di Luigi Caiazza
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2019
In materia di appalti e della sicurezza sul lavoro correlata nel nostro ordinamento non esiste una coincidenza fra la figura del proprietario dell'immobile che si avvantaggia dell'opera e quella del committente che la appalta. Il principio emerge anche dall'esame della sentenza n. 34893/19 della Cassazione, IV Sezione penale. Con tale principio la Corte, discostandosi dalla sentenza di condanna inflitta dai giudici di merito a due coniugi nell'esecuzione dei lavori per la responsabilità derivante da un infortunio mortale occorso a un operaio dipendente di una impresa appaltatrice dei lavori di ristrutturazione, ha assolto la moglie del comproprietario che aveva appaltato l'opera.
Nella motivazione, la sentenza dà una nuova lettura all'articolo 89 del Testo unico della sicurezza (Dlgs 81/08) nella definizione del "committente" nei cantieri temporanei e mobili, con ciò aderendo a un filone introdotto dalla stessa Sezione con la precedente sentenza n. 10039/19. I giudici di legittimità, più nello specifico, non hanno condiviso le decisioni prima maturate secondo cui l'interpretazione da darsi alla definizione di cui all'articolo 89, comma 1, lett. b) del Testo unico, in merito alla definizione della figura del committente, come "qualsiasi persona fisica o giuridica per conto della quale l'opera viene realizzata", non avrebbe potuto prescindere dal soggetto proprietario del bene, il solo che potesse trarre vantaggio dall'opera.
Le due sentenze citate hanno invece stabilito il nuovo principio secondo cui il committente, così come definito dall'articolo 89, "è colui per conto del quale l'opera viene realizzata", e che l'espressione per conto va intesa come "per incarico di", o "in nome", oppure "a favore di" chi abbia comunque interesse all'esecuzione dell'opera e in quanto tale stipuli il contratto, perché si avvantaggia della sua realizzazione o perché sia stato delegato ad occuparsene. In conclusione, quindi, nessuna responsabilità è configurabile a carico del proprietario non committente che non si sia ingerito nell'esecuzione delle opere, pur in assenza di delega delle funzioni.
di Marzia Zamattio
Corriere del Trentino, 6 agosto 2019
Una mozione per riaprire il caso di Chico Forti, l'imprenditore condannato all'ergastolo a Miami e in carcere da 21 anni. Lo annunciano i familiari del filmaker che si è sempre proclamato innocente. Il consiglio provinciale farà una mozione congiunta da presentare a Roma per chiedere un intervento diretto del governo giallo-verde nel caso di Chico Forti, l'imprenditore e filmaker trentino di 60 anni, in carcere da 21 anni a Miami, oltre ad un incontro con il ministro dell'interno Matteo Salvini. Lo annunciano i familiari di Chico, che sperano, dopo 21 anni di battaglie legali e campagne a favore dell'innocenza del loro caro, di riportarlo a casa.
"La nostra richiesta è che torni libero - spiega lo zio Gianni Forti - ci sono tutte le prerogative perché sia liberato e sia annullato il processo". E sulle ultime mosse intraprese, i familiari dell'imprenditore trentino ricordano proprio la richiesta di un incontro con il vicepremier e ministro dell'Interno attraverso una mozione congiunta in preparazione in consiglio, dopo quella già presentata un mese fa dalle minoranze dove si chiedeva per Chico Forti "di intervenire presso le autorità competenti degli Stati Uniti affinché sia presa in seria considerazione la richiesta di revisione del processo".
In quel testo si chiedeva anche che la Provincia "si faccia da tramite, d'intesa con il governo italiano, di questa richiesta anche attraverso un'apposita missione ufficiale presso negli Stati Uniti". Su questa mozione la famiglia Forti spera molto: "Chico è innocente. Non c'è alcuna prova che lo colleghi al delitto. È ora che il governo incarichi un funzionario che si occupi della vicenda e si rivolga al governatore della Florida".
Intanto, emergono in queste ore alcune indiscrezioni sul possibile scambio del trentino che si trova da 21 anni nelle case circondariali della Florida dove è stato condannato all'ergastolo per omicidio, con prigionieri americani. La novità sarebbe racchiusa in alcune anticipazioni fatte da vari media, riprese poi dai social e a oggi non smentite, che vedrebbero le ambasciate d'Italia e Stati Uniti trattare per uno scambio di prigionieri.
Tradotto: il film-maker trentino sconterebbe la pena in Italia mentre Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth, i due giovani americani responsabili dell'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, potrebbero fare altrettanto scontando l'eventuale pena negli Stati Uniti. Al momento, è bene ribadirlo, siamo davanti a un'ipotesi, tutta da verificare, tenendo anche contro che sulla vicenda dei due ragazzi americani regna la massima cautela. Certo è che una simile prospettiva darebbe nuova linfa alle speranze dei familiari di Forti, che con il legale Joe Tacopina da tempo si stanno battendo per fare ritornare in Italia l'imprenditore ed ex campione di vela.
Sull'eventuale scambio, l'avvocato Giuliano Valer, vice presidente della Camera penale di Trento, spiega nel dettaglio cosa potrebbe accadere usando la massima cautela: "I due americani potrebbero scontare la pena eventuale in un penitenziario statunitense - dice - e viceversa Forti si farebbe l'ergastolo in una nostra prigione anziché nell'istituto di massima sicurezza, il Dade Correctional, in Florida". E aggiunge: "Non è la prima volta che si prova a farlo venire in Italia ma ad oggi è sempre stato tristemente negato".
