di Pierluigi Roesler Franz
giornalistitalia.it, 22 settembre 2019
In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, atteso tra alcuni mesi, la 5ª sezione penale della Cassazione ha ribadito il suo fermo no al carcere - seppure con pena sospesa - per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Lo ha fatto annullando la condanna a tre mesi di reclusione inflitta al giornalista calabrese Fabio Buonofiglio, direttore del periodico "Altre Pagine", iscritto al Sindacato Giornalisti della Calabria. Motivo: la detenzione per questo reato, prevista sia dall'art. 595 del codice penale art. 595 che nella legge sulla Stampa, la n. 47 del 1948, é incompatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. La detenzione può essere giustificata solo in casi del tutto eccezionali, cioè quando siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, discorsi di odio o di istigazione alla violenza. Tranne in questi casi di fronte a condanne per diffamazione gli ermellini di piazza Cavour hanno esortato i giudici italiani a non infliggere più il carcere, ma eventualmente solo multe.
La Suprema Corte, ribadendo quanto già affermato in un'altra decisione di cinque anni fa, hanno quindi sancito un principio di civiltà giuridica che non solo può essere ormai considerato "diritto vivente", ma per di più potrà supportare la Consulta in vista della sua attesa pronuncia su questa importante e tanto dibattuta questione in tema di libertà di stampa e di diritto di cronaca, spronandola a sanare un vulnus che nel nostro Paese dura ingiustificatamente da troppo tempo e su cui, purtroppo, il Parlamento da decenni non é riuscito incredibilmente a legiferare (il 18 giugno scorso a Napoli lo stesso premier Giuseppe Conte si era impegnato ad affrontare l'argomento), nonostante pubblici appelli e progetti di legge presentati, tra gli altri, da Fnsi, Consiglio nazionale Ale dell'Ordine dei giornalisti e Fieg. Insomma, il carcere appare incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese.
La sentenza n. 38721 del 19 settembre 2019, emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione (presidente Paolo Antonio Bruno, relatore Michele Romano), assume quindi particolare rilievo. I supremi giudici hanno ricordato che la Cedu, Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, "con la sentenza pronunciata nella causa Sallusti contro l'Italia del 7 marzo 2019 e ancor prima con la sentenza Belpietro contro Italia del 24 settembre 2013, ha affermato che la pena detentiva inflitta ad un giornalista responsabile di diffamazione è sproporzionata in relazione allo scopo perseguito di proteggere la altrui reputazione e comporta una violazione della libertà di espressione garantita dall'art. 10 Cedu.
Più precisamente la Corte, con la sentenza nella causa Sallusti contro Italia del 7 marzo 2019, "ritiene che l'irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per un reato connesso ai mezzi di comunicazione, possa essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione soltanto in circostanze eccezionali, segnatamente qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza" e precisa che la violazione sussiste anche se la pena detentiva è stata sospesa".
Applicando questi principi la Cassazione ha definitivamente annullato la pena, condizionalmente sospesa, di tre mesi di reclusione, inflitta dalla Corte di Appello di Salerno a Fabio Buonofiglio, direttore del periodico calabrese "Altre Pagine" di Corigliano-Rossano (Cosenza), per un articolo pubblicato il 13 agosto 2011 e intitolato "L'allegra compagnia d'una giustizia che va a puttane", che era stato ritenuto gravemente lesivo della reputazione del magistrato Maria Vallefuoco, sostituto procuratore della Repubblica di Rossano.
Nonostante che la sua condanna al carcere - anche se sospesa - sia stata cancellata e che il reato di diffamazione sia caduto in prescrizione, il giornalista rischia comunque di essere condannato in un prossimo giudizio in sede civile a risarcire i danni in favore del pm calabrese che si era costituito parte lesa nel processo penale.
La pronuncia della Suprema Corte ribadisce quanto già affermato nella sua precedente decisione della quinta sezione penale n. 12203 del 13 marzo 2014 (presidente Gennaro Marasca, relatore Grazia Lapalorcia).
In quell'occasione fu osservato che "l'irrogazione della pena detentiva in luogo di quella pecuniaria, pur a seguito del riconoscimento di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, non sembra rispondere alla ratio della previsione normativa che, nel prevedere l'alternatività delle due sanzioni, palesemente riserva quella più afflittiva alle ipotesi di diffamazione connotate da più spiccata gravità".
