di Davide Cagnoni e Angelo Dugo
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2019
Per le società e gli enti spesso non è facile individuare il titolare effettivo soprattutto in presenza di gruppi complessi all'interno dei quali non è immediato ricostruire la catena partecipativa e nemmeno individuare con chiarezza i soggetti titolari dei poteri di amministrazione e di direzione della società. Le ultime novità in materia di titolare effettivo previste dal testo di modifica del Dlgs 231/2007 e finalizzate al recepimento della V direttiva antiriciclaggio (direttiva Ue 2018/843), prevedono che gli amministratori delle società ed enti debbano richiedere direttamente al titolare effettivo le informazioni adeguate ed aggiornate in merito alla titolarità effettiva della società (la bozza di modifica è consultabile sul sito del ministero dell'Economia).
lacnews24.it, 30 settembre 2019
È una denuncia pubblica quella che i 31 detenuti dell'Alta Sicurezza del carcere di Palmi rivolgono al direttore della struttura e al comandante della polizia penitenziaria. Una denuncia che si articola in un ampio preambolo e in 12 punti, nei quali viene sviscerato l'atto di accusa nei confronti dei vertici del carcere.
Lo scritto è stato inviato al giudice del tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria Daniela Tortorella, per tramite dell'avvocato Giovanna Ariniti "per portare a conoscenza... un malessere sempre più diffuso, causato da un approccio assolutamente colpevolista, autoritario e di totale chiusura al dialogo, che la nuova direzione (direttore e comandante) sta portando avanti nei nostri confronti". I detenuti sostengono che se entro 30 giorni non saranno ricevuti in "un incontro collettivo" inizieranno uno sciopero della fame.
"Rivendichiamo il diritto - scrivono i 31 detenuti dell'alta sicurezza - di essere trattati come esseri umani, rifiutando per il solo fatto di essere detenuti, di venire considerati come la peggiore feccia esistente sulla faccia della terra".
Lo scritto mette in evidenza la presunta differenza di trattamento tra il precedente direttore e l'attuale. La Costituzione e il regolamento penitenziario "impongono un trattamento rieducativo che tende al reinserimento sociale dei detenuti. Noi riteniamo - attaccano i firmatari del documento - che questa dirigenza stia attuando un sistema contrario a questi principi, dove è preminente il principio di sottomissione e umiliazione della persona.
Con ciò non intendiamo offendere nessuno, ma semplicemente evidenziare che stiamo vivendo una realtà in cui anche esprimere una perplessità, può essere causa di un rapporto disciplinare, che puntualmente viene sanzionato con il massimo possibile (15 giorni di isolamento). Un sistema che modifica le regole senza farci sapere nulla... un sistema che riconosce solo la punizione disciplinare e che non dà spazio neanche in sede di consiglio disciplinare di esporre le proprie ragioni, portando il detenuto ad allontanarsi dal percorso rieducativo".
La lunga disamina articolata in 12 punti raffronta quanto era permesso sotto la precedente direzione e che ora con la nuova gli sarebbe negato: "Tanti detenuti che per anni hanno tenuto un comportamento esemplare, ora si trovano puniti con sanzioni disciplinari perché, per esempio, sono stati trovati in possesso di una penna Pilot, che la direzione precedente gli aveva permesso di acquistare". Nei punti messi in evidenza ci sono l'impossibilità di detenere semplici farmaci da bancone per curare, per esempio, gli stati influenzali, la diminuzione dei tempi per potere usare l'acqua calda, le pessime condizioni dei locali che ospitano lo studio dentistico e l'impossibilità di potersi curare.
di Franco Corleone
L'Espresso, 30 settembre 2019
L'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini si è recato giovedì 26 settembre nel carcere di San Gimignano non per verificare come parlamentare le condizioni dell'Istituto penitenziario ma per manifestare solidarietà a quindici agenti della Polizia Penitenziaria imputati fra gli altri del reato di tortura. Scelta politicamente legittima. Poco opportuna forse; come certamente inopportune le foto con gli agenti.
Salvini ha avuto anche modo di dichiarare che i garanti dei diritti delle persone private della libertà sono inutili e andrebbero sostituiti dai garanti degli agenti. È una opinione che cozza con la legge e con le Convenzioni internazionali ma va presa in considerazione come segno dei tempi. Una volta, magari retoricamente, ci si richiamava a Cesare Beccaria; ora l'Italia è il paese del "marcire in carcere".
