16 luglio. Tutti d'accordo gli assessori.
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