di Elia De Caro
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Dopo la sentenza n. 30475/19 del 30.5.2019 delle Sezioni unite della Cassazione sulla commercializzazione dei derivati della cannabis sativa L il mondo dei produttori e dei commercianti di tali prodotti si sta interrogando sulle possibili applicazioni pratiche. In un primo momento sono intervenute tre distinte ordinanze dei tribunali del riesame di Genova, di Salerno e di Ancona i quali hanno stabilito che possono essere lecitamente commercializzati tutti i prodotti con una percentuale di principio attivo inferiore allo 0,5% di Thc in quanto non stupefacenti o psicotropi e che i sequestri al fine di condurre le analisi per il rilevamento del principio vanno effettuati a campione e non su tutte le confezioni di tali prodotti.
Queste pronunce avevano riaperto spiragli sulla commercializzazione dei derivati della canapa sativa L sempre che avessero un tenore di principio attivo inferiore allo 0,5%. Una più rigida applicazione dei principi statuiti nella sentenza delle Sezioni unite viene invece avanzata dalla Procura di Parma che ha proceduto ad una massiva azione di perquisizioni e di sequestri contro una serie di commercianti e produttori/commercianti di derivati della canapa.
La tesi della procura parmense è quella per cui la cessione, la vendita e in generale la commercializzazione al pubblico dei derivati della cannabis sativa L quali infiorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui al 73 Dpr 309/90 anche a fronte di un contenuto di thc inferiore ai valori indicati all'art. 4 commi 5 e 7 della L. 242/2016 (ovvero allo 0,6%) salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa secondo il principio di offensività.
Si afferma quindi un divieto pressoché assoluto della commercializzazione di tali derivati e si dispone il sequestro di tutte le scorte di tali prodotti presso una serie di aziende che provvedono alla loro commercializzazione nonché di tutta una serie di prodotti la cui commercializzazione è senza dubbio lecita quali accendini, cartine, macinini, gas butano, estrattori ritenendoli cose pertinenti al reato in quanto comprovanti una finalità ricreativa dei prodotti messi in vendita.
La Procura parmense porta alle estreme conseguenze l'interpretazione restrittiva data dalle Sezioni unite sulla materia, una pronuncia quella del 30 maggio che in alcune parti si palesa quale illogica. Si sostiene infatti che possono detenere solo i prodotti tassativamente elencati dall'art 2 comma II della L. 242/16 quali carburanti e/o fibre ma non "hashish" e "marijuana", dimenticandosi volutamente che tra le destinazioni lecite della legge vi siano la produzione di alimenti e cosmetici (secondo la normativa di settore) e il florovivaismo che secondo la Enciclopedia Treccani è "attività professionale di coltura e vendita di piante e fiori recisi a scopo ornamentale".
Come autorevolmente sostenuto su questa rubrica dal Presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito, (il manifesto 31 luglio 2019) la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione non ha definitivamente chiarito l'estensione dell'ambito di applicazione della L. 242/2016, se da un lato, e con una certa coloritura ideologica, si sostiene il divieto di commercializzazione dei derivati quali olio, infiorescenze e resina dall'altro rimanda al Giudice di merito l'accertamento dell'offensività della condotta e della presenza di effetto drogante, giungendo anche a confondere il principio di offensività con il non penalmente rilevante. Vedremo come si pronunceranno sul punto i giudici del Tribunale del riesame parmense adito dagli indagati di quell'inchiesta e se daranno un'interpretazione in linea con tale orientamento o se invece si attesteranno sulle posizioni assunte dalla Procura.
di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Un'inchiesta della tv tedesca Ard, insieme al Guardian e al centro di ricerca Correctiv, svela la complicità negli abusi dell'agenzia per la protezione delle frontiere dell'Unione europea in Bulgaria, Ungheria e Grecia. È l'inquietante "sistema Frontex" - l'agenzia per la protezione delle frontiere dell'Unione europea - scoperchiato dall'inchiesta della tv pubblica tedesca. Sotto i riflettori accesi insieme al Guardian e al centro di ricerca Correctiv, le gravi violazioni dei diritti umani dei funzionari della polizia di confine di Bulgaria, Ungheria e Grecia. Dimostrate non attraverso le testimonianze dei profughi o video "clandestini" ma con i documenti ufficiali dell'agenzia. Secondo cui i funzionari di Frontex sono perfettamente a conoscenza delle violenze sui migranti e le coprono sistematicamente. Così almeno risulta dall'inchiesta basata sull'analisi dettagliata di centinaia di rapporti a uso riservato.
Un'indagine scioccante per la Commissione di Bruxelles attualmente presieduta da Ursula von Der Leyen, il suo portavoce ieri ha fatto ufficialmente sapere che "qualunque forma di violenza o abuso nei confronti di migranti o rifugiati è inaccettabile"; prima di precisare, però, che le accuse verranno esaminate "con Frontex che dovrà assumere adeguati provvedimenti". Difficile, se come fa notare l'inchiesta "l'autorità stessa viola ripetutamente le norme sui diritti umani nei voli di espulsione". Eppure "dentro Frontex esiste un meccanismo speciale: i funzionari possono segnalare episodi del genere. Poi la nostra agenzia contatta lo Stato interessato e discute della situazione. Possiamo anche interrompere le operazioni se necessario" spiega il portavoce Krzysztof Borowski.
