di Luigi Manconi
La Repubblica, 17 agosto 2019
I 134 esseri umani che da 16 giorni si trovano sul ponte della nave della Ong Open Arms a tre miglia da Lampedusa, probabilmente non lo sapranno mai. E se in qualche modo ne venissero a conoscenza, rimarrebbero sbalorditi. Quanto è accaduto è decisamente singolare: quei naufraghi hanno rappresentato per 48 ore (e chissà per quanto ancora) il cuore e la posta in gioco (e l'apertura dei tg) di uno scontro politico incandescente.
Pretestuoso e strumentale, senza dubbio, ma infine salutare perché, se è in corso una profonda crisi di governo, che potrebbe portare a una svolta politica e perfino a nuove alleanze, quei 134 naufraghi, e ciò che rappresentano non possono più essere ignorati. E con essi, il diritto-dovere assoluto e universale di soccorrere chi si trovi in stato di pericolo. È impensabile, infatti, che il lacerarsi degli equilibri precedenti e l'inseguirsi di ipotesi di nuove coalizioni possa fare a meno di ciò che, della politica, costituisce (dovrebbe costituire) il fondamento.
Ovvero le persone in carne e ossa, i corpi esausti dei naufraghi, così come di quelle decine di migliaia di lavoratori, logorati dalle tante crisi industriali, e quelli stressati degli abitanti delle periferie corrose e devastate. Dunque, l'attenzione per la nave di Open Arms è una buona notizia: la crisi di governo è costretta a interessarsene, dopo che per settimane l'esecutivo Lega-5 Stelle l'aveva totalmente ignorata.
Così come aveva voltato la testa, per 14 mesi, di fronte a tutte le altre vicende di naufragi e di soccorsi. La politica è costretta a cercare soluzioni per temi che un sovranismo cialtrone e dilettantesco ha creduto di trattare con metodi autoritari e campagne di manipolazione, riducendo l'enorme problema sociale, economico e culturale dell'immigrazione a questione criminale.
Ed è significativo che il tema degli sbarchi si riproponga con forza nei giorni in cui il ministro dell'Interno è costretto a riconoscere che, nel bilancio del suo dicastero, la voce "rimpatri", così tanto enfatizzata, registra una flessione. In ogni caso non va dimenticato nemmeno per un attimo quali danni irreparabili questo governo del Viminale abbia già causato: nella concreta vita materiale di tante persone e nel sentimento morale di un intero Paese.
Le responsabilità di Matteo Salvini sono sotto gli occhi di tutti ed è istruttivo (vorrei dire "educativo") vederne emergere l'intima debolezza che la sua incontinente iracondia e il suo narcisismo patologico non riescono a celare; e così si scorge quella paura del buio davanti al rischio, appena un rischio, di vulnerabilità, che la sua tracotanza, lungi dallo scongiurare, rivela impietosamente. Ma la formula infame che ha bollato le Ong come "taxi del mare" è un'idea, si fa per dire, non di Salvini, ma di Luigi Di Maio e della sua futile irresponsabilità.
Tutto ciò per ricordare che qualunque sia l'esito dell'attuale crisi, la questione dell'immigrazione e quella degli sbarchi e dell'accoglienza, dovranno essere tra le future priorità. E non per un sentimento umanitario: non solo per questo, bensì perché, i temi dei flussi migratori e delle frontiere, della denatalità e dell'invecchiamento della società, dell'inclusione delle seconde e terze generazioni di stranieri e dell'assistenza a chi (italiano o no) ne abbia bisogno, costituiscono un solo, grande problema che investe il nostro sistema di welfare e il nostro modello di sviluppo.
Chi ha seguito da vicino le vicende dei naufragi nel Mediterraneo e, in particolare, la "battaglia navale" simulata condotta dal governo negli ultimi 14 mesi contro le Ong, conosce due circostanze: la prima è che il premier Giuseppe Conte, pur tra mille cautele, non ha assecondato, né la protervia di Salvini, né l'opportunismo di Di Maio, e ha cercato di sostenere una posizione relativamente autonoma.
La seconda è che nel corso di oltre un anno, il governo, in tutte le sue componenti, non è stato capace di gestire uno straccio di politica nei confronti delle Ong, trattate non come soccorritori di vite umane, ma quasi fossero le nuove Brigate Rosse alle quali rifiutare qualsiasi forma di riconoscimento politico (peraltro mai richiesto).
Ai volontari di Sea Watch, Medici Senza Frontiere, Sea Eye e Open Arms è stata negata qualunque interlocuzione politica, perfino nella forma più elementare, quella che si concede anche al più sparuto dei sindacati di base. A chi aveva appena salvato decine di vite umane non è mai giunta una telefonata che attivasse un rapporto, una proposta di dialogo, un'ipotesi di mediazione. Ed è proprio questa incapacità politica che rivela il drammatico infantilismo di questi pomposamente autoproclamatisi soggetti del "cambiamento". Eppure, cambiare si deve.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 17 agosto 2019
La crisi è umanitaria. I magistrati di Agrigento indagano anche per violenza privata e abuso d'ufficio. Mentre Guardia Costiera e ministero dei Trasporti si smarcano dal Viminale: "Da noi nessun impedimento all'ong". Due nuovi fronti si aprono sull'Open Arms, con i suoi 138 naufraghi ammassati come sardine da due settimane nello scafo della ong spagnola: uno riguarda l'aspetto giudiziario, l'altro quello medico. Dopo l'esposto degli avvocati della ong, la Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati, per sequestro di persona, violenza privata e abuso d'ufficio. Sul versante delle condizioni mediche, lo scontro è tra i medici del Cisom e di Emergency e il responsabile del Poliambulatorio di Lampedusa, Francesco Cascio, che ha dichiarato: "Le 13 persone sbarcate non avevano alcuna patologia". Parole che spingono Matteo Salvini a definire "balle" l'emergenza medica.
