di Leo Lancari
Il Manifesto, 21 settembre 2019
Vittima un giovane sudanese intercettato dalla Guardia costiera libica con altri 103 migranti. L'Oim. "Tragedia annunciata". È la testimonianza drammatica di come opera davvero la cosiddetta Guardia costiera libica e di cosa accade ai migranti che vengono riportati nel Paese nordafricano. Un giovane di origine sudanese è morto giovedì dopo essere stato ferito allo stomaco dai colpi sparati da uomini armati perché, insieme ad altri migranti, si rifiutava di tornare in un centro di detenzione dopo che il gruppo era stato intercettato e catturato nel Mediterraneo.
Tutto è avvenuto sulla spiaggia della base navale di Abu Sitta, non distante da Tripoli e che in passato ha ospitato il premier libico Fayez Al Serraj. A denunciare la morte del giovane sono stati invece gli operatori dell'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, presenti sul posto.
Fermato dalla Guardia costiera libica mentre con un gommone cercava di raggiungere l'Italia, il gruppo di 103 migranti, tra quali anche donne e bambini, è stato riportato indietro e doveva essere smistato nei vari centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli. Gli stessi centri, come denunciato da numerose testimonianze, tristemente famosi per le continue violazioni dei diritti umani e per le violenze subite dai migranti.
Consapevoli di cosa li aspettava, i migranti si sono ribellati rifiutandosi di obbedire agli ordini degli uomini armati incaricati di gestire il trasferimento, che hanno cominciato a sparare. Un colpo ha ferito il giovane sudanese allo stomaco. Soccorso dai medici dell'Oim, è morto poco dopo. "Una tragedia per certi versi inevitabile" secondo Leonard Doyle portavoce dell'Oim. "L'uso di pallottole contro civili disarmati e vulnerabili, uomini, donne e bambini, è inaccettabile in qualsiasi circostanza e pone allarmi sulla sicurezza dei migranti e dello staff umanitario".
Per l'Organizzazione che fa capo all'Onu la morte del giovane migrante deve servire come "severo promemoria delle gravi condizioni in cui si trovano i migranti raccolti dalla Guardia costiera libica dopo aver pagato i trafficanti per essere portasti in Europa, solo per poi ritrovarsi nei centri di detenzione dove ci sono condizioni disumane". L'Oim ha infine chiesto alle autorità libiche di aprire un'inchiesta "per trovare i responsabili e consegnarli alla giustizia".
Preoccupazione per quanto accaduto è stata espressa anche dalla Commissione europea. In Libia - ha spiegato una portavoce - la "situazione non è cambiata recentemente" e l'Ue continua a lavorare per la "chiusura dei centri e per mettere in piedi strutture che siano in linea con gli standard internazionali". Il responsabile migrazioni dell'Arci Filippo Miraglia ha chiesto invece di mettere fine agli accordi con la Libia: "Continuare a sostenerli - ha spiegato -, finanziando le milizie che gestiscono il traffico di essere umani, vuol dire essere responsabili di crimini contro l'umanità".
Intanto alle autorità di Tripoli viene ancora permesso di indicare quelli libici come porti sicuri. È stato così anche per la Ocean Viking delle ong Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che ovviamente si è rifiutata di obbedire all'indicazione ricevuta. Ieri la nave ha chiesto a Italia e Malta l'indicazione di u porto sicuro, senza però ricevere risposta. le autorità della Valletta hanno accettato di far sbarcare solo 36 migranti salvati nell'area Sar maltese, lasciando a bordo i restanti 182. "Il governo sta lavorando per trovare una soluzione che consenta lo sbarco di queste persone. Vedremo nelle prossime ore", ha assicurato ieri il ministro dei Trasporti Paola De Micheli.
recensione di Mario Valentini
siecom.org, 21 settembre 2019
Inizialmente "Vento in scatola" sembra un resoconto - in bilico tra verità e finzione - di un'esperienza di carcere. Scritto da Marco Malvaldi con Glay Ghammouri e pubblicato da Sellerio, il risvolto di copertina ci informa del fatto che i due autori si sono conosciuti appunto presso il carcere di Pisa, dove Malvaldi ha portato avanti un corso di scrittura creativa che il detenuto ("a causa di un grave delitto") Ghammouri ha frequentato. Lo stesso risvolto definisce il libro "commedia da camera", avvertendo che in questo caso la camera è molto estesa, è l'ambiente chiuso di un intero carcere, e che il libro "non ha niente di autobiografico pur avvalendosi di esperienze vissute".
Spulci un po' di notizie dalle note di copertina, dunque, intanto che continui a leggere. Poi, a fine lettura, il libro si rivela quel che a metà lettura avevi il sospetto che fosse: un vero e proprio romanzo giallo. La trama inizialmente è un po' esile. Poi si va irrobustendo. Si dipana poco per volta, come a velocità ridotta. È ben gestita. Ti piace il modo in cui diversi paragrafi vengono montati, riproponendo nel paragrafo successivo una frase, un'immagine o una parola che chiude il paragrafo precedente, come a creare un incatenamento, mentre intanto si opera un netto stacco, un brusco passaggio di scena o di ambiente.
L'esperienza della detenzione la ritrovi tutta, nel libro: molti spunti di riflessione e esperienze dirette di vita in carcere, raccontate da chi sta dentro, da chi quei luoghi li attraversa ogni giorno e li conosce bene. Il libro, insomma, si legge con interesse e offre numerose informazioni sulla vita in condizione di detenzione, che non è facile recuperare altrimenti. Eppure il tutto ti sembra un po' troppo ripulito, disinfettato, igienizzato. E hai il sospetto che sia proprio la tramatura romanzesca, quel tono tipicamente anaffettivo e per tradizione scarsamente emotivo del giallo deduttivo o a enigma (che a un certo punto, in tutta la seconda parte, abbiamo detto che prende piede) a provocare questo effetto di igienico distacco rispetto ai luoghi, alle esperienze, al contesto, agli eventi narrati.
Ti vien da pensare, insomma, che se il bello dei gialli metropolitani di Scerbanenco era una rara, potente capacità di narrare e descrivere un ambiente irreversibilmente infettato e corrotto, stucchevole è la dimensione di certi altri gialli in cui gli omicidi sembrano una breve parentesi in un mondo che sostanzialmente rimane incontaminato: come se fossero tuffi nell'acqua immobile di una piscina che nessun alito di vento agiterà mai. Finito il tuffo, passata quell'inaspettata e imprevista increspatura, quello specchio d'acqua ritorna fermo. E rimarrà così, intonso.
Dicevo, intanto che la storia va avanti e le vicende "gialle" si dipanano senza mai riuscire a infettare o contaminare nel profondo ambienti, eventi, personaggi della storia (la narrazione piuttosto prende la piega un po' più pacificata della commedia); mentre gli eventi pian piano si susseguono senza riuscire a scombinare o sgranare la resa stilistica del racconto, tante cose della vita in carcere le scopri.
