Corriere della Sera, 30 luglio 2019
Regolamento di conti fra bande: i membri di una hanno fatto irruzione nella zona riservati a quelli dell'altra, attaccandoli e appiccando il fuoco. È salito ad almeno 57 morti il bilancio dello scontro di lunedì tra due fazioni criminali all'interno della prigione di Altamira, nello stato del Para nel nord del Brasile, tra cui 16 vittime decapitate. Un massacro che colpisce soprattutto il sistema penitenziario di questa regione strategica dove diverse fazioni criminali sono in guerra per accaparrarsi il traffico di cocaina.
Lo scontro è scoppiato alle 7 del mattino ora locale ed è terminata qualche ora più tardi. "Due guardiani sono stati presi in ostaggio ma sono stati liberati quasi subito perché l'obiettivo era mostrare che si trattata di un regolamento di conti tra bande rivali e non di una rivolta per protestare contro le condizioni di detenzione", ha spiegato il governatore del Para, Jarbas Vasconcelos. Alcuni detenuti di una sezione della prigione riservata ai membri di una banda hanno fatto irruzione in una zona dove si trovavano dei prigionieri appartenenti a una gang rivale e poi hanno appiccato il fuoco. "È probabile che molti detenuti siano morti asfissiati", ha sottolineato la portavoce del carcere, precisando che il numero delle vittime potrebbe essere più alto di quanto ipotizzato.
Un video circolato online mostra le teste di sei detenuti ammassate con un muro: un detenuto ne fa rotolare una spingendola con il piede come se si trattasse di un pallone di calcio. In un altro video si vedono dei corpi sopra un tetto dal quale fuoriesce del fumo nero, mentre dei prigionieri armati di machete si aggirano nei dintorni. Le autorità penitenziarie hanno riferito che 46 detenuti saranno trasferiti in altre carceri, 10 dei quali andranno in strutture federali più rigorose. Non è il primo episodio di questo tipo: nella prigione di Altamira, a settembre, sette prigionieri erano morti durante altri scontri, stavolta però attribuiti a un tentativo di evasione finito male.
La città di Altamira, situata a circa 800 km dalla capitale dello stato del Para Belem, conta oltre 110mila abitanti e ha visto la sua popolazione aumentare sensibilmente negli ultimi dieci anni. Da quando, cioè, è stato lanciato il progetto per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, che dovrebbe essere pronta entro la fine dell'anno. Uno dei principali problemi della zona riguarda però la deforestazione di territorio che dovrebbero essere riservati alle tribù indigene e che invece sono nel mirino dei grandi proprietari terrieri.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 luglio 2019
Una donna lesbica, ingiustamente deportata in Uganda, ha vinto la causa in appello e rientrerà oggi in Gran Bretagna. La sentenza dell'Alta Corte, la prima di questo tipo, apre la strada migliaia di pronunciamenti simili. Una buona notizia che, però, non cancella i terribili traumi subiti in questi anni nel suo Paese natale dalla giovane, che chiameremo Pn.
Arrivata in Gran Bretagna nel 2011 la giovane, che oggi ha 26 anni, è stata rimpatriata nel 2013 grazie al meccanismo di espulsione veloce introdotto nel 2005 e poi cancellato, per decidione dei giudici, nel 2015. "Una notte mentre dormivo hanno bussato alla porta, sono entrati, mi hanno rubato tutto e mi hanno stuprato. Non ho potuto denunciare il crimine alla polizia per paura che scoprissero la mia omosessualità. Ho semplicemente cambiato casa" ha raccontato Pn all'Independent.
Pn era scappata nel Regno Unito quando aveva 17 anni dopo l'assassinio della nonna con cui era cresciuta. "Quando vivevo in Uganda con mia nonna la gente sapeva della mia sessualità, così minacciavano me e la ragazza con cui stavo. Poi hanno ucciso mia nonna per colpa mia. Mi stavano cercando e io sono scappata, così loro l'hanno massacrata".
A quel punto la giovane riesce a fuggire in Gran Bretagna con un visto turistico e comincia a lavorare come parrucchiera. "Ero felice perché nessuno poteva più farmi del male, avevo degli amici e un dono nell'acconciare i capelli. Forse la mia vita stava andando finalmente per il verso giusto".
Tre anni dopo però il visto di Pn scade e lei si ritrova agli arresti. "Ho spiegato agli ufficiali dell'immigrazione quello che avevo passato e che non potevo tornare indietro, loro hanno detto che stavo mentendo. Ma chi può mentire su una cosa del genere?" Dal suo ritorno in Uganda Pn è stata aiutata da un Ong britannica, il movimento per la Giustizia. Oggi ha un bambino nato in seguito allo stupro.
