di Emiliano Fittipaldi
L'Espresso, 9 giugno 2019
Corruzione diffusa. Guerre di potere per sistemare amici e proteggere la propria cricca. Così le toghe sono finite nel fango. al servizio della politica. Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell'Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall'inchiesta su Luca Palamara - ex presidente dell'Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all'anno scorso - rischia di travolgere l'intera categoria. Come mai accaduto prima.
Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che "le mele marce" tra i 9.000 togati in servizio "restano pochissime", ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell'attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è "devastante".
E che la questione morale (e la crisi etica e d'immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana. "Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull'immagine dell'intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale", spiegano all'Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall'inizio ogni fase della faccenda. "Siamo preoccupati, inutile negarlo", dicono al Colle.
"Come ai tempi della P2" - Difficile non esserlo. L'inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi torrentizi e deviati che rischiano di minarne l'autorevolezza alle radici. "Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2", ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascíni. Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile.
Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l'occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l'organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri. Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s'è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un'amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.
Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di "vendette" da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Telo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall'uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato - almeno così pensa il gruppo dei sodali - a loro più affine.
Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all'unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo. Ma non è tutto. L'istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta "criminalità giudiziaria", un fenomeno che - cronache alla mano - sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell'Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti.
Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l'uomo forte di Unicost - altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni - è solo l'ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana. Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi.
Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. "Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale", spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.
La "pigrizia morale" - Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suo "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro ("in cinquant'anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano", sosteneva) era "un lento esaurimento interno delle coscienze" e "una crescente pigrizia morale". Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c'è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli "amici degli amici" e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno. "Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge", ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo show-down di questi ultimi mesi.
Al mercato delle sentenze - La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato. Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato.
Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall'avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo dì faccendieri implicati nell'affaire Palamara. Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l'ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l'accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali.
Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all'assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.
In un altro filone dell'indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l'archiviazione.
Giochi sporchi in Sicilia - Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell'avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo (da Calafiore) che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro.
In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell'Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale. Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi.
Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo - secondo le accuse - era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli "a specchio", che si "autoassegnava" - come scrive il gip nella richiesta d'arresto - "al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi"; esperto nel fabbricare fascicoli "minaccia", utili cioè ad iscrivere persone "ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore"; e lavorare a fascicoli "fantasma", come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall'economista Luigi Zingales, ex consigliere dell'Eni, ai danni dei vertici dell'Eni stessa.
Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l'apertura di un fascicolo d'indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga stile presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa. Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l'esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani.
Se ne occuparono l'allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all'inizio di quest'anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell'imprenditore Flavio D'Introno.
Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D'Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.
Come quella su Palamara, anche l'inchiesta sul "Sistema Trani" ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d'indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l'allora sottosegretario del Pd, l'imprenditore Luigi Dagostino - ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia - e lo stesso Savasta.
Quest'ultimo, che aveva ricevuto un'informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all'inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.
Il gran bazar e le sue merci - Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l'intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all'Espresso come l'aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto "dall'enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo".
Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale. Gli esempi non si contano più.
Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che - per ottenere sentenze favorevoli - gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata "mozzarella") perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le "mozzarelle" andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane.
"È un'indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini", commenta Luca Masini, procuratore vicario. Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l'amico dell'inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di "utilità".
Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l'uso gratuito di un appartamento, un'auto a prezzi stracciati. Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente. Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati - al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare - è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla.
A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un'associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.
In realtà, l'ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l'indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe - più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica - un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all'apatia morale di troppi magistrati.
di Alberto Negri
Quotidiano del Sud, 9 giugno 2019
L'Italia istituzionale gronda di una retorica irritante e tira sempre un'aria da cinegiornale dell'Istituto Luce. Un giorno volavo con un presidente della Repubblica e all'arrivo scoprii che le colleghe giornaliste erano state insignite del cavalierato soltanto perché avevano viaggiato con lui. Non pensavo fosse un merito, ma nessuno fece neppure una battuta.
di Mena Trotta
liberopensiero.eu, 9 giugno 2019
Le mura della sala incontri della casa circondariale di Salerno sono estremamente colorate. La danza di Henri Matisse, riprodotta da alcuni ragazzi del liceo artistico Sabatini-Menna di Salerno nel 1997, ricopre ben due pareti. Quella stanza, così colorata, sembra avere la presunzione di cancellare in un attimo il grigiume del contorno. Oggigiorno si parla del mondo dietro le sbarre come di una realtà lontana, esterna, come la più facile esemplificazione della libertà negata. I prigionieri: esseri retrocessi, hanno sbagliato, devono pagare e vanno puniti, tutto qui.
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Lo dicono i magistrati: la nuova legge sulla legittima difesa "potrebbe essere applicata" per la prima volta nel caso di Marcellino Jachi Bovin, 67 anni, tabaccaio di Pavone Canavese, alle porte di Ivrea. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, venerdì notte ha ucciso a colpi di pistola Ion Stavila, 24 anni, cittadino moldavo incensurato che aveva forzato il suo negozio insieme con due complici. Verrà interrogato nei prossimi giorni alla presenza del suo avvocato. "Ha tutta la mia solidarietà - ha detto il ministro Salvini.
