di Dimitri Buffa
L'Opinione, 25 febbraio 2015
Formare la polizia penitenziaria all'uso dei social network? Ma che vuol dire? E a che serve? Se uno vuole usarli per insultare la gente sarà un corso di formazione a fargli cambiare idea? Alcuni agenti di un sindacato minoritario della polizia penitenziaria, come è noto, nei giorni scorsi hanno provocato un grande scandalo.
Condendo questo concentrato di aria fritta con queste testuali parole: "Tra le iniziative del Dap ce n'è una che prevede questo tipo di formazione; non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma gli agenti devono essere consapevoli delle insidie che si nascondono nell'uso di questi mezzi, anche se questi fatti non sono in alcun modo derubricabili a disattenzione".
Già, non sono "derubricabili". Ma l'eufemizzazione del suddetto comportamento scellerato sta nella dichiarata volontà buonista del ministro. Anche le armi si possono usare per legittima difesa: o per sport al poligono o, al contrario, per fare una rapina.
Detto ciò, se un agente penitenziario in un raptus di follia e disperazione uccide con la pistola di ordinanza la moglie e si suicida, oppure si unisce ad una banda di criminali che rapinano le banche a mano armata, un ministro che fa? Promuove un corso di formazione per l'uso corretto delle armi leggere? Ma "ci facci il piacere", come avrebbe detto Totò.
Purtroppo queste assurdità lessicali e logiche accadono quando i politici (e soprattutto chi ha anche responsabilità di governo) fanno fatica a chiamare le cose e gli eventi con il loro nome. Il gesto di chi ha commentato su Facebook in quella maniera il suicidio del detenuto romeno non va esorcizzato con un corso professionale di rieducazione all'uso di Facebook, Twitter o Google plus. Ma semplicemente sanzionando pesantemente il responsabile o i responsabili. E se il comportamento asociale e bullista dovesse dilagare, la soluzione diventa ancora più semplice: si proibisce l'uso dei social network durante l'orario di lavoro. Punto.
Corriere della Sera, 25 febbraio 2015
Contro i provvedimenti presi per i baschi azzurri che avevano commentato il suicidio di un detenuto, il sindacato di polizia penitenziaria lancia l'hashtag #iosonolapagliuzza. Dopo i messaggi su Facebook, l'hashtag su Twitter. La nuova iniziativa del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria non contribuisce a gettare acqua sul fuoco delle polemiche nate dopo i messaggi choc postati su Fb da alcuni agenti di polizia penitenziaria commentavano ("Uno di meno", uno dei post più "civili") il suicidio di un recluso avvenuto nel carcere di Opera, alle porte di Milano, il 15 febbraio
Il Sappe ora lancia l'hashtag #iosonolapagliuzza "contro gli esagerati e sproporzionati provvedimenti adottati dall'Amministrazione Penitenziaria contro gli autori dei post che, ad avviso dell'Organizzazione sindacale, vogliono solamente distrarre l'attenzione dal vero problema delle carceri italiane e di chi le amministra".
Prosegue il sindacato dei Baschi Azzurri: "L'hashtag #iosonolapagliuzza vuole evidenziare come si stia tentando di far ricadere solo su sedici poliziotti penitenziari la colpa dello sfacelo del sistema penitenziario italiano, approfittando di una sciocchezza - sia pur ingiustificabile - commessa su Facebook. L'hashtag #iosonolapagliuzza vuole denunciare l'ipocrisia di un sistema che si indigna esageratamente per quattro sciagurati commenti ignorando le vere tragedie delle carceri italiane: solo per riferirsi agli ultimi dodici mesi del 2014, 43 suicidi di detenuti, 11 di poliziotti penitenziari, 933 tentati suicidi in carcere sventati in tempo dalla Polizia penitenziaria, 6.919 episodi di autolesionismo, 966 ferimenti e 3.575 colluttazioni. L'hashtag #iosonolapagliuzza vuole testimoniare che se è giusto perseguire disciplinarmente chi ha commesso una, pur grave, sciocchezza questo non significa infierire ed accanirsi oltre ogni limite".