Peccato che nessuno abbia mai fatto scattare il protocollo. Anzi, per Frontex, nel ruolo di coordinatore dei confini esterni dell'Ue, si profila la collaborazione nel senso peggiore del termine. Ne sono consapevoli per primi i suoi funzionari. "L'agenzia deve stare ben attenta a non diventare complice delle violazioni dei diritti umani. Se il coinvolgimento di Frontex porta a ciò oppure non fa niente per eliminarle si deve ritirare. Questo deve essere il comportamento di un'agenzia dell'Unione europea" conferma Stefan Kessler che a Frontex fornisce la consulenza sui diritti umani.
Soprattutto di fronte a un'inchiesta spaventosa sotto tutti i profili, come ben riassume il quotidiano Tageszeitung: "Il lavoro della libera informazione è riuscito a riprodurre almeno parzialmente il quadro esistente di arbitrarietà e disprezzo per l'umanità che oggi caratterizza la sicurezza delle frontiere europee. Ed è basata sui rapporti e relazioni interne della stessa Frontex".
Nella fotografia della gestione dei confini comunitari spicca l'informativa riservata dello scorso marzo che "fornisce approfondimenti su ciò che sta accadendo a bordo dei voli di espulsione, che l'agenzia sta effettuando sempre più; ovvero che i funzionari di Frontex violano sistematicamente le leggi sui diritti umani" dettaglia l'anticipazione del report di Ard, Guardian e Correctiv. Mentre l'ombudsman greco Andreas Potakis, impegnato nelle trattative tra Atene e Bruxelles proprio su Frontex, fa notare che "un'agenzia dell'Unione europea che utilizza o permette standard di diritto decisamente inferiori rispetto a ciò che richiede agli Stati membri perde la sua autorità morale".
Già fatto, a quanto risulta dalle frasi estrapolate dall'inchiesta che verrà trasmessa oggi in prime-time, come "colpire" (fisicamente), "uso eccessivo della forza" e "maltrattamento dei rifugiati". Praticamente, una confessione. Come se non bastasse, in calce a un numero rilevante di informative riservate si può leggere: "caso chiuso", mentre Kessler racconta che il suo Forum consultivo "ha chiesto più volte a Frontex di terminare le operazioni al confine ungherese ma senza successo".
Una brutta cornice, che non regge il bel quadro nelle mani della neopresidente Ue, Ursula von der Leyen: prevede di portare a 10mila gli attuali 1.500 dipendenti di Frontex entro il 2027. Fosse per lei l'obiettivo dovrebbe essere raggiunto già fra tre anni e mezzo, mentre si è appena assicurata l'esplosione del budget per i prossimi anni, quantificabile nello stratosferico aumento del 500%. A lanciare l'allarme su Ard sarà anche il trentenne eurodeputato dei Verdi, Erik Marquardt: "È molto pericoloso quando un'agenzia cresce così velocemente. Finora abbiamo cercato di ottenere almeno l'1% degli stanziamenti per la tutela dei diritti umani. Se va bene, ci verrà concesso lo 0,2%".
di Alessandro Cannavò
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
Prende forma il nuovo spettacolo della storica compagnia del carcere di Volterra. E ora nella Rocca medicea che lo ospita si pensa di costruire un teatro stabile. Da oltre trent'anni Armando Punzo riesce a far "evadere" i detenuti del Carcere di Volterra attraverso il percorso teatrale che conduce con la Compagnia della Fortezza. Un'esperienza ormai conosciuta da un vasto pubblico e consacrata dalle istituzioni, anche se le ostilità e i pregiudizi sono sempre in agguato. E però ogni estate, quando per alcune giornate i portoni della prigione si aprono agli spettatori esterni, la rappresentazione alla Fortezza diventa un evento memorabile mantenendo intatta la forza che scaturisce dal contrasto tra la fisicità possente del carcere e il valore spirituale della ricerca artistica.
La doppia bellezza - Se parliamo di questa realtà all'interno de Il Bello dell'Italia è perché alla intatta bellezza di Volterra che ha nella fortezza medicea svettante sulla val Cecina il suo marchio inconfondibile, si aggiunge l'anelito incessante di un'altra bellezza, quella che può dare la speranza di una rigenerazione umana. Sia chiaro: Armando Punzo, autore, regista, attore, asciutto nei modi tanto quanto nel fisico, non ha mai avuto intenzione di creare un'attività artistico-sociale per i carcerati, una delle tante (benemerite) che cercano di riempire e dare un senso alle giornate di chi si trova dietro le sbarre. Ma ha trovato nel carcere (e quello di Volterra, per tanto tempo di massima sicurezza, risuona ancora, tra gli altri, degli echi sinistri della stagione del terrorismo) l'ambiente ideale per dimostrare il potere di trasformazione del teatro.Le vite drammatiche di persone condannate a lunghe pene (alcuni detenuti sono anche ergastolani) diventano il terreno fertile per una possibile metamorfosi.
