di Luigi Saraceni
Il Manifesto, 25 febbraio 2015
Nel primo anniversario della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittime le pene draconiane previste dalla Fini-Giovanardi per le droghe "leggere" (da 6 a 20 anni di reclusione) e ripristinato le più miti pene della legge precedente (da 2 a 6 anni), le Sezioni Unite della cassazione sono chiamate a risolvere i prevedibili contrasti insorti tra pubblici ministeri e giudici, di legittimità e di merito, sulla incidenza della pronuncia della Consulta sulle condanne definitive in corso di esecuzione.
Gli appelli di giuristi e associazioni per un intervento legislativo che prevenisse tali contrasti, adottando una soluzione equa ed uniforme per tutti i condannati, sono caduti nel vuoto e così, nella latitanza della politica, sarà ancora una volta il massimo organo della giurisdizione penale che, nell'udienza di domani, dovrà dire una parola definitiva sulla sorte di migliaia di detenuti che stanno scontando pene "illegittime".
I giudici di piazza Cavour si trovano la strada parzialmente spianata da una precedente decisione delle stesse Sezioni Unite, che, sia pure con riferimento ad una diversa vicenda, nel maggio scorso hanno spazzato via il feticcio del "giudicato", invocato da una parte della magistratura per contrastare gli effetti delle decisioni della Consulta sulle condanne definitive.
Ma i giudici più restii a dare piena attuazione ai valori costituzionali, non potendo continuare ad invocare lo sbarramento del "giudicato", si sono attestati su una nuova frontiera. Dicono che la decisione della Consulta vale solo per i casi in cui la condanna definitiva superi il minimo della pena prevista dalla Fini-Giovanardi, che coincide con il massimo previsto dalla ripristinata legge precedente (6 anni di reclusione). In altre parole, secondo questa giurisprudenza, può considerarsi "illegale" solo la parte di pena che superi il minimo della legge precedente, sicché, per ripristinare la legalità, basterebbe eliminare la pena eccedente.
Questo orientamento non tiene conto di un dato, ben noto a chiunque abbia una qualche conoscenza delle prassi giudiziarie. La commisurazione della pena è una scelta che i giudici compiono collocando il fatto da giudicare nella "cornice edittale" prevista dalla legge vigente e riservando il minimo ai fatti di minore gravità. È perciò evidente che il minimo della pena inflitta nel vigore della illegittima legge Fini-Giovanardi (6 anni di reclusione) potrebbe riguardare, e quasi sempre riguarda, fatti che, se giudicati secondo i parametri legali ripristinati dalla decisione della Consulta, avrebbero meritato un minimo di 2 anni o comunque una pena di gran lunga inferiore.
Perciò la giurisprudenza più attenta a dare effettiva attuazione ai valori costituzionali, ritiene che tutte le condanne in corso di espiazione inflitte nel vigore della Fini-Giovanardi per droghe leggere vadano annullate e il trattamento sanzionatorio vada rideterminato dal giudice della esecuzione sulla base delle pene previste dalle precedenti norme costituzionalmente legittime (più miti, anche se ancora troppo severe).
Sono appunto questi contrastanti orientamenti giurisprudenziali che i giudici della Cassazione dovranno risolvere nell'udienza di domani. L'auspicio è che le Sezioni Unite proseguano il percorso della ragione intrapreso nel maggio scorso, ponendo fine alla esecuzione delle pene illegittime.
Resta comunque il rammarico per tutti coloro che l'inerzia della politica ha nel frattempo condannato ad espiare, nell'ancora sovraffollate galere, una pena che per i principi costituzionali del nostro ordinamento non avrebbero dovuto espiare.
Adnkronos, 25 febbraio 2015
Una prigione segreta dove i detenuti vengono picchiati e sottoposti ad altri abusi. Non si tratta di un nuovo "black site" della Cia, ma di centro di detenzione, noto come Homan Square, della polizia di Chicago dove, secondo quanto rivela oggi The Guardian, fermati sono scomparsi per ore, anche un giorno intero, senza che venissero informati i loro legali. Tra di loro anche un ragazzo di 15 anni, scrive ancora il giornale britannico che rivela quanto emerso da un'inchiesta interna della polizia di Chicago.
Il quotidiano britannico ha anche intervistato un manifestante fermato durante la conferenza della Nato del 2012 che racconta di essere stato tenuto in questa prigione segreta per quasi un giorno, negandogli la possibilità di chiamare un avvocato, prima di essere trasferito nel vicino commissariato dove è stato formalmente incriminato. "Homan Square è veramente un posto strano - ha detto Brian Jacob Church - mi fa pensare ai centri per gli interrogatori che la Cia ha in Medio Oriente e chiama black site. È un black site interno, quando ci finisci nessuno sa quello che ti succede".
