di Alessandro Allocca
La Repubblica, 4 agosto 2019
Test deludenti per la Metropolitan Police: dei 42 sospetti individuati in aree affollate, solo 8 risultati si sono dimostrati attendibili. E negli States sempre più città rinunciano alla tecnologia del Grande Fratello. Intelligenti, ma non abbastanza. Le telecamere usate dalla Polizia di Londra per sperimentare il riconoscimento facciale come sistema di prevenzione al crimine hanno dimostrato di avere un margine di errore dell'80%.
Ancora troppo se si vuole davvero identificare i volti. A confermarlo una ricerca condotta dall'University of Essex che ha avuto accesso ai risultati del test condotto dalla Metropolitan Police in alcune delle aree di maggiore densità della capitale inglese: Soho, Piccadilly Circus, Leicester Square e il centro commerciale Westfield.
Secondo quanto riportato dai ricercatori, in uno specifico rilevamento effettuato presso l'area di Westfield, l'algoritmo ha individuato 42 persone che sarebbero potute rientrare nella watch list, la lista di coloro attualmente sotto controllo dalla Polizia. Ma di fatto solo 8 erano realmente i sospettati, mentre negli altri 36 casi si è trattato di un errore di riconoscimento, tanto che in ben 26 situazioni gli agenti non hanno ritenuto accettabile fermare le persone in questione perché era evidente l'errore commesso dal sistema.
La capitale inglese non è la prima città al mondo ad aver sperimentato il sistema di riconoscimento facciale ottenendo risultati deludenti. Negli Stati Uniti ben tre città hanno già bandito la tecnologia: San Francisco, Somerville e Oakland. "Una ricerca ha concluso che il software è meno accurato per le donne e le persone con la pelle scura, e particolarmente inaccurato per le donne di colore", ha detto Libby Schaaf, sindaco della città californiana.
Ed è sempre in America che esattamente un anno fa si è registrato un altro flop del genere, quando è stato messo alla prova il sistema ideato da Amazon, Rekognition, al quale è stato chiesto di confrontare le 535 foto dei parlamentari americani con quelle contenute in un database di 25mila foto segnaletiche. Nel 5% dei casi è stata trovata una corrispondenza, risultata poi inesistente, tra i volti del Congresso e quelli dei criminali. I maggiori errori di riconoscimento hanno riguardato esponenti politici di colore.
Nella City a puntare il dito sul test fallimentare condotto dalla Metropolitan Police è stata l'organizzazione inglese per la tutela dei diritti dei cittadini "Big Brother Watch" che ha dichiarato: "Questa sorveglianza in stile cinese è antidemocratica e non deve trovare spazio in Gran Bretagna".
"Conferma quanto noi stiamo denunciando da tempo: senza una precisa regolamentazione e senza risultati affidabili, questa tecnologia rischia di intaccare il sacrosanto diritto alla tutela della privacy fondamentale in ogni società moderna", ha aggiunto il direttore Silkie Carlo. La questione è finita anche nella centenaria aula di Westminster portata all'attenzione dei parlamentari dai rappresentanti del comitato scientifico e tecnologico della Camera dei Comuni.
Secondo il rapporto del comitato, sembra che oltre all'inaffidabilità del sistema di riconoscimento ci sia anche il problema riguardante l'attendibilità dell'archivio di foto segnaletiche in possesso della polizia che sembrerebbe non aggiornato. Questo farebbe aumentare notevolmente il rischio di errore del sistema. "Non è chiaro se le forze di polizia non siano a conoscenza dell'obbligo di riesaminare le immagini segnaletiche ogni sei anni, o se stiano semplicemente avendo difficoltà a farlo", afferma il rapporto della commissione.
Un altro aspetto che continua a preoccupare non poco le associazioni per la tutela dei diritti dei cittadini riguarda la vendita dei dati raccolti attraverso le telecamere intelligenti capaci di scansionare migliaia di volti, con il risultato di creare un database di dati biometrici. La stessa tipologia di informazioni oggi alla base di molti sistemi di riconoscimento della persona: dall'impronta per accedere al nostro smartphone, al tono di voce per colloquiare con la nostra banca via telefono, o all'iride dell'occhio per aprire porte blindate.
