askanews.it, 31 luglio 2019
Gianmarco Cifaldi: mia attenzione prioritaria carcere di Sulmona. Il neo eletto Garante dei detenuti d'Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, questa mattina ha ufficialmente assunto l'incarico, sottoscrivendo l'atto di insediamento davanti al presidente del Consiglio regionale, Lorenzo Sospiri. Cifaldi è stato eletto dall'assemblea regionale abruzzese nella seduta dello scorso 23 luglio con un "riconoscimento unanime del suo valore professionale".
Docente di sociologia penitenziaria e rieducazione sociale all'Università "G. D'Annunzio" Chieti-Pescara, il professor Cifaldi vanta una consistente attività di ricerca dedicata alle dinamiche detentive con una maturata conoscenza del sistema carcerario abruzzese. "La mia attenzione prioritaria - ha dichiarato il Garante a margine dell'insediamento - è rivolta al carcere di Sulmona, struttura che visiterò il prossimo 3 agosto.
Il dramma dei suicidi che ha interessato questo contesto è un fenomeno da esaminare con attenzione al fine di eliminare possibili cause di reiterazione. Ho già in calendario, inoltre, interventi ispettivi nelle strutture penitenziarie dell'Aquila e Chieti dove intendo collaborare con tutti gli attori sociali che a vario titolo si interfacciano col mondo penitenziario".
Altri temi al centro dell'azione del Garante saranno l'affettività e l'attenzione al sistema sanitario all'interno del carcere, da curare in particolar modo in quei contesti penitenziari che ospitano madri e figli. Il Presidente del Consiglio regionale, Lorenzo Sospiri, ha espresso soddisfazione per l'avvenuta designazione, offrendo la massima disponibilità di tutte le strutture del Consiglio a supporto dell'attività del Garante.
"Sia chiaro - ha sottolineato Sospiri - che chi ha sbagliato deve scontare l'interezza della pena. Le Istituzioni hanno il compito di garantire però che il detenuto sia trattato in maniera umana e possa avviare percorsi di recupero, così come previsto dalla Costituzione. Il Garante, in questo senso, sarà in prima linea per denunciare carenze del sistema carcerario e cercare soluzioni utili a migliorare le condizioni di vita di detenuti e personale".
di Franco Corleone
Messaggero Veneto, 31 luglio 2019
L'omicidio ignobile di un carabiniere a Roma nei giorni scorsi da parte di due giovani statunitensi ha rivelato tutto il peggio degli umori incontrollati di un paese incattivito. Esponenti della Lega e Salvini in prima persona urlano contro la "droga" come se la war on drugs non avesse prodotto danni tremendi nel mondo e come se in Italia la scelta proibizionista non avesse provocato l'intasamento dei tribunali e il sovraffollamento nelle carceri come dimostra il Libro Bianco della Società della Ragione.
Per fortuna in molti paesi, dall'Uruguay al Canada, e in dieci stati americani avanza una politica fondata invece sulla legalizzazione della canapa e su una intelligente politica di decriminalizzazione del consumo e di efficaci scelte di riduzione del danno. Addirittura viene evocata la necessità della pena di morte che la Costituzione della Repubblica italiana non ammette in maniera assoluta e categorica.
Chi fa parte del Governo e ha giurato sul rispetto della Carta dovrebbe essere richiamato su una contraddizione censurabile. Si sprecano le invettive sul fatto che i colpevoli dovrebbero marcire in carcere. Gli stessi toni erano stati usati dopo l'arresto e il ritorno in Italia di Cesare Battisti. Le frasi orribili di Salvini e del ministro della Giustizia Bonafede violavano l'articolo 27 della Costituzione e le norme dell'Ordinamento penitenziario inneggiando a un linciaggio mediatico e mortificando la dignità di una persona prigioniera.
Credo che Alessandro Manzoni e Leonardo Sciascia si siano rivoltati nella tomba di fronte a tale barbarie. Proprio per andare in direzione ostinata e contraria e indicare una diversa visione di civiltà vale la pena ricordare un altro caso di giustizia cieca e in cui i piatti della bilancia non sono in equilibrio. Dobbiamo riandare al dicembre 1981 quando fu sequestrato il generale americano Lee Dozier, liberato dalla polizia alla fine di gennaio del 1982.
Cesare Di Lenardo era uno dei carcerieri del generale e fu sottoposto dopo l'arresto a Padova a gravi sevizie e torture denunciate subito da Pier Vittorio Buffa, giornalista dell'Espresso che per la sua ricerca della verità fu addirittura arrestato. L'episodio venne fatto entrare in Parlamento immediatamente dai radicali. Di Lenardo da allora è in carcere.
Sono passati ben trentotto anni per la consolazione di coloro che affermano che l'ergastolo non esiste e che dopo ventisei anni di pena si può uscire dal carcere. Io penso che un individuo che da giovane ha aderito alle Brigate Rosse ma che non si è macchiato di reati di sangue, dopo tanto tempo abbia pagato il suo debito per le colpe commesse e che la giustizia dello stato democratico non possa tenere in cattività, fino alla morte, una persona.
