di Sandro Addario
www.firenzepost.it, 2 aprile 2015
Il previsto trasferimento di 22 internati gravi dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo all'Istituto Mario Gozzini di Firenze, la struttura a custodia attenuata più nota come "Solliccianino", sta creando fermento e preoccupazione tra gli stessi detenuti della struttura penitenziaria. Dopo la decisione della Regione Toscana, il tam tam è corso veloce tra le celle del Gozzini, tanto che oggi 1 aprile gli stessi detenuti hanno preso carta e penna e consegnato alla Direzione del carcere una lettera aperta, da trasmettere al Garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini.
La preoccupazione maggiore riguarda le possibilità di "convivenza" - pur in ambienti separati - tra detenuti che stanno seguendo un percorso di riabilitazione che può portare anche alla semilibertà e soggetti affetti da patologie psichiatriche gravi. Tanto più che sembra che per "far spazio" ai 22 di Montelupo, qualche decina dei 90 detenuti di Solliccianino dovrà far ritorno in un carcere "ordinario". Resta aperto anche il problema su chi dovrà sorvegliare gli internati: la Polizia Penitenziaria o personale delle Asl? Con quali costi?
"Siamo i detenuti dell'Istituto Mario Gozzini - scrivono nella loro lettera - e abbiamo appreso dai giornali e dalle TV che questa struttura verrà convertita ad uso sanitario per la detenzione di soggetti con patologie psichiatriche (anche gravi) dell'Opg di Montelupo Fiorentino. Siamo sinceramente preoccupati dal momento che questo istituto è nato 25 anni fa come primo carcere a custodia attenuata in Italia allo scopo di seguire e sostenere i progetti delle persone detenute. Si sottolinea poi che il Mario Gozzini (meglio conosciuto in citta come Solliccianino) ospita anche un reparto dove confluiscono detenuti per concludere la pena in semilibertà".
"La nostra preoccupazione - dicono i detenuti - riguarda l'eventuale cambio di destinazione dell'attuale struttura ad uso totalmente psichiatrico e quindi la domanda che ci poniamo è: come finirà il nostro percorso di riabilitazione nella società se verremo abbandonati e trasferiti in altre carceri? Qualcuno tra noi, mentre si trovava in altri Penitenziari, era diventato depresso e non vedeva più il futuro, mentre qui ha ricominciato a sperare".
"L'Istituto - prosegue la lettera - non è preparato all'accoglienza di detenuti con patologie psichiatriche e riconvertirlo a questo scopo comporterà sicuramente un costo ulteriore per Ia società. Ci teniamo a far presente che al momento in questa struttura siamo circa 90 detenuti di cui alcuni in semilibertà e quindi già avviati verso un concreto reinserimento esterno. Tutti gli altri sono occupati durante la giornata in corsi scolastici e di formazione professionali ed in laboratori di tipo culturale e varie attività lavorative".
"A questo punto - concludono i detenuti - ci sentiamo trattati come "merce di scambio" e non come esseri umani che hanno commesso degli errori ma cercano di riprendere in mano la loro vita. Ci sembra che chi ha pensato a questa nuova destinazione per l'Istituto Gozzini voglia privarci di quei pochi diritti che la nostra condizione ci consente. Pertanto desideriamo che la nostra situazione ed i nostri pur fragili diritti non vengano sottovalutati chiedendo a chi di dovere di riflettere bene sui percorso che ha intrapreso".
di Livio Coppola
Il Mattino, 2 aprile 2015
Lavoriin corso in Irpinia per ospitare i detenuti degli ex Opg. Con aprile si è avviata la riforma del Ministero della Giustizia che, di fatto, porterà alla chiusura di tutti gli ospedali psichiatrico giudiziari. In Campania sono due (Aversa e Napoli), e in queste ore si è avviata la procedura di trasferimento, ovviamente, graduale, di tutti i condannati che vi risiedevano. In provincia di Avellino nei prossimi giorni ne arriveranno al massimo 10, nella struttura intermedia di Bisaccia, mentre a fine maggio aprirà la vera e propria residenza (Rems) di San Nicola Baronia, che contribuirà con 20 posti al superamento definitivo degli ospedali.