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Aveva accusato le autorità di corruzione. Un tribunale cinese ha condannato a 12 anni di carcere Huang Qi, il primo "cyber-dissidente" del Paese a subire la ritorsione della giustizia a causa delle sue idee politiche. Huang Qi era finito nel mirino delle autorità per via del sito web che ha fondato e che ha fatto luce negli anni su diversi episodi di corruzione e violazione dei diritti umani da parte di esponenti della nomeklatura di Pechino. Huang, già finito in passato in prigione ma per aver partecipato a delle manifestazioni di piazza, è stato ritenuto colpevole di aver "fatto trapelare segreti di Stato e averli consegnati a entità straniere".
Oltre ai 12 anni di carcere, all'attivista 54enne sono stati revocati per 4 anni i diritti politici e dovrà pagare una multa di 20 mila yuan (circa 2.600 euro). Il suo sito web 64 Tianwang, chiamato così in onore delle proteste di piazza Tienanmen del 4 giugno 1989, dava risalto a notizie di corruzione, violazioni dei diritti umani e aiutava anche a ritrovare persone scomparse; tutte informazioni che non si trovano sui media cinesi tanto è vero che nella Repubblica popolare l'accesso risulta bloccato.
Nel 2016 aveva ricevuto il premio di Reporters Without Borders, e poche settimane dopo Huang era stato fermato a Chengdu; già nel 2009 era stato condannato a tre anni di carcere per aver manifestato a sostegno dei genitori dei bambini morti nel devastante terremoto del Sichuan che aveva suscitato molte critiche e polemiche nei confronti delle autorità e della loro disastrosa gestione dell'emergenza.
La Stampa, 30 luglio 2019
Tra loro alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese con le manifestazioni per chiedere equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Il re del Marocco, Mohammed VI, in occasione del ventesimo anniversario del suo regno, ha graziato migliaia di detenuti. Tra di loro, anche alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese maghrebino con manifestazioni in cui chiedevano equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Un comunicato ufficiale ha annunciato la grazia per 4.764 persone. Tra i risultati più significativi del regno di Mohammed VI c'è la nuova Costituzione firmata nel 2011. Le precedenti risalivano al 1962, 1970, 1972, 1992 e 1996. La nuova costituzione è stata considerata rivoluzionaria perché recepiva proposte arrivate dal mondo sindacale e giovanile, anche sull'onda delle Primavere arabe.
Un altro risultato riguarda la Moudawana (Codice di stato personale marocchino), che è il diritto della famiglia marocchina codificata nel 1958 sotto il regno del defunto re Mohammed V. Questo codice è stato modificato per la prima volta nel 1993 dal defunto re Hassan II, poi rivisto nel febbraio 2004 dal parlamento marocchino e promulgato infine il 10 ottobre 2004.
farodiroma.it, 29 luglio 2019
Il Garante dei detenuti scrive all'Arma dei Carabinieri e alla Procura di Roma. Il pg Salvi precisa: interrogati senza torture. A seguito della pubblicazione sulla stampa di una fotografia ritraente il sospettato per l'omicidio del Vice-Brigadiere Cerciello Rega, mentre si trovava ammanettato e con gli occhi bendati all'interno di una struttura dei Carabinieri, il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, ha inviato una lettera al Comandante provinciale dei Carabinieri di Roma, Francesco Gargaro e, per conoscenza, al Comandante generale dell'Arma, Giovanni Nistri, esprimendo profondo disappunto per un episodio grave di lesione della dignità di una persona privata della libertà, che peraltro testimonia una pratica configurabile come trattamento inumano e degradante.
la-riviera.it, 29 luglio 2019
È stata revocata la circolare che spegneva la tv dei detenuti dopo la mezzanotte, un provvedimento all'origine di una accesa protesta in carcere a Sanremo. "Ricordiamo benissimo la notte tra il 4 e il 5 giugno 2019, quando il Capo dell'amministrazione penitenziaria con apposita Circolare ordinò lo spegnimento delle Tv e di tutti gli apparati elettronici durante le ore notturne - spiega Fabio Pagani, segretario regionale Uil Pa Penitenziari. La protesta dei 270 detenuti di Valle Armea, presenti, durò circa tre ore: con schiamazzi, urla, lancio di bombolette e battitura delle stoviglie", aggiunge Fabio Pagani.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
I paladini del giustizialismo hanno stravolto il linguaggio giuridico e fatto a pezzi il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Egregi forcaioli, poco gentili paladini del giustizialismo, feticisti delle manette facili, ma voi conoscete il numero di vittime delle vostre ossessioni come Calogero Mannino, riconosciuto innocente dopo ventisette anni di gogna e ingiustizia?