Mi auguro che la nuova legge riconosca che questo 67enne ha fatto quello che è stato costretto a fare. Il ladro, se avesse fatto un altro mestiere, a quest'ora sarebbe a casa sua. Ne abbiamo le palle piene, la gente ha diritto di difendersi, sono orgoglioso di questa legge".
"Questa legge" è nata da una percezione di insicurezza. Anche se in Italia diminuiscono i crimini: lo si sa da 10 anni, e continua ad accadere con diversi governi. Stando ai numeri siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell'Unione Europea. Omicidi volontari, quasi dimezzati: 611 denunciati nel 2008, 368 nel 2017. Rapine: 45.857 denunciate nel 2008, 30.564 nel 2017, un calo del 33,3%. Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: meno l'8,5%, nel 2017 rispetto al 2016.
Come si influenza la percezione - Eppure cresce la paura, reale o favorita da politica e media: nel 2017 il tema "criminalità" è comparso nel 17,2% dei programmi della principale Tv francese, nel 26,3% di quella britannica, nel 18,2% di quella tedesca e nel 36,4% dei 5 principali telegiornali italiani. Il 78% degli intervistati in un'indagine degli stessi mesi ritiene che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni prima. Questa opinione si concentra al 91% fra gli elettori della Lega. E il 39% della popolazione (nel 2015 era il 26%) chiede che sia più facile acquistare un'arma per difesa personale.
La parola "sempre" ha cambiato la legge - Così, a marzo, sono stati riformati alcuni articoli del codice penale. L'articolo 52 diceva e dice: "Difesa legittima. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa".
In soldoni: non puoi sparare a un ladro che fugge. La norma prosegue: "se il derubato si trova a casa sua o in altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi" (cortile, garage, ndr), o in "ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale", allora "sussiste sempre il rapporto di proporzione". Quel "sempre" prima non c'era. Tradotto: se uccidi qualcuno che ti minaccia entrando nella tua proprietà, la proporzione fra difesa e offesa è data in partenza per scontata.
Sul punto risponde il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni: "Aver aggiunto l'avverbio "sempre" ha rafforzato un principio. Non togliamo potere al giudice, ma stabiliamo che all'interno del domicilio e alle condizioni previste dalla Costituzione, mi posso difendere perché la proporzionalità sussiste "sempre", e di conseguenza la legittima difesa". Sta di fatto che se fino a ieri al giudice restava un margine di valutazione, da oggi sarà molto ristretto, a meno che il giudice non ponga appunto un problema di costituzionalità.
Una legge giustificata? - La nuova legge è nata da un'emergenza giudiziaria? Dai numeri, si direbbe di no. Per questi fatti, nel 2017, risultavano in corso nei tribunali 26 processi. Di questi, in 14 casi si procede per "legittima difesa" (vuol dire che si avvieranno all'archiviazione), mentre negli altri 12 (da oggi 13, con il caso di Pavone Canavese) per "eccesso colposo di legittima difesa", ovvero i giudici devono valutare se l'imputato ha esagerato.
Per magistrati e penalisti la legge è "inutile e pericolosa", anche perché l'inviolabilità della proprietà privata può contrastare con il diritto alla vita - anche quella del ladro - sancito dall'articolo 2 della Costituzione. Per il Sottosegretario Molteni invece il problema non si pone: "A nostro avviso non c'è nessun contrasto. L'intenzione del legislatore è stata quella di formulare una riforma costituzionalmente orientata. Il nuovo quarto comma specifica, senza ulteriori dubbi, una condotta che riteniamo non possa ricadere nell'eccesso colposo". Si va forse verso una "legittima offesa", piuttosto che difesa.
Come funziona negli Usa e d Europa - In alcuni Stati americani, vige il principio "stand your ground", proteggi il tuo territorio: se aggredito ovunque, puoi uccidere. E ancor più se sei a casa tua ("castle doctrine", "dottrina del castello"). In altri, prevale il "duty to retreat", il dovere di cercare prima una via di fuga.
In Francia, la legittima difesa è riconosciuta solo se "necessaria, come unico modo di proteggersi". In Gran Bretagna la legge consente di usare anche "una forza sproporzionata" per respingere un'intrusione domiciliare. Ma bisogna provare di aver fatto ciò che "onestamente e istintivamente" si giudicava "necessario". In Germania, non è imputabile chi reagisce violentemente a una minaccia "che non possa essere altrimenti sventata".
Soprattutto se l'aggredito ha agito in preda "a confusione, paura o terrore". Anche la nuova legge italiana (art. 55, eccesso colposo) prevede la non punibilità nel caso di un "grave turbamento". Ma qui è intervenuto il presidente Mattarella: il "grave turbamento" deve essere "effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta". Ci vuole cioè una verifica oggettiva: non può essere solo chi ha premuto il grilletto a testimoniare per se stesso.
