di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 31 maggio 2019
Il disagio sociale è molto profondo, soprattutto nella sanità. E stavolta. "Nessuno dovrebbe morire perché non ha l'insulina per il suo diabete". Affermazione indiscutibile, ma se pensate che rifletta la crisi sanitaria di un Paese africano siete fuori strada: articoli con titoli simili compaiono spesso sulla stampa Usa. Raccontano la realtà quotidiana di milioni di americani costretti a pagare centinaia (a volte migliaia) di dollari per un farmaco salvavita in commercio da un secolo i cui costi continuano a schizzare in alto: le tre case che lo producono (sospettate di collusione) migliorano marginalmente la formulazione e si garantiscono così continui rinnovi di brevetti.
Ora il Colorado prende la decisione rivoluzionaria di fissare un tetto, 100 dollari al mese, per i ticket che i diabetici sono costretti a pagare anche se già versano migliaia o decine di migliaia di dollari l'anno per la polizza sanitaria. E non si tratta solo di insulina. Nel libero mercato Usa dei farmaci i costi di tutti i salvavita, dalle cure per il cancro a quelle per la sclerosi multipla, continuano a salire: il trattamento più efficace per la sclerosi oggi costa 92 mila dollari l'anno: il doppio del 2010, quando la medicina venne messa in commercio. Vale la pena di riflettere anche su questo quando vediamo tutto nero nella nostra sanità e ammiriamo l'America che continua a crescere.
Certo, farmaci più costosi fanno salire il Pil. Come anche l'abuso di antidolorifici, alimentato da medici e case farmaceutiche senza scrupoli, che ha creato un nuovo popolo di drogati (e relativo business della disintossicazione). In un Paese che mangia male ci sono, poi, 30 milioni di diabetici bisognosi di più cure, più visite, più test clinici e ricoveri: tutte cose che negli Usa costano assai più che in Europa.
Oltre a enormi diseguaglianze di reddito, l'America nasconde, insomma, anche profondi disagi sociali, soprattutto nella sanità. E stavolta Trump non ha colpe. Anzi, consapevole che il tema è popolare, incalza i giganti di big pharma: rifiuta i loro contributi elettorali e cerca di obbligarli a ridurre i tariffari con pressioni di ogni tipo.
L'ultima: l'obbligo di dichiarare il prezzo negli spot pubblicitari televisivi. Le imprese stanno cercando disperatamente di sottrarsi a una norma che le costringerebbe alla trasparenza (e all'impopolarità): arrivano a denunciare violazioni del Primo emendamento dalla Costituzione, quello che vieta limiti alla libertà d'espressione.
La Repubblica, 31 maggio 2019
A causa dei violenti scontri e del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli, 149 persone tra rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili sono state evacuate e trasferite a Roma. Lo fa sapere l'Unhcr precisando che le persone evacuate provengono da Eritrea, Somalia, Sudan ed Etiopia. Tra esse vi sono 65 minori; 13 bambini hanno meno di un anno, e uno di loro ha appena due mesi. L'evacuazione - aggiunge l'Unhcr - è stata portata a termine in collaborazione con le autorità italiane e libiche.
Il gruppo, tra cui molte persone con necessità di cure mediche e sofferenti di malnutrizione, è stato trasferito dal Centro di Raccolta e Partenza dell'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dopo mesi trascorsi in condizioni disperate all'interno dei centri di detenzione in altre zone della città. L'evacuazione è stata portata a termine in collaborazione con le autorità italiane e libiche. "Sono necessarie altre operazioni di evacuazione" ha affermato Jean-Paul Cavalieri, Capo della Missione dell'Unhcr in Libia. "Queste operazioni rappresentano un'àncora di salvezza per i rifugiati, per i quali l'unica possibilità di fuga consiste nell'affidare le loro vite a trafficanti senza scrupoli per attraversare il Mediterraneo".
All'inizio di questa settimana, 62 rifugiati provenienti da Siria, Sudan e Somalia sono stati evacuati da Tripoli al Centro di Transito di Emergenza dell'Unhcr a Timisoara, in Romania, dove riceveranno cibo, abiti e cure mediche prima di proseguire il loro viaggio verso la Norvegia. L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha fornito il supporto necessario al trasporto. L'Unhcr lancia un appello affinché aumenti la disponibilità a prestare "ulteriori opportunità di evacuazione e corridoi umanitari per portare al sicuro i rifugiati detenuti in Libia", in quanto "il numero dei nuovi detenuti aumenta molto più rapidamente di quello di coloro che vengono evacuati". Quasi 1.000 rifugiati e migranti sono stati evacuati dalla Libia o reinsediati nel 2019, mentre nel solo mese di maggio più di 1.200 persone sono state riportate indietro dalla Guardia Costiera libica dopo essere state soccorse o intercettate mentre tentavano la fuga in mare.
di Vermondo Brugnatelli
Il Manifesto, 31 maggio 2019
Era in sciopero della fame dal 31 marzo. Arrestato per aver denunciato la segregazione subita dalla minoranza in Algeria. Nato nella regione dello Mzab, da anni lottava per i diritti degli ibaditi, repressi da Algeri. "Pouvoir assassin!". Lo slogan divenuto la colonna sonora della "Primavera nera" del 2001 torna a risuonare minaccioso in Cabilia e nelle altre regioni berberofone dell'Algeria. I berberi sono in fermento dopo la morte di Kameleddine Fekhar, un militante dei diritti umani, incarcerato arbitrariamente e in sciopero della fame dal 31 marzo scorso.