Le poche ore d'aria concesse ai carcerati, la vita in una cella angusta in cui si cucina, si va in bagno, si lavano stoviglie a stretto contatto con altre quattro o cinque persone, senza nemmeno riuscire a muoversi. Le chiacchiere interminabili, la solidarietà, i conflitti violenti con i compagni di cella. L'abuso di alcuni carcerieri sui carcerati. La dimensione abusante dell'istituto di pena in sé, in quanto dispositivo in cui si esercita la forza della coercizione. Gli incontri e le amicizie pericolose con un camorrista che prima prova ad affiliare il protagonista del romanzo per utilizzare i suoi preziosi servigi e poi inizia a controllare ogni suo spostamento tramite i suoi scagnozzi, provando a impadronirsi della sua esistenza. I rapporti, sempre in bilico tra conflitto e allettamento, tra controllo e connivenza, che si instaurano con i secondini (che- avvertono gli autori- in carcere vengono sempre chiamati assistenti).
L'amato calcio, rispetto al quale però si diventa esperti solo di Coppa Italia, perché è l'unica competizione che i carcerati riescono a seguire in chiaro sulle emittenti nazionali. E poi quel modo di orientarsi tra gli spazi chiusi degli istituti di pena. Quel progressivo rinunciare alla vista perché non si ha la possibilità di guardare spazi aperti e mettere a fuoco cose lontane ("il disturbo più diffuso in carcere non è la depressione ma, molto più banalmente, la miopia").
Per cui è l'udito il senso che maggiormente si sviluppa: è attraverso l'udito che si impara a prevedere i pericoli, che si apprende cosa avviene nei corridoi o in un'altra cella, che si riconoscono gli umori, le inquietudini, le tensioni e i conflitti pronti a esplodere nell'ambiente carcerario. E altri dettagli propri dell'organizzazione degli istituti di pena: il rancio immangiabile, la possibilità di farsi recapitare settimanalmente un "sopravvitto" (una spesa aggiuntiva rispetto alla dotazione standard del carcere, di prodotti a scelta dei detenuti) e l'astrusa, sfiancante modulistica da compilare per una qualsivoglia, anche minima, richiesta il carcerato debba rivolgere all'Istituzione.
Mentre descrive molti aspetti della vita in carcere, intanto "Vento in scatola" struttura la sua dimensione più propriamente finzionale citando una storia classica di ambientazione carceraria. Una delle più belle: "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", il lungo racconto di Stephen King raccolto in "Stagioni diverse", da cui è stato tratto il film "Le ali della libertà".
È un procedimento parodico, in un certo senso, anch'esso tipico della commedia: si sfrutta uno spunto narrativo già noto e presente in un'altra opera, abbassandolo, addomesticandolo, facendolo deragliare verso altri esiti. Lì, in "Rita Hayworth..." di Stephen King, il protagonista era un bancario molto esperto in transazioni finanziarie, che doveva scontare il carcere a vita per l'omicidio (che con ogni probabilità non era stato lui a commettere) della moglie con l'amante (un giocatore di golf).
Il bancario, Andy Dufresne, utilizzava le sue competenze finanziarie per ingraziarsi prima le guardie carcerarie, poi perfino il direttore del carcere e organizzare, sfruttando il buon trattamento e i privilegi ottenuti in questo modo, un'epica fuga. Qui, in "Vento in scatola", il protagonista è un broker tunisino piuttosto truffaldino, che prima ottiene dei privilegi da parte delle guardie carcerarie grazie alle sue capacità di cuoco (nel giallo italiano pare sia impossibile non parlare di cibo e cucina, ti viene da pensare mentre leggi), poi utilizza le sue capacità di broker per stringere alleanza con alcuni agenti della polizia penitenziaria e inacastrare un camorrista.
Il romanzo mette in scena le relazioni tra detenuti, i reciproci racconti scambiati nelle lunghe ore passate in cella. Ma parla anche a lungo dello strano dialogo (o incastro) che si instaura con gli assistenti, con le guardie carcerarie. Il disagio è duplice: degli strani suicidi avvengono dall'una e dall'altra parte, perché il carcere segna le vite sia di chi lì dentro vi è detenuto sia di chi vi lavora.
Eppure al paesaggio manca qualcosa, come si è detto. Il chiuso contesto carcerario non ti arriva dritto, violento, messo a fuoco nell'interezza di tutti i suoi possibili contorni. Ed allora è come se durante la lettura si sentisse il bisogno di compensare quella che si percepisce come una leggera sfocatura dello sguardo attingendo ad altri tipi di resoconto per riuscire a capire con maggiore chiarezza come sia la vita dietro le sbarre. Si incomincia a cercare altrove qualche altro riferimento.
Sarà che il tuo livello d'attenzione si è fatto particolarmente acuto per via del libro che stai leggendo, ma inizi a ritrovare e selezionare tra le pagine dei giornali che compri, tra le riviste che sfogli, tra le storie che ascolti, tra i libri che hai in casa: articoli, servizi, report fotografici che parlano di carcere. Ed è così che il quadro si completa, il paesaggio diventa più nitido.
Alla fine isoli due titoli per completare quel quadro: uno di recente uscita, uno di ormai diciotto anni fa. Due reportage fotografici: "Prigionieri" di Valerio Bispuri, da poco pubblicato da Contrasto, e "Detenuti" di Mauro D'Agati, pubblicato da cal.co editore nel 2001. Ma questa è probabilmente un'altra storia, che merita un articolo a sé. Intanto ora, qui, lasci quei titoli come due meri riferimenti bibliografici ripromettendoti di parlarne diffusamente al più presto.
recensione di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 21 settembre 2019
È uscito in questi giorni "Prigionieri" (Contrasto editore), nuovo libro di Valerio Bispuri, racconto fotografico incentrato sulla libertà perduta e che si aggiunge a "Encerrados" reportage realizzato nelle carceri sudamericane e a "Paco" sulla cocaina dei poveri che sta facendo stragi di giovani nei sobborghi delle grandi città sudamericane.
Con questo "Prigionieri", con i suoi 108 scatti in bianco e nero, Valerio Bispuri ci porta dentro Poggioreale, Rebibbia, San Vittore, l'Ucciardone, la Giudecca e in altri istituti di pena e ci fa incontrare la popolazione detenuta, donne e uomini, soprattutto uomini. "Non un lavoro di denuncia - precisa il fotografo - il mio è un lavoro antropologico, per capire chi sono e come si vive privati della libertà". Un lavoro che è stato compiuto in circa tre anni e mezzo di visite in carcere, a stretto contatto con i detenuti, pranzando con loro nelle celle, ascoltando i loro racconti, condividendo pianti e risate, e che è culminato con la pubblicazione del libro e con un'anteprima al festival di fotogiornalismo "Visa Pour l'Image" di Perpignan, in Francia.
Mi sono procurato il libro, l'ho sfogliato con cura, approfitto del lavoro di Valerio Bispuri per provare a interpretare queste immagini o meglio per dire quello che mi suggeriscono questi corpi in questi luoghi. Scontato che mostrano il classico cliché del criminale (che mi piace poco) non aggiungendo nulla a ciò che da sempre, da Lombroso in poi potrei dire, ci propinano in modo superficiale e di parte certo cinema, certa stampa e tanti format televisivi con criminologi buca-schermo, dandoci l'illusione di essere al riparo dal brutto ceffo, precisato cioè questo, va dato comunque merito che in questi scatti emerge la sofferenza dei corpi, il loro essere corpi di persone dimenticate, emarginate, lasciate andare alla deriva come scarti, rifiuti non riciclabili.
