di Rosanna Borzillo
Avvenire, 20 settembre 2019
A San Gennaro, carcerato e decapitato per essere andato a fare visita ai suoi amici detenuti, la Chiesa di Napoli affida il nuovo Anno pastorale, la città, i suoi giovani, le sue tante emergenze. In Cattedrale, dove ieri mattina alle 10.04 si è ripetuto il prodigio della liquefazione del sangue, il cardinale Crescenzio Sepe chiede al martire della fede, il coraggio della speranza. "Da Gennaro ci viene una testimonianza di quell'amore che è più forte di ogni paura e rassegnazione. Di questo stesso amore ha urgente bisogno la nostra amata Napoli per ritrovare la sua grandezza e dare fiducia a quanti hanno scelto di abitarla e amarla". Nella sua omelia Sepe descrive una città "in cui la libertà viene minata e la vita per i cittadini è difficile e proibitiva".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 settembre 2019
Domattina a Roma, a piazzale Clodio, si svolgerà la nuova udienza sulla richiesta di archiviazione, avanzata dalla procura di Roma, delle indagini sull'omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin. L'iniziativa, promossa dalla Federazione nazionale della stampa italiana, ha ricevuto l'adesione e il sostegno di numerose organizzazioni della società civile e per la libertà di stampa.
La campagna per non archiviare le indagini vuole portare all'attenzione del Gip tutti i punti ancora oscuri dell'inchiesta sul duplice omicidio avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994, riguardo alle fonti dei servizi segreti fino ad oggi taciute, alle presenze ed alle attività del contingente italiano in Somalia, al coinvolgimento dei potentati locali nell'agguato e ai traffici illegali che hanno fatto da sfondo costante a quella tragedia.
"Lo dobbiamo a chi ha sofferto direttamente, nella più intima dimensione personale, il dramma che si è consumato quel giorno; all'intera comunità dei giornalisti italiani che è stata sconvolta da quella barbarie; ma anche a chi, nel corso degli anni, ha patito sulla propria pelle gli effetti 'collaterali' di un depistaggio che si protrae sino ai giorni nostri". Sono le parole dell'avvocato Giulio Vasaturo, che nel procedimento Alpi-Hrovatin ha curato la costituzione della Federazione nazionale della stampa italiana quale "parte offesa", insieme al sindacato dei giornalisti Rai e all'Ordine dei giornalisti. Oggi, presso la sede della Fondazione per gli studi sul giornalismo Paolo Murialdi, Federazione nazionale della stampa italiana, Fondazione Murialdi e Comitato dei garanti dell'archivio "Ilaria Alpi" hanno sottoscritto il protocollo per la conservazione e valorizzazione dell'archivio. Non archiviare e non dimenticare: un impegno doveroso, soprattutto nei confronti dei genitori di Ilaria Alpi, deceduti dopo oltre due decenni di diniego di giustizia.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 20 settembre 2019
Fino al 1993 la Costituzione stabiliva che nessun membro del Parlamento poteva essere sottoposto a procedimento penale senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza. Le origini dell'istituto risalivano nel tempo e si collegavano all'esigenza di evitare che iniziative giudiziarie persecutorie o pretestuose potessero interferire con il corretto funzionamento della funzione legislativa, incidendo sulle maggioranze parlamentari o impedendo la partecipazione alle sedute di singoli parlamentari.
Col tempo però l'autorizzazione a procedere si era trasformata in un vero e proprio privilegio corporativo che assicurava ai parlamentari una immunità penale pressoché assoluta: in uno scambio di reciproci favori tra le varie forze politiche, l'autorizzazione a procedere non veniva mai concessa, sino al punto da negarla anche in caso di reati - ad esempio l'omicidio colposo a seguito di incidente stradale - in cui non era ravvisabile alcun sia pur remoto fumus persecutionis.
Anche a seguito della dirompente Tangentopoli dei primi anni Novanta del secolo scorso, che aveva coinvolto decine di parlamentari e ministri, la legge costituzionale n. 3 del 1993 ha tempestivamente e profondamente modificato l'istituto dell'autorizzazione a procedere previsto dall'articolo 68 della Costituzione. Fermo restando il fondamentale principio che i membri del Parlamento, a tutela della piena libertà e agibilità politica, non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni (qui vengono in gioco soprattutto i reati di ingiuria e diffamazione), la preventiva autorizzazione a procedere è stata abolita. Da allora il magistrato può iniziare il procedimento penale senza alcuna autorizzazione della Camera alla quale il parlamentare appartiene.