Poiché questa tecnologia riconosce i volti in video o foto, confrontandoli in tempo reale con quelli contenuti nelle banche dati, in molte città americane è largamente utilizzata dalla polizia soprattutto negli aeroporti. L'American Civil Liberties Union, insieme a 70 altre organizzazioni, ha chiesto alle aziende produttrici di non vendere più la tecnologia al governo.
I limiti posti dall'Ue - In Europa la legge in merito è molto più restrittiva, soprattutto da quando è entrato in vigore nel maggio dell'anno passato il Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati personali. Ad oggi in nessuno dei 28 stati membri dell'Unione Europea è possibile raccogliere dati biometrici senza il consenso del diretto interessato.
E, allo stesso tempo, questi non possono essere utilizzati al di fuori di casi specifici come può essere nell'ambito di un procedimento giudiziario, nel settore della sanità pubblica per finalità di sicurezza sanitaria o per motivi di interesse pubblico. Ossia quando è accertato che la persona in questione abbia intenzione di commettere un atto criminale.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 4 agosto 2019
Un rapporto delle Nazioni Unite sottolinea come 30 mila miliziani dell'Isis siano ancora vivi. A preoccupare l'accesso ai fondi e la capacità di reclutamento. Nuovi possibili attacchi dell'Isis entro la fine dell'anno in Europa. L'allerta arriva dalle Nazioni Unite. In un rapporto redatto sulla base delle informazioni fornite dalle agenzie di intelligence degli Stati membri viene sottolineato come ad essere particolarmente vulnerabili siano i Paesi europei.
A preoccupare sono 30.000 ex foreign fighters, che potrebbero essere ancora vivi. "Le loro prospettive future saranno di interesse internazionale per il prossimo futuro", afferma il rapporto. In particolare l'attenzione è focalizzata sui 5-6.000 combattenti stranieri che sono partiti dall'Europa verso Iraq e Siria. Di questi, il 75% si è unito all'Isis. Un terzo di questi è morto, mentre il 15% è detenuto nella regione, con il 40 per cento che ha fatto rientro negli Stati di origine. "Alcuni potrebbero unirsi ad al-Qaeda o ad altri gruppi jihadisti. Alcuni diventeranno leader o reclutatori", si legge.
Secondo il Palazzo di Vetro, sebbene il Califfato abbia cessato fisicamente di esistere e gli attacchi in Europa siano diminuiti rispetto al 2015 e 2016, restano in essere tutti gli elementi in grado di alimentare il Califfato virtuale. In testa la radicalizzazione nelle prigioni dove "detenuti colpiti da povertà, emarginazione, frustrazione, scarsa autostima e violenza" diventano facilmente reclutabili. Altro problema la gestione dei returnees, gli ex miliziani partiti dall'Europa e ora catturati in Siria e in Iraq, per i quali gli Stati europei fin qui non hanno adottato una linea comune, preferendo lasciarli nelle mani delle forze curdo siriane. Inoltre i programmi di deradicalizzazione messi in atto "non si sono dimostrati pienamente efficaci", osserva il rapporto.
Ad alimentare il Califfato virtuale, anche il denaro rimasto che potrebbe essere reinvestito nella propaganda. Secondo l'Onu l'Isis ha ancora a disposizione tra i 50 e i 300 milioni di dollari. "Quando avrà il tempo e lo spazio per reinvestire in una capacità operativa esterna, Isis potrebbe condurre nuovi attacchi. Il calo degli attentati, pertanto, potrebbe non durare a lungo, forse nemmeno fino alla fine del 2019", avvisano gli esperti.
Si stima anche che l'Isis "sia in grado di dirigere fondi sia all'interno della zona di conflitto centrale che a livello globale verso le affiliate nella sua rete. Secondo quanto riferito, i jihadisti mantengono l'accesso a denaro nascosto in Iraq, in Siria e nei paesi vicini o custodito da soci di fiducia. Le loro riserve finanziarie sono anche investite in imprese in Iraq, Siria e altrove".
