di Nadia Clementi
www.ladigetto.it, 5 gennaio 2015
"Qui si resta passando" è il titolo dello spettacolo per cui sono andati in scena i detenuti del carcere di Trento. Il nostro giornale aveva visitato il carcere di Via Pilati e ne aveva più volte sollecitato la chiusura. Era invivibile. Così, quando quello vecchio è stato chiuso e siamo andati alla presentazione e all'inaugurazione del nuovo carcere di Spini di Gardolo, ci siamo sentiti sollevati. Vedi i servizi della presentazione e dell'inaugurazione.
Ora, carcerati e guardie carcerarie almeno potevano respirare. Naturalmente è rimasto un "carcere vero" a tutti gli effetti, per cui quando abbiamo sentito che sarebbe andato in scena uno spettacolo nel carcere, l'abbiamo presentato con un senso di sollievo. Per noi è andata Nadia Clementi ad assistere allo spettacolo e scrivere il pezzo che segue.
Uno spettacolo teatrale non è molto, ma se si pensa al principio che "dilettando educa", possiamo dire che un piccolo passo avanti per il recupero della gente che ci vive e ci soffre è stato fatto. Sabato 13 dicembre 2014 dodici detenuti del nuovo Carcere di Trento, assieme ad un gruppo esterno di giovani attori italiani e stranieri, si sono esibiti con singolare entusiasmo sul palcoscenico della sala presente nella struttura penitenziaria.
In scena lo spettacolo "Qui si resta passando", il lavoro conclusivo di un laboratorio educativo che i detenuti hanno seguito sotto la direzione artistica del regista Emilio Frattini e con la collaborazione di Francesca Sorrentino e Chiara Ore Visca.
Lo spettacolo è stato co-prodotto dal Centro Servizi Culturali S. Chiara, dalle Associazioni "Con Arte e con pArte" di Trento e "Sagapò Teatro" di Bolzano, con il sostegno del Servizio Attività Culturali della Provincia Autonoma di Trento, il patrocinio del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.
In sala è tutto esaurito, c'è fermento, attesa, inquietudine e un rincorrersi di sguardi rapidi e intensi tra gli agenti della polizia penitenziaria e il pubblico presente in sala, composto da un centinaio di detenuti e rappresentanti istituzionali della Provincia di Trento.
L'atmosfera è quella di una recita per dilettanti, le emozioni quelle che ogni attore in erba prova durante la prima esibizione sul palco; questa volta però non si è trattato di un teatro normale, gli attori non sono appassionati di filodrammatica e il pubblico non è composto da parenti e amici.
Un teatro che ha visto applausi, euforia, urla e risate, ma dove si è anche respirata la tensione dovuta al dispiegamento delle forze dell'ordine in sala che hanno vigilato sulle due ore di... "evasione" e di insolito divertimento.
Il sipario si è alzato alle 15.30, sullo sfondo di una scenografia essenziale: una piazza irreale fatta di semplici quinte nere dove bighellona un barbone, interpretato con maestria dal regista Emilio Frattini.
Seduto sulla panchina il clochard è spettatore di brevi scene di vita quotidiana, di gente che attraversando la piazza si racconta, ignara di essere osservata. Così il barbone rappresenta la figura incognita che diventa il filo conduttore tra disperazione e humor e funge anche da specchio interiore dei singoli personaggi.
Ma sono i detenuti dallo spiccato accento straniero i veri protagonisti del palcoscenico: si alternano celermente in personaggi comuni interpretando con disinvoltura la parte di fidanzato, criminale, ubriaco, agente di polizia, sportivo, ambulante, accompagnati e sostenuti dalla bravura di giovani attori professionisti.
Assieme rivivono sul palco quella vita che li aspetta al di là delle sbarre, fatta di ricordi, sogni e aspettative di un domani che ricorderanno un giorno come "Qui si resta passando".
Il pubblico applaude, divertito e sorpreso, apprezzando il lavoro svolto dal regista Frattini, che saluta e ringrazia tutti i presenti attraverso la sua mimica facciale carismatica e sorniona che ha saputo conquistare la simpatia dei detenuti, donando loro risate e momenti di riflessione sui contenuti della vita.
