di Marco Belli
gnewsonline.it, 30 luglio 2019
Il lavoro di pubblica utilità svolto dai detenuti di Città del Messico secondo il modello italiano del progetto "Mi riscatto per..." sta per diventare realtà. Una delegazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sarà in questa settimana nella capitale messicana per sottoscrivere, insieme a rappresentanti del Governo e del sistema penitenziario dello Stato di Città del Messico e dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla Droga e al Crimine, un Memorando de Entendimiento per l'implementazione nel sistema messicano del modello italiano di reinserimento sociale dei detenuti attraverso lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
La riforma dell'Ordinamento penitenziario li prevede solo su base volontaria. Secondo la Corte europea è possibile utilizzare gratis, per lavori di pubblica utilità, i condannati, ma deve essere un'alternativa al carcere. Il ministro degli Interni, in merito al barbaro omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha parlato di lavori forzati come pena da comminare all'omicida.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Ritenuto opportuno ripristinare le precedenti disposizioni. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini annulla, attraverso un provvedimento ha annullato la circolare che obbligava lo spegnimento della tv entro mezzanotte per tutti i detenuti.
di Marco Conti
Il Messaggero, 30 luglio 2019
Ormai siamo agli insulti e poi agli emoticon. Le faccette per dirsi arrabbiato e altrettanti disegnini per fare pace. Salvini ne manda in grande quantità e ieri lo ha ricevuto anche dal collega, ed alleato, Luigi Di Maio, che si è giustificato per "quell'altro", usato per chiamare l'alleato.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 30 luglio 2019
L'umiliazione inflitta a Gabriel Christian Natale Hjorth in quella stanza di una caserma, viola infatti la legge e rischia di gettare ombre sull'intera indagine. Più complesso è il percorso per arrivare al risultato, più rigorosi devono essere gli accertamenti.
È straziante vedere il viso stravolto di Rosa Maria mentre arriva al funerale del suo amato Mario. E poi ascoltarla quando dal pulpito della chiesa di Somma Vesuviana invoca l'angelo che piange e rinnova la promessa di matrimonio. Ma soprattutto rivendica con orgoglio di essere "la moglie di un carabiniere".
Solo un equo processo individuerà ruoli e responsabilità dei due giovani statunitensi in cerca di sballo nella notte romana, accusati di aver aggredito e accoltellato il vicebrigadiere. E di averlo ammazzato come un cane. Deve essere fatta giustizia. E per questo non si deve invalidare alcun atto fino alla sentenza definitiva. Rosa Maria dovrà avere la garanzia di vivere in uno Stato dove gli assassini del marito vengano puniti come meritano.
Senza rischiare che, pur riconosciuti colpevoli, riescano a farla franca. Ecco perché è importante rispettare la legge, osservare tutte le regole. Tenere sempre a mente che uno dei principi cardine della nostra democrazia è il rispetto della dignità umana. E dunque non sottovalutare il comportamento del sottufficiale che ha bendato Gabriel Christian Natale Hjorth, l'ha costretto a tenere le braccia dietro la schiena con i polsi stretti dalle manette.
I vertici dell'Arma dei carabinieri hanno compreso subito quanto grave sia stata la sua decisione. E oltre a prendere immediati provvedimenti disciplinari, hanno presentato una denuncia alla Procura di Roma per abuso dei mezzi di costrizione. L'umiliazione inflitta a Gabriel Christian Natale Hjorth in quella stanza di una caserma, viola infatti la legge e rischia di gettare ombre sull'intera indagine.
Agli iniziali dubbi sulla ricostruzione di quanto avvenuto la notte tra il 25 e il 26 luglio, si è infatti aggiunta la polemica per quella foto che ha fatto il giro del mondo, alimentando anche negli Stati Uniti le accuse contro gli investigatori italiani. E rendendo concreto il rischio di inficiare il loro lavoro e dunque l'esito di questa inchiesta.
