di Mauro Leonardi
Avvenire, 19 settembre 2019
Nella settimana - quella trascorsa - in cui quasi l'intero Paese esultava per l'ergastolo comminato a Vincenzo Paduano, Papa Francesco, nell'incontro di sabato 14 settembre in piazza San Pietro con chi opera all'interno delle carceri, ha ripetuto: "L'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare".
di Giorgio Silli*
Corriere Fiorentino, 19 settembre 2019
In coincidenza della nascita di un nuovo governo e conscio dell'attenzione che il suo giornale pone a questioni di carattere nazionale rispetto al territorio in cui viviamo, vorrei far riflettere i suoi lettori su una questione che percepisco come un'urgenza non rinviabile.
A prescindere dalla presenza territoriale di toscani nel governo del Paese e al netto del fatto che io continui ad essere all'opposizione dell'esecutivo, sento la necessità di condividere la volontà di preoccuparmi seriamente e sistematicamente della condizione disumana che viviamo nelle nostre carceri.
di Luca Cereda
lifegate.it, 19 settembre 2019
Le pene devono tendere alla rieducazione, recita l'articolo 27 della Costituzione. I racconti dal carcere di chi da anni ci prova da anni, attraverso i filati, l'agricoltura biologica e la filosofia. Riducono la recidiva, restituiscono dignità e danno valore al tempo della pena.
Questa storia ci conduce all'interno degli istituti di pena lombardi, alla scoperta dei progetti di lavoro e delle iniziative culturali per i detenuti: ancora poche, ma in crescita. In carcere la libertà può assumere forme inaspettate. Può avere il profumo dei prodotti della terra coltivati con metodi biologici o il suono delle macchine da cucire.
di Valter Vecellio
lindro.it, 19 settembre 2019
Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Silenziato, come accadeva a Marco Pannella. Ignorato, grido soffocato, senza voce, come il celebre "Urlo" di Edvard Munch.
È quanto accade a Papa Francesco: un paio di giorni fa riceve in udienza i rappresentanti dei cappellani delle carceri italiane, della polizia e del personale dell'amministrazione penitenziaria. Rivolge loro un accorato appello: essere e "costruire" speranza per quell'umanità derelitta che è rinchiusa nelle celle. 'Messaggio' sostanzialmente ignorato dai mezzi di comunicazione. Eppure si tratta di un 'messaggio' forte, meditato; non un estemporaneo, improvvisato parlare a braccio, dove qualche parola può anche, a volte, sfuggire, o essere malamente interpretato.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
La domanda è sempre la stessa: affinché ci si ricordi della carenza di posti nelle "Rems-Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" aperte dopo la sacrosanta chiusura dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, bisogna proprio aspettare sempre che una persona "socialmente pericolosa", ma "non imputabile per incapacità di intendere e volere" al momento del reato commesso (e dunque per legge incompatibile con il carcere), faccia del male a qualcuno? O che, tacitamente e illegalmente trattenuta in carcere, si suicidi?
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
Il ministro si concentra sulla riforma di sua competenza, ma la bocciatura della richiesta di autorizzazione all'arresto del deputato di Forza Italia rischia di ostacolarne il percorso, già difficile in partenza. Finge di non essere preoccupato, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Concentrandosi sulla riforma di sua competenza e mostrando di credere che la bocciatura della richiesta di autorizzazione all'arresto del deputato di Forza Italia Diego Sozzani non ne ostacolerà il percorso. Già di per sé irto di ostacoli, visto che si tratta di mettere d'accordo Cinque Stelle, democratici e adesso anche renziani; tutti improvvisamente schierati dalla stessa parte della barricata, dopo un anno e più trascorso su fronti opposti, sempre uno contro l'altro su uno dei temi più divisivi dell'agenda politica.