L'obiettivo del progetto era quello di colmare la distanza tra "il dentro e il fuori", analizzare il carcere attraverso la creatività e l'arte della recitazione cercando di favorire la crescita dei partecipanti rispetto la consapevolezza di sé, l'armonia con gli altri, le competenze umane, civili e sociali, nonché le capacità relazionali e di convivenza. La dimensione educativa, rieducativa e terapeutica del teatro è da anni oggetto di riflessioni ed esperienze: da un lato l'espressione artistica, dall'altro l'elaborazione emozionale a livello psicologico. Perché l'essere "attori" del proprio disagio o delle proprie problematiche, nel senso di agirli e di rappresentarli, consente di operare a fine terapeutico per favorire la diluizione del singolo conflitto interiore.
Come è nato il Teatro in carcere
L'idea è nata con l'entrata in vigore della Legge 663/1986, che costituisce la principale modifica alla legge di riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 (n. 354). Ispirandosi a esigenze di risocializzazione e rieducazione, la legge Gozzini prevede misure alternative alla pena che permettono ai detenuti di uscire dal carcere e introduce attività affidate a operatori provenienti dalla società civile. È così che il teatro è entrato in carcere grazie ai primi esperimenti di attuazione della legge e all'iniziativa di compagnie e di registi professionisti che hanno inaugurato una serie di percorsi laboratoriali destinati, nel giro di pochi anni, a disegnare una mappa di esperienze articolata sul piano nazionale.
È chiaro fin da subito che nel Teatro Carcere convivono due prospettive differenti: da una parte riconduce l'attività teatrale all'offerta "trattamentale", ossia al programma di "interventi diretti a sostenere interessi umani, culturali e professionali" del detenuto, favorendone una "costruttiva partecipazione sociale": dall'altra la ricerca teatrale scopre nella scena reclusa uno straordinario potenziale di linguaggi, storie, attitudini e risorse personali.
di Agnese Siliato
La Sicilia, 5 gennaio 2015
Nella Casa di reclusione di Augusta l'anno si è concluso con il secondo concerto natalizio del coro dei detenuti, la Brucoli swing band, diretta da Maria Grazia Morello.
Lo spettacolo è stato l'ultimo degli appuntamenti del 2014 che hanno visto l'apertura del penitenziario al pubblico esterno, per eventi, spettacoli teatrali, musicali, dibattiti con studenti anche giovanissimi che hanno potuto visitare il cuore del carcere, ossia le sezioni detentive. Al concerto finale hanno assistito quasi duecento persone, che sono state accompagnate alla sala teatro attraverso il lungo corridoio tappezzato di murales (realizzati da A. B. ergastolano) che hanno preso il posto delle pareti grigie e hanno potuto ammirare il presepe portato nel carcere dal soprintendente ai beni culturali, Rizzuto. Il concerto è iniziato con un omaggio a Mango, recentemente scomparso.
Sono stati poi eseguiti brani di Gianni Morandi, Gianna Nannini, Paolo Conte, Cocciante e un Oh Happy day natalizio finale cantato da tutto il pubblico. Durante lo spettacolo sono stati consegnati gli attestati del corso di fotografia tenuto dalla associazione Augusta free lance, da parte del presidente Romolo Maddaleni, del vice presidente Felice Cucinotta e degli altri soci. Il direttore della casa di reclusione, Antonio Gelardi, ha ringraziato l'Inner Wheel, partner nelle più recenti iniziative e ha ricordato gli eventi del 2014 che hanno visto il momento clou fuori dal carcere, con un concerto al castello svevo di Augusta che sono stati anche l'occasione per raccolte di fondi a scopo benefico, quasi seimila euro in totale, e le quasi duecento persone presenti in sala, che si sono aggiunte alle duemila che hanno visitato il carcere nell'anno appena trascorso per assistere a spettacoli e partecipare a dibattiti, cene.
di Paolo Coccorese
La Stampa, 5 gennaio 2015
L'Associazione "Libera" critica la moda dei locali con insegne "mafiose". Il bar di via Lanzo 1 ha assunto il nome dell'articolo del codice di procedura penale che disciplina in "carcere duro".
Le insegne evocano la Mafia e quel mondo scuro e terribile delle organizzazioni criminali. Riferimenti che, a seconda dei negozi, possono essere subdoli, ispirati alle rappresentazioni del cinema e quasi inaspettati anche per i proprietari. Poi, c'è quella del nuovo bar-panetteria aperto in via Lanzo, zona Madonna di Campagna.