L'allontanamento da sé - C'è un'idea di fondo che guida il lavoro di Punzo attorno a questo trentennale: è il distaccamento graduale dalle umane passioni, quelle che portano alla sopraffazione, alla violenza, al dolore. Un percorso dantesco che ha come protagonisti-spettatori Lui e il Bambino. Già nel 2016, nel finale di Dopo la Tempesta, riflessione sulla tragedia shakespeariana, i due personaggi prendendosi per mano voltavano le spalle a quel mondo di intrighi raccontato dal grande drammaturgo inglese per intraprendere un viaggio di allontanamento da sé. Che l'anno scorso aveva trovato un primo approdo in Beatitudo, con la rievocazione (attorno a un suggestivo lago/liquido amniotico che occupava la superficie del cortile della fortezza) dei personaggi simbolisti e dunque senza tempo di Borges. Ora siamo alla terza fase, che come ogni nuova avventura teatrale di Punzo si articola in due anni di lavoro. Ed è la più ardua. Perché Naturae - Ouverture, questo il titolo dello spettacolo di cui è stata presentata una prima versione/studio in attesa della forma definitiva in scena nel 2020, non vuole riflettere solo sul rapporto tra l'uomo e il resto del creato, del tutto indifferente (e superiore) alle nostre esistenze; ma cerca, dice Punzo, "di scoprire quelle nature che sono dentro di noi, un mondo intero di qualità che cercano di emergere dal pozzo in cui le abbiamo relegate: Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza".
L'astrazione che si fa spettacolo - Come si traduce sulla scena questa splendida utopia che aspira a trasformare l'Homo sapiens in Homo felix? Qui sta la cifra inconfondibile degli spettacoli della Fortezza: rappresentare l'astrazione con la forza e la bellezza concreta dei corpi e delle parole, dei costumi e dei trucchi, delle musiche e dei silenzi. Un lavoro corale di alta qualità che vede nel corso dell'anno i detenuti partecipanti a questa esperienza attorniati da molti professionisti e volontari, pronti ad aiutare e ad insegnare ogni aspetto della fabbrica teatrale. Quest'anno il "viaggio" è cominciato sotto una frondosa robinia, luogo di accoglienza e conforto che smorza l'inquietudine del cortile della prigione: un uomo che ruota su sé stesso con lo sguardo verso l'alto, una donna che sale su una scala diretta all'infinito. I versi declamati sono frutto di una scrittura drammaturgica che prende spunto da molti testi.
Punzo ama citarne uno per tutti, il Verbo degli uccelli del poeta persiano Farid al-din Attar. Poi ecco avanzare ieratica l'armata (un'immagine ricorrente di Punzo) munita di canne di bambù al posto delle lance, di cappelli con piume di volatili invece che degli elmi. O addirittura di velieri. In mano, ogni "soldato" porta una piantina diversa, un "esercito" di specie vegetali da abbeverare con la speranza. Forme circolari di un sole dorato toccano i volti e si completano negli abiti. Le musiche originali sono coinvolgenti, i tamburi dal vivo accentuano il senso di ritualità.
Nel gioco dei simboli, la mela rossa del peccato originale diventa lo strumento per recuperare l'innocenza, il totem da mangiare e poi si ripresenta moltiplicata nella forma armonica di una spirale. L'altro emblema ricorrente è rappresentato dal sale, elemento indispensabile per la vita. Lo svolgimento di questo studio prevedeva anche il passaggio degli spettatori nelle "gabbie" per l'ora d'aria dei detenuti sottoposti a trattamenti di detenzione di sicurezza.
Qui gli attori sommersi dal sale declamavano riflessioni esistenziali. Immagini plastiche, come quella di una donna distesa su un tavolo e coperta da un panno bagnato, un "quadro" che rimanda al Cristo velato della Cappella San Severo a Napoli. E ancora, una scena corale all'interno di una chiesetta sotterranea, uno degli angoli sorprendenti che rivelano la storia stratificata della Fortezza di Volterra. Questo peregrinare visivo e interiore può affascinare o anche risultare eccessivo e faticoso. Sarà interessante, come sempre, vedere l'anno prossimo Naturae nella sua forma definitiva (magari del tutto trasformata).
La scommessa del teatro stabile - Resta, questa della Fortezza, un'esperienza unica, che ha emanato la sua energia anche fuori dal carcere rilanciando l'immagine di Volterra. Ecco che si riaffronta (dopo tanti anni di dibattiti che non hanno avuto alcuno sviluppo) il tema della costruzione di un teatro stabile, un luogo più idoneo per lo studio, i laboratori, i workshop che costituiscono l'attività teatrale costante del carcere di Volterra durante l'anno; luogo in cui studenti, ricercatori, artisti, entrano in contatto con la realtà carceraria.
Verifiche archeologiche permettendo, (Volterra rivela ovunque nel sottosuolo il suo glorioso passato etrusco e qui sulla rocca della fortezza nell'antichità c'era l'acropoli) si potrà avviare la fase progettuale. I finanziamenti in gran parte ci sono già. Sarà per Punzo e la sua Compagnia un punto di ripartenza. Che però si nutre di 30 anni di utopia coltivata e realizzata.
Un tempo che il regista ha voluto ripercorrere con il libro "Un'idea più grande di me" (Luca Sossella Editore) nella forma di conversazione con Rossella Menna, da sempre testimone del lavoro della compagnia. È il ritratto di un uomo insofferente a ogni schema che ha trovato una grande, insolita famiglia per perseguire il suo sogno. Che poi è il sogno di tutti noi.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
A dei carcerati è stato concesso di andare da Roma a S. Maria di Leuca a piedi. La serie "Boez-Andiamo via", prodotta da Rai fiction, andrà in onda su Raitre dal 2 settembre. "Il giudice mi ha tolto la patria potestà e non ha sbagliato, perché la legge dice che con la vita che facevo io non potevo crescere i figli - racconta Francesco, boss figlio di boss, condannato per estorsioni, rapina e sequestro di persona. Questo viaggio serve per dimostrare anzitutto a me stesso che sono migliore di quello che ero, che ce la posso fare anche con una vita diversa da quella che ho fatto". E Maria, origini nomadi, arrestata prima di compiere 16 anni per furto, un matrimonio imposto e vissuto "come uno stupro", un'incurabile fobia per i serpenti: "Da noi i maschi sono viziati e considerati migliori, qui invece siamo tutti uguali".