Ma nell'accostamento dei due casi, l'avvocato Valer chiede la massima cautela: "Al di là delle specifiche vicende processuali, vi sono da un lato due presunti innocenti sino a condanna definitiva e dall'altro non appare opportuno alimentare speranze senza elementi concreti a chi da anni invoca un'apertura da parte dello Stato giudicante", aggiunge. "Il rispetto da ambo le parti per i soggetti coinvolti, per i familiari, e per il lavoro di legali e magistrati è in questa doveroso: ciò premesso e senza entrare in tecnicalità troppo specifiche - prosegue - va comunque tenuto presente che la applicazione della convenzione di Strasburgo che consente nei rapporti fra Stati firmatari a un condannato definitivo di espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato di origine costituisce non già un obbligo, ma una semplice opportunità lasciata - come hanno insegnato illustri precedenti - alle decisioni e volontà diplomatiche, spesso legate a peculiari contingenze politiche". Tornando a Chico Forti e ai due americani, "è indiscutibile - prosegue Valer - che consentire a un detenuto definitivo di potere espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato, ove per quanto possa essere gravosa l'esecuzione della condanna, la vicinanza ai propri affetti familiari e la possibilità di ricevere le rispettive visite, oggi, più che mai, risponde ad un obbiettivo senso di umanità prima ancora che di giustizia sostanziale nell'esecuzione della detenzione".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 6 agosto 2019
Intervista a Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale. Perché le opinioni tendono sempre più a prescindere dalla realtà? Populismo e stato. Cosa succede alla democrazia se gli elettori rinunciano alle cerniere tra massa ed élite.
Professor Cassese, Gianroberto Casaleggio ha detto una volta: "A me non interessa la politica, interessa l'opinione pubblica". Ma quest'ultima non è un soggetto, non un'istituzione. Tuttavia, come "l'establishment", gioca un ruolo importante. Quale è il suo ruolo, come si forma, come viene guidata e controllata?
"Nel 1950, Benedetto Croce scriveva, a proposito dei rapporti tra società e Stato, "quando in un Paese dura la libertà, i parlamenti [...] debbono tenere conto della pubblica opinione, la quale a un dipresso coincide con la libera stampa" (Benedetto Croce, ora in S. Cassese, "Il popolo e i suoi rappresentanti", Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2019, p. 116). Se non si cerca di comprendere i modi di formazione dell'opinione pubblica e i modi in cui questa influisce sulle politiche, non si riesce a capire fino in fondo le trasformazioni che stiamo vivendo, perché questo è un capitolo della "manifattura del consenso" (una espressione usata dal linguista americano Noam Chomsky). Di recente, Carlo Galli ("Sovranità", il Mulino, 2019) ha scritto che gli Stati sono divenuti "triadi del potere", mentre erano prima "piramidi di potenza". Negli Stati si intrecciano il potere politico tradizionale, quello economico e quello mediatico - narrativo, che - aggiunge Galli - sostituisce il discorso pubblico e la legittimazione argomentativa".
Che cosa è, allora, l'opinione pubblica?
"Partiamo dal classico libro di Walter Lippmann, un giornalista americano, che scrisse nel 1922 un notissimo libro, "Public Opinion", nel quale spiegava che i fatti sono influenzati da pregiudizi e preconcetti che inquinano e distorcono l'opinione pubblica. I mezzi di comunicazione, a quell'epoca giornali e radio, a loro volta influenzati da forze economiche, politiche e religiose, svolgono un ruolo preponderante nella formazione e nella manipolazione della collettività. Opposta l'idea secondo la quale l'opinione pubblica si forma mediante scambio di argomentazioni razionali tra organizzazioni rivali, che consente di raggiungere la verità, un'idea che ha percorso un tragitto che va da Edmund Burke (nel famoso discorso agli elettori di Bristol, del 1774, affermò che i "rappresentanti" non sono ambasciatori dei "rappresentati", perché debbono formarsi una loro opinione dopo esame dibattimentale: quindi, la rappresentanza non è la somma delle opinioni dei "deleganti") a Jürgen Habermas".
Perché si ha l'impressione che, oggi, in Italia, maggioranza e opposizione non solo non dialoghino, ma che addirittura parlino lingue diverse?
"Proverò a spiegarlo, esaminando per ora solo i meccanismi di formazione dell'opinione pubblica e delle politiche delle due parti, che sono accomunate anche dall'età, dalla data di nascita. Una adotta un meccanismo che chiamerò ad ascensore, partendo dai sentimenti popolari, l'altra un meccanismo a cascata. I due circuiti sono diversi, chiusi l'uno all'altro. Naturalmente questa è una semplificazione, perché vi è anche un ulteriore elemento, costituito dall'apertura orizzontale nel secondo caso, che non c'è invece nel primo modello. Invece, il primo sfrutta anche le possibilità comunicative e di feedback del web. Sono due mondi culturalmente e tecnologicamente divisi, due modi diversi di fare politica".
Ma i meccanismi di formazione dell'opinione pubblica sono rilevanti da tanto tempo e da tanto tempo esaminati.