Le pressioni militari sull'Isis hanno avuto "un grave impatto sulla capacità del gruppo di aumentare le entrate in Iraq e in Siria all'inizio del 2019. Ma il gruppo si sta adattando alla sua condizione di insurrezione, facendo affidamento sul contrabbando, sull'estorsione e sui riscatti per mantenere flussi di finanziamento. La leadership dell'Isis richiede alle cellule e alle affiliate di conservare i registri finanziari e di nominare un membro responsabile per le questioni finanziarie", sottolinea il rapporto. Restano "corrieri per contanti e società di servizi monetari non registrati i metodi più comunemente utilizzati per trasferire fondi a sostegno dell'Isis e Al-Qaeda".
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 4 agosto 2019
Il presidente firma il via libera all'esecuzione di 4 prigionieri e subito dopo i parlamentari guidati dal premier portano in Aula un disegno di legge per fermare la condanna capitale. Un tempo alleati e oggi divisi quasi su tutto, il primo ministro e il presidente dello Sri Lanka si stanno scontrando in questi giorni anche sul delicato tema dell'abolizione della pena di morte. Il capo dello stato Maithripala Sirisena aveva appena firmato l'autorizzazione alle esecuzioni di quattro prigionieri condannati per reati di droga, quando i deputati di maggioranza guidati da Ranil Wickremesinghe hanno presentato alle Camere un disegno di legge per fermare tutte le impiccagioni, comprese quelle già pianificate.
Bloccate presso tutti i tribunali dell'isola, le ordinanze di morte attendono l'esito del dibattito parlamentare che si terrà entro 14 giorni con una prevedibile vittoria del voto per la loro cancellazione tout court. Ma sebbene la legge sia parte di un impegno preso l'anno scorso dal governo di Colombo con l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cambio di regimi commerciali preferenziali, Sirisena sembra deciso a dare battaglia col supporto di una parte consistente dell'opinione pubblica.
Ieri ha detto che quanti sono contrari alle esecuzioni "in realtà si oppongono alla costruzione di una nazione decente", perché "i narcotici - ha aggiunto - sono la causa principale di tutti gli altri crimini (anche gli attentati di Pasqua dei radicali islamici nelle chiese e negli hotel di lusso sono stati attribuiti dal presidente ai cartelli della droga) e ho deciso che "l'esecuzione dei prigionieri sarà un monito per preservare le generazioni future".
L'Unione europea ha fatto sapere che le dichiarazioni di Sirisena "inviano segnali sbagliati alla comunità internazionale e agli investitori", ricordando che i paesi dell'Ue avevano acconsentito a un regime commerciale privilegiato con l'isola purché venisse applicata una moratoria di 43 anni sulla pena di morte. L'impegno fu preso nel 2016 quando i due leader cingalesi erano ancora alleati e poi ribadito dal governo di Colombo nel 2018. E sulla base di quegli accordi il partito del premier Wickremesinghe ha deciso di opporsi risolutamente alle esecuzioni con un provvedimento a lungo termine, proponendo di commutare le sentenze capitali già comminate in ergastoli.
Nella realtà lo Sri Lanka da tempo non manda a morte nessuno e l'ultima esecuzione risale al 1976. Ma dopo la firma di Sirisena due boia erano appena stati assunti dalla prigione dove avrebbe dovuto tenersi l'esecuzione dei 4 trafficanti di droga. In attesa dell'esito della legge presenta dal premier in Parlamento, vale anche per loro la sospensione fino al 30 ottobre decretata dalla Corte Suprema in base alla petizione di uno dei detenuti nel braccio della morte. La pena capitale era stata ripristinata nel Paese nel 2004 dopo l'assassinio di un giudice dell'Alta Corte ed estesa ai reati di stupro, traffico di droga e omicidio.