La decisione della procura è un "atto consequenziale" alla denuncia, dicono i pm che già indagano per favoreggiamento dell'immigrazione e che hanno anche ricevuto un altro esposto, quello dell'Associazione dei giuristi democratici contro il prefetto di Agrigento, Dario Caputo, per non aver dato seguito all'ordinanza del Tar con cui veniva chiesto di dare "immediata assistenza" alle persone più vulnerabili. La Procura dei Minori di Palermo ha invece nominato i tutori per i 31 minorenni ancora a bordo.
Tutte mosse che almeno per il momento non sbloccano la situazione, visto che Salvini continua a non autorizzare l'approdo a Lampedusa, dopo aver fatto sbarcare 9 persone nella giornata di Ferragosto e 4 ieri, sempre per ragioni mediche. Il ministro dell'Interno ha rilanciato le accuse verso il premier Conte e gli ex alleati di governo Toninelli e Trenta, che non hanno controfirmato il nuovo divieto d'ingresso dopo l'ordinanza del Tar del Lazio. Da Toninelli arriva addirittura la sconfessione del collega al Viminale. Il Comando generale delle Capitanerie di porto e il ministero delle Infrastrutture in serata fanno sapere: "Non vi sono impedimenti all'attracco della nave nel porto di Lampedusa". L'unico ostacolo, quindi, arriva dal ministero dell'Interno.
Dal Viminale si cerca di resistere ripetendo che "non c'è alcun passo formale dai sei paesi europei" (Francia, Germania, Romania, Portogallo, Spagna e Lussemburgo) che secondo Conte hanno dato disponibilità ad accogliere i migranti dell'Open Arms. E poi annuncia di aver dato mandato all'Avvocatura dello Stato di impugnare la decisione del Tar del Lazio, che ha sospeso il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane. L'Avvocatura deve però avere il via libera da Palazzo Chigi e al momento non c'è traccia del provvedimento al Consiglio di Stato. Di tutto ciò a bordo della Open Arms interessa poco. "La situazione è drammatica e ingestibile. Le condizioni di salute psicofisica dei migranti si sono ulteriormente aggravate con atti di autolesionismo e minacce di suicidio" ripete l'Ong che trova una sponda a Bruxelles. "La situazione delle persone bloccate in mare è insostenibile", sottolinea un portavoce della Commissione europea.
A dare la stura alle polemiche è Francesco Cascio, l'ex presidente dell'Assemblea siciliana tornato a fare il medico dopo avere abbandonato la politica e alcuni guai giudiziari. "Dei 13 naufraghi fatti sbarcare dall'Open Arms solo uno aveva l'otite, gli altri non avevano alcuna patologia come abbiamo accertato in banchina. Infatti, sono stati tutti condotti nell'hotspot", sostiene Cascio, che non si torva nell'isola ma rimane in stretto contatto con il suo staff. "C'è qualcosa che non funziona - osserva Cascio - perché solo uno aveva i sintomi segnalati, mentre gli altri stavano bene. Eppure dalla relazione dello staff Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta) risulta che a bordo ci sarebbero persone con diverse patologie". Cascio spiega che i medici del Poliambulatorio hanno visitato i migranti sulla banchina subito dopo lo sbarco: "Come da prassi - afferma - siamo intervenuti sul molo quando i naufraghi sono scesi dalla motovedetta della Guardia costiera sulla quale erano stati imbarcati per motivi di salute. I miei colleghi però hanno verificato che le loro condizioni non erano quelle sostenute da chi li ha visitati a bordo della Open Arms".
Leggendo la relazione del Cisom, però la realtà sarebbe ben diversa. "La situazione generale vede condizioni igienico-sanitarie pessime: spazi non idonei a ospitare un così ingente numero di persone - scrivono il medico Katia Valeria Di Natale e l'infermiere Daniele Maestrini dello staff Cisom -. I naufraghi vivono ammassati gli uni sugli altri, non c'è possibilità di deambulare, sono presenti solo due bagni chimici e spesso i naufraghi sono costretti a espletare i loro bisogni fisiologici nello stesso spazio in cui dormono e mangiano". E ancora: "Non ci sono docce o lavabi - si legge nel documento - non c'è possibilità di provvedere all'igiene personale e degli indumenti, né di lavarsi se non con acqua di mare". E infine: "Rileviamo condizioni di salute mentale precarie, lo stato d'animo a bordo è di profondo sconforto".