Per l'eleganza del servizio non sfigurerebbe nelle vie dello struscio, ma sulle vetrine si legge "41 bis", scritta che lascia ben poco all'immaginazione. Nome che non ricalca il numero civico, ma l'articolo più severo del regolamento penitenziario. Il "carcere duro", il regime di reclusione dei boss più spietati e pericolosi come Riina e Provenzano.
La scorsa estate, aveva fatto scalpore la rosticceria "Don Panino" aperta a Vienna che, scimmiottando i film dei gangster italo-americani, offriva un menù di sandwich con wurstel e pollo grigliato chiamati "Falcone" o "Impastato". La stessa insegna, da cinque anni si trova in via Maria Vittoria dove lavora una delle sempre più numerose attività commerciali che sfoggiano un nome che evoca l'universo della Piovra, di Cosa Nostra e di tutte le altre organizzazioni mafiose.
"Dopo quelle polemiche, decidemmo di affiggere un comunicato alla porta del negozio per fare chiarezza e prendere le distanze - dicono dal risto-pub che unisce la qualità dei prodotti alla passione per lo sport. Con loro non abbiamo alcun contatto e siamo contro chi vuole infangare la memoria dei nostri eroi. Il nome è stato scelto perché suonava bene e, se un cliente si fosse lamentato, lo avremmo già cambiato". All'intero di "Don Panino", sfogliando il menù e controllando le pareti, non si scovano riferimenti alla Mafia.
Come in un'altra paninoteca di corso Regina Margherita, che ha un'insegna che richiama graficamente il logo del film di Francis Ford Coppola, "Il padrino": con un ritocco grafico è diventato "Il Panino". "Ho scelto questa insegna perché mi sembrava simpatica e perché mi piace il film, ma il negozio non ha nulla a che fare con i boss", dice il proprietario, Dario Conti. All'interno, sul menù, l'unica particolarità è la specialità della casa, lo sfilatino alla cotoletta lungo venti centimetri. "Nessun cliente si è mai lamentato - dicono -, Anzi molti ragazzi si fermano a fotografarlo e ci fanno i complimenti".
L'insegna di corso Regina, non è passata inosservata a Libera, l'associazione di Don Ciotti che da anni combatte il diffondersi della cultura delle organizzazioni mafiose. "Non è una bell'idea - dice il referente regionale, Maria Josè Fava. Tutto quello che parla della Mafia in termini positivi e ne crea un mito, deve essere criticato". Dai telefilm come "Romanzo Criminale" o "Gomorra", alle magliette che andavano di moda qualche anno fa tra i ragazzi, il rischio, secondo quelli di Libera, è sdoganare una rappresentazione lontana dalla realtà di Cosa Nostra.
A maggior ragione, se il negozio sotto casa, ha scelto di scrivere sulle vetrine "41 bis". "Il nostro è un brand nato nel 2009 che riproponiamo in tutti i negozi che decidiamo di lanciare - dice il proprietario del bar di via Lanzo 1, Luca Dino -. In quel periodo, i telegiornali parlavano molto del 41 bis, così ho pensato che potesse diventare il nostro marchio. Non abbiamo nulla a che vedere con la Mafia ma, essendo aperti ogni giorno fino a sera, il bar può diventare un carcere per i miei dipendenti. In più, è un nome che attira la curiosità".
In passato, i bar-panetterie "41 bis" sono state aperti anche in altri quartieri come in via dei Mercanti, in via di Nanni, in via Livio Bianco e anche a Ivrea, dove il nome attirò le critiche del Comune. "Chi si lamenta dell'insegna è gente stupida", si difende il signor Dino. Di ben altro parere, il presidente di Libera, Fava: "Non ci sono leggi che vietano ai negozianti di scegliere questi nomi, devono essere gli stessi clienti a ribellarsi e non entrare in un bar che si chiama 41 bis".
Ansa, 5 gennaio 2015
C'era anche un gruppo di detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano ieri mattina alla messa celebrata dall'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, nella basilica di San Lorenzo. Una celebrazione accompagnata dall'esecuzione della Messa in Re maggiore di Wolfgang Amadeus Morzat grazie all'associazione La Pasqua di Bach presieduta dal maestro Mario Ruffini, ai Solisti di San Lorenzo, all'Ensemble Vocale Capriccio Armonico, all'Orchestra da Camera Benedetto Marcello, al direttore della Galleria degli Uffizi Antonio Natali e all'Opera Medicea Laurenziana.