Forme di autorizzazione intervengono in un momento successivo, a tutela della libertà del singolo parlamentare di svolgere le proprie funzioni e quindi in ultima analisi a tutela del corretto funzionamento del Parlamento nel suo complesso. Da una parte sta l'esigenza della giustizia di compiere gli atti necessari all'accertamento dei reati contestati al parlamentare, dall'altro vi è l'interesse del Parlamento di tutelare i propri rappresentanti da ingerenze e limitazioni della libertà personale che potrebbero ostacolare l'esercizio della funzione legislativa.
Il contemperamento tra esigenze della giustizia e tutela dell'attività parlamentare si è tradotto in una disciplina costituzionale che sottopone alla autorizzazione della Camera di appartenenza gli atti di perquisizione personale o domiciliare, nonché l'arresto o altre forme di privazione della libertà o detenzione del parlamentare, salvi i casi di arresto in flagranza di reato e di privazione della libertà in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna. Infine l'autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazione di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.
Ne emerge un quadro da cui risulta che la Costituzione ha riservato al Parlamento poteri di controllo e di tutela nei confronti delle forme più incisive di privazione o limitazione della libertà del parlamentare, quali appunto l'arresto, la detenzione e la perquisizione personale o domiciliare, nonché in caso di intercettazioni che potrebbero interferire con l'autonomia e la libertà dell'azione politica del parlamentare. Diversa è la disciplina nel caso di reati commessi dal Presidente del consiglio o dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni.
Le cronache istituzionali hanno di recente avuto occasione di parlarne in relazione al caso Diciotti, che ha interessato l'ex ministro dell'interno Matteo Salvini. Nei confronti dei reati ministeriali l'intervento del potere politico è più diretto e immediato: a seguito di una riforma costituzionale del 1989 i reati commessi dal Presidente del consiglio e dai ministri sono giudicati dalla magistratura ordinaria, che potrà procedere solo se autorizzata dal Parlamento: in particolare, dalla camera di appartenenza se il ministro è parlamentare, dal Senato se non è parlamentare.
Il Parlamento può negare l'autorizzazione ove ritenga sulla base di una valutazione squisitamente politica e insindacabile, che il ministro inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero "per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di governo". E così è appunto avvenuto per il caso Diciotti.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019
Saranno le Sezioni unite a sciogliere i dubbi sula quantità minima necessaria a far scattare l'aggravante dell'ingente quantità nel caso delle droghe leggere. La Cassazione, (ordinanza 38635) chiama in causa il Supremo consesso, consapevole di un contrasto sul punto segnalato anche dal massimario già nel 2016. Alla base del rinvio il ricorso di un imputato - condannato per aver coltivato 1087 piante di cannabis - al quale era stata contestata l'aggravante dell'ingente quantità.
La sentenza impugnata aveva, infatti, applicato il criterio affermato dalle Sezioni unite con la sentenza 36258 del 2012, secondo la quale l'aggravante non c'è quando la quantità è inferiore a 2 mila volte il valore soglia determinato per ogni sostanza nella tabella allegata al Dm 11 aprile 2006. La difesa del ricorrente sosteneva che quel il principio è stato più volte superato dalla giurisprudenza di legittimità che ha spostato l'asticella del valore soglia dalle 2 mila unità alle 4 mila. Una "correzione" giustificata, ad avviso dei giudici di legittimità che hanno aumentato il valore massimo, dall'effetto della sentenza della Corte Costituzionale che nel 2014 ha mandato in soffitta la legge Fini- Giovanardi.
La sezione remittente dà atto dei due diversi orientamenti. Secondo una prima tesi l'impostazione delle Sezioni unite, che si poggia sul sistema della tabella unica del 2006, deve considerarsi archiviata, dopo il colpo di spugna della Consulta, in seguito al quale sono state introdotte, con il Dl 36/2014, quattro nuove tabelle con distinzione tra droghe pesanti e leggere. Un nuovo quadro normativo dal quale non si può prescindere. Secondo un diverso indirizzo invece il principio affermato dalle Sezioni unite resterebbe valido, nella misura in cui può essere utilizzato come semplice criterio orientativo individuato in seguito a un'indagine condotta su un numero cospicuo di sentenze di merito.