Per lo staff Cisom, salito a bordo della Open Arms, tra i 147 naufraghi (95, uomini, 21 donne e 31 minori) ci sarebbero diversi casi di scabbia ma anche di cistite emorragica e altre patologie. "Venti migranti hanno la scabbia con sovra infezione batterica e pustole. A bordo non è presente permetrina per il trattamento della parossistosi. Numerosi sono i casi di cistite semplice ed emorragica resistente al trattamento antibiotico, che scarseggia".
Il Dubbio, 17 agosto 2019
"Situazione insostenibile". L'Ue usa parole dure e commenta in questo modo la situazione della nave Open Arms, bloccata in mare da diversi giorni con oltre 140 migranti a bordo, e chiede "un immediato sbarco". "La situazione in cui le persone sono bloccate in mare per giorni e settimane è insostenibile. Ricordiamo ancora una volta che servono soluzioni sostenibili nel Mediterraneo affinché quelle persone possano sbarcare in modo sicuro e veloce e che possano ricevere l'assistenza di cui hanno bisogno", ha dichiarato la portavoce della Commissione, Vanessa Mock. "Non è la responsabilità di uno o di un paio di Stati membri ma di tutta l'Europa", ha aggiunto.
E non c'è dubbio che il destinatario della durissima nota europea sia il ministro dell'Interno Matteo Salvini il quale si ostina a perseguire la linea dell'intreansigenza. Questo nonostante l'opposizione del premier Conte e della ministra della Difesa Trena che mercolsì scorso ha inviato navi militari in soccorso dei naufraghi.
Nel frattempo, dopo la decisione del Tar di sospendere la chiusura dei porti, due nuovi esposti sul caso Open Arms sono stati presentati oggi alla Procura di Agrigento. Il primo è stato presentato dai giuristi democratici in cui viene contestata la condotta del Prefetto di Agrigento Dario Caputo. In particolare i giuristi parlano di un "mancato rispetto dell'ordinanza del Tar del Lazio" sulla gestione dello sbarco dei migranti.
L'altra denuncia è stata presentata dalla Ong spagnola "per ribadire - come spiegano all'Adnkronos - quanto già chiesto lo scorso 10 agosto, considerando il peggioramento delle condizioni sulla nave". Secondo i legali della Open Arms non sarebbe stato dato seguito alla ordinanza del Tar del Lazio che ha consentito alla nave di entrare nelle acque territoriali per consentire il soccorso immediato delle persone bisognose. I legali chiedono di procedere per sequestro di persona, violenza privata e abuso in atti d'ufficio.
E sulla vicenda interviene anche la sindaca di Barcellona: "La crudeltà a cui stiamo assistendo da 15 giorni non ha alcuna giustificazione possibile. Salvare vite non è solo un dovere morale, ma anche legale: la Ue deve obbligare Matteo Salvini a rispettare la legge. Tutto l'appoggio a Open Arms, sbarchiamoli", scrive su twitter Ada Colau.
Nel frattempo al situazione a bordo della nave è sempre più drammatica: "Tutte le persone rimaste a bordo necessitano di essere sbarcate con urgenza", spiegano i volontari dopo la quindicesima notte passata con i migranti salvati nelle acque del Mediterraneo. "Dopo le ultime evacuazioni, sono rimasti in 134", spiega all'Agi la portavoce dell'Ong, Veronica Alfonsi: giovedì in serata ne erano stati sbarcati 9 due minori con i rispettivi cugini, due coppie di marito e moglie e un altro adulto - per "cause psicologiche"; nella notte è toccato ad altri 4, tre bisognosi di "cure mediche specializzate" ed un accompagnatore.
"La situazione ormai è critica - denuncia Alfonsi - ma più che un problema di condizione fisica è una questione di stress psicologico, divenuto insostenibile: con il passare delle ore mantenere la calma è sempre più difficile, anche perché le persone vedono la soluzione a portata di mano e non capiscono perché l'attesa debba prolungarsi ancora". La pronuncia del Tar, che ha sospeso il divieto di ingresso in acque territoriali, sembrava aver rappresentato la svolta, ma una volta ottenuto un punto di fonda bisogna comunque aspettare l'autorizzazione ad entrare in porto a Lampedusa. E al momento, in mancanza di indicazioni dal Viminale (che ha annunciato ricorso urgente al Consiglio di Stato), la speranza è che sia la procura di Agrigento ad intervenire.
E l'ultimo accorato appello arriva da David Sassoli, presidente del parlamento europeo: "Oggi la mia segreteria è entrata in contatto con il comandante della missione Open Arms che ci ha descritto condizioni al limite del sopportabile. La situazione è diventata drammatica", riferisce Sassoli in una nota.
"Gli immigrati - continua il presidente dell'Europarlamento sono bloccati sulla nave da 14 giorni a un chilometro dal porto di Lampedusa, cedendo ad atti di autolesionismo e perdendo la percezione della realtà. Le condizioni igieniche a bordo sono ormai precarie ed è necessario consentire immediatamente lo sbarco". Il presidente del Parlamento europeo ha aggiunto: "Auspico che le autorità italiane capiscano la gravità e l'urgenza umanitaria a bordo della nave consentendo loro di entrare in porto oggi stesso".