Per contrastare l'applicabilità della pena detentiva non fu neppure trascurato l'orientamento della Corte Cedu che, ai fini del rispetto dell'art. 10 della Convenzione relativo alla libertà di espressione, esige la ricorrenza di circostanze eccezionali per l'irrogazione, in caso di diffamazione a mezzo stampa, della più severa sanzione, sia pure condizionalmente sospesa, sul rilievo che, altrimenti, non sarebbe assicurato il ruolo di "cane da guardia" dei giornalisti, il cui compito è di comunicare informazioni su questioni di interesse generale e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico di riceverle (sentenza del 24 settembre 2013 Belpietro contro Italia).
In un altro passaggio della decisione n. 12203 del 2014 fu sottolineato che "la libertà di espressione costituisce un valore garantito anche nell'ordinamento interno attraverso la tutela costituzionale del diritto/dovere d'informazione cui si correla quello all'informazione garantito dall'art. 21 della Costituzione, diritti i quali impongono, anche laddove siano valicati i limiti di quello di cronaca e/o di critica, di tener conto, nella valutazione della condotta del giornalista, della insostituibile funzione informativa esercitata dalla categoria di appartenenza, tra l'altro attualmente oggetto di gravi ed ingiustificati attacchi da parte anche di movimenti politici proprio al fine di limitare tale funzione".
In quella sentenza fu anche ricordato che all'epoca il legislatore ordinario italiano era "orientato al ridimensionamento del profilo punitivo del reato di diffamazione a mezzo stampa" (ma poi tutto é rimasto nei cassetti di Montecitorio e di palazzo Madama, n.d.r.).
Sulla legittimità del carcere per i giornalisti per il reato di diffamazione si esprimerà entro la prossima primavera la Corte Costituzionale. Come é noto alla Consulta è arrivata l'ordinanza emessa il 9 aprile scorso dal giudice monocratico della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, nel corso del processo per diffamazione a carico dell'ex collaboratore del "Roma" Pasquale Napolitano e del direttore del giornale Antonio Sasso.
Per il giudice Rossi il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa va contro quanto previsto dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e violerebbe anche libertà e principi fondanti sanciti dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della nostra Costituzione. La relativa ordinanza n. 140 é stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 18 settembre scorso e il termine per le parti (compresi eventualmente il Cnog e la Fnsi) per costituirsi scadrà l'8 ottobre prossimo.
Nel frattempo é pervenuta a palazzo della Consulta un'altra ordinanza di cui non si era mai data alcuna notizia. È stata emessa dal tribunale di Bari - sede di Modugno - il 16 aprile scorso ed é stata registrata in cancelleria con il n. 149. Viene eccepita l'incostituzionalità sempre dell'art. 13 della legge sulla stampa dell'8 febbraio 1948 n. 47 in combinato disposto con l'art. 595, 3° comma, del codice penale per presunta violazione dell'articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione all'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia diritti dell'uomo e libertà fondamentali, in quanto sarebbe illegittima la pena cumulativa della reclusione, invece che in via alternativa, per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Entro i primi di ottobre il presidente dell'Alta Corte, Giorgio Lattanzi, dovrebbe quindi fissare la data dell'udienza pubblica per entrambe le ordinanze dei tribunali di Salerno e Bari. La sentenza é attesa entro la prossima primavera.
senologia.it, 22 settembre 2019
Fra le numerose iniziative promosse negli anni dalla Scuola Italiana di Senologia volte a far crescere in Italia la cultura della prevenzione quelle rivolte alla popolazione carceraria hanno certamente un significato e un'importanza particolari.
Il progetto "In seno al carcere", iniziato nel 2012 come esperienza pilota presso la casa circondariale di Castrogno a Teramo e successivamente più volte riproposto anche in altre realtà, ci ha infatti permesso di avvicinare e sensibilizzare donne che, per varie ragioni, erano state poco attente alla salvaguardia della salute in generale e di quella del proprio seno in particolare.
Gli incontri e i dibattiti aperti sull'importanza della diagnosi precoce e sul ruolo degli stili di vita per ridurre l'incidenza della malattia organizzati in carcere hanno suscitato grande interesse nelle donne che ci hanno espresso la loro voglia di vivere, la loro paura di ammalarsi e soprattutto di non essere curate in modo adeguato, svelando un commovente attaccamento alla loro pur così difficile esistenza e la capacità di proiettarsi verso un futuro migliore.
Al termine degli incontri è offerta a tutte la possibilità di eseguire un controllo senologico modulato in funzione dell'età delle donne (visite senologica, mammografia ed ecografia mammaria) cosa che ha visto alternarsi per sottoporsi agli esami le carcerate e le donne del personale di custodia in una sorta di alleanza comune e senza barriere contro il cancro.