La reazione nel carcere non si è fatta attendere. Alle 20.20 iniziava una manifestazione di protesta collettiva con una battitura dei cancelli e delle inferriate. Pare che il rumore fosse assordante e venivano lanciati insulti contro i visitors del pomeriggio. Si sono verificati anche episodi di piccoli incendi, di lanci di oggetti nel corridoio della sezione e alcuni danneggiamenti delle suppellettili delle celle.
Martedì come garante della Regione Toscana mi recherò a fare visita al carcere che vive un momento assai difficile. Incontrerò il nuovo direttore e il nuovo comandante e chiederò un salto di qualità per le condizioni di vita quotidiane. La Costituzione deve essere alla base dei comportamenti di tutti coloro che vivono in una struttura con grossi problemi che vanno risolti. Le criticità coinvolgono anche il personale. San Gimignano è una delle sedi del Polo Universitario e bisogna che abbia gli spazi indispensabili per operare.
La capienza regolamentare non deve essere superata garantendo dignità e diritti. A novembre la Regione Toscana festeggerà come tutti gli anni la grande riforma illuminista del Granduca Leopoldo che nel 1786 abolì tortura e pena di morte. È un monito per l'oggi.
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2019
Reati contro la pubblica amministrazione - Resistenza a pubblico ufficiale - Elemento oggettivo del reato - Fattispecie relativa a fuga all'alt intimato dalla polizia. Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale la violenza consiste in un comportamento idoneo a opporsi, in maniera concreta ed efficace, all'atto che il pubblico ufficiale sta legittimamente compiendo, sicché deve rispondere di tale reato il soggetto che, alla guida di un'autovettura, anziché fermarsi all'alt intimatogli dagli agenti di polizia, si dia alla fuga ad altissima velocità e, al fine di vanificare l'inseguimento, ponga in essere manovre di guida tali da creare una situazione di generale pericolo.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 16 settembre 2019 n. 38240.
Reati contro la pubblica amministrazione - Resistenza a pubblico ufficiale - Elemento materiale del reato -Violenza o minaccia - Configurabilità - Fattispecie. Il reato di resistenza a pubblico ufficiale è stato tipicizzato dal legislatore soltanto sotto il profilo teleologico, come volontà diretta a impedire la libertà d'azione del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, di talché la minaccia o la violenza possono consistere in qualunque mezzo di coazione fisica o psichica diretto in modo idoneo e univocamente a raggiungere lo scopo di impedire, turbare, ostacolare l'atto di ufficio o di servizio intrapreso, ciò perché l'idoneità della minaccia va valutata con giudizio ex ante, a nulla rilevando il fatto che in concreto i destinatari non siano stati intimiditi e che il male minacciato non si sia realizzato (nella fattispecie, l'imputato risultava avere cercato di ostacolare l'attività degli agenti, facendo intendere di essere in grado di arrecare loro problemi in sede giudiziaria, millantando di averlo già fatto contro altri agenti, quindi prospettando implicitamente la presentazione di una denuncia calunniosa: la Corte, nel rigettare il ricorso avverso la sentenza di condanna, ha ritenuto che anche una millanteria può costituire mezzo idoneo a turbare e ostacolare l'operato del pubblico ufficiale, per effetto della prospettazione di conseguenze pregiudizievoli attraverso la presentazione di un esposto calunnioso con l'implicito riferimento alla possibilità di creare problemi grazie alle proprie conoscenze influenti).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 10 luglio 2019 n. 30424.
Resistenza a pubblico ufficiale - Controllore - Ausiliare del traffico in servizio - Riconoscimento della qualifica di incaricato di pubblico servizio - Verifica del titolo di viaggio - Minacce e lesioni personali - Reato di cui all'articolo 337 c.p. Il verificatore dei titoli di viaggio (cosiddetto controllore) dipendente di un'azienda di trasporto pubblico locale, riveste, se in servizio, la qualità di pubblico ufficiale, essendo munito dei poteri autorizzativi e certificativi previsti dall'articolo 357, co. 2, c.p. Nessun rilievo ostativo a tale inquadramento giuridico assume l'attribuzione alla stessa persona fisica di tali mansioni insieme a quelle proprie dell'ausiliario del traffico, inquadrato come incaricato di pubblico servizio dall'articolo 17, co. 2, Legge 127/1997, come interpretato dall'articolo 68, co. 1, Legge 488/1999. Di conseguenza, chi reagisce alla legittima richiesta del controllore in servizio di esibire il biglietto di viaggio, minacciandolo e cagionandogli lesioni personali, commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale punito.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 27 maggio 2019 n. 23223.