Ansa, 25 febbraio 2015
Salvatore Riina "versa in gravissime condizioni di salute. La situazione è precipitata nell'ultimo periodo. I medici disperano di salvarlo e dovrà subire presto un difficilissimo intervento chirurgico". Così l'avvocato Luca Cianferoni, legale di Totò Riina, parlando con alcuni cronisti a margine di una delle udienze del processo per la strage del rapido 904, nel quale il boss mafioso è l'unico imputato. "Riina - ha precisato - non ha avuto alcuna ischemia, ma soffre di gravi patologie. È costretto in sedia a rotelle e si muove a fatica". Considerate le gravi condizioni di salute di Riina, la Corte, accogliendo una richiesta della difesa, consentirà a Riina di seguire il processo da una speciale cabina del carcere di Parma, attrezzata per persone non deambulanti, diversa da quella da dove si collegava al momento.
"L'imputato Riina è una persona capace dal punto intellettivo, ma la questione è se sia in grado dal punto di vista materiale di seguire il processo" ha detto l'avvocato Cianferoni. La nuova postazione richiesta, ha aggiunto, è dotata di un telefono predisposto per persone in sedia a rotelle, che consentirà a Riina di poter parlare riservatamente col suo legale nel corso dell'udienza. "Il prigioniero è sacro - ha detto Cianferoni - altrimenti lo Stato diventa peggio di chi persegue".
Adnkronos, 25 febbraio 2015
È in calendario per oggi l'udienza in Cassazione in merito al ricorso presentato dalla difesa per la scarcerazione di Massimo Giuseppe Bossetti, dietro le sbarre dal 16 giugno scorso con l'accusa di aver ucciso con crudeltà la 13enne Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra (Bergamo) e trovata senza vita in un campo di Chignolo d'Isola, a tre mesi esatti di distanza. Dopo il no del gip di Bergamo Vincenza Maccora e la bocciatura dei giudici del Riesame di Brescia, il difensore Claudio Salvagni si è rivolto alla Cassazione per un nuovo parere. Una scelta che arriva dopo il secondo no del gip di Bergamo (già presentata una nuova istanza al Riesame) e dopo i nuovi sviluppi di un'inchiesta che, a breve, verrà chiusa dalla procura.
Se la Suprema Corte non deve entrare nel merito di un'inchiesta che supera le 10mila pagine per il solo Bossetti e decidere solo sulle esigenze cautelare nei confronti dell'indagato, il processo si giocherà su una serie di elementi, a partire da quella che è la considerata la 'prova reginà dell'accusa, ossia la traccia biologica. A portare dietro le sbarre Bossetti sono sostanzialmente quattro elementi: la polvere di calce trovata nei polmoni di Yara, l'analisi delle celle telefoniche, la testimonianza del fratello minore.
Il primo elemento non può essere considerato univoco della presenza del 44enne muratore, il secondo mostra che il giorno della scomparsa il cellulare di Yara aggancia oltre un'ora prima la stessa cella di Bossetti, la descrizione fornita da Natan non corrisponde a quella del presunto killer, sentenziano i giudici del Riesame che riducono sostanzialmente alla traccia biologica l'indizio che costringe in carcere l'indagato. E dall'architrave dell'indagine bisogna partire per capire tutti gli elementi dell'inchiesta.
Il Dna. La traccia mista (Yara - Ignoto 1) trovata sui leggings della 13enne dice che il Dna nucleare corrisponde con quello di Bossetti, ma non il Dna mitocondriale. Un "manifesto, acclarato e determinante dubbio" che per l'avvocato Salvagni è sufficiente per scarcerare Bossetti. Un dato a favore dell'indagato da aggiungere "all'assenza di peli e capelli dell'indagato sul corpo della 13enne, all'assenza di elementi della vittima sul furgone del 44enne muratore". Sotto la felpa della vittima ci sono due capelli sconosciuti di cui si conosce solo il Dna mitocondriale, un altro elemento su cui punta la difesa.