Ricaduta sulla vendita di armi - La nuova legge farà aumentare il numero delle armi da fuoco che circolano in Italia? Nel 2017, 1.398.920 licenze di porto d'armi sono state registrate a nome di civili, più 13,8% rispetto al 2016. Le licenze per caccia sono 738.602. In grande crescita quelle per il tiro al volo e al piattello: più 21,1% nel 2016-2017. Sono meno costose e più facili da ottenere, ma ugualmente efficienti (ne usò una Luca Traini, lo sparatore razzista di Macerata). In totale sono 584.978, ma circa 200.000 italiani, dal 2014, hanno messo piede in un poligono. Calano invece le armi per difesa personale: meno 4,8%, forse per le difficoltà burocratiche.
I rischi dell'arma in casa - Secondo l'Osservatorio Internazionale "GunPolicy.Org", nel 2017 i privati italiani possedevano 8.007.920 armi da fuoco, un milione in più rispetto a 10 anni prima. Ma 6.609.000 erano le armi non registrate. Se si considera che una famiglia media è composta da 2,3 persone, calcola il Censis, 4,5 milioni di italiani fra cui oltre 700.000 minori hanno un'arma a portata di mano. In Italia, ci sono 12 armi da fuoco ogni 100 abitanti, negli Usa 88. Dice ancora il Censis: se avessimo le stesse regole permissive americane, le famiglie italiane con armi in casa "potrebbero lievitare fino a 10,9 milioni e i cittadini complessivamente esposti al rischio di uccidere o di rimanere vittima di un omicidio sarebbero 25 milioni".
Decreto sicurezza bis - In questo clima "scaldato" dal fatto di cronaca legato al furto del tabaccaio, sono in arrivo le norme del decreto sicurezza bis che riguardano altri temi: migranti e ordine pubblico interno. È annunciato per il Consiglio dei ministri di martedì.
Le bozze sono provvisorie: trasferimento della competenza sul controllo delle acque territoriali dal ministero dei Trasporti a quello degli Interni. Obiettivo: vietare transito e porti alle navi delle Ong. Sul tavolo le multe, calcolate in base al numero dei migranti, e la sospensione della licenza per le navi commerciali italiane che li soccorrono in acque internazionali. Si tratta anche su certe norme per l'ordine pubblico, come quella di trasformare le contravvenzioni in reati nei casi di resistenza a pubblico ufficiale durante i sit-in. La paura fa novanta.
di Gemma Brandi e Mario Iannucci
personaedanno.it, 9 giugno 2019
Secondo Ristretti Orizzonti, dal 1997 ad oggi sono 144 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita (12 suicidi all'anno di media). Tre si sono suicidati dall'inizio del 2019. Il loro numero è di certo minore rispetto a quello dei suicidi dei detenuti: 1.063 solo dal 2000 ad oggi.
Considerando comunque che i poliziotti penitenziari sono 46.411 e che, almeno rifacendosi ai dati del 2015, in Italia si suicidano in un anno 6,5 persone ogni 100.000 (3,0 ogni 46.411), risulta chiaramente che, fra i poliziotti penitenziari, il tasso dei suicidi è quattro volte superiore rispetto alla media della popolazione generale.
Questa macroscopica sproporzione non può e non deve sfuggire. Non sfugge al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e nemmeno ai Sindacati di Pol. Pen., che da anni si interrogano sulle cause e cercano rimedi. Le cause, in genere, vengono individuate nell'evidente stress connesso al difficile e peculiare lavoro, al sovraffollamento delle carceri, alla cronica carenza di organico del Corpo (che oscilla fra il 10 e il 20% rispetto al personale previsto). Non vogliamo certo negare che questi fattori abbiano un rilievo, ma bisogna intanto dire che il rapporto detenuti/poliziotti in Italia (circa 1,4 attualmente) ci colloca ai livelli più bassi in Europa, dove si oscilla fra l'1,3 della Svezia e il 3,9 dell'Inghilterra/Galles, per salire all'11,2 della Russia. Anche la concordanza fra sovraffollamento delle carceri e suicidi dei poliziotti sembra molto incerta.
Altri elementi appaiono invece rilevanti dal punto di vista della ricerca delle cause. Sembrano influenti, intanto, la peculiarità del lavoro dei poliziotti penitenziari da un lato, il grado e l'età dei suicidi dall'altro lato.
La peculiarità del lavoro. Vogliamo indicare solo taluni elementi ai quali porre attenzione. Le carceri sono diventate sempre più, specie in Italia, luoghi dove la società "civile" scarica e "nasconde" una porzione assolutamente consistente di soggetti molto fragili, anche se pericolosi: valanghe di malati di mente, tossicodipendenti, stranieri (di cui talora non si comprende la lingua: figuriamoci allora la psiche, i moventi e le intenzioni), "stranieri in patria" delle nostre banlieues, stalkers, radicalizzati e, insieme, bassa manovalanza e vertici della criminalità organizzata, in un coacervo inestricabile che complica la vigilanza e vanifica spesso ogni sforzo trattamentale.