"Il loro esame è però divenuto più importante da quando si è capito che le politiche pubbliche non hanno a disposizione come strumenti solo leggi e incentivi economici ma anche - come ha lucidamente spiegato in un importante libro recente Riccardo Viale, "Oltre il nudge. Libertà di scelta, felicità e comportamento", Bologna, il Mulino, 2018 - "altre opzioni di impatto comportamentale come il design di architetture ambientali per indirizzare la scelta in una direzione voluta dal policy maker, l'utilizzo ispirato alle scienze comportamentali dell'informazione e della comunicazione pubblica; lo sviluppo di forme di istruzione e formazione per potenziare le competenze decisionali umane".
Cominciamo dal modello ad ascensore, quello di M5s e Lega...
"A me non interessa la politica, interessa l'opinione pubblica": la frase di Casaleggio padre. Questo è il punto di partenza: la voce del popolo. Non élite, non "opinion makers". La politica all'epoca del digitale, per chi lo sfrutta, consiste in un ascolto continuo dei "sentimenti" popolari, una specie di continuo sondaggio. Controllo e analisi continua di post e tweet, ascolto continuo delle opinioni della gente, monitoraggio della rete in grado di leggere commenti e conversazioni, con un "listening tool", mettendo sotto osservazione parole chiave, per poi rilanciarli, semplificandoli e arricchendoli, tramite "meme", in modo da allargare l'area dell'ascolto e del consenso. Le reazioni ai messaggi inviate vengono poi esaminate, interpretate, e vengono rilanciati altri messaggi, con la tecnica dell'interesse composto, che si arricchisce continuamente di conoscenze dell'opinione del popolo, tramite "sentiment analysis", e di "followers", il cui cerchio si amplia continuamente mediante influenza continua di altre opinioni. Questo modello ha una capacità predittiva (consente di conoscere i comportamenti degli elettori) e una manipolativa (specialmente grazie alla formazione di "echo chambers" e ai "filter bubbles", che creano e rafforzano l'impressione di sentirsi parte di un gruppo, sfruttando le identità liquide, ovvero mutevoli). Una indagine di "Sociometrica" su 3 milioni di record (tweet scambiati negli ultimi 10 giorni della campagna elettorale per il Parlamento europeo) ha consentito di notare che i temi "Salvini" e "Sea Watch" hanno dominato e che la campagna condotta da Salvini ha alimentato, influenzato, rafforzato, orientato pensieri e sentimenti popolari".
Modello complicato da realizzare...
"Perché fondato su molti elementi costitutivi. Primo: dire al popolo quello che esso vuol sentirsi dire. Secondo: seguire una tecnica incrementale. Terzo: accettare di stare continuamente in campagna elettorale. Quarto: esprimersi per slogan, con dei "meme", battendo sempre sugli stessi punti (pare che sia stato Goebbels a dire: "Una menzogna detta una volta rimane una menzogna, ma una menzogna ripetuta un migliaio di volte diventa verità"). Quinto: non replicare, precisare, smentire, mettere a punto (questo comporterebbe un dialogo orizzontale, con competitori, quello che interessa l'altro modello). Sesto: scegliere un nemico e batterlo ogni giorno, non discutere".
Questo processo incrementale, che si arricchisce continuamente, richiede un grande uso del web...
"Sì, ma in un modo inconsueto. Come è noto, i modi di comunicazione sono tre. "One to one" (ad esempio, la lettera scritta a un amico). "One to many" (ad esempio, la radio e la televisione). "Many to many" (il web). Ora, in questo modello il web viene utilizzato sia come mezzo di comunicazione "many to many", sia come mezzo di comunicazione "one to many". Si può dire che il modello ad ascensore ha sviluppato un quarto tipo di comunicazione, che mette insieme il secondo e il terzo modello".
Tutto questo incide anche sul sistema politico costituzionale?
"Certamente. Questo modello è legato all'idea del parlamentare - portavoce, che riferisce non in Parlamento, ma tramite la rete, direttamente agli elettori. Manca il soggetto collettivo, ci sono i leader e i mandanti. Con questa tecnica non potrebbe succedere quello che veniva raccontato nel film "Magic Town", del 1947 (quindi all'epoca del successo degli "opinion polls" e dei "pollsters"), di "Grandview", una cittadina - specchio dell'America: quando gli abitanti se ne resero conto, e cominciarono a pensare di poter manipolare l'opinione pubblica, perdettero la qualità di rappresentare l'opinione americana".
Passiamo all'altro modello, quello a cascata, che sarebbe oggi quello di Forza Italia e del Partito democratico...
"È quello tradizionale. Tra le élite maturano e circolano idee, che vengono dibattute; quando si sviluppano, vengono sottoposte all'attenzione delle "masse", con ulteriori passaggi, sia dal basso in alto che dall'alto al basso. In questo modello vi sono "opinion maker" e "opinion leader". I temi sono più elaborati. Vi è una dirigenza che interpreta, filtra, elabora, tramuta "sentimenti" e idee insieme in programma. Lo strumento utilizzato non è tanto la rete, quanto televisione e giornali. Donde anche un deficit digitale. I modi del dialogo vertice - base sono - dove resta un'ombra di quello che furono i partiti - la sezione e il congresso, oppure i sondaggi. In compenso, questo modello, essendo più elitista, è anche più aperto orizzontalmente alla discussione con le opinioni degli oppositori".
Quale dei due è più democratico?
