di Brunella Giovara
La Repubblica, 11 giugno 2019
"Sono terrorizzato, mi hanno picchiato senza un motivo, non pensavo potessero farmi questo". Malmenato dai leghisti, e anche preso in giro dal ministro leghista, che in quel momento stava facendo un comizio nei giardini pubblici di piazza Roma, a Cremona.
È successo la sera dello scorso 3 giugno, Matteo Salvini era in città per sostenere il candidato del centrodestra al ballottaggio, che peraltro ha perso. Un giovane di 25 anni ha alzato una sciarpa su cui aveva scritto "Ama il prossimo tuo", frase evangelica che ha però irritato parecchio i fan leghisti, che hanno cominciato a strattonarlo cercando di strappargli la sciarpa e coprendolo di insulti.
Poi calci e ceffoni, lui si è rannicchiato su se stesso per difendersi, e a quel punto sono intervenuti tre agenti della polizia municipale - fuori servizio e in borghese - che hanno gridato "Alt, fermi tutti!", e hanno interrotto l'aggressione. Quindi l'hanno accompagnato al presidio della polizia locale e l'hanno identificato. Non hanno però rintracciato gli aggressori, che nella confusione del momento si sono mescolati tra la gente.
Il ministro non ha interrotto il comizio, anzi ha commentato in diretta: "Lasciatelo da solo, poverino, fate un applauso a un comunista che c'è, se non c'è un comunista ai giardinetti noi non ci divertiamo. E mi fanno simpatia quelli che nel 2019 vanno in giro con la bandiera rossa con la falce e il martello", che secondo lui dovrebbero finire "al museo della Scienza e della tecnica di Milano, come i dinosauri", frase che gli è particolarmente cara, visto che l'ha ripetuta più volte in campagna elettorale, ogni volta che qualcuno lo contestava.
Ieri Pippo Civati di Possibile ha denunciato il fatto e rilanciato un piccolo video in cui si vedono alcuni momenti dell'aggressione, e si sente in sottofondo la voce del ministro: "Salvini infanga le istituzioni e la Costituzione. Si dimetta".
La Tavola della Pace Cremona (che comprende Acli, Anpi, Arci Libera, Pax Christi e moltissime altre associazioni) ha condannato l'aggressione: "Il tempestivo intervento delle forze dell'ordine ha evitato il peggio e fermato il pestaggio. Solo a incidente avvenuto, il leader della Lega Salvini ha sminuito e distorto il senso invitando i suoi sostenitori a lasciar perdere il comunista di turno che gli farebbe tanta compassione.
Con i fari del palco puntati sugli occhi, Salvini ha preferito scambiare la scritta evangelica "Ama il prossimo tuo" con la protesta di un comunista immaginario, più funzionale alla sua linea di propaganda".
Gianluca Galimberti, sindaco del centrosinistra, riconfermato: "Bisogna smettere di usare parole che dividono, perché le parole d'odio generano violenza e insicurezza. Il clima è sbagliato, non si può continuare a soffiare sul fuoco, individuando nemici, e alla fine il nemico diventa un ragazzo che al massimo manifestava un pensiero divergente, e comunque pacifico".
L'aggredito era stato subito visitato dal personale di un'ambulanza del 118 presente nei giardini di piazza Roma, e gli erano state riscontrate alcune contusioni. La questura di Cremona ha aperto un'indagine sui fatti, lui ha 90 giorni di tempo per denunciare le lesioni subite. Per quel che se ne sa, non è un appartenente ai centri sociali, che peraltro quella sera erano tenuti molto alla larga dalla piazza Roma, e ogni volta che si presentavano agli ingressi sorvegliati dalle forze dell'ordine venivano prontamente respinti.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 giugno 2019
Verrebbe da dire: quali tempi sono questi quando citare il Vangelo - e il concetto fondativo del messaggio cristiano: ama il prossimo tuo come te stesso - può determinare la reazione furiosa di ultras del ministro dell'Interno.
E, tuttavia, si devono mantenere i nervi saldi, dal momento che in Italia la libertà di culto non è in pericolo (per la confessione di maggioranza, mentre per quelle minoritarie alcuni rischi si manifestano); e la libertà di pensiero e di espressione è mediamente garantita. Detto questo, si deve pur notare che sono sempre più numerose le insidie portate alla piena agibilità politica e alla regolarità della discussione pubblica.
