di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 23 settembre 2019
Garanzie per i minori. Dai Centri scandinavi all'aula doc di Reggio. Dalle scandinave Barnahus, centri a misura di minore, alle stanze spagnole con tavoli bassi e giochi divisi per età fi no a Reggio Calabria dove il minore vittima di reato viene ascoltato una volta sola, insieme da tribunale e procura, per ridurne al minimo lo stress e la possibilità di intimidazione secondaria.
La Provincia Pavese, 23 settembre 2019
La scuola entra in carcere. Il primo ottobre si inaugura a Torre del Gallo la sezione alberghiera dell'istituto Cossa di Pavia. Il progetto, deliberato dalla giunta regionale lombarda, coinvolgerà 27 studenti detenuti. Con il Cossa salgono a tre gli istituti scolastici presenti all'interno del carcere di Pavia, dove c'è già il Cpia, per la scuola media e alfabetizzazione (livello 1 e livello 2), e l'istituto Volta (Ragioneria e Geometra).
"Parte integrante del corso sarà la formazione civica dello studente, perseguita anche attraverso il rispetto di codici comportamentali e procedurali previsti nelle pratiche professionali sui luoghi di lavoro, quali ad esempio il rigore nella pulizia e l'ordine come rispetto di sé e l'altro - spiega la direttrice del carcere Stefania D'Agostino -. Questo può avere un'alta valenza educativa nel processo di risocializzazione del detenuto. Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con la dirigente del Cossa e dell'Area Trattamentale del nostro istituto".
"Aprire una sezione alberghiera nel Carcere di Pavia è per me una conferma del valore umano, educativo e sociale della scuola e della cultura - è il commento della dirigente del Cossa, Cristina Comini. Ho sempre creduto che la scuola sia per i ragazzi di oggi una delle poche certezze, capace di costruire progetti di vita e di generare sogni. La mia scuola vuole essere questo anche per i miei nuovi allievi del carcere anche perché l'indirizzo alberghiero può concretizzarsi per loro in un'opportunità di lavoro".
Le risorse sono però limitate. "Stiamo cercando di superare le difficoltà ma mancano libri, divise, attrezzature per il bar e la cucina - dice Comini. Confidiamo nell'aiuto di tutti, sia delle istituzioni che dei volontari disposti a collaborare". -
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Aumentano gli stop delle prefetture alle imprese sospettate di infiltrazioni mafiose. Sono state infatti oltre 3.700 le interdittive emesse dai Prefetti negli ultimi quattro anni. Di queste, più di mille sono state adottate da gennaio a oggi: quattro al giorno. La crescita dei provvedimenti, rispetto al 2016, è a tre cifre: +185 per cento.
Regolate dal Codice antimafia del 2011, le interdittive sono uno strumento di prevenzione amministrativa di competenza del Prefetto, introdotto per impedire che la mafia e, in generale, la criminalità organizzata penetrino all'interno dell'economia legale. All'impresa colpita è vietato avere qualsiasi rapporto con la Pa, dalla partecipazione agli appalti alla percezione di fondi o contributi, fino alle autorizzazioni commerciali. Anzi: vengono meno anche le licenze già esistenti.
Come funziona - Il controllo del Prefetto scatta nel momento in cui un'impresa, che entra in contatto con la pubblica amministrazione, ad esempio per un contratto di appalto o per ottenere un'autorizzazione, risulta "sospetta": una prima valutazione che le Pa fanno consultando la Banca dati unica antimafia, che censisce le situazioni delle imprese.
Le Prefetture conducono un'istruttoria - spesso lunga mesi - che mette sotto la lente vari aspetti: dalla parentela di amministratori o dipendenti con famiglie criminali ai rapporti economici, fino ai possibili condizionamenti. Attenzione però: un'interdittiva è un provvedimento amministrativo che non si basa sulla certezza dell'infiltrazione mafiosa (che si deve invece raggiungere per la condanna penale), ma su una valutazione probabilistica fondata su elementi di fatto specifici, concreti e rilevanti. Si tratta comunque di un provvedimento potente, che secondo gli avvocati dovrebbe avere carattere eccezionale: "È uno strumento micidiale più efficace della sanzione penale che andrebbe quindi portato sotto il controllo della giurisdizione", dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali.
