di Matteo Vercelli
L'Unione Sarda, 11 giugno 2019
Il corpo senza vita di un uomo di 55 anni, originario di Cabras, è stato trovato nella zona dei bagni esterni della stazione ferroviaria di piazza Matteotti a Cagliari: l'intervento del 118 è stato inutile.
Dai primi accertamenti medici la morte risalirebbe a parecchie ore prima del ritrovamento, avvenuto nel tardo pomeriggio, all'arrivo delle addette alle pulizie. Nessuno fino a quel momento si è accorto del bagno occupato e della presenza del corpo.
Sul posto, oltre al personale della stazione ferroviaria, anche la Polizia Ferroviaria, gli agenti della Squadra volante e la Scientifica. La zona è stata chiusa per consentire tutti gli accertamenti: l'uomo, detenuto nella colonia penale di Isili, arrivato a Cagliari grazie a uno dei permessi di cui godeva spesso, sarebbe morto per un'overdose.
Nel bagno sono state ritrovate infatti tracce che confermerebbero l'uso di sostanze stupefacenti. Davanti ai bagni esterni sono presenti delle telecamere che potrebbero aver ripreso l'ingresso dell'uomo nei servizi igienici e quindi anche l'orario della morte. Nel frattempo, il corpo è stato restituito alla famiglia per i funerali.
di Adelaide Pierucci
Il Messaggero, 11 giugno 2019
Se i due psichiatri non ne avessero sottovalutato le condizioni, Valerio Guerrieri magari non si sarebbe impiccato in cella. Si sarebbe potuto attivare, in alternativa, al trasferimento in una struttura idonea e magari disporre la sorveglianza a vista.
Sono queste le conclusioni che ieri hanno spinto il pm Attilio Pisani a chiedere la condanna e la contestuale richiesta di rinvio a giudizio per altri otto indagati per il caso del ventunenne romano che si è ucciso a Regina Coeli il 24 febbraio del 2017, dove tra l'altro, non doveva essere neanche recluso. Per una psichiatra in servizio in carcere - una dottoressa che ha scelto il rito l'abbreviato - il magistrato ha chiesto una condanna a sei mesi di carcere con l'accusa di omicidio colposo.
Stesso reato contestato al collega, che come lei non si sarebbe allertato dopo le visite al detenuto. E che ora rischia di finire a processo. Come i sette agenti di polizia penitenziaria, accusati sempre di omicidio colposo in concorso, che avevano il compito di controllare ogni quarto d'ora il detenuto ed invece non si sono nemmeno accorti che già dal giorno prima aveva annodato un lenzuolo col quale si è lasciato andare nel bagno della cella.
Valerio Guerrieri lo aveva detto già davanti al giudice, tre giorni prima del suicidio, che in carcere non ce l'avrebbe fatta: "Regina Coeli è un caos - aveva pianto - Non ce la faccio. Mi sveglio e soffro. Soffro mentalmente... Mandatemi a casa. Mi curo...".
Il giudice, accertata l'incapacità del detenuto, ne aveva disposto la scarcerazione, con l'assegnazione a una Rems, una struttura sanitaria, da dove in passato era scappato più volte. Il trasferimento invece non è stato attivato. E il personale medico e i secondini invece di riservare le massime attenzioni avrebbero sottovalutato la situazione psichiatrica di Guerrieri, riservandogli controlli blandi. Nel mirino delle indagini sono finiti anche il direttore del carcere e i vertici del Dap, il dipartimento della amministrazione giudiziaria. Il gip Claudio Carini, qualche mese fa, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata per i vertici penitenziari dal pm Pisani, ipotizzando il reato di indebita limitazione della libertà personale.
adnkronos.com, 11 giugno 2019
Convolerà a nozze il 4 luglio nella sua città, Reggio Calabria. Ma suo padre non ci sarà. Il suo sogno più grande sarebbe averlo accanto. O meglio sotto braccio mentre attraversa la navata della chiesa verso l'altare. Lei è Francesca, 28 anni, figlia di Tommaso Romeo, ex nome di spicco della 'ndrangheta della Locride, condannato all'ergastolo, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Padova.
Quando fu arrestato e si aprirono le porte della prigione era il 1993 e lei e sua sorella gemella Rossella avevano solo 15 mesi. "Nella vita quotidiana non ho potuto condividere con mio padre né gioie, né dolori. Vorrei che almeno il giorno del mio matrimonio, un giorno così importante per me, lui ci fosse", confida all'Adnkronos Francesca Romeo, la cui storia è stata raccontata da Francesco Viviano sul Quotidiano del Sud.