Neppure chi combatteva lo Stato con metodi violenti nell'illusione della rivoluzione. Il silenzio copre questa storia che non può essere sepolta con una pretesa irriducibilità. Massimo Peresson, uno spirito libero, trasgressivo e battagliero di Piano d'Arta, cuore della Carnia, ha preso a cuore questa vicenda che ha iniziato una corrispondenza con Cesare Di Lenardo, originario della provincia di Udine. Recentemente ha avuto un lungo incontro nel carcere di Terni dove Di Lenardo è detenuto in una condizione di pesante isolamento.
Questa prova di dialogo potrà essere un primo passo per sciogliere un macigno che imprigiona una condizione unica legata a vicende tragiche di quarant'anni fa. Ricordo che Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, scrisse parole limpide contro la pena di morte e contro l'ergastolo spiegando il valore della giustizia non come smodata ricerca della vendetta. Forse il Presidente Mattarella sentirà l'imperativo di una riflessione rigorosa ma anche umana.
*Già Sottosegretario alla Giustizia
La Repubblica, 31 luglio 2019
Ma l'ok arriva troppo tardi. Giorgio C., un 58enne in carcere a Opera, scopre ad aprile di avere un tumore incurabile. La sua avvocata chiede più volte "un gesto di umanità e clemenza" dandogli la possibilità di morire a casa sua. Ma, tra ritardi ancora da chiarire, il parere favorevole della Procura generale arriva quando è già morto. Adesso l'avvocata scrive al ministro Bonafede.
Cinque giorni fa aveva chiesto alla Corte d'Appello di Milano "che con un ultimo gesto di umanità e clemenza gli fosse concesso di morire da uomo libero" e quindi di revocargli la misura cautelare che lo aveva portato in carcere per rapina nell'aprile dell'anno scorso.
Ma ieri, quando è arrivato il parere favorevole della Procura Generale per la sostituzione del provvedimento con l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, era ormai troppo tardi. L'uomo, con un tumore ai polmoni allo stadio finale e che si era esteso anche alle ossa, è morto dopo atroci dolori in un letto di rianimazione dell'ospedale San Paolo ancora da detenuto.
A denunciare la vicenda di Giorgio C., in una lettera inviata tra gli altri al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, e al capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, è stato il suo avvocato, Francesca Brocchi, precisando che l'uomo, 58 anni, con una condanna a 5 anni e 8 mesi in primo grado, "non aveva nessuno, eccetto il proprio difensore".
Nella missiva, indirizzata anche al Provveditore Regionale alle Carceri Pietro Buffa, al Difensore Civico lombardo Carlo Lio, all'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera e al presidente della Commissione Carceri del Comune di Milano, Anita Pirovano, il legale chiede "di approfondire se vi siano state violazioni dei suoi diritti di detenuto e di malato, anche a causa del ritardo nella diagnosi della patologia oncologica che lo ha colpito, ovvero nel ritardo/omissione delle doverose comunicazioni all'Autorità Giudiziaria competente per la misura cautelare ed al difensore" da parte della casa di Reclusione di Opera dove era in cella dallo scorso novembre.
In cinque pagine l'avvocato ripercorre la cronistoria della vicenda vissuta dal suo assistito e sulla quale il provveditore Regionale, da quanto è stato riferito, ha aperto un'indagine interna. Il racconto inizia nel dicembre 2018 quando il 58enne, oltre a tosse e difficoltà respiratorie, accusa "dolore persistente al polmone sinistro".
Il 12 aprile una radiografia al torace evidenzia la presenza di liquido nella cavità toracica e il conseguente "collasso del polmone sinistro". Viene ricoverato d'urgenza al Fatebenefratelli. Due settimane dopo, la scoperta della "presenza di cellule tumorali maligne", le dimissioni dall'ospedale e il ritorno in cella in attesa di una "Tac-Pet" per confermare l'infausta diagnosi.
Accertamento che, programmato per il 2 maggio successivo, per un disguido, viene effettuato 25 giorni dopo. Nel frattempo il legale deposita alla Corte d'Appello, la terza sezione penale, la prima istanza per valutare la compatibilità con il carcere e ottenere la sostituzione della misura cautelare con obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria, per consentirgli di potersi curare. Da questo momento il caso finisce negli ingranaggi della burocrazia. Con il carcere di Opera, come si evince dalla missiva, che nonostante i solleciti, fatica a inviare le relazioni sullo stato di salute dell'uomo. Con i giudici che in assenza delle relazioni non possono decidere sulle ripetute richieste.
Come si legge nella lettera denuncia, già protocollata dal provveditorato regionale alle carceri, ai primi di giugno il ricovero nel Centro Clinico sempre di Opera e il 12 giugno, dietro l'autorizzazione dei magistrati, all'ospedale San Paolo per la biopsia, alla quale avrebbero dovuto seguire intervento chirurgico e cure. Nulla da fare.