La difficoltà dei poliziotti penitenziari nel ricavarsi un vero spazio professionale è lapalissiana. Nonostante che negli ultimi decenni siano notevolmente cresciuti i loro curricula scolastici, continua ad essere presente un fortissimo pregiudizio relativo alla opportunità di coinvolgerli a pieno titolo nelle attività trattamentali riabilitative. Ecco che i poliziotti restano allora soli e disorientati di fronte all'ineludibile compito al quale oggi sono chiamati: prendersi cura e insieme controllare. Prendersi cura di detenuti sempre più infermi, specie mentalmente. Controllare tali soggetti con vecchi strumenti sempre più spuntati. La frustrazione, di fronte a questo enigma quasi irresolubile, è pressoché inevitabile.
Il grado e l'età all'interno del Corpo. C'è da chiedersi perché nessuno rifletta a sufficienza su questi elementi. Gli ultimi tre suicidi: a gennaio, 41 anni, assistente capo a Milano; a febbraio, 48 anni, assistente capo ad Imperia; fine di febbraio, 49 anni, probabile assistente capo, a Cuneo. Una età critica quella fra i 40 e i 50 anni, quando il verosimile accumulo di problemi personali si somma alla difficoltà di una soddisfacente realizzazione lavorativa, in un ambiente nel quale l'ostilità dei rapporti non riguarda soltanto l'al di là delle sbarre.
In una condizione professionale in cui le scarsissime prospettive di una crescita di grado (un tempo gli "appuntati" potevano nutrire la speranza di essere promossi "brigadieri", ma ora...) si combinano con livelli tossici di una esposizione all'aggressività che, già difficilmente tollerabile da giovani, nella maturità avanzata rischia di diventare insostenibile se non adeguatamente metabolizzata, se non fronteggiata con una disposizione e una formazione all'altezza del compito.
C'è però un ulteriore aspetto che quasi mai viene preso in considerazione. In carcere non si finisce mai per caso. Questo vale per coloro che "vanno in prigione" e per coloro che "vanno alla prigione": la radicale diversità semantica ce la rammenta sempre un intelligente amico avvocato, che ovviamente va spesso "alla prigione".
Tuttavia, per coloro che vanno quotidianamente "alla prigione" per trascorrervi la maggior parte del loro tempo lavorativo, di giorno e di notte, questa differenza, semantica e psicologica, si riduce notevolmente. Potremmo dire che i poliziotti penitenziari si avvicinano non poco ai 'semidetenuti' (i semiliberi sono i detenuti che lavorano all'esterno di giorno e tornano in carcere la notte; i semidetenuti sono i detenuti che lavorano in carcere di giorno e vanno a dormire all'esterno di notte). In carcere, infatti, non si finisce per caso: al di là come al di qua delle sbarre. Occorrerebbe quindi una grande e preliminare attenzione nel reclutare i poliziotti penitenziari. Occorrerebbe poi analoga cura nel seguire con periodica e frequente regolarità il decorso nel tempo delle loro condizioni psichiche, così come si dovrebbe fare per tutte le professioni ad alto rischio di burn-out.
Sarebbe essenziale che l'assessment preliminare e il controllo periodico venissero effettuati da organismi pubblici esterni all'amministrazione penitenziaria, così come ai servizi di salute mentale dovrebbero potersi rivolgere (o essere avviati prontamente, in caso di patente disagio) i poliziotti bisognevoli. Servizi esterni, ci raccomandiamo! Come si può pensare che i poliziotti penitenziari vadano a parlare dei loro problemi con operatori della amministrazione dove prestano servizio?
Ancora una osservazione che potrebbe aiutare. Un tempo le carceri erano situate in luoghi che avevano una loro bellezza. A Firenze c'erano 'Le Muratè, 'Santa Verdiana' e 'Santa Teresa', luoghi che ora, restaurati gradevolmente, sono stati messi a disposizione della cittadinanza. 'Santa Teresa' aveva un bellissimo chiostro e una chiesetta interna dove il sindaco La Pira si recava talora la domenica per assistere alla Santa Messa assieme ai detenuti e agli agenti di custodia. Ecco: ricominciamo a dare un valore alla bellezza e al decoro dei luoghi che ospitano la enorme sofferenza dei "reclusi".
Restituire dignità e bellezza a quei luoghi, e insieme alle persone e alle professioni al loro interno, è una operazione che avrebbe non solo un altissimo valore simbolico ma avrebbe anche un incredibile ritorno pratico. È indubbio che le operazioni riabilitative funzionano molto meglio, e con sprechi umani assai minori, nel carcere norvegese di Halden o in quello italiano di Pianosa. Ma è altresì vero che i luoghi salubri sono inadatti a farvi "marcire" le persone.