Dal momento in cui il Ministero della Giustizia ha annunciato il varo operativo della riforma, ossia due giorni fa, si era montata un po' di confusione nelle diverse province, chiamate tutte con nuove strutture a contribuire alla chiusura di Opg ormai da tempo considerati desueti e, in alcuni casi, non umani per le condizioni di detenzione di persone che, avendo ricevuto condanne con tanto di certificazione di infermità mentale, necessitano di trattamenti specifici. L'Irpinia, però, recependo il piano di superamento studiato dalla Regione, ha risposto positivamente dando inizio a tutte le opere necessarie a garantire nuova ospitalità innanzitutto ai residenti della provincia che vivevano negli Opg (circa una decina, secondo le ultime statistiche), con la possibilità di dare
spazio anche a soggetti di altra provenienza, ma sempre in base a quanto stabilito da Regione e Asl. In tal senso, il primo plesso ad aprire i battenti sarà la Sir (struttura intermedia di residenza) inserita nell'ex ospedale Di Guglielmo di Bisaccia. "Le prime persone che l'Irpina sarà chiamata a gestire in seno al superamento degli Opg saranno trasferite nei prossimi giorni a Bisaccia - dove sono in corso dei piccoli aggiustamenti per garantire il funzionamento dell'ala dell'edificio destinata a questa nuova funzione - spiega il commissario dell'Asl Avellino Mario Ferrante. Va premesso che i detenuti arriveranno gradualmente dopo la valutazione dì ogni singolo caso (per tipologia dì reato commesso e di patologia psichiatrica). A Bisaccia potranno arrivarne al massimo 10, ma non è detto che si raggiunga questo numero".
Bisaccia sarà una sistemazione temporanea, riservata soprattutto ai detenuti con minore grado di pericolosità, al contempo nel carcere di Sant'Angelo dei Lombardi sarà in funzione un'articolazione ad hoc, sempre di 10 posti, dove potranno trovare posto le persone condannate per ireati più gravi. Il tutto, però, è funzionale al vero e proprio superamento degli Opg, che avverrà con l'apertura delle Rems, residenze che rappresentano la nuova dimensione di vita del detenuto psichiatrico, e che saranno attrezzate per garantire cure e vivibilità, connesse ovviamente alla necessità di scontare la pena. L'Irpinia avrà la sua Rems a San Nicola Baronia, con inaugurazione prevista alla fine di maggio: "I lavori nella ex Rsa di San Nicola inizieranno oggi e abbiamo programmato di terminarli in due mesi - spiega ancora Ferrante - anche in questo caso parliamo di un edificio in buone condizioni, per il quale saranno necessari pochi accorgimenti. Allo stesso tempo è in corso la gara per affidare i servizi interni alla residenza e integrare le risorse umane che l'azienda ha già destinato ai servizi penitenziari".
Dunque per la prima volta l'Irpinia contribuirà al sistema penitenziario psichiatrico. Per Ferrante non c'è da preoccuparsi: "Le criticità possono esserci ma siamo attrezzati per affrontarli, questa riforma può incutere timori più adirsi che a farsi. Il territorio si è fatto trovare più pronto di altri, l'importante sarà applicare la legge in modo puntuale ed efficiente".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 2 aprile 2015
Il nuovo carcere di Uta comincia a fare acqua da tutte le parti. Non è un modo di dire perché il nuovo complesso penitenziario sardo sembra "fare acqua" nel vero senso della parola. A denunciarlo è il deputato e leader sardo di Unidos, Mauro Pili, pubblicando fotografie e un video che sembrano lasciare poco spazio all'immaginazione. In particolare, si vede una stanza con due estintori circondati da carta bagnata e da un recipiente, oltre a una bottiglia d'acqua capovolta che scende dal tetto. E non mancano delle abbastanza chiare macchie proprio sul soffitto, tipiche di infiltrazioni d'acqua.
Pili così denuncia: "Lo scenario che si presenta nella struttura appena aperta costata 95 milioni di euro è qualcosa di surreale. In queste ultime settimane di pioggia la principale occupazione dentro la struttura è stata quella di tamponare l'avanzata delle perdite. È l'ennesima dimostrazione della superficialità con la quale si è operato in occasione dell'apertura del carcere di Uta".
Poi il leader di Unidos continua: "Il Dap l'ha aperta senza alcun tipo di collaudi e soprattutto negando qualsiasi tipo di verifica degli stessi documenti. Ha imposto a tutti gli uffici pubblici l'apposizione della segretezza di atti autorizzativi, compresa la verifica dell'iter di collaudi". E conclude, annunciando anche un'interrogazione parlamentare: "Tutto questo avviene con la vergognosa copertura della situazione da parte della direzione dello stesso
carcere, che continua a stare in silenzio su quanto sta avvenendo e anzi a negare l'evidenza di queste immagini".
Da ricordare che il carcere di Uta attualmente a regime, ospiterà - assieme al carcere di Sassari -tutti i detenuti del 41 Bis, attualmente dislocati su tutto il territorio italiano. La proposta di concentrare i detenuti a regime speciale nelle due carceri fa discutere e va a scontrarsi con le parole del dottor Roberto Piscitello - direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap -ascoltato il giungono scorso dalla Commissione straordinaria dei diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi.