Questa morte, avvenuta martedì 28 maggio all'ospedale di Blida, dove Fekhar era stato trasferito quando le sue condizioni erano ormai molto deteriorate, lascia adito al sospetto che in realtà nulla sia stato fatto per salvare la sua vita e che la sua sorte sia stata decisa dall'alto, vuoi per far tacere una voce che da sempre denunciava le ingiustizie del regime, vuoi per accendere l'esca di uno sdegno che possa fornire il pretesto per una dura repressione e per fomentare la divisione del fronte della protesta, creando divisioni tra arabi e berberi. Anche il suo compagno di prigionia, Hadj Brahim Aouf, pur avendo sospeso lo sciopero della fame, subisce maltrattamenti e abusi e teme adesso di fare presto la stessa fine di Fekhar.
Kameleddine Fekhar era nato il 9 febbraio 1963 a Ghardaia, nella regione berberofona dello Mzab (sud dell'Algeria). Medico di professione, lascia la moglie e otto figli. Instancabile paladino dei diritti umani in un paese dove la casta al potere non tiene in alcun conto i diritti dei più deboli e delle minoranze, per questo suo impegno era già stato arrestato a più riprese e anche sospeso dalla professione per undici anni.
La regione dello Mzab è l'ultimo rifugio dei pochi musulmani ibaditi rimasti in Algeria dopo l'affermazione dei Fatimidi intorno all'anno Mille. Seguaci di un rito distinto sia dal sunnismo sia dallo sciismo, trovarono rifugio in questa grande vallata alle porte del deserto, costruendovi cinque città dall'architettura urbanistica molto caratteristica, che suscitò l'ammirazione di Lecorbousier e per molto tempo ha attirato una gran parte del flusso dei turisti verso l'Algeria.
Sono conosciuti per il loro carattere laborioso e pacifico, poiché il loro credo è impostato su una severa etica del lavoro, al punto che vengono descritti come i "calvinisti dell'Islam". Per il loro attaccamento alla cultura e alle tradizioni ancestrali, di cui fa parte la lingua berbera, sono da sempre malvisti dal regime di Algeri, che cerca in tutti i modi di farli scomparire, confiscando terreni e distribuendo alloggi a masse di diseredati arabi, che non di rado se la prendono con le attività commerciali degli mzabiti, arrivando ad atti di violenza contro le persone e le cose. Nel 2015 la situazione era talmente degradata che si ebbero diversi morti oltre al danneggiamento di antichi mausolei, patrimonio dell'umanità. Diversi filmati inchiodavano le autorità alle loro responsabilità, mostrando come le forze dell'ordine accompagnassero e proteggessero i violenti invece di fermarli e disarmarli.
Kameleddine Fekhar venne in Italia per denunciare questo comportamento razzista e criminale, e successivamente rivolse un appello alle Nazioni unite in cui chiedeva l'aiuto della comunità internazionale per fermare "l'apartheid e la pulizia etnica" in atto contro il suo popolo. Questo atto gli valse due anni di prigione: venne liberato soltanto in seguito alla mobilitazione internazionale che si era sollevata intorno al suo caso. Questa volta è bastato che in un'intervista affermasse che l'amministrazione pratica la segregazione nei confronti della popolazione perché lo mettessero in prigione senza nemmeno peritarsi di esplicitare un capo di accusa. A conferma della volontà repressiva delle autorità di Ghardaia, anche il suo avvocato, Salah Dabouz, è in stato di accusa per il solo fatto di essersi interessato alla sua difesa e di portare all'esterno, giorno per giorno, notizie sul trattamento inumano che in carcere gli veniva riservato.
Negli ultimi giorni i resoconti erano sempre più drammatici, con la descrizione di uno stato di salute ormai allo stremo, ma anche di fronte a questa situazione le autorità hanno continuato a negare la scarcerazione e a rifiutare adeguate cure mediche. Il cordoglio e lo sdegno per questa morte annunciata stanno facendo nascere un po' dovunque iniziative di ricordo e di protesta, tanto in Algeria che nell'emigrazione. Per le manifestazioni di oggi, ininterrotte dalla fine di febbraio contro il clan al poter, è stato proposto di effettuare un minuto di silenzio.
Pacifista convinto, Fekhar si stava dando da fare per mantenere l'unità di intenti tra i berberi e gli arabi chaamba della sua regione per combattere insieme l'ingiustizia del regime. C'è da sperare che la sua morte, invece di accrescere le tensioni tra le comunità, finisca per rinsaldare la contestazione al "potere assassino" che aggiunge un'altra vittima alle tante sulla propria coscienza.