"Non so se sia questa la domanda giusta da porre. In ambedue i modelli c'è un dialogo base-vertice, in ambedue c'è una élite. Nel secondo più apertura orizzontale, nel primo più ascolto della base. Per la valutazione comparativa, comincerei da un altro punto. La democrazia e le sue teorie non hanno sufficientemente affrontato e studiato il problema che sorge dal fatto che le opinioni non corrispondono automaticamente alla realtà. Ci sono limitazioni cognitive, perché non siamo in grado di interpretare un mondo troppo grande e complesso. Abbiamo quindi quelli che Lippmann chiamava stereotipi, immagini mentali riassuntive, che si inseriscono tra le persone e il loro ambiente. Da qui la difficoltà di fondare su una cosiddetta volontà popolare le politiche pubbliche. Il modello ascensore, quello che pare più vicino al valore della democrazia intesa nel senso comune, presenta non pochi inconvenienti. Il primo è che mette la leadership su un tapis roulant, sul quale deve necessariamente muoversi per non cascare, rendendo quindi i leader dei precari, costretti ad "apparire" ogni giorno. Ma governare non è apparire. Il secondo è che costringe a un continuo racconto di fatti e della realtà non per quello che sono, ma per quello che la gente vuole che sia. Il terzo è che costringe a una ottica di brevissimo periodo, perché bisogna annunciare continuamente, all'inseguimento continuo di sentimenti e richieste, e quindi anche dei cambi di umore dell'opinione pubblica. Il quarto è che è costruito in un circuito chiuso, in cui parlano solo quelli che entrano nel circuito, e non c'è quindi un dibattito pubblico e una vera e propria sfera pubblica alla Habermas. Il quinto è che spinge a un uso separato di mezzi di comunicazione, che poi si rivela insufficiente (infatti, il M5s, che si è rifiutato a lungo di apparire in televisione e di dichiarare ai giornali, è stato poi costretto a farlo)".
Quali le conseguenze sull'opinione pubblica?
"Una rivoluzione è in corso, legata alla manifattura del consenso. I mezzi di comunicazione, la "libera stampa" di cui parlava Croce, che giocava un ruolo di educazione, di filtro, di guida ha perduto il "ruolo di cerniera tra élite e massa" (sono parole di Alessandro Barbano in una intervista al Foglio del 19 aprile 2019), a favore del web, che permette di arrivare alle notizie senza filtro. I mezzi tradizionali, specialmente i giornali, perdono quota a ritmi dal 7 al 10 per cento all'anno. Questo vuol dire "a loss of gatekeepers". Il 70 per cento della popolazione ha accesso a internet tramite smartphone e personal computer. Le forze politiche si dividono non solo in base alle politiche, ma anche in base alla loro capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Mai come oggi i media sono il messaggio. Questa divisione fa crescere un muro tra le forze politiche, crea una sordità tra di esse. Produce anche quindi poco dibattito diminuendo la componente schumpeteriana della democrazia, che rende il potere visibile, permette il controllo. In conclusione, il governo rappresentativo non può funzionare bene se non ci sono una o più organizzazioni indipendenti per rendere intelligibili i fatti a quelli che devono decidere e che aiutino questi a vedere quelli non visti, senza dimenticare che "i fatti sono carichi di teoria" (come aveva osservato Paolo Rossi, "A mio non modesto parere. Le recensioni sul Sole 24 Ore", Bologna, il Mulino, 2018, p. 37). E sarebbero necessari "national town meetings" e tanti altri strumenti per eliminare o almeno ridurre le aree di ignoranza".
Quali le conseguenze sulla società e sulle istituzioni?
"Sulla cittadinanza, sull'opinione pubblica, sul modo di far politica. Per quanto riguarda la prima, la possibilità di collegarsi alla rete e di comunicare a gruppi di persone e persino di indirizzarsi a tutti gli utenti modifica atteggiamenti ed aspettative dell'individuo rispetto alla collettività, costruendo una percezione soggettiva di potenza, dando l'impressione di poter far sentire la propria voce come un politico in un comizio o l'autorità in una trasmissione televisiva. Questo cambia le condizioni di cittadinanza, dà l'idea di avere un potere non mediato, rafforzato dall'illusione di poter decidere tutto mediante referendum.
Le conseguenze sull'opinione pubblica sono state indicate con intelligenza da Alessandro Campi in due articoli apparsi sul Messaggero del 19 ottobre 2018 e del 23 aprile 2019: trasformazione dell'opinione pubblica in emozione pubblica, colonizzazione della sfera pubblica ad opera di quella privata, prevalenza dell'immediato sul passato, indistinzione tra il reale e l'artefatto, la "narrazione" o il falso, trasformazione del leader in un "follower" del suo pubblico, rifiuto della competenza a favore di una concezione egualitaria dei rapporti sociali, abbandono del linguaggio complesso a favore di uno semplificato. La possibilità di "osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra" (osservazione di Claudio Cerasa, il Foglio del 3 luglio 2018) consente di ingigantire fenomeni come la corruzione, il numero degli immigrati, la diffusione della criminalità. I problemi connessi e le conseguenze sono molti: ricorso al "nudging", falle nella "cybersecurity", difficoltà di tutela e gli utenti (per esempio, "right to be forgotten" o diritto all'oblio). Infine, la dimensione digitale trasforma il modo di fare politica: le campagne politiche divengono forme di "marketing" con "micro-targeting degli elettori e la politica diventa quantistica, per adoperare la felice intuizione di Giuliano da Empoli in "Gli ingegneri del caos. Teorie e tecnica dell'Internazionale populista" (Venezia, Marsilio, 2019), che spiega come emerga una forma politica nuova in cui nulla è stabile, le interazioni sono importanti, più verità contraddittorie possono coesistere".