Così Piscitello disse durante l'audizione: "Nell'assegnazione della misura si evita l'assembramento in pochi istituti di soggetti che facciano parte della medesima associazione o di organizzazioni fra loro contrapposte. E si evita che soggetti di grande spessore criminale siano ristretti nello stesso istituto. I soggetti in 41 bis sono detenuti rigorosamente in celle singole. Come tutti i detenuti hanno diritto a colloqui e momenti socialità con altri detenuti, in gruppi non superiori a quattro". Alla notizia dell'imminente trasferimento dei detenuti sottoposti al regime duro, ha alzato la voce sempre il deputato Mauro Pilli: "La commissione antimafia deve occuparsi immediatamente dello scellerato progetto del Dap di trasferire in Sardegna oltre 200 capimafia".
www.lecceprima.it, 2 aprile 2015
Marconi group, vincitrice della gara bandita dall'amministrazione penitenziaria, non intenderebbe rispettare la clausola sociale. Sit-in presso Borgo San Nicola. Ugl, Cgil e Uil: "Applicati contratti minori, a Lecce 4 persone su 8 sono rimaste fuori. Inaccettabile".
Una nuova vertenza sindacale si profila all'orizzonte e questa volta riguarda gli istituti penitenziari regionali. I sindacati Ugl, Cgil e Uil hanno voluto accendere un faro sui disagi che si starebbero verificando, in queste ore, all'interno del servizio mensa delle carceri pugliesi. Così questa mattina hanno organizzato un sit-in di protesta all'ingresso della Casa circondariale di Lecce. Il dito è puntato contro la nuova ditta che è subentrata nella gestione del servizio, Marconi group srl di Isernia, rea di non aver rispettato la clausola sociale nel cambio d'appalto. Quella stessa clausola, cioè, che mira alla salvaguardia dei livelli occupazionali e retributivi ad ogni passaggio di testimone negli appalti pubblici, così come sancito dalla normativa nazionale che disciplina la materia.
E così come è stato previsto anche dal principale contratto nazionale di categoria, firmato dalle organizzazioni sociali maggiormente rappresentative. La nuova società, invece, stando alla denuncia dei sindacalisti, avrebbe deciso di applicare un contratto di categoria "minore", siglato da sindacati autonomi. E ciò per mantenere la possibilità di assorbire solo una parte dei lavoratori già impiegati sull'appalto, anziché tutti. "Marconi ha selezionato solo una parte del personale che, invece, può vantare un'esperienza ventennale nel settore.
Ed è la prima volta che succede: il Consiglio di Stato si era già espresso in proposito, in occasione dell'ultimo capitolato d'appalto, quando ha ammonito l'amministrazione carceraria ad affidare il servizio alla seconda ditta vincitrice della gara pubblica, condannandola anche al risarcimento dei danni per il mancato guadagno della società in quel frangente di tempo - precisa Maurizio Lezzi di Ugl. E ciò proprio perché la prima classificata non aveva applicato la clausola sociale".
E ancora: "Marconi ha lasciato alcuni lavoratori fuori, ed altri dentro, tutto a sua discrezione. A Lecce ne ha assorbiti la metà, quindi 4 su 8, e su scala regionale appena 18 su 42. In questo modo non sta rispettando neppure le norme previste dal bando di gara formulato dal committente, cioè dal provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria".
La ditta, stando a quanto riferito dallo stesso sindacalista, non si sarebbe neanche presentata al tavolo istituito, in proposito, dall'assessore regionale al Lavoro, Leo Caroli. E oggi gli agenti degli istituti penitenziari avrebbero ricevuto per pranzo un cestino, anziché una pietanza cucinata "perché la nuova società non è ancora pronta per partire con il servizio", puntualizza Lezzi. I sindacati intendono quindi inchiodare l'azienda al rispetto della clausola sociale e si dicono pronti ad impugnare legalmente i contratti già sottoscritti con una parte del personale. In più chiedono all'amministrazione carceraria di intervenire per garantire la piena applicazione delle norme previste dal bando di gara.
Il Centro, 2 aprile 2015
Sono iniziati nello scorso fine settimana gli interventi di pulizia delle spiagge invase da cumuli di rifiuti depositati sulla battigia dalle violenti mareggiate. Ad occuparsi della loro rimozione è una vera e propria task force formata dagli operai della Pulchra, la società mista pubblico-privata che vede il Comune socio di maggioranza, e da una quindicina di internati della Casa Lavoro di Torre Sinello.
Insomma, i turisti che durante le feste di Pasqua arriveranno a Vasto per trascorrere qualche giorno di vacanza, troveranno i lidi puliti e in ordine. Un biglietto da visita importante per una località turistica. "Le mareggiate invernali hanno accumulato sulle spiagge della riserva quantitativi enormi di rifiuti", dice Alessia Felizzi, della Cogecstre, la cooperativa di Penne che ha in gestione l'oasi costiera, "i quindici internati che in questi giorni stanno raccogliendo il materiale spiaggiato a Punta Penna, a Mottagrossa e negli altri lidi del parco costiero, sono alle prese con un lavoro faticoso: polistirolo ovunque ridotto in piccoli frammenti, grossi quantitativi di materiale ingombrante, bidoni, boe e pneumatici. Il Comune di Vasto provvederà allo smaltimento di quanto raccolto. Ringraziamo il direttore, Massimo Di Rienzo, l'educatore Lucio Di Blasio e le guardie della Casa Lavoro per l'impegno nell'organizzazione e tutti i volontari", conclude Felizzi.