Resistenza a pubblico ufficiale - Elemento oggettivo - Violenza o minaccia - Violenza c.d. impropria - Sussistenza del reato - Fattispecie relativa all'inottemperanza all'intimazione dell'alt da parte dei Carabinieri e conseguente fuga. Il delitto di resistenza a un pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) è integrato anche dalla violenza cosiddetta impropria, che, pur non aggredendo direttamente il pubblico ufficiale, si riverbera negativamente nell'esplicazione della sua funzione, impedendola o ostacolandola; pertanto solamente la resistenza passiva, come mancanza di qualunque forma di violenza o di minaccia, rimane al di fuori della previsione legislativa. (Nella fattispecie l'inottemperanza all'intimazione dell'alt da parte dei Carabinieri aveva causato un inseguimento con concreto pericolo per l'integrità degli utenti della strada).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 21 dicembre 2017 n. 57222.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei privati - Resistenza a pubblico ufficiale - In genere - Violenza - Nozione - Violenza sulle cose - Sufficienza - Condizioni - Fattispecie. Ai fini della configurabilità del reato di resistenza a pubblico ufficiale non è necessario che la violenza o la minaccia sia usata sulla persona del pubblico ufficiale, ma soltanto che sia stata posta in essere per opporsi allo stesso nel compimento di un atto di ufficio, con la conseguenza che è sufficiente anche la violenza sulle cose, la quale non è però configurabile quando la condotta si traduce in un mero atteggiamento di resistenza passiva. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la sussistenza del reato in relazione a condotta consistita nel puntare i piedi e le mani su di un'auto della polizia per evitare di essere caricato sulla stessa e di essere così condotto negli uffici di p.s.).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 10 febbraio 2015 n. 6069.
Reati contro la pubblica amministrazione - Delitti - Dei privati - Resistenza a pubblico ufficiale - In genere - Condotta esclusivamente ingiuriosa posta in essere nei confronti del pubblico ufficiale - Nesso di causalità con l'atto d'ufficio - Mancanza - Configurabilità del delitto di cui all'art. 337 cod. pen. - Esclusione - Oltraggio a pubblico ufficiale - "Abolitio criminis" - Fattispecie. Non integra il delitto di resistenza di cui all'art. 337 c.p. la condotta ingiuriosa posta in essere nei confronti di un pubblico ufficiale, quando essa non riveli alcuna volontà di opporsi allo svolgimento dell'atto d'ufficio e risulti priva del nesso di causalità psicologica tra l'offesa arrecata e le funzioni esercitate, ma rappresenti piuttosto l'espressione di uno sfogo di sentimenti ostili e di disprezzo, da inquadrare nell'ipotesi di oltraggio già prevista dall'art. 341 c.p. e abrogata dall'art. 18 della L. 25 giugno 1999, n. 205. (Fattispecie in cui l'imputato, senza porre in essere alcun comportamento violento o minaccioso, si è limitato a ingiuriare gli agenti operanti in occasione di un controllo sulla sua autovettura).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 3 dicembre 2008 n. 44976.
di Massimo Giannini
La Repubblica, 30 settembre 2019
Un milione di ragazzi, in 180 piazze d'Italia. A urlare "un solo grido, un solo allarme, pianeta in fiamme, pianeta in fiamme". Possibile che la veduta corta sulle prossime elezioni impedisca alla politica di cogliere l'enorme capitale sociale racchiuso nella protesta delle nuove generazioni? Amitav Ghosh la chiama "la Grande Cecità": le classi dirigenti non vedono che il cambiamento climatico mette in crisi l'idea di libertà.
Per questo non colgono il potenziale dirompente del "Fridays4future". Non capiscono che la domanda di futuro gridata da quei ragazzi non può essere irrisa o delusa. Non fanno l'unica cosa che avrebbe senso: dare risposte, qui e ora. Non per lucrare un'altra manciata di voti, mettendo il cappello su un movimento che finora ha giustamente rifiutato di farsi imprigionare nella gabbia dei partiti.
