di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 3 agosto 2019
Il 22 luglio, con un comunicato, il Collectif Palestine Vaincra, facente parte di Samidoun (rete internazionale di sostegno ai prigionieri palestinesi), informava l'opinione pubblica che " sei prigionieri palestinesi proseguivano il loro sciopero della fame contro la detenzione amministrativa".
Ossia contro l'imprigionamento senza accuse né processo, un metodo utilizzato regolarmente da Israele. I sei hunger strikers erano: Jafar Izz al-Deen, Ahmad Zahran, Muhammad Abu Aker, Mustafa al-Hassanat, Huthaifa Halabya e Hassan al-Zaghary.
Al momento del comunicato alcuni erano in sciopero della fame dal oltre 30 giorni, altri da una ventina. Posti in isolamento, venivano e vengono sottoposti a un duro trattamento affinché sospendano lo sciopero. Tra le misure punitive adottate dall'amministrazione penitenziaria: l'impossibilità di ricevere visite di familiari e anche di incontrare i rispettivi avvocati.
A questi sei prigionieri in lotta nei giorni successivi se ne sono aggiunti altri due e - dal 30 luglio - altri 20. Questi ultimi sono rinchiusi in una prigione nel deserto del Negev e nella loro azione di protesta sono guidati da Wael Jaghoub, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). Tutti loro richiedono l'immediata liberazione dei prigionieri amministrativi. Come ritorsione, alcune aree del carcere (in particolare dove sono rinchiusi i militanti del Fplp) sono state letteralmente rastrellate, perquisite a fondo e molti detenuti trasferiti in altre sezioni.
La minaccia di trasferimento in altri penitenziari viene formulata regolarmente anche contro i prigionieri in sciopero della fame. Sempre il Collectif Palestine Vaincra ha preso parte alla manifestazione del 30 luglio che si è svolta a Saida (Libano) e che ha visto migliaia di palestinesi e libanesi manifestare in sostegno dei rifugiati palestinesi e per il diritto al Ritorno. Insieme a Cpv, diversi attivisti della campagna per la liberazione di George Ibrahim Abdallah. Oltre alla sua scarcerazione, i manifestanti chiedevano quella di Ahmad Sa'adat (segretario generale del Fplp detenuto dagli israeliani).
Il prigioniero George Ibrahim Addallah (comunista libanese, di religione cristiana) è ritenuto il fondatore delle Farl (Frazioni armate rivoluzionarie libanesi, gruppo marxista-leninista presumibilmente legato a Damasco) che avevano rivendicato cinque attentati, di cui due mortali, tra il 1981 e il 1982 in Francia.
Venne arrestato a Lione nel 1984 e accusato di complicità nell'uccisione di due diplomatici, lo statunitense Charles Ray (a Parigi) e l'israeliano Yacov Barsimentov (a Boulogne-Billancourt). Detenuto ormai da 35 anni, al momento si trova nella prigione di Lannemezan (Hautes-Pyrénées) dove scontano dure pene detentive anche una dozzina di baschi abertzale. Recentemente il presidente libanese Aoun ha chiesto al governo francese di rimetterlo in libertà concedendo l'estradizione in Libano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 3 agosto 2019
Una circolare del Viminale chiede ai prefetti di censire gli insediamenti abusivi. Ormai è solo questione di tempo, quello necessario per mettere a punto gli ultimi particolari, ma Matteo Salvini ha già pronta una nuova campagna per l'autunno e questa volta insieme ai migranti - sempre buoni per far crescere i consensi - nel mirino del ministro ci sono i Rom.
Il responsabile del Viminale ha inviato ai prefetti di tutta Italia una circolare avente per oggetto "Insediamenti di comunità Rom, Sinti e Caminanti" con la quale si chiede un censimento dei campi abusivi e non solo in modo da poter poi procedere con gli sgomberi e gli allontanamenti. "Come da programma" ha spiegato nei giorni scorsi Salvini annunciando l'iniziativa. Ecco così che la frase pronunciata due giorni fa al Papeete Beach di Milano Marittima, quel "zingaraccia, preparati che arriva la ruspa" non è più, o non solo, lo sfogo di un ministro che sembra ormai non avere più freni, ma diventa l'annuncio di quanto potrebbe accadere una volta che l'estate sarà finita.