Ma, prima ancora, va considerata la catastrofe culturale in corso, della quale già oggi si colgono i primi segnali. Fino a che limite si è gonfiato il sentimento di rivalsa sociale, oscillante tra il registro della stizza quotidiana e quello dell'odio politico, se si arriva a interpretare il messaggio più "innocente" come un'aggressione alla propria identità di partito?
Una prima risposta è che quelle parole sono, in realtà, tutt'altro che innocue, proprio perché ribaltano un senso comune che si alimenta di forme di relazione basate sulla nemicità: ovvero una pulsione ostile indirizzata verso il vicino di casa, così come verso l'avversario politico. Della frase evangelica la parola più sovversiva e scandalosa è forse quel "prossimo". Ciò perché, in questa fase della storia nazionale, una spietata battaglia culturale e politica viene combattuta esattamente sulle categorie di vicino e lontano. In estrema sintesi, il sovranismo riassume l'identità del qui ed ora, del locale, del simile.
È l'autogoverno del proprio territorio e della propria gente, tutto ripiegato e concentrato sul presente: non a caso questa ideologia diffida dell'ambientalismo, in quanto proiettato sul futuro (del pianeta e delle generazioni). Il nemico è il lontano: una volta era "Roma ladrona", oggi lo sono l'Europa, gli organismi sovranazionali e le convenzioni e le organizzazioni internazionali. Nemiche sono tutte le teorie, le dottrine, le religioni che intendono avvicinare l'altro e il distante, fino a farli diventare "prossimo tuo" da amare come te stesso. Sotto questo profilo, per quanto sembri incredibile, i commissari europei possono essere detestati e disprezzati quanto i richiedenti asilo provenienti dall'Afghanistan e i migranti in fuga dalla Libia.
Ecco perché quel richiamo al Vangelo può essere interpretato da alcuni (molti?) come un'accusa politica, e per certi versi lo è sul serio: tant'è vero che, dal palco del comizio, Matteo Salvini ha dileggiato come comunista il giovane cattolico. Non dico che questo sia stato il ragionamento lucido di quanti a Cremona e in molte altre città hanno aggredito i contestatori di Salvini e gli espositori di striscioni, ma in tutti probabilmente è scattata l'associazione mentale tra dissenziente (pacifico e isolato) e nemico.
È così che si può perdere, giorno dopo giorno, "un lembo di libertà" (come ha scritto questo giornale presentando venerdì scorso la Festa di "Repubblica"). Per difenderli e riconquistarli, quei centimetri di libertà, si può ricorrere al titolo di un libro, pubblicato qualche anno fa da Marino Sinibaldi: "Un millimetro più in là".
È un'indicazione di metodo e di lavoro: procedere con passi pazienti, sul tempo lungo, in particolare nei luoghi della formazione e della cultura di massa, per una resistenza (con la "r" rigorosamente minuscola, mi raccomando) adeguata a questa fase certamente fosca, ma non disperata.
L'episodio di Cremona, infatti, può essere letto in modo rovesciato: un giovane ritiene necessario manifestare in qualche modo il suo dissenso. Come già fece quella signora che, in un vagone della circumvesuviana, apostrofò un teppista che vessava uno straniero: "tu non sei razzista, sei stronzo"; e come l'adolescente di Casal Bruciato, Simone, che tenne testa al militante di Casa Pound.
E come migliaia di altre persone che fanno altrettanto, senza che le loro azioni diventino pubbliche. Insomma, l'Italia non è un Paese razzista e la sua democrazia è solida: c'è, ed è potente, un'offensiva degli intolleranti e degli illiberali. Ma c'è anche un'Italia smarrita e inquieta e, tuttavia, vitale, attiva e accogliente. Credo che sia, nonostante tutto, maggioranza. Il problema, il grande problema, è come tradurre tutto ciò in politica.
di Iacopo Scaramuzzi
La Stampa, 11 giugno 2019
Critica di Francesco durante l'udienza alla Roaco: "L'ira di Dio si scatenerà con chi parla di pace e vende armi". L'annuncio: "Voglio andare in Iraq l'anno prossimo". Papa Francesco intende andare in Iraq "il prossimo anno": lo ha detto egli stesso, ricevendo i partecipanti alla Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco), ai quali ha ricordato: "Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini".
Una "ipocrisia" sulla quale si è soffermato anche quando, parlando della guerra in Siria, ha scandito: "Tante volte penso all'ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato".
"Un pensiero insistente mi accompagna pensando all'Iraq, dove ho la volontà di andare il prossimo anno - ha detto il Papa - perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali".