Ma per dare forma e sostanza a quella volontà di cambiamento, in nome di un semplice principio di responsabilità condivisa: la vostra battaglia è la nostra battaglia, e d'ora in poi la combatteremo insieme. C'è chi rievoca il '68 o il '77, la Pantera o la Gilda. Ma stavolta è diverso. Non c'è il vecchio riflesso della cultura protestataria dei nonni, e nemmeno del generico disagio adolescenziale dei padri. Le istanze da cui muovono gli scioperi in difesa dell'ambiente sono maledettamente reali. Supportate dalle rilevazioni degli scienziati, non dalle allucinazioni dei terrapiattisti.
Fermare l'Apocalisse è possibile, ma per farlo occorre quella radicalità delle scelte di fronte alla quale i politici non sanno come reagire. Alle Nazioni Unite Greta Thunberg ha osato l'inosabile: sfidare l'establishment. "How dare you?", "Come vi permettete?", ha chiesto ai potenti della Terra, che hanno risposto nell'unico modo che conoscono: come si permette lei, la ragazzina? In Italia è andata allo stesso modo. Dall'opposizione, la destra negazionista ha un solo incubo: demolire la figura di Greta, la marionetta manovrata dal solito Soros, e insieme a lei liquidare con la pernacchia del cinismo "adulto" tutti i "gretini" che le vanno dietro (salvo poi piagnucolare, da sedicenti moderati per talk show, perché signora mia, questi giovani non hanno più valori).
Dal governo, la sinistra riformista ha un solo sogno: promettere un velleitario "Green New Deal" che purtroppo non può garantire (infatti il maxi decreto-clima da 19 miliardi è già diventato mini, ridimensionato nelle risorse e osteggiato dalle corporazioni). Nel frattempo intellettuali pensosi e opinionisti d'accatto discutono su cosa implichi la giustificazione scolastica per chi ha scioperato (come fa inopinatamente anche Massimo Cacciari), non su cosa significhi quel milione di ragazzi che scendono in strada senza seguire nessun pifferaio magico, ma semplicemente ascoltando l'appello di una coetanea (come osserva giustamente Marco Revelli).
Invece è proprio qui che è custodito quel formidabile "deposito di democrazia" cui i partiti dovrebbero attingere. Quelle 180 piazze sono il "luogo" materiale e morale nel quale le famose élite possono provare a riempire l'abisso che hanno scavato in questi anni tra loro stesse e la società civile. L'abisso che ha consentito al populismo grillino e al sovranismo salviniano di prosperare e poi congiungersi al governo del Paese, all'insegna del comune furore anti-politico.
Di fronte al vuoto, riempito dalle prediche futili dei profeti dell'odio contro "il sistema", i giovani sono stati i primi a ritrarsi nella loro ridotta demografica (in Europa gli elettori con meno di 25 anni sono solo 39 milioni). A rifugiarsi nei loro mondi nascosti (un giovane su due non ha votato alle elezioni 2018), o a fuggire in altri mondi lontani (250 mila cervelli sono emigrati all'estero in dieci anni).
Ora, quel milione che ha cantato in coro "su Marte vacci tu". Certo, in quel magma ci saranno anche quelli che approfittano per saltare la scuola e se ne fregano del clima. Ma al fondo di quella rabbia composta c'è un avvertimento, oltre che un allarme: noi stavolta ci siamo, vogliamo partecipare alla vita pubblica, vogliamo contare nelle vostre decisioni, e chiedere conto di ciò che fate e farete.
Se nella politica, e soprattutto nella sinistra, ci fossero leader all'altezza del compito, non lascerebbero cadere nel nulla questo bisogno di partecipazione. Ripartirebbero da qui, da questa straordinaria occasione che gli piove dal cielo intossicato per riallacciare i fili strappati della rappresentanza. Non lasciando Greta da sola, come ha scritto ieri Eugenio Scalfari.