Nella Circolare - datata 15 luglio - si chiede ai prefetti un monitoraggio del territorio dal momento che accanto agli insediamenti autorizzati - "per i quali andrebbe comunque verificata l'ottemperanza alle regole e alle prescrizioni" - "sono sorti nel tempo - sine titulo - veri agglomerati "spontanei", talvolta temporanei, che configurano comunque fattispecie di occupazione abusiva di terreni demaniali o privati, lasciati incustoditi oppure inutilizzati". Campi nei quali, prosegue il Viminale, "si ritrovano spesso baracche in lamiera, talvolta di amianto, ovvero roulotte, carovane o camper, anche situati in pubblica via, solitamente in parcheggi pubblici".
Non si tratta di un censimento di quanti alloggiano nei campi ma solo degli insediamenti, e si chiede ai prefetti anche di verificare le condizioni di vita dei minori, ma lo scopo dell'indagine è dichiarato ed è quello di procedere allo "sgombero degli insediamenti "illegali". Preoccupazione per le possibili conseguenze della circolare vengono espresse dalle comunità Rom e Sinti che parlano di "censimento etnico" visto che il monitoraggio riguarda solo Rom, Sinti e Caminanti e non tutti gli insediamenti abusivi, a prescindere dalle origini di chi li popola. "La minoranza Rom e Sinta non gode in Italia di alcuno statuto giuridico specifico che ne consenta l'identificazione, in base a quali criteri i prefetti possono quindi distinguere un accampamento abitato da Rom e Sinti da un altro dove, per esempio, vivono delle persone immigrate?" si chiede Dijana Pavlovic, attrice di origine Rom e attivista per i diritti umani. Preoccupazioni analoghe a quelle espresse dall'Associazione 21 Luglio per la quale la circolare aprirebbe la strada a una nuova "emergenza nomadi" finalizzata a creare "allarme sociale" in modo da poter procedere con gli sgomberi.
Secondo l'Associazione, che sulla situazione dei campi ha dedicato il suo ultimo rapporto intitolato "I margini del margine", negli insediamenti abusivi trovano un rifugio circa 25mila persone "che vivono in una condizione di segregazione abitativa con la quale prende forma una discriminazione di Stato fondata sul mantenimento dei ghetti etnici denominati "campi nomadi" e su azioni di sgomberi forzati". Il 60% di loro, pari a circa 15mila persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 comuni mentre tutti gli altri, stimati tra le 8.600 e le 10.600 unità, vivono invece "in insediamenti informali che, polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie".
Anche se nella circolare viene chiesto ai prefetti di collaborare con le amministrazioni regionali e locali per garantire il ricollocamento delle persone sgomberate e di garantire "l'accesso ai servizi di carattere sociale, sanitario, assistenziale e scolastico di chi ne ha diritto", i precedenti legittimano più di un dubbio sul fatto che le ruspe entreranno in azione solo dopo che saranno state trovate sistemazioni alternative. Dei quasi 200 insediamenti informali abitati da Rom di origine rumena eseguiti nel 2018 in tutta Italia - denuncia infatti la 21 Luglio - "non è stata offerta nessuna alternativa se non al massimo, "lo scorporo del nucleo familiare con una divisione tra madre-figli minori (in centri di accoglienza) e padri-figli maggiorenni (nessuna soluzione offerta)". I primi dati da parte delle amministrazioni stanno già arrivando. Il Campidoglio, che ha varato un piano per il superamento dei campi, ha consegnato in prefettura i risultati di un censimento effettuato nel 2017 stando al quale a Roma si contano 4.500 Rom e Sinti distribuiti in nove campi, numero che sale a 6.000 se si considerano anche gli insediamenti abusivi.
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
Per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato, ma forse oggi pochi hanno interesse per quel tipo di pensiero. Nella dialettica sociopolitica attuale sta diventando una rarità assoluta quel che viene di solito denominato come "eloquio misurato". Da una parte l'eloquio è stato progressivamente appesantito di valenze teatrali, aggressive, spesso volgari. Ma ancora più pericolosa è la contemporanea scomparsa della "misura" nell'esprimersi: nessuno si sente bravo se non è rapido, incisivo e scioccante, quasi che voglia terminare il messaggio nel più breve tempo possibile, senza preoccuparsi del ritmo e della misura necessari in ogni discorso pubblico.