La ricerca della verità non può e non deve mai far venire meno il rispetto delle regole. Anzi, più complesso è il percorso per arrivare al risultato, più rigorosi devono essere gli accertamenti. Senza giustificazioni di sorta per chi sbaglia. Il sottufficiale è stato trasferito ad altro incarico - non operativo - su disposizione del comandante generale Giovanni Nistri. Una decisione che - alla luce di quanto accaduto in passato in altri casi - fa onore all'Arma e spinge lo stesso Nistri a chiedere "rispetto per i carabinieri che fanno lo stesso lavoro di Mario", a mettere in guardia tutti "per non infliggergli la dodicesima coltellata".
Servirà poco tempo alla procura generale di Roma per individuare gli altri militari presenti nell'ufficio, che hanno consentito l'abuso e non lo hanno denunciato. La celerità in questi casi è necessaria. Ma è altrettanto necessario porre fine alla contrapposizione aspra che da due giorni accende il dibattito politico e scatena i commenti sui social. Nelle ultime ore si è arrivati a mettere sullo stesso piano il carabiniere ammazzato e l'indagato con la benda sugli occhi, invitando i cittadini a scegliere da che parte stare.
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha chiarito che a lui interessa soltanto "la vittima, un servitore dello Stato". Il capo politico del Movimento 5 Stelle, e suo alleato alla guida del governo, ha addirittura sostenuto che parlare della foto "serve a buttarla in caciara", cioè a fare confusione per distrarre dal vero problema. Altri politici dell'opposizione si sono concentrati soltanto sull'episodio della caserma per attaccare il governo. In realtà parlare della foto serve a denunciare un abuso e dunque a dimostrare che l'Italia è un Paese dove i diritti di tutti, anche di chi è in custodia, sono garantiti. Serve ad evitare che gli indagati possano denunciare un "ingiusto processo". Serve, per garantire a Rosa Maria Esilio che lo Stato per cui suo marito ha perso la vita, troverà i colpevoli dell'omicidio e li punirà secondo la legge.
di Andrea Cannizzaro
livesicilia.it, 30 luglio 2019
I giudici del Cga annullano una interdittiva antimafia: i soli rapporti familiari non la giustificano. Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. È questo il principio che il Cga, il Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia ha riaffermato in una recente sentenza con cui è stata annullata un'informativa antimafia del 2009.
La storia in questo caso riguarda un'impresa agricola, difesa dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Marino. L'impresa chiese di accedere a un bando per gli anni 2009/2011 della misura del Psr Sicilia, il piano di sviluppo rurale che eroga i fondi europei nel mondo dell'agricoltura. Durante l'istruttoria, però, la Prefettura ha emanato l'interdittiva perché sia il padre che il cognato dell'imprenditore erano stati condannati al carcere per reati di stampo mafioso.
Come spesso accade, quindi, l'informativa è arrivata in seguito alla richiesta di un ufficio pubblico, in questo caso, dell'amministrazione regionale che stava accertando che l'impresa che richiedeva i fondi europei per l'ammodernamento delle imprese fosse "pulita". La nota prefettizia ha portato gli uffici regionali a ritenere l'istanza irricevibile.
Per i giudici amministrativi di secondo grado, quindi, sia la Prefettura, sia l'amministrazione regionale, sia il Tar - col giudizio di primo grado - hanno sbagliato. Nella sentenza, infatti, i magistrati affermano che "non può configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, e il condizionamento dell'impresa" da parte della mafia. Gli indizi su cui si deve basare l'interdittiva non possono essere i soli legami familiari.
Per affermare che un'impresa sia a rischio infiltrazione sarebbe piuttosto necessario "basarsi anche su altri elementi, sia pure indiziari, tali nel loro complesso da fornire obiettivo fondamento al giudizio di possibilità che l'attività d'impresa possa, anche in maniera indiziaria, agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata". Quindi, come detto, l'impresa non può essere ritenuta a rischio infiltrazione mafiosa per via delle colpe dei familiari. L'atto del prefetto deve invece basarsi su degli indizi che coinvolgano gli affari e la gestione dell'imprenditore stesso.