Soddisfatto anche l'assessore Marco Marra. "Stiamo facendo il possibile affinché i vastesi e i primi turisti in arrivo a Pasqua trovino le spiagge pulite dai rifiuti", commenta il delegato ai Servizi e alle riserve, "tutti gli operai del Comune sono al lavoro. L'unico rammarico sono la palme della riviera: ci eravamo impegnati ad abbattere le piante infestate dal punteruolo rosso e a sostituirle prima di Pasqua, ma gli uffici sono ancora alle prese con la gara. Per le feste pasquali non si fa in tempo", conclude l'assessore. Risale al 12 marzo la delibera con cui la giunta comunale impegnava la spesa di 72mila euro per il taglio e lo smaltimento delle palme attaccate dal terribile insetto asiatico che ha fatto strage delle rigogliose chiome. Sono in tutto 120 le piante malate, di cui 80 alla Marina e 40 in altre zone della città. Verranno eliminate e sostituite con le palme Washington.
di Giuseppe La Lota
Corriere di Ragusa, 2 aprile 2015
L'iniziativa voluta dal presidente del Consiglio Iacono e patrocinata dal Comune, ha visto la partecipazione del sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri: "I detenuti devono poter lavorare in carcere e fuori per una piena riabilitazione".
Dentro una cella esplode quanto di manicheo coabita nell'animo umano: il bene e il male guidati da istinti che segnano e cambiano per sempre la vita di una persona. Henri Charrière, sopravvissuto ai lavori forzati nella Guyana Francesce dell'isola del Diavolo, con il best seller "Papillon" ha fatto la sua fortuna economica e sociale vivendo da uomo libero e onesto fino alla morte nel 1973. Nel volume "Racconti dal Carcere", curato dalla giornalista, scrittrice, autrice e conduttrice radiofonica Rai Antonella Bolelli Ferrera, edito Rai, che raccoglie 26 storie scritte da detenuti-partecipanti al Premio "Goliarda Sapienza" (quinta edizione), c'è uno spaccato di vita che si legge d'un fiato e che ti lascia senza respiro.
Il lavoro letterario svolto da Antonella Bolelli, con la collaborazione di intellettuali e professionisti del calibro di Elio Pecora, Giancarlo De Cataldi, Erri De Luca, Federico Moccia, lo scrittore che ha incatenato l'amore a Ponte Milvio fino a contagiare persino il più vecchio dei 3 ponti di Ragusa, Massimo Lugli, inviato di cronaca nera di Repubblica, e l'attore e regista Carlo Verdone, per citare i più noti, è stato presentato dentro l'auditorium del carcere di contrada Pendente a Ragusa. Moderatore, il capo ufficio stampa del Comune Pino Blundo.
Un evento fortemente voluto e patrocinato dal presidente del Consiglio Giovanni Iacono, che ha subito coinvolto l'amministrazione comunale, il sindaco Federico Piccitto e l'assessore ai Servizi sociali Salvatore Martorana. Un evento che non ha lasciato indifferente neanche il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, giunto a Ragusa con un volo destinazione Comiso e ricevuto dal prefetto Annunziato Vardè e dal presidente Iacono.
L'evento "Cultura per la Legalità - Raccontare il disagio" si è articolato in due giornate. Il 30 pomeriggio nel carcere di Ragusa, alla presenza di decine di detenuti che hanno parlato della loro condizione personale davanti al sottosegretario, e il 31 mattina nell'aula Magna D'Arrigo dell'Istituto Fabio Besta. "Da questo incontro - ha detto Antonella Bolelli - spero di ricevere molti racconti dai detenuti di Ragusa per la sesta edizione del premio. Produciamo libri e la Rai realizza pure qualche cortometraggio, tutto senza fini di lucro, i proventi di questi lavori servono a migliorare le condizioni carcerarie".
"Questi che si raccontano - riflette Elio Pecora sui lavori letterari presentati- sono uomini e donne onesti: se nudità e onesta consistono nell'arrivare a mostrarsi in quel che si è, insieme delusi, disperati, e pure ancora affacciati all'attesa. Forse soltanto per consegnarsi per una vicinanza che vale una restituzione".