Certo, sia ben chiaro, non tutta la popolazione carceraria è quella che si vede in questi scatti, non tutti sono così come appaiono qui nelle foto di Valerio Bispuri, non tutti interpretano alla perfezione lo stereotipo del pericoloso deviante che disegna nel corpo e con il corpo i segni della guerra, ma tutti - e oggi sono oltre sessantamila ripartiti in 200 istituti - vivono giorno e notte in spazi fatiscenti, dove il gabinetto è accanto al lavandino che serve per lavare i piatti, per lavare la verdura, ma anche per lavarsi i capelli; dove in uno spazio che è grande come una normalissima camera da letto di una qualunque casa sono costretti a vivere in letti a castello quattro, sei, anche otto persone, dove uno legge, mentre l'altro dorme, l'altro guarda la Tv, l'altro sta disteso a dormire, un altro scrive una lettera.
Perché altro è molto difficile poter fare: nel 2018 ai corsi professionali in carcere hanno partecipato 1.757 detenuti, nelle lavorazioni (pulizia, porta-vitto, spesino eccetera) poco più di 15 mila impiegati a rotazione ogni tre mesi per poche ore al giorno. Davvero ben poco da fare in questo enorme e diffuso degrado strutturale fatto di muri scrostati, umidi e sporchi, spesso in compagnia dei topi, in una desolazione che nulla ha a che vedere con il rispetto della dignità umana. In spazi disumani che nulla hanno a che vedere con il fine della risocializzazione prescritto dalla nostra Costituzione. E nei quali regna oltre che la sofferenza la solitudine. Il vuoto assoluto.
Guardate bene queste foto, andate oltre a quello che già vi hanno fatto vedere tanti altri in tante altre scene di malavita, e soffermatevi a guardare le aree dei passeggi, questi cubi di cemento ai quali è stato tolto il tetto, guardate "i prigionieri" mentre guardano il nulla, mentre giocano a pallone da soli, mentre scolpiscono i muscoli, mentre mantengono in vita le loro braccia e le loro spalle per difesa e per offesa, per aggrapparsi a quell'unica cosa che hanno: il loro corpo.
Corpo di classe, classe subalterna, la classe preferita e verso la quale è tutto orientato/disorientato il diritto penale e lo stesso sistema penitenziario. (I dati ce lo dicono da tempo: gran parte dei detenuti hanno determinate e sempre le stesse origini territoriali ed estrazioni sociali).
Guardate al di là della foto e dentro le foto di Bispuri: scoprirete che in questi luoghi abitati da questi corpi manca soprattutto lo Stato, quello Stato che deve garantire il lavoro e la pari dignità sociale, che deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che promuove lo sviluppo della cultura, che non considera nessuno colpevole fino alla condanna definitiva. Quello Stato che deve tendere alla rieducazione del condannato. Ecco, questo in carcere, nonostante la volontà, le raccomandazioni e gli intenti è solo una parola vuota.
Prima di scrivere questi miei pensieri ho chiamato al telefono e ho parlato con Valerio Bispuri. È stato uno scambio di idee utile, una chiacchierata che ha confermato le mie posizioni per lavorare per fare a meno del carcere:
"Con le mie fotografie - mi ha detto il fotografo di "Prigionieri" - ho voluto raccontare gli invisibili, le persone prive di libertà e con questa parola intendo non solo la libertà fisica. Ho capito che in carcere o ci si abitua o ci si deprime. Le carceri sono lo specchio della società di un Paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali. Mi sono accorto come il sistema penitenziario italiano ha problemi di sovraffollamento, disoccupazione per i detenuti e strutture precarie.
Negli ultimi anni c'è stato un lento miglioramento in alcuni carceri, ma la condizione dei detenuti resta sempre di estrema difficoltà e isolamento. In questi non-luoghi, le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e trovare un'alternativa per il futuro che spesso non esiste. Non c'è alcuno sforzo da parte dello Stato di aiutare al reinserimento di chi esce dal carcere dopo anni di detenzione. Sono così moltissimi i detenuti che tornano dopo breve tempo in prigione".
Concludo con una mia piccola considerazione: corpi così (persi, abbruttiti, sfiniti, soprattutto corpi strappati a opera di un diritto di parte) oggi non serve andare a cercarli in carcere perché li possiamo trovare ovunque, purtroppo: nelle stazioni, sopra i cartoni nei sottopassi delle metropolitane, nei parchi mentre spacciano o si infilano un ago nel braccio, nelle nostre grandi città diventate centri senza scopo e senza bussola, nelle periferie, nei quartieri abbandonati, nel punto più basso della piramide sociale e dove c'è scarsissimo livello di istruzione, poca o nessuna esperienza lavorativa, dove si resta in vita solo grazie al lavoro nella terra della devianza, nel mondo illegale-criminale.
Ideali e perfette aree di preparazione per soggetti adatti al prossimo internamento. A meno che non ci sia finalmente e nell'interesse di tutti un progetto di cambiamento per una società migliore, soprattutto una società non diseguale.
*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"
di Marina Catucci
Il Manifesto, 21 settembre 2019
Lo sciopero di New York è cominciato ufficialmente alle 12:30, con un concentramento nella piazza di Foley square da dove è partita una marcia verso Battery Park, l'estrema punta sud di Manhattan, dove si è tenuto un comizio dalle 15 alle 17 con l'intervento conclusivo di Greta Thunberg. E proprio Greta ha celebrato le prime mosse dell'azione globale: "I primi numeri - ha raccontato - dicono 400.000 persone in tutta l'Australia, 100.000 a Berlino, 100.000 a Londra, 50.000 ad Amburgo".
2993 cittá, 162 nazioni, 7 continenti: il #ClimateStrike, lo sciopero per il clima, si è inserito nella lista delle manifestazioni globali che hanno avuto inizio il 15 febbraio del 2003, quando per la prima volta il mondo è sceso in piazza compatto per portare avanti un'istanza comune, trasversale, in quell'occasione era l'opposizione alla guerra in Iraq, questa volta è la difesa del pianeta.
I temi non sono generici, lo sciopero ha una serie di richieste che si legano ampiamente a quelle del Green New Deal che lega l'ambiente all'economia, e includono l'abbandono dei combustibili fossili e un adeguato carico di responsabilità per gli inquinanti. Le origini di queste manifestazioni risalgono a un anno fa, e sono ispirate dalle proteste solitarie della sedicenne Greta Thunberg davanti al Parlamento svedese; i ragazzi di tutto il mondo hanno iniziato ad aderire ai Climate Strikes for Future, per ricordare agli adulti che contro i cambiamenti climatici bisogna agire e subito.
Questi scioperi globali per il clima in un anno sono diventati un movimento di protesta civile capace di portare in piazza milioni di persone alla vigilia del Climate Summit dell'Onu che si terrà a New York il 23 settembre. "Oggi abbiamo fatto un walk out - dice Jordan 17enne del Queens - siamo usciti in massa da scuola per aderire al Climate Strike, e questa non ci verrà contata come assenza. Dobbiamo invertire ciò che hanno fatto i nostri genitori. Hanno rovinato tutto lasciando che troppe cose progredissero solo perché pensavano ci avrebbero aiutato in futuro, beh in realtà non ci aiutano affatto in futuro".