Quali le conseguenze sui processi cognitivi?
"Rispondo con le parole di Massimo Adinolfi ("Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data e democrazia", Roma, Salerno editrice, 2019, pagine 36-37, 76-77, 81): sono in crisi non il concetto di verità dei fatti, ma le cornici interpretative in cui i fatti sono inquadrati; il problema della postverità non riguarda tanto l'indebolimento del suo statuto teorico, quanto piuttosto le condizioni della sua produzione. Quindi - sono sempre parole di Adinolfi - occorre tenere viva una solida infrastruttura intellettuale che consenta la più ampia circolazione di idee e incentivare pratiche che consentano attriti, di mescolare le carte, di coltivare il dissenso".
Ma non è in dubbio la stessa verità?
"Infatti, la storica americana Sophia Rosenfeld ha in un libro recente spiegato che i rapporti di verità e democrazia sono stati sempre fragili, precari, ma ha aggiunto che la democrazia ha la straordinaria virtù di assicurare sempre la possibilità di una seconda "chance", ed elencato una serie di "antidoti" che consente il pluralismo, strumentale al raggiungimento della verità: libertà di parola e opinione, una stampa attenta nel verificare e riportare i fatti, un sistema che assicuri libertà di voto, un ordine giudiziario indipendente, efficaci sistemi di istruzione (il libro è intitolato "Democracy and Truth. A Short History", Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2019)".
v-news.it, 6 agosto 2019
L'assessore Corvino: "Favorire l'inclusione di queste persone". L'assessora Maddalena Corvino è intervenuta alla presentazione dei progetti delle associazioni Noi Voci di Donne e Generazione Libera che hanno lo scopo di favorire l'integrazione sociale e culturale di persone condannate in esecuzione penale esterna.
"L'Amministrazione - spiega l'assessore Corvino - è fortemente interessata al ruolo che la nostra comunità deve avere per favorire l'inclusione di queste persone. Il prodotto del loro lavoro sociale si misura sulla capacità che, localmente, riesce ad essere sviluppata in questa ottica. Avviate e portate a termine le procedure che la nostra amministrazione dovrà a breve concludere, queste persone saranno affiancate, formate e incoraggiate a svolgere lavori sociali nell'ambito della manutenzione e della cura di alcune piazze ed aree della città, per promuovere partecipazione, condivisione e la crescita di una loro rinnovata coscienza civica, nonché l'opportunità di una loro futura attività lavorativa in settori ormai divenuti fondamentali per la qualità della vita dei cittadini".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 agosto 2019
Sono passati 13 anni dalla firma dell'Accordo di pace che pose fine a un conflitto armato durato un decennio e ancora i leader politici all'interno e all'esterno delle istituzioni del Nepal continuano a prendere in giro i sopravvissuti e i familiari delle vittime.
L'accusa è stata resa nota alla fine di luglio da Amnesty International, Commissione internazionale dei giuristi, Human Rights Watch e Trial International. Dopo la sua elezione nel 2018, il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli si era impegnato a riformare la legge del 2014 concernente il processo di giustizia transizionale, in modo che fosse in linea - come ripetutamente sollecitato dalla Corte suprema - con gli obblighi di diritto internazionale assunti dal Nepal.
Il governo non ha mai modificato la legge e ha favorito, senza una consultazione adeguata, la costituzione di un opaco comitato per la nomina dei componenti degli organi della giustizia transizionale. Proprio per questo, le quattro organizzazioni hanno preso una dura posizione contro la mancanza di trasparenza nella nomina dei membri della Commissione per la verità e la riconciliazione e della Commissione d'inchiesta sulle sparizioni forzate (nella foto, le immagini degli scomparsi). Le loro richieste sono chiare: sospendere l'attuale procedura di nomina e avviare una procedura trasparente per la candidatura e la nomina dei componenti delle due commissioni, rispettare l'impegno a emendare la legge del 2014 e adottare e rendere pubblico un programma per il futuro della giustizia transizionale.
di Sergio Moccia
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Decreto sicurezza bis. Tra le varie castronerie incostituzionali vi è un'ennesima norma spot, quella che innalza a un milione di euro la sanzione per l'ingresso senza permesso di una nave con naufraghi a bordo. Si tratta di una norma utile solo alla propaganda, ma destinata all'ineffettività. Necessitas non habet legem, da intendersi nel senso che allo stato di necessità non può opporsi alcuna legge contraria. Si tratta di una prerogativa che taluni illustri giuristi ritenevano sussistesse, prima del contratto sociale, già nello stato di natura. Dunque risultava connessa alla stessa qualità di essere umano. Il soccorso di necessità, è specificamente richiamato nel codice penale vigente al primo comma dell'art. 54. Ebbene sì, si tratta del codice Rocco, del codice fascista che anche in questo caso, come già per la legittima difesa, dà lezioni di garantismo a Salvini.