Territori e settori - La maggior parte delle interdittive emesse dal 2016 a oggi, secondo i dati forniti dal ministero dell'Interno, si concentra nelle regioni tradizionalmente più colpite dalle mafie. Infatti, più del 57% (2.174) sono state emesse in Calabria (909 interdittive in quattro anni), Sicilia (655) e Campania (610). Ma sono elevati anche i numeri delle regioni del Nord, in particolare Lombardia (263 provvedimenti), Emilia Romagna (234), e Piemonte (216).
Delle 3.700 interdittive emesse dal 2016 ad oggi, sono poco più di duemila quelle che hanno toccato aziende coinvolte in appalti pubblici. Le altre hanno riguardato imprese che non lavorano direttamente con la Pa, come ad esempio ristoranti, bar e pizzerie.
Il dato emerge mettendo a confronto i numeri totali delle interdittive forniti dal ministero dell'Interno con quelli dell'Anac, l'Autorità anticorruzione, che censisce solo le aziende che possono partecipare a gare pubbliche. Ma questa forbice non è stata sempre uguale: negli anni si è costantemente allargata (nel 2016 gli operatori colpiti che non partecipavano a gare erano un centinaio mentre nel 2019 quasi mille) a dimostrazione sia della maggiore attenzione di prefetture, autorità giudiziarie e enti pubblici, ma anche di una capacità di penetrazione delle mafie nell'economia che è andata via via oltre il comparto per tradizione più esposto, cioè quello dei contratti pubblici.
Le ragioni del boom - Sono tanti i fattori che hanno contribuito all'aumento delle interdittive. Intanto, il rodaggio del nuovo strumento: nel 2014, nel Codice antimafia è stato introdotto l'articolo 89-bis che permette al Prefetto di adottare un'"informazione antimafia interdittiva" quando accerta "la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa". Si tratta di una formulazione che lascia più spazio a una valutazione discrezionale rispetto ai criteri previsti per la "comunicazione interdittiva".
Dopo un primo periodo, le Prefetture hanno iniziato a usare meglio lo strumento, anche collaborando con la Pa e le Procure. La Prefettura di Milano, ad esempio, ha sottoscritto un accordo con il Comune per migliorare le sinergie contro le infiltrazioni mafiose. Inoltre, "in questi anni sono aumentate le richieste di documentazione antimafia - spiega il Prefetto di Palermo, Antonella De Miro -, sia per una maggiore attenzione delle pubbliche amministrazioni, sia perché è cresciuta la casistica delle attività per cui è obbligatoria la certificazione antimafia".
A confronto con le richieste, le risposte "interdittive" rappresentano una percentuale minima: nei primi sei mesi del 2019 a Palermo le richieste sono state più di 7mila e le interdittive 33, mentre a Torino a fronte di 9.300 istanze le interdittive sono state otto. Stesso discorso a Bologna dove, dal 2013 a oggi, le richieste di documentazione antimafia e le istanze white list sono state quasi 80mila, mentre i provvedimenti adottati 76.
Le conferme dei giudici amministrativi - Le aziende colpite da interdittiva possono impugnare il provvedimento di fronte a Tar e Consiglio di Stato. Ma in questi anni i provvedimenti adottati dalle prefetture sono stati in larga parte confermati dai giudici sia di primo sia di secondo grado.
Corriere Romagna, 23 settembre 2019
Il giorno dopo i funerali che si sono tenuti nel Cervese la donna chiede maggior attenzione per chi in attesa dì giudizio vorrebbe entrare in comunità. "Mio figlio ce l'aveva quasi fatta ad uscire dal suo tunnel, ma lui come altri giovani sono spesso abbandonati da una burocrazia lenta e disinteressata". È solo uno dei passaggi più duri e commoventi del messaggio che arriva dalla madre del 23enne morto suicida nel carcere di Ravenna pochi giorni fa.