Per lei solo qualche fotografia a ricordare momenti vissuti in famiglia. Francesca sogna semplicemente un giorno "normale", "come qualsiasi altra ragazza che in quel giorno viene accompagnata all'altare dal padre". "Vorrei - spiega - che gli venisse concesso un permesso. Anche sorvegliato a vista da agenti va bene, purché ci sia". Francesca sa bene che la legge non permette benefici in caso di "ergastolo ostativo", il caso di suo padre.
"Condivido le parole di Papa Francesco quando definisce l'ergastolo una pena di morte "nascosta". Mio padre è un sepolto vivo. Ha sbagliato, ha pagato e continua a pagare. Ma nella vita si cambia e dopo 30 anni di carcere lui non è più quello di una volta: ha rinnegato quello che era. Le persone cambiano, il fine della pena è quello di rieducare. E se un condannato durante il suo percorso cambia, allora lo Stato gli dia la possibilità di riscattarsi invece di togliere ogni speranza con un Fine Pena Mai". Il giorno delle sue nozze (testimone la sorella gemella), Francesca sa di avere poche possibilità perché suo padre le stringa la mano: "lo penserò in ogni momento della giornata. Poi subito dopo salirò da lui a Padova".
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 11 giugno 2019
Dal 1959 l'Opera San Francesco è il refettorio milanese dei poveri. L'azienda della carità accoglie 25mila persone all'anno da 135 Paesi. C'è un popolo invisibile, a due passi da piazza San Babila, a Milano. Più numeroso degli abitanti di Ventimiglia, poco meno di quelli di Portogruaro o di Ruvo di Puglia. La lingua più diffusa, al suo interno, è attualmente lo spagnolo, con forte accento peruviano. Ma l'italiano segue a ruota e, comunque, l'evoluzione demografica della cittadina, mimetizzata nella grande città, è imprevedibile. Sessant'anni fa erano quasi tutti compatrioti, in arrivo per la maggior parte dal Mezzogiorno, come si chiamava allora l'Italia del sud. Oggi rappresentano 135 nazioni diverse. Ma i loro problemi sono rimasti più o meno gli stessi, la loro speranza non è cambiata: tornare a essere visibili. Nell'attesa, tentano di sopravvivere, più o meno rassegnati alla trasparenza sociale nella quale sono costretti, senza un tetto, senza un lavoro, senza un ruolo, magari senza un affetto.
C'è un ristorante da 180 posti sempre aperto per loro, subito dopo l'ingresso di un hotel a cinque stelle, con cui non sembra aver mai avuto problemi di vicinato. Anche perché l'albergo di lusso è arrivato molti anni dopo e, quindi, era avvertito: la lunga coda che si forma due volte al giorno, da lunedì al sabato, all'esterno del cancello di corso Concordia 3, è da sempre parte del paesaggio della vicina piazza Tricolore, a memoria d'abitante.
Girato l'angolo, in via Kramer c'è il servizio docce, cinque maschili e una femminile. Mentre il servizio guardaroba cerca di accontentare tutti, dalla taglia zero in su. E, al poliambulatorio, i 230 medici (più otto infermieri) hanno avuto, l'anno passato, 9.148 pazienti, con una lieve prevalenza femminile. Forse neanche fra Cecilio, che sessant'anni fa aveva deciso di trasformare l'orto del convento dei Cappuccini in un punto di ristoro per nullatenenti, si era prefigurato un tale sviluppo della sua "azienda della carità" quando, il 20 dicembre del 1959, tagliò il nastro inaugurale dell'Opera San Francesco con il cardinale Giovanni Battista Montini, più tardi Papa Paolo VI.
Nel 2018 l'affluenza è arrivata a livelli storici, con oltre duemila pasti giornalieri forniti, in media, in corso Concordia; e, ai nuovi servizi organizzati a partire dal 1997, si è aggiunta, due anni fa, una seconda mensa, in piazzale Velasquez, con altri 56 posti a sedere e 300 pasti quotidiani, a mezzogiorno, dalla domenica al venerdì. Accanto, anzi, in mezzo ai quasi venticinquemila invisibili che ogni anno frequentano i refettori dell'Opera San Francesco per i Poveri e gli altri punti di assistenza dei frati francescani di Milano, c'è un piccolo mondo antico che non fa nulla per farsi notare. Ridare fiducia Sono i mille volontari che servono i pasti, distribuiscono gli abiti e i farmaci, ascoltano le preoccupazioni, cercano di rimuovere gli ostacoli e di restituire un minimo di fiducia e un massimo di autostima alle ombre della città. Le conoscono e le riconoscono, anche al buio, quando le incontrano infagottate in qualche coperta sotto i portici del centro. A volte le vanno a cercare.