Ma, a ben riflettere, tutta la normativa internazionale - quella che in base al combinato disposto di cui agli artt. 10, 11 e 117 Cost. impone allo stato italiano di legiferare nel rispetto della medesima - in materia di soccorso in mare rappresenta il precipitato normativo del necessitas non habet legem. La Convenzione di Londra del 1974 e la Convenzione di Amburgo del 1979, unitamente ad altre Convenzioni tutte riconosciute dall'Italia, integrate nel 2004 da emendamenti da parte dell'International Maritime Organisation, disciplinano fondamentalmente la materia. Il comandante che soccorre naufraghi ha l'obbligo non solo morale, ma anche giuridico, di individuare un luogo sicuro di sbarco. Si tratta di adempimento di un dovere, art.51 c.p., che scrimina la condotta del comandante e di chi con lui coopera anche a fronte di un ordine perentorio di un Ministro, al di là delle sbruffonate bulliste da parte di Salvini, dato che quando si arriverà all'eventuale processo il giudice non dovrà fare altro che applicare le norme che dicono tutto il contrario di quel che urla il ministro dell'interno.
E a questo proposito, vorrei far notare al ministro che, tra le altre castronerie incostituzionali, in via di approvazione nel decreto sicurezza bis, vi è un'ennesima norma spot. Mi riferisco a quella che innalza a un milione di euro la sanzione per l'ingresso senza permesso di una nave con naufraghi a bordo. Si tratta di una norma utile solo alla propaganda, ma destinata all'ineffettività. Tanto per capirci meglio, anche se la sanzione fosse portata ad un miliardo di euro, in base al complesso della normativa scriminante vigente, non la pagherebbe alcuno.
Vale la pena ricordare che, se la nave batte bandiera italiana ed ha raccolto i naufraghi a bordo, l'obbligo di sbarco in un porto sicuro conferisce alle persone soccorse in mare una condizione di libertà personale. In genere viene ventilata l'idea che sulla nave italiana soccorrente fossero presenti non aventi diritto di asilo, né qualificabili come rifugiati, per cui il divieto di farli sbarcare sarebbe stato funzionale ad esigenze di "interesse generale". Ma l'argomento non regge. Innanzitutto, perché l'ipotesi aprioristica dell'irregolarità dei naufraghi è smentita costantemente dal fatto che sono tantissime le persone che, una volta sbarcate, dimostrano di avere diritto allo status di rifugiato, secondo quanto stabilito all'art.33 della Convenzione di Ginevra, che compete a chi ha "il giustificato timore d'essere perseguitato" per razza, religione, opinione politica e così via. In questo caso opera il principio di non respingimento, art. 33 par. 1 della Convenzione di Ginevra, che vieta allo Stato interessato di respingere i naufraghi verso altra destinazione.
A questa ipotesi va aggiunta quella della presenza a bordo di persone che necessitano di soccorsi urgenti - caso frequentissimo - per le condizioni di salute. Dunque, anche in tali evenienze, si impone lo sbarco senza ritardo, pena la violazione delle Convenzioni richiamate. Essendo presente un obbligo di sbarco dei naufraghi, costoro non possono essere costretti a restare sulla nave: si determina, altrimenti, un'ingiustificata compressione della libertà personale attraverso la costrizione in un spazio chiuso, al di fuori dei casi consentiti dall'ordinamento giuridico ed in mancanza di un provvedimento legittimamente dato dall'autorità giudiziaria, così come dispone l'art.13 Cost. E per chi dovesse impedire lo sbarco dovrebbe aprirsi la strada di un processo penale, a seconda dei casi, per sequestro di persona aggravato, 605 co.3 c.p., o per finalità di coazione, art.289-ter c.p. Ma finché Salvini sta al governo, la vedo difficile.
di Giorgio Beretta*
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Il governo Conte ha raddoppiato il numero di armi sportive detenibili invece di ridurlo. Ma il numero degli "sportivi" è meno della metà di quello dei fucili semiautomatici in circolazione. Mentre le associazioni armiere lavorano al "modello Usa". Odio razziale e religioso di stampo etno-suprematista misto a fascinazioni nazifasciste e facile accesso alle armi. È la miscela esplosiva che continua ad alimentare i mass shooting negli Stati uniti e non solo. Patrick Crusius afferma di essere "un sostenitore della strage di Christchurch" in Nuova Zelanda. Lo fa nel suo delirante manifesto postato poco prima di compiere la strage nel supermercato Walmart a El Paso in Texas. L'autore della strage di Christchurch, l'etno-nazionalista australiano Brenton Tarrant, scriveva di essersi ispirato a Luca Traini, l'attentatore xenofobo che dalla sua auto sparò all'impazzata sugli immigrati di colore di Macerata.
"Difendo il mio Paese dalla sostituzione etnica e culturale portata da un'invasione", aggiunge Crusius nel suo allucinante manifesto. Crusius e Tarrant non sono soli. Prima di loro vi è stato il simpatizzante dell'ultradestra antisemita Robert Bowers, autore della strage nella sinagoga di Pittsburgh; il giovane razzista e islamofobo Nikolas Cruz, della sparatoria di Parkland in Florida; il giovane suprematista neonazista Dylann Roof della carneficina della chiesa degli afroamericani di Charleston nel Sud Carolina. Solo per ricordarne i più recenti. Un lungo elenco nel quale - non dovremmo mai dimenticarlo - va annoverato anche il filonazista norvegese Anders Breivik che nel luglio del 2011 ha compiuto la strage con un fucile semiautomatico regolarmente detenuto sui giovani del Partito laburista radunati nell'isola di Utoya.
