di Andrea Gianni
Il Giorno, 31 maggio 2019
Per 24 ore alla settimana lavorano fuori dal carcere di Opera, maneggiando carichi di paraffina che poi viene utilizzata nella "tecnologia del vetrino". Cercano di lasciarsi alle spalle un passato violento. Trascorsi criminali, sangue e dolore provocato, anni di reclusione. Carlo Sbona, "imprenditore-scout" milanese, ha scelto di offrire un'occasione di riscatto a detenuti in "articolo 21", assegnati al lavoro esterno nella cooperativa sociale Trasgressione.net fondata dallo psicologo Angelo Aparo. Li accoglie nell'azienda dove vengono prodotti strumenti per l'anatomia patologica, fondata nel 1977 in via San Faustino, quartiere Ortica.
Da qualche mese sono al fianco dei 52 dipendenti Alessandro Crisafulli e Roberto Cannavò. Il primo - tra gli anni '80 e '90 controllava le piazze dello spaccio milanesi - sta scontando una condanna all'ergastolo per due omicidi e altri reati. Cannavò l'8 giugno 1992, per un regolamento di conti uccise a colpi di pistola un venditore ambulante, Agatino Razzano, al mercato di Moncalieri, alle porte di Torino. "L'esperienza finora è stata molto positiva - racconta Sbona - i detenuti hanno voglia di mettersi in gioco e li impieghiamo a turno in un magazzino dove vengono stoccati e lavorati grossi carichi di paraffina che arriva dalla Germania. È un vantaggio anche per noi, perché non è facile trovare qualcuno che voglia fare un lavoro manuale e ripetitivo. Nella nostra ditta lavorano persone provenienti da tutto il mondo, dal Pakistan, dal Senegal o dalle Filippine. Crisafulli e Cannavò forse sono gli unici italiani".
Presto l'esperienza potrebbe andare oltre perché Carlo Sbona, da decenni impegnato nel sociale con gli scout Agesci e Libera, si è reso disponibile ad affidare tutto il "ciclo della paraffina" alla coop Trasgressione.net, intenzionata ad aprire un'officina esterna per lavorazioni conto terzi. L'area è già stata individuata, uno stabile in viale Abruzzi a Peschiera Borromeo che verrebbe concesso dal Comune. "Il lavoro è solo una parte del nostro progetto perché il laboratorio, assieme all'attività di vendita di frutta e verdura che già svolgiamo, ci permetterebbe di sostenerci economicamente", spiega Aparo, da oltre vent'anni in prima linea per il recupero dei detenuti nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore con il Gruppo della trasgressione, che ha visto tra i primi partecipanti il manager Sergio Cusani, quando era in cella per la maxi-tangente Enimont.
"A Peschiera Borromeo vogliamo lanciare un progetto per la prevenzione del degrado - racconta - aprendo nello stesso stabile un centro per sviluppare la creatività dei giovani. I detenuti, che girano già nelle scuole lombarde, si spenderebbero contro bullismo, tossicodipendenza e criminalità".
Un sogno che, però, rischia di scontrarsi con la realtà. Il vecchio furgone a gasolio che la coop usa per trasportare frutta e verdura nei mercati e nei ristoranti milanesi presto non potrà più circolare nella nuova Ztl Area C: servono 40mila euro per acquistare un nuovo mezzo, indispensabile per il "braccio economico" del Gruppo della trasgressione.
"Ho trascorso 25 anni della mia vita in carcere - racconta Crisafulli - e adesso, all'età di 54 anni, mi trovo senza competenze, anche se a Opera ho studiato e mi sono avvicinato alla cultura. È difficile ricostruirsi una vita. Il male che abbiamo fatto non si cancella, ma vogliamo provare a migliorare il nostro futuro e aiutare i ragazzi a non seguire strade sbagliate".
di Antonio Giordano
livesicilia.it, 31 maggio 2019
A lanciare la denuncia l'Osservatorio per i diritti umani e l'Onlus "Sicilia Risvegli". Un piantone li blocca, i familiari non possono vedere un parente finito al pronto soccorso. Il giorno dopo la scoperta: l'uomo, detenuto al carcere di Floridia, è in coma da dieci giorni e li ha passati chiuso in una cella con un altro detenuto. La denuncia arriva dall'Osservatorio per i diritti umani e da Sicilia risvegli, che parlano di un caso accaduto a un catanese di cinquant'anni. L'appello delle onlus: "Lotta tra la vita e la morte, scarcerare immediatamente".