A Milano è indetta per domani mattina, sabato 1 giugno, una manifestazione davanti al consolato algerino. Tra le richieste dei manifestanti, un appello ai politici italiani perché protestino presso il governo di Algeri e chiedano che si faccia luce sui responsabili della morte di Kameleddine Fekhar. "Se l'Algeria è un paese in cui qualunque cittadino può essere messo arbitrariamente in prigione uscendone solo morto - si legge nella nota - sarà impossibile rifiutare lo status di rifugiato a qualunque algerino ne faccia richiesta in Italia".
di Filippo Rossi
L'Espresso, 31 maggio 2019
I saccheggi, le stragi, gli stupri di massa. Un ex piccolo combattente racconta gli orrori della guerra civile, i tentativi di fuga, le torture subite e la fatica di ricominciare. "Sono stato costretto ad arruolarmi quando avevo 13 anni. I ribelli hanno fatto di me un comandante solo perché parlavo un po' di inglese, sapevo leggere e scrivere, ma anche perché ero stato il primo fra le nuove reclute a uccidere in battaglia". Sunday, 18 anni, oggi sta seguendo un corso di formazione per diventare muratore in un centro sostenuto da Unicef e altre organizzazioni a Yambio, una cittadina del Sud Sudan, vicino al confine con il Congo. È uno dei luoghi dove la piaga dei bambini soldato ha colpito più duramente durante la guerra civile, facendo detenere al Paese più giovane del mondo un triste primato: quello dello Stato con più minorenni in armi (e ancora oggi circa 19 mila si troverebbero nei ranghi dell'esercito nazionale o dei numerosi gruppi ribelli, secondo l'Unicef). Tutti ne hanno abusato per anni, quasi fossero una risorsa imprescindibile per combattere.
La voce di Sunday si fa fioca, quasi impacciata quando si tratta di raccontare la sua adolescenza. Momenti che un essere umano preferirebbe dimenticare o addirittura mai dover affrontare. Ancora troppo giovane, Sunday è stato obbligato dal padre ad arruolarsi con i ribelli, i cosiddetti IO's (principale forza ribelle in contrapposizione al governo): "Sono rimasto con loro per 3 anni. Hanno ingannato mio padre, dicendogli che c'era un lavoro e che avevano bisogno di gente giovane. Tutto è cominciato così".
Il suo sguardo è costantemente rivolto verso il basso, segno che fa ancora troppo male il ricordo di aver lasciato scuola e famiglia per andare in guerra. I suoi occhi portano tuttora i segni del trauma. Una violenza che ha colpito troppi ragazzini ancora indifesi e che non hanno potuto scegliere. Mentre Sunday entra nei dettagli della sua storia, le sue mani afferrano la sedia sulla quale siede al riparo di un albero, quasi a trattenersi.
"Dopo giorni di cammino sono arrivato all'accampamento. Era nel nord del Paese, in mezzo alla selva. Insieme alle nuove reclute, ho cominciato l'addestramento. Ci insegnavano solo ad ammazzare per sopravvivere. La maggior parte delle nostre azioni era andare a saccheggiare i villaggi e uccidere chiunque si trovasse sulla nostra strada. Soprattutto perché avevamo fame. Quando poi sono diventato comandante, dovevo occuparmene io, guidando un gruppo di soldati a volte più grandi di me. Erano gli ordini: difficili per un bambino diventato comandante in poco tempo".
Sunday è il portavoce di tutte le anime che oggi vogliono gridare al mondo che è stato tolto loro un diritto fondamentale: quello di vivere la propria infanzia felice. Un testimone diretto della morsa che ha stretto il suo Paese in una brutale guerra civile per 5 anni, cominciata nel 2013 e terminata con il trattato di pace firmato a Khartum lo scorso 28 ottobre fra i due uomini forti che hanno scatenato l'inferno per una lotta di potere: il presidente Salva Kiir e il suo ex-vice Riek Machar.
Sono loro ad aver dato vita a uno scontro fra l'esercito nazionale, lo stesso gruppo armato che ha guidato il paese all'indipendenza nel 2011 (Esercito per la liberazione del popolo sudanese, oggi rinominato Forze di difesa popolare sud sudanese) e un movimento nato dalla sua scissione e chiamata Spla, guidata da Machar. Per rimpolpare i contingenti di entrambi gli schieramenti molti minorenni sono stati costretti a diventare adulti troppo presto, facendo fatica a brandire un fucile, a trattenere le proprie emozioni e subendo traumi psicologici forse irreversibili.
Non erano solo carne da macello: cucinavano, portavano l'acqua, spiavano, facevano la guardia. A volte arrivavano di spontanea volontà o erano mandati dai genitori per ragioni di sopravvivenza. Una contraddizione diventata regola nelle regioni controllate dai ribelli, tagliate fuori da tutti i servizi come l'educazione, la sanità o l'alimentazione. Oppure, nelle regioni controllate dal governo, i soldati minacciavano i genitori di requisire il loro bestiame: le mucche, sinonimo di ricchezza, a volte più importanti dei figli.
In mezzo alla guerra civile, ai combattimenti, alle razzie e agli stupri indiscriminati però, Sunday non ha resistito: "Un anno esatto dopo la mia partenza, a 14 anni, non riuscivo più a sopportare tutta quella violenza. Volevo andare via. Ho trovato il modo di fuggire, tornando a casa mia, nel mio villaggio, sui banchi di scuola. Ma non facevo che pensare a come uccidere le persone, a come stuprare le ragazze. Non stavo per niente bene, anche perché sapevo che sarebbero venuti a cercarmi".