Secondo quanto riferisce il giornale, la prigione segreta di Chicago appare modellata proprio su quelle diventate tristemente famose nella guerra al terrorismo, con tanto di cellette per gli interrogatori, mezzi militari e persino una gabbia. E se nelle prigioni segrete Cia sono finiti sospetti terroristi stranieri, in queste di Chicago finiscono rinchiusi soprattutto americani poveri, afroamericani o ispanici. "È un po' un segreto di Pulcinella per gli avvocati che frequentano i commissariati, se non puoi trovare un cliente nel sistema, ci sono buone possibilità che sia lì", racconta l'avvocato Julia Bartmes.
Asca, 25 febbraio 2015
Era caduto in disgrazia ed era in carcere in Austria. È stato il secondo uomo più potente del Kazakistan, genero del padre-padrone del Paese, il presidente Nursultan Nazarbayev, e uomo d'affari ricchissimo. Oggi le autorità austriache hanno annunciato di averlo trovato impiccato nella sua cella di Josefstadt, dove era detenuto dopo essere caduto in disgrazia. L'ipotesi più accreditata dalle autorità è quella che si sia ucciso, ma i legali di Rakhat Aliyev hanno avanzato il fondato sospetto che, più che suicidarsi, sia stato "suicidato".
Aliyev aveva 52 anni. Avrebbe usato delle garze per impiccarsi a un appendiabiti nel bagno della sua cella, dove era detenuto da solo, ha spiegato Peter Prechtl, capo dell'amministrazione penitenziaria. L'ex uomo d'affari ed ex diplomatico era in carcere da giugno 2014, dopo essersi consegnato per rispondere delle accuse di omicidio per l'uccisione di due manager di una banca kazaka, scomparsi nel 2007 e poi rinvenuti morti quattro anni dopo. Aliyev ha sempre negato ogni addebito e il suo processo era atteso per aprile.
Un tribunale kazako aveva già condannato in contumacia l'ex genero di Nazarbayev a 40 anni di prigione per lo stesso reato. Tuttavia Aliyev, che era ambasciatore in Austria al momento della sua caduta in disgrazia, ha chiesto rifugio a Vienna e le autorità austriache si sono rifiutate di estradarlo in Kazakistan dove, a loro dire, non avrebbe potuto avere un giusto processo. Rakhat Aliyev, prima d'incorrere in questi rovesci a partire dal 2007, era il marito di Dariga Nazarbayeva, la figlia del presidente che molti davano come principale candidata alla successione dell'anziano genitore.
La caduta nella polvere del potente uomo d'affari segnò anche la fine del matrimonio con Dariga. La morte di Aliyev è venuta alla vigilia di un'importante testimonianza che il kazako avrebbe dovuto rendere nel processo contro altri due detenuti che, secondo lui, avevano richiesto somme di denaro per assassinarlo facendo sembrare l'uccisione un suicidio. "Supponiamo che qualcuno l'abbia ucciso", ha dichiarato Stefan Prochaska, uno dei legali di Aliyev.
E, sull'ipotesi suicidio, anche l'altro avvocato, Klaus Ainedter, ha avanzato "considerevoli dubbi". Aliyev ha sempre accusato delle sue digrazio il potente ex suocero, Nazarbayev. Tuttavia s'è sempre trovato isolato: la debolissima opposizione kazaka non l'ha mai voluto inquadrare nei suoi ranghi, ricordando la sua partecipazione al regime repressivo di Nazarbayev, che guida col pugno di ferro il Kazakistan dall'indipendenza nel 1991 e che, nel 2010, è stato nominato "Leader della Nazione" ("Elbassy"), titolo che gli dà voce in capitolo sulle scelte fondamentali del paese fino alla morte.
di Sara Creta
La Repubblica, 25 febbraio 2015
È in corso una vasta operazione di detenzione di migranti d'origine sub-sahariana: al di fuori di tutte le procedure legali, in violazione alla legge marocchina e contro tutte le convenzioni internazionali. La denuncia del Gadem (Gruppo antirazzista di difesa e d'accompagnamento degli stranieri e dei migranti) e del Ccsm (Consiglio dei Migranti Sub-sahariani in Marocco). Tra i migranti detenuti ci sono minori, richiedenti asilo e persone in attesa di regolarizzazione. Sono trattenuti in diversi centri di detenzione.