L'assenza di questi elementi avrebbe portato il Cga ad accogliere il ricorso e ad annullare i provvedimenti. Nel caso delle interdittive, in particolare, i giudici notano che queste "limitano libertà" come quella del "diritto al lavoro e "impattano dunque con diritti fondamentali che spettano a tutti, in quanto uomini, senza distinzione alcuna e producono a volte effetti devastanti di gran lunga più gravi delle sentenze penali". Per questo, secondo i giudici, i provvedimenti non sarebbero stati suffragati da elementi così gravi da giustificarli.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 30 luglio 2019
Nelle caserme e nei commissariati nessun fine giustifica i mezzi. La retorica sostanzialista nel lavoro di polizia è quella per cui tutto è lecito pur di ottenere giustizia o di raggiungere rapidamente la verità. Si tratta di una retorica pericolosa, fuori dall'arco di ciò che è lecito in una democrazia. Il confine ai poteri di polizia è ciò che distingue un regime illiberale da uno Stato costituzionale di diritto.
In quest'ultimo nessuno deve abusare dei propri poteri di custodia. Uno Stato forte è quello che reprime il crimine nel rispetto delle proprie regole. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo della persona arrestata, bendata e ammanettata, evocano la retorica sostanzialista delle mani libere. È del tutto privo di senso logico, strumentale, nonché istituzionalmente scorretto giustificare la condotta dei carabinieri, così come ha fatto il ministro degli Interni Matteo Salvini quando ha scritto che: "A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l'unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita. Lavorando. Punto"
Questo breve post del ministro merita almeno tre diverse considerazioni.
In primo luogo contrappone la vittima alla persona arrestata, come se i diritti di quest'ultima non fossero anche funzionali a dare giustizia alla vittima stessa. Oggi il processo nei confronti dei due americani ha qualche certezza in meno rispetto a quelle che avrebbe potuto avere, se fosse stato condotto, sin dalle fasi iniziali, secondo legge. Cosa avrebbe scritto su Facebook il ministro Salvini se uno dei suoi uomini di partito, finito giustamente o ingiustamente sotto inchiesta, fosse stato bendato e ammanettato durante la fase dell'arresto?
Gli interrogatori formali e informali non possono, come vorrebbe forse il ministro, cambiare modalità e severità a seconda del reato di cui si è accusati. È questa un'assurdità scritta e urlata da chi non ha la capacità di ragionare in termini astratti e generali, da chi non si rende conto che se esiste una regola essa vale per tutti ed è a garanzia di tutti, innocenti o colpevoli, custodi e custoditi. Ogni forma di pressione psicologica o fisica coarta la volontà delle persona indagata, non facilita la ricerca della verità storica, inserisce elementi di paura che inquinano il lavoro degli inquirenti.
In secondo luogo il ministro evoca una pena illegale, i lavori forzati. E su questo dovrebbe esserci la reazione di tutti gli altri ministri, a partire da quello della Giustizia e dal presidente del Consiglio. Chi ha giurato sulla Costituzione si ricordi dell'articolo 13 che sancisce che è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
Non sappiamo se e quale sarà l'ipotesi di reato contestata a chi ha bendato il giovane americano e a chi ha permesso che ciò accadesse, sappiamo però che con quell'operato si è calpestata la dignità della persona sottoposta a indagine e si è messa a rischio l'azione investigativa a ricerca della verità. Chi sui social ridimensiona quanto accaduto in caserma non ha evidentemente a cuore né una né l'altra delle due questioni.
Infine, due riflessioni. La prima è che fortunatamente il nostro sistema giuridico non consente l'estradizione verso paesi che praticano la pena di morte. La seconda è che non è rassicurante ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere qualora la persona arrestata fosse stata nordafricana anziché statunitense.
*Presidente di Antigone
riforma.it, 30 luglio 2019
Forti critiche da parte del Consiglio nazionale delle chiese Usa all'annuncio del presidente Trump del ripristino di esecuzioni federali, sospese dal 2003. Gli Stati Uniti ripristinano la pena di morte per le persone condannate dai tribunali federali, che sono altra cosa rispetto alla possibilità concessa a ognuna dei 50 Stati che compongono la nazione di attuare o meno moratorie in materia. Sono 29 gli Stati in cui la pena capitale è ancora in vigore, mentre le esecuzioni federali sono ferme dal 2003.