Dopo qualche mese infatti, i ribelli lo hanno scoperto e lo hanno riportato all'accampamento. "Il comandante ha ordinato che mi mettessero nella buca. Era un fosso scavato nel terreno e coperto da un pezzo di alluminio che era usato per punire chi disobbediva. Mi ci hanno lasciato due giorni e due notti senza mangiare e senza bere. Quando mi hanno tirato fuori, mi hanno picchiato quasi a morte. Non avevo più le forze di andarmene e volevo solo suicidarmi. Si combatteva spesso in quel periodo. Un giorno, ricordo che i soldati del governo ci hanno teso un'imboscata alle 6 del mattino, quando ancora stavamo dormendo. Molti di noi sono morti, compresi alcuni comandanti. Siamo riusciti a fuggire, rifugiandoci in un accampamento vicino e, insieme ai rinforzi, abbiamo respinto l'attacco".
Il combattimento, fatto di sparatorie alla cieca fra un lato e l'altro o attacchi all'arma bianca, e i saccheggi, non erano gli unici modus operandi usati dai ribelli e dai governativi. Gli stupri di massa erano all'ordine del giorno e il bottino di guerra più ambito erano proprio le donne. Rapite dai ribelli, alcune servivano nei ranghi come combattenti. Ciò nonostante, la maggior parte diventavano cuoche, schiave sessuali o mogli. "A volte ci inviavano in città dicendoci di prendere le ragazze che ci piacevano", continua Sunday imbarazzato. "Potevamo rapirne una a nostro piacimento e farne nostra moglie oppure le portavamo ad altri soldati al campo o le facevamo diventare combattenti. Io ne ho ricevuta una. Non ho avuto scelta. Quando arrivavano al campo erano impaurite ma non potevano scappare. Non sapevano dove andare. Erano ragazzine".
L'esperienza diretta l'ha fatta Joyce, oggi 15enne ma che è stata rapita a poco più di 10 anni per combattere e la sera... servire ancora. "A noi piccoli non davano un fucile ma un coltello. Se prendevamo prigionieri toccava a noi sgozzarli. E se non lo facevamo uccidevano noi. Quando ammazzavo sentivo di voler scappare ma non sapevo dove andare", racconta la ragazzina, oggi fuggita in un campo profughi nel nord dell'Uganda dalle terre di Yambio, le stesse di Sunday. "Quando sono arrivata in Uganda, dopo una settimana di cammino, volevo solo uccidere. Ci ho messo un attimo a rendermi conto che ero in un luogo differente. Ma la comunità dove vivo, compreso mio padre, ha cominciato a insultarmi e abusare di me. Dicono che sono un'assassina. Non posso parlare con nessuno qui. Ho molti traumi e sono senza sostegno. Voglio solo stare in luogo silenzioso. Solo così posso trovare la mia libertà", conclude la ragazzina, mangiandosi la pelle del pollice.
Ma per Sunday è stato differente, essendo un comandante. Non poteva scappare, aveva bisogno di un alibi. Un anno dopo il suo ritorno e l'esperienza della buca, ha quindi escogitato un altro modo di andarsene: "Ho chiesto al comandante un periodo di congedo. Mi ha detto di partire per 2 mesi, minacciandomi però di morte caso in cui non fossi riapparso. Quando sono partito, ho giurato che mai più sarei tornato, anche a costo di morire. Tutte le cose orribili che avevo vissuto non le volevo nemmeno ricordare. Passati i due mesi, quindi, mi sono nascosto in questo centro. Sapevo che sarebbero venuti a cercarmi ancora. È successo più volte, hanno distrutto casa mia e rubato tutto. L'ultima volta è stata in novembre, anche se era più di un anno che ero fuggito".
Grazie ad Unicef, tuttavia, Sunday, come altri 3 mila bambini della regione, ha ottenuto l'agognata libertà. Non ha più dovuto nascondersi. Nella regione di Yambio, l'agenzia Onu ha pattuito con vari gruppi ribelli e con il governo il congedo di migliaia di minorenni in segno di pace, riconciliazione e rispetto per i diritti umani, aiutandoli con un programma di sostegno di 3 anni ricevendo educazione, sanità e sostegno psicologico. Un barlume di speranza, insomma.
"Ricordo bene il giorno del mio congedo. Era esattamente un anno fa. Anche se non avevo nulla, ero felice. Sapevo che ormai era tutta acqua passata. Più difficile però, è stato ritornare all'interno della mia comunità. All'inizio non si fidavano di me, avevano paura che facessi loro del male. Ci ho parlato, ho spiegato loro com'era cominciato. Dopo alcune settimane, mi hanno riaccettato. Ho anche ricevuto sostegno psicologico, il che mi ha aiutato a superare vari traumi. Ora non ho più paura, se qualcuno mi tocca o mi sfiora non reagisco più violentemente come prima. Insieme agli altri compagni del centro, poi, parliamo delle nostre esperienze. Ci aiuta molto. Siamo stati tutti vittime della stessa sorte", racconta Sunday, guardando i suoi compagni mentre lavorano. La cosa più dura da accettare per lui è stato forse il fatto che il padre sia morto ancora quando era nei ranghi ribelli senza dare spiegazioni e che, senza possedere niente, dovrà per sempre vivere nei luoghi che gli ricorderanno la morte, dove tutti negano ogni coinvolgimento con i crimini. "Ma non porto rancore".