Grande disponibilità da parte della Direzione del carcere, il direttore Giovanna Maltese, il comandante del personale penitenziario Chiara Morales, la responsabile dell'Area trattamentale Rosetta Noto. Il regista e attore Gianni Battaglia ha arricchito l'emozione dell'evento recitando da par suo alcune poesie di forte impatto emotivo. Ma il clou si è avuto con la testimonianza diretta di Salvatore Saitto, che la mamma chiamava Rore, il vincitore del premio con il racconto "Così mi nasceva la solitudine", tutor lo scrittore Erri De Luca. Saitto ha 64 anni, napoletano verace, capelli bianchi, un volto scavato da sofferenza e diversi anni di carcere. Rore non è il solito detenuto finito dentro per reati comuni, ha da poco conseguito la maturità scientifica ed è iscritto al terzo anno di Giurisprudenza, quando viene contagiato dalla politica del '68 e degli anni di piombo: accusato di essere collaboratore marginale del Brigate rosse, associazione a banda armata. Finì a Fossombrone, i primi 9 mesi in isolamento.
"Dobbiamo parlare alle persone che ci vogliono bene- dice Saitto rivolto agli altri detenuti- anche se siamo delinquenti. Ci siamo fatti strappare il sole dalla pelle. Il reato è anche istigato dalla società, se fossimo stati più tranquilli. Giusto che paghiamo le colpe commesse, ma a un certo punto mi sono detto: in carcere non voglio più tornare. Ho fatto il lavapiatti a Ischia, passando facilmente dall'euforia alla depressione. Amici, riprendiamoci il sole, non vale la pena spendere un solo giorno della nostra vita in un carcere. Soffro sapendo che io stasera uscirò e voi ritornerete nelle vostre celle".
Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo è molto pragmatico nell'affrontare il tema della condizione carceraria. Ascolta il parricida che ha ammazzato il padre perché probabilmente picchiava la madre; quello che rivendica l'innocenza dall'accusa di detenere marijuana, il senegalese presunto scafista che trasportava disperati affermando di non saperlo. "Conosco meglio le carceri da sottosegretario- dice- che da magistrato. La novità è che stiamo dando attenzione al lavoro nelle carceri. Su 200 carceri in Italia, abbiamo finanziato 600 progetti, qualcosa avrà anche Ragusa. Chi lavora in carcere senza retribuzione potrà usufruire sconti di pena. Aspettiamo che le imprese facciano convenzioni con il carcere per assumere beneficiando di forti sgravi fiscali".
Il sottosegretario ha giudicato fattibile la proposta di mettere a disposizione dei detenuti che vogliono lavorare le strutture immobiliari confiscate alla mafia. "Meglio farle fruttare qualcosa che lasciarle morire abbandonate". Riguardo al decreto svuota carceri, il sottosegretario Ferri si ritenuto soddisfatto dei risultati: "Abbiamo ridotto a 50 mila unità i detenuti, rispetto alle 65 mila di prima senza ricorrere ad amnistia e indulto". Il vice ministro ha detto anche di essere favorevole all'"ergastolo della patente" in caso di omicidi della strada, tema molto sentito dopo alcune sentenze della Cassazione favorevoli ai pirati della strada che si sono macchiate di stragi.
Radio Vaticana, 2 aprile 2015
Papa Francesco si reca nel pomeriggio nel Carcere di Rebibbia a Roma, presso la Chiesa del "Padre Nostro", per celebrare la Messa "in Coena Domini", durante la quale laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile. Sull'attesa nell'istituto di detenzione Fabio Colagrande ha sentito Daniela De Robert, volontaria a Rebibbia, presidente dell'associazione VIC volontari in carcere della Caritas di Roma.
R. - L'attesa è molto forte. Sicuramente è un'attesa gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne che verranno dal vicino carcere femminile; è un'attesa che coinvolge un po' tutti, perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco, un segnale molto forte di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere; un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone.
D. - C'è un magistero particolare di Papa Francesco dedicato ai detenuti, riassumibile nella frase detta recentemente nel carcere di Poggioreale a Napoli: "Nessuno può dire io non merito di essere carcerato". Cosa significa?
R. - Significa moltissimo, e - mi permetto di dirle - in continuità anche con gli altri due pontefici, Giovanni Paolo II che incontrò la persona che gli sparò con un gesto di perdono fortissimo; Benedetto XVI che scelse di incontrare i detenuti, parlare dialogare con loro nello stesso carcere di Rebibbia, e Papa Francesco che da sempre dice: "Non giudichiamo, perché siamo tutti sulla stessa barca in qualche modo". Ricordo quando lui incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: "Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no". È un modo di dire: "Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve". E non giudicare in un mondo dove si è costantemente giudicati - durante il processo, quando si sta in carcere, quando si esce si diventa ex-detenuti, comunque persone da condannare - è un messaggio che scalda il cuore, ed è un messaggio importante anche per la comunità cristiana che non sempre pensa che quel fare visita ai detenuti sia un po' alla pari con il far visita ai malati.
D. - Cosa significa vivere la Settimana Santa in carcere? Immagino che anche detenuti non credenti stiano attendendo la visita del Papa ...