Ristretti Orizzonti, 17 agosto 2019
Nella giornata di ieri il Presidente Mauro Palma, dopo una lunga e cordiale interlocuzione telefonica con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha inviato una lettera al Ministro dell'Interno che ieri aveva dato notizia di un decreto di divieto di sbarco e ai Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e trasporti, oltre che allo stesso Presidente del Consiglio. Nella lettera il Garante esprime forte preoccupazione per la perdurante situazione di privazione de facto della libertà delle persone a bordo della nave e per l'impatto che tale situazione ha sui diritti fondamentali delle persone soccorse, sul loro precario equilibrio psico-fisico, certificato anche da una équipe medica di Emergency, sul concretizzarsi di una condizione di "trattamento inumano o degradante", vietato in modo inderogabile dall'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani.
La mancata designazione di un luogo dove sbarcare, così concludendo l'operazione di soccorso avviata più di quindici giorni fa, dove ricevere cura e assistenza, dove essere identificati e dove poter avere accesso in concreto agli strumenti di tutela previsti dal diritto internazionale, non ha soltanto effetti gravi nei confronti delle persone, ma espone anche il Paese al rischio di censure sul piano internazionale per il non adempimento di obblighi sottoscritti e ratificati in trattati e convenzioni di cui l'Italia è parte.
Da oltre 24 ore l'imbarcazione è in acque italiane, pur senza l'autorizzazione a far sbarcare le persone a bordo: solo nei casi di deterioramento grave delle condizioni fisiche e psichiche viene concesso lo sbarco. Non è possibile che per godere di diritti che attengono alla persona in quanto tale e delle garanzie che sono costituzionalmente assicurate a chiunque si trovi nel territorio del nostro Paese, si debba giungere a condizioni così estreme.
Mentre l'Autorità giudiziaria si sta pronunciando sul profilo di rilevanza penale che la situazione in essere potrebbe avere, il Garante nazionale torna a inviare monito e appello alle Autorità responsabili del nostro Paese perché possa concludersi nel modo meno rischioso per i singoli e per le istituzioni quanto tuttora si verifica nelle acque di fronte a Lampedusa. Nella lettera inviata ieri il Garante nazionale ha dichiarato il proprio impegno a sostenere le iniziative che il nostro Paese assumerà per un'effettiva responsabilizzazione degli altri Paesi europei, per l'affermazione del principio della corresponsabilità dell'Unione nella ricerca di soluzioni a un problema che non può essere lasciato soltanto ai Paesi del confine marittimo meridionale.
sicurezzainternazionale.luiss.it, 17 agosto 2019
Un incendio in una prigione situata in un quartiere orientale di Città del Messico ha ucciso, giovedì 15 agosto, almeno 3 uomini, ferendone altri 7. È quanto hanno dichiarato con una nota le autorità cittadine, specificando che i funzionari stanno ancora lavorando per determinarne le cause. L'episodio è avvenuto nel quartiere di Iztapalapa alle 5.25 di mattina, ora locale.
I 3 detenuti uccisi sono stati identificati e rispondono ai nomi di Luis Enrique Tejeda, Mauricio Espindola e Carlos Enrique Perez. I 7 feriti, invece, sono stati portati in ospedale e aspettano di essere sottoposti ai trattamenti necessari in caso di inalazione di fumi. L'ufficio del procuratore generale si sta occupando di indagare accuratamente sull'incidente, ha riferito un portavoce del sistema penitenziario della città.
Il distretto sudorientale di Iztapalapa è entrato nell'occhio della stampa anche per un'altra questione, relativa alle condizioni riportate nei centri di detenzione e internamento dei migranti, in particolare minori. Secondo le descrizioni degli stessi detenuti e le segnalazioni delle Ong, è emerso che i bambini sono rinchiusi in stanze con brande di cemento e materassi, da cui molti escono con infezioni per cimici, pustole, diarrea e tonsillite.
Alcuni dormono nei corridoi, stipati con un altro centinaio provenienti dall'America Centrale, dall'Asia e dall'Africa con alle spalle un passato di violenza, privazioni e traumi. Possono vedere i genitori solo tre volte a settimana per quindici minuti. Tre pasti al giorno, un cortile e un televisore sono il loro mondo durante quei giorni o mesi.
Il centro di Iztapalapa condivide con altri centri di detenzione del Paese un precedente di denunce per sovraffollamento e per trattamento disumano. Tuttavia, continua ad accogliere i minori detenuti in Messico, più di 33.100 nel 2019, sotto il Governo di Andrés Manuel López Obrador, che ha rafforzato il controllo migratorio a seguito dell'accordo firmato a giugno con gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda la questione della sicurezza e il livello di criminalità, due temi caldi per la storia politica del Messico, negli ultimi anni una grande ondata di violenza ha colpito il Paese. Ciò è riconducibile, in gran parte, alle lotte tra cartelli, o addirittura tra fazioni rivali di uno stesso cartello, per il controllo del transito di droga verso gli Stati Uniti.