Prendendo finalmente sul serio quei ragazzi, che marciano disorganizzati e spontanei per una causa giusta. Non abbandonando gli studenti delle università e dei licei in balia di Casa Pound, di Forza Nuova o delle reti dell'ultrasinistra antagonista. Vale lo stesso concetto che ha usato qualche giorno fa Pierluigi Bersani, in un'intervista a Repubblica in cui parlava di tutt'altro: "Credili migliori, diventeranno migliori". Ma forse loro lo sono già. Al contrario di noi.
start-news.it, 30 settembre 2019
La Casa circondariale di Piazza Armerina in concomitanza con la settimana nazionale dedicata alla promozione della lettura "Io leggo perché" ha messo i campo tutta una serie di iniziative con l'obiettivo di rilanciare le attività risocializzanti e culturali. Tra le prime iniziative della Casa Circondariale armerina c'è la riapertura della biblioteca carceraria con una campagna per l'incremento dei volumi grazie alle donazioni di privati e di associazioni.
Grazie all'impulso dato dalla direzione, più di 400 nuovi volumi, di narrativa, testi didattici, testi in lingua straniera hanno arricchito, raddoppiandone la consistenza, la dotazione della biblioteca. Due detenuti, che svolgono attività a titolo volontario, hanno sistemato e catalogato i nuovi libri distribuendoli ai detenuti che ne hanno fatto richiesta.
La geografia degli istituti penitenziari assegna alla Casa Circondariale il compito di svolgere attività di risocializzazione e, per questo, si stanno allestendo alcuni ambienti per creare aule didattiche e laboratori. Una volta terminata la ristrutturazione anche la biblioteca sarà ospitata in un nuovo più ampio locale, anche per consentire ai detenuti, che ne faranno richiesta, di accedervi per scegliere i libri da chiedere in prestito.
Come sa bene chi ama leggere, un libro va guardato, toccato, sfogliato e solo dopo comprato o preso in prestito. Ma l'attività della Casa Circondariale non si ferma solo a questo. Grazie agli operatori della Caritas, è ripresa nei giorni scorsi, quest'anno con il supporto della regista Samantha Intelisano, l'attività teatrale con l'obiettivo di mettere in scena, nei prossimi mesi, una rappresentazione aperta al pubblico esterno. Tutto ciò con lo scopo di creare un dialogo con la società esterna ed attenuare l'isolamento del carcere.
forlitoday.it, 30 settembre 2019
Per il completamento del nuovo carcere al Quattro bisogna attendere mille giorni. Obiettivo 2022. Lo ha annunciato il direttore della casa circondariale, Palma Mercurio, in occasione del 202esimo anniversario della Fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria.
La ripresa dei lavori è attesa nei prossimi giorni. Il cantiere è fermo dall'inizio dell'anno, quando il Tar ne aveva bloccato l'assegnazione dopo che erano state segnalate dell'anomalie sul bando. Il primo stralcio dei lavori è stato assegnato al raggruppamento temporaneo di imprese "Devi Impianti Srl" di Busto Arsizio (Varese), che si sono aggiudicate l'appalto con un ribasso del 23%, poco più di 26 milioni."
di Rosalba Carbutti
quotidiano.net, 30 settembre 2019
"Collegare dentro e fuori: la rieducazione passa da qui". Cè un dentro e un fuori nel carcere Due Palazzi di Padova. Corridoi, cancelli, ancora un labirinto di corridoi che sembra non finire mai. In fondo si arriva nei laboratori di lavoro. Ti accolgono le frasi di Dante "Fatti non foste a viver come bruti" e a destra la concezione di Sant'Agostino sulla giustizia terrena.
"Quando entro qui non mi sento più in gabbia. È come se fossi fuori", dice Ahmed, uno dei 167 detenuti-lavoratori. Tre cooperative (Giotto, Work Crossing, AltraCittà) permettono loro un'assunzione regolare e uno stipendio, a seconda se l'impiego è full time o part time, che va da 600 a mille euro. Ma il "caso Padova" se non è proprio unico, è certamente raro. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 agosto, su 60.741 detenuti, i lavoratori non alle dipendenze dell'amministrazione carceraria sono appena 2.459, neanche il 4%. Ancora meno, 700, coloro che hanno un impiego vero. "È questo il problema - dice Nicola Boscoletto, presidente della Coop Giotto che opera al Due Palazzi da trent'anni. Lavorare in carcere è considerato un premio, addirittura un privilegio, mentre dovrebbe essere la normalità".
Santino, 53 anni, è uno dei pasticceri di Giotto, alle dipendenze della cooperativa Work Crossing, e mentre impasta dolci e fa torroni, ti fissa con i suoi occhi azzurrissimi: "Ho ucciso. Lavorare mi distoglie da questo pensiero fisso". Il suicidio? "Era quasi un'ossessione all'inizio. Oggi non più. Fare il pasticciere mi aiuta tutti i giorni".