Ora alle Sezioni unite si chiede, se la modifica al sistema tabellare del 2014 imponga una nuova verifica per affermare l'esistenza dell'aggravante dell'ingente quantità "in considerazione dell'accresciuto tasso di modulazione normativa" oppure restino validi, per l'espressa reintroduzione della nozione di quantità massima detenibile, i criteri affermati dalle Sezioni unite nel 2012 basati sul rapporto tra quantità di principio attivo e valore massimo tabellarmente detenibile.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 20 settembre 2019
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha istituito una nuova Commissione su "carceri ed esecuzione della pena", i cui obiettivi comprendono il sostegno alla magistratura di sorveglianza, lo sviluppo delle misure alternative al carcere, la tutela della salute e la rieducazione dei detenuti. La Commissione, composta da nove magistrati, sei dei quali provenienti dalla Sorveglianza e tre dagli Uffici di Procura, conta al suo interno anche tre componenti del Csm: Sebastiano Ardita, Stefano Cavanna e Loredana Micciché.
di Antonio Massari
Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2019
Bagattelle, processi e peripezie. Due anni di carcere per ricettazione di una bicicletta. Ovvero 17.520 ore da trascorrere dietro le sbarre. Silvio Berlusconi, per una frode fiscale da 7,3 milioni di dollari sui diritti Mediaset (per i restanti 368 milioni era intervenuta la prescrizione) se l'è cavata con 168 ore di servizi sociali tra i vecchietti dell'istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 settembre 2019
La battaglia delle poliziotte contro discriminazioni, battute sessiste e molestie. Nel mondo degli agenti penitenziari regna ancora il maschilismo. Per questo c'è ancora tanta strada da fare per garantire e allargare i diritti delle donne che lavorano nella polizia penitenziaria.
di Claudio Tadicini
Corriere del Mezzogiorno, 20 settembre 2019
Offendere qualcuno definendolo "animale" costituisce reato e va perseguito penalmente. A maggior ragione se il destinatario dell'appellativo in questione è un fanciullo. E sia pure se quest'ultimo si sia reso responsabile di un'aggressione ai danni di un'altra bambina dopo averci bisticciato. Lo ha stabilito nelle scorse settimane la quinta sezione della Corte di Cassazione.
La stessa Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di un giudice di pace di Lecce, con la quale un condomino salentino - S.G. le sue iniziali, accusato di diffamazione - era stato assolto per insussistenza del fatto, perché la parola incriminata (seppure considerata dal giudice inappropriata od eccessiva) non era stata ritenuta dallo stesso spregiativa della reputazione del minorenne al quale era riferita. Di diverso avviso sono stati gli ermellini che, invece, hanno accolto il ricorso contro la sentenza di assoluzione emessa dal giudice di pace leccese, valutando come offensiva la disumanizzazione della vittima.
La vicenda riguarda un messaggio pubblicato dall'imputato nella chat condominiale di Whatsapp, in cui l'uomo, rivolgendosi al genitore del bambino e agli altri vicini di casa, per informarli circa l'aggressione subita dalla figlia, scriveva: "Volevo solo far notare al proprietario dell'animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni".
I giudici della Corte di Cassazione (presidente Vessichelli, relatore Morosini), infatti, hanno rilevato un immediato contenuto offensivo espresso dalla parola "animale" riferita ad un bambino, nei confronti del quale sarebbe opportuno adottare maggiori cautele espressive proprio perché minore, considerando inoltre che alcune espressioni "presentano ex se carattere insultante", nonostante la recente giurisprudenza di legittimità abbia mostrato alcune aperture verso un linguaggio più diretto e "disinvolto".
Motivando l'accoglimento del ricorso presentato dalla procura leccese, i magistrati romani sottolineano difatti che "sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si disumanizza la vittima, assimilandola a cose o animali. Paragonare un bambino ad un animale, inteso addirittura come "oggetto" visto che il padre ne viene definito "proprietario", è certamente locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva". Cancellata la sentenza, gli atti sono stati quindi rinviati ad un altro giudice di pace di Lecce, che dovrà adesso emettere un nuovo pronunciamento tenendo conto di quanto stabilito dall'organo supremo della giustizia italiana e del suo "avviso ai litiganti": dando dell'"animale" a qualcuno adesso si infrange la legge.