retekurdistan.it, 4 agosto 2019
L'associazione per i diritti umani Ihd ha pubblicato il rapporto semestrale sulle violazioni dei diritti umani nelle zone curde. L'organizzazione documenta un amento di torture e rileva: „Il diritto alla vita viene calpestato." All'inizio della settimana l'associazione per i diritti umani con sede in Turchia Ihd (Insan Haklari Dernegi) nell'ambito di una conferenza stampa a Amed (Diyarbakir) ha pubblicato un rapporto semestrale sulle violazioni dei diritti umani nelle zone curde. La vice-Presidente dell'Ihd Rahsan Bataray nella presentazione del rapporto ha parlato di estese misure repressive delle autorità turche e di un massiccio aumento della tortura, in particolare nelle carceri. Il potere politico avrebbe scosso la vita democratica fino alle fondamenta, l'entità della sempre maggiore frequenza di guerre e il contesto conflittuale sarebbero il maggiore ostacolo per l'esercizio di tutti i diritti individuali e collettivi, in particolare del diritto alla vita, così l'attivista per i diritti umani. Il rapporto fa notare anche un amento del numero di persone armate, la violenza contro le donne e abusi nei confronti dei bambini.
Per il primo semestre sono stati documentati 1.567 fermi (tra cui 41 bambini), 222 arresti (tra cui due bambini) e 15 misure di arresti domiciliari. In almeno 65 casi durante la custodia di polizia ci sono stati maltrattamenti o torture, 30 persone sono stata maltrattate o torturate fuori dalle sedi statali, per esempio durante retate o in strada. In questo contesto l'Ihd fa notare in particolare le torture a Xelfeti (Halfeti). Nel capoluogo di provincia a Riha (Urfa) il 18 maggio 51 persone erano state arrestate dopo uno scontro armato, tra cui intere famiglie e minorenni, che nella centrale anti-terrorismo della direzione provinciale di polizia sono state pesantemente torturate. I loro legali avevano lamentato che tutti gli interessati a causa delle torture presentavano ossa fratturate, molti perfino fratture del cranio. Alcuni dei torturati erano stati resi irriconoscibili, nonostante questo gli erano state negate le cure mediche.
Tortura sistematica nelle carceri - Ma anche nelle carceri in Turchia la tortura è ampiamente diffusa e avviene tuttora in modo sistematico. Al primo posto delle violazioni dei diritti umani in carcere ci sono i trasferimenti in località lontane dalle famiglie, la negazione di cure mediche, torture e trattamenti indegni di esseri umani, provvedimenti disciplinari, isolamento, il rifiuto di quotidiani e altri media e l'impedimento di visite da parte dei famigliari e l'interruzione della comunicazione nella lingua madre. Come si afferma nel rapporto IHD, tra gennaio e giugno almeno 64 prigionieri condannati sono stati colpiti da tortura e violenza massiccia.
Baratay ha dichiarato inoltre: "Nelle carceri nelle regioni curde secondo le nostre informazioni si trovano 1.334 prigionieri malati. 458 di loro sono malati gravi e per via del diniego di cure mediche praticamente sono abbandonati alla morte." Il rapporto inoltre fa riferimento alla situazione del precursore curdo Abdullah Öcalan e degli altri tre prigionieri sull'isola carcere di Imrali. Con lo sciopero della fame durato mesi contro l'isolamento del fondatore del PKK per la prima volta dopo otto anni è stato possibile produrre nuovamente un contatto tra il 70enne e la sua assistenza legale. Un'altra visita dei legati di Öcalan sull'isola è avvenuta circa tre settimane dopo. Il 5 giugno alla fine i famigliari dei quattro prigionieri hanno potuto visitarli a Imrali. Altre due visite dei legali sono avvenute il 12 giugno e il 18 giugno alla vigilia delle elezioni per il sindaco a Istanbul. Da quando l'AKP il 23 giugno ha perso queste elezioni, a Imrali vige di nuovo l'isolamento totale. Le ultime domande del team di legali non hanno avuto risposta. Le richieste di visita dei famigliari sono vengono rifiutate dal 5 giugno con riferimento all'ordinamento penitenziario. Rahsan Baratay ha dichiarato che il nuovo isolamento rappresenta un ostacolo estremamente pesante nella ricerca di una soluzione pacifica della questione curda.