A raccontare la vicenda è Alessio Di Carlo, avvocato che si occupa della vicenda per conto di Sicilia risvegli e Oidu: "Nella seconda settimana di maggio i familiari hanno avuto notizia che il loro parente non stava bene e lo hanno raggiunto al pronto soccorso di Siracusa, ma qui si sono trovati davanti un agente che non li ha fatti entrare". Il giorno seguente i parenti sono tornati e solo allora, prosegue il racconto di Di Carlo, "hanno saputo che era ricoverato in terapia intensiva, perché nei dieci giorni precedenti stato colpito da un ictus".
Il detenuto, secondo quanto riferisce l'avvocato, sarebbe caduto in coma ma sarebbe stato tenuto dentro una cella insieme a un altro detenuto, e in queste condizioni sarebbe caduto dal letto rompendosi un dito. Da quando è ricoverato, è tenuto in coma farmacologico, una condizione che negli ultimi giorni, secondo quanto riferito dal legale, sarebbe peggiorata. "Sarà importante capire cosa è successo - dice Di Carlo - sappiamo che in passato il detenuto aveva avuto problemi simili ma si deve capire il motivo per cui in quei dieci giorni è stato tenuto in cella".
"Si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano", Sicilia Risvegli, una delle Onlus che hanno sollevato il caso, scrive in un comunicato che "dalle informazioni ricevute pare che nonostante le gravissime ed estreme condizioni di salute il detenuto sia stato portato in ospedale dopo dieci giorni.
Sul perché di questo ritardo nei soccorsi - si legge ancora nel comunicato - ci impegneremo affinché verranno fatti gli opportuni accertamenti e verificate eventuali responsabilità". L'associazione prosegue scrivendo che "si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano, che ancora oggi risulta detenuto nonostante versi in uno stato assolutamente incompatibile con la detenzione.
Le sue condizioni attuali - prosegue il comunicato - sono gravissime, si trova in stato vegetativo persistente, con minima risposta. Sicilia Risvegli Onlus lancia un immediato appello al magistrato di sorveglianza competente per scarcerarlo immediatamente senza perdere altro tempo".
riminitoday.it, 31 maggio 2019
L'ufficio istituito dal Comune per promuovere iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene. Con l'ultimo giorno del mese di maggio scade il mandato triennale a Ilaria Pruccoli, il "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale", che, nel marzo del 2016, era stata nominata con una Delibera del Consiglio Comunale che l'aveva votata con la maggioranza assoluta. Quelle del "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale", sono funzioni specifiche previste da un regolamento approvato nel 2014, che ne disciplina l'esercizio delle funzioni, i requisiti, le modalità per l'elezione ed i profili operativi inerenti la sua attività.
Funzioni diverse che hanno consentito a Ilaria Pruccoli, in questi ultimi tre anni, di lavorare per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà, detenute sul territorio del Comune di Rimini. In particolare il lavoro svolto è stato orientato a garantire i diritti delle persone presenti presso la Casa Circondariale di Rimini, mediante la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene.
Un lavoro svolto in accordo con l'Amministrazione comunale, finalizzato ad affermare il pieno esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile, in collaborazione con le associazioni e gli organismi operanti per la tutela dei diritti della persona, per diffondere la cultura della legalità anche e soprattutto attraverso la sensibilizzazione del tema carcere e delle sue problematiche.
"Ci tengo a ringraziare in modo particolare Ilaria Pruccoli per il prezioso lavoro che ha svolto in questi anni - ha dichiarato la vicesindaco Gloria Lisi - Un impegno importante, portato avanti con serietà, insieme all'Amministrazione, che ha consentito di realizzare progetti e servizi a beneficio non solo dei detenuti ma, più in generale, di tutta la comunità riminese.
Sono tante le attività culturali ed educative promosse anche dalle associazioni di volontariato, che si occupano di dare informazioni oppure di mettere in campo attività formative e professionali rivolte ai detenuti. Credo che la realtà del carcere, con tutte le sue problematiche e le sue opportunità, non debba essere considerata come una dimensione avulsa dal resto della città, ma una parte di essa che va conosciuta e considerata. In questo senso le funzioni del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, sono fondamentali. Un ruolo, istituito nel Comune di Rimini nel 2014 che, con il Consiglio Comunale, provvederemo a rinominare come prevede il regolamento".
di Roberto Saviano
La Repubblica, 31 maggio 2019
Finora la Marina militare aveva sempre risposto alle chiamate di naufraghi in difficoltà. Oggi le cose in Italia non sono facili e quindi è proprio oggi che dobbiamo amare il nostro Paese, rispettarlo, dobbiamo dialogare, confrontarci, litigare sapendo che il suolo che calpestiamo ci restituirà solo ciò che avremo seminato e curato.