Il traguardo è l'inizio - Francesco e Maria parlano mentre camminano insieme ad Alessandro, Kekko, Matteo e Omar, altri giovani detenuti dall'aspetto già adulto; un viaggio a piedi lungo e faticoso, da Roma a Santa Maria di Leuca, la punta estrema dello stivale: 800 chilometri in 60 giorni attraverso l'antica via francigena, che un tempo conduceva i pellegrini in Terrasanta e adesso consente a sei carcerati di riavvicinarsi al mondo che s'erano lasciati alle spalle entrando in prigione. Un presente senza sbarre e muri che può trasformarsi in futuro; un cammino verso la liberazione definitiva che passa dal recupero di se stessi. "Arrivare in fondo sarà un traguardo, ma anche un nuovo inizio", confida Kekko, la pelle coperta di tatuaggi a testimonianza della vita vissuta finora - manette, pistole, il leone che credeva di essere - ma con uno spazio ancora intonso su una gamba: "Qui ci andrà la Statua della libertà, accompagnata dalla scritta "libero da tutto".
Tra tensioni e speranze - Il raggiungimento della meta diventerà il punto di ripartenza per un'esistenza diversa che comincia a prendere forma lungo il cammino: tappe da 15 o 20 chilometri, notti in tenda o in ricoveri che dipendono dall'ospitalità degli altri, 15 euro al giorno che devono bastare per tutto, l'aiuto e l'ascolto reciproco accompagnati da una guida di lunghe distanze, Marco, e un'educatrice con esperienza di dinamiche di gruppo, Ilaria. Un'esperienza resa possibile dal ministero della Giustizia che ora è narrata da "Boez-Andiamo via", una serie tv di 10 episodi prodotta da Rai fiction trasmessa da Raitre a partire dal 2 settembre. Un reality innovativo e un po' "rivoluzionario" come il progetto di base, scandito dai passi dei sei protagonisti che a volte s'interrompono per via di tensioni e contrasti che qualcuno vorrebbe risolvere secondo le vecchie abitudini; ma la logica del gruppo impone il confronto e la necessità di comprendere le ragioni degli altri. Pratiche sconosciute a chi rispettava solo la legge del più forte ma adesso, attraverso il dialogo, scopre una nuova dimensione delle regole e dell'amicizia: "Sulla strada non c'è amicizia ma solo interesse. Qui è diverso". Da fuorilegge pensavano di essere liberi, sbagliando : "Sulla strada non sei mai libero; forse lo sei per la giustizia, finché non ti prendono, ma dentro di te no. Ora invece mi sento libero perché non devo dimostrare niente a nessuno".
Orgoglio e pregiudizio - La strada non è più terreno di conquista, ma diventa uno spazio dove incontrare persone che offrono ospitalità e svelano esperienze diverse, usi e costumi sconosciuti. È il mondo di fuori che aiuta a guardarsi dentro, a rivalutare il valore dei soldi guadagnati con fatica e difficoltà, che fanno svanire il fascino della malavita. "A me piaceva incutere il terrore nelle persone, e adesso se ci ripenso mi faccio schifo da solo", confessa Alessandro, che però sceglie di sottrarsi a una serata con una comunità di profughi: "Sento un attrito verso di loro che non riesco a superare, e siccome è meglio prevenire che curare preferisco non vederli proprio". Si apre un dibattito, Marco - la guida - spiega che se avesse seguito lo stesso pregiudizio nei confronti suoi e degli altri detenuti non avrebbe vissuto l'esperienza più importante della sua vita. Finché Alessandro ammette: "Devo ampliare le mie vedute". E il cammino prosegue.
La Nuova Sardegna, 7 agosto 2019
Sembrava una impresa impossibile, un appuntamento ormai perso per questioni di tempo e per qualche disattenzione di troppo. Invece l'iniziativa della Nuova Sardegna che ha sollevato il rischio della cancellazione dell'esibizione del candeliere dei detenuti nel carcere di Bancali ha portato il risultato sperato. Il candeliere di San Sebastiano ballerà in carcere, a Bancali.
La conferma è arrivata ieri pomeriggio direttamente dal Comune: "Alle 9,30 nella Casa circondariale "Giovanni Bacchiddu" di Bancali, organizzata dalla direzione dell'istituto, ci sarà l'esibizione del Candeliere di San Sebastiano, alla presenza del sindaco Gian Vittorio Campus e della giunta. Durante l'evento il sindaco ringrazierà la direttrice Patrizia Incollu e consegnerà ai detenuti una targa in ricordo dell'iniziativa".