R. - Sì, la spiritualità, la domanda di spiritualità è un aspetto molto forte della vita in carcere quando si ha anche più tempo per pensare, per stare con se stessi, un tempo vuoto che spesso è riempito dalla riflessione. C'è una domanda di spiritualità, ci sono esigenze comuni; spesso anche i detenuti non cristiani, di altre religioni, vengono alla Mesa perché comunque è uno spazio di preghiera e di forte condivisione. Per tutti il messaggio del Papa è questo: "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Siamo un unico popolo, siamo un'unica comunità. Venerdì scorso abbiamo celebrato, sempre nella stessa chiesa, la Via Crucis insieme a don Enrico Feroci, il direttore della Caritas diocesana, che aveva portato in carcere la Croce di Lampedusa. Quel condividere sofferenze diverse è stato un momento importante.
D. - Giovedì il Papa incontrerà anche le detenute; anche mamme con bambini. Ricordiamo che per le donne detenute spesso c'è una sofferenza in più, quella della separazione dai figli ...
R. - La separazione dai figli per le donne è devastante. È un dolore immenso, lo vivono anche gli uomini naturalmente, ma per una donna essere separata dai figli vuol dire vivere moltissimo, un senso di colpa, vuol dire sentirsi cattive madri, sentirsi abbandonate dai figli. Verranno tutte le donne del nido con i loro bambini tra zero e tre anni; saranno in prima fila nella chiesa, ma simbolicamente con il Papa ci saranno in quel momento tutti i figli e tutte le figlie troppo violentemente e troppo profondamente separati dai genitori per il carcere.
D. - Giovedì sera, quando il Papa lascerà il carcere di Rebibbia dopo la celebrazione di questa Santa Messa nella Cena del Signore cosa lascerà?
R. - Lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.
di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 2 aprile 2015
L'ultimo numero di "Democrazia & diritto", è dedicato a "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea": esiste una via d'uscita alle derive securitarie dell'homo videns?
Sin dagli albori della modernità, l'universo carcerario costituisce il prisma attraverso il quale le trasformazioni politiche, economiche e sociali si scompongono e assumono una fisionomia leggibile. Il paradigma disciplinare, il trattamento degli anormali e l'approccio rieducativo costituiscono tappe fondamentali del governo dei conflitti, del governo delle classi pericolose, in relazione con le modifiche qualitative che interessano la società capitalista.
L'ultimo numero della rivista Democrazia & diritto, intitolato "Carcere, giustizia e società nell'Italia contemporanea" (pp. 174, Franco Angeli), si prefigge lo scopo di fornire una mappa delle trasformazioni della società italiana odierna attraverso il carcere, avvalendosi del contributo di studiosi ed esperti provenienti da vari background: sociologi, giuristi, esponenti dell'associazionismo, provano a delineare le tendenze che riguarderanno il rapporto tra pena e società nel nostro paese.
Muovendosi tra le macerie lasciate dal ventennio securitario, gli autori si muovono su tre piani. Oltre a ricostruire la genealogia del punitivismo contemporaneo, cercano di predire l'effetto che produrranno i nuovi interventi deflattivi, finendo per porsi la vexata quaestio congenita agli studiosi dell'universo penitenziario: esiste una via di uscita dal carcere come strumento di sanzione dei comportamenti illegali?
Parafrasando a rovescio un modo di dire riferito all'economia, ad un primo sguardo possiamo affermare che la polmonite che ha colpito gli Usa, nel contesto penitenziario, ha causato all'Italia soltanto un raffreddore. Infatti, se oltreoceano si assiste ad una parabola inflattiva, che dal 1973 al 2003 ha fatto schizzare il numero dei detenuti da 100mila a 4 milioni di unità (senza contare i detenuti in esecuzione penale esterna), le patrie galere, più o meno nello stesso periodo, hanno "solamente" raddoppiato i loro ospiti, passando dai 25 mila del 1990 agli oltre 60 mila di venti anni dopo. In realtà, a mettere in relazione l'aumento della popolazione detenuta coi cambiamenti sociali degli ultimi venti anni, le lacerazioni prodotte dall'uso della carcerazione sul tessuto sociale italiano risaltano in tutta la loro gravità.
Due terzi della popolazione detenuta sono dovuti alla legislazione criminogena sugli stupefacenti e sulle migrazioni, aggravate dai pacchetti sicurezza approvati dai governi espressioni di diverse maggioranze politiche. Il panico morale seguito a Tangentopoli è scaturito nell'approvazione di un provvedimento che eleva la maggioranza qualificata per approvare le amnistie da due terzi a quattro quinti, rendendo impossibile varare quei provvedimenti di amnistia che consentivano, periodicamente, di riportare il carcere a livelli minimi di vivibilità. Lo stesso indulto dell'estate del 2006, ha provocato non pochi. travagli presso l'opinione pubblica, diffondendo la convinzione, smentita dai dati, che i 30mila detenuti che avevano fruito del beneficio stessero per ridurre il Paese a un Far West contemporaneo.