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
Il ministro: è fondamentale per l'economia e la vita dei cittadini. Salvini sostiene che sia timida? Se si inserisce il tema delle intercettazioni, o la separazione delle carriere, si allungano i tempi: e il Paese non se lo può permettere.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2019
Il mercato globale, ampliando la piazza degli incontri domanda-offerta, permette di acquistare online servizi e prodotti a costi ridotti ma, inevitabilmente, porta con sé rischi per chi si affida alla rete senza prestare la massima attenzione. L'e-commerce diventa così, per gli utenti meno prudenti, terreno fertile per insidie e trabocchetti. Si moltiplicano, infatti, i processi a carico di quei venditori che, schermandosi dietro a un pc, intascano soldi senza offrire niente in cambio o consegnando merce di qualità inferiore a quella acquistata. E se in alcuni casi si tratta di semplice frode contrattuale, quindi di un inadempimento civile, nella gran parte delle ipotesi si è vittime di vere e proprie truffe punite dall'articolo 640 del Codice penale.
Ma quando scatta il reato? A chiarirlo sono i giudici, sempre più orientati verso una stretta punitiva del fenomeno e verso una maggiore tutela del consumatore inesperto. Le pronunce emesse in materia non lasciano spazio a dubbi: è truffa, e non insolvenza fraudolenta, quella commessa da chi, intenzionato fin dall'inizio a non tener fede ai suoi impegni (Corte d'appello di Cagliari, 87/2019) usi raggiri o artifici per trattenere la merce o rendersi irreperibile (Cassazione, 18821/2017) e sfuggire al rimborso del denaro.
Basti pensare alle vendite di auto da parte di privati registrati con nome fittizio o da parte di concessionarie fantasma che, incassato un prezzo "civetta", temporeggiano - rassicurando sulla disponibilità del mezzo e inviando all'acquirente carteggi che attestano l'apparente avvenuto passaggio di proprietà - per poi svanire nel nulla (Tribunale di Genova, 1652/2018). Le sanzioni, però, non sono trascurabili e la condanna sarà più pesante, perché aggravata dalla minorata difesa, se si prova (Cassazione, 40045/2018) che il venditore ha sfruttato la distanza tra il cliente e il bene per sabotare il controllo preventivo di qualità (Tribunale di Pescara, 1574/2018). L'inasprimento di pena, tuttavia, non è automatico ma si ha solo se si dimostra il consapevole abuso della posizione di vantaggio (Cassazione, 17937/2017). Esclusa a priori, invece, la non punibilità per particolare tenuità del fatto (Cassazione, 9318/2019).
Le pronunce dei giudici aiutano anche a individuare il momento in cui si consuma la truffa online: se si paga con un accredito su una carta ricaricabile intestata al venditore, il reato si configura con la ricarica perché è allora che il patrimonio del cliente diminuisce e che il venditore trae profitto (Tribunale di Napoli, 115/2019). Se, viceversa, si salda con un bonifico, conta il giorno in cui la somma è riscossa e non quello in cui è effettuato l'odinativo dell'operazione (Cassazione, 9291/2019). La modalità di corresponsione del prezzo influisce, inoltre, sulla competenza territoriale. Se si sceglie l'accredito revocabile (pur temporaneamente), il processo si terrà nel luogo del prelievo. Invece, in caso di accredito immediato con mandato irrevocabile la causa si svolgerà nella città in cui risulta effettuato il versamento (Cassazione, 55147/2018).
È poi in crescita esponenziale il sistema escogitato dagli strateghi del commercio web grazie al quale i navigatori, su promessa di percentuali sulle vendite, diventano testimonial spontanei di alcuni prodotti promuovendoli tramite social o interagendo su piattaforme dedicate. Si chiama cash-back, si ispira al sistema di distribuzione piramidale del multilevel marketing e non sempre è illegale. È però suscettibile di scivolare nella truffa se, ad esempio, il moderno imbonitore vi ricorre per rifilare beni inutili o pericolosi.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 29 luglio 2019
L'estrema gravità della vicenda di droga e denaro che ha visto l'uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega si è ora aggiunto un fatto allarmante: uno dei due arrestati, nell'ufficio dei carabinieri era tenuto seduto ammanettato dietro la schiena, bendato.