Non certamente perché abolite, ma per una sorta di moratoria delle esecuzioni cui ora il presidente Donald Trump vuol porre fine. Il ministro della Giustizia statunitense, William Barr, ha annunciato di aver chiesto alla direzione delle carceri di avviare le procedure di esecuzione per cinque detenuti che si trovano nel braccio della morte.
La pena capitale negli Stati Uniti è rientrata in vigore a livello federale dal 1988, dopo che la Corte Suprema l'aveva nei fatti messa al bando ovunque dal 1972. Cambierà anche la procedura legata all'iniezione letale: dal cocktail di tre farmaci si passerà alla somministrazione del solo Pentobarbital, questo perché molte case farmaceutiche hanno interrotto la produzione dei farmaci necessari. La motivazione ufficiale del ripristino è legata alla gravità dei reati commessi da cinque detenuti.
Il Consiglio Nazionale delle Chiese si oppone alla decisione del Dipartimento di Giustizia di ripristinare la pena di morte federale e di programmare l'esecuzione di cinque persone: "Affermiamo ancora una volta la nostra posizione secondo la quale la pena di morte è sia una violazione della dignità che del valore degli esseri umani, e ha anche dimostrato di essere inefficace come deterrente (la nostra dichiarazione in materia porta la data del 13 settembre 1968).
Inoltre, la pervasività del razzismo sistemico e del classismo intrinseci all'interno del processo legale penale significa che la pena di morte non è né giusta né corretta. In effetti, sappiamo che centinaia di persone che sono state condannate a morte - o effettivamente giustiziate dallo Stato - sono state in seguito giudicate innocenti. In un momento in cui gli Stati stanno cessando questa pratica abominevole, è orribile che il governo federale cerchi di rianimarla.
La nostra fede cristiana ci rende chiara che la vita e la dignità della persona umana sono doni sacri di Dio e come tali non devono essere violati. L'uccisione istituzionalizzata contribuisce alla brutalizzazione della società. Una decisione così atroce non dovrebbe essere lasciata alla discrezione degli esseri umani. Inoltre, la società è servita meglio da un sistema di giustizia riparativa: poiché tutti sono fatti a immagine di Dio, siamo fermi nella nostra convinzione di cristiani che tutti possono essere redenti".
di Salvatore Merlo
Il Foglio, 30 luglio 2019
L'osceno derby tra difesa dell'Arma e difesa dello stato di diritto. Due fatti completamente diversi, che il buon senso, il rispetto e l'intelligenza avrebbero imposto di tenere separati, sono stati invece unificati e trasformati in una sola grande questione dalla sbrigliatissima politica italiana, da alcune televisioni e persino da certi giornali di complemento, che in un attimo sono riusciti nell'oscenità di banalizzare la morte di un servitore dello stato e a degradare in fetecchia twittarola la civilissima questione del habeas corpus.
Ed ecco allora il cortocircuito ideologico, la porcheria stupidissima in cui si è avvitata la politica tutta, quella di destra e quella di sinistra: è più giusta l'indignazione verso il brutale assassinio del carabiniere Mario Circiello Rega o quella verso l'umiliazione della bendatura subita dal sospettato Natale Hjort?
Aveva cominciato Matteo Salvini, ovviamente, il padrone della scena e del coro, amanuense di sé stesso ma anche delle opposizioni di sinistra capaci di saturare il loro uditorio di slogan che si specchiano in quelli del loro avversario Truce. "A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l'unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere", ha scritto Salvini sui social.
E il suo sconcio invito a scegliere, a stilare una classifica, è stato ovviamente accettato, al punto che da due giorni si è scatenata tra lui e il Pd, ma pure sui quotidiani - per non citare quegli horror-show che vanno sotto il nome di talk- una sconfortante sassaiola di accuse reciproche. Salvini accusa il Pd di non indignarsi a sufficienza, mentre il Pd lo accusa di fomentare la giustizia sommaria e comportamenti vessatori da parte delle forze dell'ordine. A riprova forse che la grammatica populista dell'iper-semplificazione è un virus ad ampio raggio infettivo. Sintassi naturale della politica e del giornalismo.