Le sue condizioni peggiorano, ha metastasi alle ossa, non si regge in piedi o quasi, "ha forti dolori al costato ed ha un drenaggio al polmone". Tant'è che il legale reitera la richiesta di scarcerazione, ma la Corte d'Appello non può ancora provvedere per mancanza della documentazione clinica. Il 15 luglio viene dimesso con una diagnosi che non lascia scampo, ma tre giorni dopo viene di nuovo ricoverato nello stesso ospedale per poi essere trasferito nel reparto di rianimazione. Di ciò "nessuna comunicazione risulta essere inviata all'Autorità Giudiziaria, tanto meno al difensore".
Mentre la procura generale dà il via libera agli arresti domiciliari in un hospice, il suo stato di salute di giorno in giorno è sempre più critico. Il 26 luglio, sempre in terapia intensiva, "Giorgio, con i polsi legati al letto" per evitare si potesse togliere tubi e tubicini, "intubato e tenuto in vita dalla respirazione assistita", e con ancora il "drenaggio toracico", riesce solo a dire in un soffio: "Voglio morire". La sua sofferenza è "indicibile".
Il suo legale gli promette "che avrebbe continuato a battersi per lui, per fare in modo che potesse morire da uomo libero". Ieri finalmente il parere positivo del Pg: revocare la misura cautelare e disporre l'obbligo di firma mentre dalla casa circondariale quattro giorni prima avrebbe chiesto ai giudici il suo spiantonamento. Una decisione arrivata troppo tardi, perché Giorgio C., nel frattempo, è morto.
di Stefano Pagliarini
anconatoday.it, 31 luglio 2019
"Io in carcere da disabile, disumanizzato come in un lager: ora sono senza casa e senza cure". È la storia di Mevsudin Junuz, il 54enne di Falconara che giovedì scorso è uscito dal carcere ed è rimasto "in mezzo ad una strada". Poi il giro di telefonate che hanno convinto la moglie ad accoglierlo. Oggi ha voluto incontrare noi di AnconaToday per raccontare la sua esperienza da detenuto e lanciare il suo grido di aiuto. Già, perché le difficoltà non sono finite.
Ha pagato il suo conto con la giustizia, ma oggi è disperato perché non ha né una casa dove andare, né una struttura che si faccia carico del suo problema fisico. Insieme alla moglie con la quale è sposato da 13 anni, è temporaneamente appoggiato in un appartamento, che però dovrà lasciare a breve.
"Un giorno ho sentito una forte scossa alla testa, sono svenuto, finito a terra e sono stato ricoverato in Neurologia 10 giorni, poi non ho più mosso la parte sinistra del mio corpo. È diventata come morta. I dottori del carcere non mi credevano: per loro ho sempre finto di essere invalido. Ma può un finto invalido fare la vita che facevo io, con il pannolone, con il costante bisogno di qualcuno per andare al bagno, per lavarsi o farsi la barba? Io dico di no. Siccome prendevo già altri farmaci, mi dovevano fare le punture nel braccio sinistro. Io dicevo loro che non sentivo niente, li pregavo di non farmi le punture lì perché non sentivo nulla e avevo paura.
Ma loro insistevano, come se nulla fosse: "Tu stai bene, ti devi convincere che stai bene" dicevano. Non valevo più niente, non avevo più dignità. Vivere in carcere così è stato peggio che morire, è stato come vivere in un lager nazista".
Junuz, ex pugile di origini montenegrine, fa fatica ad accettare la sua nuova condizione e, alla domanda su come ha vissuto la detenzione in quelle condizioni, risponde con la voce rotta di chi piega anche i nervi pur di trattenere il pianto: "Volevo togliermi la vita, sì, ho pensato seriamente di farla finita. Mi volevo impiccare. Mi ha salvato mia moglie che, al telefono, mi ha detto di non farlo, scongiurandomi di pensare ai nostri figli".
Junuz ha espresso grande riconoscenza per gli agenti di Polizia Penitenziaria e in particolare il comandante Nicola De Filippis, che lo hanno sempre aiutato, contribuendo a farlo arrivare vivo fino alla fine del tunnel. Fino a giovedì, quando è tornato un uomo libero. Ora però c'è una nuova lotta: quella per il diritto alla casa e alle cure. Già, perché una casa non c'è, visto che quella in cui si trova la sua famiglia dovrà essere presto sgomberata.
Sarebbero un diritto, eppure non ci sono nemmeno le cure. Il motivo? Manca una diagnosi, che non è mai arrivata. Dopo tutto quello che ha passato in carcere, l'ex pugile, in Italia dal 1989, si sente di nuovo solo. Questa volta però si sente abbandonato dalla politica e dalle istituzioni. Per fortuna al suo fianco ci sono l'avvocato Michele Carluccio e Chiara Carioli che spiegano: "Da maggio hanno scoperto che non possono stare in questa casa e ora sono senza luce e senza gas. Lui aveva informato gli assistenti sociali, gli educatori e tutti i referenti possibili di questa situazione.
Il quadro era chiaro: fine pena, condizioni della casa e problematiche fisiche. C'erano tutti gli elementi per far sì che le istituzioni si facessero carico di una condizione al limite dei diritti umani. Nessuno si è mosso in anticipo per trovare una soluzione al momento dell'uscita e lui venerdì non è rimasto in strada, sotto il sole a 40 gradi, solo grazie alla moglie che si è convita ad accoglierlo. Ma quello che andava fatto era trovare una struttura riabilitativa e gli operatori contattati da noi ci hanno sempre detto che non sapevano dove mandarlo. Il punto è questo: manca una struttura sanitaria pubblica che possa farsi carico di una situazione come quella di Mevsudin".