Un ulteriore suggerimento. In questo carcere che alberga numeri esponenzialmente crescenti di persone con gravi disturbi mentali, diviene indispensabile una adeguata preparazione trattamentale/terapeutica anche dei poliziotti penitenziari e un loro maggiore coinvolgimento nelle attività riabilitative: sentire di essere di aiuto agli altri (anche ai colleghi, non solo ai detenuti), sentire di partecipare attivamente a operazioni che 'valgono la pena', può contribuire moltissimo al benessere dei poliziotti.
Altre manovre andrebbero studiate almeno per limitare il fenomeno preoccupante dei suicidi dei poliziotti penitenziari. Ma certo bisognerebbe studiarle a partire da una raccomandazione essenziale: per favore, evitiamo che, ad occuparsi del reperimento delle soluzioni per questi problemi, siano i 'soliti esterni', persone che spesso non hanno mai messo piede in carcere, ma che millantano competenze teoriche inutili allo scopo o che hanno nei curricula documentate appartenenze ideologiche, sempre le stesse.
Un tempo il motto degli Agenti di Custodia era questo: "Vigilando redimere". Ora quello della Polizia Penitenziaria è ancora più bello e ambizioso: "Despondere spem munus nostrum": sostenere la speranza è il nostro compito (e anche la nostra "ricompensa"). È questo motto che dovrebbe ispirare l'arduo compito della società civile nei confronti di tutti (tutti!) gli abitanti delle carceri.
di Franco Vatrini
uotidianosanita.it, 9 giugno 2019
"D'ora in poi" è l'incipit del comunicato che il 19 aprile scorso l'ufficio stampa della Corte Costituzionale ha pubblicato a commento della sentenza n. 99 che si rivolgeva sia direttamente ai giudici che da quel momento avrebbero potuto disporre una misura alternativa alla permanenza in carcere dei cosiddetti rei/folli, sia indirettamente ai non pochi sostenitori del "trattamento giudiziario paritario".
di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2019
L'ex poliziotto e lo spyware che trasforma i telefonini in microspie audio-video: "Chi gestisce le operazioni ha un potere enorme". L'ex super-consulente Gioacchino Genchi incarna tutte le competenze per analizzare a 360° vizi, virtù, potenzialità e i limiti del trojan, "la rivoluzione delle investigazioni", il virus che ha messo nei guai il pm di Roma Luca Palamara, lo spyware che trasforma lo smartphone in un microfono e può copiarne i dati e la memoria da remoto.
Genchi è stato poliziotto informatico, esperto nell'incrocio di dati telefonici, e ora è avvocato penalista in processi che si decidono sulla valutazione e l'utilizzabilità delle intercettazioni. Ha giocato all'attacco e ora ogni tanto si schiera in difesa. Sul trojan solleva un problema preliminare grande come un grattacielo: "Non capisco perché lo Stato ne abbia affidato ai privati l'uso e la gestione. I Tribunali sono statali, i pm sono statali, i processi li fa lo Stato e le intercettazioni informatiche che vengono discusse nei processi vengono appaltate a soggetti esterni? Lo Stato dovrebbe diventare imprenditore in proprio di questo settore per evitare le anomalie del caso Exodus" (nelle scorse settimane la Procura di Napoli ha ottenuto l'arresto del titolare e dello sviluppatore di un software-trojan dal nome Exodus con il quale avrebbero trasferito sui cloud di Amazon montagne di dati riservati di inchieste giudiziarie, accessibili da chiunque fosse in possesso di un paio di password, ndr).
Cosa avrebbe dovuto insegnare il caso Exodus?
Che è sbagliato consegnare alle ditte una delega in bianco per fare il bello e il cattivo tempo. Sono soggetti senza titolo giuridico, potenzialmente corruttibili, sfuggono ad ogni controllo, e nei confronti dei quali non può essere attivata alcuna verifica.
I privati gestivano e gestiscono anche le intercettazioni telefoniche...
Il trojan non è assimilabile a una intercettazione telefonica. Quando facevo il consulente delle Procure, acquisivo un tabulato in forma elettronica certificata, e i dati sul numero e la durata delle conversazioni erano verificabili e riscontrabili dalle parti, come l'audio della telefonata, si sa quando inizia e quando finisce. Il flusso dati del trojan invece non è così: dipende dalle scelte di chi stabilisce quando accendere e quando spegnere il microfono e copiare i file, e può anche cancellarne una parte senza che nessuno se ne accorga. Io da cittadino non mi sentirei al sicuro.
Ma come? Il microfono audio-video non è sempre acceso?
No. Il trojan impegna molte risorse dell'apparecchio, lo surriscalda e lo rallenta. Scarica subito la batteria. Non esisterà mai un trojan che funzioni senza alimentazione, sull'accumulo di energia siamo fermi ai tempi di Alessandro Volta. Quindi, decisivo perla qualità delle indagini è il "pilota" del trojan. La persona che decide quando attivarlo e quando spegnerlo, dopo aver raccolto - ascoltando le telefonate e leggendo i messaggi - i dati su mosse e appuntamenti dell'indagato. Dovrebbe essere un attento investigatore di polizia giudiziaria. Ne abbiamo di bravissimi, che però non lo fanno. Lo fanno i tecnici delle ditte, che assumono le funzioni di ausiliari di polizia giudiziaria. Ma questo può porre dei motivi giuridici per chiedere la nullità dell'utilizzo delle intercettazioni del trojan. Io da avvocato in qualche caso li ho sollevati.