Si potrà giustificare la cosa avvertendo che, in una comunicazione dominata dai social media, l'importante per chi comunica non è ragionare e meno ancora convincere, ma è solo "dichiarare", con la frase di maggiore impatto possibile; senza preoccuparsi per quel che succede poi, basta solo aspettare un'altra incisiva dichiarazione, perché possa attuarsi la nuova moda della politica circolare, parallela della più studiata economia circolare. Il misurato eloquio non ha proprio spazio, anche nelle sedi per esso più tradizionali: così nel discorso parlamentare (per decenni lo strumento principe della stabilità politica) esso è doppiamente superato: fuori dalle aule, dall'efflorescenza smisurata dei social; e dentro le aule, dalle ondate di polemiche fatte col "voi" e a brutto muso.
Nel panorama complessivo restano alcune relazioni annuali di qualche autorità indipendente a coltivare il misurato eloquio; ma non arrivano alla generale opinione pubblica e restano quindi fatalmente minoritarie. Eppure di misura abbiamo un assoluto bisogno: ci vuole un misurato approccio per mettere ordine nel crescere della confusione e dei conflitti; ci vuole misurata definizione della nostra composizione sociale per mettere ordine nella nostra identità nazionale e nelle nostre appartenenze internazionali; ci vuole una misurata formazione della opinione pubblica per dare a tutti la consapevolezza che, senza il dono della misura, tutto diventa smisurato e quindi ingovernabile. Non dimentichiamoci che per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato; ma temo che pochi abbiano oggi interesse per quel tipo di pensiero.
Dicevano sempre gli antichi greci che la misura non è un dono di natura, ma l'espressione di una buona cultura generale, liceale si diceva una volta; ed è nei fatti il frutto di un continuato esercizio culturale, dove si deve sapere cosa è l'esametro, ripetendo ad alta voce Eschilo e Catullo; dove si deve imparare qualche orazione ciceroniana per capire cosa è la retorica e come parlare in pubblico; dove si deve mandare a memoria Foscolo e Leopardi per avvertire il senso profondo dell'espressione e la sua durata.
Anche nella misura stiamo verosimilmente diventando degli analfabeti di ritorno (forse analfabeti tout court) e non consola il fatto che molti giovani parleranno inglese (anzi americano) e la loro misura non si formerà nella lingua italiana, ma nella morfologia americana dei pensieri e delle frasi (certo però non nello shakespeariano Enrico V della vigilia di Azincourt). Immagino già i sorrisi su una riflessione così nostalgica. Ma nessuna accusa di questo tipo mi convincerà del contrario: che si possa cioè vivere bene scivolando progressivamente, forse sbracando, nella dismisura, spesso puramente e volutamente teatrale, di ogni dichiarazione pubblica.
quinewsvolterra.it, 3 agosto 2019
Sopralluogo da parte di tutti i soggetti interessati per arrivare alla realizzazione di un grande auditorium nella casa circondariale volterrana. "Un passo avanti decisivo verso la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra. Al termine del sopralluogo è stato convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi, a ridosso della torre del Mastio. Adesso, insieme a tutti i soggetti coinvolti, ci metteremo a lavoro per arrivare nel più breve tempo possibile al raggiungimento dell'obiettivo". Così la vicepresidente regionale Monica Barni al termine del sopralluogo che si è tenuto stamattina all'interno del carcere di Volterra.
Il sopralluogo era stato fissato lo scorso 18 luglio, al termine dell'ultimo tavolo convocato dalla Soprintendenza presso i propri uffici, per valutare la possibilità di arrivare al termine del percorso. Al sopralluogo hanno preso parte, oltre alla vicepresidente Barni, il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, l'assessore alla cultura del Comune di Volterra Dario Danti, gli ingegneri della Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Pisa e Livorno, il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria Marco Guardabassi, il viceprovveditore del PRAP Rosalba Casella, architetti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, i vigili del fuoco, rappresentanti della fondazione Michelucci e, per la compagnia della Fortezza, Armando Punzo e Cinzia De Felice.