Dunque ora Junuz, che da 8 anni è in attesa di un alloggio popolare e ha in corso una richiesta di invalidità civile del 30%, ha due possibilità per vivere: una casa o una struttura sanitaria, anche perché lui necessiterebbe di un percorso fisioterapico. "È vero che non c'è una diagnosi, ma i medici hanno sempre parlato prima di un problema solo psicosomatico - ha detto l'avvocato Carioli - poi si è aggiunta anche quella di trauma, però comunque serve una riabilitazione". Ora sembra muoversi qualcosa perché gli assistenti sociali del comune di Falconara si stanno dando molto da fare per recuperare il tempo perso e trovare una soluzione. Intanto Junuz chiede che lo Stato lo aiuti perché vuole raccogliere la sfida di vivere una seconda vita, nella legalità e nella dignità.
L'appello per una casa e il diritto alle cure - "Io ho sbagliato ed era giusto che io pagassi per quello che avevo fatto ma una persona deve pagare capendo il suo errore, con la possibilità di redimersi, non essere trattato come un cane. Chiedo dignità per tutti i detenuti che soffrono come ho sofferto io e oggi, per me, che sono di nuovo un uomo libero, chiedo al sindaco Signorini un aiuto: vorrei solo una casa e la possibilità di curarmi".
quotidianosanita.it, 31 luglio 2019
Obiettivo: individuare e concordare risposte efficaci alle problematiche legate ai bisogni sociosanitari dei detenuti. Ne fanno parte tutte le istituzioni del territorio che operano in ambito carcerario.Il coordinamento è stato affidato alla Asl di Viterbo e alla Direzione della Casa circondariale Mammagialla. Un tavolo paritetico per la salute delle persone detenute.
Un importante strumento di incontro e di confronto, il primo in Italia, per tutti i soggetti istituzionali che operano in ambito carcerario, al fine di individuare e concordare risposte efficaci alle problematiche legate ai bisogni sociosanitari dei detenuti. Il tavolo il cui coordinamento è stato affidato alla Asl Viterbo e alla Direzione della Casa circondariale Mammagiallaè stato istituito rispondendo a un invito del capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, rivolto a tutti gli Istituti penitenziari italiani.
Le funzioni di coordinamento sono state affidate alla direzione sanitaria della Asl e dell'Istituto penitenziario di Viterbo, con un'idea di lavoro di rete e di sistema, al cui interno sono presenti tutti i servizi che si occupano di questo specifico ambito della salute dei cittadini: dalle aree della sicurezza e trattamentale della Casa circondariale Mammagialla alle unità operative della Asl Medicina protetta, Serd, Medicina penitenziaria territoriale, fino al Dipartimento di salute mentale. Al tavolo siederà inoltre il garante regionale delle persone private della libertà, mentre potranno essere chiamati a portare il loro fondamentale contributo i rappresentanti della Prefettura, delle amministrazioni comunali, della Magistratura di sorveglianza, dell'Università, delle società scientifiche e del privato sociale, in un nuovo contesto di sistema volto alla massima trasparenza e a favorire una sinergia di interventi.
"L'istituzione del tavolo - commenta il direttore generale della Asl di Viterbo, Daniela Donetti - si inserisce in un percorso, da tempo avviato, che ha prodotto una serie di interventi finalizzati al miglioramento dell'offerta erogata alla popolazione penitenziaria: dalla dotazione di un Cup interno all'istituto penitenziario, all'informatizzazione dei servizi, fino alla stesura del Piano locale di prevenzione del suicidio.
Tutto questo nella convinzione che assicurare la salute contribuisca anche a garantire la sicurezza delle persone detenute e dell'intera collettività. Queste azioni, inoltre, vanno inquadrate in un contesto normativo che, dal 2008, ha affidato l'assistenza sanitaria nelle carceri alle aziende sanitarie e in un contesto locale caratterizzato dalla presenza di una casa circondariale ad alta complessità di gestione, essendo tra i primi 20 istituti italiani per numero di detenuti: circa 600 di media al giorno, di cui il 50% di nazionalità non italiana e il 30% con problemi di tossicodipendenza".
Una complessità di gestione che per la Asl di Viterbo comporta, ogni anno, un impegno organizzativo e professionale significativo. Solo nel 2018 sono stati 530 gli accessi al pronto soccorso, di cui circa 200 seguiti da ricovero in Medicina protetta, 4364 sono state le visite ordinarie, 478 le visite urgenti, 409 quelle cardiologiche e 407 le infettivologiche, 933 le consulenze psicologiche, 78 i trattamenti con farmaci sostitutivi e 15370 le visite al Serd. Per una popolazione carceraria al cui interno sono presenti 23 detenuti affetti da Aids, 61 da epatite C e 22 da epatite B.