Non tutto quello che a prima vista non si può fare e si considera definitivamente saltato, quindi, deve essere considerato cancellato. Ed è curioso che questa lezione arrivi direttamente dal carcere. Anche il segretario dell'Integremio Fabio Madau aveva dichiarato alla Nuova che non c'erano più i margini per organizzare la sfilata in carcere. "Gli altri anni già da luglio avevamo preso accordi con la direzione dell'istituto, con il garante dei detenuti e con il Comune". La corsa contro il tempo per difendere quella parentesi di libertà dentro il carcere e consentire ai detenuti di partecipare alle tradizioni di Sassari è salva. A volte si può fare. E basta davvero poco.
di Stefania Mangia
Il Messaggero, 7 agosto 2019
Affollata presentazione, l'altra sera alla Mondadori, di "Liberi dentro", libro di Ezio Savasta, seduto di fronte ad una platea interessata. Racconti emozionanti, i suoi, di un volontario della Comunità di Sant'Egidio che dal 1992 visita ed aiuta detenuti dei penitenziari romani, instaurando con loro rapporti di autentica amicizia.
"Il sentirsi importanti per qualcuno, per uno di noi volontari, spesso allontana da gesti inconsulti detenuti soli, lontani da casa o privi di famiglia. - ha sottolineato Savasta. La speranza è che in queste pagine la distanza e la separazione tra il mondo degli uomini liberi e quello della detenzione si possa accorciare e che, dopo averlo letto, passando vicino alle mura di un carcere, che a Civitavecchia sono nella città, si abbia la consapevolezza di quanta umanità e sofferenza ci siano dietro quelle sbarre".
Una sofferenza forte, dura, come traspare anche dalle sincere parole del giudice onorario del Foro locale, Anna Puliafito, ospite della presentazione. Ma la città quanto sa di tutto ciò? Il libro di Savasta è servito a fare un po' di luce sulla complessa macchina di attività quotidiane nei due penitenziari di Via Tarquinia e via Aurelia Nord, alimentate da una serie di realtà (la Asl è tra queste). Attività che sarebbe impraticabile senza la volontà della direzione della Casa Circondariale e della Casa di reclusione, e senza la collaborazione del personale tutto della Polizia penitenziaria con gli educatori.
"Tra i primi nel Lazio ad entrare nelle carceri con il dipartimento di salute mentale, che abbiamo riorganizzato - ha raccontato il commissario straordinario Asl Rmf 4, Giuseppe Quintavalle - grazie al protocollo d'intesa con la direttrice Bravetti ora abbiamo le linee guida sulla prevenzione dei suicidi.
Con la musicoterapia abbiamo avviato una progettualità di riabilitazione per pazienti con disturbi psichici che, subito visitati appena arrivano e sottoposti a test da parte del nostro personale, se valutati "a rischio" sono destinatari del corso di formazione per "Peer supporter" (arrivato alla quarta edizione). Che significa? Su base volontaria un detenuto diventa "coach", quindi confidente ed amico del detenuto in difficoltà, per alleviare gli effetti dell'esecuzione della pena".
"La direzione ha consentito alla Asl di svolgere al meglio il suo lavoro all'interno delle carceri per mezzo di attività per detenuti con problemi psichici (attraverso l'azione congiunta di Sert e Csm), per offrire un servizio completo al territorio - ha spiegato la direttrice, Patrizia Bravetti.
Era il 2009 quando autorizzai la campagna della Comunità di Sant'Egidio "Liberate i prigionieri in Africa" con la raccolta di 1 euro per liberare altri detenuti nel mondo. Nell'ottica di vicinanza agli ultimi, poi, i pranzi di Natale sono diventati fondamentali, con il risultato, grazie a Massimo Magnano e ai suoi collaboratori, di ben tre fatti quest'anno: uno al femminile e due per gli uomini.
Ciò affianca innumerevoli altri progetti che come amministrazione penitenziaria portiamo avanti da tempo con il territorio per migliorare la vita del detenuto (Scuole, Associazione teatrale "Blue in the face", Università, tenimento agricolo, etc.) - ha concluso - frutto dell'enorme lavoro di collaborazione svolto dal personale della Polizia penitenziaria in una ricca interazione tra carcere e territorio".
di Chiara Pazzaglia
Avvenire, 7 agosto 2019
La docente Paola Italia: "Testi come quelli di Sciascia stimolano una riflessione tra i detenuti sulla loro condizione". Non sono letture "di evasione" quelle affrontate dal Circolo dei Lettori della Dozza, ma approfondimenti culturali sulla letteratura moderna e contemporanea, divenuti, poi, anche strumento di riflessione sulle proprie condizioni di vita.
Al carcere bolognese della Dozza si è appena concluso il primo ciclo di incontri letterari ideato dalla professoressa Paola Italia, docente di filologia e letteratura italiana dell'Università di Bologna, che ha coinvolto una quindicina di detenuti e circa 20 studenti. "L'idea, subito accolta dall'amministrazione carceraria, è nata con uno scopo puramente culturale, dal momento che alcuni carcerati sono nostri studenti" spiega la professoressa.
Col tempo si è trasformata in un'attività ad alto impatto sociale: "La scelta dei volumi, da "Il giorno della civetta" di Sciascia, a "Fine pena: ora" di Fassone, ha stimolato una riflessione più ampia sulla particolare condizione di vita che si trovano ad affrontare i detenuti. D'altra parte -prosegue la docente - oltre ad occuparsi della didattica e della ricerca, è compito dell'Università portare sul territorio, anche in luoghi insoliti, saperi e competenze".
Le letture affrontate "sono state scelte insieme agli studenti che, volontariamente, hanno aderito all'iniziativa". Le Facoltà umanistiche sono spesso tacciate di scarsa aderenza alla realtà quotidiana, ma "un'esperienza simile ha senz'altro consentito agli studenti coinvolti di non vivere lo studio della letteratura finalizzandolo solo al superamento degli esami e all'apprendimento di nozioni, ma dandogli un senso concreto".