Ogni parola è un seme, ogni ragionamento è un seme e noi italiani restiamo quello che siamo sempre stati: persone fatte di terra e mare. Conosciamo il mare, gabbia e occasione, limite e infinito, siamo uomini e donne di mare. Ecco perché, quando già l'Europa trattava l'immigrazione come un problema, l'Italia continuava a salvare vite in mare. E le salvava perché un uomo, una donna, un bambino che dall'Africa prendono il mare per venire in Italia, se in pericolo, non sono migranti, ma naufraghi. È la legge eterna del mare: ogni naufrago va tratto in salvo. Sempre.
Qualcuno mi dirà, non possiamo salvarli tutti noi. Se nessun altro li salva, vi rispondo, allora li salveremo noi! Esistono le Zone Sar (Search and Rescue, ovvero "ricerca e salvataggio") di competenza dei diversi paesi, perché dovremmo farci carico di recuperare i naufraghi anche laddove non sarebbe di nostra competenza? Perché per prima cosa dobbiamo rispettare la vita umana, è una regola universale alla quale se ci sottraiamo iniziamo a modificarci. Lasciare che una persona anneghi significa perdere qualsiasi cosa abbiamo raggiunto. Empatia, leggi, diritti, morale, convivenza. Perdiamo tutto. Non è sentimentalismo, è misura di ciò che sta accadendo. Non possiamo sottrarci dal salvare le persone in mare perché ogni vita perduta, quando poteva essere salvata, è sofferenza che si moltiplica, è odio. E l'odio diventa rancore, e il rancore vendetta.
Ma non possiamo accoglierli tutti, mi direte. Manca il lavoro per noi, come possiamo farci carico di centinaia di migliaia di persone in cerca di un futuro migliore? Ma noi non dobbiamo accoglierli tutti: noi dobbiamo salvarli tutti, è nostro dovere farlo. Non facciamoci fregare dalla propaganda: salvare e accogliere sono due cose diverse, due momenti diversi che possono e devono essere gestiti in maniera diversa. Il salvataggio risponde a una necessità immediata, non c'è tempo per la strategia. L'accoglienza viene dopo e su quella si può discutere e cambiare passo, ma senza mettere in dubbio la necessità di salvare. Anzi, direi, senza mettere in discussione il diritto che noi italiani abbiamo, il privilegio che viviamo nel salvare vite umane. Salvare vite è come donare vita, come è accaduto che lo abbiamo dimenticato? Qualcuno oggi pensa di poter girare la faccia davanti a queste storie, pensa che tutto sommato la quotidianità sia già così difficile che non serve complicarsi la vita con questo strazio; non invidio queste persone perché per loro il risveglio sarà ancora più duro. E non le invidio perché non sanno quanto l'Italia abbia fatto la differenza, perché non sanno che l'Italia non ha mai girato le spalle a chi, in pericolo, chiedeva aiuto.
Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano quando ho visto il lavoro titanico che la Marina militare italiana ha sempre fatto, prima da sola, poi con l'Europa ma da capofila, poi insieme alle Ong, poi di nuovo da sola. Sono orgoglioso dei pescatori italiani che, nonostante andassero incontro a sanzioni gravose e al sequestro delle loro imbarcazioni che sono per loro sopravvivenza stessa, hanno sempre obbedito alla legge del mare, quella legge che impone di prestare soccorso a chiunque si trovi in pericolo tra le onde, a qualunque costo e senza pensare alle conseguenze. "Noi gente in mare non l'abbiamo lassata mai!": questo era il principio dei pescatori lampedusani e a questo principio non si sono sottratti; se l'avessero fatto, avrebbero negato ogni singola parte della loro vita.
Ma le cose sono cambiate ora, dirà qualcuno tra voi. Oggi la Marina sta agendo diversamente, direte. Sappiamo che il 23 maggio scorso, e lo sappiamo dagli unici testimoni rimasti nel Mediterraneo a darci queste informazioni, ovvero le Ong, un uomo è morto durante un'operazione di salvataggio, anzi, prima ancora che l'operazione iniziasse. Nel video girato da un velivolo della Sea-Watch si vede un gommone in avaria che sta imbarcando velocemente acqua. La Sea-Watch contatta prima la Guardia costiera libica che non risponde e poi la nave della Marina militare italiana Bettica, che si trova a meno di trenta miglia dal gommone.