"Quello penitenziario - spiega il garante regionale delle persone private della libertà, Stefano Anastasia - è un sistema complesso che richiede il concorso di diverse amministrazioni pubbliche nel perseguimento dei principi fissati dalla Costituzione.
La Asl di Viterbo concorre con impegno e dedizione, di risorse e di professionalità, alla tutela della salute delle persone detenute nel carcere cittadino. L'istituzione del tavolo tecnico paritetico di coordinamento delle azioni della Asl e dell'Amministrazione penitenziaria è un'occasione importante per valorizzare le risorse, monitorare le criticità, innovare nelle procedure e, di questo, sono grato a quanti vi hanno lavorato, a partire dal direttore generale Donetti e dal direttore della Casa circondariale, Pierpaolo D'Andria".
La Stampa, 31 luglio 2019
Il suicidio del detenuto nel carcere della Spezia accende i riflettori sullo stato di degrado in cui sono costretti a vivere le persone recluse nella casa circondariale. A lanciare l'allarme è la segreteria regionale della Federazione nazionale sicurezza della Cisl. E lo fa scrivendo una lettera al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria.
"Esiste una problematica che si protrae ormai da diverso tempo e che coinvolge tutto il personale operante all'interno della casa circondariale della Spezia, sia della polizia penitenziaria sia amministrativo. È il sovraffollamento che giorno dopo giorno, numeri alla mano (ad oggi abbiamo circa 230 ristretti a fronte di capienza massima prevista di 151 unità) mette a dura prova la capacità operativa dell'intero Istituto.
Gli sforzi e i sacrifici degli operatori in divisa e non, sono davvero encomiabili, anche se a volte ciò non basta per affrontare le innumerevoli difficoltà logistiche, operative e burocratiche che si presentano quotidianamente". E la segreteria Fns aggiunge: "La carenza di posti liberi, dove mettere i nuovi reclusi, crea grossi disagi ed impossibilità di differenziare i soggetti secondo i criteri previsti dall'ordinamento penitenziario, specialmente coloro i quali si sono resi responsabili di gravi eventi, quali risse o aggressioni.
Poi c'è la massiccia presenza di detenuti con problematiche psichiatriche che spesso assumono comportamenti aggressivi di difficile gestione. Auspichiamo un intervento volto ad alleviare le criticità, per restituire al personale, stremato dai gravosi turni ormai perennemente attestati sulle otto e più ore lavorative, dignità e serenità professionale".
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 31 luglio 2019
È un ragazzo di appena vent'anni, arrivato dal Mali due anni fa, a mandare il primo decreto Salvini davanti alla Corte Costituzionale. A partire dalla sua storia, infatti, in tribunale di Ancona ha emesso lunedì un'ordinanza in cui non solo si concede al giovane la residenza nel capoluogo marchigiano ma si solleva anche la questione di legittimità costituzionale sulla parte centrale della legge che porta il nome dell'attuale ministro dell'Interno: i richiedenti asilo possono ottenere la residenza in Italia oppure no?
Il caso è stato sollevato dall'avvocato Paolo Cognini dell'Asgi (Associazione di studi giuridici sull'immigrazione) e la giudice Martina Marinangeli, in diciassette pagine, non solo ha deciso di accogliere le sue istanze ma ha anche rinviato tutto quanto alla Corte Costituzionale, oltre che a Palazzo Chigi e alla presidenza delle due camere parlamentari. Una vicenda che ricorda quanto già accaduto lo scorso maggio a Bologna, con il tribunale che pure aveva concesso la residenza a due richiedenti asilo, ma senza chiamare in causa i giudici costituzionali, cosa che invece è accaduta con l'ordinanza anconetana. Nel primo caso, infatti, Salvini - oltre ad aver innescato le solite letali chiacchiere sulla magistratura politicizzata e sulle sue sentenze - aveva detto che comunque si trattava di "singoli casi", niente in grado di intaccare la legge in sé. Uno stallo giuridico che consentiva alla legge Salvini di sopravvivere e ai comuni italiani di continuare a non concedere la residenza ai migranti anche se titolari di un permesso di soggiorno.
"La richiesta di pronunciamento della Corte costituzionale - spiegano adesso dall'Ambasciata dei diritti delle Marche - può fare chiarezza definitiva, con effetti vincolanti, sull'incostituzionalità delle disposizioni in materia di iscrizione anagrafica contenute nel primo decreto Salvini e sulla loro natura discriminatoria".
La miccia che potrebbe far saltare in aria il castello di carte messo in piedi dal leader leghista nella sua attività di governo riguarda la storia di un ventenne maliano, richiedente asilo e titolare di permesso di soggiorno, arrivato in Italia il 20 giugno del 2017 e domiciliato ad Ancona dal novembre dell'anno successivo, quando cioè è stato inserito in uno dei progetti d'accoglienza che operano in città. Lo scorso marzo, il ragazzo aveva chiesto l'iscrizione all'anagrafe ma la sua istanza era stata giudicata dai funzionari comunali "irricevibile ed inefficace". Da qui il ricorso al tribunale attraverso l'avvocato Cognini.