Negli spazi di "AltraCittà" ci accompagna Rossella Favero tra laboratori di assemblaggio, legatoria e cartotecnica, fino alla redazione del giornale Ristretti Orizzonti. "I muri sono azzurri, gialli, colorati. Li hanno dipinti i detenuti per creare un'altra città, appunto, dove i reparti - racconta la presidente della cooperativa - hanno nomi di donna: Telma e Luise. Alice. Claudia. Loredana".
Brahim, 42 anni, viene dal Marocco e deve scontare 23 anni di carcere. Quando lo dice gli trema la voce, ma non ha perso la speranza: "Quando uscirò non sarò vecchissimo, potrò ancora riscattarmi. Intanto il lavoro mi dà una speranza, altrimenti non mi resterebbe che la corda". Non è l'unico a evocare quella stramaledetta corda. E i suicidi, in carcere, sono tanti. Troppi. Il dossier Antigone calcola che quest'anno fino al 25 luglio sono stati 27. Da qui, la necessità di evitare di marcire in cella senza scopo e soprattutto di riconquistare un ruolo anche agli occhi delle famiglie. Negli spazi della cooperativa Giotto c'è il call center dove i detenuti-operatori si occupano delle prenotazioni per l'ospedale di Padova e danno informazioni per la società bolognese Illumia che opera nel mercato libero dell'energia elettrica.
Lavori veri, non piccoli lavoretti per occupare il tempo. Sui muri sono appese foto della città di Padova e ci sono particolari degli affreschi della cappella degli Scrovegni che mostrano Inferno e Paradiso, vizi e virtù. "Il dentro dev'essere collegato al fuori", spiega Boscoletto.
"Una volta una bambina disse a un detenuto: "Prima di uccidere non ci potevi pensare?". Lui, che usciva per la prima volta in permesso dopo 17 anni, pregò di essere riportato in carcere. Non riusciva ad affrontare l'impatto con l'esterno, ed è stato proprio in quel giorno che ha iniziato a scontare la sua pena. Noi è su questo che dobbiamo agire".
Basta guardarsi intorno, e tra i pc del call center e il mega server, quasi ci si dimentica di cancelli, corridoi, sbarre alle finestre. Sembra un qualsiasi posto di lavoro del mondo. Oggi a Padova ci sono 600 detenuti, una sessantina condannati al Fine Pena Mai. Tra di loro anche Donato Bilancia, il serial killer delle prostitute. Per ora non lavora e recentemente gli è stato negato il permesso che aveva richiesto.
Il direttore del carcere Claudio Mazzeo, nel ricordare l'episodio, ci mostra una piantina del parco del carcere: "Faremo come a Bollate, piccole villette nel giardino. Così i detenuti che non ottengono il permesso di uscire potranno comunque vedere con maggiore privacy la propria famiglia".
Nel progetto ci sono casette, piante, panchine. Per un attimo sembra un giardino come un altro. Sembra di essere fuori. Sembra. Ma dentro restano le criticità. La richiesta di creare più posti di lavoro e le lungaggini burocratiche, l'equilibrio tra apertura e controllo, tra vigilare e redimere, tra punire e rieducare.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 30 settembre 2019
Alle presidenziali hanno votato meno di due milioni di elettori su nove e mezzo registrati, tuttavia anche gli osservatori più pessimisti concordano almeno su un punto: il Paese non tornerà allo sfascio di venti o trent'anni fa. È evidente che le presidenziali afghane di sabato sono state un fallimento clamoroso. Il Paese vacilla, la violenza talebana impera. Però sarebbe un errore esagerare nei catastrofismi. Anche se paiono ovvi. I primi dati riportano una partecipazione inferiore al 20%. Avrebbero votato meno di due milioni sui nove e mezzo dei registrati. Solo cinque anni fa erano stati oltre otto milioni. "Vince l'astensione, assieme a paura, alle accuse di corruzione contro i politici. È la delegittimazione non solo del governo attuale, ma anche del futuro, dei candidati e in realtà dell'intero sistema democratico così come costruito con l'aiuto dei Paesi Nato dalla fine del regime talebano", commenta tra i 18 candidati alla presidenza lo stesso Wali Massoud, fratello di Shah Massoud, l'eroe della resistenza anti-talebana assassinato da Al Qaeda al tempo degli attentati dell'11 settembre 2001. La crescita del peso dei Talebani, di Isis e la crisi economica renderanno ancora più incerta la prossima fase politica, già avvelenata dai sospetti di brogli.