In Marocco è in corso una vasta operazione di detenzione di migranti d'origine sub-sahariana: al di fuori di tutte le procedure legali, in violazione alla legge marocchina e contro tutte le convenzioni internazionali ratificate dal regno, denunciano Gadem (Gruppo antirazzista di difesa e d'accompagnamento degli stranieri e dei migranti) e Ccsm (Consiglio dei Migranti Sub-sahariani in Marocco). Almeno 1.200 persone sono state arrestate il 10 febbraio 2015 secondo le informazioni diffuse dall'Amdh (Associazione Marocchina per i Diritti Umani) e trasferite "contro la loro volontà" su autobus in varie città marocchine. Tra i migranti detenuti ci sono minori, richiedenti asilo e persone in attesa di regolarizzazione. Sono in queste ore trattenuti in diversi centri di detenzione a Errachidia, Goulmina, El Jadida, Safi, Kelaat, Sraghna, Chichaoua, Tiznit, Essaouira, Youssoufia e Agadir.
La mappa dei centri di detenzione. Realizzata grazie ad una missione in tutto il paese, la mappa localizza i diciotto centri di detenzione che il gruppo di attivisti di Gadem è riuscito a documentare. L'associazione per la difesa dei migranti ha denunciato i fermi come arbitrari. I migranti sono stati divisi nelle città costiere e interne, dove alcune strutture nazionali come centri sportivi o colonie estive sono state trasformate in luoghi di detenzione, che non sono idonei secondo la legge. "Abbiamo paura di essere deportati. Cosa ci succederà? Quali sono i nostri diritti? Le autorità marocchine non ci danno risposta".
Al telefono rispondono due migranti della Guinea Conakry, trattenuti in una struttura sorvegliata e inaccessibile alle organizzazioni che in queste ore stanno cercando di entrare per verificare la situazione di detenzione. Abubakari, guineano di 28 anni è detenuto a El Kelâa Des Sraghna (vicino a Marrakesh) insieme a lui 58 uomini tra cui Camerunesi, Maliani, Ivoriani, Guineani, Burkinabè, Congolesi, Gabonesi, Centro Africani e Senegalesi. Abubakari continua: "Ci sono una decina di minori e anche un ragazzo ferito". I migranti raccontano: "Ci hanno fotografato e identificato. Sono passati giorni e nessuno di noi sa cosa ci succederà". Secondo le testimonianze raccolte le ambasciate dei paesi di provenienza sono già state avvisate e alcune tra cui la Guinea Conakry e il Cameron hanno visitato i centri di detenzione.
Gli accampamenti non sono più tollerati. Tutto è cominciato con l'operazione eccezionale di regolarizzazione marocchina che si è conclusa brutalmente lo scorso 12 febbraio, quando il campo di Gougrugu, dove vivevano circa un migliaio di migranti ai piedi di Melilla è stato sgomberato. Linea dura dal Ministero dell'Interno del regno: retate a tappeto per smantellare tutti gli accampamenti dei migranti africani. Pochi giorni dopo anche i campi di Selouane e Zegangan, dove vivevano famiglie con bambini, nei pressi di Nador sono stati evacuati. "Hanno distrutto e bruciato il nostro campo, ora vogliamo essere liberati". Risponde al telefono Fredy, camerunese di 21 anni, da un anno in Marocco. Viveva con altri migranti nella foresta marocchina. Il giovane si trova ora in un centro ad Ain Melloul, a pochi kilometri da Agadir, insieme a lui 65 migranti sono trattenuti in un complesso nazionale.
Una politica securitaria contradditoria. L'ufficio Oim - Organizzazione Internazionale della Migrazione di Rabat parla di tre proposte di legge sul tavolo in tema di asilo, tratta di esseri umani e migrazione, preparate da tre strutture ministeriali sotto la leadership della Delegazione inter-ministeriale dei diritti umani (Didh). L'ufficio Oim di Rabat, inaugurato ufficialmente nel 2007, si prepara a ricevere altri 1.6 milioni di Euro per il biennio 2015-2016 per sostenere un progetto di ritorno volontario assistito (Avrr) e per l'assistenza umanitaria ai migranti irregolari, finanziato dall'Unione Europea/Devco.
Nel 2014 si è sfiorato il record di 1200 ritorni volontari effettuati soprattutto verso il Cameroon, Nigeria, Guinea Conakry e Costa d'Avorio. "Il Marocco deve continuare con un approccio umano alla migrazione come dichiarato dal regno nel 2013 - continua Rudolf Anich, responsabile progetto Oim - storicamente paese di emigrazione, con più di quattro milioni di cittadini oltre confine, il Marocco può riuscire a diventare un modello per la regione, ma resta una grande sfida".
La risposta della commissione europea. Un forte impegno nel sostenere gli sforzi del Marocco per realizzare una politica migratoria genuina è visibile. La commissione ha confermato per periodo 2015-2019 un sostegno finanziario di 10 milioni di euro per facilitare il processo d'integrazione di migranti e rifugiati e per garantire l'accesso ai servizi pubblici nazionali. Critiche e forti preoccupazioni sono però state sollevate anche dal responsabile per Migrazione, Affari interni e Cittadinanza della Commissione europea, Dimitris Avramopoulos, che ha denunciato le violazioni dei diritti umani dei migranti nel regno, soprattutto nelle zone di frontiera di Ceuta e Melilla.