Gli studenti sono arrivati al concentramento di Foley Square con un messaggio che ricorda molto quello dei loro coetanei del movimento contro le armi, NeverAgain. "Sappiamo che i potenti fino ad ora hanno privilegiato il capitalismo e le industrie private rispetto al nostro benessere reale - dice la 17enne Olivia - e abbiamo un messaggio per loro: li stiamo guardando e anche se non siamo ancora in età di voto, lo saremo presto". A parlare dal palco di Foley square prima dell'inizio del corteo, c'era Marisol Rivera, attivista di 13 anni la cui casa è stata distrutta durante l'uragano Sandy: "Non possiamo lasciare che le persone soffrano, tutti noi meritiamo di vivere liberi da combustibili fossili e avere una vita migliore. Ciò che è accaduto a me può accadere alle persone che conoscete e a cui volete bene".
Mentre Manhattan si aspettava l'intervento di Greta Thunberg, a Brooklyn un altro gruppo di attivisti aveva organizzando il Frontline Climate Strike, focalizzato sulle comunità a basso reddito che rischiano di essere maggiormente colpite dall'ingiustizia ambientale e dalla crisi climatica. "È tutto un solo problema - dice il 16enne Pedro, che si definisce newyorican, newyorchese di origine portoricana - la gente che scappa da zone dove gli uragani sono devastanti e non ci sono risorse per ricostruire scappa in altri Paesi dove non li vogliono, i poveri diventano sempre più poveri, insicuri, svantaggiati. Bisogna aggiustare questo tipo di società e ciò che fa impazzire il clima, perché sono la stessa cosa".
di Fabio Albanese
La Stampa, 21 settembre 2019
Il procuratore Vella: "Poco efficaci i blocchi navali". Visco: "I migranti sono spesso un capro espiatorio". "Ormai sono più i migranti che arrivano con gli sbarchi autonomi di quelli che partono dalla Libia e vengono recuperati in mare". Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella, titolare con il capo dell'ufficio Luigi Patronaggio di numerose e delicate inchieste su sbarchi e traffico di migranti, analizza i fenomeni migratori da un osservatorio privilegiato.
Di questi temi ha parlato anche il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco: "L'immigrazione può dare un contributo alla capacità produttiva del Paese. Gli studi non rilevano effetti negativi dell'immigrazione sui lavoratori del Paese ospitante né in termini di tassi di occupazione né di livelli retributivi". Il governatore ha invitato ad "abbandonare definitivamente la facile e illusoria ricerca di capri espiatori fra cui anche i migranti".
Il fronte caldo - Agrigentino, e l'isola di Lampedusa, sono i luoghi in cui da un anno a questa parte arrivano più migranti. Ci sono quelli salvati nel Mediterraneo centrale sulla rotta libica e portati dalle navi militari e delle Ong; ma ci sono anche quelli che arrivano dalla Tunisia, su barche in legno, con "sbarchi autonomi" se le imbarcazioni arrivano fin dentro i porti o sono "agganciate" da Guardia costiera e Guardia di finanza davanti alla costa, o con "sbarchi fantasma" se invece le barche arrivano indisturbate sulle spiagge e i migranti, probabilmente aiutati a terra da un'organizzazione, fanno perdere le tracce. Da anni è proprio quella tunisina la nazionalità della maggior parte dei migranti arrivati in Italia: 1758 solo quest'anno, dato del Viminale aggiornato a ieri, furono 5181 l'anno scorso: "Ma i dati sugli arrivi dalla Tunisia - avverte il pm Vella - non contemplano tutti quelli che sbarcano in piccoli gruppi sulle spiagge e che sfuggono ai controlli". È così dall'estate 2017, con tutti i governi che si sono succeduti.
In questo scenario, l'estate 2019 ha però registrato qualcosa di nuovo: "Stiamo approfondendo un fenomeno dell'ultimo periodo - dice l'aggiunto Salvatore Vella che a Vienna ha appena presentato una relazione all'Onu sul traffico di migranti -. Sui barchini che arrivano autonomamente stiamo cominciando a vedere non solo tunisini ma anche subsahariani. Capire cosa sta accadendo è complicato, pensiamo però ci siano nuove rotte che non arrivano più in Libia ma in Tunisia, da dove la traversata in mare è più semplice perché dura meno e si può fare con piccole barche e pochi rischi".
L'ennesima conferma di un fatto noto da sempre, e cioè che i trafficanti di uomini adattano il loro business alle situazioni contingenti: se prima era più proficuo usare gommoni dal galleggiamento precario acquistati via internet in Paesi asiatici per un costo tra 500 a 2000 dollari (il prezzo della traversata di uno o due migranti), ora che in mare a salvare queste persone non ci sono più le navi militari, e quelle delle Ong sono quasi tutte sotto sequestro in Sicilia o a Malta, è possibile che i trafficanti abbiano ritenuto più utile tornare alla traversata con barche in legno.
Una modalità "storica" è quella con l'uso di navi-madre, vecchi pescherecci condotti da 5 o 6 scafisti esperti, con al seguito piccole barche su cui, in vista delle acque territoriali italiane, si fanno salire 60 o 70 migranti; a due di loro vengono date le istruzioni per arrivare a terra mentre i veri scafisti tornano indietro con la preziosa nave-madre e senza timore di arresti: "Ma gli sbarchi autonomi e quelli fantasma di adesso - chiarisce Vella - non sembrano legati a navi-madre, sono barchini con qualche decina di persone a bordo che da soli compiono le 14-16 ore di traversata dalla Tunisia".
Nella sua relazione all'Onu, il pm ha definito questa modalità "viaggi in business class" perché si usano mezzi veloci, organizzati da tunisini o da egiziani, che arrivano sulla costa siciliana, "lontano da abitazioni e strade". Per il procuratore aggiunto, "la continua modifica dei modelli di business delle organizzazioni dei trafficanti deve portare necessariamente a una conseguente modifica delle attività di contrasto da parte delle forze di polizia".
La lotta ai trafficanti va svolta, dice Vella, "sulla terraferma e non in mare. Sono poco utili e difficilmente attuabili i blocchi navali. I trafficanti non stanno mai da questa parte del Mediterraneo dove possiamo prendere solo pesci piccoli".
Nella relazione Vella ha proposto una banca dati in comune tra Paesi di partenza e di arrivo, ufficiali di collegamento anche con i Paesi di partenza, lo scambio di informazioni tra gli Stati sul ruolo delle Ong per capire "se si tratta di organizzazioni che svolgono un'attività diretta a salvare i migranti o se hanno accordi illegali con i trafficanti". E, infine, canali di accesso legali per i migranti, per spazzare via il lucroso affare del traffico di migranti.
di Cristina Nadotti
La Repubblica, 21 settembre 2019
Quattro i punti dell'iniziativa promossa dal linguista Massimo Arcangeli e da Antonello Sannino a cui hanno aderito due sindaci: "Sarebbe stato importante se avesse aderito il governatore Emiliano, ma invece non ha firmato la Carta". Un segnale da una regione dove negli ultimi tempi si sono registrati casi di discriminazione di genere.