Nel 2018, il Messico ha registrato un numero record di omicidi. Il Ministero della Sicurezza ne ha riportati più di 33mila. Questa cifra ha battuto il record registrato l'anno precedente, quando gli omicidi sono stati circa 31mila.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 17 agosto 2019
La parlamentare libica Siham Sergiwa è stata rapita la notte del 17 luglio a Bengasi e a distanza di un mese non si hanno sue notizie. Decine di uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione, hanno sparato al piedi del marito Ali, picchiato il figlio Fadi di 16 anni e l'hanno portata via.
Sebbene l'identità dei rapitori non sia stata ancora accertata, testimoni oculari hanno parlato di uomini legati all'Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, che parlavano con l'accento di Bengasi e erano arrivati e ripartiti a bordo di veicoli con l'insegna "polizia militare". Un familiare ha dichiarato che quella notte tutta l'area era finita al buio.
Su un muro esterno dell'abitazione sono state lasciate la scritta "L'esercito è una linea rossa" e una firma inequivocabile: "Awliya al-Dam". I "vendicatori del sangue" sono una milizia affiliata all'Esercito nazionale libico, composta da parenti delle vittime degli attacchi mortali compiuti a Bengasi dal 2011.
Poche ore prima di essere stata rapita, Siham Sergiwa aveva rilasciato un'intervista alla tv libica Al Hadath in cui aveva criticato l'offensiva militare del generale Haftar contro Tripoli. Il marito e il figlio di Siham Sergiwa sono ancora ricoverati (o trattenuti?) in un ospedale di Bengasi, senza poter ricevere visite. Ecco dunque l'ennesimo esempio degli enormi rischi che corrono le donne libiche che osano criticare le milizie, hanno ruoli pubblici o non si conformano alle norme e agli stereotipi di genere.
Negli ultimi cinque anni tre attiviste e politiche sono state assassinate: la parlamentare Fariha al-Barkawi, la difensora dei diritti umani Salwa Bugaighis e l'attivista Entisar El Hassari. Dal 2014 non si contano i tentati omicidi, i sequestri, le aggressioni, le violenze sessuali, le minacce di morte e le campagne di diffamazione sui social media. Un anno fa, in questo blog, avevamo raccontato alcune storie di queste donne coraggiose.
articolo21.org, 17 agosto 2019
Sono passati 10 anni dallo scoppio del conflitto in Nigeria nord-orientale tra gruppi armati e l'esercito nigeriano. A distanza di un decennio, il conflitto è tutt'altro che finito. Le persone continuano ad essere costrette a lasciare le proprie case a causa della violenza e molte famiglie sfollate vivono ora in campi gestiti dalle autorità statali o allestiti informalmente a fianco delle comunità locali. La maggior parte degli sfollati sono donne e bambini che dipendono perlopiù dall'assistenza umanitaria per sopravvivere. Si stima che siano 1,8 milioni le persone sfollate negli stati nord-orientali di Borno, Adamawa e Yobe.
Dal 2009, livelli crescenti di insicurezza e sfollamenti forzati continuano a sconvolgere la vita delle persone nello stato di Borno. Medici Senza Frontiere (Msf) ha iniziato a rispondere a questa crisi nel 2014, ma la più ampia risposta umanitaria è iniziata più lentamente. Nel 2016 Msf ha lanciato l'allarme a Bama, nel Borno, per i livelli elevati di malnutrizione riscontrati dalle nostre équipe.
Sebbene la risposta umanitaria sia aumentata negli ultimi anni, le lacune nel sostegno alle comunità di sfollati non sono state adeguatamente affrontate. Molte aree dello stato di Borno restano ancora oggi insicure, il che rende difficile fornire assistenza. Gli operatori umanitari possono lavorare solo nelle enclavi controllate dall'esercito nigeriano e non possono accedere ad altre aree al di fuori del controllo militare. Ma anche in queste enclavi i bisogni delle persone restano insoddisfatti. Per questo molte persone hanno lasciato la relativa sicurezza dei campi, rischiando la vita al di fuori di essi per cercare cibo e legna da ardere.
Nei campi sfollati ufficiali la restrizione della libertà di movimento mina le opportunità di autosufficienza e impedisce alle persone di coltivare i campi, rendendole fortemente dipendenti dall'assistenza umanitaria per sopravvivere, oltre ad aggravare i traumi fisici e psicologici vissuti in un decennio di violenza.
Nei campi informali le persone vivono in condizioni di sovraffollamento in piccoli appezzamenti di terra, con scarse infrastrutture e supporto umanitario per garantire che i loro bisogni di base vengano soddisfatti. Molte famiglie dormono in minuscole capanne fatte di teli di plastica, vestiti o tessuti strappati, che non riescono a resistere nemmeno a brevi periodi di pioggia.