Quindi un cellulare surriscaldato potrebbe mettere in guardia l'indagato...
Vuole una chicca? Un cliente mi ha confidato di aver acquistato un apparecchio che misura la temperatura del telefonino.
Ci sono altri modi per eludere il trojan?
Il virus è sviluppato in modo da accendersi in automatico quando rileva che l'apparecchio si sta caricando, perché è sicuro di funzionare senza azzerare la batteria. È sufficiente non attaccarlo alla corrente nei luoghi dove si prevede di tenere delle riunioni riservate. Un altro modo, ovviamente, è spegnere il cellulare. Meglio se qualche ora prima dell'appuntamento.
Esiste uno smartphone che non si può intercettare?
Sì. Quello guasto.
di Paolo Biondani
L'Espresso, 9 giugno 2019
In un Csm traumatizzato dal lo scandalo delle nomine inquinate, il magistrato romano Giuseppe Cascini è arrivato a parlare di "poteri occulti all'attacco della giustizia come negli anni della P2". Gherardo Colombo, l'ex magistrato di Milano che quella super-loggia massonica segreta l'ha scoperta, nel 1981, mentre con il giudice Giuliano Turone indagava sul finto sequestro del banchiere piduista Michele Sindona (organizzato da Cosa Nostra), riconosce che "entro certi limiti, per alcuni aspetti" il paragone è centrato
"Certo, oggi non c'è più tutto il marciume della P2, la bancarotta miliardaria dell'Ambrosiano, il conto Protezione, i ricatti di Gelli... Ma c'è un problema che è sempre lo stesso: le manovre esterne per controllare i vertici degli uffici giudiziari e tentare di orientare la giustizia. La Costituzione riconosce l'indipendenza del potere giudiziario per difendere i cittadini, proprio attraverso magistrati liberi da condizionamenti".
Detto questo, Colombo si ferma, recupera un suo libro del 1996, "Il vizio della memoria", e legge l'inizio del capitolo sulle prime reazioni alla scoperta della P2: "Sembra che i politici stiano letteralmente impazzendo perché non sono in grado di attribuirci un'appartenenza. Non si capacitano: ritengono che in Italia, come succede a loro, non esista nessuno che non abbia un'appartenenza. Che possano esistere magistrati indipendenti, neanche a pensarci!
Ma, allora, non riescono proprio ad affibbiarci ad alcuno, e questo li disorienta. Non avendo individuato un'appartenenza, non capiscono "per conto di chi abbiamo operato", e non riescono pertanto a capire a chi devono rivolgersi per lamentarsi del nostro lavoro, ovvero per "trattare". All'epoca, infatti, era convinzione diffusa che in certi campi, ad esempio l'alta finanza e l'economia, i magistrati agissero in qualche misura a comando, o perlomeno inconsapevolmente strumentalizzati da questa o quella fetta del potere, per condizionare e ricattare altre fette.
Sapevano dell'esistenza di scavezzacolli che non rispondevano a nessuno, ma questi per norma, secondo la loro concezione, dovevano essere controllati dai capi e non essere incaricati di indagini che li avrebbero potuti portare a infilare il naso nel potere. La nostra indipendenza li disorienta e in qualche modo li blocca. Noi continuiamo a lavorare". L'ex magistrato sorride: "Sono parole di 23 anni fa, però mi sembrano ancora attuali, no?".
Colombo ha lavorato nel mitico pool Mani Pulite con un altro noto "scavezzacollo" come il pm Paolo Ielo, oggi procuratore aggiunto della capitale e primo bersaglio delle trame per chiudere l'era di Giuseppe Pignatone, il grande capo ora in pensione che ha fatto dimenticare la nomea di Roma come "porto delle nebbie": il palazzaccio di giustizia che scippava a Milano le indagini sui potenti, dalla maxi-inchiesta P2 a tanti rami di Tangentopoli, per insabbiarle.
"Già, sembra di essere tornati ai tempi in cui si diceva che la procura di Roma vale più di un ministero", osserva Gherardo Colombo, scorrendo desolato le notizie sul capo-corrente della magistratura perquisito per corruzione, sul consigliere del Csm che svela indagini segrete proprio alla toga sotto inchiesta, sul pm romano che denuncia i colleghi d'accordo con l'inquisito, su giudici di rango che trattano nomine di procuratori con politici indagati o avvocati corruttori. Di fronte a tanti scandali veri o presunti, a reati o illeciti disciplinari per ora solo ipotizzati, l'ex giudice istruttore dei poteri occulti invita però alla prudenza: "Alcuni fatti mi sembrano già abbastanza chiari, ma conviene aspettare a dare giudizi: prima bisogna capire, conoscere bene tutti gli atti, sapere esattamente chi ha fatto cosa... Non vorrei che queste indagini venissero liquidate come una battaglia tra correnti o addirittura strumentalizzate per attaccare l'indipendenza della magistratura".
