ottopagine.it, 19 agosto 2019
L'analisi di Giovanna Perna responsabile regionale Osservatorio carceri dell'Unione delle camere penali. La tre giorni di ferragosto in carcere, l'iniziativa promossa dal Partito Radicale ha fatto tappa stamane nel penitenziario di Ariano Irpino. In campo, l'osservatorio carceri, dell'unione camere penali italiane. Un tema mai come in questo momento assai rovente. Le criticità sono notevolissime.
La struttura arianese dedicata all'agente Pasquale Campanello, presenta una serie di problematiche notevoli, sotto il profilo strutturale. Vi è un nuovo padiglione, che si è certamente in condizioni migliori, ma il vecchio edificio risulta allo stato attuale fatiscente e ad alto rischio. Vi è una necessità di reperire fondi con la massima urgenza, per mettere in sicurezza la struttura.
Presenti alla visita in carcere ad Ariano, Giovanna Perna responsabile regionale dell'osservatorio carceri, unione camere penali, Carlo Mele, garante dei detenuti, il consigliere regionale Francesco Todisco. A fare gli onori di casa il direttore della casa circondariale arianese Maria Rosaria Casaburo.
"Un primo dato positivo da sottolineare e la sensibilità, dimostrata dal consigliere regionale Todisco, tra l'altro in una calda domenica di sole - afferma Giovanna Perna - il quale ha subito accolto favorevolmente il nostro invito. Quello di Ariano Irpino, è un istituto, che ripeto presenta carenze, non solo strutturali ma legate probabilmente anche alla logistica. Vi è anche una difficoltà enorme, da parte dei familiari, di raggiungere la struttura per effettuare colloqui. Rispetto a Bellizzi, qui vi è una situazione un po' più ottimale. Si percepisce lo sforzo enorme di chi opera all'interno per fa si che la struttura possa funzionare al meglio, con i pochissimi strumenti a disposizione. Abbiamo trovato sezioni vivibili per certi aspetti, c'è stata una grande disponibilità da parte della direttrice, una donna dotata di determinazione ed esperienza, maturata sul campo. Una persona piena di buona volontà.
Un carcere che ha indubbiamente delle grosse potenzialità. Attualmente ospita 338 detenuti a fronte di una capienza massima di 270, il numero esatto di pianta organica. Quindi il sovraffollamento, diciamo che è netto. La carenza rilevante attiene soprattutto alle attività trattamentali.
Gli spazi esistenti non sono adibiti ad alcuna attività del genere. Alla domanda da me rivolta, ai detenuti, su come trascorrono le giornate, la maggior parte ha risposto: oziando. Non è questa la funzione della pena. Essa deve avere una finalità rieducativa. Le attività trattamentali, sono di fondamentale importanza. Da qui un appello che intendo rivolgere ai politici, al capo dipartimento della Polizia Penitenziaria, affinché questo istituto, possa essere dotato degli strumento necessari per condurre una carcerazione, degna rispetto alle norme del nostro legislatore e nel rispetto dei principi costituzionale.
Vi è poi una ulteriore criticità molto grave, che è quella sanitaria. Come a Bellizzi Irpino, anche ad Ariano, vi è il problema psichiatrico. Non abbiamo figure di specialisti. Vi è solo il dentista, il dermatologo, il cardiologo di tanto in tanto. Ma il motore fondamentale è rappresentato proprio dallo psichiatra. Mancanza che crea gravi e inevitabili disservizi. Purtroppo le malattie all'interno del carcere si amplificano, la consulenza psichiatrica è necessaria e fondamentale sin dal primo accesso.
La mancanza quindi di una figura che costantemente, possa monitorare le patologie dei detenuti che hanno necessità di somministrazione di farmaci specialistici, incide negativamente sul corretto funzionamento dell'istituto e sulla serenità di tutti. L'infermeria allo stato attuale, versa in condizioni pietose, sembra un deposito ed è davvero irrispettoso, per chi vi opera e per gli stessi detenuti.
Tra l'altro - afferma ancora Perna - qui si ricorda una grave rivolta interna e da ultimo l'episodio del detenuto rimasto ustionato, dopo aver bruciato la sua cella. Ultimo aspetto, di non poco conto, la struttura disposta su quattro piani, con una sezione appunto su ogni piano, è dotata di un ascensore che ironia della sorte, non funziona, in quanto incompatibile con l'impianto.