Tuttavia, anche gli osservatori locali più pessimisti concordano almeno su di un punto: l'Afghanistan non tornerà allo sfascio di venti o trent'anni fa. Li capisce bene chi vide il Paese ridotto in macerie. Un mondo primitivo, sprofondato indietro di secoli, le strade impassabili, ospedali inesistenti, no acqua, no elettricità, Kabul semivuota con i profughi a bruciare pattumiere per riscaldare e cuocere i cibi in ricoveri senza finestre. "Anche grazie a voi occidentali è cresciuta una società civile assertiva, la gente sa protestare, è collegata col mondo, conosce i media, ci sono donne pronte a morire per le libertà civili", dicono in tanti. Gli stessi talebani sono divisi tra moderati ed estremisti. Il passato resta un fantasma, la prossima crisi sarà diversa.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 settembre 2019
Da Di Maio stop a un provvedimento sui nuovi italiani: "Oggi ci sono altre priorità". E la renziana Morani spacca il fronte della sinistra: "Principio sacrosanto ma parlarne adesso è un errore". Il no di Meloni e Salvini. Il Pd, pur con qualche frattura interna, spinge. M5S invece frena. E sullo ius culturae, alias ius soli, si apre una nuova crepa nella maggioranza giallo-rossa.
Lo slancio di Giuliano Pisapia nell'intervista a Repubblica - "lasciamoci alle spalle l'oscurantismo di Salvini, cittadinanza al minore straniero entrato in Italia entro i 12 anni, che abbia frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno 5 anni sul territorio nazionale" - non contagia, o forse spaventa M5S, e apre un'ala di dissenso nel Pd. Dove si oppone in modo netto Alessia Morani, una renziana di ferro rimasta però nella casa madre e oggi sottosegretario al Mise.
"È un principio sacrosanto e una legge di grande civiltà - scrive su Fb - ma riprendere ora il dibattito è un errore". Del pari Giuseppe Brescia, grillino dell'area Fico e presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, dice che "ora ci sono altre priorità come una legge sul conflitto di interessi e il taglio dei parlamentari che approveremo martedì".
Concetto ribadito ieri sera dallo stesso Di Maio in tv: "Oggi ci sono altre priorità". Quindi per lo ius culturae, sarebbe meglio aspettare, soprattutto perché i pentastellati, su una questione delicata come questa, hanno bisogno di una consultazione sulla piattaforma Rousseau. Argomento fortemente divisivo da sempre, lo ius culturae stavolta trova un appoggio pieno sia nella stragrande maggioranza del Pd, che nella sinistra di Leu. Ecco cosa ne pensa Matteo Orfani: "Si può approvare in poche settimane. Senza tentennamenti, senza paura e senza subalternità agli argomenti della peggiore destra".
Sicuramente quella di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni che già ieri hanno dichiarato la loro piena avversità alla sola idea. Durissimo il capo della Lega che, con il suo consueto garbo, definisce lo ius soli "un insulto per gli immigrati per bene" e aggiunge "a 18 anni hai la maturità per scegliere, perché la vogliono dare prima? Perché così restano qua genitori, nonni, zii, ma io di criminali ne ho piene le palle".
Mentre Meloni già si lancia nell'ennesima manifestazione di piazza prevista per giovedì, quando in commissione parte la discussione. Proprio in vista dell'opposizione a destra, nel Pd pesano ancora di più le possibili fratture. Il niet di Morani - che potrebbe anticipare il no di Renzi e di Italia viva - preoccupa per il suggerimento di aspettare "giugno del prossimo anno, dando il tempo agli italiani di apprezzare che c'è un modo efficace e diverso da quello di Salvini di governare i flussi migratori e di fare sul serio politiche di integrazione".
Quindi prima si cambiano i decreti sicurezza Uno e Due, poi si fa lo ius soli. Ora invece "la legge non sarebbe compresa". In compenso massima apertura arriva da Leu dove il capogruppo alla Camera Federico Fornaro afferma che "in una nazione normale lo ius culturae sarebbe votato da tutti, anche dalla destra". Ma in Italia non è affatto così.
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