Il furgone. Il furgone di Bossetti sarebbe stato ripreso dalle telecamere della zona mentre si aggirava intorno alla palestra di Brembate - frequentata dalla giovane ginnasta - fino a un'ora prima della scomparsa di Yara e secondo l'ultima relazione, consegnata dai Ris alla procura, sui leggings della 13enne sarebbero stati ritrovati fili del sedile del camioncino del suo presunto assassino. Secondo la difesa questo tipo di materiale è presente su diverti tipi di mezzi, anche pullman, inoltre l'analisi degli esperti non è stata svolta davanti ai consulenti della difesa.
La testimonianza. Una donna riferisce di aver visto Bossetti, tra agosto e settembre 2010, in auto in compagnia di una ragazzina che assomigliava a Yara. Una testimonianza resa agli inquirenti nel novembre scorso e che per la difesa dell'indagato risulta essere tardiva e la cui veridicità resta da dimostrare.
Le ricerche via web. Per l'accusa il movente del delitto viene svelato dalle ricerche via web e per quell'ossessione per le ragazzine o le "tredicenne" digitate più volte nei motori di ricerca. Dalla consulenza della procura "si evince - secondo gli esperti del pool difensivo - come sia una ricerca automatizzata più che una digitazione fatta da una persone, visto che le parole sono distanziate da un trattino".
Per l'accusa è Bossetti a far le ricerche online lo scorso 29 maggio - non era a lavoro quel giorno - ma gli inquirenti non spiegano chi fa ricerche simili il 7 maggio quando invece è al cantiere. "Ancora una volta - per la difesa - nei documenti della procura viene presentato un elemento come indiziario fingendo di non vederne uno identico tale da azzerare il primo".
Le intercettazioni. Nei giorni scorsi diventa pubblica un'intercettazione: "Rischierò l'ergastolo, ma non confesso per la mia famiglia", il senso delle conversazioni tra Bossetti e gli altri detenuti del carcere di Bergamo. Affermazioni acquisite dal pm Letizia Ruggeri perché ritenute interessanti. "Non confessa, perché non ha fatto nulla. Non crolla, perché vuole dimostrare la sua innocenza", la replica dell'avvocato Salvagni.
di Alice Cavicchioli
www.notizie.tiscali.it, 25 febbraio 2015
La cultura e lo studio come strumenti cardine per un carcere che miri alla riabilitazione e il reinserimento sociale dei detenuti. Questo il principio alla base del nuovo protocollo d'intesa siglato il 20 febbraio tra l'Università degli studi di Padova ed il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria.
Obiettivo: migliorare le condizioni di studio nelle carceri del Triveneto mettendo a disposizione dei detenuti spazi adatti e maggiore accesso alle risorse universitarie. La convenzione si innesta in un percorso che a Padova (dove è già in essere un accordo fra università e Ministero della Giustizia stipulato nel 2007 e rinnovato nel 2013) è iniziato dieci anni fa conducendo alla laurea più di venti carcerati. Il nuovo protocollo prevede attività didattiche e di formazione, la partecipazione congiunta a programmi di ricerca nazionali e internazionali, l'istituzione di gruppi di lavoro e agevolazioni economiche come borse di studio e premi di rendimento.
"L'elevazione culturale in carcere - testimonia Salvatore Pirruccio, direttore della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova - favorisce non solo la gestione dei detenuti in genere ma anche la riabilitazione personale. Noi ci accorgiamo, con gli studi fatti in carcere da parte dei detenuti in collaborazione con l'ateneo o con altri istituti d'istruzione secondaria, che la mentalità e il modo di approcciarsi dei detenuti cambiano. Il detenuto non rimane ancorato ai vecchi disegni criminali, non pensa più di ritornare da dove viene, cioè da una società che l'ha condotto in carcere. Grazie alla cultura quindi, dopo alcuni anni, vediamo persone completamente diverse".