Adnkronos, 25 febbraio 2015
I detenuti afghani continuano a subire torture e maltrattamenti da parte delle autorità penitenziarie. La denuncia arriva dalla Missione delle Nazioni Unite di assistenza all'Afghanistan (Unama), che su 790 detenuti intervistati ha documentato 278 casi di torture o maltrattamenti da parte delle forze delle sicurezza afghane. Vittime di torture anche ragazzi di età inferiore ai 18 anni. Secondo Kabul, sono 27.800 i detenuti nelle carceri dell'Afghanistan.
"Il nuovo studio mostra che il 35 per cento dei detenuti intervistati è stato torturato o maltrattato, contro il 48 per cento dello studio precedente" condotto nel 2011, si legge in un comunicato dell'Unama. Forme di tortura documentata sono l'elettroshock, il pestaggio violento e la torsione dei genitali, denuncia l'Onu. In molti casi, come l'asfissia fino allo svenimento o la costrizione a posture stressanti, le torture non hanno lasciato segni fisici evidenti. Inoltre è una pratica diffusa e documentata la minaccia di violenze sessuale nei confronti di detenuti minorenni.
Nel rapporto diffuso nel 2014, l'Onu ha "trovato la mancanza persistente di impunità". Nel testo redatto nel 2013, era il 43 per cento di detenuti a risultare torturato o maltrattato dalle autorità afghane, mentre nel 2011 gli abusi riguardavano la metà dei prigionieri. Nel 2013 l'allora presidente afghano Hamid Karzai approvò un decreto contro le torture dopo che una squadra da lui incaricata provò la diffusione di maltrattamenti nelle carceri del Paese. Da allora, però, c'è stato solo un caso giudicato dalla magistratura. L'Onu, quindi, denuncia che la sicurezza afghana continua a restare "inadeguata e manca di indipendenza, autorità, trasparenza e capacità". Questo, ha detto la direttrice dell'Unama per i diritti umani Georgett Gagnon, è "motivo di preoccupazione". "L'impunità rispetto alle torture fa sì che le torture continuino", ha detto.
di Giuseppe Maria Berruti (Magistrato, Presidente Sezione Cassazione)
Corriere della Sera, 24 febbraio 2015
Ioan Barbuta, il detenuto romeno che si è impiccato con i propri pantaloni alcuni giorni fa nel carcere di Opera, non era un uomo buono. Aveva rapinato ed ucciso. Era un criminale che aveva dimostrato ferocia. La sofferenza che infliggeva, per lui, non era un ostacolo. Un uomo duro com'è difficile essere.
www.contattonews.it, 24 febbraio 2015
Il sen. Luigi Manconi è tra i relatori non solo dei ddl su "Amnistia e indulto" ma anche di un ddl "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni in materia di relazioni affettive e familiari dei detenuti" sugli affetti in carcere. Su quest'ultimo tema e sul tema del diritto all'esecuzione penale in prossimità della famiglia, Manconi - Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato - è tornato in un'interrogazione parlamentare del 20 febbraio, rivolta al Ministro della giustizia Andrea Orlando.
Ansa, 24 febbraio 2015
Anche i Funzionari della Polizia Penitenziaria aderenti all'Associazione Anfu prendono posizione esprimendo "sdegno e disapprovazione" a proposito dei commenti pubblicati su social network da alcuni appartenenti al Corpo dopo il suicidio di un detenuto nel carcere milanese di Opera ma chiede che non siano inflitte "sanzioni esemplari" ma provvedimenti proporzionati al fatto.
di Fabio Tonacci e Giuliano Foschini
La Repubblica, 24 febbraio 2015
L'eco del massacro di Charlie Hebdo è rimbalzato nelle celle italiane quando ancora i due fratelli Kouachi erano in fuga nelle campagne francesi. In quel momento, e nei giorni immediatamente successivi, ci sono stati 20 detenuti che hanno esultato.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 24 febbraio 2015
Correnti, carcere, responsabilità civile. Intervista al ministro Orlando Roma. Era il nove aprile del 2010 quando questo giornale ospitò a tutta pagina un intervento di un ex responsabile giustizia del Partito democratico che in pochi anni ha fatto rapidamente carriera: Andrea Orlando. In quell'anno Orlando era nella segreteria Bersani e quell'intervento ebbe l'effetto di far emergere alla luce del sole la volontà della sinistra di sbarazzarsi di alcuni tabù culturali sul tema giustizia.
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