La Scuola desidera ringraziare tutte le Autorità e le Istituzioni che hanno reso e rendono possibile la realizzazione di "In seno al carcere". Un ringraziamento particolare va poi a coloro che, per primi, hanno sostenuto il progetto consentendoci di avviarlo per la prima volta a Teramo: Maurizio Brucchi (senologo e allora sindaco della città) e Stefano Liberatore (direttore della casa circondariale di Castrogno).
di Elisabetta de Palma
bonculture.it, 22 settembre 2019
È stato presentato ieri, ai Dialoghi di Trani, il docu-film di Fabio Cavalli "La Corte costituzionale nelle carceri": ospite d'eccezione Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale, protagonista, insieme ad altri 6 giudici costituzionali, del viaggio nelle carceri italiane raccontato nel film. A parlarne con lei, la giornalista di Repubblica Liana Milella.
L'iniziativa della Corte muove dalla volontà comune a tutti i suoi membri di uscire dal Palazzo e di avvicinare i cittadini alle istituzioni, movimento quanto mai necessario per la Corte Costituzionale, confusa di frequente, dice Cartabia, con la Corte di Cassazione, percepita come distante e ignorata nella specificità delle sue funzioni.
La scelta - discussa e da alcuni membri della Corte addirittura avversata - di recarsi nelle carceri, nasce dall'affermazione di un principio, che è l'assunto da cui parte la riflessione di Cartabia: la Costituzione è il baluardo a difesa dei deboli, di chi vede costantemente messi a rischio i propri diritti perché manca degli strumenti per rivendicarli.
La piena attuazione dell'art.27 è una sfida sociale, oltre che giuridica, poiché lo stigma che accompagna il detenuto dopo l'espiazione della pena è il primo responsabile del difficile e a volte impossibile reinserimento nel tessuto sociale.
Il viaggio dei giudici attraversa l'Italia, da San Vittore a Nisida, da Marassi a Lecce, e tocca quasi tutte le possibili ragioni della detenzione, dai reati di mafia alla corruzione, entra nella sezione riservata ai transgender, incontra le madri con i bambini, gli stranieri, i minori. Sono stati volutamente tenuti fuori, chiarisce Cartabia, i detenuti che soffrono di malattie psichiatriche, per il dovuto rispetto alla loro persona.
Il filo conduttore delle risposte della giudice alla nient'affatto compiacente intervista di Milella si può così riassumere: le ragioni dell'errore e la gravità del danno che si è procurato sono innumerevoli, ma lo sguardo che si rivolge a chi sta o è stato in carcere spesso è uno solo. Va cambiato lo sguardo, ecco il perché del film, che non può essere raccontato, va visto.
Le voci e i volti, i toni, le espressioni, forse incidono più delle parole che si ascoltano e che sono comunque intensissime, toccano punti nodali, interpellano le ragioni profonde della Carta costituzionale. L'immagine finale, i minori di Nisida portati a Roma a visitare loro, stavolta, il Palazzo della Consulta, e che prima di andar via lanciano di spalle l'immancabile monetina nella Fontana di Trevi, racconta la speranza come solo l'arte può fare.
Cartabia lo chiarisce subito, non è abolizionista, ritiene che la risposta dello Stato debba essere severa davanti all'errore, ma che errore assolutamente più grave e ingiustificabile sia togliere la speranza, negare la seconda possibilità a chi sbaglia. La giudice non risponde alla conseguente domanda sull'ergastolo, perché è tema di prossima discussione della Corte e pertanto non ritiene corretto esprimere il personale parere in merito.
A tutte le altre domande, anche del pubblico, la giudice ha risposto con chiarezza e assoluta onestà, senza nascondere le ragioni profonde del suo pensiero e delle sue azioni, che si radicano nella fede cristiana, riconoscendo i possibili limiti dell'immagine della detenzione che ha affermato ma rivendicandola comunque nel suo fondamento.
L'auspicio è che questo film possa girare molto, e con lui i giudici costituzionali, che possano incontrare i ragazzi nelle scuole e gli adulti che li formano, e che per tutti la Costituzione diventi plasticamente presente grazie alla testimonianza viva dell'istituzione che più la garantisce.
Il Centro, 22 settembre 2019
La mancata attivazione del reparto di lungo degenza, che contiene il repartino riservato ai detenuti, spinge il vice segretario generale della Uil Pa, Mauro Nardella, a lanciare un appello all'Asl. "Non vorrei che a causa della mancata apertura del reparto di lungodegenza, nel quale insiste l'avveniristico repartino riservato ai detenuti, non si dia avvio alla procedura di ricovero degli stessi all'interno di tale contesto", rivendica Nardella, "se così fosse sarebbe inammissibile e alquanto inconcepibile".