Al termine della celebrazione, l'arcivescovo ha voluto ringraziare tutti per la collaborazione: "un appuntamento che vorrebbe lodevolmente riproporsi in forma stabile, per iniziare l'anno con una Celebrazione eucaristica in cui l'antica musica liturgica viene ricollocata nel suo contesto proprio, quello dell'azione sacra" ha detto ricordando che lo scorso anno venne eseguito la Messa in Si minore di Johann Sebastian Bach.
Durante l'omelia, riprendendo le parole del Vangelo di Giovanni, il cardinale Betori aveva sottolineato come "altri si propongono a noi per fare luce sull'esistenza umana, ma occorre saper discernere tra vera luce e false luci. È un compito decisivo, soprattutto in un'epoca come la nostra - ha concluso - in cui il relativismo dominante lascia ampio spazio a ideologie e comprensioni del mondo e della vita che possono trarre vantaggio dal consenso raccolto nella società".
recensione di Francesca de Carolis
www.laltrariva.net, 5 gennaio 2015
Carcere. È un nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l'eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. E poi ci sono le donne... Sono "talmente poche" rispetto al numero totale delle persone in carcere... il 4% dicono le statistiche. Appena qualche migliaio... A pensarci bene, nella percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli.
È accaduto anche a me, che da qualche anno di carcere mi occupo, e me ne sono resa conto solo quando qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi a prigioni e detenuti, avessi incontrato anche donne. E ho pensato, un po' vergognandomene, alla conoscenza minima e quasi esclusivamente "letteraria" a cui mi sono fermata... che pure ricorda quanto complessa, e molteplice e altra, è l'altra "metà" dell'universo carcere. "Recluse", un interessante e densissimo libro appena uscito con l'editore Ediesse, è qui ora a ricordarcelo.
Curato da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa (molto riassumendo, formatrice la prima, psicologa la seconda), prende spunto da una ricerca condotta nel 2013 nelle carceri di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli, con interviste alle donne detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo. Obiettivo dichiarato: contenimento della sofferenza, prevenzione dell'autolesionismo e del suicidio (che è atto estremo di sofferenza ma anche di insubordinazione, si sottolinea), promozione della salute.
E lo sguardo si allarga... passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e futuro. Anche quando quest'ultimo a volte ha la luce instabile del miraggio.
Un lavoro complesso e che tocca mille aspetti della vita delle donne detenute, ricordandoci lo sguardo della differenza femminile. E un grande merito va riconosciuto: l'aver dato la parola a persone in genere più "rappresentate" che ascoltate, o sollecitate a "raccontarsi". E la differenza è enorme. Perché in un luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la parola, è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.
Le voci sono tante, si intrecciano in racconti e sussulti. Tutte anonime, naturalmente, ma dietro le sigle e le parole è facile immaginare i volti che quelle parole suggeriscono... tutte insieme compongono l'istantanea di quella "danza immobile" che è il carcere. Ma nello sguardo della differenza femminile, le autrici del libro offrono gli elementi per individuare le linee di forza, le enormi potenzialità che possono far salva la vita.
"Adesso sono diventata un mostro, l'assistente sociale ha chiesto l'affidamento... non sono innocente, ma i miei bambini li ho sempre curati. Sono sempre la persona che li accudiva..."
"Mi volevano dare delle gocce per mettermi a dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire no...(...) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è ancora mia...". "Io, venendo qui, tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno...". Donne...
Fra tanti pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la relazione fra donne emerge come "possibile motivo di stress, ma anche come eventuale fattore di protezione". Una riflessione, questa, che riporta alla mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finì dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un mondo pur spietato ed estremo, dice: "Lì non hai l'obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l'autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro".
Che riporto non certo per dire che "meglio il carcere". Più ne conosco le storie, più mi convinco della sua atroce inutilità, ma come riconoscimento di quello sguardo della differenza come punto di partenza per costruire vie d'uscita. Che siano definitive.
Un libro, questo "Recluse" , che indica dunque "strategie di tenuta" della differenza femminile, nel solco di un impegno contro la sofferenza gratuita e aggiuntiva che nel carcere nasce dalla costante violazione dei diritti umani.