Il Bo aprirà dunque le iscrizioni a tutti gli istituti penitenziari del Triveneto con l'impegno di mettere in campo anche reciproche riflessioni e ricerche incentrate sul tema delle carceri stesse, intese come realtà integranti della società invece che luoghi di alienazione dediti esclusivamente alla repressione e il contenimento. "Il primo errore che secondo me è stato fatto, a iniziare credo dagli anni 80 in poi, è stato quello di aver costruito le carceri fuori dai paesi, fuori dalle città. Il carcere - prosegue Pirruccio - è una piccola società che fa parte di una società più grande che è la città, dunque dev'essere inserito a pieno titolo nell'ambito cittadino. Non deve essere difficile raggiungere il carcere, proprio fisicamente, e pertanto la costruzione di nuovi istituti si auspicherebbe avvenisse all'interno del contesto sociale. In questo modo non si interromperebbe quel feeling che deve esserci fra la persona detenuta e il territorio. Verosimilmente il territorio dev'essere quello di provenienza con una minima regionalizzazione dell'esecuzione penale. Non possiamo trasferire un detenuto dal Piemonte al Friuli, non è la sua società".
Una visione, quella descritta da Pirruccio, che - soprattutto in Veneto - incontrerebbe con tutta probabilità le resistenze di una politica che spesso impernia le proprie campagne sul tema della sicurezza. A questo proposito il direttore del penitenziario padovano risponde: "La sicurezza non si raggiunge emarginando le persone, la sicurezza si raggiunge contestualizzandole. La persona deve rimanere a contatto con la società perché lì è più sicura, perché lì la possiamo anche controllare meglio. Quindi, se non limitatamente ad alcuni casi di particolare efferatezza, emarginare è controproducente e la maggior parte dei detenuti deve riabilitarsi restando nel proprio territorio".
di Marco Galvani
Il Giorno, 25 febbraio 2015
La manutenzione di bagni e uffici sarebbe sottratta agli orari di custodia. L'idea del provveditore regionale scatena le polemiche.
Un giorno agenti, il turno dopo muratori, idraulici, imbianchini o lattonieri. Per mettere una pezza alle magagne strutturali del carcere. "Se non fosse una cosa scritta nera su bianco in atti ufficiali potrebbe sembrare una barzelletta, e invece è la realtà", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), dopo aver ricevuto una comunicazione di servizio con cui il direttore del carcere milanese di Opera, Giacinto Siciliano, dà seguito a una nota del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria per il reclutamento di "polizia penitenziaria che possegga capacità tecniche necessarie a eseguire specifici lavori di ristrutturazione" nelle 19 carceri della Lombardia.
Serve un po' di tutto. Perché le condizioni degli istituti "sono pessime ovunque", fotografa la situazione Angelo Urso, segretario regionale della Uil. Dalle sezioni che ospitano i detenuti agli uffici, alla mensa e alla caserma degli agenti, i problemi riguardano infiltrazioni d'acqua, gli impianti elettrici, gli intonaci dei muri e anche i bagni. Ma "anziché impiegare i detenuti, che nella stragrande maggioranza dei casi stanno in cella ore e ore a far nulla, si cercano poliziotti per fargli fare il doppio lavoro", rimarca Capece.
Per carità, "a Bollate è stata attivata una officina meccanica dove vengono impiegati alcuni colleghi che si occupano della manutenzione dei mezzi, un'esperienza utile che fa risparmiare ma adesso si sta esagerando - continua Urso. Al prossimo giro ci chiederanno di andare a fare i camerieri? Sarebbe una attività da svolgere durante il normale orario di lavoro: in base alle disponibilità un agente invece che prestare servizio nelle sezioni con i detenuti o al Nucleo traduzioni, per la durata del proprio turno verrebbe impiegato a sistemare un lavandino o a stuccare e imbiancare una stanza. Con gli organici già carenti si andrebbero a sottrarre ulteriori risorse ai compiti istituzionali".