Nardella ricorda, infatti, la gravità e la delicatezza dei detenuti con problemi di salute o alle rese con dipendenze, che devono avere un reparto blindato per la loro è l'altrui sicurezza. "Forse non ci si rende conto del profilo criminale di coloro i quali, in mancanza dell'attivazione di un idoneo locale, verrebbero, così come sinora fatto e nostro malgrado, ricoverati nelle corsie delle varie unità", aggiunge Nardella, "i detenuti provenienti dal carcere di massima sicurezza cittadino sono in molti casi con fine pena lunghissima e finanche pluriergastolani, avendo scritto la storia di Cosa nostra, della 'ndrangheta, Sacra corona unita, camorra, mafie estere tra le quali la pericolosissima mafia nigeriana.
"La Uil invita l'assessore regionale alla Sanità, Nicoletta Verì, a farsi immediatamente carico della delicatissima situazione e di attivarsi affinché venga subito aperto il reparto di lungo degenza", conclude Nardella, "ne varrebbe per la sicurezza di tutto il personale di polizia penitenziaria, operatori sanitari e cittadini, oltre che per un ulteriore arricchimento del presidio ospedaliero".
di Laura Montanari
La Repubblica, 22 settembre 2019
La vittima non ha voluto spiegare i segni sul volto: "Una caduta". Sono stati alcuni camorristi a raccontare dei calci e dei pugni. Quattro sorveglianti subito sospesi dal servizio. Per trasferirlo da una cella all'altra del carcere di San Gimignano, in provincia di Siena, sono andati a prenderlo in quindici: fra agenti e ispettori di polizia penitenziaria. Indossavano tutti i guanti. Pomeriggio dell'11 ottobre 2018. Lui, un cittadino tunisino di 31 anni, pensava di andare a fare la doccia, aveva le ciabatte ai piedi e un asciugamano al braccio. Invece è stato trascinato per il corridoio del reparto isolamento, picchiato con pugni e calci.
"Gli hanno abbassato i pantaloni", lui "è caduto" e hanno continuato a picchiarlo. "Sentivo le urla" racconta un detenuto, "poi lo hanno lasciato svenuto" in un'altra cella. Nell'ordinanza si parla di "trattamento inumano e degradante", di "violenza" e "crudeltà".
Quindici guardie, agenti, ispettori e assistenti sono indagati dalla procura di Siena per il reato di tortura. È uno dei primi casi contestati da che il reato è entrato in vigore due anni fa, il primo che riguarda pubblici ufficiali. Quattro sono i poliziotti sospesi dal servizio per quattro mesi secondo quanto disposto dal gip Valentino Grimaldi. La pm, Valentina Magnini aveva chiesto anche gli arresti domiciliari che invece non sono stati concessi.
Il detenuto tunisino non ha mai denunciato il pestaggio, ha rifiutato di farsi visitare dai medici. E quando gli hanno chiesto del taglio sul sopracciglio ha detto di essere caduto in cella. Chi indaga pensa che lo abbia fatto per paura. A raccontare prima a un'operatrice penitenziaria, poi a scrivere direttamente delle lettere al tribunale di sorveglianza sono stati altri detenuti che si trovavano l'11 ottobre 2018 in quello stesso braccio dell'isolamento.
Da lì partono le indagini. Cinque, tutti provenienti dalla sezione alta sicurezza, quindi in carcere per reati gravi. Camorristi e trafficanti di droga. Uno di questi (in isolamento perché trovato con un cellulare in cella, cosa vietata dal regolamento carcerario) ha riferito di aver assistito al pestaggio dallo spioncino e di essere stato colpito da una guardia con un pugno alla fronte: due giorni di prognosi. Altri hanno raccontato di minacce da parte delle guardie: "Adesso vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano".
O di frasi, contro il detenuto tunisino: "Perché non te ne torni al tuo paese?" "Non ti muovere o ti strangolo", "ti ammazzo". Ad aiutare gli inquirenti nella ricostruzione di quanto accaduto, ci sono le immagini delle telecamere, benché siano schermate dai corpi degli agenti e le intercettazioni. Fra i reati contestati agli agenti, ci sono le minacce, le lesioni e anche la falsità ideologica per aver tentato di "addomesticare" i rapporti e seppellire le prove del pestaggio con pressioni e intimidazioni.