Come Massimo Razzi, 77 anni: "l'uomo delle mutande", si autodefinisce con ironia. Dopo una vita di lavoro, girovagando tra l'Europa dell'ovest e dell'est, talvolta sconfinando fino in Siberia, per occuparsi di logistica industriale, Massimo Razzi è andato in pensione a sessant'anni e si è rimboccato le maniche, trovando molto altro da fare. Non si accontenta del suo turno, ogni lunedì sera, alla mensa di corso Concordia. La notte dopo è in strada a distribuire biancheria intima pulita assieme agli ex scout del gruppo "Apwoyo, che in lingua swahili significa grazie", precisa. A vederlo spuntare, grande e massiccio, con la lunga barba e i capelli candidi, trascinando un trolley o uno zaino pieno di mutande e calzini, i suoi protetti hanno una specie di "déjà vu": Babbo Natale!, lo chiamano, festosi. È lui a ringraziare loro: "Dare una mano - dice - è una soddisfazione per me. Vengo qui egoisticamente. Perché poi torno a casa soddisfatto".
Vito Palmiotti, invece, è "l'uomo del mercoledì". Dal 2006 si occupa delle docce e del guardaroba. Alle sue spalle c'è un'azienda, la 3M di Pioltello. Ma non è sua: è il suo posto di lavoro e di raccolta solidale. In 6-7 anni ha radunato 28 tonnellate di vestiario destinato al magazzino dell'Opera in via Vallazze. Già, il lavoro. "Il momento migliore - racconta - è quando fornisco un completo nuovo a qualcuno che il giorno dopo avrà un colloquio per un'assunzione". Se tutto andrà bene, sarà un ospite in meno ma un occupato in più: "Avete visto i seggioloni in mensa? Qui vengono anche le famiglie".
Nei migliori dei casi sono difficoltà temporanee, in altri ci sono poche speranze: "Ricordo una signora di 83 anni, aveva una casa, ma senza luce e senza gas, perché la pensione le bastava appena per le spese condominiali", spiega Ornella Belluschi, che ogni martedì mattina, tra le 11.30 e le 13, occupa lo sportello dell'Accoglienza. Qui, dopo aver ottenuto e rinnovato alla scadenza del primo mese la tessera d'iscrizione ai servizi, i frequentatori espongono i loro problemi, casomai ci fosse una soluzione. Non sanno di aver di fronte un'imprenditrice, con 46 anni d'esperienza, che li ascolta, li sprona a imparare l'italiano, se sono stranieri, e un mestiere, guidandoli tra le difficoltà burocratiche verso la ripartenza. Verso il pianeta dei visibili.
"Mangiare, lavarsi, vestirsi, sono bisogni primari da soddisfare, ma ce ne sono altri, non meno importanti, come un appoggio psicologico e una vita di relazioni", osserva fra Marcello, erede di padre Maurizio, scomparso in aprile, alla guida dell'Opera. "C'è un mondo parallelo che convive con il nostro, ma i cui abitanti sono finiti nella classe degli scarti, come ha detto papa Francesco. A chi dice che quelli che vivono per strada, magari è perché lo vogliono, propongo di venire una volta a fare la fila qui con loro. Troveranno uomini coltissimi, come Valentino". Chi è? Un invisibile, come il bambino della favola natalizia del regista Giovanni Bedeschi, "Pane dal cielo": un neonato che non tutti riescono a vedere. Dal suo presepe di diseredati, sorride solo a chi ha cuore.
di Giorgia Magni
csi.milano.it, 11 giugno 2019
Ma che giornata a San Vittore! Di preciso quella dello sport, e nel dettaglio la seconda edizione. Quest'anno il successo del 2018 è stato raddoppiato, e oltre al lavoro di Cpia e Csi Milano, si è aggiunto quello importante dell'associazione Quartieri Tranquilli fondata dalla celebre giornalista Lina Sotis e di Decathlon. Un'esplosione di sport che ha coinvolto per la prima volta i detenuti di tutti i reparti, compreso il sesto "protetti". I detenuti del Quinto Raggio hanno mostrato capacità atletiche e attitudini sportive notevoli, portandosi a casa quasi tutte le prime posizioni in ogni disciplina, dal ping pong alla corsa campestre, dal calcio alla pallavolo, dal calcio balilla agli scacchi, presenti questi ultimi ancora con la preziosissima collaborazione dell'associazione Giocando con i Re. Entusiasmo e sorrisi si sono alternati sul podio durante le premiazioni condotte da Giancarlo Bolognino, cardine del Cpia a San Vittore, e presiedute dalle maggiori autorità milanesi e lombarde e da illustri ospiti.