L'idea di un viaggio del Pontefice in Iraq non è nuova, ma è sempre stata rinviata perché sia dal punto di vista politico che della sicurezza non era possibile, come ha detto ancora la Santa Sede a gennaio scorso. Francesco stesso, a febbraio del 2018, aveva detto: "Ci stiamo pensando ma le condizioni attualmente non lo permettono".
Con i partecipanti alla 92esima assemblea plenaria della Roaco, il Papa ha fatto un giro di orizzonte delle questioni che riguardano il Medio Oriente. "In questi giorni, gli interventi dei Rappresentanti Pontifici di alcuni Paesi, come anche dei relatori che sono stati scelti, vi aiuteranno a mettervi in ascolto del grido di molti che in questi anni sono stati derubati della speranza", ha detto il Pontefice argentino: "Penso con tristezza, ancora una volta, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto.
Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci. Se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall'odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida. Ma anche - ha aggiunto - tante volte penso all'ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato".
"Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini", ha detto ancora il Papa. "Questa è l'ipocrisia della quale ho parlato. Siamo qui consapevoli che il grido di Abele sale fino a Dio, come ricordavamo proprio a Bari un anno fa, pregando insieme per i nostri fedeli in Medio Oriente".
Nella meditazione introduttiva alla giornata di preghiera e dialogo con i Patriarchi del Medio Oriente, lo scorso 7 luglio a Bari, il Papa aveva detto: "Sia pace: è il grido dei tanti Abele di oggi che sale al trono di Dio.
Per loro non possiamo più permetterci, in Medio Oriente come ovunque nel mondo, di dire: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9). L'indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l'omicidio dell'indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze. Per i piccoli, i semplici, i feriti, per loro dalla cui parte sta Dio, noi imploriamo: sia pace!".
Alla Roaco il Papa ha ricordato, stamane, anche l'Ucarina, "perché possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l'iniziativa caritativa alla quale molte realtà ecclesiali hanno contribuito". In Terra Santa, ha detto ancora Francesco, "auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunità cristiane dello Status quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perché giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore".
Il Papa non ha mancato di ricordare le "voci di speranza e consolazione" che vi sono in Medio Oriente, in particolare dei giovani: "Quest'anno, i giovani dell'Etiopia e dell'Eritrea - dopo la tanto sospirata pace tra i due Paesi - abbandonando le armi sentono vere le parole del Salmo: "Hai mutato il mio lamento in danza". Sono certo - ha detto - che i giovani sentono forte il richiamo a quella fraternità sincera e rispettosa di ciascuno, che abbiamo richiamato con il Documento sottoscritto ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Ahzar.
Aiutatemi a farlo conoscere e a diffondere quella alleanza buona per il futuro dell'umanità in esso contenuto. E impegniamoci tutti a preservare quelle realtà che ne vivono il messaggio già da anni, con un particolare pensiero alle istituzioni formative, scuole e università, tanto preziose specie in Libano e in tutto il Medio Oriente, laboratori autentici di convivenza e palestre di umanità a cui tutti possano facilmente accedere".
La Repubblica, 11 giugno 2019
Le testate Kommersant, Vedomosti e Rbk denunciano il trattamento intimidatorio nei confronti del giornalista di Meduza arrestato con l'accusa di spaccio pubblicando la stessa prima pagina: "Io/noi siamo Ivan Golunov". I tre principali quotidiani economici russi (Kommersant, Vedomosti e Rbk) si sono opposti all'arresto del giornalista 36enne di Meduza, Ivan Golunov, accusato di tentato traffico di stupefacenti. Le tre importanti testate nazionali hanno pubblicato oggi la stessa prima pagina, con la scritta a caratteri cubitali "Io/noi siamo Ivan Golunov".
A loro parere l'arresto è un atto di intimidazione contro le libertà russe e un'indebita interferenza nelle attività giornalistiche. I quotidiani hanno chiesto un'indagine sugli agenti che hanno proceduto all'arresto. Il più rinomato tossicologo russo, Evgenij Brjun, ha affermato domenica alla televisione di Stato che l'analisi di un campione di urina di Golunov non ha evidenziato tracce di droghe.