Quello che sembra emergere dai fogli dell'inchiesta è che non si sarebbe trattato di un episodio isolato, se è vero quello che sostengono alcuni detenuti: "Noi del reparto isolamento per paura dormivamo a turno, cioè uno di noi rimaneva sveglio per avvisare gli altri, per non essere presi alla sprovvista, nel sonno in caso fosse arrivato qualcuno del personale a compiere atti di aggressione. Così non si poteva andare avanti".
Per questo in cinque scrivono al tribunale di Siena e al magistrato di sorveglianza: hanno paura. Puntano l'indice su una guardia in particolare soprannominata "lo sfregiato". Riferiscono anche di altri soprusi: lettere mai spedite, sequestri di effetti personali ("dal bagnoschiuma alle pentole"), del prolungamento dei tempi nelle celle di isolamento. Insomma un clima teso, incattivito, strano.
di Martina Pennisi
Corriere della Sera, 22 settembre 2019
Lo scorso agosto la giovane attivista svedese ha iniziato a protestare contro l'inerzia dei governi di fronte al cambiamento climatico. Ieri, 20 settembre 2019, le manifestazioni di milioni di ragazzini nelle piazze di 165 Paesi. Era il 20 agosto di un anno fa, un lunedì. Una ragazzina sconosciuta si mise a sedere davanti al Parlamento svedese a Stoccolma per protestare contro l'inerzia del governo di fronte al cambiamento climatico. Riga in mezzo, lunghe trecce, sguardo incerto (altro che incerto, scopriremo poi) e spalle ricurve (altro che ricurve, scopriremo poi). Greta Thunberg, uno scricciolo di 15 anni che aveva deciso di non andare a scuola fino alle elezioni del 9 settembre al grido di - come c'era scritto sul suo cartello - "Skolstrejk för klimatet". "Sciopero scolastico per il clima".
Altro che scricciolo, appunto: un anno e un mese dopo quella ragazzina incapace di imporre alla sua mente di disinteressarsi della catastrofe climatica in atto si è trasformata in un movimento di milioni di coetanei festosi e determinati. Ieri, venerdì 20 settembre 2019, gli under 18 di più di 3.200 città di 165 Paesi di tutto il mondo si sono riversati in piazza per ribadire il loro diritto ad avere un futuro. E non è finita qui: la settimana di proteste di Friday for future - così si chiama il movimento, perché Greta si presentava davanti al Parlamento ogni venerdì - in occasione dell'incontro sul clima di New York del 23 settembre andrà avanti fino al 27, giorno in cui anche parteciperà anche l'Italia. Oggi, all'Youth Climate Summit, l'attivista svedese ha ribadito il grido della sua generazione: "Noi giovani siamo uniti e siamo inarrestabili".
Una giornalista newyorkese, Natalie Wolchover, ha rappresentato su Twitter in uno dei modi più efficaci possibile - con un'immagine - quanto sia cambiato in un solo anno di proteste, discorsi da Davos ("Alcuni dicono che non stiamo facendo abbastanza per combattere i cambiamenti climatici ma questo non è vero, perché per non fare abbastanza, si deve fare qualcosa e la verità è che non stiamo facendo niente") a Strasburgo ("Quello che posso dire ai giovani è: continuate a lottare, perché state facendo un grande lavoro"), viaggi (senza prendere l'aereo, con tanti treni e pure attraversando l'Atlantico in barca a vela) e prese di posizione dell'adolescente. Due foto, una al fianco dell'altra: Greta nell'agosto del 2018, quando nessuno sapeva come si chiamasse e aveva idea di come avrebbe inciso sul dibattito pubblico, e una delle potenti piazze di ieri, il 20 settembre di un anno dopo, quando Greta Thunberg, 16 anni, è la favorita per il Nobel per la Pace.
radiobombo.com, 22 settembre 2019
Due recluse ieri, a pochi passi da loro luogo di detenzione, quattro uomini ristretti nel carcere di via Andria oggi, domenica 22 settembre, in occasione del secondo e conclusivo appuntamento della manifestazione annuale di Legambiente "Puliamo il mondo".
I volontari del cigno verde di Trani, ormai da anni, possono giovarsi della collaborazione con l'Amministrazione penitenziaria per farsi affiancare da reclusi che, anche in questo modo, compiano percorsi di reinserimento sociale per il bene proprio e dell'ambiente.
Questa edizione 2019 di "Clean up the world", peraltro non ha interessato soltanto luoghi di mare, ma stamani, a partire dalle 9, vedrà attivisti di Legambiente, detenuti e volontari in genere concentrare le loro attenzioni su Villa Bini, il polmone verde del quartiere stadio troppo spesso scambiato come discarica a cielo aperto da incivili che non riescono a cogliere l'importanza di tutelare un luogo così sensibile nel cuore della città.