Tra i tanti nomi di richiamo, ricordiamo Fabio Pizzul consigliere regionale, Roberta Guaineri, assessore allo Sport del Comune di Milano, Antonio Cabrini ex calciatore e ora allenatore, e Mario Corso, ex giocatore bandiera dell'Inter. "Come Csi non possiamo che essere soddisfatti per l'ottima riuscita di un evento che ci ha visto fare squadra con altre realtà milanesi, con la scuola interna al carcere, con Decathlon, con la polizia penitenziaria, con gli operatori e la direzione del carcere, ma che soprattutto ci ha visto presenti come Comitato, coinvolgendo arbitri di pallavolo, arbitri di calcio, il gruppo eventi, i volontari e la preziosa logistica - ha spiegato Giorgia Magni responsabile del progetto carcere -. Una menzione speciale vorrei farla ai due consiglieri provinciali Maestri e Meneghini, che hanno presenziato mettendosi a servizio come volontari, e a Laura Spoto referente del gruppo arbitri pallavolo, che ha fatto la stessa cosa per il secondo anno di fila... Quando perseverare è meraviglioso!"
Come citato da Giorgia Magni, anche la Sezione Pallavolo ha partecipato alla manifestazione svolta ieri a San vittore, con ben 14 arbitri. Oltre ad occuparsi dell'arbitraggio, sono scesi in campo formando una squadra (sono giunti 3i nel corso del mini torneo) e svolgendo anche attività di volontariato come supporto agli aspetti organizzativi. Ecco i nominativi: Sirica Domenico, Fellini Gianfranco, Nidasio Gilberto, Paccagnella Gianni, Pierdominici Mariano, Cucuzza Fabio, Anfuso Claudia, Spoto Laura, Losito Emanuela, Pirovano Giorgio, Meneghini Gianluca, Piacenza Marianna Savina, Nidasio Luca, Fuso Nerini Simona.
di Giovanni Gagliardi
La Repubblica, 11 giugno 2019
"Lo stress di stare in prigione non è solo dei detenuti, ma del personale penitenziario. Insegnare la meditazione significa prendersi cura anche di loro, a forte rischio burnout". Il maestro e monaco Zen Dario Doshin Girolami presenta il bilancio dei corsi di mindfulness per il personale penitenziario, in divisa e non, di Lazio, Abruzzo e Molise: oltre 130 persone, che per due mesi, una volta a settimana per quattro ore, in un'aula del Museo criminologico nel cuore di Roma hanno imparato come si medita ("In fondo si tratta di stare seduti fermi e respirare", scherza Girolami) e come ci si può confrontare con le difficoltà e le sofferenze della vita senza rimanerne schiacciati.
Il maestro va subito al cuore del problema, ai 58 agenti in tutta Italia che si sono uccisi dal 2011 ad oggi. "Il problema è non vivere bene il lavoro - spiega Massimo Piacente, ispettore capo del carcere romano di Rebibbia - così a casa rivivi quello che c'è al lavoro, al lavoro quello che c'è a casa, alla fine non sai cosa scatta. Un susseguirsi di emozioni contrastanti e non sei più in grado di staccare la spina". L'obiettivo è saper gestire lo stress del carcere.
"Mi sono resa conto - aggiunge Patrizia De Santis, funzionario giuridico-pedagogico del carcere di Frosinone - che se partiamo da uno stato di rilassamento riusciamo ad avere una mente più aperta e disponibile a dialogo e confronto".
Il maestro Zen non è nuovo all'esperienza in carcere: da dieci anni infatti insegna meditazione ai detenuti di Rebibbia, con risultati "attestati da relazioni mediche", specifica. Nel 2018 i corsi sono stati estesi al personale. "Abbiamo riscontrato una riduzione di ansia e cattivo umore nei partecipanti, insieme a migliori capacità di consapevolezza e auto-accettazione", spiega Antonino Raffone, professore di Psicologia alla Sapienza di Roma, che ha studiato i risultati dei corsi. Aumentare la consapevolezza può anche voler dire essere meno soddisfatti della propria vita e capire quanto può esser fatto per migliorarla.
"La mindfulness ti chiede di indirizzare le energie verso obiettivi realizzabili - precisa Giovanna Testa, funzionario giuridico-pedagogico al carcere di Campobasso - piuttosto che versarle nel pianto vittimistico e impotente che nulla crea e nulla cambia".
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 11 giugno 2019
Il cappellano laico che ha accompagnato alla morte oltre 18 condannati in un penitenziario della Florida, negli Stati Uniti, ora gira il mondo per raccontare la sua storia che è diventata anche un libro. La sua testimonianza nel carcere di Rebibbia, in un giorno molto particolare. È una mattina già torrida quando i pesanti portoni del carcere di Rebibbia si aprono per accoglierci con il loro consueto clangore.