Un messaggio che ora la donna, nonostante il dolore indicibile che sta vivendo, ci tiene a rendere pubblico. Parole che vorrebbero essere una sorta di monito, ma anche sensibilizzare l'opinione pubblica sulle condizioni di tanti altri detenuti nelle carceri italiane. In carcere da agosto G. - che il prossimo ottobre avrebbe compiuto 24 anni - era in carcere dal 19 agosto scorso, quando era stato arrestato per avere rubato un borsello a un altro giovane. In quei giorni, però, era stato raggiunto anche da una ordinanza di custodia cautelare per stalking in seguito alla denuncia sporta dalla ex.
Per entrambi gli episodi era stato chiesto il giudizio immediato. Lui però in quei giorni attendeva un altro responso: quello della comunità di recupero in cui scontare ai domiciliari una misura cautelare più morbida, magari in grado di portarlo fuori dal tunnel della tossicodipendenza. Un responso che purtroppo non ha fatto in tempo ad arrivare. Ieri nel Cervese, dove era cresciuto, si sono tenuti i funerali.
"Vorrei che la morte di mio figlio non sia vana - dice ora la madre - ma serva come presa di coscienza per qualcuno. Chi mi conosce sa quanto abbiamo lottato affinché venisse fuori dal tunnel malefico in cui era entrato ed eravamo già arrivati al primo traguardo, quello del recupero. La sua e la nostra sofferenza ci aveva premiato.
A noi non ci è mai importato del giudizio degli altri, di chi non poteva capire il disagio, di chi si sentiva in potere di giudicare; questo lo può fare solo Dio. Noi - aggiunge - siamo solo autorizzati ad aiutare chi è in difficoltà e non certo ad affondarli". E qui la madre di G. lancia il suo appello: "Le istituzioni non devono abbandonare questi giovani, fragili e sensibili, la burocrazia non sia lenta e disinteressata".
Poi parole commoventi per il figlio che non c'è più: "I genitori hanno il compito di stare vicino ai propri figli, di guidarli e di amarli tutta la vita, ma l'amore verso un figlio è eterno e va oltre la morte. Ringrazio con tutto il mio cuore chi ha combattuto e combatte con noi questa battaglia; in modo particolare le forze dell'ordine, il pm Cristina D'Aniello i detenuti di Port'Aurea per la loro solidarietà". Dopo che la notizia della morte di G. si era diffusa in carcere, i detenuti decisero infatti di rifiutare il cibo in segno di vicinanza al compagno scomparso.
"Una corda fatta con le lenzuola quando era solo"
Il drammatico episodio risale alla tarda mattinata di lunedì scorso. Quel giorno il ragazzo, detenuto nel carcere di Port'Aurea, avrebbe atteso le 11, orario in cui era prevista la cosiddetta "osservazione dinamica". In quel momento era da solo, il compagno di cella si era allontanato, così lui ne ha approfittato per prendere le lenzuola e creare un cappio. Quando gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato era già privo di coscienza.
I tentativi di rianimarlo sono iniziati immediatamente, mentre nel frattempo è stata inoltrata la richiesta di soccorso al 118. Un intervento tempestivo, quello del personale del carcere, tant'è che quando i sanitari sono entrati nella casa circondariale il ragazzo era vivo.
I tentativi di rianimazione sono proseguiti per diversi minuti, finché il 24enne è stato caricato sull'ambulanza e portato in gravissime condizioni al "Santa Maria delle Croci". Qui è arrivato ormai in fin di vita, lasciando solo il tempo per gli ultimi disperati tentativi di rianimazione, prima di arrendersi e dichiarare il decesso.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 23 settembre 2019
Oggi, per la prima volta dopo l'elezione di Ursula von der Leyen e la nascita del "Conte 2", a la Valletta si riuniscono i ministri dell'Interno europei. Al suo esordio sulla scena internazionale, la titolare del Viminale Luciana Lamorgese arriverà con una lista di priorità che al primo punto ha la redistribuzione preventiva dei migranti.