Improvvisamente e per quasi un'ora le comunicazioni tra la Marina militare italiana e la Sea-Watch si interrompono, quando riprendono la Bettica avverte che la Guardia costiera libica si sta recando sul posto. È prassi che la Guardia costiera libica non risponda alle richieste di soccorso. È prassi che i salvataggi siano fatti all'unico scopo di riportare i migranti nei campi di prigionia libici dove ricomincia il loro calvario, dove vengono torturati e dove viene estorto loro denaro: ogni migrante preso dalla Guardia costiera libica è guadagno doppio per i trafficanti (che, detto per inciso, non sono le Ong ma la guardia costiera libica finanziata dall'Italia e dall'Europa) che li lasceranno tornare nel loro paese solo in cambio di denaro.
È ormai appurato che la Libia non è un porto sicuro. E allora perché la nave della Marina militare italiana Bettica non è intervenuta? Perché si infanga l'onore (che bella parola quando porta con sé il rispetto per la vita umana) dei militari della Marina che hanno sempre, secondo coscienza, risposto prima ancora che alle convenzioni internazionali, che pure stabiliscono il dovere di salvare vite, alla superiore e universale legge del mare? Oggi possiamo dividerci su tutto, ma non sulla necessità e sul dovere di salvare vite. Quando un uomo, una donna o un bambino sono in pericolo in mare, noi abbiamo il dovere di salvarli e se l'alternativa è la Libia, dobbiamo essere consapevoli che li stiamo condannando all'inferno. Per sfuggire a questo ragionamento, la propaganda inventa scorciatoie ridicole ma funzionanti: parole da buonista, parli bene dall'attico a Manhattan; si bersaglia chi racconta, non il racconto, perché quello è oggettivo e non può essere messo in discussione. Ma quell'uomo che annega è vita reale, non la finzione spacciata per realtà sui social.
Facile dire la solita balla buonista parli tu dall'attico a Manhattan... no, parlo da meridionale, nato e cresciuto nelle terre più martoriate d'Italia, più saccheggiate, terre dimenticate da Dio e dagli uomini, ma non dai politici avvoltoi e sciacalli. Quelli, di noi meridionali, non si dimenticano mai. Promettono acqua agli assetati e intanto condannano le nostre anime per l'eternità. Parlo da uomo che non può accettare che il confine tra la vita e la morte sia una linea convenzionale e invisibile tracciata nel mare. Ciò che resta, alla fine di tutto, è l'onore. L'onore riscattato dal significato abusivo che ne danno le mafie per indicare nell'uomo d'onore l'affiliato. Onore inteso come rispetto dei nostri principi umani più profondi al di là delle conseguenze, nonostante le conseguenze.
Onore è ciò che permette ancora di guardarci l'un l'altro e di sapere che io mi posso fidare di te perché tu ti puoi fidare di me, qualunque sia la tua condizione sociale, qualunque sia il luogo da cui provieni, il tuo quartiere, la tua religione e il colore della tua pelle, la tua condizione sociale, il tuo lavoro, il tuo conto in banca, la scuola che frequenta tuo figlio, il lavoro che fai. È facile: se mentre tu soffri e muori io giro lo sguardo dall'altra parte, se io soffrirò e rischierò di morire mi ripagherai con la stessa moneta. Salvare per essere salvati. Salvare per salvarsi: nel nostro mare, se smettiamo di salvare, finiremo annegati noi.
La Repubblica, 31 maggio 2019
Oggi l'Università di Parma è entrata in carcere, con un Open Day dedicato ai detenuti. Obiettivo dell'incontro, che si è svolto questa mattina agli Istituti penitenziari di via Burla, era di informare le persone detenute sulla possibilità di iscriversi all'Università di Parma, scegliendo tra i tanti corsi di studio proposti grazie al supporto che lo stesso Ateneo offre.
Dopo i saluti istituzionali da parte di Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica, Brunella Marchione e Sara Cametti della U.O. Comunicazione Istituzionale hanno illustrato agli oltre 50 detenuti presenti l'organizzazione dell'Università di Parma e l'ampia offerta formativa. A seguire, docenti di diverse aree hanno presentato i propri ambiti di insegnamento con brevi Seminari in pillola.
L'incontro, cui ha partecipato il Direttore reggente degli Istituti penitenziari di Parma, dott.ssa Lucia Monastero, è stato organizzato anche grazie al coordinamento della dott.ssa Annalisa Andreetti, Responsabile amministrativa dell'Ateneo per le attività negli Istituti Penitenziari. L'intento di fondo dell'Open Day non è stato solo quello di fornire informazioni tecniche su quali lauree e quali corsi si possano seguire, ma soprattutto di sensibilizzare le persone detenute sull'importanza dello studio, per un possibile lavoro futuro e più in generale per migliorare il proprio percorso personale, dotandosi di strumenti culturali e coltivando i propri interessi.