Dagli Stati uniti alla Nuova Zelanda, dall'Italia alla Norvegia con un unico filo conduttore: l'odio xenofobo, religioso e razzista. Ma con un'altra costante, troppo spesso sottovalutata: gli autori di queste stragi erano tutti in possesso di una regolare licenza per armi. Così, mentre la propaganda politica razzista arma il cervello, il facile accesso alle armi ne agevola l'esecuzione. Il mix è letale e ci riguarda da vicino. La Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza inviata al Parlamento italiano nel febbraio scorso indica un crescente "dinamismo della destra radicale", il cui "attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato a una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri" (p. 100).
Il terreno è pronto e, non serve dirlo, è costantemente fertilizzato da espliciti messaggi di stampo identitario lanciati dai leader della destra europea e italiana, non ultimo il ministro degli Interni, Matteo Salvini. Ma - si dice - da noi non è come negli Stati uniti in cui le armi si possono comprare al supermercato. "Sulle armi, l'Italia ha le norme più restrittive d'Europa", aggiunge la propaganda delle riviste patinate. Chiunque abbia preso una licenza per armi sa che non è vero. A qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è infatti generalmente consentito di ottenere una licenza dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi. E non sono poche. Il governo Conte, su pressione della Lega e con il tacito consenso del Movimento Cinque Stelle, l'estate scorsa è infatti riuscito, unico in Europa, a recepire in senso estensivo la direttiva comunitaria che avrebbe dovuto restringere le maglie sulle armi: il numero di "armi sportive" (tra cui i fucili semiautomatici tipo Ak-47 o Ar-15, quelli cioè più usati nei mass shooting) detenibili è stato raddoppiato, portandolo da sei a dodici ed è stata raddoppiata anche la capacità dei caricatori acquistabili senza denuncia (da cinque a dieci colpi).
Un autentico regalo ai produttori di armi. Così oggi, con una semplice licenza per tiro sportivo, per la caccia o per mera detenzione (nulla osta), è possibile tenersi in casa tre pistole con caricatori fino a 20 colpi, dodici "armi sportive" con caricatori da 10 colpi e un numero illimitato di fucili da caccia. Un autentico arsenale. Secondo alcune stime, sarebbero più di 700mila i fucili semiautomatici presenti nelle case degli italiani. Tutti con regolare licenza, certo. Ma viene da chiedersi a cosa possano servire, visto che le federazioni nazionali di tiro sportivo affermano che i loro soci sono poco più di 100mila. Anche includendo le associazioni locali e i poligoni privati non si arriva a 200mila aderenti. Mancano all'appello almeno 400mila possessori di armi con licenza per "tiro sportivo". Per non parlare di molti altri, probabilmente due milioni che, pur continuando a possedere armi, da anni non rinnovano la licenza. Tutti armati. Fino ai denti.
E la lobby delle armi si è organizzata. Le tre principali associazioni di settore armiero (Anpam per i produttori, AssoArmieri per i commercianti e Conarmi per gli artigiani) l'anno scorso hanno diramato un comunicato nel quale invitano gli appassionati a tesserarsi a uno dei gruppi più attivi nel difendere gli interessi dei legali detentori di armi: il Comitato D-477, oggi Unarmi. L'obiettivo del gruppo, che fa parte della rete Firearms United e con contatti diretti con la Nra statunitense, è introdurre anche in Italia una sorta di "diritto alle armi". Proprio come quello in vigore negli Stati uniti. I cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.
*Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (Opal)
di Carlo Lania
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Al Senato con 160 voti a favore passa la fiducia al decreto sicurezza bis. Salvini: "Meno Carola e più Oriana Fallaci". E Grasso evoca il fascismo. Manette, multe milionarie e navi sequestrate. Ma anche più poteri al ministro dell'Interno che potrà decidere se vietare o meno l'accesso alle acque territoriali italiane. Le ong - e con esse quanti si permettono ancora di salvare vite nel Mediterraneo - sono servite. Da ieri un altro pezzo della visione che del mondo hanno Lega e M5S è diventata legge dello Stato con l'approvazione definitiva del decreto sicurezza bis da parte del Senato. E non è certo una bella visione.
A Matteo Salvini è andata di lusso: 160 i voti a favore del decreto, uno in meno della maggioranza assoluta, anche se per approvarlo ne sarebbero bastati di meno (il quorum era fissato a 109). 57 quelli contrari (Pd, Leu, una parte dei senatori del gruppo Misto e della Svp) e 21 gli astenuti, tra i quali il gruppo di Fratelli d'Italia (Forza Italia è stata presente in aula ma non ha partecipato al voto). E infatti il ministro leghista esulta: "Meno Carola e più Oriana Fallaci - dice rivolto ai suoi senatori - Ringrazio voi, gli italiani e la Beata Vergine". Durissimo, invece, il commento di Nicola Zingaretti: "Il decreto Salvini è passato, l'Italia è più insicura. Grazie agli schiavi 5 stelle", scrive il segretario del Pd.