Per la cronaca, Recluse è uno dei volumi, il quinto, nato dalla collaborazione fra Ediesse e la Società della Ragione, che porta avanti un ammirevole impegno sul tema della giustizia, dei diritti e delle pene, "nell'orizzonte di un diritto penale minimo, proprio di una democrazia laica, alternativa allo Stato etico". E, scusate se suona come ossimoro, Dio solo sa quanto, dei valori di democrazia laica, ci sia bisogno.
recensione di Alessandra Cecchi e Daniele Orlandi
www.carmillaonline.com, 5 gennaio 2015
"Se vi dovesse succedere di finire in carcere, guardate cosa c'è nelle celle. Sappiate che per ogni cosa che vedete, il fornelletto, il libro, la penna, è stato pagato un prezzo". Nel prezzo, le vite di Gerhard Coser, Marcello Mereu, Enrico Delli Carri, bruciati vivi a vent'anni in una cella, durante una protesta del luglio 1970 a San Vittore.
Chi li ricorda è Sante Notarnicola, durante una delle numerose presentazioni del suo "L'anima e il muro", edito l'anno scorso dalla Odradek. L'anima e il muro è una raccolta di poesie scritte prevalentemente in prigionia dal 1955 al 2012, impreziosita dai disegni di Marco Perroni. La lunga introduzione e le note di Daniele Orlandi la rendono però anche un libro di storia. È la storia dei "Dannati della terra", di quell'intensa stagione di lotte che riuscì, in pochi anni, a rivoluzionare il carcere, qualche volta a distruggerlo.
Una storia di segrete medioevali, come quella di Volterra, costruita dai Medici nel 1334, o Castel San Giacomo di Favignana, ex colonia penale borbonica, la cui prima pietra posero i Normanni nel 1074 (entrambe, peraltro, ancora pienamente in funzione). Celle dalle finestre murate, tombe per i vivi, al cui interno il fatto di esistere era già di per se un reato perseguibile. Inferni strutturati per piegare, annichilire, così descritti in una lettera del 1970: "mancanza di servizi igienici, topi che salgono dalle fogne e passeggiano per le celle, scarafaggi, cimici che disegnano coreografie sulle pareti e sulle lenzuola, mancanza di spazio vitale, ossigeno insufficiente d'estate, freddo e umidità d'inverno, celle che sembrano bare per cadaveri viventi, degradazione fisica e psichica, trattamento terroristico, pestaggi, letti di contenzione, insufficienza sanitaria, privilegi, discriminazioni di ogni tipo, assenteismo e noncuranza per migliaia di uomini che raggiungono il completo sfacelo della propria personalità".
Clandestina era la carta e il mozzicone di matita, così come l'aiuto al compagno analfabeta, perché insegnargli a leggere e a scrivere poteva costarti le celle di rigore. In queste carceri siffatte, alla fine degli anni 60, le mille insubordinazioni individuali - tragiche, sempre sconfitte - cominciarono ad unirsi in un'unica grande, ribellione collettiva. Una trasformazione, che per quanto lui si schermisca, avvenne anche grazie all'autore di questo libro. Notarnicola portò fra quelle mura, prima di altri, la sua esperienza di organizzatore politico e combattente sociale, quella capacità cresciuta al suono dei racconti partigiani, e maturata poi nel lavoro di base nei quartieri operai di Torino, negli anni durissimi di Scelba e di Valletta.
Non fu da solo: "Io ebbi la fortuna di essere arrestato nel momento giusto, di trovare i ragazzi giusti". Nel '67, l'anno in cui venne preso, la composizione sociale del carcere non differiva in maniera sostanziale da quella della fabbrica. L'umanità su cui lavorare era la stessa, e proveniva da contesti familiari e sociali non estranei all'organizzazione collettiva del conflitto.
Bisognava smuoverla, trovare le parole adatte per farla riconoscere in una comunità solidale, tanto più unita quanto più era assoluto l'arbitrio e la violenza a cui veniva sottoposta. Notarnicola queste parole seppe trovarle. E furono le prime fermate all'aria, i mattoni divelti da sbattere, in centinaia, sulle sbarre, contro il regolamento penitenziario di epoca fascista. Nei processi, trasformati in occasioni di pubblica denuncia, era il sistema penitenziario a salire sul banco degli imputati.
Fuori da quelle mura nel frattempo tutto veniva messo in discussione: la fabbrica, la scuola, l'intera società. Le prigioni non potevano rimanerne immuni. Presto in quelle celle arrivarono gli anarchici, vittime dell'infame montatura che seguì la strage di Piazza Fontana, e cominciarono ad entrare in massa anche i ragazzi del movimento studentesco, per gli arresti che seguivano, puntuali, ogni manifestazione.