"L'incontro di oggi - ha aggiunto Barni - ha finalmente sbloccato la situazione. Tutti i soggetti che hanno partecipato hanno dimostrato volontà di arrivare alla realizzazione del progetto. Al termine del sopralluogo si è convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi a ridosso della torre del Mastio. La riunione che si è tenuta al termine del sopralluogo presso l'ufficio della direttrice del carcere di Volterra, la Dottoressa Maria Grazia Giampiccolo, si è svolta in un clima collaborativo: tutti i soggetti hanno dimostrato di voler lavorare in modo condiviso per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato finale. Il teatro consoliderà le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere, no n solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori".
Il primo passo del percorso sarà la richiesta alla Sovrintendenza di Pisa, da parte del provveditorato alle opere pubbliche Toscana Umbria Marche, dell'esecuzione di saggi archeologici preventivi nello spazio indicato. Soddisfazione è stata espressa anche dalla consigliere regionale Alessandra Nardini (Pd), che si era interessata alla vicenda del progetto del teatro presentando una mozione in consiglio.
"Si tratta di un passo avanti importante - ha detto Nardini - verso un obiettivo sollecitato con forza e da tempo, per il quale io stessa ho presentato recentemente una mozione in Consiglio Regionale. La storia del teatro nel carcere volterrano ha reso un modello a livello nazionale una delle strutture che erano considerate più dure in Italia. Dopo questo sopralluogo dobbiamo lavorare tutti per arrivare alla realizzazione del teatro nei tempi più brevi".
gonews.it, 3 agosto 2019
A oltre un anno dalla sua attivazione presso il carcere di Ranza Ciuciano a San Gimignano, l'ambulatorio specialistico di urologia gestito dall'unità operativa semplice dipartimentale di Urologia dell'ospedale Alta Valdelsa di Poggibonsi, diretta dal dottor George Benaim, registra un'attività crescente.
I dati relativi al numero di prestazioni effettuate evidenziano che nel 2017 sono state richieste / prenotate 81 visite urologiche, ma effettuate in realtà solamente 22. All'inizio del 2018, da gennaio ad aprile, prima dell'apertura dell'ambulatorio, su 7 prenotate ne sono state svolte 3. Da aprile 2018 (data di attivazione dell'ambulatorio) e nel corso dei successivi 12 mesi sono state erogate 94 visite urologiche interne. Sono state date indicazioni per creare una forma di priorità che permetta di concentrare le visite con maggiore urgenza e di differire i controlli.
Essendo l'area sanitaria dotata di un ecografo, durante la visita è possibile effettuare anche una diagnostica di immagine di primo livello che consente di completare il tipo di prestazione fornita. Le patologie di maggior riscontro sono di tipo infiammatorio- infettivo, ma sono state fatte valutazioni inerenti alla disuria da iperplasia prostatica, litiasi renale, alterazioni a livello degli organi genitali esterni. È stato diagnosticato un tumore del testicolo, con successivo accesso in ospedale per il trattamento chirurgico e follow up oncologico costante. Piccoli interventi ambulatoriali (frenulo corto, liberazione delle sinechie balanoprepuziali) sono stati condotti direttamente presso l'ambulatorio in carcere.
"L'ambulatorio urologico all'interno della Casa di reclusione di San Gimignano ha consentito di colmare un fabbisogno nella gestione sanitaria specialistica nei confronti degli ospiti della struttura - ha dichiarato il dottor Mario Savino, referente dell'ambulatorio specialistico di urologia - permettendo di fatto di ridurre sensibilmente le tempistiche di attesa per visita, di integrare all'interno delle attività della urologia dipartimentale del territorio senese dell'Ausl Toscana sud est potenziali pazienti che altrimenti avrebbero potuto sfuggire a una corretta valutazione, e anche di ridurre i costi globali in termini sia economici che di dispendio di risorse umane determinati dalle esigenze di sicurezza che di volta in volta dovevano essere attuate per il trasporto in luogo esterno di cura per i singoli detenuti (autorizzazione del magistrato di sorveglianza, preparazione del mezzo blindato, scorta).