quotidianogiuridico.it, 20 settembre 2019
Cassazione penale, sezione I, sentenza 4 settembre 2019, n. 37033. Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva confermato il provvedimento con cui il magistrato di sorveglianza aveva applicato, nei riguardi di un detenuto extracomunitario, la misura dell'espulsione dal territorio dello Stato, ai sensi dell'art. 16, comma 5, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (cd. T.U. Immigrazione), rilevando che questi non versava in situazioni ostative all'espulsione ai sensi dell'art. 19 del d.lgs. n. 286/1998, la Corte di Cassazione (sentenza 4 settembre 2019, n. 37033) - nel respingere la tesi difensiva secondo cui il detenuto non poteva essere espulso per essere sposato da 17 anni con una cittadina italiana, e che erroneamente il tribunale di sorveglianza aveva respinto l'impugnazione, ritenendo che il detenuto non aveva dimostrato di essere effettivamente convivente con la coniuge italiana - ha invece affermato che la convivenza deve essere intesa come una situazione di possibile ripristino della comunione di vita, la quale postula, dunque, una valutazione prognostica che il giudice deve articolare sulla base di massime tratte dalla comune esperienza.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 settembre 2019
C'è un racconto autocelebrativo delle nostre forze armate, tranquillizzante, ottimista. Siamo bravissimi nelle operazioni all'estero. Abbiamo un corpaccione all'antica, ma anche tante eccellenze. In fondo, va bene così. E poi c'è un generale che ti spiazza e dice: "Ho la sensazione che stiamo andando verso il baratro".
Viva la sincerità. E viva il Capo di stato maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli, che ama parlar chiaro. Ospite di Confindustria, alla presentazione di un master universitario che è stato organizzato dal Centro alti studi della Difesa e dall'università di Salerno, Vecciarelli si riferiva a un ritardo culturale delle forze armate, investite dalla rivoluzione digitale, e secondo lui in grave affanno. Basta sfogliare la stampa specializzata per capire che in effetti il ritardo della Difesa italiana è notevole.
Altre nazioni stanno investendo in campi che da noi sembrano ancora materie aliene: il cyber (nel duplice aspetto della difesa e dell'offesa), l'automazione, la robotica, l'intelligenza artificiale. È di qualche giorno fa, per dire, la notizia che l'esercito Usa ha portato a termine la prima esercitazione di assalto condotta interamente da macchine. Da noi, si parla di forze armate impegnate come protezione civile e a riparare le buche. Altrove, si interrogano sugli aspetti etici e operativi dei droni a guida robotizzata, con software di riconoscimento facciale e missile pronto a scattare.
Anche quando ci dotiamo con enorme sforzo di un singolo sistema d'arma moderno, vedi l'aereo F35 o le navi Fremm, tanto ci deve bastare. La politica sente di avere assolto al suo compito: se poi manca tutto il resto, poco importa. Tanto, si sa, le spese militari sono le prime a saltare quando c'è da rimediare fondi, che siano gli 80 euro di Renzi o il reddito di cittadinanza di Di Maio. La quarta rivoluzione industriale intanto è arrivata e le imprese se ne sono rese conto. Stesso discorso va fatto per il mondo militare.
Il digitale sarà la dimensione dove combattere la guerra del futuro. E il generale Vecciarelli evidentemente ha presente le lezioni del passato, quando suoi illustri predecessori arrivarono impreparati all'appuntamento con la storia. Nel 1915, Cadorna affrontò la Prima guerra mondiale con la mentalità risorgimentale e un esercito senza le mitragliatrici.
Nel 1939, la tragedia si ripete: gli altri avevano investito sulle forze corazzate e Badoglio schierava le divisioni autotrasportabili, i cavalli, i muli e le famigerate "scatole di latta". Vecciarelli, insomma, sembra avere ben presente il motto sui "generali sempre pronti a vincere le guerre, ma quelle del passato". La sfida delle forze armate oggi è quella dell'innovazione. A cominciare dalla cultura e dall'organizzazione interna. Il master in "Leadership, change management and digital innovation", presentato due giorni fa nella sede di Confindustria è un segnale di vitalità, ma non può bastare. Al presidente del Centro alti studi per la difesa, generale Fernando Giancotti, piace immaginare che gli ufficiali del futuro abbiano presente come sarà il mondo: "Volatile, incerto, complesso, ambiguo, rapidamente mutevole".
Per farvi fronte, già nelle accademie servirà una formazione diversa da quella attuale, un approccio nuovo in grado di recepire l'innovazione tecnologica, una mente aperta. Qualcosa si muove. È stato approvato ieri in consiglio dei ministri il decreto sul "perimetro" della sicurezza nazionale cibernetica, esteso al mercato azionario, ossia la Borsa Italiana. Ma la sfida è immensa. Per concludere con le ultime parole del generale Vecciarelli: "Io non sono pessimista. Sono realista. Qui in Italia tutti si appassionano al digitale, ma siamo fermi all'analogico".
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