Non che l'esito della votazione sia mai stato in dubbio, ma il dissenso manifestato nei giorni scorsi da alcuni senatori grillini aveva creato qualche incertezza nella maggioranza. Invece tutto è filato liscio. Al dunque in cinque - Montevecchi, La Mura, Ciampolillo, Fattori e Mantero - escono dall'aula al momento del voto di fiducia voluto dal governo. Per certi versi plateale la marcia indietro del senatore Alberto Airola, che pure aveva firmato alcuni degli emendamenti grillini al testo. Dopo aver citato l'ex ministro Rino Formica ("La politica è sangue e merda), il senatore No Tav ha annunciato di votare a favore della fiducia perché il decreto "non è l'Anticristo dei decreti" mentre il M5S deve realizzare "provvedimenti che cambieranno la vita dei cittadini" e può farlo solo restando al governo con la Lega.
Tra le misure che da ieri sono legge oltre alla possibilità di arrestare il comandante di una nave che non rispetta l'ordine di fermarsi impartito dalle autorità e al sequestro della nave, sono previste multe da 150 mila a un milione di euro per le Ong che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane, ma anche l'uso delle intercettazioni preventive nelle indagini su favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e soldi alle forze dell'ordine per agire sotto copertura.
Stanziati anche due milioni di euro per i rimpatri dei migranti irregolari. Legge inutile, oltre che crudele, visto che solo un migrante ogni dieci arriva in Italia sulle navi delle ong mentre ogni giorno decine di barchini sbarcano altrettanti migranti senza alcun clamore. E proprio per questo fortemente ideologica. "Questo decreto traduce in norme i tweet di Salvini. Avete fatto dei post di Facebook una fonte del diritto", ha detto nel suo intervento l'ex presidente del Senato Pietro Grasso, che ha anche paragonato quanto accade oggi al Ventennio fascista. "Il fine non giustifica i mezzi", ha proseguito Grasso. "I metodi che state testando sono senza dubbio efficaci nel breve periodo, e magari faranno fare a voi il pieno dei voti, quando avrete il coraggio di chiederli, ma questo metodi non sono quelli di uno Stato civile, di diritto". Amaro anche il commento di don Luigi Ciotti: "Oggi il grado di umanità del nostro paese si è corrotto", ha detto il fondatore di Libera. "La politica ha tradito al Costituzione, i sogni e gli ideali di chi l'ha pensata e scritta e delle convenzioni internazionali".
asianews.it, 6 agosto 2019
Un prigioniero politico saudita è morto in carcere per problemi al cuore, dopo che le autorità - non più tardi di una settimana fa - gli avevano negato l'impianto di una nuova pompa cardiaca. Secondo quanto riferisce Middle East Eye, che rilancia la denuncia di alcuni familiari, il 60enne Saleh Abdelaziz el-Dhamiri avrebbe sofferto di problemi cardio-circolatori nell'ultimo periodo e necessitava con urgenza di un nuovo apparecchio meccanico.
L'uomo è deceduto il 2 agosto scorso ma la notizia è filtrata solo nelle ultime ore. Egli era rinchiuso nel carcere di Tarafeyya, a nord di Riyadh. È stato sepolto il giorno successivo (entro le 24 ore come prevede la tradizione islamica) nella cittadina natale di Sakaka, nel nord-ovest del Paese. Secondo quanto riferisce l'attivista Sami al-Shadukhi, anch'egli con trascorsi in carcere per la sua opera pro diritti umani, Dhamiri ha trascorso oltre quattro anni in isolamento per le sue campagne a favore delle famiglie dei detenuti politici sauditi. La scorsa settimana egli aveva un bisogno urgente di cambiare il dispositivo di assistenza ventricolare sinistra, una sorta di pompa cardiaca artificiale. Tuttavia, i vertici della prigione hanno negato la richiesta portandolo così alla morte in pochi giorni.
Prima dell'arresto, Dhamiri aveva promosso numerose campagne di raccolta fondi per i parenti di detenuti politici. Egli aveva sostenuto in passato l'opposizione interna e aveva criticato con forza l'ascesa al potere dell'attuale numero due del regno e uomo forte del Paese, il principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs).
La morte in carcere di detenuti e attivisti non è una novità in Arabia Saudita: nel gennaio scorso è deceduto in cella un altro leader religioso dissidente, Ahmed al-Emari, vittima di torture e maltrattamenti. Con bin Salman al potere (dal 2017), il numero di casi di torture, maltrattamenti e omicidi mirati è cresciuto in maniera esponenziale, così come si moltiplicano vicende di cure mediche negate e abusi in prigione verso detenuti politici, leader religiosi e attiviste femminili.
A marzo alcuni documenti trafugati hanno rivelato numerosi casi di detenuti per reati di opinione oggetto di bruciature, torture e malnutrizioni; fra le vittime vi sarebbe anche Loujain al-Hathloul, in prima fila nella battaglia per il diritto alla guida delle donne. Maltrattamenti e abusi si sono verificati anche nel contesto della campagna anti-corruzione voluta con forza da Mbs nel 2017, e che ha portato in prigione numerose personalità di primo piano del regno wahhabita.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 5 agosto 2019
Quando in carcere il diritto alla salute diventa una questione di classe. L'appello per Mario Trudu, gravemente ammalato, in attesa di analisi e cure. "Ma volete mettervi in testa che voi detenuti non siete malati come gli altri?". "L'invenzione della specie", un libro per riflettere su corpi che non contano, quelli degli animali e degli umani animalizzati. Della cui carne, tecnicamente e metaforicamente parlando, possiamo tranquillamente nutrirci, dopo aver trasformato in spettri "emozioni, affetti, compassione, corporeità... finitudine".