Ha consentito, inoltre, di implementare il numero di visite e di rilevare patologie potenzialmente pericolose per la popolazione carceraria in generale e per il singolo paziente in particolare. Uno dei prossimi obiettivi sarà quello di attuare un piano di screening per i detenuti nella fascia di età dei 50 anni per la prevenzione della patologia tumorale prostatica al fine di mantenere attiva la sorveglianza verso questa patologia anche tra la popolazione detenuta.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
Amnesty International ha sollecitato le autorità egiziane a porre immediatamente fine alle crudeli e inumane condizioni detentive e a consentire visite familiari regolari nella prigione di massima sicurezza al-Aqrab ("lo scorpione"), situata nel complesso penitenziario di Tora, dove circa 130 prigionieri sono in sciopero della fame dal 17 giugno. Molti dei detenuti in sciopero della fame sono stati arrestati oltre due anni fa e da allora non hanno mai potuto incontrare parenti e avvocati.
Per costringerli a interrompere la protesta, i detenuti sono stati picchiati, torturati con l'elettricità, colpiti con pistole elettriche e sottoposti a misure disciplinari. Almeno 10 di loro sono stati spostati in celle speciali da cui non possono mai uscire per tutto il giorno. Ad al-Aqrab le celle sono sovraffollate e infestate da zanzare e altri insetti. In questo periodo le temperature superano i 40 gradi e non vi sono ventilatori né fonti d'aria naturale adeguate. Le cure mediche sono insufficienti, è vietato ricevere cibo e bevande dall'esterno e l'ingresso di medicine e vestiti è limitato.
I detenuti avevano già intrapreso scioperi della fame nell'ottobre 2017 e nel febbraio 2018. Li avevano sospesi solo a seguito della promessa che le visite familiari sarebbero state autorizzate. La direzione delle carceri ha invece continuato a negarle, persino nei rari casi in cui la Procura speciale per la sicurezza dello stato le aveva approvate. Secondo gli atti giudiziari visionati da Amnesty International, prima di comparire di fronte alla Procura speciale la maggior parte delle persone in sciopero della fame ha trascorso periodi di sparizione forzata che vanno da 11 a 155 giorni. Molti hanno denunciato di essere torturati da funzionari dell'Agenzia per la sicurezza nazionale.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Dopo l'intervento dell'Onu chiuse le strutture di Misurata, al Khoms e Tajoura. Gli stranieri saranno espulsi e rinviati nei loro paesi di origine. In Libia in governo di Tripoli guidato da Fayez al- Sarraj ha preso una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo nello scacchiere africano ma anche sull'Europa.
Secondo il sito web Al Ahrar, che ha raccolto fonti del ministero dell'Interno, le autorità hanno disposto la chiusura immediata di tre centri di detenzione per migranti. Si tratta delle strutture di Tajoura, Misurata e Al Khoms. L'ordine di smobilitazione è stato dato direttamente dal ministro Fathi Bashagha, i migranti rinchiusi nei centri, sempre secondo quanto riportano i media libici, saranno espulsi e riportati nei loro paesi d'origine.
In questa maniera si darebbe seguito ad un annuncio fatto il 2 luglio scorso quando proprio il centro di Tajoura fu bombardato dalle forze del generale Kalifa Haftar. Fu una strage, almeno 60 morti e 130 feriti anche se si pensa che le vittime potrebbero essere molte di più. In quel frangente era stato proprio Bashagha a rendere nota l'impossibilità di garantire la sicurezza dei migranti "reclusi". Inoltre lo stesso Sarraj aveva annunciato che era in animo di liberare tutti coloro che si trovavano nei centri, si è parlato di migliaia di persone che si sarebbero riversate ad attraversare il mediterraneo.
La mossa libica è stata vista come il tentativo di Tripoli di ottenere finanziamenti e armi, in cambio del ruolo di carcerieri dei migranti, da parte dell'Europa. Solo un giorno dopo la strage il ministro dell'Interno si era affrettato a dichiarare: "il governo è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini nei centri stessi, sono tutte cose al di fuori della capacità del governo".
In realtà le bande criminali di trafficanti che controllano il "business dei barconi", vedono nella gestione dei centri di detenzione il nuovo grande affare, perdere la "materia prima" potrebbe costituire un colpo all'economia (molte volte illegale) lucrosa messa in piedi da quando i paesi Ue hanno cominciato a restringere le maglie delle frontiere esterne. Sulla decisione del governo tripolino di chiudere i tre centri ha sicuramente avuto un peso l'intervento dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Lunedì scorso ha riferito di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu sollecitando proprio la fine di queste vere e proprie prigioni per migranti.