Ieri mattina a San Severo, il sindaco del comune foggiano, Francesco Miglio, e la sindaca di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia, Giulia Russo, hanno firmato la "Carta Etica" per contrastare ogni forma di discriminazione sessuale. All'iniziativa, promossa dal linguista Massimo Arcangeli, fondatore del movimento Omofobi del mio Stivale, e da Antonello Sannino, vicepresidente del comitato Arcigay Antinoo di Napoli, ha aderito anche Luigi de Magistris, sindaco della città metropolitana di Napoli.
La firma della carta conclude tre giornate di mobilitazione a Sorrento e San Severo, organizzate per dire NO alla discriminazione contro le persone Lgbt+ alle quali hanno partecipato intellettuali, scrittori, addetti ai lavori e migliaia di cittadini italiani e stranieri. Il documento che i sindaci hanno firmato vuole essere uno strumento operativo per rispondere alla discriminazione legata all'identità sessuale, un fenomeno preoccupante a livello nazionale e che ha visto proprio nel foggiano, a Ricadi nel 2017 un episodio grave che ha dato via alla mobilitazione di "Omofobi del mio stivale".
La grave discriminazione di due ragazzi gay che si videro rifiutare l'alloggio prenotato in un b&b fu denunciato dal linguista Massimo Arcangeli, che oggi ha consegnato, insieme ad Antonello Sannino la copia in pergamena del manifesto contro la discriminazione sessuale sottoscritto dal Comune foggiano. Arcangeli e Sannino hanno anche annunciato la nascita di un osservatorio nazionale di monitoraggio sulla diffusione dell'odio verbale omotransfobico, accompagnato dalla pubblicazione di un rapporto annuale da parte dell'editore Aracne.
La Carta etica si rivolge "ai Comuni, agli addetti ai lavori nel campo del turismo e degli esercizi pubblici e a tutte le coscienze disposte a sottoscriverla per dire no a ogni forma di discriminazione di genere e su base sessuale". I suoi 4 punti impegnano al rispetto di tutte le differenze di genere; alla tutela della dignità delle persone qualunque sia il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere; al favorire il dialogo in materia di discriminazione sessuale e di genere e a promuovere la Carta e applicarne i contenuti in tutti i luoghi pubblici e privati.
Al professor Arcangeli abbiamo chiesto quale sia l'importanza della Carta al di là del suo valore simbolico. "I simboli sono oggi molto più importanti di una miriade di leggi approvate e mai applicate - osserva il linguista - Le tante persone che hanno risposto al nostro appello firmandola, stanno già producendo i loro effetti a catena.
Diversi giornalisti, addetti ai lavori, personaggi pubblici l'hanno già sottoscritta. La compagnia aerea Easy Jet era insieme a noi nell'evento di Sorrento del 12 settembre, una sorta di anticipazione del Pride di due giorni dopo. La prossima tappa saranno le Marche: faremo un evento a Camerino, lasciata desolatamente sola dopo il terremoto, per cui sarà un'azione anche a sostegno della ricostruzione".
La presentazione della vostra iniziativa a San Severo aggiunge significato alla firma dei due sindaci?
"Sì, perché a San Severo, quest'estate, si è riproposto lo "schema" del caso avvenuto nel 2017 a Ricadi, che fece il giro del mondo. La proprietaria di un bed & breakfast si è rifiutata di accogliere una coppia di ragazzi omosessuali perché omosessuali".
Cosa è cambiato dalla discriminazione subita dalla coppia a Vibo Valentia, che lei aveva denunciato?
"Per me è cambiato tutto, perché il coraggio di Gennaro Casalino (uno dei due ragazzi discriminati a Ricadi) mi ha dato la forza di lanciare negli anni col mio movimento, "Omofobi del mio Stivale", importanti iniziative contro l'omofobia in ogni luogo d'Italia dove si fossero registrati casi particolarmente gravi di discriminazione sessuale. Questo ci ha consentito di sensibilizzare sul tema tantissime persone, ci ha permesso di aiutare molti giovani a uscire allo scoperto, a non avere paura di manifestare apertamente la loro sessualità. Continua invece a essere sorda in molti casi la politica. Siamo grati ai sindaci che ci hanno seguito, ma ci sono ancora troppi amministratori locali che esprimono il loro sostegno solo a parole o non si esprimono affatto".
Perché non vi seguono?
"I casi più emblematici (e imbarazzanti) sono proprio quelli che riguardano la Puglia e la Calabria. Michele Emiliano è fra quelli che dice ma non fa. Quando lo contattai in agosto, per chiedergli di partecipare alla manifestazione di San Severo del 13 settembre scorso, mi scrisse che sarebbe stato felice di esserci.
La sua segreteria inserì l'appuntamento in agenda, ma poi lui non è venuto né ha più risposto ai miei messaggi e sarebbe stato un gesto significativo se avesse firmato la Carta. Intanto il disegno di legge per contrastare l'omofobia (approvato dalla Giunta regionale nel novembre del 2017) non è ancora stato sottoposto all'approvazione dell'assemblea legislativa pugliese.
Mario Oliverio nel 2017, quando lo invitammo a Ricadi, non venne, e ancora oggi tace. La proposta di legge regionale contro la discriminazione sessuale, promossa e portata avanti da Alessia Bausone (anche lei parte attiva del nostro movimento), è stata approvata all'unanimità dalla Commissione cultura del Consiglio regionale nel gennaio scorso, superando anche il vaglio della Commissione finanze, ma la regione Calabria non la approva ancora".
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 21 settembre 2019
Luis Alfonso de Alba: il tempo dei negoziati è finito. "L'Europa e l'Italia sono protagonisti molto
positivi della lotta contro i cambiamenti climatici, ma abbiamo bisogno che tutti facciano di più. Per centrare gli obiettivi che ci siamo dati a Parigi, gli Stati devono raddoppiare o triplicare gli impegni presi. La fase del negoziato è finita: il vertice sul clima all'Onu avrà lo scopo di accelerare l'implementazione". A trasmettere questo senso di urgenza è l'ambasciatore messicano Luis Alfonso de Alba, inviato speciale del segretario generale Antonio Guterres per il 2019 Climate Action Summit, che incontriamo alla conferenza organizzata alla vigilia del vertice da United for Climate Justice.
Lei ha gestito il negoziato per il Summit, che comincia oggi con l'incontro dei giovani. Cosa sperate di ottenere?
"Il segretario generale Guterres ha posto obiettivi ambiziosi, perché l'emergenza lo impone. Ha chiesto di non costruire più centrali elettriche a carbone a partire dal 2020, e rilanciare gli impegni per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci aspettiamo bei discorsi, ma piani concreti. Il summit non è un punto di arrivo, ma l'inizio di un nuovo processo: il tempo dei negoziati è finito, ora bisogna agire. È necessario cambiare in maniera radicale il modo in cui consumiamo e produciamo. Per riuscire a centrare i parametri di Parigi gli Stati devono raddoppiare o triplicare i loro impegni. Governi, imprese e società civile devono dimostrare la leadership con i fatti".