Succubi di una forsennata banalità ideologica che ci sta avvelenando tutti, ieri persino diversi quotidiani, vicini alla destra ma anche altri vicini alla sinistra, si sono prestati a suonare lo spartito dettato da Salvini, ed esattamente nei termini imposti da Salvini. "Peggio morti che bendati. L'indignazione per l'errore non può superare quella per l'omicidio" (La Verità).
E poi Repubblica, speculare e opposta: "La vergogna e il dolore", con richiami ai terribili fatti del G8 di Genova, all'orrore dell'omicidio di Stefano Cucchi, compresa un'inquietante rievocazione di Scelba, il ministro dell'Interno che aveva favorito l'arruolamento nelle forze dell'ordine dei famigerati "scelbini", uomini dai metodi risoluti e spicci, spesso torturatori.
Per gli uni è peggio l'omicidio di un carabiniere, e per gli altri sono invece in gioco i diritti civili e addirittura i principi democratici, come se le due vicende, l'omicidio del carabiniere e il sopruso subito da un uomo sottoposto a fermo di polizia, debbano procedere collegate fino a risolversi in una questione di tifo che sarebbe fuffa senza interesse se non rappresentasse invece l'intero spettro della politica: cosa vi indigna di più?
Come ben si vede, in tutta questa vicenda c'è forse la malattia del paese, il codice e il virus del populismo diffuso che permea il dibattito pubblico, vive sui social e infantilizza i giornali. Perché è comprensibile che dinanzi alla furia e alla brutalità di un omicidio, come di fronte alla coercizione e al bullismo vendicativo da caserma, si rimanga paralizzati come dinanzi all'esondazione di un fiume.
Non è comprensibile, ed è anzi preoccupante, l'eccesso di parole e di slogan contrapposti, il metabolismo accelerato: la guerra sulle spoglie, ovvero il morto che diventa il pasto dei vivi. Ma l'Italia non è un enclave premoderna, non è (ancora) una caverna di trogloditi. "Il cuore di Mario è stato trafitto da undici coltellate", ha detto ieri il Comandante Generale dei carabinieri, Giovanni Nistri, prendendo la parola ai funerali del brigadiere Cerciello Rega.
"È bene che noi tutti si eviti la dodicesima coltellata", ha aggiunto. "Serve rispetto. Giusti i dibattiti, sono legittimi, ma teniamoli lontani". Ed è forse un paradosso rivelatore che, per ricordare a tutti dove portano i pensieri puliti e i sentimenti sereni, sia costretto a parlare proprio un ufficiale dei carabinieri, cioè un uomo "uso a obbedir tacendo".
Mai era forse capitato che fosse un generale a dover spiegare ai parlamentari e ai ministri, a maggioranze e opposizioni, a intellettuali e giornalisti che scatenano il linguaggio, dove stia invece l'eleganza del pensare e del parlare, la resistenza al fumo dogmatico, la dignità, l'intelligenza, persino la saggezza e il rispetto che sempre si deve alla faccende gravi. Tutto questo sembra rendere in un attimo l'interezza di un tempo impazzito.
citynow.it, 30 luglio 2019
Le modalità del suicidio ricalcano quelle tragicamente note in casi simili. Di seguito il rapporto del Garante dei detenuti, Agostino Siviglia. A seguito del suicidio per impiccagione del cittadino di nazionalità rumena, Golovanschi Antonio Petru (classe 1972), detenuto presso l'istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà, avvenuto nel pomeriggio di venerdì 26 luglio 2019, intorno alle ore 17:30, N.Q. di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, nella mattina di lunedì 29 luglio 2019, mi sono recato presso il detto istituto penitenziario al fine di assumere le informazioni del caso.