Vennero accolti dalla solidarietà galeotta, sempre pronta a medicargli le ferite, a fargli coraggio. E loro ricambiarono, all'uscita, portando il carcere fuori dai cancelli, sui loro giornali, negli slogan dei cortei, nelle priorità delle organizzazioni di appartenenza. Ruppero l'isolamento, e questo fu di vitale importanza, perché le rivolte dentro quelle mura non fossero soffocate nel silenzio.
A pieno titolo esse divennero parte integrante di un movimento generale. Con una variante: là dentro lo scontro non aveva vie di fuga, il prezzo da pagare era molto più alto. Costava sangue conquistare il tetto, arrivare in alto, dove da fuori potevano vederti. Lunga la strada dal cortile alle celle, dove i reparti speciali ti ricacciavano colpendoti senza pietà. E poi i trasferimenti continui, improvvisi, i pestaggi, nudi, nel cortile di Volterra, e mesi di isolamento, le celle distrutte dalle perquisizioni, lettere e foto strappate. Nuovi anni di galera da scontare.
Eppure non riuscirono a fermarli. Con le rivolte vennero anche i primi risultati: prima la penna, poi i libri, i giornali non più ridotti in coriandoli dai tagli della censura, il fornello, la stampa politica, ma soprattutto sempre maggiori spazi di libertà ... fino a quella vera: nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel 75 furono 300, nel 76, 443.
Nel 1975 la Riforma penitenziaria sostituì definitivamente il regolamento del '31, passando (nella teoria) da una concezione unicamente punitiva ad un'altra imperniata sulla rieducazione e reinserimento sociale del detenuto. Poteva sembrare una vittoria, ma durò poco. Due anni dopo venne affidata a Dalla Chiesa una ricognizione delle peggiori carceri italiane, da riservare principalmente alla detenzione politica. Con decreto interministeriale, si istituirono le carceri speciali.
"L'anima e il muro" ripercorre questa storia, ma anche gli aspetti più intimi del vissuto in prigionia. Canta Notarnicola, l'amore ai tempi delle sbarre: la separazione, l'attesa, l'assenza riempita di sogni. Canta frammenti di vita, frammenti di cielo sottratti a una grata di ferro, frammenti di luce nel sorriso di lei, dietro un vetro divisorio. Canta le umiliazioni inflitte ai familiari, l'orizzonte negato, il sottile sadismo e le risa sguaiate dei guardiani.
Canta del pianto di Antonio Salerno, il più piccolo prigioniero di Badu e Carros, rinchiuso assieme a sua madre. Antonio che fu accudito dalla comunità delinquente, il giorno che tacquero i televisori, e i litigi e le urla della galera, perché il bambino stava male e nessuno mandava un soccorso. E si fece silenzio, spaventoso silenzio, fino a quando un dottore dovette arrivare di corsa per evitare che il carcere esplodesse di odio. Canta degli antifascisti, passati un tempo in quelle stesse celle, dei compagni perduti lungo la strada. Delle ferite più profonde, quelle che non guariscono.
recensione di Corrado Stajano
Corriere della Sera, 5 gennaio 2015
Il terrorismo? Sembra lontana secoli quella stagione di sangue. Non se ne parla o quasi. Anche se i problemi che furono discussi non superficialmente in quegli anni - la giustizia, le carceri, la funzione della pena, il rispetto della Costituzione e delle leggi, la dignità del cittadino - seguitano a essere di quotidiana attualità.
Vengono invece dimenticati, sottovalutati, cancellati, lasciati ai margini del modesto dibattito politico di oggi. Monica Galfré, che insegna Storia dell'Italia repubblicana all'Università di Firenze, ha ripercorso, in controtendenza culturale, il tragico cammino di quegli anni: il suo saggio, pubblicato da Laterza, "La guerra è finita. L'Italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987" rappresenta un contributo importante, anche per il nostro presente, naturalmente. La studiosa dimostra che quella storia di violenza e di morte non è separata, come si vuol far credere, dalla storia della Repubblica alla quale è invece profondamente intrecciata.
