di Gianni Vernetti
La Stampa, 5 agosto 2019
Lo stretto di Hormuz fra la penisola omanita di Musandam e le coste della Repubblica Islamica dell'Iran è da sempre uno dei punti più "caldi" del pianeta: da lì passano ogni giorno migliaia di tonnellate di greggio proveniente dai produttori del Golfo per essere esportati lungo le rotte marittime di tutto il pianeta.
E i Guardiani della Rivoluzione, noti anche come Pasdaran, il braccio armato più oltranzista del regime di Teheran, stanno usando in queste settimane lo stretto come un'arma di ricatto nei confronti di Usa e occidente. Il sequestro di ieri della petroliera con i suoi 700mila litri di greggio e l'arresto dei 7 membri dell'equipaggio (di cui non è ancora nota la nazionalità), ne è l'ennesima conferma.
Sebbene l'agenzia ufficiale del regime, la Fars, abbia motivato l'operazione per contrastare il "traffico illecito di greggio" verso alcuni paesi arabi, in realtà si tratta di un atto di "pirateria di Stato", che viola decine di norme internazionali sulla libertà di navigazione.
Il sequestro di ieri è l'ennesimo episodio di una pericolosa escalation che il regime degli Ayatollah ha messo in cantiere da quando, lo scorso 2 maggio, è entrato in vigore il nuovo regime di sanzioni nei confronti della produzione petrolifera iraniana da parte dell'amministrazione statunitense.
Prima gli attentati e il sabotaggio alle quattro petroliere al largo del porto emiratino di Fujarah il 12 maggio; poi l'attacco alla petroliera norvegese Front Altair ed a quella giapponese Kokuka Courageous il 13 giugno; poi il sequestro delle petroliera panamense Mt Riah e della britannica Stena Impero il 13 e il 22 luglio. Infine l'ultimo sequestro che rappresenta una minaccia sempre più concreta per le forniture energetiche globali, per la stabilità dei mercati e per la sicurezza degli approvvigionamenti di molti paesi.
L'azione di ieri risponde anche ad un disegno preciso di Teheran con motivazioni "esterne" ed "interne": dimostrare all'occidente la sua capacità di azione militare destabilizzante nello stretto di Hormuz; dimostrare la "solidità" del regime oramai sempre più sotto il controllo delle componenti più oltranziste dei Pasdaran; ricattare l'occidente con la minaccia di una nuova "guerra del petrolio".
Ma nelle azioni di pirateria di questi giorni c'è anche il bisogno per il regime di Teheran di richiamare il paese a una "unità nazionale" contro la minaccia esterna di Usa e occidente. Il paese è sempre più inquieto e il regime degli Ayatollah teme più di ogni altra cosa la possibile saldatura fra i ceti popolari, che diedero vita alla improvvisa "rivolta del pane" del 2018, e le classi medie di studenti e intellettuali.
Ed un indicatore di questa inquietudine sono le migliaia di donne che ogni giorno sfidano la "polizia morale" levandosi il velo in luoghi pubblici e postando brevi video nei social network delle loro azioni simboliche. Ora però spetta ad Usa ed Europa definire una strategia comune per contenere l'azione di Teheran.
L'amministrazione Trump ha proposto la formazione di una coalizione internazionale per garantire la libertà di circolazione nello stretto di Hormuz e per scortare le petroliere, sul modello di quanto già realizzato nel Corno d'Africa e nello Stretto di Bab el Mandab contro la pirateria più tradizionale.
La Gran Bretagna è il primo paese europeo ad avere aderito alla "coalizione per la libertà nei mari" e per Boris Johnson sarà il primo test della sua tenuta in una crisi internazionale. Il vero assente è ancora l'Europa, che ha finora reagito alla proposta statunitense con silenzi e disinteresse da parte dei singoli paesi e che non può attendere oltre nel definire una nuova strategia sull'Iran dopo il fallimento dell'accordo sul nucleare.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 5 agosto 2019
Era il braccio destro di Pol Pot: fu condannato per crimini contro l'umanità per il suo ruolo nel genocidio di milioni di cambogiani. Sono passati 40 anni da quando i cambogiani tremavano soltanto a sentire pronunciare il suo nome, 12 da quando è stato arrestato e appena uno dall'ultima delle due condanne all'ergastolo per "crimini contro l'umanità", "sterminio, riduzione in schiavitù, torture, persecuzioni per motivi politici, razziali e religiosi".