Lei ha lavorato con l'amministrazione Trump, ma non c'è dubbio che l'uscita degli Usa dall'accordo di Parigi abbia complicato il lavoro. L'Europa deve fare di più per compensare?
"La Ue è un grande partner, lo ha dimostrato attraverso l'impegno di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, e centrare l'obiettivo della neutralità entro il 2050. Non tutti i Paesi, ma la maggioranza. Noi speriamo che oltre alle decisioni interne, la Ue svolga un forte ruolo di traino a livello internazionale. Siamo felici di vedere che molti Paesi europei hanno raddoppiato i contributi al Green Climate Fund. Si erano impegnati a Cancun di aiutare i Paesi in via di sviluppo, e stanno lavorando su questioni concrete come i semi più efficaci. È un pacchetto, e ci serve anche che la Ue unisca le sue forze con quelle delle grandi economie dei Paesi in via di sviluppo, perché abbiamo bisogno di Cina, India, Brasile, per avere successo".
Il governo italiano sta discutendo il Decreto Ambiente. Cosa si aspetta da Roma?
"L'Italia è uno dei campioni dell'Unione Europea su questi temi. È stata molto attiva e utile per la preparazione del summit, sta facendo progressi con le fonti rinnovabili, e ha un'intensa collaborazione con i Paesi insulari. Molte iniziative, non solo al livello del governo, ma anche del settore privato. La società civile italiana è convinta dell'urgenza di agire".
Però abbiamo aderito alla nuova Via della Seta cinese, che rischia di aumentare l'inquinamento.
"È un progetto molto ambizioso. La Cina sta sostenendo lo sviluppo delle fonti rinnovabili in molti Paesi, ma continua anche a costruire le centrali a carbone, e questo deve finire".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 21 settembre 2019
La guerra senza fine tra i ribelli houti e le forze governative appoggiate dall'Arabia Saudita uccide soprattutto i più piccoli, con malattie e fame. Nell'indifferenza del mondo. Era sera, la casa ha tremato. I nostri cugini e zii aspettavano che tornasse Ahmed dalla bottega del pane per cenare in cortile. Il cane era sulla porta, impediva a tutti di entrare. Al rientro Ahmed si è spazientito, ha afferrato un sasso da terra e gliel'ha lanciato, per allontanarlo ed è entrato. Pochi minuti dopo l'edificio è stato colpito da un missile".
Ibrahim al Abid ha 14 anni, indossa un caftano del colore della sabbia, cammina sui detriti di un palazzo nella città vecchia di Sana'a. Mentre racconta l'avvertimento del cane rivive i ricordi della notte di tre anni fa, del razzo che ha colpito l'edificio e ucciso dieci dei suoi parenti. Dalla sua camera, nella casa di fronte, non ha sentito niente, perché - dice - in guerra lo impari da bambino che quando senti il colpo è già tardi. Mima con le mani l'oscillazione del palazzo. Ha sentito tremare i muri e poi è precipitato fuori per aiutare a estrarre i morti e cercare di salvare i vivi. Alza gli occhi al cielo, descrive il rumore dei droni. La consuetudine alla paura.
"Ci siamo abituati ormai", lo sostengono gli altri, Mohammed e Kamal, i cugini, 12 e 11 anni. Nessuno di loro va a scuola, ma il sogno, per il futuro, è diventare piloti di caccia militari "per proteggere il paese". Il cane della profezia è sopravvissuto all'attacco e ancora oggi impedisce l'accesso tra le macerie di quelle che al piano terra erano un bagno e una cucina, come a proteggere la memoria delle vittime. Tra gli estratti vivi, quella notte, c'era la cugina di Ibrahim, che avrebbe potuto farcela se solo l'ambulanza arrivata sul posto quella notte avesse avuto l'ossigeno. Ma non l'aveva: "manca tutto", dicono i bambini.
È stata la prima volta che lo Yemen ci ha consegnato parole che avremmo ascoltato ogni giorno: manca tutto. Eppure l'entrata nel suq della città vecchia è già un contrasto, restituisce, tra i posti di blocco Houti e le insegne onnipresenti della propaganda che impongono, il fascino degli antichi commerci, degli incensi e delle spezie, dei colori e delle case di fango. È il primo segno delle contraddizioni della lunga, irrisolta, crisi yemenita. Mercati pieni di frutta, verdura, khat, la tradizionale droga coltivata nel paese, che provoca stati di eccitazione e euforia, masticata compulsivamente da tutti, adulti e ragazzi. Gli scaffali delle botteghe provvisti di farina, le farmacie rifornite come i negozi di carne. Però nelle case manca tutto, le corsie degli ospedali sono piene di bambini malnutriti e i bambini muoiono di fame. Sono gli effetti delle guerre quando assumono la forma più subdola, quando diventano cioè guerre economiche e i morti che si contano, nel burocratico vocabolario bellico, si chiamano vittime indirette.
L'entrata dell'ospedale Al-Sabaeen, a Sana'a, è affollata dalle prime ore del mattino. Madri, neonati, anziani procedono senza nervosismo verso gli sportelli e da lì ordinati verso i reparti. Ogni struttura medica ancora in piedi ha una sezione dedicata alla malnutrizione e una ai malati di colera. Il dottor Abdullah Aji disinfetta le mani, le scarpe, indossa la mascherina e entra nel tendone del triage. "Ieri sono arrivate settanta persone con sospetto colera. I sintomi uguali per tutti: diarrea, vomito, disidratazione. I bambini nascono in condizioni estreme da madri a loro volta malnutrite. Li spostiamo da un reparto all'altro. Curiamo il colera, poi la malnutrizione. Poi li mandiamo a casa, o nei campi profughi da cui arrivano e le pene cominciano da capo, non hanno cibo, non c'è acqua potabile. I fortunati tornano, gli altri muiono. E la maggioranza di quelli che muoiono restano fuori dalle statistiche perché muoiono in villaggi remoti".
Il dottor Aji bussa a ogni porta del reparto, in ogni stanza due, tre bambini. Per ogni bambino la stessa diagnosi: Asma ha un anno e mezzo, dovrebbe pesare 10 chili, ne pesa poco più di quattro, Mohammad ha dieci mesi dovrebbe pesare 8 chili, ne pesa due e mezzo. Sono i bambini malnutriti dello Yemen. Fatima, la madre di Mohammed, ha ventinove anni e altri sette figli. Il volto coperto dal velo nero. Non piange, non si scompone, nelle sue risposte monosillabiche, sussurrate, traspare più che il dolore dei vivi, la rassegnazione di chi è costretto a un presente di sopravvivenza.
Non grida, Fatima, di fronte alla pelle raggrinzita del figlio, alle sue costole, alle sue piaghe da decubito. Nello spessore millimetrico del velo, dai suoi occhi traspare solo rassegnazione. La voce affaticata dice: "Eravamo già poveri, ora siamo mendicanti. Siamo diventati un paese di mendicanti". Il marito lavorava in Arabia Saudita, come autista. Dopo l'inizio della guerra, più nulla. Ogni tanto porta a casa mille rial di elemosine (3,5 euro ndr) che a malapena bastano per un sacco di farina e zucchero. "Gli aiuti non arrivano come prima, sono tre mesi che non riceviamo niente". Anche lei con un filo di voce ripete: "Manca tutto".