Nessuna vita normale nelle cosiddette zone interdette - Nel rapporto l'IHD inoltre fa riferimento alla situazione di civili curd* nelle zone rurali che vengono continuamente colpiti da coprifuoco perché i loro villaggi nell'ambito di operazioni militari dell'esercito turco vengono dichiarate cosiddette "zone di sicurezza speciali". Per la popolazione civile questi divieti rappresentano l'isolamento totale dal mondo esterno, ha detto Baratay. „In queste circostante non è possibile uno svolgimento normale della vita quotidiana. Queste persone vengono penalizzate in modo mirato. Con incendi di boschi e estesi nel territorio che si verificano durante le operazioni, le e i cittadin* inoltre subiscono danni economici".
Violenza su donne e bambini - L'Ihd inoltre rileva che la violenza sui bambini, abusi sessuali, lavoro minorile e "omicidi sul lavoro" di bambini, matrimoni infantili, assenza di istruzione nella lingua madre e deficit nel sistema formativo fanno parte delle violazioni più evidenti all'ordine del giorno. In un elenco delle violazioni dei diritti umani nei confronti di donne e bambini nei primi sei mesi dell'anno si afferma: "Sei suicidi di donne e un tentativo di suicidio; 22 donne morte e 17 ferite a causa di violenze da parte di famigliari; 16 violenze contro donne in pubblico, delle quali otto finite con la morte; sette donne stuprate; una donna costretta alla prostituzione; un suicidio infantile e due tentativi di suicidio; due bambin* morti e quattro feriti a causa di violenze da parte di famigliari; un bambin* stuprat* e 17 bambin* colpiti da abusi sessuali; due violenze contro bambin* in pubblico; un bambin* sequestrato e un altro costretto alla prostituzione". L'organizzazione per i diritti umani nel suo rapporto critica il fatto che sempre più persone si armano legalmente o illegalmente. In dieci anni il numero è almeno decuplicato.
di Luca Fortis
insideover.com, 4 agosto 2019
L'Egitto appare sempre più chiuso in se stesso. I militari hanno sigillato il paese e non ammettono alcuna forma di dissenso. La morte dell'ex presidente dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, avvenuta nell'aula del tribunale che lo giudicava, rende evidente la realtà tragica delle carceri egiziane. Prigioni che divorano le persone, facendole sparire in luoghi in cui non vengono sottoposte a cure mediche nemmeno se la malattia è conclamata, come nel caso dell'ex presidente. Secondo Amnesty International nelle prigioni egiziane vi sono più di 60mila prigionieri politici. Persone che appartengono a tutto l'arco politico del paese, islamisti come laici e studenti. Le persone hanno sempre più paura di parlare. La pietra tombale su qualunque speranza che l'Egitto potesse ancora aprirsi alla società civile l'ha messa il referendum costituzionale, tenutosi a Pasqua, con cui il generale Al Sisi si è garantito il potere nei prossimi anni.
Secondo l'Autorità Elettorale Nazionale, l'88,8% degli elettori che sono andati a votare, hanno approvato le proposte di Al Sisi. Le associazioni della società civile denunciano però pesanti brogli e la compravendita di voti. L'affluenza è stata del 44,3%. Il presidente Al Sisi ha così ottenuto che il suo secondo mandato sia esteso da quattro a sei anni. Inoltre, potrà candidarsi a un altro mandato nel 2024. La riforma costituzionale concede poi più potere ai militari, permettendogli di intervenire in politica e dando al presidente un maggior controllo sul potere giudiziario.
I tribunali militari potranno inoltre processare i civili per crimini "contro strutture militari, equipaggiamenti, armi, documenti e fondi pubblici". Se prima questi assalti dovevano essere diretti contro edifici militari, ora anche i civili che attaccano le strutture protette dai militari, come le università pubbliche, dovranno affrontare i tribunali militari.
Infine il presidente dirigerà anche il Consiglio Supremo per gli Organi Giudiziari e le autorità che controlleranno il potere giudiziario e avranno di potere di scegliere il capo della Corte Costituzionale Suprema e il pubblico ministero. Ormai è assolutamente chiaro che Al Sisi ha puntato a una restaurazione del potere militare e che a confronto la presidenza di Mubarak era piuttosto liberale. Il nuovo governo ha saputo approfittare delle turbolenze internazionali, dell'incapacità dei ragazzi di piazza Tahrir di costruire un'alternativa democratica e degli errori dei Fratelli Musulmani, per creare un militarismo ancora più forte di quello che ha portato alla rivoluzione.