Scrive, dunque, la giudice Marinangeli: "il rifiuto opposto dall'ufficiale di stato civile sarebbe illegittimo in quanto il legislatore non ha posto chiaramente un divieto generalizzato di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo dotati di permesso di soggiorno e, in ogni caso, un tale divieto sarebbe in contrasto con norme costituzionali e sovranazionali che vietano qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti". E ancora: "la mancata iscrizione all'anagrafe della popolazione residente pregiudica l'esercizio di tutta una serie di diritti", come l'iscrizione a scuola, la firma di un contratto di lavoro, l'apertura di un conto corrente, il poter prendere la patente e così via.
La situazione si era fatta paradossale: il ragazzo non poteva accettare un'offerta di lavoro che gli era stata fatta perché la legge non glielo consentiva. Avrebbe dovuto aprire una partita Iva e prendere la patente di guida, due cose che senza la residenza non si possono fare. La legge, dunque, secondo la giudice di Ancona discrimina una persona sulla base di una condizione indipendente dalla sua volontà, in palese contrasto con la costituzione italiana e con varie norme sovrannazionali peraltro sottoscritte dal nostro paese.
Questa osservazione, ad ogni buon conto, era stata fatta in precedenza da svariati giuristi: adesso, però, la questione si sposta dal dibattito accademico alle aule della Corte Costituzionale, dove si giocherà il futuro della legge Salvini nella sua essenza più profonda: se i richiedenti asilo potranno tornare a chiedere l'iscrizione anagrafica nei vari comuni italiani, crollerebbe il pilastro centrale di quel provvedimento.
di Raffaele Cantone
Il Mattino, 31 luglio 2019
La drammatica morte del vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ha generato un'ondata di sana emozione e acceso un faro su una realtà che da troppo tempo si finge di non vedere. Lo spaccio di ogni genere di droghe avviene ormai a cielo aperto ed in modo spesso protervo anche in pieno centro, nei luoghi della movida, addirittura usando intermediari per indirizzare i turisti verso i pusher.
Quanto avviene a Trastevere non è certo un fatto isolato; nei giorni scorsi a Palermo la polizia ha scoperto un gruppo criminale che aveva perfino creato una sorta di call center per evadere le richieste h24. Il vero problema dietro questi episodi è l'aumento esponenziale della domanda di stupefacenti, che sta dilagando soprattutto fra le ultime generazioni. Ce ne siamo accorti quando due gravissimi fatti di cronaca hanno scosso la pubblica opinione, generando un'ondata di indignazione purtroppo effimera.
Mi riferisco alla morte di Desirée Mariottini a Roma e Pamela Mastropietro a Macerata, a conferma purtroppo che il problema non riguarda più solo le grandi città. Basterebbero queste poche considerazioni a dimostrare come il tema sia cruciale e dai contorni esplosivi. Eppure sembra sparito dai radar del dibattito pubblico e in particolare della politica, che pare accorgersene solo quando si verificano fatti eclatanti e per il breve tempo in cui se ne parla. È forse comprensibile che la politica si comporti così; la questione degli stupefacenti è difficile da affrontare perché ha respiro mondiale e soprattutto perché le precedenti riforme hanno portato pochi frutti, sia quando hanno puntato sul recupero dei tossicodipendenti sia quando hanno fatto ricorso alla "tolleranza zero".
Sull'onda dell'omicidio del vice brigadiere, il ministro dell'Interno ha tuttavia annunciato il disegno di legge "Droga zero", che già dal titolo lascia chiaramente intendere quale strada si vuole intraprendere; difatti si parla di arresto obbligatorio in flagranza anche in presenza di quantitativi minimi (la cosiddetta "lieve entità") e di un inasprimento complessivo delle sanzioni.
Un maggiore rigore va di certo salutato con favore; lo spaccio di stupefacenti è diventato il principale affare delle mafie, non solo italiane, che sono sul nostro territorio ed è opportuno intervenire in modo duro, non solo con le misure personali ma anche con sequestri e confische. Quello che non convince, però, è la lettura securitaria con cui si stanno affrontando tutte le questioni inerenti l'ordine pubblico, dallo sbarco dei migranti ai borseggiatori in metropolitana. Non si può ridurre tutto a una questione di legge e ordine, perché la realtà, specialmente in tema di droga, è molto più complessa e sfumata delle semplificazioni a uso giornalistico.
L'universo che ruota attorno alla cessione degli stupefacenti è variegato e, proprio per effetto della loro diffusione, in particolare fra i più giovani una parte crescente è rappresentata dagli occasionali spacciatori-consumatori, dediti allo smercio per pagarsi le sostanze di cui fanno uso. Nessuno pensa di volerli giustificare ma è evidente la differenza ("ontologica" direi) fra costoro e uno spacciatore inserito nei ruoli organici di un gruppo criminale.
D'altro canto è illusorio ritenere che la minaccia di sbattere dietro le sbarre chiunque venga trovato in possesso di stupefacenti, a prescindere dal quantitativo, sia reale e soprattutto ne scoraggi l'impiego. In primis bisognerebbe attrezzarsi, atteso che le carceri sono strapiene e questo governo, come i precedenti, di edilizia penitenziaria non si è occupato. E poi, si può davvero pensare di lasciare in una custodia cautelare prolungata i piccoli pusher?