La fotografia della barca a vela giunta due notti fa a Crotone con 58 pachistani a bordo è l'immagine più efficace per comprendere quanto sta accadendo. Perché da mesi, mentre il governo guidato da Matteo Salvini portava avanti la sua sfida contro le Ong, barchini e gommoni scaricavano sulle spiagge migliaia di stranieri disposti a tutto pur di entrare in Europa. Il loro numero è stato certamente inferiore a quello degli anni scorsi, gli arrivi non rappresentano in alcun modo un'emergenza. Però è inutile illudersi: nulla arresterà i flussi migratori. Le dimensioni del fenomeno dipenderanno dalle condizioni di vita nei Paesi di origine e soprattutto dalla possibilità di creare una situazione stabile in Libia, ma in ogni caso non si potranno fermare gli sbarchi.
Ecco perché bisogna trovare il modo di governare il fenomeno anziché subirlo. E bisogna farlo mettendo da parte gli egoismi. L'esame dei dati relativi agli ultimi anni dimostra che solo una parte di migranti approdati in Italia vuole rimanere. Gli altri hanno l'obiettivo di raggiungere quegli Stati del Vecchio continente dove già vivono i loro familiari, dove sia possibile cercare un lavoro stabile e così immaginare di potersi costruire un futuro. Nell'ultima settimana i leader europei e in particolare la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen hanno assicurato che il governo guidato da Giuseppe Conte non sarà lasciato solo, hanno parlato di una strategia comune, di un piano di interventi per "cambiare passo".
Dopo l'approccio salviniano dell'uno contro tutti, era abbastanza scontato che una politica più moderata come quella proposta dal nuovo esecutivo avrebbe fatto breccia a Bruxelles. Ma purtroppo la storia, anche recente, insegna che in questa materia passare dalle parole ai fatti è sempre molto difficile. Appena quattro anni fa, dopo i naufragi che causarono centinaia di morti nel canale di Sicilia, i leader europei giunsero a Lampedusa e di fronte alle telecamere pronunciarono le stesse promesse, si impegnarono a ricollocare i migranti giunti in Italia e Grecia in base a una divisione per quote. Quel piano fu un fallimento. La maggior parte degli Stati che avevano assicurato di voler aderire e collaborare si tirò indietro. Moltissimi stranieri vivono ancora qui, senza nessuna speranza di essere regolarizzati ma con la certezza di non essere rimpatriati.
La stessa cosa è accaduta dopo l'emozione suscitata in tutto il mondo dal ritrovamento del corpicino di Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum. Ci sono state manifestazioni di massimo impegno e invece spesso è prevalsa l'indifferenza nei confronti di queste famiglie disperate. Oggi, per la prima volta dopo l'elezione di Ursula von der Leyen e la nascita del "Conte 2", a la Valletta si riuniscono i ministri dell'Interno europei. Al suo esordio sulla scena internazionale, la titolare del Viminale Luciana Lamorgese arriverà con una lista di priorità che al primo punto ha la redistribuzione preventiva dei migranti presi a bordo dalle navi delle Ong e portati a Malta o in Italia. Non solo.
Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio insistono sulla necessità che tutto ciò avvenga sulla base di quote prefissate e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ben spiegato come sia necessario prevedere sanzioni per quegli Stati che non vogliono collaborare alla divisione. Tra i temi discussi nei giorni scorsi, durante i bilaterali con Francia e Germania, è stata evidenziata la necessità di stilare una lista di porti europei che a rotazione possano gestire lo sbarco delle navi. Entro 48 ore si scoprirà se esiste una volontà di gestire il tema dei migranti a livello europeo o se invece le ultime dichiarazioni pubbliche dei leader siano soltanto manifestazioni di buone intenzioni. La riunione dei ministri sarà la sede per comprendere se questa volta si vuole davvero passare dalle parole ai fatti.