"Da quando siamo arrivati in questo campo otto mesi fa, non abbiamo avuto nemmeno una latrina da poter usare. Defechiamo tutti all'aperto, in un'area qui vicino"racconta Lami Mustapha, una donna di 40 anni che vive con i suoi otto figli in un campo informale a Maiduguri, la capitale dello stato di Borno. Rabi Musa, una madre di 50 anni con 10 figli, ha raccontato agli operatori di MSF di come la vita nei campi informali non sia affatto facile. "Dobbiamo tutti chiedere l'elemosina, compresi i miei figli, o svolgere lavori molto umili per sopravvivere. Non c'è nessuna forma di assistenza per noi". "Negli ultimi sei anni sono stata costretta a spostarmi tre volte. Le prime due volte sono fuggita da violenti attacchi, la terza per le difficili condizioni di vita"racconta Yakura Kolo, una donna di 30 anni che vive in un campo sfollati con i suoi cinque bambini.
A Maiduguri, l'afflusso di sfollati da tutta la regione ha raddoppiato il numero degli abitanti, da uno a due milioni di persone. Nonostante l'alta concentrazione di organizzazioni umanitarie e aiuti in quest'area, i bisogni sono enormi e i servizi medici non hanno sufficienti risorse. MSF gestisce il più importante programma di nutrizione terapeutica nel distretto di Fori a Maiduguri, dove si prende cura di bambini gravemente malnutriti con complicazioni mediche. Qui vengono ammessi fino a 300 bambini ogni mese. A maggio e giugno 2019, MSF ha visto un aumento di pazienti malnutriti perché le persone non hanno abbastanza cibo per coprire il periodo tra un raccolto e l'altro. Alcuni di loro non sono riusciti a essere ricoverati perché il centro nutrizionale era pieno. Nel distretto di Gwange, MSF gestisce un ospedale pediatrico per gli abitanti di Maiduguri e le persone sfollate, con un'unità di terapia intensiva che può anche rispondere a epidemie di malattie infettive. Nel 2019, più di 3000 bambini col morbillo sono stati ricoverati e curati all'ospedale di Gwange. Fuori Maiduguri, Msf fornisce assistenza nelle cittadine di Pulka, Gwoza e Ngala, tra cui cure mediche di base o specialistiche, trattamenti per la malnutrizione, servizi di maternità e supporto per la salute mentale.
"Essendo l'unica struttura in grado di offrire cure specialistiche in tutta l'area, stiamo facendo il possibile per assorbire l'aumento dei pazienti e il peggioramento delle condizioni sanitarie dovuto a fattori stagionali e alle precarie condizioni di vita" spiega Ewenn Chenard, coordinatore di MSF a Ngala. "In questi campi arriva una media di oltre 750 persone ogni mese. Oltre 60.000 persone sfollate vivono in meno di un chilometro quadro di terra, per la maggior parte in fragili ripari di fortuna che vengono facilmente danneggiati dalle tempeste di vento e sabbia e dalle forti piogge".
Con l'arrivo della stagione delle piogge, la salute degli sfollati può facilmente peggiorare. È verosimile che possa esserci un aumento dei casi di malaria e le persone che non hanno ricevuto trattamenti di prevenzione sono particolarmente esposte. MSF ha iniziato a trattare casi di malaria nelle proprie cliniche a Maiduguri, dove il numero di posti letto è stato aumentato da 80 a 210. Oltre a questo, Msf sta implementando una campagna di prevenzione a Banki, Bama, Rann, Ngala e Pulka, per fornire dosi di farmaci anti-malarici per i bambini di età compresa tra i tre mesi e i 5 anni.
In tutto il Borno, le inondazioni durante la stagione delle piogge hanno danneggiato le infrastrutture igienico-sanitarie e la mancanza di acqua pulita sta aumentando la vulnerabilità delle persone, in particolare dei bambini, a malattie trasmesse dall'acqua come il colera. MSF ha allestito centri di trattamento del colera, con 100 posti letto a Maiduguri e 60 posti letto a Ngala, per rispondere tempestivamente a una potenziale epidemia.
"In Nigeria nord-orientale le persone sono ancora esposte a un elevato livello di violenze ed esperienze traumatiche, in un conflitto che non è per nulla risolto"spiega Luis Eguiluz, capo missione di Msf in Nigeria. "La loro sofferenza e vulnerabilità si estende ai campi sfollati, dove i bisogni umanitari più urgenti non trovano risposta adeguata". MSF lavora in Nigeria dal 1996 e ha una presenza permanente nell'area nord-orientale del paese dal 2014. Le équipe di MSF oggi forniscono cure mediche a Gwoza, Maiduguri, Ngala e Pulka nello stato di Borno, mentre le équipe di emergenza rispondono all'insorgere di epidemie e altri bisogni umanitari urgenti.
di Arundhati Roy*
La Repubblica, 17 agosto 2019
L'India festeggia il suo 73° anno di indipendenza dal dominio britannico e bambini vestiti di stracci si fanno largo nel traffico di Delhi per vendere bandiere e souvenir con la scritta: "Mera Bharat Mahan".
La mia India è grande. Onestamente, è difficile sentirsi grandi in questo momento, perché sembra proprio che il nostro governo abbia perso ogni scrupolo. La settimana scorsa ha violato lo Statuto speciale con cui l'ex Stato principesco di Jammu e Kashmir aderì all'India ne11947. Prima, però, a mezzanotte del 4 agosto, ha trasformato l'intero Kashmir in un gigantesco campo di prigionia: 7 milioni di kashmiri sono stati costretti a barricarsi in casa, le connessioni internet sono state interrotte e i telefoni isolati.