L'iniziativa si inserisce nell'ambito della attività di collaborazione tra il Comune di Trani e le varie realtà associative operanti nel territorio comunale in materia di tutela ambientale. Grazie alla collaborazione con il circolo locale di Legambiente, l'Assessorato all'ambiente e,l'Amiu, da ieri i volontari sono impegnati in questa operazione di "volontariato partecipato". Ieri, in particolare, sono scesi in campo sul tratto di litorale tra lungomare Chiarelli e villa Comunale avvalendosi, come detto, anche dell'apporto di due detenute della vicina casa di reclusione femminile di piazza Plebiscito. Oggi, invece, fino alle 13, bonifica di Villa Bini con i rinforzi provenienti dal carcere maschile.
"È l'ennesima dimostrazione della vivacità ed operosità delle associazioni che sono radicate nella nostra città - commenta l'assessore all'ambiente, Michele di Gregorio - nonché della proficua collaborazione delle stesse con le istituzioni, ben liete di condividere percorsi di partecipazione attiva finalizzati al miglioramento dell'ambiente cittadino".
Puliamo il mondo nasce dalla sinergia tra Legambiente e istituzioni scolastiche, enti, circoli, amministrazioni e cittadini. È un appuntamento ormai consolidato, dal grande successo sia per il numero di volontari, sia per i risultati. Con sorrisi e muniti di kit per la pulizia, anche quest'anno i volontari stanno dando un segnale forte di civiltà e cittadinanza attiva.
È dal 1992 che Puliamo il mondo coinvolge in Italia migliaia di volontari, che si impegnano per il recupero di aree degradate, a partire dalla rimozione dei rifiuti abitualmente abbandonati. Rifiuti sparsi impropriamente che favoriscono il deterioramento ambientale e un notevole danno estetico, mentre provocano pesanti ripercussioni sulla qualità della vita.
di Rosario Capomasi
osservatoreromano.va, 22 settembre 2019
Andare incontro alle esigenze di chi non ha possibilità di curarsi e alleviare anche le sofferenze derivate dalle malattie trascurate: con questi intenti è nata la prima "Farmacia di strada", inaugurata negli scorsi giorni a Roma, a via della Lungara presso l'ambulatorio del centro di accoglienza gestito dall'associazione Vo.Re.Co onlus, formata dai volontari del carcere di Regina Coeli guidati da padre Vittorio Trani, cappellano, e Angela Iannace, responsabile del centro.
Sorta grazie a un protocollo tra aziende e associazioni di categoria, la speciale farmacia è rivolta a tutti coloro che si trovano in uno stato di indigenza come senzatetto (il 70/80 per cento degli utenti), tossicodipendenti, ex detenuti ma anche tante famiglie che faticano ad arrivare a fine mese. Un cammino iniziato già sette anni fa, quando padre Trani si adoperò per l'assistenza medica non solo ai carcerati ma anche a tutti i poveri che vivevano nel centro storico della capitale.
Molti si rivolgono al presidio di via della Lungara perché sprovvisti di tessera sanitaria o rifiutati al pronto soccorso, trovando qui non solo un aiuto medico ma anche pasti caldi e sostegno per sentirsi di nuovo persone: la "povertà sanitaria", come è stata definita, coinvolge circa quattro milioni di italiani che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi, secondo i dati Istat.
Il programma, avviato lo scorso anno a Roma con il sostegno dell'Elemosineria apostolica e in collaborazione con l'università di Tor Vergata, consistente in una rete di sei ambulatori di strada, prevede la distribuzione di vari farmaci come analgesici, antipiretici, antiipertensivi e gastrointestinali. Da settembre 2018 la Vo.Re.Co ha raccolto e donato ai bisognosi quasi novemila confezioni di medicinali, per un valore di oltre 88 mila euro.
"Abbiamo raccolto 7.372 confezioni di farmaci per quasi 67 mila euro - ha spiegato Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico - donati dalle aziende di Assogenerici, più altre 1.566 per 22 mila euro donate da altre aziende che regolarmente collaborano con Banco Farmaceutico: un totale di 32 categorie terapeutiche coperte e 17 aziende donatrici".
Un grande apporto è stato dato dai farmacisti volontari che gestiscono il magazzino di Cinecittà dove sono stati depositati i farmaci raccolti e poi distribuiti secondo le esigenze. Chi si rivolge al centro di via della Lungara sa di essere accolto senza pregiudizi e di poter trovare anche di che sfamarsi oltre a consulenze giuridiche e medicine salvavita: un ragazzo diabetico in cura da qualche tempo presso il centro, ha rivelato padre Trani, grazie all'assistenza medica continua è in grado di condurre una vita più serena.