I Seminari in pillola, tenuti da docenti di materie molto diverse, dalla zoologia alla filosofia, dalla biologia alla letteratura, oltre a sollecitare grande interesse da parte dell'uditorio, hanno mostrato come ogni tipo di conoscenza serva per rispondere a questioni che riguardano la vita di ogni giorno, e ciò che tocca le persone in prima persona e da vicino.
Nel corso della mattinata è stata presentata la possibilità offerta dall'Ateneo di approfondire tanti tipi di discipline (dalle scienze naturali a quelle sociali, dalle lettere alle arti) con modalità diverse: dalla normale iscrizione ai corsi triennali, per conseguire la laurea, sino alla fruizione di singoli insegnamenti universitari, per arricchire il proprio curriculum anche senza arrivare a una laurea. Dopo la stipula dell'accordo con gli Istituti penitenziari di Parma presentato il 4 dicembre 2018, l'Università di Parma sta lavorando alla costituzione di un vero e proprio Polo Universitario Penitenziario, che prevede lo sviluppo di diverse modalità di supporto agli studenti detenuti: dal tutoraggio in carcere ai colloqui con docenti, dai seminari con studenti iscritti alle facilitazioni per il pagamento delle tasse.
cn24tv.it, 31 maggio 2019
Il rispetto verso le attività di studio, veicolo di crescita personale e sociale, si manifesta anche attraverso la cura dei luoghi in cui queste attività si svolgono. Nel carcere di Catanzaro la mattina del 29 maggio è stato inaugurato il reparto scolastico e trattamentale Alta sicurezza. "Un evento che è il frutto del lavoro dei detenuti, i quali con la loro attività hanno reso possibile la fruizione di luoghi non utilizzati per anni" ha spiegato il direttore Angela Paravati, consegnando a ciascuno dei ristretti un encomio, che sarà inviato alla magistratura di sorveglianza quale elemento di valutazione, ed una nota di apprezzamento al coordinatore del reparto, l'ispettore Giacinto Longo.
"Abbellire e ripulire l'ambiente è un'attività che può accompagnare la pulizia dell'anima" ha commentato il vescovo di Catanzaro Vincenzo Bertolone, che ha proceduto al taglio del nastro e benedetto i nuovi luoghi di formazione allestiti presso la Casa Circondariale: aule scolastiche per la scuola primaria e secondaria, ma anche laboratori di sartoria, musica, informatica ed una palestra. Presenti anche il vicedirettore Emilia Boccagna, il personale di polizia penitenziaria ed il personale educativo, i magistrati di sorveglianza Laura Antonini e Angela Cerra, il preside del Centro provinciale per l'istruzione degli adulti Giancarlo Caroleo, il direttore dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale Giuseppa Irrera e l'ingegnere Rosario Focà, dell'ufficio tecnico.
La mattina si è conclusa con l'offerta di un buffet realizzato dal laboratorio di pasticceria gestito all'interno del carcere dai detenuti ed il finale dell'evento è stato allietato dalla musica dell'oboe di un detenuto. Realizzare queste aule è stata una concreta manifestazione dell'impegno da parte dei detenuti a partecipare al percorso trattamentale: chi studia, lavora, cucina, suona uno strumento musicale ha una possibilità in più di avere già "dentro" una vita diversa.
di Alessandro Fulloni e Annalisa Grandi
Corriere della Sera, 31 maggio 2019
L'allerta lanciata da diverse associazioni: "A bordo è morta una bimba". Ma dopo il soccorso, la Marina precisa: "Nessuna vittima a bordo". E Saving Humans corregge il tiro: "Si rischiava l'ennesima strage". Trenta: "Le nostre navi non si tirano indietro".
Una "cronaca" in diretta che finisce passate le tredici, quando al termine del soccorso al gommone in difficoltà - con 100 migranti a bordo - nel canale di Sicilia la Ong Saving Humans twitta queste parole: "Apprendiamo con gioia che non ci sarebbe nessuna vittima a seguito della situazione di pericolo che da ieri era segnalata e che rischiava di diventare l'ennesima strage. Siamo grati all'equipaggio e al comandante della nave della Marina militare P490 Cigala Fulgosi per aver operato il soccorso".