Ed è la studentessa Laura Fugazza a fornire la chiave di lettura di questa scelta: "Ero già impegnata in carcere per seguire i detenuti iscritti a Lettere - spiega. Ho capito che il confronto con i personaggi dei volumi proposti, tutti donati dai relativi editori, poteva stimolare una riflessione non solo di tipo culturale, ma anche morale".
Infatti, di fronte ad alcuni testi "i partecipanti hanno espresso le difficoltà della loro condizione. Ad un incontro ha partecipato la scrittrice Alessandra Sarchi, rimasta invalida a seguito di un incidente: nella sua limitazione fisica i detenuti hanno ravvisato la loro. Anch'essi si sentono vittima di un "incidente" che ha cambiato per sempre la loro vita, che li ha destinati ad un'esistenza che percepiscono senza possibilità di riscatto".
I partecipanti stanno tutti scontando pene di lunga durata: "Molti di loro si impegnano a studiare le leggi, per cercare di comprendere la loro condizione giuridica. Da questa esperienza, però, è emerso che il problema della consapevolezza del proprio status non deve essere affrontato solo in termini legali ma anche etici.
La vera riabilitazione passa da una presa di coscienza morale, prima che giuridica, dell'errore commesso e in questo la letteratura può essere strumento di riflessione". Lo sa bene Pasquale, ergastolano che ha scritto alcune poesie ispirate alle letture affrontate: esse descrivono lo sconforto, il dolore, il rimpianto comportati dalla detenzione con l'efficacia e il pathos che può esprimere solo chi la vive. Pasquale ha scoperto così, come gli antichi, il potere catartico della letteratura.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Intervista al ricercatore della New York University, Maurizio Porfiri: "La tendenza delle persone ad acquistare armi dopo una strage non è data dal timore per la propria sicurezza, ma dalla paura che vengano emanate leggi più severe sul loro acquisto". Maurizio Porfiri è professore di ingegneria meccanica e aerospaziale e di ingegneria biomedica alla Tandon School of Engineering della New York University. Il suo ambito si concentra sulla teoria delle reti, sistemi dinamici e la modellazione multifisica di sistemi complessi.
La sua creatura è il Dsl (Dynamical Systems Laboratory), laboratorio di sistemi dinamici dove lavora con circa 20 studenti che provengono da diversi settori disciplinari e da varie parti del mondo. Ha lavorato a uno studio sulla correlazione tra uno mass shooting e il successivo incremento di armi nella società americana.
Perché uno studio su ciò che chiama "un triangolo complicato tra media, leggi e armi"?
Nel 2007, avevo appena lasciato l'università di Virginia Tech per trasferirmi a New York e l'istituto dove lavoravo ha subito uno dei più raccapriccianti atti di violenza di massa: sono morte 32 persone, tra cui un membro del mio comitato di dottorato e modello per la mia carriera accademica, il professor Liviu Librescu. Da qui è nato il desiderio di contribuire con strumenti metodologici che potessero aiutare a capire e prevenire la violenza di massa.
Il suo studio dimostra che dopo ogni mass shooting la vendita di armi aumenta a fronte di un sentimento di insicurezza...
È una parte dello studio. Ho iniziato a lavorarci nel 2017 con un ricercatore post dottorato della Tandon School of Engineering della New York University, Shinnosuke Nakayama, estendendo alcuni dei nostri lavori in corso sull'analisi della causalità per studiare il potenziale legame tra sparatorie di massa e acquisti di armi. Un piccolo finanziamento della New York University ha dato il via allo studio pubblicato su Nature Human behavior. A inizio 2018 si sono aggiunti Raghu Ram Sattanapalle, studente di master presso la Nyu Tandon, e Rifat Sipahi, professore del Northeastern University College of Engineering in congedo sabbatico nella nostra facoltà.
Quando abbiamo iniziato a raccogliere dati ci siamo resi conto che il progetto era molto più impegnativo di quanto ci aspettassimo. I dati sono difficili da recuperare e interpretare: anche la definizione di "sparatoria di massa" deve ancora essere pienamente concordata dalla comunità scientifica. Raghu ha fatto un lavoro meraviglioso scavando nella letteratura e contattando l'Fbi e i negozi di armi per raccogliere dati per la nostra ricerca. Una volta assemblato il set di dati, è iniziata la ricerca matematica, non senza difficoltà nel gestire gli effetti di scarsità, tendenze e stagionalità nelle serie temporali, nessuna delle quali è desiderabile quando si intraprende un'analisi come la nostra, basata sulla teoria dell'informazione.
All'inizio ci siamo concentrati sulla relazione tra i dati relativi a sparatorie di massa e acquisto di armi, ma non siamo riusciti a trovare alcuna relazione forte. Dopo diversi mesi di insuccessi abbiamo coinvolto James Macinko, professore alla Fielding School of Public Health dell'Università della California, a Los Angeles. In uno di quei rari incontri di gruppo illuminanti ci è venuta l'idea che la relazione tra questi due insiemi di dati sia mediata dal modo in cui le persone reagiscono agli eventi di mass shooting. Come specchio delle reazioni delle persone all'indomani di una sparatoria di massa, abbiamo usato la copertura mediatica sul possibile inasprimento delle leggi sull'acquisto di armi come potenziale collegamento tra sparatorie di massa e acquisti. Questa è stata la svolta che ci ha aiutato a identificare l'output dei media sul controllo delle armi come una potenziale guida per gli acquisti di armi.