Ivan Golunov è agli arresti domiciliari e rischia dai 10 ai 20 anni di carcere. Il reporter ha condotto delle inchieste sulla corruzione a Mosca. Le proteste per il suo fermo stanno coinvolgendo oltre ai media anche l'opinione pubblica e alcune personalità dello spettacolo come la scrittrice Ljudmila Ulitskaja, il rapper Oxxxymiron e il regista Andreij Zuyagintsev. Critiche alla gestione del caso sono arrivate anche dal canale televisivo Ntv, solitamente allineato con il Cremlino. Migliaia di persone sono attese il 12 giugno a Mosca, giorno della Festa della Russia, per protestare contro l'arresto del giornalista: la marcia di protesta, che passerà di fronte alla sede della Fsb (Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa) e al Ministero degli affari interni, non è stata autorizzata dal governo.
Il Cremlino ha ammesso che ci sono "dubbi" sull'arresto del reporter: "Stiamo monitorando attentamente come si sta sviluppando questo caso", ha detto il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitrij Peskov. "Questo caso concreto ha scatenato un gran numero di domande. Ci sono questioni da chiarire".
di Gianni Riotta
La Stampa, 11 giugno 2019
Trent'anni fa la Cina di Deng Xiaoping represse nel sangue il movimento degli studenti, mobilitato a piazza Tiananmen, "non perché ce ne fosse davvero bisogno, ma per dare l'esempio" e scoraggiare i dissidenti per la democrazia, secondo il giudizio dell'allora ambasciatore Usa Winston Lord.
Ora la Cina del presidente Xi Jinping, assurta a superpotenza economica e presto geopolitica, affronta un analogo dilemma con il movimento di piazza di Hong Kong contro la legge sull'estradizione e sembra decisa a ostinarsi nella strategia del pugno di ferro. Tutta Hong Kong, l'ex colonia inglese tornata alla madrepatria nel 1997 mantenendo però un originale sistema giudiziario e qualche margine di autonomia, ha marciato contro la proposta di cancellare ogni garanzia contro i cittadini, di qualunque paese, in caso di estradizione a Pechino.
I membri della comunità del business, gli agenti di borsa, i manager che fanno scalo nella storica e frenetica metropoli, rischiano di finire in cella, impigliati nelle dispute tra il presidente americano Donald Trump e Xi. Come la Meng Wanzhou, figlia del fondatore del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei, e capo finanziario dell'azienda, è stata arrestata in Canada e minacciata di estradizione verso gli Stati Uniti, così Pechino potrebbe ordinare, senza diritto di appello, che cittadini stranieri le vengano consegnati, ottenendo una chance preziosa di immediata rivalsa.
I cortei, le assemblee, i comizi, punteggiati da ombrelli gialli in ricordo dell'ondata di proteste, poi rientrata, del 2014, riportano in scena la Hong Kong che non intende rinunciare alla propria identità, decadendo a incolore periferia della sterminata nazione che fu l'Impero di Mezzo cinese. Studenti, dirigenti, ceto medio colto, operatori economici son consci, con a disposizione il web senza le censure che lo accecano nella Cina continentale, che Xi sta organizzando la maggior operazione di repressione sociale della storia umana, dalla campagna di arresti e processi in corso contro la minoranza musulmana degli uiguri, alla schedatura digitale via riconoscimento dei volti per milioni di persone, fino al "voto personale" che tutti i cinesi ricevono in base ai post online, al comportamento privato e pubblico, all'attività nelle cellule di partito.
La bocciatura esclude da carriera e scuola e tanti cinesi, ossessivamente, cliccano "Sì" sui test di fedeltà politica, pur di restare nelle grazie del governo. Le prime reazioni ufficiali ai cortei sono preoccupanti. La dichiarazione di condanna del segretario di Stato americano Pompeo è stata subito rintuzzata dalle autorità di Hong Kong e Pechino come una provocazione e le più diplomatiche sortite dell'Unione Europea, timorosa di ritorsioni, respinte con uguale fermezza. Carrie Lam, leader filocinese di Hong Kong, ha comunicato di voler andare avanti, già da domani, con il provvedimento contestato, mentre Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri cinese, denuncia "ingerenze internazionali negli affari interni" del paese.
Il vicepremier Han Zheng, come da copione, fa sapere che la nuova legge rafforzerà Hong Kong. I diritti umani di chi è sceso in piazza per quel che resta di non dittatoriale a Hong Kong sono purtroppo ostaggio del duello Usa-Cina, guerra dei dazi, attrito militare per le rotte commerciali del Pacifico, sfida su tecnologia, dati, intelligenza artificiale, 5G. Per questo, la disperata protesta suona ancor più nobile e da sostenere, per ogni libera coscienza e per le democrazie: l'Italia del governo Conte, assai accondiscendente finora con l'ultimo regime comunista per un pugno di contratti, potrebbe spendere almeno una parola di solidarietà, nello spirito dell'articolo 10 della Costituzione, che tutela giusto i diritti umani internazionali a proposito di estradizioni.
di Federico Rampini
La Repubblica, 11 giugno 2019
Con il tipico riflesso dei regimi autoritari, e un copione collaudato dai tempi delle "rivoluzioni arancioni", il complotto americano è una comoda teoria anche per spiegare la protesta di Hong Kong. I media governativi di Pechino alludono alla mano di Washington dietro la mobilitazione di massa. Sarebbe bello: se soltanto fosse vero.