Abbiamo l'onore di accompagnare Dale Recinella, il cappellano laico noto in tutti gli Stati Uniti per la sua singolare parabola di vita: dai vertici della finanza, dopo una malattia grave e l'incontro con Gesù ha cambiato vita, e da 20 anni la sua la spende tra quelli a cui lo Stato la sta per togliere, i condannati nel braccio della morte.
Assieme alla moglie, infatti, accompagna verso l'iniezione letale i detenuti nel penitenziario della Florida - dove c'è il braccio della morte più grande degli Usa, circa 350 persone in attesa di esecuzione - e le loro famiglie; inoltre gira il Paese e il mondo per raccontare la sua esperienza e sensibilizzare la gente contro la pena capitale. In questi giorni è arrivato anche qui, per incontrare Papa Francesco... e i detenuti di Rebibbia.
"Il contatto detenuti-famiglie, un diritto della vita" - Arriva a Rebibbia in una mattina particolare: quella in cui si sta festeggiando la festa della mamma: "Abbiamo voluto prolungare il mese mariano, perciò la nostra festa la facciamo oggi", gli spiega l'instancabile direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo. In effetti nel giardino un po' fatiscente che ci ospita, tra gli alberi scorazzano decine di bambini con il volto dipinto dai colori a dito e le mani che impugnano palloncini a forma di fiore, sotto l'occhio vigile non delle guardie carcerarie, per una volta, ma delle loro mamme. "Anche noi lavoriamo tanto con i familiari perché il contatto del detenuto con i suoi cari fa parte dei diritti della vita", esordisce il cappellano al microfono, e improvvisamente gli si fa intorno un cerchio di una cinquantina di persone, tra detenuti e parenti, curiosi di ascoltare la sua storia.
Con loro anche durante l'esecuzione - "Assisto detenuti come voi da 30 anni, ma ora mi occupo soprattutto di quelli più sfortunati, i condannati a morte - dice - li accompagno fino alla fine, anche se nella stanza dell'esecuzione non mi è permesso entrare. Allora mi sposto dietro al vetro, dove stanno i familiari della vittima e dico loro, in quel momento, di fissarmi negli occhi, almeno l'ultima immagine che vedranno sarà di qualcuno che ha voluto loro bene". A questo punto gli occhi degli ospiti di Rebibbia sono già lucidi; le loro mani non riescono a non stringere quelle delle loro mogli, delle loro mamme e delle loro sorelle, non riescono a lasciare i bambini che tengono in braccio. "Il periodo più duro è quando viene comunicata la data dell'esecuzione - aggiunge Recinella - perché tutti si rendono conto che il tempo che rimane da vivere insieme è poco. Cinque o sei settimane prima, poi, il detenuto viene trasferito in quella che chiamano "casa della morte" e lì resta con me e con i parenti fino alla fine, poi i familiari sono costretti a uscire dal carcere e di solito vanno in chiesa a pregare".
La detenzione: riabilitazione, non vendetta - "Noi lavoriamo anche con chi uscirà", prosegue Dale, e racconta la storia di Kenny, un ragazzo di 19 anni arrestato per una rapina a un benzinaio finita nel sangue. Con molto lavoro sono riusciti a evitargli la condanna a morte, commutata all'ultimo dalla giuria in ergastolo. Pur se in carcere, nel frattempo Kenny ha capito i suoi errori, si è sposato e ora aiuta Dale e la moglie, che lo hanno accolto come un figlio nella loro vita, nell'assistenza agli altri detenuti. A questo punto uno degli ospiti di Rebibbia gli fa una domanda: cosa ne pensa dell'ergastolo ostativo, e lui risponde che purtroppo negli Usa, con 26 Stati in cui è ancora in vigore la pena di morte, è una questione secondaria. Sulla questione, poi, la pensa come Papa Francesco: che dovrebbe essere abolito perché è una pena che toglie la speranza, mentre la detenzione dovrebbe essere sinonimo di riabilitazione, non di vendetta.