Secondo le stime, nelle strutture ufficiali, sono detenute, in condizioni per lo più spaventose, almeno 5000 persone, di queste 3800 sono a rischio della vita perché esposte ai combattimenti. Si tratta di capire ora cosa succederà, se si procederà allo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione. Chi penserà al rimpatrio dei migranti in maniera sicura? Chi garantisce che quelli che saranno liberati non andranno ad ingrossare le fila dei combattenti della guerra civile libica? Quale sarà la sorte dei minori giunti in Libia senza famiglia?
di Maria Teresa Accardo
Il Manifesto, 3 agosto 2019
"Great exchange", così la designata presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen definisce su twitter l'incontro con il presidente Giuseppe Conte, ieri mattina a Roma. Uno scambio "proficuo", ricambia lui. La comunicazione di Palazzo Chigi suona i violini enfatizzando la sintonia fra i due e la presidente regge il gioco, sperando di aiutare il premier a uscire dal pantano in cui lo ha infilato l'alleato leghista. Alla fine Von der Leyen si prende anche il gusto di invocare "lo spirito di Alcide De Gasperi": una citazione di uno dei padri nobili italiani dell'europeismo. Una cortesia verso l'ospite. O forse una elegantissima stilettata al governo gialloverde, palesemente distante anni luce dall'uomo di "La nostra patria Europa".
Il dialogo avviene in un clima dialogo "sereno e concreto", viene riferito. Alla conferenza stampa i due recitano la parte. La prossima commissaria tende la mano al governo italiano: "Sono consapevole che paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovano in una posizione geograficamente più esposta", ammette parlando dei flussi migratori (ma siamo alla geografia) "di questo dovremo tenere conto", promette, "è fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale, ma se collaboriamo riusciremo a trovare d soluzioni per il futuro". L'allusione alle sparate nazionaliste di Salvini è poi più esplicita: "È necessario rivedere il concetto di ripartizione dell'onere. Vogliamo che le nostre procedure siano efficaci, efficienti, ma anche umane".
Conte è soddisfatto: "L'Italia vuole giocare un ruolo da protagonista ed è disposta ad assumersi tutte le responsabilità", replica rivendicando per il paese "un portafoglio economico di primo piano". Ma è una recita a soggetto. Salvini voleva ricevere un riconoscimento politico dalla prossima presidente, e solo in mattinata si è convinto di inviare a Conte la rosa dei papabili commissari. I leghisti si blindano - in molti giurano che la lista è stata scritta da Salvini e non condivisa - e i nomi in ballo sono sempre gli stessi: l'ex ministro Tremonti, però troppo targato Berlusconi; il sottosegretario Garavaglia, nel caso di una delega economica; il collega Centinaio se fosse l'agricoltura; la ministra Bongiorno se servisse un nome di donna. Anche se Salvini ha parlato di un esperto di economia, profilo che escluderebbe gli ultimi due.
Su questo con Van der Leyen il dialogo è appena abbozzato. Anche perché Salvini non ha ancora ottenuto la garanzia che il suo candidato non venga affossato dal cordone di sicurezza anti-sovranista dell'europarlamento. Per questo si segnalano pressioni per recuperare il rinunciatario Giorgetti, considerato l'unico 'leghista moderato' in grado di passare il vaglio.
Il clima politico resta incandescente, all'apparenza, nonostante governo e parlamento stiano per chiudere i battenti prima di un'estate lunghissima (le camere faranno vacanza per più di un mese). E ormai è chiaro che non ci saranno problemi al voto di fiducia sul decreto sicurezza bis che lunedì approderà nell'aula del senato.
E tuttavia i due vicepremier ancora giocano alla guerra lanciandosi accuse. Salvini dal Corriere della sera: "Questa è una manovra importante in cui tutti dovranno avere coraggio. Sennò il coraggio lo chiediamo agli italiani". Una minaccia di rottura a cui Di Maio risponde picche: "Se c'è responsabilità possiamo andare avanti, se invece questi continui attacchi sono legati al fatto che la Lega ambisce a qualche ministero, dico: lo chiedano pubblicamente e smettiamo di massacrare gli italiani".