Il problema dello strapotere delle correnti "esiste e va risolto, ma una soluzione sensata deve rispettare l'equilibrio di poteri sancito dalla Costituzione a tutela dei cittadini", avverte Colombo. Che bolla come "una emerita cavolata" l'ideona di inserire più politici nel Csm, che renderebbe "ancora più grave il peso delle appartenenze, le interferenze dei partiti sulla giustizia, i rischi di spartizione delle nomine giudiziarie".
L'ex magistrato concorda che l'ipotesi di sorteggiare i togati del Csm per ammazzare le correnti è come buttare via il bambino con l'acqua sporca, sostituendo con una lotteria cieca i voti consapevoli dei magistrati. E invita invece a studiare con attenzione "la proposta, che non so di chi sia, di fare come per la Corte costituzionale: eleggere un consigliere del Csm alla volta, per ridurre l'influenza delle correnti favorendo le candidature più autorevoli".
Mentre la separazione delle carriere tra giudici e pm, vecchio sogno della P2, "non si capisce proprio cosa c'entri con i fatti emersi con le indagini di Perugia". A proposito, i giudici piduisti sono stati graziati dal vituperato Csm? "Sono stati tutti sanzionati e nei casi più gravi radiati".
Il libro di Colombo riporta tutti i nomi dei magistrati che invece di restare indipendenti e "soggetti soltanto alla legge", come impone la Costituzione, giurarono segretamente fedeltà alla loggia di Gelli, il potere occulto che manovrava gli apparati dello Stato. E i tanti scandali giudiziari di questi anni, i giudici che vendevano le sentenze, i pm con i conti all'estero, i magistrati al servizio della mafia, chi li ha scoperti? I big politici che rivendicano più potere nel Csm? Le agenzie investigative dei grandi imprenditori? Colombo ride: "Li ha scoperti la magistratura. Con tutti i suoi difetti, è l'unico potere che sa fare pulizia anche al proprio interno". Grazie ai soliti "scavezzacolli": i magistrati. indipendenti.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Il braccio di ferro che qualcuno temeva s'è aperto ufficialmente. I quattro componenti del Consiglio superiore della magistratura autosospesi perché coinvolti nelle riunioni con altri magistrati e dei deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti sui futuri assetti delle Procure, non hanno dato le dimissioni. Anzi, per tre di loro appartenenti alla corrente moderata Magistratura indipendente - Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre - è arrivato l'invito del gruppo a tornare al lavoro. Sfidando chi ha chiesto e continua a chiedere il passo indietro che libererebbe l'organo di autogoverno dei giudici da un'ipoteca che rischia di continuare a comprometterne l'immagine.
Da domani si apre dunque una settimana in cui continuerà a tenere banco il destino del Csm, con progetti di riforma che dopo i partiti al governo ieri ha auspicato anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il quale sulla posizione di Lotti ha spiegato: "Mi ha assicurato di non aver commesso alcuna illegalità, aspettiamo che esca la verità". Sulle modifiche alla composizione e al sistema elettorale dell'organo di autogoverno non ci sono ancora proposte chiare né condivise, ma questo appartiene al futuro. Il presente è un Consiglio che pur in grado di continuare a lavorare regolarmente, si ritrova comunque azzoppato. I componenti autosospesi sono stati già sostituti negli importanti incarichi che ricoprivano nelle commissioni consiliari, e spostati in altre di rilevanza molto minore.
Ieri mattina i quattro (oltre al terzetto di Mi c'è Gianluigi Morlini, della corrente centrista di Unicost che pretende le dimissioni; ma la decisione spetta al consigliere, non al gruppo) sono stati ricevuti dal vicepresidente David Ermini, che continua a muoversi in stretto raccordo con il capo dello Stato. S'è trattato di un colloquio franco, senza toni aspri, in cui s'è parlato anche del rispetto delle garanzie; che può significare, ad esempio, avere diritto a leggere le trascrizioni dei colloqui intercettati negli incontri contestati. Pur senza espliciti riferimenti alle dimissioni, Ermini ha ribadito l'invito a prendere una decisione rapida, facendo appello alla "massima responsabilità istituzionale". Difficile immaginare, dietro questa formula, una strada diversa dalle dimissioni.
I consiglieri hanno risposto che la loro scelta sarà resa nota a breve, ma subito dopo i tre di Mi sono andati all'assemblea generale del gruppo, dove hanno rivendicato la propria correttezza (al massimo ingenuità e inopportunità) e ribadito la volontà di non gettare la spugna. Ne è scaturito un documento che rinnova loro la fiducia e ne auspica la "pronta ripresa delle attività consiliari", mentre vengono stigmatizzati "l'impropria campagna mediatica" e i "giudizi sommari non suffragati dalla compiuta conoscenza degli atti".