A molti giovani il nome di Nuon Chea, morto oggi a 93 anni, dice poco o niente. Ma durante il regime sanguinario dei Khmer rossi che impose con la forza una società di contadini senza privilegi, né classi, né intellettuali, tutti lo conoscevano come "Fratello numero due", gerarchicamente inferiore solo al numero uno Pol Pot, il capo del movimento ultracomunista su modello maoista del quale Chea era lo spietato ideologo.
Assieme all'ex capo di Stato Khieu Samphan ancora vivente coi suoi 88 anni, Chea era uno degli ultimi due leader politici del Partito comunista e della "Kampuchea Democratica" sopravvissuti ai giorni nostri (il 77enne capo dei torturatori Kaing Guek Eav, detto "Duch" non ebbe mai un ruolo nazionale di primo piano), per ricordare al mondo le atrocità di un regime responsabile del più grande genocidio della storia umana moderna, lo sterminio in meno di cinque anni (1975 - 1979) di un quarto della popolazione khmer, tra i due e i tre milioni di uomini, donne e bambini.
Arrestato soltanto nel 2007 e condannato a vita per due volte nel 2014 e nel 2018 dallo speciale Tribunale di Phnom Penh imposto dalle Nazioni Unite, Brother number 2 aveva espresso "rammarico" ma mai pentimento per i crimini commessi - disse - "intenzionalmente o non intenzionalmente, indipendentemente dal fatto che ne fossi a conoscenza o meno". Eppure fu lui - secondo i giudici cambogiani e internazionali - uno dei principali responsabili anche del "genocidio" di vietnamiti e popolazioni Cham sterminate in massa prima dell'arrivo delle truppe di Hanoi che liberarono un Paese ridotto allo stremo.
È stato un portavoce dello stesso tribunale a dare la notizia della sua morte avvenuta nell'"Ospedale dell'amicizia Khmer Soviet", dove per motivi di salute scontava le condanne. Dopo la fine del loro regime noto come "Angkar" (l'Organizzazione) e l'ingresso dei vietnamiti a Phnom Penh il 7 gennaio del '79, Nuon Chea - che era un intellettuale di agiate origini khmer cinesi - continuo' a vivere da libero cittadino con la sua famiglia nella città di Pailin, una delle ultime roccaforti dei capi khmer assieme ad Anlong Veng, dove lo stesso Pol Pot ha vissuto impunito fino alla sua morte avvenuta nel '98 in circostanze misteriose.
Il legame tra Nuon Chea e Pol Pot, basato su una inviolabile segretezza, resto' strettissimo anche durante i tentativi di eliminazione delle sacche di resistenza comuniste dal Paese. Quei tentativi durarono molti anni per i rischi di una ripresa della guerra civile temuta dall'attuale premier cambogiano Hun Sen, un khmer rouge della prima ora passato dalla parte dei vietnamiti. Hun Sen si oppose a lungo all'intromissione di giudici stranieri nel processo contro i suoi ex compagni e impedì che finissero alla sbarra anche i capi militari e di villaggio responsabili di stragi, torture e fosse comuni disseminate in tutto il Paese.
L'enorme mole di testimonianze raccolta dai magistrati rese evidente col tempo la "estrema crudeltà" di Nuon Chea, "in confronto al quale - hanno detto in molti - Pol Pot era considerato un esempio di gentilezza". Eppure Fratello numero 2 ha sempre insistito nel negare perfino l'evidenza. "Non voglio che la prossima generazione - disse nel 2011 - fraintenda la storia.