Ai detenuti: siate gentili gli uni verso gli altri - Al termine dell'incontro partecipiamo tutti insieme alla benedizione della mamma che è in programma prima di pranzo: il sole ormai è cocente, ma tutti si raccolgono in preghiera prima dei festeggiamenti a tavola. Al congedo ci pensa l'energia della direttrice, che riprendendo le parole di Recinella esorta i detenuti a essere gentili e disponibili gli uni verso gli altri, ad avere attenzioni verso il lor prossimo, perché è questo che Gesù vuole. Lo dice con il tono fermo ma dolce che userebbe una mamma con i propri figli, e in effetti i detenuti sono un po' tutti figli suoi.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 giugno 2019
Da israeliana ed ebrea, da oltre quarant'anni Lea Tsevel per lavoro difende i palestinesi nei tribunali. Una vita tra passato e presente raccontata nel documentario "Advocate" diretto da Rachel Leah Jones e Philippe Bellaiche. Avvocata del diavolo, traditrice, difensore dei terroristi. È quello che da 40 anni Lea Tsevel si sente ripetere, lei che per lavoro difende i palestinesi nei tribunali israeliani. Da israeliana ed ebrea.
Una vita straordinaria che il documentario Advocate di Rachel Leah Jones e Philippe Bellaiche ha raccontato: uscito quest'anno si è aggiudicato il primo premio al film festival israeliano DocAviv, sollevando più di una polemica. La ministra della Cultura Miri Regev, falco dell'amministrazione Netanyahu, non ci ha messo molto a infuriarsi: "Nessun effetto speciale può nascondere che il suo lavoro è contro lo Stato di Israele".
Lei si definisce diversamente: una perdente, ma anche un'ostinata ottimista, convinta che il cambiamento sia possibile. Nata nel 1945 ad Haifa, è stata la prima donna a vedere il Muro del Pianto dopo l'occupazione di Gerusalemme est nel 1967: si era arruolata volontaria nella Guerra dei Sei Giorni. Sionista convinta, fino al fortuito incontro con un presidio all'università di Gerusalemme che ha saputo dare risposte alle domande che gli effetti dell'occupazione militare stavano suscitando.
Entra in Matzpen, storico partito della sinistra marxista e antisionista israeliana, e fa innamorare Michel Warschawski, portandolo con sé dentro la joint struggle, la lotta comune. Che per lei ha come campo di battaglia, da quattro decenni, le aule di tribunale: prima accanto alla pioniera Felicia Langer, poi in prima linea. Ha difeso politici, combattenti armati, femministe, leader dell'Olp come Hanan Ashrawi e il segretario del Pflp Ahmad Saadat.Con Lea Tsevel abbiamo parlato in occasione della presentazione di Advocate in Italia, nell'ambito del Biografilm Festival di Bologna.
La sua è una vita lontanissima dall'immagine che si ha della società israeliana e dei suoi sentimenti politici e collettivi. Com'è nata l'idea di raccontarla in un film?
I due registi hanno discusso per anni l'idea. Non è stato strano avere le telecamere intorno, molti dei casi che seguo sono aperti alla stampa. Ho semplicemente continuato a vivere la mia vita.
Il film intreccia passato e presente: la sua adesione come volontaria all'esercito nel 1967, l'incontro con Matzpem, i casi politici più eclatanti dagli anni Settanta in poi. Il tutto sullo sfondo di due casi recenti: il tredicenne Ahmad e la giovane mamma Israa, due palestinesi condannati per tentato omicidio...
È stato un caso quello di concentrare l'attenzione su Ahmad e Israa, sono stata la loro avvocata nel periodo delle riprese. I due registi avevano in mano molto più girato, anche casi civili che sono gran parte del mio lavoro: attivisti israeliani, ricongiugimenti familiari di palestinesi, demolizioni di case. Si sono concentrati su Ahmad e Israa, in qualche modo esemplari della giustizia israeliana. Un sistema doppio che dice una cosa: il re è nudo. Questa realtà va svelata, continuamente. Non so dire quando saremo in grado di cambiare questo sistema, ma è necessario tentare. È questo alla fine il mio lavoro, continuare a farlo nonostante le sconfitte.
Se gli altri la chiamano l'avvocata del diavolo, lei si definisce "un'ottimista". E dopo la sentenza, durissima, emessa contro Ahmad si definisce "avvocata perdente". Alla luce di ciò, ne è valsa la pena?
Ne è valsa la pena. E poteva andare peggio. Penso sia importante esserci, essere presente in questo divenire. Il sistema giudiziario è un'altra faccia dell'occupazione che i palestinesi subiscono. E come israeliana non posso evitarla. Ricordo quando scoppiò il caso della Birzeit University, io ero a Londra. E pensai: devo tornare a casa. È importante esserne parte per mostrare anche questo lato dell'occupazione e cercare di cambiarlo, ancora e ancora. Guardandola da una prospettiva storica, sì, sono una perdente. Gli attivisti di sinistra sono perdenti. Chi combatte l'occupazione è un perdente. Finora. Temporaneamente. La situazione non può durare così, dovrà cambiare per forza.