L'Italia ha seguito le tendenze punitiviste sviluppatesi a ridosso del neo-liberismo, con la sfera penitenziaria sovraccaricata del governo delle trasformazioni sociali e dei conflitti che producono. Il carcere è diventato lo strumento di incapacitazione collettiva per eccellenza, dove i gruppi sociali marginali vengono depositati per fornire una rassicurazione posticcia a un corpo sociale sfilacciato dalla precarietà dilagante e disorientato dalla fine delle grandi narrazioni. Inoltre, abbiamo prodotto una peculiarità tutta nostra, in quanto il ventennio berlusconiano ha assurto a figura paradigmatica dello spazio pubblico l'homo videns, orientato verso il consumo, la soddisfazione di desideri a breve termine, quindi evocatore di misure esemplari più nella loro carica sensazionalista che nella loro efficacia pratica.
La cultura punitivista entra in crisi in questi anni di recessione, trascinandosi dietro il tramonto definitivo delle prospettive rieducative. Si fanno strada altri tipi di provvedimenti deflattivi, e la possibilità di applicare a più ampio raggio misure alternative alla detenzione. Tuttavia, rimane il problema della centralità della punizione nel diritto penale contemporaneo, e la necessità di superarla in modo originale, senza intaccare le prerogative connesse alla tutela dei beni individuali e collettivi. Questo passaggio, sostengono gli autori, non può essere figlio di progetti riformisti dall'alto. Se il carcere è connaturato alla repressione statale e allo sfruttamento capitalista, è a partire dalla messa in discussione dei rapporti di forza esistenti che bisogna muoversi. Peccato che manchi una prospettiva articolata di mutamento radicale, e che invece si stia facendo strada un nuovo panico morale, sotto le spoglie del terrorismo mondiale.
Metro, 2 aprile 2015
Condanne di massa in Egitto e Nigeria hanno condotto a una brusca impennata delle sentenze di morte lo scorso anno, secondo Amnesty International. Nel suo rapporto annuale sulla pena capitale nel mondo, l'organizzazione per i diritti umani afferma che il numero di condanne a morte registrato lo scorso anno è cresciuto di 500 unità rispetto al 2013, affermando che le misure punitive sono esplose "in un contesto di conflitti interni e instabilità politica". Tuttavia ci sono state meno esecuzioni rispetto all'anno prima e molti Paesi hanno adottato misure verso l'abolizione della pena di morte. Metro ha parlato con Chiara Sangiorgio, esperta per Amnesty di pena di morte in Occidente.
Quali sono le ultime novità in materia di pena di morte nei paesi occidentali?
"L'Europa è una regione quasi completamente priva di esecuzioni, tranne che per l'ultimo giustiziere solitario, la Bielorussia. L'anno scorso, la Bielorussia ha giustiziato almeno tre persone dopo una moratoria di 24 mesi. Nelle Americhe, gli Stati Uniti restano il solo Paese ad effettuare esecuzioni, ma per fortuna c'è stato un movimento costante di allontanamento dalla pena di morte negli ultimi anni. L'anno scorso, 35 persone sono state messe a morte negli Stati Uniti, rispetto a 39 nel 2013 e un altro Stato - Washington - ha avviato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Va anche detto che tra gli Stati che ancora utilizzano la pena di morte Florida, Missouri e Texas hanno rappresentato l'80% di tutte le esecuzioni degli Stati Uniti l'anno scorso".
Perché la pena di morte è ancora in uso in Paesi democratici come gli Stati Uniti?
"Ci sono molte ragioni per cui i politici ancora giustificano la pena di morte, ma nessuna di esse è valida. L'anno scorso, c'è stata una tendenza dei leader di tutto il mondo - compresi gli Stati Uniti - a dipingere le esecuzioni come metodo per contrastare i tassi di criminalità. Ma questi leader stanno facendo un cinico gioco politico populista, oppure stanno ingannando se stessi; non vi è alcuna prova che la pena di morte sia un deterrente più efficace che una pena detentiva. In realtà, più uccisioni da parte del governo alimenteranno solo un ciclo di violenza, senza affrontare le vere cause della criminalità".
Quali sono i metodi di esecuzione più utilizzati nei Paesi occidentali?
"In Bielorussia - l'unico paese in Europa ad eseguirla ancora - i prigionieri vengono messi a morte con un colpo ravvicinato alla nuca. Negli Stati Uniti, l'iniezione letale è il metodo utilizzato nella grande maggioranza delle esecuzioni negli ultimi anni. Tuttavia, i regolamenti dell'Ue in materia di esportazione dei farmaci necessari per le iniezioni letali hanno fatto sì che molti stati americani abbiano faticato per portare a termine le esecuzioni - o hanno dovuto ricorrere a sostanze "inusuali" o "non approvate", aggiungendo i problemi che abbiamo visto con il ricorso a procedure pasticciate con alcuni sviluppi orribili verificatisi lo scorso anno. Pochi giorni fa lo Stato dello Utah ha annunciato che avrebbe proceduto ad esecuzioni per fucilazione quando le sostanze per le iniezioni letali non siano disponibili. Ma qualunque sia il metodo, la pena di morte è una punizione crudele, brutale e obsoleta. Esortiamo le autorità americane ad approfittare della carenza di prodotti chimici per adottare misure per abolire la pena di morte, invece di tentare di risolvere l'irrisolvibile".