Il Giornale, 30 maggio 2019
"Il problema dell'affollamento carcerario rientra senza dubbio fra le priorità del ministero della Giustizia. Come ho già più volte esposto, un approccio alla questione, che sia serio e credibile deve puntare anzitutto all'incremento dei posti detentivi, combinato con una accorta politica di espulsione a favore dei Paesi d'origine dei detenuti stranieri, anziché alla comoda scorciatoia dei provvedimenti svuota-carceri, i quali di fatto eludono il problema senza risolverlo".
Ansa, 30 maggio 2019
"Il 41bis che non è un carcere duro, è un carcere che deve essere separato, che necessita una rigorosa separazione tra soggetti". Lo ha detto in audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il direttore generale della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Calogero Roberto Piscitello. Oggi sono 753 i detenuti in 41bis.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 30 maggio 2019
Pizzini, accuse. La successione alla procura di Roma si trasforma in una clamorosa guerra tra bande della magistratura e mostra in un solo colpo la pericolosità delle correnti, la decomposizione del Csm e il guaio di avere una politica debole e sottomessa ai pm.
Quando la politica diventa debole, la magistratura diventa forte. Quando la politica sparisce, la magistratura diventa dominante. E quando la magistratura diventa dominante, il circo mediatico diventa centrale, gli scazzi tra le correnti finiscono sulle prime pagine dei giornali, gli schizzi di fango vengono offerti ai cronisti di riferimento e capita quello che avrete certamente visto nella giornata di ieri.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 30 maggio 2019
Parola del Presidente Emerito della Consulta, Gaetano Silvestri. Il garantismo può essere principio ordinatorio che coniuga rispetto delle regole, tutela dei diritti ed esercizio della giustizia. Per farlo, però, è fondamentale analizzare quale idea di Stato lo presuppone. Su questo tema sono intervenuti durante la tavola rotonda "Garantismo: un'idea di Stato" coordinata dal direttore del Dubbio, Carlo Fusi - il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick; il Presidente della Scuola Superiore della Magistratura e Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri; il Giudice della Corte Costituzionale Giulio Prosperetti; il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio; il Presidente Emerito del Consiglio Nazionale Forense, Guido Alpa e il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita.
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2019
La separazione delle carriere dei magistrati non è un tabù. Parola di Luciano Violante, per decenni uomo chiave della politica giudiziaria del centrosinistra, che regala una gioia grande innanzitutto a Francesco Paolo Sisto di Forza Italia relatore del disegno di legge costituzionale che ha raccolto adesioni à gogo alla Camera e non solo tra i forzisti.
Perché oltre a mettere mano alla divisione dei percorsi professionali di giudici e pm, si propone pure di ridisegnare il Csm e soprattutto incidere sulle scelte che si effettuano nell'esercizio dell'azione penale. Insomma tre questioni assai delicate.
"Il problema non è la separazione in sé, più che altro bisogna capire come si intende gestirla" dice dopo l'audizione di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera, dove ha ammesso che però un rischio c'è e non è da poco: "Se le riforme sono fatte come occasione per risistemare i rapporti tra politica e magistratura è un altro conto. I dati, tra assoluzioni e proscioglimenti, dimostrano comunque che la subalternità dei giudici rispetto ai pubblici ministeri in realtà non esiste".
E sull'obbligatorietà dell'azione penale? "Introdurre un criterio di priorità (tra i reati da perseguire, ndr) condanna alla prescrizione altri reati. Ma chi deve gestisce la politiche penali in Italia, le procure o l'autorità politica? Io preferirei che spettasse alla politica che ne risponde. Ma si può studiare un meccanismo misto: sulla base delle relazioni degli uffici giudiziari, è poi il Parlamento che incarica il ministro della Giustizia di dare indicazioni sulle priorità".
Ma è sulle correnti della magistratura che Violante usa la clava. "Ciascun capo corrente arriva prima o dopo al Csm" è l'esordio. Poi l'affondo: "C'è una gestione francamente discutibile delle componenti giudiziarie del Csm. È un mercanteggiamento permanente: quando qualcuno parla di discontinuità, a proposito del dopo Pignatone (l'ex capo della Procura di Roma che sarà scelto a breve da Palazzo dei Marescialli, ndr) sta usando un termine politico, non giuridico".
di William Beccaro
estremeconseguenze.it, 30 maggio 2019
Il tema della castrazione chimica è stato rilanciato dal vicepremier Matteo Salvini dopo lo stupro di una donna di 36 anni a Viterbo da parte di tre ragazzi (tra cui un esponente di Casapound). Una proposta di legge c'è, ed è sostenuta da una raccolta di firme, nonché da un sondaggio commissionato dalla Lega che dice che il 58% degli italiani è favorevole.