È il primo incontro dall'elezione di von der Leyen, sarebbe assurdo credere che basti una riunione a chiudere l'accordo. Ma si tratta comunque di un banco di prova fondamentale. Se anche questa volta le promesse dovessero rimanere tali, a perdere non sarà soltanto il governo italiano, ma i nuovi leader europei che hanno assicurato di voler mettere in minoranza sovranisti e populisti grazie a una politica fatta di risultati concreti. Ecco perché questa volta non si può sbagliare.
di Serena Guzzone
strettoweb.com, 23 settembre 2019
L'ufficio del Garante Metropolitano di Reggio Calabria per i diritti dei detenuti, rappresentato dal Garante dott. Paolo Praticò e dagli Avvocati penalisti Giovanni Montalto, Giuseppe Gentile e Maria Cristina Arfuso, ha iniziato la propria attività, avviando i colloqui conoscitivi nelle inizialmente presso le strutture di San Pietro e Arghillà.
"Numerose richieste di colloquio- si legge in una nota- sono state presentate dai detenuti e successivamente esaminate cinque, segnalando a chi di competenza le problematiche inerenti il diritto alla salute di alcuni e la possibilità di colloqui telefonici di altri che per motivi logistici (distanza dai familiari residenti all'estero) non possono incontrare personalmente.
Gli incontri con i detenuti degli Istituti "Pansera" avranno cadenza quindicinale e l'Ufficio del Garante mira in breve tempo di ascoltare tutti quelli che richiedono l' intervento del predetto Ufficio, fornendo, ove possibile, riscontri positivi. Proseguono anche le visite anche negli Istituti della provincia, oggi area metropolitana. Venerdì 20 settembre l'Ufficio del Garante Metropolitano si è recato nella Casa Circondariale di Locri.
I rappresentanti dell'Ufficio sono stati accolti e guidati nella visita dalla direttrice dott.ssa Patrizia Delfino accompagnata dal comandante della polizia penitenziaria dott.ssa Giuseppina Crea e dall'ispettore Zucco Benedetto, nonché dalle educatrici dott.ssa Marika Foti e dott.ssa Valeriani Maria.
Il carcere di Locri è stata una piacevole sorpresa per efficienza e finalità rieducative atte al reinserimento nella vita civile dei detenuti che vi sono ristretti. Ed infatti all'interno dello stesso sono attivi diversi laboratori artigianali e artistici e si è potuto ammirare ad esempio lavori dei fabbri ferrai che riciclano vecchie brandine in ferro, ricavandone artistiche panchine da destinare ai parchi pubblici che ne fanno richiesta o ad altri istituti penitenziari di ogni parte d'Italia, la falegnameria, i corsi di pittura e di informatica.
Tutto questo è merito dei detenuti che vi sono ristretti ma, anche è soprattutto degli operatori con la direttrice in testa che gestiscono in maniera egregia, personalità non certo semplici da gestire.
Per concludere, c'è da sottolineare un aspetto che personalmente ha molto colpito il Garante, e cioè il silenzio, per chi non lo sapesse la cosa che colpisce e disturba maggiormente i detenuti, perché ricorda loro costantemente il luogo nel quale si trovano, il rumore metallico delle porte blindate che si chiudono delle chiavi che girano e della "battittura" di sicurezza che gli agenti effettuano nelle sbarre per verificarne la compattezza.
Ebbene a Locri il Garante ha potuto "ascoltare" un silenzio quasi mistico e la stessa direttrice su tale aspetto ha riferito che la struttura carceraria all'origine era un convento, facendo venire in mente al Garante il famoso motto dei monaci "Ora et Labora". Ci si augura che venga rafforzato il presidio sanitario presso il carcere di Locri, così come già più volte richiesto".
L'Ufficio del Garante Metropolitano per i diritti dei detenuti è in attesa che il Comune assegni allo stesso un immobile da utilizzare come centro di ascolto, come poliambulatorio specialistico e ove possibile i laboratori artigiani esterni.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 22 luglio 2019 n. 32505. È configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso in cui l'agente, dopo aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco alla sottrazione della cosa altrui, non portati a compimento per fatti indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia per procurare a sé o ad altri l'impunità. La Corte di cassazione, con la sentenza 32505 /2019, ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso con il quale l'imputato pretendeva che il fatto fosse da riqualificare nel concorso del reato di tentato furto con quello di violenza privata.