Il film inizia con una sua intervista alla tv israeliana. È il 1999 e lei dice: "Io sono il futuro". Venti anni dopo lo pensa ancora?
Lo penso ancora per il semplice fatto che non vedo altra soluzione se vogliamo vivere qui, crescere i nostri figli qui: uguaglianza e diritti per tutti. Non voglio essere parte di un regime di apartheid. Guardate cosa accade ogni giorno a Gaza e i motivi per cui accade: Gaza è un isola di rifugiati, rifugiati dagli stessi luoghi a cui danno fuoco oggi con i palloncini incendiari. Quella è la loro terra, i loro campi. Il riconoscimento di questa realtà è la soluzione. Per questo dico: io sono il futuro.
Il suo è un linguaggio profondamente diverso da quello dell'opinione pubblica isreliana, genericamente intesa. Quella che nel film compare sotto forma di avvocati dell'accusa, giudici, giornalisti, contestatori: loro dicono terrorismo, lei dice resistenza all'occupazione. Quanto è importante nel suo lavoro restare coerenti con una narrativa?
L'esistenza di due narrative appare anche nelle aule di tribunale. Nel mio lavoro ho a che fare con definizioni come Giudea e Samaria, invece di Territori Occupati, con terrorismo, tradimento, minaccia alla sicurezza. Una pratica quotidiana che si traduce in quotidiana sofferenza e quotidiana oppressione. Nel film non compare ma buona parte del mio lavoro è civile: ricongiungimenti familiari, diritto dei bambini a ottenere la residenza, confisca di terre. Tra i casi che seguo ci sono quelli di cittadini stranieri che sposano palestinesi della Cisgiordania e che non possono lavorare né restare a lungo: Israele cerca di privare i palestinesi di qualsiasi tipo di contatto con l'esterno. Noi siamo quelli che cercano di impedirglielo perché siamo quelli, da israeliani, che hanno la possibilità di farlo.
Eppure questo film ha vinto il primo premio al film festival israeliano DocAviv..
Sorprendente. Però circa 100 famiglie di vittime israeliane del terrorismo hanno firmato una petizione al ministero della cultura perché ritirasse il premio. Un altro gruppo di famiglie, sia palestinesi che israeliane, anche queste di vittime di atti terroristici, ha reagito in direzione opposta: questo film va visto. Il documentario ha sollevato un grande dibattito.
Si sente parte della società israeliana?
Me ne sento parte, per la mia storia, la mia personalità. Quello che dico e faccio lo dico e faccio in quanto israeliana...
Un'israeliana impegnata nella joint struggle, la lotta comune di israeliani e palestinesi. Da israeliana, con il suo bagaglio di privilegi e diritti, come vive l'occupazione?
Non faccio il mio lavoro per i "poveri" palestinesi, lo faccio per me e per noi, perché mi sia possibile vivere qui in futuro, nel posto che amo. Sembra uno slogan ma è questo che sento. Non sto facendo un favore ai palestinesi, non sto facendo la carità. La mia esistenza dipende da questo.
Quanto questa lotta ha avuto effetti sulla sua vita personale e sulla sua famiglia?
Moltissimo, ancora oggi. Ma non potrei né saprei vivere diversamente. Penso all'Olocausto, continuamente, e a quello che ha vissuto la mia famiglia in Polonia, a quella parte della mia famiglia che è scomparsa. Di fronte a ciò, è chiaro per me che l'unica cosa da fare è alzarsi in piedi e parlare. A qualsiasi prezzo. Noi come israeliani non paghiamo questo prezzo. È vero, minacce vengono mosse anche verso di me, ma resto sempre un'ebrea con i miei privilegi.
Ci sono casi in cui invece è riuscita a vincere?
All'interno delle politiche esistenti sì, a volte vinco. Ma nel modificare questo sistema di politiche, no, seppure sia questo il mio obiettivo. È quello che tentiamo di fare con altri avvocati e organizzazioni, un'unica rete con uno scopo comune.
laprovinciadifermo.com, 11 giugno 2019
Un'esperienza tecnica ma anche umana. "È fondamentale portare avanti attività di questo tipo, progettualità possibili soprattutto grazie alle competenze dei professionisti coinvolti" ribadisce la vicepresidente del Cantiere, Stella Alfieri. La musica non si può fermare, non ci sono muri e non cci sono sbarre capaci di fermare le note. E così, fosse anche per un'ora, anche in carcere i novelli musicisti si sentono liberi. Il Cantiere Musicale di Porto San Giorgio ha chiuso il terzo anno di lezioni grazie al sostegno della Fondazione Caritas in Veritatae.