Al contrario, quel che accade a Hong Kong in questi giorni è drammatico anche per il silenzio di Donald Trump e di tutto l'Occidente. Negli ultimi vent'anni lo status di Hong Kong veniva considerato come un test per la Cina. Il rispetto dei "privilegi" (leggi: libertà di espressione, Stato di diritto, tribunali indipendenti, habeas corpus) concordati nel 1997 al momento del passaggio dell'isola dal Regno Unito alla Cina, è sempre stato osservato con vigilanza da Washington, Londra, e dalle altre capitali europee.
Dalla capacità di Pechino di mantenere quelle promesse, e di seguire la massima "una nazione, due sistemi" (cioè tollerare un sistema politico e giuridico diverso a Hong Kong, pur essendo quel territorio tornato a far parte della Grande Cina) veniva misurata l'affidabilità dei dirigenti comunisti come interlocutori in un ordine mondiale basato su regole.
In effetti Hong Kong è rimasta a lungo - in parte lo è tuttora - una felice eccezione, un'oasi dove i giornali e i cittadini possono criticare il proprio governo locale o quello nazionale senza temere di finire in carcere. Dietro il rispetto dei diritti c'era un calcolo: conveniva alla Cina mantenere lo status speciale di Hong Kong anche per il suo ruolo di piazza finanziaria globale, sede di tante banche straniere, multinazionali. Insomma una piattaforma del business con ricadute positive sulla madrepatria. Con Xi Jinping la musica è cambiata.
Già da qualche anno si fanno più frequenti le incursioni della polizia cinese contro i dissidenti di Hong Kong. Alcuni sono stati letteralmente rapiti, scomparsi a lungo, per poi riapparire nelle mani delle autorità cinesi e magari pronunciare "auto-denunce" nello stile staliniano. La riforma della legge sull'estradizione renderebbe il compito ancora più facile per la polizia cinese: non avrebbe più bisogno di organizzare rapimenti, i dissidenti se li farebbe consegnare dalle autorità di Hong Kong. È questo il timore che ha scatenato le proteste di piazza.
Trump si prepara a incontrare Xi Jinping al G20 di Osaka in un clima di tensione, ma ha ridotto tutto il rapporto bilaterale alla dimensione economica. Mentre il vero punto debole della Cina, in particolare in quell'area del mondo ancora affollata di liberal-democrazie alleate degli Usa (da Taiwan al Giappone alla Corea del Sud) è proprio la natura del suo regime.
Avere cancellato la questione dei diritti umani e delle libertà dalla sfera delle nostre "politiche cinesi" indebolisce l'Occidente intero. Compresa quell'Europa che sembra solo interessata alle Nuove Vie della Seta, sempre misurando i rapporti con la Cina nell'ottica mercantilista.
di Rocco Cotroneo
Corriere della Sera, 11 giugno 2019
Brasile, rivelazioni sul magistrato (ora ministro): "Aiutava l'accusa". E dietro la vittoria di Jair Bolsonaro sembra spuntare la mano dei giudici. Lula è stato condannato ingiustamente? Dietro la vittoria dell'estrema destra di Jair Bolsonaro c'è la mano dei giudici? Una bomba in stile Wikileaks è caduta ieri sul Brasile con la divulgazione di anni di dialoghi tra magistrati e giudici del pool "Lava Jato", la grande operazione anticorruzione.
Protagonista è ancora una volta il giornalista Usa Glenn Greenwald, lo stesso che nel 2007 divulgò le carte dell'ex uomo della Cia Edward Snowden, oggi protetto dalla Russia. Greenwald, che vive da tempo a Rio de Janeiro, è alla guida del sito investigativo The Intercept, autore dello scoop, il quale sostiene la tesi del complotto: i giudici avrebbero tolto Lula dalla corsa presidenziale dello scorso anno per evitare che tornasse al potere.