L'unico richiamo traspare dal proclamato "impegno ad evitare, in futuro, ogni contatto con qualunque esponente politico estraneo al Csm, ancorché magistrato". È un riferimento chiaro a Cosimo Ferri, il leader ombra della corrente, duramente criticato dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati Pasquale Grasso (che fa parte di Mi): "Il ruolo di eminenza grigia è stato "certificato" dagli eventi degli ultimi giorni". Grasso avrebbe voluto le dimissioni degli autosospesi, già sollecitate dall'Anm, e per questo s'è astenuto al momento del voto sul documento finale.
di Viviana Lanza
Il Mattino, 9 giugno 2019
Il presidente del Tribunale chiede una relazione. L'avvocato Polidoro: "Bene l'intervento di Ferrara, fatto grave, bisogna individuare subito i responsabili".
Sul caso del detenuto portato in aula nonostante indossasse soltanto un jeans, e fosse scalzo e a torso nudo, si attende ora la relazione richiesta dal presidente del Tribunale Ettore Ferrara. La relazione degli agenti che hanno portato il detenuto in aula sarà centrale nella ricostruzione di quanto accaduto venerdì mattina in tribunale. Da una prima verifica sembra che, quando il detenuto è stato portato in aula, l'udienza non era in corso, il giudice era in camera di consiglio per scrivere la sentenza per un altro imputato e dunque i magistrati non potevano immaginare le condizioni in cui l'uomo si trovava. Tutto è stato più chiaro dopo, quando però il caso era già scoppiato.
Sono le 11,30 di venerdì mattina quando l'attenzione di molti si catalizza sull'aula 214. Dentro c'è un uomo seduto nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti. Fin qui nulla di strano per un Tribunale. Ma l'uomo è mezzo nudo. Indossa soltanto un jeans, senza scarpe né maglia. Non è italiano e non parla la nostra lingua (tanto che l'udienza sarà rinviata per trovare un interprete).
Si chiama Ricciard Unucoru, ha 33 anni e un passaporto nigeriano, non ha il permesso di soggiorno e per quel che raccontano gli agenti ha difficoltà a gestire la sua aggressività. È in cella proprio per aver aggredito a calci e pugni degli agenti nell'ufficio immigrazione tanto che ci sono voluti undici poliziotti per fermarlo.
E prima di essere portato in aula si sarebbe dimenato stracciandosi i vestiti, tanto da indossare poi solo i jeans rimediati dagli agenti e rimanere a torso nudo per oltre un'ora, finché non gli viene data la t-shirt grigia comprata dagli stessi poliziotti durante l'attesa in tribunale. Unucoru ha un difensore d'ufficio che però non può seguirlo anche nel prosieguo dell'udienza rinviata per trovare un interprete.
Il processo si svolge per direttissima per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato. Lui, Ricciard, fino a quando non arriva la maglietta, se ne sta seduto nel gabbiotto con le braccia nude tenute incrociate sul torace come a difendersi dall'aria condizionata e dallo sguardo di chi è in aula. Ha i piedi nudi fermi sul pavimento nero della cella e lo sguardo perso nell'aula 214, quella al primo piano del Palazzo di giustizia. Sembra appena scampato da una tempesta, e se ne resta fermo nei pochi metri della cella.
Nel vederlo entrare in quelle condizioni, un penalista esprime a voce alta indignazione ma gli agenti portano a termine l'azione come a seguire un rigido protocollo senza valutare il singolo (e singolare) caso.
"Sono cose che non devono accadere", commenta l'avvocato Riccardo Polidoro, penalista, fondatore a Napoli di "Carcere possibile", la Onlus della Camera penale che si occupa della tutela dei diritti dei detenuti, e attualmente responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali italiane. "Bisognava ritardare l'udienza, comunque interloquire con il magistrato prima di portare il detenuto in aula in quelle condizioni.
E bene ha fatto il presidente del tribunale Ferrara a disporre un'indagine per capire cosa sia accaduto e accertare eventuali responsabilità" aggiunge Polidoro affermando che l'organismo forense presterà attenzione al caso valutando eventuali iniziative. Resta lo sconcerto.
"È un fatto grave. Non è mai accaduto nulla di simile in passato. Quando un cittadino viene privato della libertà personale è gestito dallo Stato e va gestito bene. Non è accettabile che sia portato in aula mezzo nudo".
- Messina: l'On. Bucalo "a Gazzi diverse criticità, attivarsi per nuova Casa circondariale"
- Cagliari: progetto pilota per il diritto allo studio anche in carcere
- Caserta: reinserimento sociale dei detenuti, progetto Asi-Amministrazione penitenziaria
- Sardegna: i detenuti aumentano ancora, a Uta record sovraffollamento
- Novanta magistrati a fianco di Di Matteo, cacciato dal pool antimafia