Nella sua ricerca si serve di nuove fonti, gli archivi privati, non usa le testimonianze orali, registra con estrema attenzione le cronache e i commenti dei quotidiani, trascura purtroppo la tv. Pare che il saggio abbia due "anime" che si compongono. Nella prima, Monica Galfré affronta (volutamente senza completezza) certi fatti del terrorismo di sinistra e della manchevole risposta giudiziaria, istituzionale, politica, soprattutto agli inizi, degli apparati repressivi. I magistrati erano dotati di poveri strumenti.
Il Pci si muoveva tra l'incapacità e il rifiuto di capire che le Br nascevano a sinistra. L'album di famiglia. Il libro non parla delle ambiguità e delle complicità dei servizi segreti e neppure delle non ancora chiarite infiltrazioni e presenze internazionali. Anche la funzione della P2 è lasciata da parte. (Fu importante anche perché l'affiliazione alla Loggia segreta di un gran numero di generali a capo dei servizi, di ministri, di politici e di giornalisti di rango avvenne agli inizi del 1977, l'anno dopo il grande successo elettorale del Pci, anche se la Democrazia cristiana, nonostante gli scandali e il degrado, aveva tenuto.
Per i 55 giorni del sequestro Moro, il ministro degli Interni Cossiga ebbe intorno a sé come consiglieri gli uomini della P2). Il saggio di Monica Galfré documenta come la lotta dello Stato contro il terrorismo non abbia rispettato, come vien detto, le garanzie costituzionali. Ne fanno prova, tra i non pochi esempi, il caso del sanguinoso blitz di via Fracchia a Genova, nel 1980, dove furono uccisi senza ragione quattro terroristi; il caso di Marco, il figlio terrorista del vicesegretario della Dc, più volte ministro, Carlo Donat Cattin di cui i carabinieri sapevano e tacquero; il caso della tortura inflitta ai brigatisti sequestratori del generale Dozier, comandante della Nato nel Sud Europa. (Ancora oggi la Repubblica democratica attende una legge contro la tortura). Fu un'atroce guerra.
Duecento i morti, migliaia i feriti e innumerevoli gli attentati del terrorismo di sinistra, "che danno l'idea di un caso imparagonabile al resto d'Europa", scrive Monica Galfré. Se si pensa poi alle stragi, prerogativa dell'estremismo di destra, e alle altre innumerevoli vittime dei gruppi neofascisti, si ha la percezione del clima cupo che in quegli anni gravò sulla comunità. Gli episodi furono barbari, non soltanto gli assassinii degli uomini illustri come Aldo Moro e di tanti onesti servitori dello Stato. Il giornale radio delle 8 dava ogni mattina notizia di una nuova esecuzione, dirigenti industriali, capireparto, guardie carcerarie, agenti di polizia, carabinieri, brigatisti pentiti, giornalisti.
Viene ripetuto ancora oggi che il terrorismo ebbe il merito di sollecitare un rinnovamento politico e sociale. Come mai, si può replicare, le vittime sono state spesso uomini di sentire democratico, Emilio Alessandrini, Guido Galli, Walter Tobagi, tra gli altri? Dopo la strage di piazza Fontana ci fu nella società italiana un risveglio che si manifestò nella volontà riformatrice alle elezioni del 1975 e del 1976.
I terroristi, con la loro violenza cieca, seppero invece far regredire quel desiderio di mutare rotta, di dir no alla corruzione e al cattivo governo. L'assassinio del fratello del pentito Patrizio Peci, nel 1981, che rammenta i metodi nazisti, fece capire come i terroristi non potessero avere un consenso di massa. La seconda "anima" del saggio ricostruisce con minuzia e inediti particolari i processi legislativi, essenziali forse più dei pentiti, a sconfiggere il terrorismo.
Il percorso fu arduo, alla ricerca di una soluzione politica o semplicemente umana: dalla prima legge sui pentiti, del 1980, a quella, del 1982, che mettevano a rischio l'essenza stessa dello Stato di diritto. Come si poteva chiedere "sincerità" e "spontaneità del ravvedimento"? Soltanto la legge sulla dissociazione, approvata nel 1987, riuscì a porre fine al terrorismo. Andò in porto dopo un vero travaglio, una cruda lotta tra gli uomini di buona volontà, senza interessi di parte, e coloro che legavano la decisione ai meschini interessi di partito, tra i socialisti di Craxi all'avventura, i comunisti sulla difensiva, i democristiani sempre con gli occhi puntati ai doppi e tripli forni del potere, i cattolici democratici e gli intellettuali laici che ebbero, invece, con i radicali, una funzione propositiva.