La prima farmacia di strada della storia rappresenta una delle tante pagine scritte dalla sanità solidale romana che da vari decenni, sempre in stretta collaborazione con la Caritas, cerca di alleviare le sofferenze di una povertà sempre più diffusa. E il suo esempio è stato seguito nell'immediato con l'inaugurazione, a Cinecittà, di un progetto pilota per garantire ai bambini senzatetto l'accesso gratis alle docce, sostenuto dall'Elemosineria apostolica, la cui sperimentazione avverrà in un istituto salesiano dotato di un centro per l'infanzia.
di Federico Marconi
L'Espresso, 22 settembre 2019
L'allarme nel report della Croce Rossa sui cambiamenti climatici: "Gli aiuti umanitari costeranno 20 miliardi l'anno". Centocinquanta milioni. Tante sono le persone che nel 2030 avranno bisogno di aiuti umanitari internazionali per i disastri naturali dovuti al riscaldamento globale e all'impatto che avrà su società ed economia. Un aumento impressionante di 50 milioni nei prossimi 10 anni. E se inondazioni, tempeste, siccità e incendi non dovessero diminuire, la cifra toccherà i 200 milioni nel 2050.
Una situazione drammatica che già oggi richiede un'imponente sforzo economico: gli aiuti alle popolazioni dovuti ai disastri naturali sono stimati tra i 3,5 e i 12 miliardi di dollari all'anno, in una situazione già oggi critica per l'aumento delle emergenze e la carenza nel trovare fondi. Una cifra destinata a lievitare, nello scenario più pessimistico, fino a 20 miliardi se non si invertirà la tendenza.
È una panoramica scioccante quella fornita da "Il costo di non fare nulla", l'ultimo report della Croce Rossa Internazionale presentato questa mattina al Palazzo di vetro, sede delle Nazioni Unite a New York. Un'analisi che si fonda anche su dati di Onu, Banca mondiale, ed Em-Dat, il database internazionale sui disastri.
Un allarme quello della Croce Rossa che arriva dopo una delle estati più calde di sempre, con le colonnine di mercurio che in molti paesi del mondo ha toccato livelli mai registrati prima. Solo in Francia, che quest'anno è stata attraversata da una delle ondate di calore più forti di sempre, tra luglio e agosto sono morte 1435 persone per via del caldo.
Dal 1850 le temperature medie sono aumentate di più di un grado per via dell'impronta dell'uomo sull'ambiente, e si stima che alla fine del secolo possa arrivare a più 4 gradi. L'effetto più evidente è lo scioglimento dei ghiacciai: dal 1981 il Polo Nord ha perso il 10 per cento della sua superficie, portando all'innalzamento di oceani e mari. Ma non solo: il riscaldamento del pianeta provoca eventi atmosferici estremi, come gli uragani che stanno diventando sempre più numerosi e frequenti. Come "Dorian", che con i suoi venti a quasi 150 chilometri orari ha devastato le Bahamas a inizio settembre, facendo decine di morti e oltre 5mila dispersi.
"Questo report mostra in modo chiaro e spaventoso quanto costa non fare nulla", commenta Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale. "Ma ci dice anche che abbiamo ancora tempo di agire: è arrivato il momento di prendere provvedimenti urgenti. Il mondo non può accettare un futuro in cui ci sarà sempre più sofferenza e in cui i costi delle risposte umanitarie aumenteranno esponenzialmente".
Per questo nel report vengono evidenziate tre priorità. La prima è investire nella riduzione del rischio, attraverso la costruzione di edifici più forti e infrastrutture più resilienti. Questi investimenti, da soli, non permetterebbero di evitare tutti i disastri: così si sottolinea l'importanza di "migliorare i sistemi di avvertimento e rafforzare le risposte alle emergenze". Infine c'è il consiglio di ricostruire e riparare i danni pensando alla prossima emergenza: "Se tutti i paesi considerassero nei loro piani economici la protezione della popolazione a rischio e migliorassero l'inclusione finanziaria - è scritto - il costo dei disastri naturali diminuirebbe di 100 miliardi all'anno".
Il report è presentato a una settimana dal Summit dell'Onu sul clima del 23 settembre: un incontro tra capi di Stato e di governo, Ong e imprenditori, a cui quest'anno parteciperà anche Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che si sta impegnando per sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto i più giovani.