Il 5 agosto, il ministro dell'Interno ha proposto in Parlamento di revocare l'articolo 370 della Costituzione, che stabilisce gli obblighi derivanti dallo Statuto speciale. La sera dopo, la Legge di Riorganizzazione di Jammu e Kashmir è stata approvata. La legge priva lo Stato di Jammu e Kashmir del suo status speciale. Lo priva anche della sua qualità di Stato e lo divide in due territori dell'Unione. Il primo, Jammu e Kashmir, sarà amministrato direttamente da New Delhi, anche se continuerà ad avere un'assemblea legislativa locale.
Il secondo, il Ladakh, sarà amministrato da Delhi e non avrà un'assemblea legislativa. I cittadini indiani potranno acquistare dei terreni e stabilirsi nella loro nuova proprietà. I nuovi territori, sostiene il governo, sono "aperti al mercato". Che cosa questo possa significare per la fragile ecologia himalayana del Ladakh e del Kashmir, terre dei grandi ghiacciai, dei laghi d'alta quota e dei cinque grandi fiumi, non è preso in considerazione.
Di fatto, "aperti al mercato" può significare anche insediamenti in stile israeliano e trasferimenti di popolazione, come è accaduto in Tibet. Per i kashmiri questa è un'antica paura: il loro incubo ricorrente di essere spazzati via da un'ondata di indiani che vogliono una casetta nella loro valle silvestre potrebbe facilmente avverarsi. In mezzo a queste volgari celebrazioni, tuttavia, ciò che risuona più forte è il silenzio mortale delle strade pattugliate e bloccate del Kashmir e dei suoi abitanti intrappolati e umiliati, circondati dal filo spinato, spiati dai droni, costretti a un totale blackout delle comunicazioni.
Che in quest'era dell'informazione un governo possa con tanta facilità isolare un'intera popolazione per giorni e giorni ci fa comprendere quanto sia grave il momento. Il Kashmir, dicono spesso, è il lavoro incompiuto della "Partizione". Se la Partizione, con l'orribile violenza che provocò, è una profonda ferita aperta nella memoria, la violenza di quei tempi, e degli anni successivi, sia in India che in Pakistan, è dovuta tanto all'assimilazione che alla Partizione. In India, il progetto di assimilazione, definito "costruzione della nazione", ha significato che tutti gli anni dal 1947, l'esercito indiano è stato schierato all'interno dei confini dell'India contro il "suo popolo". In Kashmir, Mizoram, Nagaland, Manipur, Hyderabad e Assam.
Il processo di assimilazione è costato la vita a decine di migliaia di persone. Quello che si sta realizzando oggi, su entrambi i lati del confine dell'ex Stato di Jammu e Kashmir, è l'incompiuto processo dell'assimilazione. Oggi il Kashmir è forse una delle zone più densamente militarizzate del mondo, se non la più militarizzata in assoluto. Più di mezzo milione di soldati sono stati schierati contro ciò che lo stesso esercito ora ammette essere solo un manipolo di "terroristi".
Ciò che l'India ha fatto in Kashmir negli ultimi trent'anni è imperdonabile. Si ritiene che nel conflitto siano state uccise circa 70.000 persone, tra civili, militanti e militari. Migliaia di persone sono "scomparse" e altre decine di migliaia sono passate nelle camere di tortura disseminate nella valle come una rete di piccole Abu Ghraib. Negli ultimi anni, centinaia di adolescenti sono stati accecati dall'uso di fucili a pallini, la nuova arma preferita dalle forze di sicurezza.
La maggior parte dei militanti che oggi opera nella valle sono giovani kashmiri, armati e addestrati sul posto. Fanno quello che fanno sapendo che dal momento in cui prendono in mano un fucile è improbabile che la loro "durata di conservazione" sia superiore a sei mesi. Ogni volta che un "terrorista" viene ucciso, i kashmiri si presentano a decine di migliaia per seppellire un giovane che venerano come uno shahid, un martire.
Nel primo mandato di Narendra Modi come premier, la durezza del suo approccio ha esacerbato la violenza in Kashmir. Ma ora, a due mesi dal secondo mandato, il governo Modi ha giocato la carta più pericolosa di tutte. Ha gettato un fiammifero acceso in una polveriera. Se questo non bastasse, il modo vile e disonesto in cui l'ha fatto è vergognoso.
Nell'ultima settimana di luglio, con vari pretesti, sono stati trasferiti in Kashmir altri 45.000 militari. Il pretesto più grande è stato che c'era una minaccia "terrorista" pachistana per l'Amarnath Yatra, il pellegrinaggio annuale durante il quale centinaia di migliaia di devoti indù si recano in Kashmir. Il E di agosto, alcune reti televisive indiane hanno annunciato di aver trovato lungo il percorso del pellegrinaggio una mina con il marchio dell'esercito pachistano. I12 agosto, il governo ha chiesto a tutti i pellegrini di lasciare la valle. Sabato 3 agosto i militari avevano occupato l'intera valle. A mezzanotte di domenica, i kashmiri erano costretti a chiudersi in casa e tutte le reti di comunicazione avevano smesso di funzionare.