La precedente decisione delle Sezioni Unite - La Corte ha seguito le indicazioni fornite dalle sezioni Unite (sentenza 19 aprile 2012, Reina), laddove si è appunto affermato che è configurabile il tentativo di rapina, e non invece il concorso tra il tentativo di furto con un reato di violenza o minaccia, nel caso in cui l'agente, dopo aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco alla sottrazione della cosa altrui, non portati a compimento per fatti indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia per procurare a sé o ad altri l'impunità.
Ha supporto le sezioni Unite hanno valorizzato una lettura logico-sistematica dell'articolo 628, comma 2, del Cp, in forza della quale è configurabile la fattispecie tentata della rapina impropria ogni qual volta l'azione tipica non si compia o l'evento non si verifichi, e, quindi, anche nel caso di colui che adopera violenza o minaccia per procurarsi l'impunità immediatamente dopo aver compiuto atti idonei, diretti in modo non equivoco a sottrarre la cosa mobile altrui, non riuscendovi a causa di fattori sopravvenuti estranei al suo volere e ciò negli stessi termini in cui è parimenti configurabile il tentativo di rapina impropria nel caso in cui il soggetto agente abbia sottratto la cosa altrui e subito dopo abbia tentato un'azione violenta o minacciosa nei confronti della vittima o di terzi per assicurarsi il possesso del bene; e hanno altresì considerato la natura di fattispecie complessa della rapina impropria, che resta tale, non ammettendo una considerazione autonoma degli elementi costitutivi, anche nel caso in cui questi - la sottrazione e la violenza - si presentino allo stato del tentativo; ulteriore supporto viene trovato, nella sentenza delle sezioni Unite, nella considerazione della ratio legis, che renderebbe illogico non applicare il medesimo trattamento di rigore previsto per i reati contro il patrimonio caratterizzati da violenza o minaccia alla condotta di chi pur sempre usando violenza o minaccia attenti al patrimonio altrui e non riesca nell'intento per cause estranee alla sua volontà e ciò in perfetta analogia tra il tentativo di rapina impropria e quello di rapina propria, che è tra l'altro configurabile anche nelle ipotesi in cui non si siano perfezionate né l'offesa al patrimonio né quella alla persona, quando la condotta dell'agente sia stata potenzialmente idonea a produrre l'impossessamento della cosa mobile altrui, mediante violenza o minaccia, e la direzione univoca degli atti abbia reso manifesta la volontà di conseguire l'intento criminoso.
Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2019
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Diretta e immediata percezione della responsabilità dell'indiziato - Necessità. Ai fini della flagranza è necessario che la polizia giudiziaria percepisca in modo diretto gli elementi a cui ricollegare con elevata probabilità la responsabilità penale dell'arrestato. L'eccezionale attribuzione alla polizia giudiziaria del potere di privare un soggetto della libertà personale trova infatti giustificazione solo nella altissima probabilità, praticamente certezza, della colpevolezza dell'arrestato, suffragata appunto dalla diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa e dalla immediatezza dell'intervento rispetto al fatto-reato da parte degli agenti di polizia giudiziaria.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 6 settembre 2019 n. 37303.
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Stato di flagranza - Sorpresa dell'indiziato con cose o tracce del reato commesso immediatamente prima - Significato dell'espressione "immediatamente prima" - Coincidenza con il comune intendimento dell'espressione "poco prima" utilizzata dal previgente codice - Fattispecie. In tema di arresto operato d'iniziativa dalla polizia giudiziaria nella quasi flagranza del reato, il requisito - previsto dall'art. 382, comma primo, cod. proc. pen. - della "sorpresa" dell'indiziato "con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima" non richiede che la P.G. abbia diretta percezione dei fatti, né che la sorpresa avvenga in modo non casuale, correlandosi invece alla diretta percezione da parte della stessa soltanto degli elementi idonei a farle ritenere sussistente, con altissima probabilità, la responsabilità del medesimo, nei limiti temporali determinati dalla commissione del reato "immediatamente prima", locuzione dal significato analogo a quella ("poco prima") utilizzata dal previgente codice di rito, di cui rappresenta una mera puntualizzazione quanto alla connessione temporale tra reato e sorpresa. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell'impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente i carabinieri avessero proceduto all'arresto, nella quasi flagranza del reato di furto aggravato, di un soggetto - peraltro reo confesso - sorpreso, durante un normale controllo al confine di Stato, alla guida di un'autovettura risultata rubata poche ore prima in una città vicina).