Nel carcere di Monza già alcuni agenti hanno provveduto col faidate nel tempo libero per rendere più vivibile la propria stanza della caserma di via Sanquirico: c'è chi ha cambiato un interruttore e chi ha dato una rinfrescata alle pareti con una mano di vernice per eliminare l'umidità dovuta alle pesanti infiltrazioni d'acqua". E dopo il danno anche la beffa: "Ci fanno sistemare le caserme e poi ci chiedono l'affitto per occupare una stanza peraltro all'interno del carcere e non in una struttura all'esterno paragonabile a un'abitazione classica". Tanto che Lega Nord e Movimento 5 Stelle hanno depositato due distinte interrogazioni parlamentari per chiedere conto di questa paradossale situazione al ministro della Giustizia.
www.gonews.it, 25 febbraio 2015
Il Coordinamento nazionale della Polizia penitenziaria scrive alle Istituzioni in merito al futuro della struttura penitenziaria di Montelupo Fiorentino. Riportiamo il testo integrale della lettera. "On.le Ministro, Preg.mo Pres. Consolo, abbiamo appreso solo recentemente, e finalmente da fonti ufficiali dell'Amministrazione Penitenziaria, che al superamento degli OO.PP.GG. è collegata la dismissione totale della struttura di Montelupo Fiorentino, e l'acquisizione del complesso storico mediceo da parte della soprintendenza per i beni archeologici, paesaggistici, storici, artistici ed antropologici di Firenze.
Ora, fermo restando le attuali ed innumerevoli difficoltà legate alla realizzazione e/o individuazione in regione dei siti da destinare alle Rems quale alternativa agli OO.PP.GG. indicata dal legislatore, che fanno nutrire serie preoccupazioni sulla destinazione, accoglienza, gestione e cura degli internati, ciò che rammarica questo Coordinamento è la decisione, repentina e sorprendente, senza peraltro nessun confronto con le OO.SS. dei lavoratori, di chiudere totalmente il sito, malgrado i milioni di euro di soldi pubblici spesi per ristrutturare la zona detentiva, resa la più idonea e all'avanguardia sotto l'aspetto custodiale e trattamentale, che non tiene conto delle serie difficoltà, del disagio che si arreca a centinaia di lavoratori e alle loro famiglie, da tempo ed ormai stabilizzate, integrate nel tessuto sociale locale.
Crediamo che la strada intrapresa sia in netta controtendenza con i sacrifici, gli sforzi che sono richiesti ai cittadini/contribuenti, ai lavoratori e alle famiglie in tema di spending review. Ed è per questo e per tutto quanto sopra rappresentato che, come abbiamo già fatto nell'incontro del 20 febbraio u.s con il Provveditore Regionale, invitiamo a riflettere ulteriormente sulla dismissione totale della struttura, e a riprendere il progetto annunciato qualche anno fa - ed inspiegabilmente accantonato, con la revisione dei circuiti penitenziari, di riconvertire la struttura di Montelupo Fiorentino in sito penitenziario a custodia attenuata, per un ampio coinvolgimento in attività lavorative dei detenuti a bassissimo indice di pericolosità che, come peraltro già avviene, non escluderebbe quelle iniziative legate all'attrattiva turistica della Villa Medicea. Confidando quindi nel cortese e celere interessamento delle SS.LL., ed auspicando la disponibilità a confrontarsi sulla questione e a verificare congiuntamente la delicata questione, porgiamo i più cordiali saluti".
Fps Media, 25 febbraio 2015
Le iniziative culturali all'interno degli istituti di pena sono ormai, questo è assodato, parte importante del trattamento dei detenuti. Per promuovere la lettura in carcere, in Toscana apre in questi giorni un nuovo progetto, nato dalla collaborazione fra Regione e Biblioteca Lazzerini di Prato, denominato Scaffale Circolante carcerario, che sarà attivato presso le case circondariali di Sollicciano e Mario Gozzini (Firenze), Dogaia (Prato) e Volterra.