L'8 agosto, quattro giorni dopo l'inizio del coprifuoco, Narendra Modi è apparso in televisione. Sembrava un'altra persona. Era scomparsa l'abituale aggressività e il tono irritante e accusatorio. Parlava, invece, con la tenerezza di una giovane madre. La voce gli tremava e gli occhi gli brillavano di lacrime mentre elencava gli innumerevoli benefici che sarebbero piovuti sul popolo dell'ex Stato di Jammu e Kashmir, adesso governato direttamente da Nuova Delhi. Ha evocato le meraviglie della modernità indiana come se stesse educando dei contadini dei tempi feudali usciti da una macchina del tempo. Ha parlato di come i film di Bollywood sarebbero stati nuovamente girati nella loro valle verdeggiante.
Non ha spiegato però perché ai kashmiri fosse imposto il coprifuoco e il blocco delle comunicazioni. Non ha spiegato perché questa decisione sia stata presa senza consultarli. Non ha detto come un popolo che vive sotto un'occupazione militare possa godere dei grandi doni della democrazia indiana. Quando tutta questa farsa finirà, perché deve finire, la violenza si riverserà inevitabilmente dal Kashmir in India. Sarà usata per infiammare l'ostilità contro i musulmani, che sono già demonizzati, ghettizzati, spinti nei gradini inferiori della scala economica e, con terrificante regolarità, linciati.
Lo Stato ne approfitterà per stringere il cerchio anche su altri - attivisti, avvocati, artisti, studenti, intellettuali, giornalisti - che hanno protestato. Il pericolo arriverà da molte direzioni. L'organizzazione più potente dell'India, l'estrema destra nazionalista indù Rashtriya Swayamsevak Sangh, o R.S.S.S., con più di 600.000 membri tra cui Modi e molti dei suoi ministri, ha una milizia "volontaria" addestrata, ispirata alle Camicie Nere di Mussolini.
Ogni giorno che passa, la R.S.S.S. avanza in ogni istituzione dello Stato: ha già raggiunto un punto in cui più o meno è lo Stato stesso. Intellettuali e accademici sono una delle loro maggiori preoccupazioni. A maggio, la mattina dopo che il partito Bharatiya Janata aveva vinto le elezioni generali, Ram Madhav, segretario generale del partito ed ex portavoce del R.S.S.S., ha scritto che gli "avanzi" dei "cartelli pseudo-secolar/liberali che avevano un'influenza e una presa sproporzionate sull'establishment intellettuale e politico del Paese... devono essere eliminati dal panorama accademico, culturale e intellettuale del Paese".
Il 1° di agosto, in vista di questa "eliminazione", la già draconiana Legge sulla prevenzione degli atti illegali è stata modificata. Un emendamento ora consente al governo di definire qualsiasi individuo come terrorista senza seguire la procedura legale di una denuncia, di un atto d'accusa, di un processo e di una condanna. Mentre il mondo sta a guardare, prende forma l'architettura del fascismo indiano.
*Traduzione di Luis E. Moriones
lacnews24.it, 16 agosto 2019
L'iniziativa coinvolge i penitenziari di Catanzaro, Cosenza, Palmi, Vibo Valentia e Reggio Calabria. In riva allo Stretto anche Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali italiane.
Porre al centro i diritti dei detenuti. Questo l'obiettivo della mobilitazione dei penalisti per l'iniziativa "Ferragosto in carcere" promossa dal Partito radicale ed abbracciata dall'Osservatorio Carcere Ucpi. Il progetto partirà oggi, 15 agosto e si concluderà il 18. Per l'occasione, in 17 regioni su 20, 70 luoghi di detenzione saranno visitati da oltre 278 tra dirigenti e militanti del Partito radicale, avvocati dell'Unione Camere Penali, parlamentari, garanti delle persone private delle libertà personali.
Le tappe in Calabria - Anche in Calabria saranno effettuate diverse visite a Catanzaro, Cosenza, Palmi, Vibo Valentia e Reggio Calabria. In particolare, a Reggio Calabria, alla casa circondariale "Panzera", il 16 agosto 2019, sarà presente anche l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, unitamente all'avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell'Osservatorio Carcere Ucpi, agli avvocati Emanuele Genovese, Paolo Tommasini, Giuseppe Belcastro e Giuseppe Cherubino.
"La presenza in Calabria, e nello specifico a Reggio, del nostro presidente Caiazza, è il segnale della rinnovata attenzione della comunità dei penalisti italiani verso una regione affamata di diritti, di garanzie e del rispetto dello Stato di diritto, precondizioni essenziali per una crescita sociale, civile ed economica dei nostri territori", specifica in una nota stampa l'Osservatorio.
camerepenali.it, 16 agosto 2019
In questo preciso momento, nel nostro paese, il populismo non rappresenta più una moda o una corrente di pensiero, ma è divenuta una vera e propria forma di governo. Gli eletti dal popolo sono così profondamente legati al suo sentire da non aver più in mente quello che dovrebbe essere l'obiettivo principale, ovverosia realizzare il programma che li ha premiati e costretti ad una improbabile ed ibrida coalizione.
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