Ciò significa, che per somministrare ad esempio gli alimenti, bisogna fare questi 4 piani a piedi, tra non poche difficoltà. Immaginate anche chi alloggia all'ultimo piano, in che condizioni riceve il cibo. Cose all'italiana, si apre un padiglione e non ci si accorge che l'ascensore non è a norma.
di Carlo Mion
La Nuova Sardegna, 19 agosto 2019
A Santa Maria Maggiore ci sono 230 detenuti anziché 161. Pellicani (Pd) ha incontrato il boss della baby gang e i ladri del Ducale. Ha incontrato un ergastolano, uno dei ragazzi delle bandelle baby gang, un indagato per mafia e le due donne accusate di aver ucciso l'uomo con cui vivevano nella stessa abitazione. L'onorevole del Pd Nicola Pellicani ha fatto visita ai due carceri della città il giorno di Ferragosto. Era stato in carcere anche il giorno di Natale e l'8 di marzo.
"Penso sia importante, in una giornata simbolica come quella di Ferragosto, dimostrare interesse per una realtà di fronte alla quale siamo abituati a girarci dall'altra parte. Ho voluto rendermi conto da vicino dei problemi dei detenuti e del personale della polizia penitenziaria. Chi sbaglia è giusto che paghi, ma non dobbiamo mai dimenticare la funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione (art 27)" continua Pellicani. "Anche se i dati purtroppo dimostrano come le percentuali di recidiva in Italia siano ancora molto elevate, attorno al 70 per cento. Ma il reinserimento nella società dei detenuti è importantissimo, significa più coesione sociale e minori costi da sostenere per la collettività".
La situazione nei due istituti di pena a Santa Maria Maggiore (maschile) e alla Giudecca (femminile), non è certo ideale, anzi. A Santa Maria Maggiore, ci sono attualmente 230 detenuti, in leggero calo rispetto all'inverno scorso. Si tratta di un numero ben superiore rispetto ai 161 posti disponibili. I detenuti stranieri sono 147 a fronte di 83 italiani. Tra gli stranieri ci sono 32 tunisini, 25 romeni, 23 albanesi, 14 nigeriani.
"Resta perciò il problema del sovraffollamento. Le celle sono inoltre piccole e soprattutto all'ultimo piano si soffre molto il caldo" spiega Pellicani. Tra i detenuti di Santa Maria Maggiore c'è molta attesa per un atto di indulto per i reati minori, l'ultimo risale al 2006, ma soprattutto per bocca del cappellano, don Antonio Biancotto, chiedono il ricorso a pene detentive alternative al carcere e poter lavorare. Qui Pellicani ha incontrato Gino Causin, appartenente alla Mala del Brenta condannato a "fine pena mai" per l'assassinio dei fratelli Rizzi che ora gode della semilibertà e quando esce va a fare il "baby sitter" ai nipoti che vivono tra Marghera e Mestre.
Sempre a Santa Maria maggiore l'onorevole ha parlato con Angelo Alesini, ritenuto il leader delle violente bande giovani mestrine. Ha spiegato all'onorevole che lui non ha mai aggredito alcuno e che ha fatto solo dei furti. Ha ribadito che lo ritengono il "capo" perché su Instagram aveva postato delle foto spacciandosi per "il capo". Ha parlato poi con i protagonisti del colpo di Palazzo Ducale Vinko Tomic e Dragan Madlenovic e Angelo Di Corrado, il professionista ritenuto il commercialista della cosca camorrista Donadio.
"Il carcere femminile è una realtà certamente più accogliente dove le 81 detenute, di cui 34 straniere, possono lavorare grazie anche all'impegno del mondo cooperativo e delle associazioni in attività di reinserimento sociale" racconta Pellicani. "In particolare svolgono lavori, regolarmente retribuiti nella lavanderia, in sartoria, nel laboratorio di cosmesi e in un orto che produce frutta e verdura biologiche certificate che vengono vendute all'esterno del carcere". Nel corso della visita ha incontrato Manuela Cacco, Patrizia Armellin e Angelica Cormaci, quest'ultime coinvolte nell'omicidio di Paolo Vaj a Serravalle (Vittorio Veneto).
Nel carcere della Giudecca è presente anche un Icam (Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute), uno dei pochi in Italia, che attualmente accoglie una mamma con i due figli di 5 e 4 anni. "L'Icam della Giudecca è una struttura decorosa, il personale premuroso, ma i bimbi non possono vivere come detenuti. Rappresenta pur sempre una limitazione della libertà per i bambini. Sarebbe necessario chiedere la modifica della legge 62 del 2011 che presenta limiti, lacune, per prevedere che le madri con bambini non stiano più negli Icam ma in case famiglia protette".