Si tratta di un nuovo servizio di prestito libri, tarato in particolare sulle esigenze dei detenuti stranieri, che metterà a disposizione delle biblioteche interne più di 600 pubblicazioni in albanese, arabo e romeno; nel 2015 poi, grazie ad acquisti mirati, il parco libri verrà più che raddoppiato, stabilizzandosi sulle 1400 unità.
"Si tratta di un'iniziativa di grande interesse, che si muove nella direzione del riconoscimento della persona anche dentro il carcere - l'assessore regionale alla Cultura, Sara Nocentini - fornendole strumenti culturali essenziali quali i libri. Capaci da un lato di mantenere i legami con le origini sociali e familiari, e al contempo di approfondire la conoscenza del Paese ospitante". Per ogni lingua la proposta consiste in una selezione di libri di narrativa in lingua originale, di traduzioni da autori italiani e di best sellers internazionali, oltre che pubblicazioni recenti su temi di attualità.
"Lo Scaffale Circolante carcerario é un progetto nel quale fortemente crediamo - ha affermato l'assessore alla Cultura del Comune di Prato, Simone Mangani - che si inserisce nel solco di una nuova relazione con il carcere della Dogaia, una relazione che vorremmo continuare a coltivare. Ringrazio la Regione per l'ulteriore riconoscimento alla nostra biblioteca comunale". Ciascun carcere potrà prendere in prestito fino a 50 libri in ciascuna lingua, per un massimo di 150, restituendoli entro un anno. Il prestito di libri all'interno del carcere è un servizio integrato dello Scaffale circolante del Polo regionale di documentazione interculturale, già attivo in Toscana dal 2004, che mette a disposizione delle biblioteche toscane, per i propri lettori stranieri, oltre 6.000 pubblicazioni in 11 lingue diverse, dall'albanese - appunto - all'ucraino, passando per arabo e panjabi.
di Tiziano Soresina
Gazzetta di Reggio, 25 febbraio 2015
Da quattro mesi era in carcere con la pesante accusa di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane: si è impiccato in cella usando come cappio un pezzo della sua maglietta, morendo mercoledì in ospedale dopo quattro giorni d'agonia. È accaduto nel carcere di Piacenza dove il nigeriano 20enne Osas Ake era stato trasferito dopo un periodo trascorso alla Pulce.
Stiamo parlando di un clandestino completamente solo in Italia, giunto nel nostro Paese in modo rocambolesco su un barcone, approdando a Lampedusa. Poi il coinvolgimento - il 9 ottobre scorso - a Reggio Emilia, con un ghanese, in un episodio che i dirigenti della polizia non avevano esitato a definire "di devastante e sconcertante violenza".
La notizia del suicidio è rimbalzata solo ieri in città, ma la conferma è arrivata ripercorrendo i "passaggi" giudiziari legati a questo giovane nigeriano che, dopo la convalida dell'arresto in ottobre, si era ripresentato in tribunale a Reggio il 10 febbraio scorso per assistere ad un incidente probatorio, affiancato dagli avvocati d'ufficio Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia.
Quel martedì era stata sentita la terza donna colombiana presente nell'appartamento. Quattro giorni dopo il gesto estremo del ventenne. E nello studio degli avvocati d'ufficio sono in effetti al corrente di quanto accaduto, perché Ase aveva disposto fin dall'inizio che ogni comunicazione che lo riguardava fosse comunicata ai suoi legali, unico suo punto d'appoggio in Italia.
Una disposizione che ora è un cupo testamento. "Siamo stati avvertiti da Piacenza telefonicamente della tragedia - conferma l'avvocato Bucchi - e con la collega abbiamo subito pensato a quando l'abbiamo visto l'ultima volta, cioè all'incidente probatorio. Osas non parlava l'italiano e, quindi, aveva seguito l'interrogatorio tramite l'interprete. Al termine gli avevo comunicato che l'incidente probatorio non era andato male. Durante l'udienza aveva avuto un atteggiamento passivo e mi era sembrato un po' scosso, ma nessuno poteva pensare - conclude il difensore - che questa sua passività fosse premonitrice della tragedia".