E la situazione è destinata a peggiorare. Secondo dati diffusi dalle Nazioni Unite, nelle prossime settimane le razioni alimentari saranno ulteriormente diminute per 12 milioni di persone, 2 milioni e mezzo di bambini malnutriti saranno esclusi dai servizi primari, e alla fine di ottobre saranno chiusi i programmi per l'acqua potabile. Diciannove milioni di persone perderanno l'accesso alle assistenze mediche, l'approvvigionamento di medicinali è stato interrotto e migliaia di operatori sanitari non ricevono più sostegno finanziario. I piani per la costruzione di 30 nuovi centri di nutrizione sono stati accantonati e un impianto di trattamento che purifica l'acqua utilizzata per irrigare i campi agricoli ha chiuso a giugno.
Significa che le persone malate non potranno curarsi, che crescerà il numero delle persone in stato di bisogno. Che l'acqua non purificata genererà altre epidemia di colera. Significa che la comunità internazionale osserva lo stallo, con colpevole ignavia. In una conferenza programmatica per lo Yemen dello scorso febbraio, alle Nazioni Unite e agli attori umanitari che lavorano nel paese sono stati promessi 2,6 miliardi di dollari per soddisfare necessità urgenti di oltre 20 milioni di persone. Ad oggi, ne sono arrivati meno della metà.
"Combattiamo con il colera, con la difterite. La guerra ha fatto riemergere malattie scomparse da anni. La difterite è altamente contagiosa le famiglie non hanno soldi per la benzina necessaria ad arrivare nei centri medici", continua il dottor Abdullah Aji, "in condizioni normali basterebbe un vaccino a contenere le epidemie. Ma qui manca tutto". La strada che porta a nord, verso il confine con l'Arabia Saudita, verso Saada, fortino degli Houti, attraversa zone remote e dimenticate, le valli, i villaggi di montagne, le aree rurali con i campi profughi sparpagliati tra monti e deserti. Senza elettricità, spesso senz'acqua. Capanne costruite con foglie e fango.
Molti degli sfollati del campo di Khamir arrivano da Saada, dal 2015 bombardata massicciamente dalla coalizione. I ribelli arrivano da lì, dunque l'intera città è un target militare. Civili inclusi, incluso chi cercava la fuga. Come Alima Mussala Abdallah, 35 anni e otto figli. Stava tentando di scappare su un bus dalla periferia di Saada quando il veicolo è stato colpito da un razzo. Una scheggia ha colpito uno dei figli alla schiena, suo marito ha avuto un infarto sul colpo e da allora lei è sola a prendersi cura di tutti, in una grotta di pochi metri quadrati che fa da casa.
"A volte abbiamo qualcosa da mangiare e da bere, a volte niente. Capita che riceviamo aiuti alimentari ma sempre più raramente. Allora esco dal campo a mendicare, oppure raccolgo la plastica e la vendo per una manciata di rial, ma quello che a stento metto insieme al mattino la sera è già finito". Alima, come le altre madri, sembra anestetizzata dalla fatica di sopravvivere. Non inveisce, non si lamenta. Però racconta che a volte la sua fatica si trasforma in violenza contro i bambini. Perché ricorda la fuga, il colpo, il corpo di suo marito giacere a terra sull'asfalto. E non ha nessuno che la sostenga, nessuno con cui sfogarsi. Anche Ali Nassir, che vive in una tenda a poche decine di metri da lei con i suoi sette figli e sua moglie, stava scappando da Saada. Era un autista, poi con la guerra non ha più potuto permettersi il carburante. "O la benzina o il cibo", dice. E poi, se pure avesse potuto comprare il carburante, nessuno poteva più permettersi di pagare i trasporti.
Quindi tanto valeva lasciare tutto, scappare via. E almeno provare a restare vivi. Quando sono scappati da Saada sua moglie era incinta al nono mese ma lui non ha potuto aiutarla perché aveva sulle spalle il figlio, handicappato, allora tredicenne. Oggi il ragazzo ha le ginocchia segnate dai calli, Ali Nassir non può permettersi una sedia a rotelle e il giovane per muoversi nel campo striscia tra la polvere e la sabbia tra le tende e le baracche.
L'ultima figlia di Ali Nassir è nata nella tenda di Khamir, soffre di malnutrizione acuta e per badare a tutta la famiglia Ali chiede alla più grande Fatima, quattordicenne, di mendicare in strada. Fatima che, come tutti, non va a scuola e ha lo sguardo sempre basso di chi è afflitto dall'umiliazione quotidiana di dover chiedere la carità.
"Non è colpa nostra", dice Ali Nasser mentre mostra le taniche per l'acqua potabile, vuote, "la nostra fame è prodotta dagli uomini. Ci sarebbe cibo per tutti eppure lasciano morire di stenti i nostri figli come fossero oggetti di cui si può fare a meno".
Secondo lo Yemen Data Project che raccoglie i dati sugli attacchi aerei, la coalizione a guida saudita ha effettuato 20 mila attacchi aerei, un terzo dei quali su siti non militari: infrastrutture, ospedali, scuole. I danni materiali, uniti al blocco aereo, navale e marittimo imposto alle aree settentrionali, hanno paralizzato l'accesso di beni primari, mettendo in ginocchio il paese che era già il più precario dell'area, e impoverendolo al punto da essere considerato sull'orlo della carestia. Lo stallo in corso dal 2015 ha prodotto una crisi economica permanente, il crollo della valuta e un'inflazione insostenibile. Chi aveva un lavoro l'ha perso. Chi poteva sfamare la propria famiglia, oggi vive di elemosina. Per anni la strategia della coalizione contro gli Houti è stata: se li assediamo cederanno. Ma gli Houti non cedono e, per dimostrare che il nemico non abbia pietà dei civili, espongono le proprie vittime come una macabra prova delle ripercussioni dell'assedio.
Perciò è vero che i ventimila attacchi aerei hanno colpito infrastrutture e campi, minando l'agricoltura e danneggiando l'economia, come è vero che gli Houti rendono il lavoro delle agenzie umanitarie un percorso a ostacoli tra ricatti e mediazioni. Nel tutti contro tutti della guerra, gli Houti hanno usato le derrate alimentari come arma di ricatto constringendo per mesi il Wfp (World Food Program) a una parziale interruzione dei rifornimenti: il cibo sotto il loro controllo era distribuito a parenti e sostenitori, consegnato a fronte del pagamento di qualche migliaio di ryad sottobanco, o semplicemente trattenuto. Gli altri dimenticati e affamati. E nel tutti contro tutti la guerra militare è anche una guerra di propagande nemiche che alimentano l'arma più subdola: la fame, la più insidiosa delle battaglie, perché la fame uccide lentamente e dalla fame nessuno può scappare.