C'è un problema anche di personale, come emerso nelle precedenti visite. "Gli agenti sono in numero insufficiente con turni molto pesanti. Serve la massima attenzione per i diritti degli agenti penitenziari che vivono anch'essi da reclusi.
Ad appesantire ulteriormente le condizioni di lavoro è la presenza di detenuti psichiatrici, la cui gestione è molto complicata, spesso pericolosa. Dovrebbero essere ospitati nelle Rems (strutture riabilitative per malati psichiatrici), ma sono poche e non c'è mai posto. È di qualche giorno fa l'aggressione a un agente che ha riportato la frattura di un braccio. Come componente della Commissione Antimafia sto lavorando per mettere a disposizione alcuni dei beni confiscati alle mafie per la creazione di case famiglia per le detenute e i loro figli".
Il Centro , 19 agosto 2019
Un boss della camorra che deve scontare il carcere a vita in regime di 41bis ha incontrato per l'ultima volta, fisicamente, sua figlia che nei prossimi giorni compirà 12 anni, età che le impedirà, per legge, di vedere il padre se non con la barriera di un vetro e parlando a un microfono: è stato questo il momento più importante della visita nel carcere di massima sicurezza Le Costarelle di Preturo da parte del garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, sociologo e criminologo, oltre che docente dell'Università D'Annunzio di Chieti-Pescara.
Insieme a lui, l'assessore regionale Guido Quintino Liris, che, come ha sottolineato lo stesso Cifaldi, "è stato prezioso in particolare nella sua veste di dirigente medico". L'ultimo incontro tra il boss e sua figlia si è consumato in seguito all'impegno del neo-garante, eletto dal consiglio regionale nella seduta del 24 luglio scorso, dopo oltre cinque anni di tentativi della precedente giunta.
"L'affettività è uno dei princìpi che ispirano il mio mandato. Infatti sono convinto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli", spiega il professore. Il garante ha visitato l'intero carcere, in particolare la sezione riservata ai detenuti in regime di 41 bis dove sono recluse 120 persone, su una capienza di 80.
Nel corso della visita sono state riscontrate diverse criticità che saranno oggetto di una relazione che sarà consegnata al consiglio regionale e agli altri organi competenti, quali ad esempio Asl e Dipartimento amministrazione penitenziaria, per individuare un piano per migliorare le condizioni carcerarie. Ci tengo a sottolineare che l'Ufficio del Garante, come consuetudine, prima di un'ispezione informa e invita il consiglio regionale, in questo caso la presenza dell'assessore Liris è stata importante per il suo significato tecnico-politico in quanto dirigente sanitario dell'Asl dell'Aquila", afferma Cifaldi.
Nel merito della visita, nel carcere aquilano c'è un "importante sovraffollamento. Inoltre, sono emerse anche altre criticità relative, in particolare, alle insufficienti aree ricreative e agli spazi all'aperto, come già sottolineato da una precedente ispezione del professor Mauro Palma, garante nazionale. Poi, c'è sicuramente da migliorare la condizione dell'area sanitaria e degli stessi operatori sanitari".
Cifaldi ha avuto numerosi colloqui con detenuti in regime di 41bis, anche con uno dei responsabili degli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino. Anche in questo caso, sono state registrate "lamentele in primo luogo relative al fatto che la cella, oltre alle sbarre, ha un'ulteriore griglia metallica che impedisce una corretta circolazione dell'aria in celle che, devo dire, sono sufficientemente decenti". Il garante ha anche visitato la sezione riservata ai cosiddetti detenuti comuni che "pagati regolarmente" lavorano all'interno della struttura nel campo della ristorazione e della pulizia dei vari settori.
lasiritide.it, 19 agosto 2019
Il vice presidente del Consiglio ha visitato la Casa circondariale del capoluogo lucano con la presidente dell'Osservatorio del carcere, Francesca Sassano, e il presidente della Camera penale di Potenza, Sergio Lapenna. "Una forte emozione ma anche tanto orgoglio nel costatare il buon livello in cui versa il carcere di Potenza dove l'applicazione della legge va di pari passo con il rispetto dei diritti umani".
Queste le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio regionale della Basilicata, Mario Polese, recatosi in visita presso la casa circondariale di via Appia del capoluogo lucano con la presidente dell'Osservatorio del carcere, Francesca Sassano, e il presidente della Camera penale di Potenza, avvocato Sergio Lapenna, in occasione della manifestazione 'Ferragosto in carcerè organizzato dall'Unione nazionale Camere penali e il Partito radicale.