Non voglio che credano che i Khmer Rossi siano stati cattivi, criminali". Neanche le fosse comuni erano loro responsabilità - giurò - ma "delle truppe vietnamite". Nuon Chea si arrese con i suoi uomini nel '98 dopo la morte del suo capo, ottenendo da Hun Sen la promessa di non essere processato, mantenuta per i successivi 9 anni.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 4 agosto 2019
Chi sa fare i conti spiega che non ci sarà alcun rischio che la fiducia al Senato sul decreto sicurezza bis non passi. Fonti della Lega che seguono la vicenda a Palazzo Madama sostengono che non sarà necessaria la maggioranza assoluta di 161 voti: basta invece un voto in più di chi voterà contro, cioè una maggioranza semplice. Certo, può succedere di tutto, che i grillini che votino contro siano più del previsto, che i senatori di Fratelli d'Italia e Forza Italia siano tutti presenti alla votazione alzando il quorum, cosa improbabile.
di Alessandro Gilioli
L'Espresso, 4 agosto 2019
C'è un filo che collega tre episodi di questa estate. Il primo episodio è la storia della polizia che minaccia un cronista, "so dove abiti", con il ministro dell'Interno che poco dopo dà del pedofilo al cronista stesso. La colpa del cronista: aver fatto il suo lavoro, documentando un piccolo episodio di malcostume familista del ministro. Nulla di così grave, il giro in motoscooter fatto fare al figlio, per quanto non encomiabile; molto di grave, invece, nelle successive minacce della polizia e negli insulti del ministro al videomaker.
di Luigi Ciotti*
La Repubblica, 4 agosto 2019
L'unico fine di queste norme è quello di restringere l'area dei diritti e della civiltà. Caro direttore, è una normativa perfino peggiore della precedente, questo "decreto sicurezza bis" in procinto di passare al vaglio del Senato. Finalità e scopi restano però gli stessi: restringere sempre più l'area dei diritti e dunque della civiltà.
fanpage.it, 4 agosto 2019
"È un suo diritto e anche un suo preciso dovere. Se poi ne visitava anche altri era anche meglio, ma in ogni caso ha esercitato un suo diritto e una sua responsabilità come parlamentare".
Lo ha detto la senatrice Emma Bonino, riferendosi al deputato Ivan Scalfarotto che è andato in carcere per visitare i due americani accusati dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega.
di Erika Noschese
cronachesalerno.it, 4 agosto 2019
Necessità di un protocollo operativo tra il servizio della sanità penitenziaria dell'Asl e l'azienda ospedaliera Ruggi d'Aragona per garantire percorsi assistenziali anche rapidi per i detenuti della casa circondariale di Salerno. È quanto emerso dalla visita effettuata dal Psi di Salerno, con il segretario nazionale Enzo Maraio, presso il carcere di Salerno.
Il segretario del partito ha denunciato, ancora una volta, oltre alla problematica relativa al sovraffollamento, anche la carenza di rapporti di collaborazione con le istituzioni locali e l'azienda ospedaliera. A questo si aggiunge poi una "necessità sanitaria": sono circa una decina le persone detenute presso la casa circondariale di Fuorni in attesa di interventi. Per il salernitano Maraio bisogna "sensibilizzare i medici rispetto agli interventi necessari ed urgenti di cui i detenuti hanno bisogno".
Chiede un percorso di reintegrazione per le donne, la consigliera socialista Veronica Mondany affinché alle donne venga concessa una seconda possibilità dopo il carcere. "Il direttore Romano ha messo a disposizione dei detenuti vari progetti ma, sostiene la Mondany, "è importante permettere alle donne di cucinare e a tal proposito verranno fatti dei lavori in cucina per dare loro questa possibilità".
Il gruppo socialista al Comune di Salerno pensa all'istituzione di un banco farmaceutico per i farmaci di tipo c "perché ci sono delle esigenze importanti perché ci sono condizioni economiche scarse e i detenuti non possono permettersi di curarsi - ha spiegao il capogruppo Massimiliano Natella - C'è un'emergenza sanitaria e c'è bisogno di coinvolgere e coordinare meglio il rapporto con la struttura sanitaria del Ruggi d'Aragona per quanto concerne gli interventi che sono in lista d'attesa.