Essi probabilmente verranno rimessi in libertà o sottoposti a misure meno gravi, sovraccaricando il lavoro delle forze dell'ordine destinato ai controlli. Se tutti concordiamo che lo scenario è serio, è evidente che lo Stato non può limitarsi a rispondere con la sola arma (spuntata) della detenzione. Benché stia conoscendo un curioso revival circa le sue presunte proprietà terapeutiche, per non dire taumaturgiche, posso assicurare per averlo conosciuto da vicino che dal carcere si esce quasi sempre peggio di come si è entrati.
E spesso l'unico effetto che consegue, in particolare nei confronti di chi vi finisce in maniera fortuita, è di consentire le conoscenze "giuste" per iniziare a delinquere in maniera stabile. Solo una strategia integrata può avere speranza di successo, coniugando una lotta senza quartiere alle organizzazioni criminali con un serio impegno a favore della prevenzione, del recupero e della riabilitazione. Finché non interverremo sulle cause che generano la domanda di droga, i rimedi repressivi serviranno a poco. Riempire le patrie galere di assuntori o pusher di piccolo calibro non risolverà il problema, rischierà solo di aggravarlo.
di Anna Bandettini
La Repubblica, 31 luglio 2019
La compagnia dei detenuti di Volterra. "Ogni spettacolo lascia delle tracce", spiega Amando Punzo, "tanto che da qualche anno in qua in carcere noi parliamo dei nostri lavori come di una "saga", una sola storia in tanti capitoli: il viaggio di un uomo e di un bambino che si domandano se c'è la possibilità di un altro mondo e di un'altra umanità".
E certo, qui a Volterra, nel carcere della Fortezza Medicea dove da trent'anni Punzo fa teatro, non è una domanda retorica. La sua compagnia, la Fortezza, composta di attori-detenuti, protagonista della nostra scena, è qualcosa di più importante di una semplice questione estetica: è una pratica quotidiana casta e rigorosa "alternativa" alla realtà della reclusione, della punizione; è l'esercizio di una sperimentazione quotidiana, coi detenuti che leggono libri, scrivono testi, costruiscono scene e realizzano spettacoli che sono un'esperienza di verità come raramente si vede, tanto da provocare negli spettatori, che entrano in carcere a vederli, commozione, disagio, speranza.
Quest'anno l'atteso nuovo spettacolo della Fortezza, come sempre presentato nel carcere di Volterra (e i posti prenotabili su compagniadellafortezza.org stanno andando ancora una vota esauriti) si intitola Naturae, è scritto e diretto da Punzo ed è un primo studio, "una ouverture", da ieri fino al 3 agosto nel progetto speciale dei trent'anni della Fortezza a cura di Cinzia De Felice che arriva fino a settembre con mostre e incontri.
Punzo, il titolo "Naturae" c'entra con l'ecologia?
"Non direttamente. La natura a cui ci riferiamo è quella più profonda dell'uomo. Perché dopo i precedenti lavori è come se fossimo arrivati a un punto fondamentale: come può l'uomo riguadagnare il paradiso perduto, una propria natura diversa da questa, orrenda, che caratterizza le società occidentali fatta di potere, ambizione, violenza, aggressività. Tre anni fa con Dopo la tempesta decidemmo di esplorare l'opera di Shakespeare, la più alta rappresentazione del canone occidentale, proprio per capire se nei suoi personaggi ci fossero germi di un mondo diverso. Borges con Beatitudo, lo spettacolo dell'anno scorso, ci ha mostrato la possibilità di altre realtà, ora vogliamo entrare nell'animo umano e trovare lì un'altra natura più profonda, che sia via di fuga alla prigionia in cui siamo caduti fatta di sopraffazioni, bugie, guerre".
Detto dall'interno di un carcere...
"Proprio perché lo dico qui, ha un valore maggiore. Noi della Fortezza siamo la prova che si può mettere in discussione un modello di realtà che sembra unico: la reclusione, la punizione... L'approdo che cerchiamo non è in cielo né in terra, né in un dio o in un altrove esotico, ma è tutto e solo in noi, nella nostra natura, anzi nelle nostre infinite naturae. C'è un mondo di qualità che cercano di emergere dal pozzo dell'animo umano, una nuova Atlantide, un'oasi fatta di Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza".
Autori di riferimento?
"C'è tanta letteratura sul viaggio, il viaggio mistico, il viaggio del Cristo che lascia tutto, il viaggio degli uccelli del poeta persiano Farid ad-Din Attar, che frequentiamo da tanto tempo, c'è Moby Dick. Ma nessuno di questi è predominante. E stavolta non ci saranno personaggi ma figure dominate dall'amore".
Il 2 agosto, nel corso delle rappresentazioni, presenterà "Un'idea più grande di me", il libro che ha scritto con Rossella Menna. Di cosa si tratta?
"Un libro a cui tengo molto, dove attraverso i trent'anni di Fortezza e la mia vita nel teatro. Non è un manuale, ma è un dialogo che intreccia vita, società, cultura, etica. Un'occasione per interrogarmi su quello che abbiamo fatto, perché è tutto così faticoso".