"Al momento la struttura risulta esser un buon esempio tra tutti gli istituti del sud Italia con un limite di tollerabilità e di non sovraffollamento - continua Polese - e abbiamo avuto modo di parlare con la direttrice e verificato le condizioni di assoluta vivibilità dei detenuti all'interno dell'istituto. Tra le note negative la chiusura, ancora per qualche anno, dell'aula giudiziaria e la mancanza di un ginecologo e dell'attrezzatura dentistica su cui continueremo a vigilare affinché venga garantito il diritto alla salute a 360 gradi".
"Non posso che ringraziare da cittadino e uomo delle istituzioni - sottolinea - il duro lavoro delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria e fare il mio plauso a tutti coloro che lavorano in questa struttura in cui il detenuto viene rieducato in un percorso non solo sociale ma di benessere psicofisico". "L'unico rammarico - conclude Polese - che ad un appuntamento così importante sia venuta meno la presenza dei colleghi di maggioranza. Che forse il vigilare sul rispetto dei diritti umani sia meno importante del presenziare alle feste di paese? Mi auguro francamente che non sia così, perché il rispetto delle persone non conosce cittadini di serie A e cittadini di serie B, almeno per noi democratici".
telesudweb.it, 19 agosto 2019
Una delegazione del Partito Radicale, composta da Rita Bernardini (consigliere generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito), Gianmarco Ciccarelli e Donatella Corleo (militanti del Partito Radicale Nonviolento Trasnazionale Transpartito) Emanuele Lauria, Laura Ancona e Silvia De Pasquale - accompagnata per una parte della visita dal dottor Roberto Piscitello,
Direttore Generale della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - ha effettuato un sopralluogo alla Casa Circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani, nell'ambito di "Ferragosto in carcere 2019. Iniziativa del Partito Radicale e dell'Unione delle Camere Penali Italiane". La visita si è protratta dalle ore 10.30 circa fino alle ore 17:15.
Emerso l'evidente degrado strutturale della Casa Circondariale, dove sono reclusi 513 detenuti, cui si aggiungono 22 permessanti, per un totale di 535 soggetti in carico all'Istituto a fronte di una capienza regolamentare di 564 posti. Una situazione non allarmante, secondo i numeri, che però si traduce diversamente nei fatti alla luce di alcune celle alcune piccolissime di 9 - 10 metri quadrati destinate a ospitare 1 detenuto e che spesso ne ospitano 2 e celle pensate per ospitarne 3 che ne ospitano 4 con letti a castello anche a tre piani.
La maggioranza dei detenuti appartiene al circuito di media sicurezza: 442 i detenuti comuni e 93 i detenuti che scontano la loro pena in alta sicurezza. Con eccezione del reparto Adriatico, inaugurato 3 anni fa (che non ha tuttavia il riscaldamento, ma ha i bagni a norma e la palestra) il resto invece è stato giudicato in pessimo stato: sia il primo reparto, di isolamento, con docce esterne, senza acqua calda e il bagno a vista in tutte le celle e anche alla turca - dove è stato individuato un detenuto senza cuscino e uno straniero privo del sapone per lavarsi - che il reparto di alta sicurezza, lo Ionio, dove ci sono le docce esterne alle celle in violazione al regolamento penitenziario, il bagno senza finestre e impianto di aerazione.
I detenuti scontano nella cella 20 ore su 24 e la socialità è svolta in una sorta di gabbione nelle 4 ore d'aria. Peggiori le condizioni del reparto di media sicurezza, Mediterraneo, con infiltrazioni e muri scrostati, mentre nel Tirreno che verrà inaugurato il prossimo autunno ci sarà il riscaldamento e saranno ospitati i detenuti protetti. L'acqua che esce dai rubinetti è gialla, non può essere utilizzata per cucinare ma chi può acquista, tranne i detenuti stranieri che non se lo possono permettere e devono anche berla.
Registrata la carenza di polizia penitenziaria: previsti 300 agenti ma presenti 230, e le nuove immissioni non compensano i pensionamenti. Molte attività non possono essere svolte per carenza in pianta organica. Non emergono all'apparenza carenze di educatori e psicologi ma secondo i detenuti vedere gli stessi educatori, gli assistenti sociali e responsabili del Sert non è una cosa semplice. Presenti molti detenuti di tipo psichiatrico, tossicodipendenti e sieropositivi e tuttavia si registrano carenze nell'assistenza di tipo sanitaria. Nota totalmente negativa è l'assenza di lavoro: solo 70 detenuti lavorano e solo 5 con datori di lavoro esterni: una percentuale inferiore al 15 per cento. Limitate le attività scolastiche e di formazione.