"Ma la recidiva per questo tipo di reati è intorno al 17% - dice ad EC - il criminologo Paolo Giulini, a capo dell'Unità di trattamento intensificato per autori di reato sessuale nel carcere di Bollate - contro il 53% dei detenuti per altri reati. La castrazione è una fake news. Non tutti coloro che hanno fantasie devianti le mettono in atto diventando criminali. E il "silenzio ormonale" è comunque reversibile".
"Una fake news, una risposta emotiva allo sdegno delle persone, e un imbroglio ideologico, perché la castrazione chimica è comunque reversibile e non tutti coloro che hanno fantasie sessuali devianti le mettono in atto diventando criminali". Paolo Giulini, criminologo e presidente del Cipm, Centro italiano per la promozione della mediazione di Milano, a capo dell'Unità di trattamento intensificato per autori di reato sessuale nel carcere di Bollate, è colui che da almeno dal 2006 tenta di sradicare il problema delle aggressioni sessuali e delle violenze su donne e minori da parte dei pedofili con un approccio differente rispetto all'idea, tornata più che attuale dato il disegno di legge attualmente in Senato presentato dalla Lega, della castrazione chimica.
E ad EC su questo dice "Si tratta di un emendamento che non tiene conto di come stanno le cose davvero. Gran parte delle condotte devianti non sono frutto di parafilie. La maggior parte degli autori di reati sessuali, infatti, non ha un problema nel controllare gli impulsi e, sempre nella maggior parte dei casi, la dimensione della sessualità non è prevalente, è solo un mezzo per mettere in atto dinamiche di controllo, potere e prevaricazione. E infatti la maggior parte dei casi di stupro e abusi resta sommersa perché si consumano in famiglia o all'interno di relazioni prossimali. Io dico sempre che la violenza sessuale non è un modo aggressivo di esprimere la propria sessualità, ma è un modo sessuale di esprimere la propria aggressività".
Giulini invoca piuttosto "un patto terapeutico nazionale" che è poi quello che sta dando risultati più che incoraggianti a Milano, nel carcere di Bollate per esempio, dove Giulini ha avviato un progetto specifico di trattamento, che prevede un anno di terapia. "Un anno - spiega il criminologo - in cui questi detenuti devono prendere coscienza, dare un nome al male che hanno compiuto perché la maggior parte minimizza.
Ma siamo solo ospitati in carcere come intervento dall'esterno e non di sistema. E abbiamo vinto un bando a Milano per seguire gli aggressori che escono dal carcere. Questo trattamento multidisciplinare, invece, dovrebbe essere patrimonio di tutti. Perché esistono delle fragilità rispetto alla compulsione sessuale e noi ci sforziamo di puntare sulle risorse del singolo. Insieme con i fattori di rischio, valutiamo i fattori di protezione, mettiamo in evidenza la comprensione per la sofferenza degli altri, la possibile empatia con le vittime, non si tratta di fare terapia e di dare pillole, organizziamo un percorso nel quale è la comunità, siamo noi, che ci prendiamo carico della nostra sicurezza.
Quest'anno, il nostro presidio, tra pedofili, aggressori sessuali, stalker, ha 353 persone prese in carico, e 101 sono stati i nuovi accessi, organizzati in quattro gruppi di incontri ogni settimana e uno ogni quindici giorni con i parenti". Il che - chiarisce Giulini - non esclude nell'ambito dei progetti seguiti di poter integrare in modo sperimentale terapie con trattamenti farmacologici. Ma la domanda viene da sé: una volta scontata la pena, chi monitorerebbe l'assunzione dei famaci?
Per imporre un trattamento farmacologico, fa notare Giulini, serve il consenso dell'interessato. Per questo andrebbe cambiata la nostra Costituzione con una legge ad hoc. L'articolo 32, infatti, stabilisce: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Inoltre, questo "silenzio ormonale" è reversibile. E mentre in alcuni Paesi esiste l'obbligo di controllo, in Italia non sarebbe previsto. "La recidiva per questo tipo di reati è intorno al 17% - continua - contro il 53% dei detenuti per altri reati. Uno studio recente su 127 pazienti ha dimostrato che il trattamento con anti-androgeni la porta al 6%.
Mentre con il trattamento psicologico dei cosiddetti good life model, i "modelli di buona vita", la recidiva scende al 3%. La terapia psicologica dunque è al momento più efficace di quella farmacologica. E poi al momento in Italia non ci sono nemmeno i fondi per garantire il trattamento psicologico ai condannati per pedofilia", dice ancora Giulini. E questo nonostante l'articolo 13-bis della Convenzione di Lanzarote, che individua uno specifico trattamento psicologico per i condannati per reati di sfruttamento sessuale dei minori, sia stato inserito nell'Ordinamento penitenziario dalla legge 172 del 2012 come ratifica e come richiesto da quella Convenzione agli Stati membri.