Secondo Save the children dall'inizio della guerra 85 mila bambini sono morti di stenti ma la guerra economica è una zona grigia nel diritto internazionale, e sebbene la carestia yemenita sia interamente prodotta dall'uomo, è difficile stabilire se la fame possa o meno ritenersi un crimine di guerra. È il fuoco degli studi di Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation, un'organizzazione di ricerca con sede negli Stati Uniti, che sostiene che "la carestia dello Yemen non è il risultato di un atto specifico, ma il prodotto di molte azioni e politiche diverse - molte di per sé non intrinsecamente criminali, come la chiusura della banca centrale o il bombardamento di ponti - che si sommano e cumulativamente diventano un vasto crimine. La carestia nello Yemen non è semplicemente "creata dall'uomo". Ci sono precisi responsabili che dovrebbero essere processati". Ipotesi confermata all'inizio di settembre dal gruppo di esperti istituito dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani in un report che denuncia i crimini di guerra compiuti dalle parti in conflitto.
Gli esperti dell'Onu ritengono che il governo yemenita e la coalizione a guida saudita che lo sostiene da una parte, e i ribelli Houti dall'altra, abbiano usato per anni raid aerei indiscriminati, torture, violenze sessuali, ponendo ostacoli agli aiuti umanitari e facendo ricorso alla fame come metodo di guerra. Crimini di cui potrebbero essere considerati complici anche Stati terzi, con "un'influenza specifica sulle parti in conflitto", attraverso intelligence, supporto logistico, vendita di armi. È il caso della Francia, dell'Iran, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Crimini commessi beneficiando di un'assenza generale dell'obbligo di rispondere per tali violazioni. Crimini commessi beneficiando di una collettiva indifferenza del dramma yemenita. La gente moriva, insomma, mentre il mondo stava a guardare.
Come Nada, che ha otto mesi, e pesa a malapena tre chili. Suo padre l'ha stesa su un letto di paglia. La guarda come se stesse aspettando che muoia. La guarda come qualcuno che non può fare nulla. Per quello, come tutti gli altri genitori incontrati in Yemen, che osservano i propri figli morire di fame, non piange, non grida, non chiede. Sa che non servirebbe. Nada è l'ultima di nove figli. Sua madre Mariam Hussein Ali Agrabi non sa quanti anni ha, più o meno trenta dice. Nella capanna del villaggio a quindici chilometri dal primo centro abitato, Aslam, una delle aree più povere del paese, hanno solo due taniche d'acqua e un sacco di farina. Mariam ha detto che per tre giorni non aveva niente per sfamare Nada. E che quando la piccola piange per la fame, lei si sente soffocare. "Ho un peso sul cuore, soffoco. Soffoco", ripete, mentre sussurra che l'acqua è sporca e la bambina vomita e non c'è un rial per pagare il trasporto in ospedale.
È la storia comune dei bambini dello Yemen. Le vittime create, le vittime esposte nella violenza, inaudita, scandalosa, dei loro scheletri. Armi della propaganda incrociata. Il mondo visto dallo Yemen, sembra non aver imparato nulla dalla lezione siriana, da quella irachena, da quella libica. La guerra yemenita non vede soluzioni, piuttosto vede la frammentazione delle alleanze, nuovi attori in campo, nuove rivendicazioni. Le potenze regionali a giocare a dadi seguendo ognuno la propria agenda e nel mezzo della tragedia umanitaria lo spazio di nuove radicalizzazioni. La nascita dell'ambiente più fertile per gruppi fondamentalisti.
In un paese che vive il dramma dei bambini soldato e in cui solo lo scorso anno, secondo Matwana, organizzazione per i diritti umani con base nello Yemen, sono stati reclutati e mandati a combattere 1.200 bambini sotto i 17 anni. Principalmente da Ansar Allah - il nome ufficiale degli Houti - "che li usa al fronte, custodire i posti di blocco e fornire supporto logistico ai militari", si legge nel rapporto. In una bottega della città vecchia di Sana'a un uomo siede su una stretta tavola di legno. Mastica stancamente khat. Di fronte alle sue gambe, incrociate l'una sull'altra, bottigliette di plastica di diversa misura. È olio di sesamo, ottenuto con un'antica, tradizionale spremitura. La bottega è un frantoio, e i semi di sesamo non sono spremuti a mano, ma dalla pressa di legno legata a un cammello che cammina in tondo - ogni giorno - intorno alla macina. Il cammello fa un passo dopo l'altro, con un'andatura costante, lentissima, e dalla pressa cola l'olio che, si dice, lenisca dolori muscolari. Il frantoio è uno spazio angusto, una stanza buia di quattro metri per quattro. Ma il cammello non può saperlo. Il suo sguardo è coperto da paraocchi di cuoio. Così gira intorno alla roccia trascinando la pressa per ore, ogni giorno. Senza salti, senza inciampi. Ogni passo una goccia d'olio, finché il suo corpo sostiene la fatica.
Mohammed, una delle guide che il ministero dell'Informazione ha imposto alla nostra visita nel Paese, osserva i passi dell'animale e il suo infaticabile incedere in tondo. "Il cammello ha buona memoria e serba rancore. Non dimentica e si vendica dei torti che ha subito. Se il suo sguardo fosse improvvisamente libero e capisse di aver vissuto così per anni, impazzirebbe. E pareggerebbe i conti. Perciò è destinato ad avere i paraocchi per sempre".
All'esterno del frantoio un gruppo di ragazzini osserva le foto dei caduti in guerra, le istantanee della morte al fronte, diventate per i bambini di Sana'a l'equivalente delle figurine dei personaggi famosi per i loro coetanei più fortunati ad altri angoli del pianeta. "Quello è mio zio", grida uno di loro indicando l'immagine in alto a sinistra. "Quello lì ha respinto un attacco a Saada", dice un ragazzino più grande col dito che punta l'effigie che spicca sulle altre. "È il figlio del governatore", spiega il funzionario del ministero. La dimensione dei ritratti non corrisponde tanto al coraggio della gesta, quanto piuttosto all'opulenza della famiglia di origine. L'esposizione dei martiri come simboli di prestigio sociale.
"Quello aveva la mia età, quattordici anni", dice il terzo. Poi insieme si voltano distratti, corrono lungo la strada che porta all'hotel Burj al Salam, un tempo meta di visitatori da ogni parte del mondo, oggi deserto. Ridono, saltano intorno a un pallone sfasciato. E di colpo gridano "Allahu akbar, al-mawt li-amrika, al-mawt li-israil, al-la nah 'ala 'l-yahud, an-nasr lil-islam", il motto degli Houti, che significa: "Dio è Sommo, morte all'America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria per l'Islam". E sembrano loro i cammelli destinati a non vedere, gli animali in cattività, che girano in tondo, costretti in una spazio privo di luce a sostenere una causa di cui non conoscono i contorni, se non il nome comune di un nemico da debellare. Al posto dei paraocchi di cuoio l'oblio della propaganda Houti, al posto dell'olio di sesamo, i semi di odio del futuro dello Yemen.
Ristretti Orizzonti, 20 settembre 2019
A pensare a quello che sta succedendo a Parma, tornano in mente le parole che Papa Francesco ha detto di recente, parlando di carcere: "È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero".
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 settembre 2019
Il dualismo è antico. Di un'altra era politica, si direbbe. Se non fosse che si tratta di un paio d'anni fa. Matteo Renzi e Andrea Orlando sono lo yin e lo yang della giustizia di centrosinistra. Opposti rovesciati, in perenne biunivoca contraddizione. Più fresco di ispirazione garantista il primo, ma meno scrupoloso nelle schermaglie coi magistrati il secondo.
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