La condizione più grave è in assoluto quella degli stranieri, 110 in questo carcere, che non hanno mai potuto fare una telefonata alla famiglia per avvisarla. Sono i più poveri e non possono acquistare i beni di prima necessità. Un altro dato negativo è la mescolanza di detenuti in attesa di giudizio e detenuti definitivi. Rita Bernardini vuole tuttavia evidenziare una nota positiva e cioè che il padiglione completamente ristrutturato è stato realizzato con poca attesa perché non si è proceduto con l'appalto esterno ed è stato realizzato con il lavoro dei detenuti supportato da alcuni agenti che sanno fare questo mestiere.
"L'ex direttore dal Dap, Santi Consolo - dice - ha voluto che le ristrutturazioni fossero fatte proprio attraverso il lavoro dei detenuti, in modo da recuperare posti e possibilità di lavoro, che sono qualificanti da spendere all'esterno. Questa è l'unica nota positiva - conclude - tutto il resto è illegalità. È costantemente negata soprattutto agli stranieri la prima telefonata a casa: non fanno colloqui e sono disperati". Rita Bernardini, infine, lancia un appello al Ministro di Giustizia Alfonso Bonafede: "I detenuti in queste condizioni sono dimenticati dalla Legge, dalla Costituzione, dal Governo, dal Parlamento".
di Maurizio Vezzaro
La Stampa, 19 agosto 2019
A Imperia le celle sono piene di muffa, le pareti scrostate, mentre a Sanremo il problema più grave è il sottodimensionamento della polizia penitenziaria, in sofferenza in quanto a numeri. È la radiografia uscita dalla visita che ieri, come tradizione, ha fatto nei penitenziari del capoluogo e in quello di Valle Armea il gruppo Radicale (in totale sono stati visitati 70 istituti di pena in 14 regioni, ndr).
Alla doppia visita hanno partecipato tra gli altri Gian Piero Buscaglia, della sezione "Adele Faccio", con i compagni di partito Deborah Cianfanelli e Stefano Petrella, e l'avvocato Marco Bosio in rappresentanza dei penalisti imperiesi (le ispezioni hanno visto l'adesione dell'Unione camere penali)."Una situazione non drammatica ma con molte criticità", il commento di Marco Bosio, che, per lavoro, conosce bene la realtà carceraria ligure.
A Imperia, come detto, le magagne maggiori sono quelle strutturali. È un carcere vetusto, inserito tra l'altro in un contesto cittadino centrale, un retaggio delle concezioni urbanistiche passate, quando i reclusori erano nel cuore della città, simbolo del potere giudiziario da lasciare come monito alla vista dei cittadini.
Al di là degli aspetti architettonici e delle pecche a essi collegate (nel recente passato la casa circondariale di Imperia è stata al centro di due clamorose evasioni), sono le condizioni di vivibilità all'interno delle celle, umide e malsane, a preoccupare di più. Altro tasto dolente: il fatto che l'assistenza sanitaria ai detenuti si interrompa alle 22 e resti scoperta il resto della notte.
A Sanremo invece è il rapporto deficitario tra poliziotti penitenziari e detenuti (questi ultimi sono 260), a tutto svantaggio del personale di servizio, a creare maggiori difficoltà. Mancano soprattutto assistenti e ispettori, cui si sopperisce con turni massacranti per chi è in organico. C'è quindi da registrare la difficile convivenza tra reclusi, la maggior parte stranieri e di diverse etnie e religioni, e la presenza tra essi di tossicodipendenti e malati di epatite C. Detenuti questi che hanno necessità di cure costanti e di assistenza psicologica.
napoliflash24.it, 19 agosto 2019
È stato sottoscritto il protocollo che mira a potenziare l'attuazione delle misure alternative alla detenzione per i tossicodipendenti sottoposti a provvedimenti penali. Un protocollo voluto dal direttore generale dell'Asl Napoli 1 Centro Ciro Verdoliva, quanto dal Direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe) per la Campania Maria Bove, e che vede la determinante collaborazione del Direttore del Dipartimento Dipendenze Stefano Vecchio e della Responsabile della Unità Operativa Dipartimentale (Uosd) Strutture Intermedie Marinella Scala.
La normativa del settore, sulla scorta del percorso tracciato dalla storica legge del Sen. M. Gozzini e dall'impegno istituzionale multiforme di Alessandro Margara, prevede che i tossicodipendenti possano fruire di misure alternative alle pene per i reati commessi, in quanto prevalentemente collegati alla loro relazione con le droghe, seguendo programmi socio-riabilitativi all'interno di uno o più dei servizi per le dipendenze (SerD, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche). "Si inaugura una nuova stagione di attività congiunte con Uiepe - ha commentato Ciro Verdoliva.