Dopo il ringraziamento però arriva il rilancio delle accuse, sia pure "smorzate" rispetto a poche ore prima. "Non comprendiamo - aggiunge la Ong in un altro tweet - perché si sia aspettato tanto, mettendo in grave pericolo queste persone. Chiediamo ora che vengano sbarcate in un porto sicuro, e protette. Vengono dall'inferno libico, hanno già patito abbastanza".
Parole che arrivano ibn conclusione di una mattinata che ha visto una polemica rovente attorno agli orari del soccorso condotto dal pattugliatore Cigala Fulgosi. Saving Humans - forte anche di alcuni tweet di "Alarm Phone", il "centralino" di emergenza delle Ong - sosteneva che sul gommone fosse morta una bimba di cinque anni.
Ma la Marina, terminato l'intervento, è stata netta. "Non risulta alcuna persona deceduta a bordo" sono le parole tranchant di un comunicato ufficiale al termine dell'operazione in acque internazionali, a circa 90 miglia a Sud di Lampedusa, che ha portato al salvataggio di 100 persone, tra cui 17 donne e 23 minori, salite sulla nave Cigala Fulgosi. Nel pomeriggio il Viminale ha indicato Genova come porto di approdo dei naufraghi.
Questi i fatti. Erano circa le 9 di giovedì mattina quando la Cigala Fulgosi è intervenuta in soccorso dei migranti. L'intervento è stato deciso perché le condizioni meteo erano in peggioramento; l'imbarcazione inoltre si trovava senza motore ed era in precarie condizioni di galleggiamento. A bordo soltanto "una decina di persone - è ancora il comunicato della Marina - era provvista di salvagente individuale".
"Alarm Phone" - che da mercoledì pomeriggio aveva segnalato l'emergenza - ha parlato di una bambina che sarebbe morta. "Sappiamo chi poteva salvarla e non l'ha fatto" è stato il durissimo tweet di Saving Humans. Alla Ong però ha ribattuto il ministro dell'Interno Salvini: si tratta di "accuse infondate e diffamatorie contro i nostri uomini e donne della Marina" che "hanno soccorso chiunque fosse a rischio".
"Le persone sono in grave pericolo - aveva scritto nella mattinata di giovedì su Twitter Alarm Phone, che era in contatto con i migranti a bordo - e sono ancora abbandonate in mare. Non c'è alcun soccorso in vista anche se da bordo vedono un elicottero. Alle 23,47 ci hanno detto che un lato del gommone si è sgonfiato e sta entrando acqua. Non hanno più carburante e sono alla deriva". Ma poi, come detto, la nave della Marina ha prestato il soccorso.
Tra mercoledì notte e giovedì mattina le Ong avevano ripetuto: "Le persone a bordo sono in grave pericolo - si leggeva sul Twitter di Alarm Phone - ci sono 15 bambini, il più piccolo di nove mesi. Temono possono morire di ipotermia". "Chi è a bordo ci ha contattato di nuovo - si leggeva ancora in un tweet delle prime ore del mattino - Vedono un elicottero volare intorno a loro ma non vedono alcuna imbarcazione. Ci chiedono se siamo a conoscenza di una possibile operazione di soccorso in arrivo, ma anche noi non sappiamo nulla". E ancora, sempre Alarm Phone: "I #migranti riferiscono che una bambina di 5 anni è morta a bordo. Alle 8.25h ci hanno detto che l'elicottero era ancora lì e di poter stabilire che la nave è un'imbarcazione militare. Siamo quasi certi che sia la P490 dell'ItalianNavy. Deve prestare soccorso immediato!".
A proposito della morte della bimba, la Ong Mediterranea Saving Humans twittato a metà mattinata: "A 24h da prima segnalazione, dopo appelli della società civile, @ItalianNavy sembra operare soccorso. La nave P490 Cigala Fulgosi è sempre stata a poca distanza, ma ha aspettato. Se confermata morte di bimba di 5 anni tra naufraghi, sappiamo chi poteva salvarla e non l'ha fatto". Ma infine, appunto, è arrivato il comunicato della Marina per la quale a bordo non ci sono vittime.
"Non permetto a nessuno di dire che la nostra Marina Militare abbia ignorato il soccorso di persone in pericolo di vita. A nessuno, sia molto chiaro! E lo dico perché oggi qualche quotidiano e una Ong hanno alluso a questo, lasciando intendere che una nave militare italiana non sia intervenuta per salvare un barcone di migranti diretto verso le coste italiane". Lo ha scritto su Facebook il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta.
"È - ha aggiunto - del tutto falso e strumentale! Quando è arrivato l'allarme ai nostri uomini, la nave italiana si trovava a 80 chilometri di distanza, praticamente 2 ore di navigazione dal barcone, localizzato invece in acque di responsabilità libica. Si è deciso di inviare dunque, immediatamente, un elicottero, perché quando c'è da salvare vite umane i nostri non si sono mai tirati indietro. Anzi".