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 agosto 2019
È stato trasferito in una località sconosciuta Ahmadreza Djalali, il medico detenuto in Iran da oltre tre anni e condannato a morte per spionaggio: lo ha raccontato lui stesso in una telefonata, l'unica che gli è concessa. Il ricercatore del Centro sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale a Novara ha detto di non sapere dove si trovasse e di aver avuto la possibilità di chiamare qualcuno solo all'interno del Paese.
La moglie Vida, che vive a Stoccolma con i figli, è molto in ansia: "È stato trasferito soltanto lui e non gli è stato detto il perché". La condanna a morte pronunciata a carico di Djalali non è mai stata revocata nonostante la mobilitazione del mondo accademico internazionale e nonostante diversi ricorsi del suo avvocato davanti ai vari gradi del Tribunale della Rivoluzione. "Non abbiamo altre informazioni purtroppo - commenta l'amico e collega Luca Ragazzoni - e questo ci preoccupa molto". La Federazione italiana diritti umani ha chiesto all'Unione europea un intervento urgente a favore del medico.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
I primi decreti sono stati firmati da re Salman mercoledì. Poi ieri all'alba, nel giorno sacro per i musulmani, la promessa è diventata legge. "Il passaporto sarà concesso a ogni persona di cittadinanza saudita che ne farà richiesta". Nero su bianco sulla gazzetta ufficiale Umm al-Qura: le donne maggiori di 21 anni non avranno bisogno, in futuro, del permesso di un uomo per lasciare il Paese.
"È un gigantesco passo per le saudite", ha trillato il giornale filo governativo Saudi Gazzette. È la "Storia" con la S maiuscola gli ha fatto eco la principessa Rima Bint Bandar Al Saud, prima ambasciatrice dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, mentre su Twitter è esploso l'hashtag No Guardianship Over Women Travel, con tanto di meme che mostrano gruppi di donne velate scivolare sotto il filo spinato per ricomparire dall'altra parte vestite all'occidentale o che raccontano di fughe in massa all'aeroporto.
Dopo la patente, il permesso di assistere ad eventi sportivi, la riapertura dei cinema e i concerti degli artisti occidentali, il passaporto rappresenta un primo passo verso la fine del wilaya (potestà), imposto dalla tradizione wahabita che rende, di fatto, le donne pari a delle minorenni sotto tutela di un guardiano, che sia il marito, il padre o il parente maschio più prossimo.
Ad accelerare la concessione - immediatamente contrastata dagli ambienti più conservatori del regno che l'hanno definita "pericolosa" - le notizie (e le relative polemiche) sulle fughe di numerose giovani. Inclusa Rahaf al-Qunun, la cui richiesta di asilo, gridata in diretta social da un hotel di Bangkok, a gennaio aveva attirato l'attenzione globale.
Queste ultime riforme - oltre all'espatrio è previsto il diritto per le donne di riconoscere i propri figli, registrare i matrimoni e accedere al lavoro senza autorizzazione di un uomo - fanno parte del piano del principe ereditario Mohammed bin Salman, varato nel 2016 sotto il nome "Vision 2030", con l'obiettivo di modernizzare il Paese e renderlo meno dipendente dagli idrocarburi.
Tuttavia i critici fanno notare come il sistema del guardiano sia ancora ben lontano dall'essere abolito. "Le donne avranno ancora bisogno del permesso di un tutore per essere rilasciate dal carcere o per sposarsi", commenta Amnesty International in una nota. Gli alti funzionari sauditi hanno poi sottolineato la necessità di proseguire gradualmente al suo smantellamento per non irritare la parte più conservatrice della società.
Non solo. Le nuove regole avranno bisogno di tempo per farsi strada nella burocrazia spesso sclerotica del regno. Ed è facile prevedere come, all'interno delle case, gli uomini continueranno ad esercitare il tradizionale controllo su mogli, sorelle, figlie e madri, indipendentemente dalle leggi scritte. Infine, nonostante le pesanti critiche della comunità internazionale, restano in cella le attiviste che proprio per questi diritti si sono battute. Su tutte Loujain al-Hathloul, incarcerata per aver avuto contatti con i media stranieri. Aleggiano poi ancora forti sospetti sulla testa di Mbs a proposito dell'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso l'ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul. Come dire, insomma, che i guardiani sono ben lontani dal perdere il loro potere.