Qual è stato il passo successivo?
Dopo aver effettuato le nostre prime analisi, abbiamo cercato un riscontro eseguendo uno studio di causalità sulle notizie riguardanti le sparatorie di massa, escludendo quelle sull'inasprimento del gun control. Abbiamo potuto confermare la nostra teoria: la tendenza delle persone ad acquistare armi dopo un mass shooting è data dal timore che possano essere emanate leggi più severe sul loro acquisto più che a causa del timore per la propria sicurezza. Abbiamo anche intrapreso un'analisi a livello statale che ha chiarito l'influenza della restrittività delle singole leggi statali sulla tendenza delle persone ad acquistare armi in risposta all'output dei media riguardo al gun control. Abbiamo trovato che dove le leggi sono più restrittive la tendenza ad acquistare armi dopo un mass shooting è decisamente inferiore.
Quindi leggi restrittive a livello federale arginerebbero le ondate di vendita di armi consequenziali ai mass shooting?
Il nostro studio risponde ad alcune domande relative all'"ecosistema delle armi da fuoco". Molte altre sono ancora aperte e richiedono ricerche interdisciplinari tra ingegneria, sanità pubblica e criminologia. Ricerche che speriamo si moltiplichino.
di Valeria Dalcore
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
La partenza, il lavoro, la nostalgia, l'amore. Una piattaforma online aperta della Farnesina raccoglie i racconti di chi ha lasciato il nostro Paese. Tutti possono contribuire. È tutto scritto: i viaggi, i ritorni, il distacco, le difficoltà, l'amore, la guerra, la famiglia, i successi e le speranze. C'è Carola Zanchi, nata nel 1922 ad Arezzo, che ha raggiunto l'Argentina con il marito e il piccolo Giovanni dopo un viaggio drammatico che ha racchiuso in una memoria del 1988.
C'è Antonio De Piero, classe 1875, rimasto orfano da piccolo. È operaio a soli 15 anni nei territori dell'Impero Austro-ungarico e seppur gracile sopravvive a duri lavori, si sposa, ha cinque figli e vola in Canada per lavorare sette anni nei giacimenti di ferro, oro e carbone. Tenta di tornare in patria nel 1919 ma la depressione che soffoca l'Europa brucia i risparmi di anni di fatiche. Luciano Giovanditti lascia la Puglia negli Anni 50 e va in Francia, dove il lavoro in fabbrica e la lontananza dalla madre lo fanno ammalare di depressione, curata solo dal ricongiungimento con il padre in Germania. Con sacrificio mette da parte qualcosa e torna a casa, restando per tutti "il francese".
Sappiamo di queste e di molte altre vite perché sono state raccontate da chi le ha vissute. Per la loro potenza narrativa sembrano sceneggiature cinematografiche e invece sono le vite di centinaia di italiani che tra l'Ottocento e oggi hanno lasciato questo Paese per attraversare il mondo. Ieri come oggi, loro come ogni popolo.
Questi duecento narratori spianano la strada al progetto "Italiani all'estero, i diari raccontano" e non sono scrittori di professione, hanno semplicemente sentito il bisogno di affidare alla carta e alla parola la loro esperienza, per sublimare intimamente i fatti o semplicemente per lasciarli a qualcuno. Sono loro stessi o i loro discendenti ad averli dati in custodia con fiducia all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, che li aveva catalogati tutti nella categoria "emigrazione".
Dopo un'accurata selezione di autori e pagine - alcuni ne hanno scritte migliaia - oggi sono diventati patrimonio collettivo mondiale sulla piattaforma www.idiariraccontano.org, realizzata grazie al contributo della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e, come ci dicono gli archivisti, anche grazie alla sensibilità di Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie. Ogni pagina originale, che sia un diario, un quaderno di memorie o una lettera, è stata digitalizzata e trascritta, titolata, collocata nel tempo e nello spazio e indicizzata con parole chiave.
La navigazione è ricca di storie sorprendenti: come quella di Luca Pellegrini, un ragazzo del 1822 che a 16 anni rimane orfano e sale come mozzo su un veliero che viaggia tra Trieste e Venezia. Impara tutto del Mediterraneo, scopre vite e culture lungo le coste di quelli che saranno Croazia e Montenegro, nella Turchia che era ancora Impero Ottomano.
Si imbarca per Amsterdam, vive il naufragio, sopravvive e salpa alla volta del Sud America, poi diventerà capitano. Iniziano invece nel 1996 e proseguono nel nuovo millennio gli scambi epistolari tra Lino Rizzo e Andrea Francini, giovani laureati in ingegneria al Politecnico di Torino che scelgono di andare a lavorare in Inghilterra e negli Stati Uniti. Una profonda amicizia coltivata a distanza.
"I diari raccontano" è una piattaforma aperta e implementabile: chiunque può contribuire inviando una nuova, unica e autentica storia e farla diventare parte di un più ampio racconto culturale. "Lo abbiamo pensato per il puro piacere, per studio o per scopo didattico, ma anche per stimolare prodotti artistici o culturali - spiega Nicola Maranesi, coordinatore del progetto - Dagli scritti raccolti emergono tratti comuni molto forti e trasversali tra le epoche storiche, ci sono storie decisamente difficili, altre costellate di successo.