Ho potuto apprendere che nel pomeriggio di venerdì 26 luglio 2019, intorno alle ore 17:30, il sanitario di guardia in carcere veniva allertato dalla sezione "Afrodite", all'interno della quale sono reclusi i cosiddetti "protetti" (per reati di riprovazione sociale), essendo in atto un tentativo di suicidio. Risulta in atti - presso l'Area Sanitaria dell'istituto penitenziario - che non appena il sanitario di guardia giungeva nella detta sezione "Afrodite", il detenuto Golovanschi Antonio Petru, disteso per terra nel corridoio della sezione, attorniato da altri detenuti e agenti di polizia penitenziaria, non era più vigile e cosciente, non respirava ed il battito cardiaco risultava assente. Nonostante il tentativo di rianimazione con il defibrillatore portatile ed il contestuale massaggio cardiaco per circa 50 minuti, alle ore 18:20, i sanitari del 118, nel frattempo giunti sul posto, ne constatavano l'avvenuto decesso.
Le modalità del suicidio ricalcano quelle tragicamente note in casi simili: impiccagione con lenzuola legate alle inferriate della finestra della cella. Dalle informazioni acquisite, non risulta che al detenuto Golovanschi Antonio Petru, entrato in istituto il 16 luglio 2019, fosse stato applicato alcun regime di vigilanza particolare, essendo in cella con altri tre detenuti e non avendo avuto alcuna diagnosi di patologia psichiatrica rilevante.
Sul punto si segnala la visita del 25 luglio 2019 - reperibile in atti - del referente sanitario dell'istituto penitenziario di Arghillà, dalla quale non si evidenzia alcun sintomo di patologia psichiatrica rilevante, nel mentre emerge una condizione di estrema marginalità sociale e solitudine del cittadino rumeno in questione, persona senza fissa dimora che dormiva nei vagoni della stazione ferroviaria di Reggio Calabria, senza familiari, né parenti, né amici, senza nessuno, semplicemente, solo. Per dare seguito al suo gesto suicidario ha aspettato di rimanere solo in cella, di oscurare lo spioncino che permette dall'esterno di guardare all'interno della cella stessa, di legare le lenzuola alle grate della finestra dell'antibagno della sua cella e, quindi, di impiccarsi.
Un detenuto che transitava nella stessa sezione per prepararsi alla distribuzione dei pasti, accortosi che in quella cella non rispondeva nessuno e che lo spioncino era oscurato, allertava l'unico agente di polizia penitenziaria presente nella sezione, che prontamente interveniva, unitamente ad altri detenuti in transito, nel tentativo di portare i primi soccorsi, premurandosi nel contempo di avvisare con urgenza il sanitario di guardia.
L'epilogo è noto, per come su riportato. Nel comunicare per la Loro più opportuna conoscenza quanto dallo scrivente appreso, nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, non può non segnalarsi la grave carenza strutturale di cui soffre l'istituto penitenziario di Arghillà, più volte segnalata formalmente e pubblicamente da questo Garante. In specie, anche in questo caso, rilevano le carenze di personale penitenziario e sanitario: un solo agente stabilmente presente nel posto di guardia per ogni sezione detentiva è insufficiente, con gravi e tragiche conseguenze sia per le concrete possibilità di monitorare, intervenire e magari prevenire eventi tragici come quello in questione, sia per la sicurezza interna all'istituto sia, infine, per le stesse condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria, che, in assoluta carenza di personale, sono costretti, come del resto il personale sanitario (mancano infermieri, psicologi, psichiatri, cardiologi, medici di guardia), a fronteggiare una popolazione detenuta di oltre 300 reclusi.
Le ragioni che inducono al suicidio sono così complesse ed impenetrabili da non trovare spazio di approfondimento in Questa Sede, permangono tuttavia le urgenze strutturali da fronteggiare - qui segnalate, ancora una volta - in particolare per quel che concerne l'istituto penitenziario di Reggio Calabria Arghillà, che se non risolte o quantomeno seriamente arginate, continueranno inesorabilmente a degenerare, con irreparabili conseguenze tanto nei confronti dei detenuti quanto del personale che a vario titolo opera in carcere.
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