Il protocollo e il progetto Deeply rappresentano un nuovo tassello nella realizzazione del modello territoriale diffuso e articolato di servizi afferenti al Dipartimento delle Dipendenze che rappresentano uno dei nodi strategici e innovativi della attuale Direzione strategica della Asl Napoli 1 Centro". In questo quadro si inserisce la sottoscrizione del protocollo tra la Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe, che prevede un finanziamento per la realizzazione del progetto Deeply con la prima attivazione di quattro tirocini formativi che prenderanno vita nei due orti sociali gestiti dal Centro Diurno Lilliput (nel quartiere Ponticelli) e dal Centro Diurno Palomar (realizzato in via Manzoni). Progetti che vanno a potenziare e rinforzare i programmi socio-riabilitativi orientati al lavoro già in corso nelle due strutture.
Il Dipartimento delle Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro ha infatti una lunga storia di progetti per l'esecuzione delle misure alternative alla detenzione, in particolare all'interno dei quattro Centri Diurni (Centro Aleph, Centro Arteteca, Centro Lilliput, Centro Palomar), afferenti alla Uosd Strutture Intermedie, con programmi socio-riabilitativi personalizzati e originali, implementati nel tempo anche con progetti finanziati dalla Regione Campania finalizzati più specificamente alla formazione professionale.
In questa logica è stato istituito uno sportello di orientamento per le misure alternative, nell'ambito del "Progetto IV Piano", che integra l'attività della Uo Serd Area Penale ed è stato attivato un circuito regionale e nazionale di Comunità Terapeutiche che consente di personalizzare e velocizzare l'esecuzione delle misure alternative. "Questo protocollo - dice il Direttore della Uiepe - conferma e rafforza la collaborazione con l'Asl Napoli 1 Centro, in particolare con il Dipartimento Dipendenze e la Uosd Strutture Intermedie.
Si compie un ulteriore passo in avanti nella collaborazione istituzionale grazie a progetti che delineano il passaggio da interventi orientati esclusivamente ai singoli individui, a orizzonti più ampi, nei quali le storie individuali, pur non azzerate, vengono tuttavia ricomprese nella ricerca di efficaci politiche di servizio, che tendono a conferire alle misure alternative contenuti trattamentali di chiara evidenza".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 19 agosto 2019
Rabbia delle Ong per la scelta di un Paese nel mirino per l'uso di violenza e omicidi mirati. La rabbia espressa dalle organizzazioni internazionali che da anni monitorano i diritti umani nella regione non è bastata: le Nazioni Unite nel giorno di Ferragosto hanno confermato che a inizio settembre organizzeranno una conferenza sulla definizione e la criminalizzazione della tortura nel mondo arabo al Cairo.
Ovvero nel cuore di quell'Egitto che dozzine di studi internazionali, da quelli di Human Rights Watch a quelli di Amnesty International passando per decine di organizzazioni minori. considerano uno dei Paesi che della tortura fa un uso sistematico e indiscriminato. "È un incontro standard", ha dichiarato ai reporter dell'agenzia Reuters Rupert Colville, portavoce dell'Ufficio diritti umani dell'Onu.
Lo stesso che a febbraio aveva denunciato le condanne a morte basate su confessioni estratte con la violenza come pratica comune in Egitto. Cosa abbia spinto Romena, l'ufficio regionale dell'Onu che si occupa di diritti umani, a unirsi all'agenzia governativa egiziana per i diritti umani a organizzare l'incontro previsto per il 4 e 5 settembre, con la partecipazione di altri Paesi della regione, non è chiaro. Quel che è certo però è che dal programma saranno escluse le organizzazioni che da anni lavorano per i diritti umani nel Paese.
Primo fra tutti quel Nadeem center che a lungo è stato un punto di riferimento per le vittime di tortura in cerca di aiuto legale e psicologico: il centro è stato chiuso dal governo del presidente Abdel Fatah Al Sisi e la maggior parte dei suoi collaboratori posti sotto divieto di espatrio. Un mese prima dei sigilli apposti dalla polizia ai loro studi nel febbraio 2016, gli esperti del Nadeem avevano accusato le autorità egiziane di aver ucciso 500 persone e di averne torturate 600 solo nel 2015.