Così costretto è stato fotografato. La fotografia è stata fatta giungere ai giornali. Il fatto mette in discussione metodi di condotta adottati da parte di carabinieri. Pesa ancora la vicenda dell'uccisione di Cucchi e della lunga copertura gerarchica delle relative responsabilità, che ha sfregiato l'immagine dell'Arma, cui contribuiscono ogni giorno la dedizione, la professionalità, il coraggio delle migliaia di carabinieri in servizio.
Una serie di domande deve avere risposta. Inammissibile sarebbe pretendere che la vicenda si chiuda con il trasferimento del carabiniere che avrebbe preso l'iniziativa di bendare l'arrestato. Il contesto in cui quel trattamento è stato imposto a un arrestato - un ufficio dei carabinieri - e la rigida struttura gerarchica dell'Arma indica che ben altro occorre accertare e valutare. Da dove veniva la benda messa sugli occhi di quell'arrestato in attesa di interrogatorio?
Escluso che esista un protocollo di condotta che ne preveda l'uso negli uffici dei carabinieri, vi era però in quell'ufficio una simile prassi? È difficile pensare che in una vicenda tanto grave, in cui si indagava sulla uccisione di un collega, quella bendatura sia frutto della iniziativa occasionale di un singolo carabiniere. Nessun ufficiale aveva preso la direzione? Come e quando era stata informata la Procura della Repubblica? Come è stato trattato l'altro arrestato?
Le domande che si pongono e chiedono risposta credibile sono numerose. Partiamo dal fatto certo: la fotografia e la sua pubblicazione. Sembra si tratti di fotografia non ufficiale, ma "rubata". Segno dell'esistenza tra i carabinieri operanti di dissenso sul metodo usato nei confronti dell'arrestato? Qualcuno ha voluto tar conoscere all'esterno ciò che all'interno si svolgeva. Il richiamo ai colleghi, il ricorso ai superiori sono stati ritenuti inutili?
Le regole italiane ed europee indicano che le restrizioni imposte agli arrestati sono giustificate se ridotte allo stretto indispensabile. L'uso delle manette è ammesso quando vi è pericolo di fuga o di violenza da parte dell'arrestato. Escluso il pericolo di fuga, bisognerebbe pensare che il ragazzo fosse ritenuto pericoloso. Strano in quella situazione concreta. Nessuna giustificazione però emerge per l'uso della benda sugli occhi, per impedirgli di vedere.
Di vedere dove si trovava e vedere chi lo attorniava e gli parlava. Il primo effetto della bendatura è lo spaesamento, l'incertezza, la paura. È incompatibile con le regole di rispetto della libertà psicologica della persona. L'impossibilità di identificare coloro che si occupano di chi è stato privato della vista è l'ulteriore effetto.
È da sperare che quell'arrestato non dica, nel corso dell'indagine, di essere stato minacciato e di non poter indicare i responsabili proprio a causa della bendatura. Non sappiamo ora cosa l'arrestato abbia detto al pubblico ministero nell'interrogatorio in cui avrebbe ammesso sue responsabilità. Il magistrato del pubblico ministero si è reso conto della condizione da cui l'interrogato proveniva e verso cui probabilmente stava per tornare?
Sappiamo che davanti al giudice ha scelto di non rispondere. Gli interrogativi troveranno forse risposta in seguito. Essi però indicano come il trattamento imposto all'arrestato sia capace di inquinare il seguito dell'indagine giudiziaria e il giudizio che la concluderà. L'esperienza indica che ogni deroga alle regole di comportamento si dimostra una scorciatoia che conduce a esiti opposti a quelli voluti.
Tutti noi cittadini dobbiamo pretendere la scrupolosa correttezza in ogni occasione negli uffici pubblici, tanto più quando si tratti degli uffici in cui lo Stato esercita il suo monopolio della forza legittima. In qualunque circostanza entrare dai carabinieri o dalla polizia di Stato deve garantire sicurezza e rispetto della legge. Quella fotografia ci mette di fronte alla prova che quella sicurezza non è garantita. A quel possibile assassino soltanto? No, a ciascuno di noi.
- Migranti. Il sovranismo che fa da schermo al cialtronismo
- Caso Cerciello Rega. Benda e scatto, l'autogol che può valere l'estradizione per i due accusati
- Caso Cerciello Rega. Flick: "Un abuso inaccettabile, si mettono a rischio le indagini"
- Roma: il carcere e il riscatto del lavoro
- Caso Cerciello Rega. Luca Petrucci: "Le manette in caserma violano il diritto europeo"