Certo non è sicuro che funzioni, le recenti proteste che hanno portato alla fine del regime di Abdelaziz Boutelfika in Algeria e di quello di Omar Hassan Al Bashir in Sudan, dimostrano che i giochi non sono mai del tutto chiusi. Anche se non sappiamo ancora come evolverà la situazione in questi due paesi, l'accordo raggiunto in questi giorni in Sudan per un governo di transizione dimostra che la società civile è ancora viva in Nord Africa. I militari di Khartoum e i rappresentanti della società civile hanno convenuto di istituire un consiglio sovrano con una presidenza militare e civile a rotazione per un periodo di tre anni.
L'accordo vedrà i militari in carica per i primi 21 mesi, poi un'amministrazione gestita da civili per i successivi 18 mesi. Certo l'accordo è ancora molto fragile e non è sicuro che vedrà davvero la luce. Per altro in Sudan i manifestanti continuano a morire per mano di militari. Ma la partita è tutt'altro che chiusa.
Anche in Algeria le proteste continuano da mesi e la gente si aspetta un'apertura alla società civile della politica del paese. Il 5 luglio, giorno in cui si festeggiava l'indipendenza dalla Francia sono proseguite le manifestazioni che da mesi si tengono in tutto il paese. L'attuale Presidente ad interim Abdelkader Bensalah, nel tentativo di rasserenare gli animi, ha indetto una "Conferenza Nazionale per il dialogo" a cui non sono stati invitati membri dello Stato né dell'esercito. "Questo dialogo - ha detto - sarà condotto liberamente e con totale trasparenza da figure nazionali indipendenti che hanno credibilità e che non sono legate a nessun partito".
"Lo stato - ha aggiunto - in tutte le sue componenti, compresa l'esercito, non parteciperà a questo dialogo e rimarrà neutrale per tutto".
Tutto questo fermento nel Nord Africa, guasta i piani del presidente Al Sisi, che dopo la crisi libica e siriana, pensava di poter tranquillamente mettere un bavaglio alla società civile in nome della stabilità interna. L'Algeria e il Sudan dimostrano invece che la guerra civile libica e siriana e la situazione egiziana non hanno intimorito la società civile algerina e sudanese. Il presidente egiziano non può quindi dare per scontato che la società civile non si risvegli anche in Egitto.
Le forze armate egiziane non sono poi ancora riuscite a pacificare del tutto il Sinai. Human Rights Watch (Hrw) ha accusato sia le forze di sicurezza egiziane che i jihadisti di commettere "crimini di guerra". L'Ong ha scritto in un rapporto, fatto intervistando i locali, che "le forze militari e di polizia egiziane sono responsabili della maggior parte degli abusi documentati nel rapporto e che anche i jihadisti abbiano commesso "crimini orrendi".
L'Ong ricorda come nel novembre nel 2017 abbiano attaccato una moschea nella provincia del Sinai settentrionale, uccidendo 235 persone. È stato l'attacco più letale del suo genere da quando nel 2013 è scoppiata la rivolta dei jihadisti nella penisola. Un gruppo collegato all'Isis è sospettato di aver commesso la carneficina, ma nessuno ha ammesso la responsabilità dell'attacco della moschea. Le forze di sicurezza hanno, negli ultimi anni, preso di mira i residenti del Sinai arrestando migliaia di persone. Secondo il rapporto dell'HRW decine di persone sarebbero sparite nel nulla.
Anche il canale televisivo Al Jazeera, con in Qatar, storico avversario di Al Sisi, ha accusato l'Egitto di essere diventato "un paese senza legge e senza rispetto per i giornalisti". Al Jazeera ricorda il caso del giornalista Mahmoud Hussein. Il reporter che era stato appena rilasciato per ordine di un tribunale è stato di nuovo incarcerato nonostante abbia trascorso 890 giorni di detenzione senza accusa.