Quali sono i reati più frequenti commessi in Occidente che portano alla pena di morte?
"Sia in Bielorussia che negli Stati Uniti, a essere condannati a morte sono in schiacciante maggioranza i detenuti per omicidio. Tuttavia, in molti altri paesi in tutto il mondo le persone vengono condannati a morte per reati che non raggiungono la soglia dei "reati più gravi", che sono i soli reati per i quali la pena di morte può essere imposta ai sensi del diritto internazionale. Nel 2014, le persone sono state condannate a morte anche per crimini che comprendono reati economici, commettere adulterio, o anche "stregoneria" e "magia" in Arabia Saudita".
Diceva che la pena di morte non ha più valore deterrente di una pena detentiva?
"Uno studio che ha confrontato i tassi di omicidio in Hong Kong e Singapore, che hanno entrambi una dimensione simile della popolazione, per un periodo di 35 anni a partire dal 1973 ha rilevato che l'abolizione della pena di morte in Hong Kong e l'alto tasso di esecuzione in Singapore a metà degli anni 1990 ha avuto un impatto minimo sui livelli di omicidio. Negli Stati Uniti, il tasso medio di omicidi per gli stati che utilizzano la pena di morte è più alto rispetto a quelli che non lo fanno".
Quali sono le ultime vittorie nella lotta contro la pena di morte?
"A livello globale, le esecuzioni sono scese di quasi il 22% rispetto all'anno prima. Molti governi hanno fatto piccoli ma concreti passi verso l'abolizione della pena di morte. Suriname e Madagascar sono molto vicini a farlo, e le richieste di abolizione sono pendenti dinanzi agli organi legislativi in ??diversi altri paesi. Con il sostegno popolare per superare la pena di morte, questa punizione aberrante sta lentamente ma costantemente diventando storia passata. Ciò è particolarmente evidente se si considera la tendenza di lungo termine - lo scorso anno 22 paesi in tutto il mondo hanno condotto esecuzioni, ma due anni fa erano quasi il doppio (41). Quando le Nazioni Unite sono state create nel 1945, soltanto otto paesi avevano abolito la pena di morte, ma oggi 140 paesi hanno abbandonato questa punizione per legge o almeno nella pratica".
Quando, secondo lei, negli Stati Uniti si fermeranno le esecuzioni?
"È difficile prevedere un intervallo di tempo, ma non c'è dubbio che vi sia un chiaro allontanamento dalla pena di morte nel paese, e un calo del sostegno pubblico. C'è stato un calo costante di esecuzioni e condanne a morte in America negli ultimi dieci anni. Dal 2007, altri sei Stati hanno abolito la pena di morte completamente, e l'anno scorso solo sette stati l'hanno eseguita. Lo Stato di Washington ha imposto una moratoria sulle esecuzioni l'anno scorso e la Pennsylvania lo ha seguito quest'anno. La nostra speranza è che questi siano solo i primi passi per la completa abolizione".
Quali sono i possibili passi che si potrebbero fare per evitare la pena di morte?
"Ci sono passi importanti che gli Stari potrebbero adottare immediatamente. Negli Stati Uniti, per esempio, la pena di morte continua ad essere attuata nei confronti delle persone con disabilità mentali e intellettive, in chiara violazione del diritto internazionale. Diversi altri paesi della regione mantengono ancora la pena di morte legale, anche se in pratica le esecuzioni non vengono effettuate. In molti di questi paesi vi è un vero movimento verso la piena abolizione, non da ultimo nei Caraibi".
Nova, 2 aprile 2015
Il procuratore generale egiziano, Hisham Barakat, ha ordinato l'ispezione urgente di sette prigioni. Secondo il quotidiano "al Masry al Youm" la disposizione è stata presa dopo la decisione di indagare sulle torture di alcuni detenuti nel carcere di Abu Zaabal, nel governatorato di Qalubia. Il Consiglio nazionale egiziano per i diritti umani (Enhcr) ha chiesto l'apertura dell'inchiesta, dopo che una delegazione ha incontrato cinque detenuti che hanno detto di essere stati picchiati. La visita nel carcere è stata decisa dopo una denuncia presentata dal giornalista incarcerato Ahmed Gamal Ziyada, che sosteneva di essere stato torturato. L'Enhcr ha affermato, in un suo report, che i prigionieri vengono picchiati, non hanno accesso ai servizi igienici e hanno poco cibo e acqua potabile. Le autorità hanno chiesto di incontrare 12 prigionieri, ma sono stati autorizzati a parlare sono con cinque.
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