"Speriamo che questo nostro lavoro dia impulso a maggiori investimenti in uno sviluppo inclusivo e sostenibile, che riduca le emissioni nell'atmosfera", ci dice Julie Arrighi, consigliere della Croce Rossa Internazionale che ha collaborato allo studio. "Ma desideriamo soprattutto che si rinnovi lo sforzo ad adattarsi ai rischi sempre maggiori dovuti riscaldamento globale". Un'emergenza che non permette più di voltarsi dall'altra parte.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 22 settembre 2019
Il codice penale - che è del 1930 - punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chiunque aiuti altri a mettere in atto la decisione di por fine alla propria vita. L'aiuto al suicidio è trattato allo stesso modo della condotta, del tutto differente, di chi istiga o determina altri a suicidarsi. La Corte costituzionale, con un'ordinanza dell'anno scorso, ha già espresso il suo giudizio, indicando che, almeno in talune situazioni, come quella in cui venne a trovarsi Dj Fabo, la tutela della vita trova un limite nella necessità di riconoscere altri valori costituzionali, legati alla dignità della persona e al rispetto della autodeterminazione.
La Corte aveva rinviato la sua decisione di un anno per dar modo al Parlamento di legiferare conformemente. Il Parlamento non ha provveduto e la Corte riprenderà l'esame della questione il prossimo 24 settembre. In un recente, importante intervento il cardinale B assetti, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso una posizione radicalmente negativa rispetto alla previsione di casi in cui l'aiuto al suicidio sia consentito.
Del discorso del cardinale, data la sua qualità e considerato ch'egli ha avuto cura di premettere che parlava "a nome della Chiesa italiana", interessa cogliere il versante etico religioso. Egli ha sostenuto che "va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente"; il suicidio da parte del malato è "un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare".
Che dire? Che dire se si hanno presenti le tragiche, irreversibili condizioni in cui vengono a trovarsi certe persone, che soffrono, senza speranza, pene insopportabili e non sono in grado di darsi la morte o sono costrette ad uccidersi in modi atroci? È certo che molta parte della società italiana respinge come inaccettabili - direi disumane - simili affermazioni.
Questa è però la posizione che legittimamente la Chiesa esprime. La quale Chiesa tuttavia non si limita a enunciare la condotta che deve adottare chi intende seguirne le indicazioni morali. Essa chiede anche che lo Stato punisca chi aiuti altri a dar corso alla decisione di morire (e in fondo anche che consideri illecito il suicidio stesso, secondo quanto avveniva nei secoli passati). Lo Stato viene chiamato a tornare a svolgere il ruolo di braccio secolare, che infligge pene a chi viola i precetti della Chiesa.
La distinzione tra il peccato e il reato, però, dovrebbe essere ormai accettata. Per aver separato il reato dal peccato, Beccaria si vide mettere all'Indice dei libri proibiti il suo Dei Delitti e delle pene. Ma si era ne11766. E non tutti in Italia si considerano tenuti a seguire i dettami della Chiesa cattolica. Se l'incostituzionalità dell'attuale punizione dell'aiuto al suicidio, dopo l'ordinanza della Corte costituzionale, deve essere ormai un dato acquisito, la previsione dei casi in cui quell'aiuto deve essere lecito, la costruzione di procedure che assicurino la libertà e consapevolezza della decisione di por fine alla propria vita, la definizione di chi e come possa legittimamente provvedere, sono tra la questioni che richiedono attenta regolamentazione. Soprattutto va approfondita la questione dell'autonoma decisione di morire, finora non abbastanza considerata nel dibattuto e nei diversi progetti di legge.
Difficilmente, dati gli strumenti di cui dispone, potrà compiutamente provvedere la Corte costituzionale. Una legge sarà comunque necessaria. Intanto la società civile si è mobilitata. Convegni e studi si sono susseguiti: quello in cui è intervenuto il cardinal B assetti, diversi organizzati dall'Associazione Luca Coscioni e altri organizzati in ambiente universitario.
Il gruppo di studio di bioetica dell'Università di Trento ha ora pubblicato uno studio interdisciplinare sull'aiuto medico a morire, frutto del lavoro di giuristi e medici (sul sito della rivista Biodiritto). Il tema è di straordinaria complessità.
Facile, troppo facile rifiutare di affrontarlo, adducendo radicali ragioni morali. Alle istituzioni dello Stato spetta l'onere di offrire possibilità ai cittadini: possibilità, non obblighi, naturalmente. Con attenzione e rispetto per chi viene a trovarsi nelle condizioni di decidere di cessare di vivere.
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