Tutte però hanno a che fare con l'interesse storico delle singole traiettorie umane custodite negli scritti, autentici e spontanei". Ne sarebbe molto orgoglioso Saverio Tutino, il giornalista giramondo che nel 1984 fondò l'Archivio dei Diari in questa fetta d'Italia al confine tra Toscana, Umbria e Romagna "per rispondere all'esigenza di memoria di un intero Paese e accogliere le testimonianze autobiografiche di un intero popolo". Tutto è iniziato da un piccolo avviso sui giornali: oggi l'archivio conserva più di 8mila testi e lettere, tra i quali c'è anche il lenzuolo matrimoniale al quale Clelia Marchi di Poggio Rusco (Mantova) affidò la propria toccante memoria contadina.
di Marco Demarco
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
Resta un dubbio: a cosa sono servite oltre trecento pellicole e tremila volumi dedicati alla criminalità organizzata? Cosa succede a Maria Capasso (Luisa Ranieri) nell'ultimo film di Salvatore Piscicelli? Siamo a Napoli, periferia operaia. È qui che il regista inizialmente la colloca. Da moglie e madre dolente, la ritroviamo però nei panni di una dark lady, con il senso morale sotto i tacchi a spillo. Ora gira con una pistola nella borsa griffata, fa affari con la droga, e porta a spasso il nipotino nella villa del quartiere bene. Non è la camorra che si è servita di lei, ma il contrario. Una metafora da tenere a mente.
Romanzi, saggi, inchieste, memoriali: tra il 1948 e il 2018, in Italia sono state scritte 3.365 monografie che riportano nel titolo i termini mafia, camorra o 'ndrangheta. Negli stessi anni sono stati realizzati 337 film, a partire da I contrabbandieri del mare di Roberto Bianchi Montero, il primo in assoluto. Senza contare quello che si è visto in tv e nel web. Cosa ha prodotto tutto questo? Un paradosso: non riusciamo più a distinguere la fenomenologia mafiosa dalla sua riduzione illusoria. La tesi di Marcello Ravveduto (Lo spettacolo della mafia.
Storia di un immaginario tra realtà e finzione, edizione Gruppo Abele) è che siamo finiti in una gigantesca camera degli specchi il cui effetto addizionale/moltiplicatore sta creando nuovi stereotipi mafiosi. I quali, a loro volta, alimentano dall'interno il circuito autoreferenziale dei media, interponendosi tra realtà e memoria, tra Storia e fiction. La rappresentazione delle mafie ci sta dunque scappando di mano. Ultimo grido di allarme, quello di Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro, contro "chi scrive certe porcherie".
Questa storia - ricorda l'autore - comincia ai tempi di Alexandre Dumas padre, Maxime Du Camp, Marc Monnier e Jacques Élisée Reclus. Sono loro, tutti francesi, che tra il 1862 e il 1865 "inventano" la camorra come problema "a parte", come espressione delle sole "classi pericolose", dando così avvio al processo di "folklorizzazione" delle organizzazioni criminali.
Ma poi le cose si complicano. Se ne accorge Sciascia, quando per recensire Salvatore Giuliano di Rosi (1961) decide di vederlo in mezzo a un pubblico di contadini poco abituati a frequentare le sale cinematografiche. Questi ridono all'apparire sullo schermo di una madre che piange il figlio morto, e si esaltano, come davanti a qualcosa di mistico, quando viene evocata la figura di Giuliano. Il regista va da una parte e il pubblico, quel pubblico, da un'altra. È il momento in cui inizia il grande equivoco della rappresentazione mafiosa, lo stesso che toccherà anche Il Padrino e Gomorra. Si arriva così all'ultima dirompente novità.
Nel recente passato, infatti, mafiosi e camorristi parlavano col silenzio, celandosi: mostravano il proprio potere dissimulandone gli effetti criminali. Ora, invece, addirittura si raccontano, e postano foto e video sui loro profili social. E questo - nota Enzo Ciconte nella prefazione - se da un lato ci conferma che tra i mafiosi ci sono anche i cretini ("nell'abbaglio dei nuovi media hanno dimenticato uno dei principi cardine della tradizione: 'a megghiu parola è chidda ca 'un si dici"), dall'altro ricorda anche quanto importante sia, per loro, almeno a partire da Raffaele Cutolo, la conquista del consenso attraverso l'occupazione della scena. Resta, però, una questione sospesa.
Se il risultato è il labirinto in cui siamo, se Maria Capasso fa la fine che fa, si può essere soddisfatti di come cinema e letteratura hanno raccontato le mafie? E posto che i più temuti sono i film in cui i boss vengono ridicolizzati (come accade in quelli di Jûzô Itami contro la yakuza giapponese) si possono contare, in Italia, più di tre o quattro titoli di questo tipo? Perché, infine, è così frequente che certe produzioni di successo finiscano per alimentare il mito criminale e piacere agli stessi boss? L'impressione è che in Italia sia stato più facile fare antipolitica che fiction antimafia.
- Teatro. "Recitare aiuta le detenute a non perdersi nell'oblio"
- Migranti. Piano della Ue: detenuti nei Centri della Libia trasferiti in Ruanda
- Nepal. Giustizia ferma per i crimini commessi nel conflitto armato
- Brasile. Si è suicidato il boss che si era travestito come la figlia per evadere
- Il decreto sicurezza bis è legge. Salvini esulta, il Pd: "Vergogna"