Ci sono anche altre emergenze di cui poterci far carico come il rapporto con Salerno Sistemi per l'ammodernamento della struttura che è in sovrannumero e c'è un grosso sacrificio da parte del personale e del penitenziario per poter gestire molti detenuti". Parla invece di maggiori attenzioni da dare ai detenuti il consigliere Paolo Ottobrini: "La nostra visita aveva il senso di verificare un po' le condizioni; condizioni che non sono negative, c'è una realtà molto attiva all'interno del carcere, chiaramente noi come consiglieri comunali ci faremo parte attiva per promuovere determinate iniziative per supportare le esigenze dei detenuti". Intanto, proprio ieri è giunto un parere positivo per un finanziamento dalla cassa ammende di 480mila euro da destinare alle opere infrastrutturali interne della casa circondariale. Si tratta, nello specifico, di un ok propedeutico al sì definitivo che deve giungere da Cassa ammende.
di Maria Bella
livesicilia.it, 4 agosto 2019
Da giorni attende un farmaco per curare un insidioso batterio che lo ha attaccato allo stomaco ma manca l'autorizzazione dell'istituto penitenziario. Questa la denuncia dell'avvocato Ernesto Pino, che parla di gravi inadempienze ai danni del proprio assistito. Non si tratta di un detenuto qualunque. Ad aver contratto il batterio è Antonino Cintorino, boss dell'omonimo clan operante a Calatabiano, rinchiuso da anni al regime di 41 bis nel carcere di Novara.
Il batterio se non curato adeguatamente rischia di diventare pericoloso. Questa la preoccupazione dei familiari del detenuto che dopo aver procurato il farmaco, che l'istituto penitenziario non era riuscito a rinvenire in commercio, hanno chiesto che fosse somministrato al congiunto.
Dopo una prima richiesta inoltrata dalla titolare della farmacia presso cui è stato recuperato il farmaco, è stato l'avvocato Pino, come chiesto dalla struttura carceraria, ad inoltrare a fine luglio un'istanza di autorizzazione all'invio, presso l'area sanitaria del penitenziario, di due flaconi di farmaco, necessari per una cura di 15 giorni.
"Poiché il batterio in questione è un carcinogeno di prima classe - si legge nell'istanza inviata dal legale - ed è stata dimostrata una relazione diretta tra infezione e tumore allo stomaco, è di estrema importanza eradicare il batterio al più presto, motivo per il quale resto in attesa di cortese e, soprattutto, sollecita risposta". Ma ad oggi la domanda sembra essere caduta nel vuoto. Dopo giorni di inutile attesa l'avvocato Pino prepara nuove azioni.
"Non avendo ricevuto alcuna risposta dall'istituto penitenziario - spiega il legale - invierò una denuncia al Garante nazionale e regionale dei diritti delle persone detenute ed al magistrato di sorveglianza. Mi riservo, inoltre - conclude Ernesto Pino - di presentare una denuncia anche ai carabinieri".
irpinianews.it, 4 agosto 2019
"Un giovane detenuto nel carcere di Ariano Irpino (Avellino) si è dato fuoco all'interno della sua cella. Era solo in cella perché aveva chiesto il divieto di incontro con gli altri. Si tratta di un giovane napoletano di 24 anni che ha riportato gravi ustioni (è in prognosi riservata) ed è stato trasportato ieri in elicottero al Cardarelli di Napoli. La direzione del carcere è stata in costante contatto con la mamma e l'avvocato del giovane.