Quasi tutte le intercettazioni (via voce o app di messaggistica Telegram) riguardano il processo che ha condannato Lula per aver ottenuto in regalo un attico sull'Oceano Atlantico come super mazzetta. Il primo punto imbarazzante mostra la collaborazione tra pm e giudice, cioè tra il capo del pool di Curitiba Daniel Dallagnol e Sergio Moro, il quale ha emesso le condanne per Lula e decine di altri politici e imprenditori, e oggi è ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro.
Dai dialoghi risulta evidente un lavoro congiunto tra pubblica accusa e giudice, contrario ai princìpi del diritto penale. I due alternano opinioni e si scambiano consigli su come costruire l'atto di accusa contro Lula. Moro mostra di avere seri dubbi su una prova capitale, la proprietà dell'appartamento, e sull'utilizzo a tal fine di un reportage giornalistico. Poi indirizza i pm sulla cronologia dell'operazione.
I magistrati di Curitiba, rivela poi Greenwald, si scambiano considerazioni "politiche" sul loro operato e sugli effetti chiaramente nefasti delle loro indagini per Lula e il suo Partito dei lavoratori. Intercept non ha dubbi: tutta l'imparzialità proclamata dai giudici anticorruzione in Brasile è una menzogna.
Viene alla luce, per esempio, lo sforzo affinché a Lula, già condannato e in carcere, non venga concesso il permesso a rilasciare una intervista che avrebbe potuto rilanciare le carte del suo candidato, Fernando Haddad, il quale ha poi perso il ballottaggio contro Bolsonaro. E prima ancora le frasi di tripudio dei giudici per il successo delle manifestazioni di piazza che aiutarono a far cadere Dilma Rousseff (estromessa con un dubbio impeachment, da lei definito "golpe").
Mentre Intercept promette altre rivelazioni nelle prossime settimane (la quantità di materiale hackerato potrebbe essere enorme), il Brasile si divide sugli effetti dei leaks. La sinistra, e gli avvocati di Lula, parlano della necessità di annullare il processo di condanna all'ex leader. C'è chi chiede le dimissioni dell'ormai ex giudice Moro dal ministero, nel quale sta preparando un pacchetto di misure anticorruzione. La destra al potere parla di tempesta in un bicchiere d'acqua e accusa ancora una volta la vecchia politica, Lula in testa, di manovrare i media per fermare il rinnovamento.
Nonostante l'operazione "Lava Jato" abbia decapitato quasi tutti i partiti e portato in galera i maggiori imprenditori del Brasile, il faro della lotta politica resta acceso sul caso Lula. I numeri delle ultime elezioni con il trionfo dell'estrema destra lasciano dubbi sul fatto che l'ex operaio godesse ancora dei consensi necessari a tornare alla presidenza, ma i suoi non hanno dubbi: Lula è innocente e la sua condanna è stata costruita ad hoc. Da qui l'attacco trasversale a tutta l'operazione, ignorando le evidenze dei miliardi arrivati ai partiti per finanziare le campagne e lo scandaloso arricchimento di ex ministri e governatori di Stato dimostrato dai fatti.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 giugno 2019
"Sono giorni che cerco di convincere il mio gruppo a non suicidarsi e a seguire una condotta realista. Mi pare di vedere dei ballerini che ballano sul ponte mentre il Titanic va verso l'iceberg. Il mio cruccio è di non essere riuscito a far passare un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti. Evidentemente sono un illuso».
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Scontro sulle toghe del Csm che non si dimettono. Magistratura indipendente nel caos. Le mancate dimissioni dei quattro componenti autosospesi dal Consiglio superiore della magistratura - con tanto di appello a tornare al proprio posto sottoscritto da Magistratura indipendente, la corrente moderata a cui appartengono tre dei quattro - se per ora non paralizza l'attività del Csm, provoca una crisi profonda al vertice dell'Associazione nazionale magistrati. Culminata ieri sera con le dimissioni del presidente Pasquale Grasso dalla sua corrente, proprio Mi, irremovibile nella difesa a oltranza dei suoi consiglieri.
di Luisa Adani
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Il ritratto della professione secondo il Censis: note dolenti sul reddito (uguale a 20 anni fa), anche per i giovani. Le nuove norme. Avvocati, il vecchio fascino (ormai discreto) di una professione che si contrae nei numeri, si ridimensiona nettamente nei guadagni, cambia pelle e prospettive; una professione in cui le donne sono sempre di più (se il trend prosegue sorpasseranno presto i colleghi), ma guadagnano il 6o% in meno; e dove i giovani faticano a raggiungere una serenità economica.