Chitarra e pianoforte tra le mani di chi sta scontando la propria colpa. "Partendo da brani a loro noti - spiega l'insegnante Coccia - si è riusciti a stimolare un interesse costante per tutta la durata del corso, che ha permesso loro di apprendere le nozioni base della musica e degli strumenti, riuscendo anche ad eseguire alcuni brani in piccoli gruppi da tre o quattro persone".
Un'esperienza tecnica ma anche umana. "È fondamentale portare avanti attività di questo tipo, progettualità possibili soprattutto grazie alle competenze dei professionisti coinvolti" ribadisce la vicepresidente del Cantiere, Stella Alfieri. Fondamentale la collaborazione della direttrice Eleonora Consoli, del dottor Nicola Arbusti e dell'operatrice Lucia Tarquini. "Chiudiamo questo ciclo di lezioni non senza emozione, consapevoli di essere riusciti a comunicare grazie ad un mezzo potente come la musica, ma soprattutto di aver vissuto un'esperienza di grande impatto umano" conclude la Alfieri.
di Chiara Baldi
La Stampa, 11 giugno 2019
Presentato Palazzo Marino il rapporto di "Vox" che analizza il linguaggio sul web. Silvia Brena: "Pesante sul linguaggio l'impatto della politica". Una fotografia del clima che si respira in Italia attraverso l'analisi dei tweet fatti tra marzo e maggio 2019, in piena campagna elettorale per le Europee.
E da cui emerge "l'impatto che il linguaggio e le narrative della politica hanno sulla diffusione e la viralizzazione dei discorsi d'odio" e anche "il ruolo dei social media, che sono la corsia preferenziale di incitamento all'intolleranza e al disprezzo nei confronti di gruppi minoritari o socialmente più deboli", spiega Silvia Brena, cofondatrice di Vox, l'Osservatorio Italiano dei Diritti che questa mattina a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, ha presentato la quarta edizione della "Mappa dell'Intolleranza", elaborata insieme all'Università Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l'Università di Bari e il dipartimento di sociologia dell'Università Cattolica di Milano. E dai dati emerge un paese sempre più incattivito, in cui l'odio contro i migranti è salito del 15,1 per cento, rispetto al 2018, e sul totale dei cinguettii che hanno come oggetto i migranti quelli di odio sono il 66,7 per cento. Sul totale di cinguettii negativi, quelli contro i migranti sono il 32 per cento: vale a dire, spiegano i curatori del rapporto, che "un hater su tre si scatena contro "lo straniero"".
E rispetto al 2018 torna l'odio anche verso gli ebrei, che lo scorso anno era "quasi inesistente": nel 2019 è cresciuto del 6,4 per cento, per cui su un totale di 19.952 tweet relativi agli ebrei, quasi 15.200 erano negativi. Interessante il dato della geolocalizzazione (cioè da dove il tweet viene inviato), da cui emerge che le città più intolleranti verso le persone di religione ebraica sono soprattutto a Roma e Milano.
C'è poi un'altra categoria a cui buona parte dell'odio online viene indirizzato: i musulmani, che hanno visto una impennata di quasi il 7 per cento di tweet intolleranti nei loro confronti. E ovviamente anche le donne rientrano nella classifica tra le categorie più odiate online con un aumento dell'1,7 per cento rispetto allo scorso anno sebbene siano più colpite quando sono in tandem con gli omosessuali.
Che invece registrano un dato positivo: i tweet intolleranti verso di loro scendo del 4,2 per cento. In questo caso, la maggior parte dei cinguettii negativi verso gay e lesbiche arrivano da Milano (con 4083 tweet negativi su un totale di 5719) e Roma (con 18.284 cinguettii raccolti in totale di cui negativi sono 12.826). Secondo i curatori della mappa, il motivo del calo di messaggi negativi verso omosessuali dipende anche dalla presenza della Legge Cirinnà che ha reso gli omosessuali non più una minoranza nel paese.
Per Amnesty International, che sta analizzando i profili dei personaggi politici, "c'è una correlazione tra l'odio sui social network e i messaggi della politica". Un'analisi che mette d'accordo anche Marilisa D'Amico, cofondatrice di Vox e professoressa di diritto costituzionale alla Statale di Milano, che spiega: "Questa correlazione non solo crea un clima culturale ostile al "diverso" ma legittima anche la diffusione di discorsi d'odio lesivi dei principi di uguaglianza e solidarietà a cui è ispirata la nostra Costituzione". E in questo senso è cambiato anche il profilo dell'hater che, per Vittorio Lingiardi, professore di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, "oggi non è più l'anonimo leone da tastiera, ma uno che vuole farsi riconoscere perché si sente legittimato".
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