C'è l'utopia del teatro, il progetto di un teatro stabile dentro il carcere, aperto tutto l'anno, con una sua stagione che sarebbe di grande utilità in questo senso. Ancora tutto fermo?
"È un cammino lento. Franco Corleone il garante dei detenuti per la Regione Toscana, ci è a fianco e ha denunciato la stasi burocratica. C'è un milione stanziato da 4 anni e bisogna capire perché non si arriva a mettere un punto. Certo, per noi avere un teatro nella Fortezza Medicea sarebbe un'opportunità di sviluppo, ma sarebbe anche la prova concreta che cambiare la realtà si può".
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 31 luglio 2019
Governo e Comune di Bari siglano l'accordo: gli uffici concentrati nelle ex casermette. È stato sottoscritto a Roma, nella sede del Ministero della Giustizia, il protocollo d'intesa finalizzato alla realizzazione del Polo della giustizia di Bari nell'area delle ex caserme dismesse Capozzi e Milano. Il Ministero ha confermato la disponibilità di 94,7 milioni di euro. Alla firma erano presenti i ministri Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. "Mi auguro questa firma rappresenti un vincolo sul futuro" ha detto il sindaco Decaro.
Dopo mesi di dubbi, interrogativi e molte polemiche è stata finalmente firmata l'intesa (era attesa già lo scorso maggio) per la realizzazione del Polo unico per la giustizia a Bari nell'area delle ex casermette Capozzi e Milano, al quartiere Carrassi. Negli uffici del ministero della Giustizia a Roma, ieri pomeriggio, è stata chiusa una vicenda che si è trascinata per 14 mesi. Il Ministero ha confermato la disponibilità di 94,7 milioni di euro per la realizzazione del Polo.
Alla firma erano presenti i ministri Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. Il documento è stato sottoscritto dal mistero della Giustizia, agenzia del Demanio, Città metropolitana e Comune di Bari, provveditorato interregionale delle Opere pubbliche, Corte di appello e Procura generale di Bari. "Un anno fa a Bari la giustizia si celebrava nelle tende, dopo un anno e dopo aver sistemato gli uffici in una soluzione ponte, c'è la prospettiva di una cittadella giudiziaria - ha detto il ministro Bonafede - una soluzione che serve anche a recuperare immobili inutilizzati appartenenti allo Stato, creando così sinergie fra istituzioni, risparmio sui costi e sostenibilità".
Attualmente gli uffici della procura e il Tribunale penale sono ospitati nell'ex torre Telecom, in via Dioguardi a Poggiofranco. Una "soluzione ponte" con un contratto di sei anni (rinnovabile per altri 6 in attesa del Polo unico) dopo lo sgombero del Palagiustizia di via Nazariantz per rischio crollo. La giustizia a Bari viene esercitata in otto sedi: il palazzo di giustizia in piazza De Nicola che ospita il tribunale civile e la Corte di appello e che presto sarà interessato a lavori di ristrutturazione; gli uffici di via Brigata Bari, sede della polizia giudiziaria; il Tribunale per minorenni al rione Libertà che si trova in un condominio con spazi ridotti e privacy inesistente; il giudice di pace al quartiere San Paolo dove le udienze vengono svolte in aule minuscole e poca luce; l'aula bunker di Bitonto utilizzata per celebrare i più importanti processi di mafia; l'ex sezione distaccata del tribunale di Modugno dove gli spazi sono più grandi e in generale la situazione è più accettabile; poi c'è il carcere dove avvengono le convalide dei fermi e infine la sede provvisoria di via Dioguardi. È l'attuale situazione dell'edilizia giudiziaria di Bari con inevitabili disagi per gli operatori della giustizia costretti ogni giorno a spostarsi da un palazzo all'altro.
"Questa firma rappresenta per la città un passo in avanti - spiega il sindaco Decaro - perché ci permette di avviare un percorso istituzionale che dovrà avere tempi certi e risorse definite. Per questo, come abbiamo fatto fino ad oggi, offriamo sin da subito la nostra disponibilità a collaborare per portare avanti tutte le operazioni propedeutiche alle attività necessarie alla realizzazione del futuro Polo della giustizia di Bari. Mi auguro questa firma rappresenti un vincolo sul futuro; chiunque nei prossimi anni sarà sindaco o ministro o siederà ai vertici della giustizia cittadina non potrà tornare indietro e annullare gli sforzi, il lavoro e i sacrifici fatti fino ad oggi per giungere a questo obiettivo. Il Polo della giustizia barese oggi deve essere una certezza - aggiunge ancora Decaro - lo dobbiamo alla città, ai tanti operatori della giustizia e ai cittadini che hanno bisogno di avere un punto di riferimento certo, nella sostanza come nella forma. Perché se è vero, come diceva un grande studioso francese, che la giustizia non può esistere al di là dei suoi simboli, come il diritto non può fare a meno delle sue forme, l'istituzione giudiziaria deve avere una sede di lavoro che rappresenti un simbolo forte di solidità e legalità".
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