La Guardia costiera libica aveva tentato di salvare il gommone alla deriva ma una sua motovedetta ha avuto un guasto e ha dovuto delegare il compito alla Marina italiana. Lo ha riferito il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem. "Avevamo ricevuto richieste di soccorso ieri mattina", ha detto Ghasem all'Ansa. "Una motovedetta della Guardia costiera libica è uscita immediatamente per salvare i migranti ma è andata in panne prima di raggiungerli e abbiamo informato la parte italiana della situazione affinché agisse", ha aggiunto il portavoce della Marina, da cui in Libia dipende la Guardia costiera.
"Ci coordiniamo con la controparte italiana e abbiamo seguito con loro le operazioni di soccorso che hanno avuto luogo stamattina", ha detto ancora Ghasem al telefono. "La parte italiana è al corrente del guasto che ha avuto la nostra motovedetta", ha detto l'ammiraglio sottolineando che "ci sono accordi con gli italiani" per la "riparazione delle motovedette" libiche, "che sono vecchie".
tuacitymag.com, 31 maggio 2019
In scena, da oggi fino a domenica 2 giugno, al Teatro Lo Spazio lo spettacolo "Famiglia", realizzato con attori detenuti ed ex detenuti. Sul palco anche Marcello Fonte
"Questo spettacolo è dedicato a chi non c'è. Ai figli lontani e ai padri che sono morti mentre i figli erano lontano. Sulla scena ci sono tutti, le persone, i personaggi e i fantasmi. Non importa se non c'è più il muro di un carcere a separarli. Ancora una volta questi attori usano il teatro per quello che serve, per colmare una distanza, per aggredire il senso di colpa, per sostenere il peso del giudizio. Per parlare a chi forse è in platea o a chi forse non c'è più. Ed è in questo sforzo ed in questa necessità che ci raccontano della famiglia, della ferocia degli affetti, dell'amore e della violenza, della solitudine. Del tempo che passa. In un semplice, tragico, commovente passaggio dalla realtà alla finzione". Scrive così Valentina Esposito nelle note di regia di Famiglia, lo spettacolo in scena da stasera e fino a domenica al Teatro Lo Spazio.
Uno spettacolo molto particolare, come tutti gli altri realizzati da Valentina Esposito, autrice e regista, fondatrice, nel 2014, di Fact (Fort Apache Cinema Teatro).un progetto teatrale rivolto a detenuti ed ex detenuti per il loro inserimento nel sistema spettacolo. Non sono pochi gli obiettivi raggiunti fino ad oggi e le collaborazioni tra gli attori di Fact e importanti registi contemporanei, come Francesca Comencini, Claudio Caligari, Stefano Sollima, Sidney Sibilia, Daniele Luchetti, Valerio Mastandrea, Marco Ponti e Matteo Garrone che trova nel volto di Marcello Fonte, ormai testimonial del progetto Fact, quello del suo Dogman, che sbanca il Festival di Cannes 2018 aggiudicandosi la Palma D'Oro e vince come Miglior Attore agli oscar europei, gli European Film Awards.
Insieme a Fonte, sono tanti gli attori (ex detenuti e non) che danno vita all'esperienza di Fact: Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi e Cristina Vagnoli, tutti interpreti sul palcoscenico del Teatro Lo Spazio di uno spettacolo che prova a scandagliare l'anima di uomini che nei lunghi anni di reclusione hanno sofferto per gli affetti lontani, per i figli distanti, per gli amori perduti, e si trovano ora a tentare una ricostruzione emotiva di un rapporto difficile fatto di rivendicazioni e ribellioni.
Nella pièce della Esposito, il matrimonio dell'ultima e unica figlia femmina di una numerosa famiglia tutta al maschile, diventa pretesto per riunire tre generazioni di persone legate da antichi dolori e irrisolte incomprensioni, per rimettere sullo stesso tavolo i padri dei padri e i figli dei figli, e consumare una vicenda d'amore e d'odio, sospesa tra passato e presente, sogno e realtà.
gonews.it, 31 maggio 2019
Si è concluso il percorso annuale della Scuola di Teatro Don Bosco. Dopo la rappresentazione de La Tempesta di Shakespeare - spettacolo che ha visto insieme sulla scena gli allievi detenuti e gli studenti della Scuola Normale Superiore - il palcoscenico della Casa Circondariale ha ospitato anche due spettacoli della compagnia "I Sacchi di Sabbia", che grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana, da anni cura questo progetto.