Secondo le stime di Human Rights Watch 60mila persone sono finite in carcere in Egitto dal 2013, quando il presidente Al Sisi ha preso il potere: la maggior parte di loro ha subito torture. "La conferenza servirà soltanto agli sforzi dell'Egitto per ripulire la sua immagine" - ha denunciato alla Reuters Mohamed Zaree, ricercatore del Cairo Institute for Huma Rights: un altro dei gruppi messi al bando negli ultimi anni. Zaree, che dal 2016 non può lasciare l'Egitto, pur essendo riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori esperti sul tema, all'incontro di settembre non è stato invitato.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 19 agosto 2019
L'Italia sta imbarbarendosi. Ciò che sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, all'Italia che "non ci piace". E così abbiamo i Barbari in casa, almeno a quanto dice l'Italia per bene, educata e rispettosa di tutte le etichette, l'Italia degli Ottimati. La quale ha scoperto che accanto a lei ma assai diversa da lei vive un'altra Italia: un Paese maleducato, sudaticcio, incolto, ignaro di cosa siano il "bene pubblico", la Costituzione e la London School, un Paese che detesta Greta e le Ong, frequenta spiagge troppo affollate e che quindi proprio per questo vota Lega o anche 5Stelle. L'Italia barbara, appunto.
Personalmente vedo le cose in modo alquanto diverso. Ma se stanno davvero così allora però sorge inevitabilmente una domanda: mentre i "Barbari" cominciavano a dilagare, che cosa facevano gli altri, gli Ottimati? Quali battaglie ingaggiavano per proteggere la cittadella democratica? Quali difese approntavano? Non si direbbero particolarmente memorabili le prime né granché efficaci le seconde, visti i risultati. Viene insomma da pensare che parlare di "Barbari", evocando con tale parola l'idea di una forza selvaggia e soverchiante, di una spinta incontenibile, serva oggi ai suddetti Ottimati più che altro per nascondere la propria diserzione dal campo di battaglia: la propria incapacità divenuta oggettiva complicità con il nemico. L'invasione insomma poteva benissimo essere fermata. Bastava combattere. Capire quando bisognava farlo.
Sarebbe bastato ad esempio fare delle riforme della scuola diverse da quelle approvate per tanti anni. Al di là delle apparenze approvate da Destra e Sinistra insieme, entrambe convinte che la scuola dovesse servire alla società e a preparare al mercato del lavoro. Entrambe d'accordo nel riempirla di scartoffie e di burocrazia, di lavagne digitali, di famiglie saccenti, di democraticismi demagogici, di "successo formativo" obbligatorio, di circolari insulse in anglo italiano. Per tenere lontano i "Barbari" forse sarebbe bastato a suo tempo lasciare nei programmi la storia e la geografia invece di ridurre entrambe ai minimi termini o di cancellarle del tutto. Forse sarebbe bastato insistere con qualche riassunto, con qualche mezzo canto della Divina Commedia mandato a memoria, con qualche ora di matematica in più e qualche gita scolastica a Barcellona in meno. E sarebbe bastato anche che qualcuno dei tanti intellettuali che oggi soltanto scoprono il disastro accaduto avessero impiegato un po' di tempo a occuparsi della scuola del proprio Paese anche cinque o dieci anni fa, spingendosi magari, dio non voglia, fino a fare le bucce a qualche ministro dell'istruzione Pd. Peccato che agli Ottimati, ai Buoni per definizione, quel campo di battaglia però allora non interessasse, non si accorgessero di quanto lì stava accadendo.
Gli Ottimati, la classe dirigente italiana - quella com'è noto assolutamente ligia alle regole nonché sempre avvedutissima - non aveva tempo allora per certe cose. E così poi, per dirne un'altra ancora, mentre i "Barbari" crescevano e ad esempio riunivano le loro schiere sotto le bandiere del federalismo secessionista, del dileggio verso Roma ladrona e l'unità nazionale in nome del localismo filoborbonico e del "vaffa" alla casta e al Parlamento, anche stavolta l'attenzione degli Ottimati era rivolta altrove. A riformare il titolo V della Costituzione, ad esempio: come dire a fornire ai "Barbari" la migliore delle munizioni. E infatti adesso quelli, forti guarda un po' proprio della riforma suddetta, pretendono di accrescere smisuratamente il proprio potere nei territori dove già comandano, mettendo le mani su tutto il possibile a cominciare dalla scuola, rifiutandosi di contribuire a qualunque spesa che non sia la loro, e così via barbareggiando.