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 26 aprile 2017 n. 19948.
Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Stato di flagranza - Arresto operato a seguito di informazioni di terzi - "Quasi flagranza" - Sussistenza - Esclusione - Illegittimità dell'arresto - Sussistenza - Ragioni - Fattispecie. È illegittimo l'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria sulla base delle informazioni fornite dalla vittima o da terzi nell'immediatezza del fatto, poiché, in tale ipotesi, non sussiste la condizione di "quasi flagranza", la quale presuppone la immediata e autonoma percezione, da parte di chi proceda all'arresto, delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l'indiziato. (Nella specie l'arresto era stato eseguito sulla base delle sole indicazioni della persona offesa, riguardanti le generalità dell'aggressore).
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131.
Indagini preliminari - Polizia giudiziaria - Attività - Arresto in flagranza - Quasi flagranza -
Nozione - Fattispecie. In tema di arresto da parte della polizia giudiziaria, lo stato di quasi flagranza non sussiste nell'ipotesi in cui l'inseguimento dell'indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato per effetto e solo dopo l'acquisizione di informazioni da parte della vittima o di terzi, dovendosi in tal caso escludere che gli organi di polizia giudiziaria abbiano avuto diretta percezione del reato. La nozione di inseguimento, caratterizzata dal requisito cronologico dell'immediatezza (subito dopo il reato), postula, quindi, la necessità della diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli operanti della polizia giudiziaria procedenti all'arresto: l'attribuzione dell'eccezionale potere di privare della libertà una persona si spiega proprio in ragione di tale situazione idonea a suffragare la sicura previsione dell'accertamento giudiziario della colpevolezza (da queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso del pubblico ministero avverso il provvedimento del giudice che aveva escluso la quasi flagranza, in una vicenda in cui la polizia giudiziaria aveva proceduto all'arresto per il reato di lesioni personali aggravate dall'uso di un coltello dopo alcune ore dalla commissione del reato ed esclusivamente sulla base delle dichiarazioni rese dalla vittima e dalle persone informate dei fatti nonché degli esiti obiettivi delle lesioni rilevati sul corpo della persona offesa: in una situazione in cui, quindi, secondo le sezioni Unite, non poteva ricorrere l'ipotesi dell'inseguimento inteso nei termini di cui sopra).
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131.
Corriere Romagna, 23 settembre 2019
In Italia un innocente finisce in carcere ogni otto ore. Convegno e proiezione del film: "Non voltarti indietro". "L'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione: il rovescio del diritto. Analisi del fenomeno e delle sue conseguenze". È il titolo del convegno organizzato dalla Camera penale e dall'Ordine degli avvocati di Rimini in programma venerdì pomeriggio 27 settembre (dalle 14.30) al Teatro degli Atti (Rimini, via Cairoli, 42).
Nel corso dell'incontro, evento gratuito e aperto al pubblico, verrà proiettato "Non voltarti indietro", il primo e pluripremiato film documentario prodotto in Italia sul tema delle vite spezzate di chi è finito in carcere da innocente, promosso dall'associazione ErroriGiudiziari.com, per la regia di Francesco Del Grosso. Interverrà, tra gli altri, uno degli autori, Valentino Maimone, giornalista e fondatore di ErroriGiudiziari.com.