"Cercare di capire le ragioni degli uni e degli altri, reali o presunte che fossero - conclude Monica Galfré il suo libro utile e coraggioso - mi è parsa l'unica strada percorribile per restituire, in tutta la sua complessità, il quadro determinante dalla sconfitta del terrorismo e dalla difficile uscita dall'emergenza: e, attraverso questo capire cosa esso abbia significato per la storia e la coscienza del Paese. (...) Una storia di cui è ancora difficile parlare".
Adnkronos, 5 gennaio 2015
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha assicurato oggi che intende contrastare qualunque sforzo da parte palestinese volto a trascinare "soldati ed ufficiali delle forze di Difesa israeliane davanti alla Corte penale all'Aja". In apertura della riunione settimanale del governo a Gerusalemme, il capo del governo israeliano ha accusato l'Autorità palestinese di aver scelto "la via del confronto con lo stato di Israele" ed ha assicurato che non intende stare con le braccia conserte".
"Chi dovrà rispondere davanti ad una corte internazionale sono i capi dell'Autorità palestinese, che hanno stretto un'alleanza con i criminali di guerra di Hamas", ha affermato il premier citato dal Jerusalem Post. "I soldati delle forze di difesa continueranno a difendere lo Stato di Israele con determinazione e forza", ha avvertito. "E come loro difendono noi, noi li proteggeremo con la stessa determinazione e la stessa forza". Ieri, a seguito della richiesta di adesione alla Corte presentata dai palestinesi, Israele aveva risposto annunciando il congelamento dei trasferimenti di oltre cento milioni di Euro di tasse raccolte per conto dell'Anp.
Ansa, 5 gennaio 2015
L'uomo era latitante dal 7 gennaio 2014. È stato arrestato dagli uomini della Squadra Antiterrorismo della polizia greca. Xiros stava scontando una condanna pari a sei ergastoli e ulteriori 25 anni di prigione nel penitenziario di Korydallos, alla periferia di Atene, per appartenenza all'organizzazione terroristica "17 Novembre" e complicità in 6 omicidi, attentati dinamitardi e rapine.
Terrorista arrestato preparava grande attacco
Il terrorista greco Christodoulos Xiros, arrestato dalla Squadra Antiterrorismo della polizia greca tre giorni fa, stava preparando un grande attacco contro le carceri di Korydallos, per far evadere i detenuti dell'organizzazione terroristica "Cospirazione dei Nuclei di Fuoco".
Lo ha detto il ministro per la Protezione del Cittadino, Vassilis Kikilias in una conferenza stampa dopo l'arresto del ricercato numero uno in Grecia. Nella casa dove si nascondeva Xiros ad Anavissos, una località a 50 chilometri dalla Capitale, la polizia ha trovato un vero e proprio arsenale, tra cui nove fucili d'assalto K-47 Kalashnikov, tre granate a propulsione a razzo (Rpg), due bombe a mano, tre pistole, molte pallottole, e un barile con cento chilogrammi di materiale esplosivo, pronto per essere usato nell'attentato contro il penitenziario, programmato secondo il ministro per questi giorni, in piena campagna elettorale.
Xiros stava scontando una condanna a sei ergastoli e ulteriori 25 anni di prigione nel penitenziario di Korydallos, alla periferia di Atene, per appartenenza all'organizzazione terroristica rossa "17 Novembre" e complicità in sei omicidi, attentati dinamitardi e rapine. Dopo aver ottenuto una licenza di nove giorni il primo gennaio del 2014 non si era più ripresentato. Oggi Xiros, sarà interrogato dal giudice istruttore, mentre la polizia greca sta dando la caccia a suoi eventuali complici.
Nova, 5 gennaio 2015
Il giornalista siriano Abdel Lui Abdel Jawad, che ha trascorso sei mesi nelle carceri dello Stato islamico, ha accusato i membri marocchini del gruppo terrorista di essere "quelli specializzati nelle torture ai carcerati". Il giornalista è stato scarcerato di recente nell'ambito di uno scambio di prigionieri tra l'Esercito siriano libero e lo Stato islamico. In un suo articolo ha rivelato che "i marocchini del gruppo erano i miei carcerieri ed erano le guardie del carcere insieme ad altri stranieri. Questo compito veniva affidato in particolare ai combattenti provenienti da Marocco e Francia".
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