Da tempo insomma l'onda nemica cresceva, ma gli Ottimati non si sa dove fossero e che cosa facessero. Avrebbero potuto, per dirne qualcuna, cercare di far pagare le tasse agli evasori, impedire che nelle carceri finissero solo i poveracci, cancellare l'obbrobrio correntizio del Csm, far diminuire di almeno un milione il debito invece di farlo crescere di continuo, avrebbero potuto assumere cento ispettori del lavoro (licenziando cento portaborse) per ripulire le campagne pugliesi e calabresi dai proprietari negrieri. Avrebbero potuto tentare mille cose per fermare la "barbarie" montante: che so, inventarsi un programma anche minimo d'integrazione per gli immigrati, ridiscutere il trattato di Dublino - loro che sanno come si sta in Europa - oppure pensarci due volte prima di firmare il contratto di concessione con la società Autostrade, e magari, visto che c'erano, dare pure una controllata a qualche viadotto qua e là per la Penisola. Avrebbero potuto.... Se lo avessero fatto oggi di sicuro ci sarebbe in giro qualche "barbaro" in meno.
Perché i barbari esistono davvero, sia chiaro, non vorrei che si pensasse il contrario. L'Italia sta effettivamente imbarbarendosi. Ciò che però mi sembra contrario alla verità è l'attribuzione di tale barbarie a una sola parte politica, alla solita Italia degli altri, all'Italia che "non ci piace". Inaccettabile è il gioco dello scaricabarile di cui la classe dirigente italiana è specialista da sempre, e che si sta ripetendo puntualmente anche questa volta chiamandosi fuori come al solito ogni volta che il Paese è costretto a fare i conti (che quasi sempre non tornano) con il proprio modo d'essere, con la propria storia.
L'Italia barbara esiste, ma è ben più vasta di questo o quell'elettorato. È il Paese che sta perdendo il senso delle regole e si sta abituando a violarle quasi tutte, che non ha più rispetto per ciò che è importante e degno, che non crede più nelle leggi e nella giustizia, che non ha più fiducia nell'autorità perché avverte la sostanziale mancanza di capacità di controllo da parte di quella cosa che un tempo si chiamava Stato.
È il Paese che non legge, che passa le ore con lo smartphone in mano, che si sta convincendo che la politica sia qualcosa a metà tra una televendita e un'intervista di Barbara d'Urso. È l'Italia su cui gli Ottimati, in massima parte per la loro propria responsabilità, hanno perduto ogni egemonia, non sapendo dare a questa le nuove forme e i nuovi contenuti che dopo la grande frattura del 1992-94 sarebbero stati necessari. L'Italia di una classe dirigente che ancora illudersi di poter dirigere qualcosa.
milanotoday.it, 19 agosto 2019
L'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano contro Salvini e il nuovo Cpr. Questo Cpr "non s'ha da fare". Non ha dubbi Pierfrancesco Majorino, l'ex assessore alle politiche sociali del comune di Milano - attuale eurodeputato - che domenica mattina ha ribadito il suo secco no al "Centro di permanenza per i rimpatri" che dovrebbe aprire ad ottobre in via Corelli, anche su spinta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Giorni fa ho visitato il Cpr di via Corelli. Cioè un micidiale carcere per immigrati del nord Italia che sta per essere aperto. E che invece deve poter diventare una struttura temporanea per senzatetto, italiani e stranieri", ha scritto su Facebook Majorino, proponendo già una soluzione alternativa.
"Poniamo che tra qualche settimana l'orribile Salvini non è più Ministro dell'Interno. Ecco per me, rispetto al Cpr non cambia niente. La lotta per evitare che il Cpr nasca deve proseguire a prescindere. Al di là di chi è che governa. Quindi - ha concluso - facciamola".
Lo stesso Majorino, lo scorso 9 agosto, aveva fatto visita al cantiere della struttura, che a regime pieno ospiterà fino a 140 migranti in attesa dell'espulsione. E già aveva attaccato: "Il clima è teso, in città non c'erano mai state rivolte di profughi prima che Matteo Salvini diventasse ministro dell'Interno. Guarda caso si sono verificate proprio nei giorni in cui il parlamento discuteva il decreto sicurezza bis".
E ancora: "Questi spazi potrebbero tranquillamente essere usati per altre esigenze abitative, ad esempio per dare una casa ai senzatetto, invece saranno usati per rinchiudere i migranti. La verità è che molte di queste persone sono per la strada proprio a causa delle politiche di questo governo e ho il sospetto che questo faccia solo comodo al ministro Salvini per fini di propaganda elettorale". Lo stesso Salvini a fine luglio era andato al cantiere di via Corelli - dove in passato c'era già un Cie - e aveva esultato perché i lavori procedono spediti. "Con questo - aveva commentato - potremmo espellere più persone perché avremo più posti, la cosa era ferma da anni".
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