Con lui anche la co-responsabile dell'Osservatorio sull'errore giudiziario dell'Unione delle Camere penali italiane, Alessandra Palma. Per l'occasione ha accettato di tornare a parlare in pubblico anche il dirigente d'azienda Mario Rossetti, vittima - da incensurato - di un calvario durato più di cento giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia poi e proseguito per altri otto mesi ai domiciliari, per una vicenda di grande clamore mediatico alla quale era completamente estraneo (già in primo grado fu assolto con formula piena).
Un'esperienza dolorosa messa nero su bianco nel libro "Io non avevo l'avvocato", (Mondadori, 143 pagine, 18 euro), una riflessione lucida e priva di rancore che chiama in causa sia gli operatori della giustizia sia quelli dell'informazione. La creazione della banca dati L'elenco dei relatori istituzionali, che animeranno il dibattito aperto al contributo dei presenti in sala, comprende anche Giovanni Rossi, presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, Roberto Brancaleoni, presidente dell'Ordine degli avvocati di Rimini, Alessandro Sarti, presidente della Camera penale.
A coordinare l'incontro, che attribuisce crediti formativi agli avvocati, saranno Luigi Renni, responsabile della Camera penale di Rimini, e Andrea Rossini, giornalista di cronaca giudiziaria. L'Unione delle camere penali attraverso l'osservatorio sull'errore giudiziario ha in progetto di procedere alla creazione di una vera e propria banca dati, attingendo dal territorio: la tappa riminese si inserisce in questo contesto.
Ci sono da approfondire le ragioni per le quali l'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione superano in Italia i limiti della fisiologia: dai dati, parziali, diffusi dal ministero della giustizia, nel solo 2018 sono state presentate circa mille istanze di riparazione (630 accolte) con una spesa complessiva di 23 milioni di euro.
Ogni otto ore, stando ai dati che saranno illustrati nel dettaglio a Rimini, una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Numeri da tenere bene a mente, specie in tempi di populismo giudiziario, che però da soli non descrivono lo smarrimento personale ed esistenziale di chi, sapendosi innocente, ha la sensazione di non essere ascoltato e deve spesso aspettare degli anni prima dell'assoluzione e della riabilitazione agli occhi della pubblica opinione.
di Clarissa Cusimano
lettoquotidiano.it, 23 settembre 2019
Parte ad Ancona i cani educati dai detenuti delle carceri. Un percorso di riabilitazione, che formerà inoltre gli animali in vista di una successiva adozione. Ad Ancona, vi sono delle carceri dove i detenuti, condannati a scontare una pena all'interno della struttura, vengono riabilitati per mezzo dell'educazione cinofila. Il progetto, presentato dall'associazione no profit "Sguinzaglia'ti" di Senigallia, che ha vinto il bando emesso dal Comune di Ancona, ha una duplice finalità: la prima è quella di rieducare i detenuti e la seconda di formare i cani per una successiva adozione.
Gli incontri - Si tratterà di 15 lezioni, già partite a Montacuto e che partiranno a ottobre a Barcaglione. Gli incontri prevedono una parte teorica per i detenuti, con nozioni sull'addestramento dei cani e un focus sulla pet therapy, e altre molto importanti incentrate sulla preparazione dei cani per disabili, grazie alla collaborazione dell'associazione "Il mio Labrador" di Macerata.
Prevista anche una parte pratica, durante la quale i dieci detenuti coinvolti nel progetto dovranno imparare a educare i cani, in modo da prepararli a una successiva adozione. Quest'iniziativa, presentata dall'associazione no profit "Sguinzaglia'ti" di Senigallia, è molto importante sia per creare momenti utili al riscatto delle persone, le quali al termine del percorso saranno in grado di gestire un cane, leggerne i segnali di benessere o di stress; sia per gli animali, che alla conclusione del progetto saranno pronti per essere accolti in una casa.
Negli Stati Uniti, già dagli anni 80 sono stati avviati progetti di questo tipo. Uno di questi, ad esempio, consisteva nell'affidare alcuni cani abbandonati, costretti a vivere in canile, a detenuti in carcere. I risultati ottenuti erano stati così incoraggianti, che molte altre prigioni americane avevano deciso di aderire all'idea.
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