La due giorni, è stata inaugurata il 22 maggio con "Andromaca" da Euripide, rivisitazione della tragedia greca in chiave ironica. A seguire, il 28 maggio al Don Bosco si è inscenata "I Dialoghi Degli Dei", dall'opera di Luciano di Samosata, gustosa carrellata di vizi e virtù degli abitanti dell'Olimpo in chiave contemporanea.
Chiudere con due classici, rappresentati da professionisti, chiosa perfettamente il percorso annuale della Scuola, che ha visto una quarantina di allievi detenuti elaborare, coadiuvati dai normalisti, due testi antichi di grande importanza: "Gli Uccelli" di Aristofane e "La Tempesta" di Shakespeare. Francesca Censi, coordinatrice del progetto, attrice e animatrice storica, con Paolo Pierazzini della Compagnia del Lux, dice: "La scuola è prima di tutto un luogo di confronto umano e culturale dove le allieve e gli allievi possono fare esperienza di socialità e comunicazione attraverso il linguaggio del teatro, della letteratura e della poesia".
Gabriele Carli de "I Sacchi di Sabbia", interviene dicendo: " Il progetto ha dato buoni risultati sia dal punto di vista della partecipazione, con quaranta allievi l'anno, tra detenuti e detenute, sia dal punto di vista rieducativo. È stato infatti rilevato, dall'Area Pedagogica dell'Istituto, che attraverso la pratica teatrale e il confronto con il gruppo, i detenuti -in particolare quelli con problemi di tossicodipendenza- sono riusciti a far emergere capacità e competenze mai utilizzate prima". Ogni ciclo di lavoro, ha previsto una performance finale dei detenuti aperta a un pubblico composto dal resto della popolazione carceraria dell'Istituto. Censi e Carli sono stati coadiuvati da Carla Buscemi, giovane allieva della Compagnia.
ilnapolista.it, 31 maggio 2019
Il progetto si chiama "Regalami un sorriso". Nasce da un protocollo di intesa tra Rotary, carcere, l'Asl Napoli 1 e Istituto "Casanova". Al carcere di Poggioreale, i detenuti in condizioni economiche più disagiate hanno chi cura i loro denti gratuitamente. Accade grazie al progetto "Regalami un sorriso", che fornisce loro protesi dentarie mobili.
Il progetto - Il progetto nasce da un protocollo di intesa sottoscritto dal Rotary International Distretto 2100, il carcere di Poggioreale, l'Asl Napoli 1 Centro e l'Istituto Statale Istruzione Secondaria per odontotecnici "A. Casanova". Quest'ultimo è stato coinvolto grazie al sistema dell'Alternanza Scuola Lavoro. Il progetto "Regalami un sorriso" è nato dall'idea di una rotariana, nella doppia veste di dirigente di istituto per odontotecnici e di Past President del Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo. Prevede la donazione di protesi mobili ai detenuti in condizione di grave disagio economico, fisico e psicologico. Gli allievi, i docenti e i tecnici del Casanova hanno realizzato le protesi in Alternanza Scuola Lavoro con la collaborazione di un tutor esterno, Vittorio Capezzuto. L'Asl Napoli 1 Centro e i volontari odontoiatri rotariani, Luca Mastangelo, Andrea Lalli e Massimo Galletta, hanno effettuato l'assistenza odontoiatrica necessaria.
Il primo anno di attività - Nel primo anno di attività a Poggioreale, non solo sono state donate protesi, ma è stato anche realizzato un corso di orientamento agli studi odontotecnici culminato nell'istituzione di una sezione carceraria di istruzione statale per odontotecnici.
Il secondo anno - In questo secondo anno, a Secondigliano, si è riproposto il progetto con l'intenzione di creare presso l'istituto di pena un Centro di fresaggio odontotecnico. Qui i detenuti potranno non solo formarsi come tecnici del Cad/Cam ma potranno lavorare producendo in autonomia gli elementi richiesti per realizzare protesi.
Le istituzioni coinvolte - Fondamentale il ruolo del Provveditore Regionale per la Campania Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e del Garante Nazionale per i diritti dei detenuti, che hanno sostenuto l'iniziativa del Rotary.
A garantire lo svolgimento virtuoso del progetto la direttrice dell'Istituto di Pena, Giulia Russo e il dirigente del servizio di Medicina Penitenziaria, Lorenzo Acampora. L'azione di grande valenza sociale evidenzia il valore della persona favorendone il recupero e riorientandolo verso i valori della socialità, legalità e inserimento lavorativo.
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