Il giornalista è tornato nella prigione di Tora in Egitto in circostanze poco chiare. Hussein era in una cella di detenzione nel distretto di Giza del Cairo da sabato, mentre aspettava l'autorizzazione definitiva dall'ufficio della National Security Agency. Un tribunale egiziano aveva confermato la decisione del 21 maggio di rilasciare Hussein sotto "misure precauzionali".
La sentenza avrebbe limitato i suoi movimenti, ma lo avrebbe liberato dalla prigione. Invece di essere liberato come previsto il giornalista è stato inspiegabilmente incarcerato di nuovo.
Hussein è in custodia dal 2016 senza dover affrontare accuse formali o processi. La carcerazione di centinaia di oppositori, lo spreco di soldi in progetti faraonici come la nuova capitale o il raddoppio del canale di Suez, la corruzione dilagante, la disoccupazione galoppante e le continue diatribe tra l'esercito e la polizia, potrebbero a lungo termine dimostrarsi il tallone d'Achille di Al Sisi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 agosto 2019
Un quarto di secolo dopo la fine dell'apartheid, il sistema educativo sudafricano resta ancora profondamente carente. Il diritto sancito dalla Costituzione a un'istruzione primaria di qualità decente e per tutti è lungi dall'essere realizzato. Nelle zone più povere del Sudafrica le strutture sono antiquate e precarie, mancano le risorse economiche per impartire un insegnamento di livello sufficiente, gli spazi sono completamente inadeguati. Il 78 per cento degli alunni arriva all'età 10 anni senza saper leggere. Il 61 per cento, a 11 anni, non sa fare un calcolo elementare. Il 46 per cento delle scuole è privo di servizi sanitari. Il 17 per cento degli alunni usa ancora latrine all'aperto pericolose e insalubri.
Quasi la metà del milione e 200.000 nuovi iscritti ogni anno si ritirerà alle medie. In tutto, solo il 14 per cento dei bambini e delle bambine termina l'intero ciclo scolastico e può iscriversi all'università. Sembra dunque che dai tempi di Hendrik Verwoerd, l'architetto dell'apartheid, sia cambiato poco.
Se oggi potesse guardare in che condizioni è il sistema educativo del Sudafrica, gli scapperebbe un sorriso. In questi giorni Johannesburg è piena di manifesti in cui si vede Verwoerd sorridere. La campagna #SignTheSmileOff di Amnesty International Sudafrica invita tutte le persone che hanno a cuore il diritto all'istruzione a mettere la propria firma sopra a quel volto sorridente. Per cancellare quel sorriso e per chiedere alle autorità sudafricane di garantire il diritto costituzionale all'istruzione entro il 2021. Un'impresa ardua, ma ne va del futuro di un intero paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Proposta di legge di Antigone per migliorare le condizioni di vita. Salgono le morti in carcere e aumentano i tentativi di suicidi sventati grazie alla professionalità degli agenti penitenziari. A volte anche in contemporanea come è accaduto due giorni fa al carcere sardo di Uta, quando un detenuto e una detenuta, stavano cercando di impiccarsi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Intervista a Jacopo Morrone, Sottosegretario alla giustizia. "Non siano lontani. Non siamo così diversi, sulla giustizia. Lo dimostrano i fatti. Gli obiettivi che sono condivisi: innanzitutto dare rigore e credibilità al sistema. Nessuno di noi ha voglia d'incrociare l'espressione sconcertata dei parenti di vittime i cui carnefici se ne vanno tranquillamente in piazza".
di Roberta Cristofori
Il Manifesto, 3 agosto 2019
"Le parole hanno un peso se sono seguite dalle azioni e l'anno scorso qui mi ero impegnato ad avviare un percorso fatto di azioni e di fatti". Era il 2 agosto di un anno fa quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede incontrava per la prima volta nella sala del Consiglio comunale di Bologna i familiari delle vittime delle stragi e del terrorismo.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 agosto 2019
È un minestrone che spiazza un po' tutti. "L'avesse fatta ai suoi tempi Berlusconi, oggi noi magistrati saremmo in sciopero contro questa riforma - spiega Fabio Roia, voce storica di Unicost e ora presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano. Ma oggi siamo in crisi e dopo il disastro Palamara la reattività della categoria è bassissima".
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