Ma cos'è accaduto in carcere? Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina, denudandosi. Era stato messo in isolamento, più tardi la macabra scoperta in quella cella da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Quattro giorni dopo la morte. È stata aperta un'inchiesta e disposta l'autopsia.
Terribile la vicenda che aveva portato all'arresto del nigeriano e di un complice ghanese. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia, i due stranieri la sera del 9 ottobre scorso bussano alla porta di un appartamento situato nel quadrilatero della stazione. E viene loro aperto. All'interno si trovano tre donne colombiane, in regola con il permesso di soggiorno e con il contratto d'affitto, due quarantenni e una trentenne.
Le intenzioni dei due uomini appaiono subito chiare. Il primo, armato di coltello che si rivelerà poi essere una scacciacani, obbliga una delle donne a spogliarsi. Lo stesso fa il secondo con un'altra delle donne presenti nell'appartamento e, di fronte ad un tentativo di sottrarsi alla violenza, va in cucina e prende un coltello con cui inizia a minacciarla. Inizia così l'ora più lunga per le due donne che vengono violentate davanti alla terza obbligata ad assistere inerme.
Carceri disumane, questo suicidio è l'ennesima prova, di Elisa Pederzoli
La riflessione del presidente della Camera penale Bucchi Disposta l'autopsia sul 20enne che si è ucciso a Piacenza. Sulla morte in carcere di Osas Ake, il 20enne nigeriano che era accusato della rapina e della stupro di due donne avvenuto in un appartamento in zona stazione lo scorso mese di ottobre, a Piacenza è stata aperta un'inchiesta. La procura, infatti, ha disposto l'autopsia. Vuole chiarire quanto avvenuto per quel suicidio in cella il 14 febbraio scorso, in una giornata in cui già un altro detenuto aveva tentato, senza riuscirci, di togliersi la vita.
Il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall'inizio dell'anno, nelle carceri italiane. Fatti che, una volta in più, fanno riflettere. Ventenne, era accusato di aver violentato in ottobre due donne con un complice. Il gesto estremo nel carcere di Piacenza: era in isolamento perché "molto agitato".
"Come uomo - spiega l'avvocato Domenico Noris Bucchi - il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa". "Osas Ake aveva vent'anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento - racconta - Questo è il settimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi".
"Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia – prosegue.
Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione". "Ebbene - rilancia - io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati. Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema". "Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano" conclude.
Bucchi aveva visto Osas Ake appena quattro giorni prima del suo suicidio: durante l'incidente probatorio, che si è tenuto in tribunale a Reggio. La notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi, che era il suo unico riferimento in Italia. Quello che è stato ricostruito fino ad ora, è che il giorno del suicidio aveva dato in escandescenza in corridoio. Si era denudato. Quindi, era stato messo in isolamento. Ma più tardi, gli agenti della penitenziaria lo avevano trovato ormai senza vita: si era impiccato con la maglietta che indossava. Quattro mesi prima, c'era stata l'irruzione a casa di tre donne in zona stazione: armati di una scacciacani, secondo quanto ricostruito dalla polizia, in due le avevano rapinate e violentate. Accusati sono lui e un amico ghanese.
Agi, 25 febbraio 2015
Un detenuto ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Bancali a Sassari. Ora si trova in coma in ospedale. L'uomo - un italiano di 37 anni - era in prigione per furto e danneggiamento e sarebbe dovuto uscire nel marzo del 2016. Ne dà notizia il Sappe spiegando che il detenuto è stato salvato dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari.
"Si tratta dell'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano, sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria.
Nel carcere di Bancali sono attualmente detenute circa 340 persone. Secondo Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe, nel 2014, a Sassari, si sono contati il suicidio di un detenuto, una morte per cause naturali, 11 tentati suicidi, 126 episodi di autolesionismo e 28 ferimenti. "Per fortuna delle Istituzioni - denuncia Capece - gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti - aggiunge - non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri".
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