Era giunto nel carcere avellinese nel 2018 da Secondigliano. Aveva iniziato una serie di proteste perché voleva tornare a Napoli. La direzione del carcere aveva chiesto la ritraduzione, che però gli veniva negata. Il carcere di Ariano Irpino con i suoi 350 detenuti, il 90% definitivi ha solo due educatori, i professionisti esperti (psicologi e psichiatri) hanno 50 ore mensili. Ci sono stati nel carcere nell'ultimo mese due Tso. Nel carcere dove il 18% dei detenuti ha problemi psichici, vive forme di autolesionismo, a volte qualche detenuto ha aggredito anche agenti di polizia penitenziaria, lo psichiatra va due volte al mese! Benevento con poco più di 400 detenuti ha sei educatori. Arienzo con 85 detenuti ha due educatori, Vallo della Lucania con 56 detenuti ha due educatori. Insomma pochi educatori, poche figure sociali nelle carceri campane e a volte mal distribuite".
"Un carcere quello di Ariano, lontano dal mondo, con poche attività trattamentali, senza campo di gioco, una infermeria da terzo mondo, che spero quanto prima sia messa a nuovo, con una sanità per visite specialistiche e ricoveri molte volte con ritardi inspiegabili.
La stessa struttura risponde a logiche securitarie (con - ad esempio - altissimi muri di cinta) che ancora oggi riducono al minimo gli spazi per le attività trattamentali (si segnala l'assenza di un campo di calcio, di una palestra e di un teatro); il 7 maggio 2014 è stato consegnato un Padiglione di recente costruzione (padiglione B) con una capienza di 200 posti, costruito sul campo di calcio esistente e mai più ricostruito!".
"Spero che il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, l'Asl di competenza eroghino, ciascuna per le sue competenze, prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, mettano in campo prestazioni finalizzate al recupero, alla reintegrazione sociale e all'inserimento nel mondo del lavoro dei diversamente liberi di Ariano Irpino".
sardegnalive.net, 4 agosto 2019
"Sono una decina i medici che hanno partecipato al concorso per ricoprire l'incarico di Direttore Sanitario della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. Una "rosa" di idonei per titoli ed esperienza professionale a cui dovrà attingere il Commissario dell'Ats per individuare la persona che ricoprirà il delicato incarico.
Un ruolo molto importante per le attività della struttura penitenziaria, in cui sono ristretti 576 detenuti per 561 posti, e per il Minorile. Senza contare gli Agenti e l'insieme degli operatori della struttura. Nelle ultime settimane sono stati confermati nel ruolo di facenti funzioni i medici Anita Frau e Sebastiano Forteleoni, quest'ultimo subentrato con il ruolo di coordinatore sanitario a Matteo Papoff, che aveva concluso il suo incarico". Lo rende noto Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che aveva più volte sollecitato la necessità di dotare la principale Casa Circondariale di un Direttore stabile.
"A caratterizzare il ruolo del direttore sanitario - sottolinea - è la gestione dell'intero sistema clinico-sanitario e burocratico, spesso con riferimento all'intera regione e non solo. Oltre a favorire il lavoro dei colleghi dei diversi settori e garantire il controllo sull'efficienza organizzativa, il responsabile della sanità penitenziaria interagisce con la Direzione dell'Istituto e la Magistratura. Impegno quest'ultimo assolto finora dal coordinatore facenti funzioni con positivi riscontri. La gestione riguarda però anche la relazione con i liberi professionisti, qualora il detenuto chieda una visita specialistica o debba produrre una relazione di parte a integrazione di un'istanza. Il Direttore Sanitario infine si occupa dell'inoltro e predisposizione delle domande di invalidità, delle denunce Inail, tiene i rapporti con i Consolati e i Mediatori Culturali, oltre a predisporre o integrare relazioni per l'incompatibilità dietro le sbarre".
"Quella della Sanità Penitenziaria resta uno degli aspetti più delicati della vita all'interno delle carceri. I Medici (e gli Infermieri) si trovano in una condizione particolare dovendo rispettare il giuramento di Ippocrate in un ambiente in cui occorre ottemperare a interessi contrastanti tra esigenze di sicurezza, accesso a misure alternative, richiesta di accertamenti diagnostici, farmaci e perfino strumenti per esami sanitari. Molto difficile talvolta verificare le oggettive condizioni di salute di una persona privata dalla libertà - conclude la presidente di SDR - laddove proprio le sbarre sono la prima causa di gravi problematiche comportamentali e psichiche".
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