Sui pedofili Giulini fa ancora una precisazione: "L'equazione pedofilo uguale criminale sta cambiando. Si ragiona sempre di più sull'idea che ci siano persone che provano attrazione per i minori (sono quasi tutti maschi) che non potranno mai superare questa condizione. Qualcuno deve passare attraverso il "lutto" della sessualità: rinunciare per sempre e trovare altre fonti di soddisfazione. Tutti coloro che hanno commesso abusi o che hanno interesse per i bambini possono però imparare a controllare le proprie pulsioni. E avere una vita normale, senza mai commettere violenze o reati. Per farcela, devono essere seguiti da psicologi e personale specializzato. Ecco anche in base a questo penso che il farmaco in qualche modo deresponsabilizzi rispetto a chi commette un crimine".
C'è poi da dire che molti tra gli aggressori seriali sono risultati impotenti, che un po' più del 5% delle violenze sessuali sono opera di donne (nel foglietto illustrativo del farmaco che viene utilizzato si legge chiaramente che il medrossiprogesterone acetato, il principio attivo di Depo-Provera, passa nel latte materno), che ci sono anche le molte violenze su donne, transessuali e minori da parte della criminalità organizzata, motivate dal denaro come quelle dei produttori e commercianti di materiale pedo-pornografico, dalla violenza sacrificale dei culti più allucinati, dalle truci bestie di Satana fino alle più patetiche associazioni nel sopraffare altri, al proprio disegno delirante o a un interesse materiale. In tutti questi casi la castrazione chimica non rappresenterebbe affatto un ostacolo o un impedimento, così come difficilmente inciderebbe sul complesso quadro psicologico ed emozionale del pedofilo seriale.
Al tema etico si affianca appunto tutto quanto riguarda l'aspetto medico. Il farmaco più in uso per questo trattamento è attualmente proprio il Depo-Provera ovvero il principio attico del Medrossiprogesterone. Questo farmaco agisce sul cervello, in una parte specifica detta ipotalamo, inibendo la produzione ed il rilascio in circolo degli ormoni che stimolano i testicoli alla produzione di testosterone, l'ormone androgeno della sessualità maschile. L'effetto può variare da 20 giorni a tre mesi. Uno studio statunitense del 2013 pubblicato sul Journal of Bioethical Inquiry chiarisce che "l'approccio dominante in Europa è quello di offrire la castrazione chimica come un intervento formalmente opzionale".
A proposito di tale trattamento, nella nota n. 51 dell'Agenzia italiana del farmaco, aggiornata al novembre 2016 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 5 novembre 2016, si legge: "I farmaci analoghi dell'ormone stimolante il rilascio delle gonadotropine (LH-RH analoghi) hanno un ampio utilizzo nella pratica clinica grazie al loro meccanismo di azione.
Essi producono una iniziale stimolazione delle cellule ipofisarie che provoca la secrezione dell'ormone follicolo stimolante (FSH) e dell'ormone luteinizzante (LH) mentre un trattamento prolungato determina desensibilizzazione dei recettori ipofisari e inibizione della produzione di entrambi gli ormoni gonadrotopi, determinando funzionalmente una condizione di castrazione farmacologica". Nella stessa nota si legge ancora che il trattamento è attualmente riservato a gravi malattie in prevalenza di natura tumorale (carcinoma della prostata, carcinoma della mammella, endometriosi, fibromi uterini non operabili e così via) e vi sono avvertenze sugli effetti collaterali specifici ? tra cui figurano riduzione della massa muscolare, importanti effetti negativi sul metabolismo osseo ed osteoporosi, anemia - destinati a ripercuotersi sullo stato di salute generale dei pazienti e sulla loro qualità di vita. E in effetti alle origini della discussa procedura ci sono in realtà fini medici.
A spiegarci quindi come funzionano i farmaci è Vincenzo Gentile, Professore Ordinario di Urologia Responsabile dell'Unità Operativa Complessa di Urologia e Andrologia dell'Umberto I: "Gli antiandrogeni sono farmaci che inibiscono gli ormoni sessuali maschili, usati come cura di alcuni tumori. Nei giovani possono creare danni importanti e ci possono essere effetti sulla fertilità, ma in genere la loro azione termina se viene sospesa la somministrazione. Si tratta di farmaci che agiscono a livello del Sistema nervoso centrale - aggiunge - su una ghiandola detta ipofisi.
Si assumono per via sottocutanea e sono disponibili in diverse formulazioni, anche a lento rilascio. La vera castrazione chimica - sottolinea Gentile - utilizza i cosiddetti farmaci antiandrogeni centrali. Appartengono alla famiglia degli analoghi dell'ormone LH-RH, e agiscono a monte della cascata di eventi che porta alla produzione di testosterone, fabbricato principalmente nei testicoli, e al rilascio dell'ormone sessuale maschile nel sangue. In altre parole, precisa lo specialista, interferiscono con il complesso meccanismo che stimola la produzione di testosterone, impedendo all'ipofisi di inviare al testicolo l'invito a fabbricare e liberare testosterone. Dal punto di vista farmacologico penso che il provvedimento è praticabile - dice Gentile. Ma sono d'accordo con chi sostiene che da sola non basti, va fatto un lavoro a livello sessuologico e psichiatrico per la rieducazione dei soggetti con simili devianze".
Insomma, il trattamento risolve momentaneamente il problema, ma il soggetto sottoposto a tali cure non è immune da effetti collaterali anche importanti, dall'osteoporosi alla depressione, al calo dell'attenzione. Inoltre, sottolinea l'esperto, la somministrazione sottocutanea dei farmaci necessari che spengono l'impulso e il desiderio sessuale andrebbe comunque deciso dopo avere attentamente esaminato la storia psico-sessuale del paziente. Il problema che vedo è però la durata dell'adesione alla terapia nel tempo".
Per quanto tempo questi pazienti devono essere seguiti? Per quanto tempo ci si può aspettare che seguano con costanza la terapia? Quanto dovrebbe durare il trattamento? Si praticherebbe fissa per tempi e modi indipendentemente dall'età? L'obbligatorietà è costituzionale?
Anche se in alcune parti del mondo l'intervento consegue un certo successo, la questione rimane aperta. Un ultimo aspetto non meno inquietante di quelli esposti fin qui è che il trattamento sarebbe disposto dal giudice "previa valutazione della pericolosità sociale e della personalità del reo, nonché dei suoi rapporti con la vittima del reato".
Giulini fa chiarezza anche su questo ricordandoci che "La scelta è solo parzialmente libera, poiché potrebbe essere una scelta di comodo, effettuata solo per abbreviare la detenzione. Gli psicologi che effettuano la psicoterapia sanno benissimo quanto conti, ai fini della riuscita della stessa, la motivazione personale al cambiamento che, in questo caso, sarebbe molto debole e solo strumentale all'evitamento del carcere. E poi l'obbligatorietà, del resto, sarebbe ed è anticostituzionale, dato che l'articolo 27 dice esplicitamente che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
E ancora la menzione di una "sentenza di condanna passata in giudicato" come presupposto necessario del (residuale) trattamento "volontario" e il semplice riferimento ad una condanna alla reclusione nei casi di trattamento discrezionale e obbligatorio inducono a ritenere che, nell'intenzione di chi propone questo provvedimento, ci sia che il trattamento potrebbe essere adottato anche dopo una sentenza non definitiva".
Una sentenza non definitiva per un trattamento chimico che non ha non poche conseguenze. Insomma, noi che abbiamo bandito la pena di morte, le punizioni corporali e le torture, pur nella considerazione che su certi gravissimi reati si debba intervenire risolutamente, siamo pronti ad oltrepassare il confine di una tale violazione dei corpi? Chi abusa rimane una persona o no?
Nel mondo - Sono solo due i Paesi europei, Repubblica Ceca e Germania, in cui si è fatto ricorso alla castrazione chirurgica in anni recenti, secondo il rapporto del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa. In entrambi i Paesi l'operazione avviene con il consenso della persona condannata e dopo un esame del caso da parte di un gruppo di esperti. Secondo il Cpt, però, in alcuni casi avvenuti in Repubblica Ceca il consenso degli interessati non era facilmente accertabile, visto che si trattava di individui con deficit mentali o alcolizzati. Germania e Repubblica Ceca, sono state invitate dal Cpt a interrompere la pratica.
In Europa, l'adesione del condannato è volontaria e informata sui rischi per la sua salute. Svezia, Finlandia e Germania hanno delle limitazioni in base all'età minima del condannato, che deve andare dai 20 ai 25 anni. Inoltre, l'uso della castrazione chimica non è utilizzata necessariamente per punire o controllare i colpevoli di reati sessuali di per sé.
Per esempio, la Finlandia permette la procedura solo se allevierà l'angoscia mentale del soggetto riguardo i suoi impulsi sessuali, mentre Danimarca, Germania e Norvegia la permettono se si può dimostrare che il soggetto potrebbe essere costretto a commettere crimini sessuali a causa di istinti sessuali incontrollabili. La Svezia permette la castrazione chimica nel caso in cui il soggetto possa essere una minaccia per la società e la pratica è strettamente volontaria, con l'obbligo che il soggetto sia pienamente informato di tutti i possibili effetti collaterali.
In Belgio, invece, la castrazione chimica non è prevista nelle leggi, ma è il giudice che può offrire la libertà condizionale a patto che il condannato accetti trattamenti medico-farmacologici, che possono comprendere anche la castrazione chimica.
L'adesione del condannato deve essere sempre volontaria e informata sui rischi per la salute. La Polonia è il primo caso (e l'unico) nell'Unione europea a prevedere la castrazione chimica come punizione obbligatoria, precisando però che riguarda i colpevoli di stupro di minorenni e di parenti stretti.
Di recente altri Paesi hanno seguito l'esempio della Polonia: alla fine del 2011, la Russia ha introdotto la castrazione chimica obbligatoria come pena da comminare ai condannati di reati sessuali contro i minori di 14 anni, sentito il parere di uno psichiatra forense. A febbraio del 2014 la castrazione chimica per i pedofili recidivi è stata approvata dal parlamento della Macedonia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono 8 gli Stati che prevedono la castrazione: California, Florida, Georgia, Louisiana, Montana, Oregon, Texas e Wisconsin. Ma negli Usa si parla d'altro, infatti, la castrazione chimica è una punizione, quindi il più delle volte obbligatoria e non una libera scelta del condannato.
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