Del resto, l'ordine di scuderia generale nella nuova maggioranza è rassicurare tutti che il voto di ieri "non si ripercuoterà sulla tenuta del governo", e il Guardasigilli ha buon gioco a ripetere la stessa cosa nel settore di propria competenza. "Dopotutto non è che con la Lega le cose andassero diversamente, né molto meglio", si diceva ieri pomeriggio nei corridoi del ministero di via Arenula; ricordando i compromessi a cui i grillini si sono dovuti sottoporre per approvare qualcosa del loro programma (anticorruzione in cambio di legittima difesa, per dirne uno) e lo stop di Salvini contro il progetto di riforma Bonafede nel momento in cui ha scelto di rompere.
Ma al di là di apparenze e atteggiamenti di facciata, un problema giustizia esiste all'interno della coalizione che sostiene il Conte 2. Certo, esisteva anche l'altroieri, prima che i franchi tiratori (verosimilmente sparsi tra grillini e Pd, oltre a Leu che ha lasciato libertà di voto) smentissero le dichiarazioni di voto ufficiali dei rispettivi partiti. Tuttavia possono rappresentare un campanello d'allarme sulle future mosse di Cinque Stelle, democratici e renziani su un terreno dove la partita non è ancora cominciata.
La scorsa settimana il faccia a faccia tra il ministro Bonafede e Andrea Orlando, vicesegretario del Pd nonché suo predecessore a via Arenula, è andato bene anche perché ci si è limitati a parlare di metodo di lavoro, tempi entro i quali muoversi e "orizzonti" sugli argomenti da affrontare. Il che significa capire che cosa si può salvare della riforma varata "salvo intese" dal governo Conte 1 in punto di morte, e che cosa sarà meglio accantonare. Sui meccanismi per accelerare i processi - obiettivo comune che nessuno rinnega, ovviamente - ci possono essere soluzioni condivise ma anche scelte considerate punitive e insensate dai magistrati, sulle quali il Pd vuole chiarirsi le idee. Resta però la scadenza-mannaia del 1° gennaio, quando scatterà l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, bandiera dei grillini.
Il capogruppo democratico in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, vorrebbe rinviare l'entrata in vigore di quella norma, ma non sarà semplice. "Il cammino sarà in salita perché noi siamo saldamente ancorati a garanzie e diritti, mentre loro su questo sono meno attenti", confida Bazoli. Pure lui non è d'accordo a enfatizzare le conseguenze del voto di ieri, "visto che sull'autorizzazione all'uso delle intercettazioni indirette a Sozzani avevamo divergenze dichiarate, i Cinque Stelle favorevoli e noi contrari".
Divisioni alla luce del sole, quindi. Com'è prevedibile che accada, per citare un altro aspetto del progetto Bonafede, sulle modifiche al Csm e al suo sistema elettorale. O sulle intercettazioni, dopo che il Guardasigilli, appena arrivato in via Arenula, ha bloccato la legge rinominata "bavaglio" firmata proprio da Orlando. Ma nonostante queste premesse Bonafede, unico ministro "politico" che ha mantenuto l'incarico nel Conte 2, ottimista per carattere, lavora fiducioso alla riforma che porterà ancora il suo nome.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 settembre 2019
Il no della Camera si può trasformare in un precedente. Si scrive Sozzani (e vale ieri per l'indagine milanese su illeciti finanziamenti), ma si legge Csm-Palamara-Lotti, nel senso che potrà pesare sull'inchiesta perugina sulla spartizione di nomine Csm. Perché il no della Camera all'uso di 4 intercettazioni contro il deputato di Fi Diego Sozzani tratta l'analogo futuro tema dell'utilizzabilità a carico di parlamentari (come i pd Ferri e Lotti) delle conversazioni in albergo con l'indagato pm Palamara, intercettate dal captatore informatico (trojan) inoculato dalla GdF sul cellulare del pm. Per garanzie e giurisprudenza costituzionali, gli onorevoli non possono essere direttamente intercettati senza preventivo via libera del Parlamento, ma verso loro è utilizzabile l'intercettazione indiretta (cioè sull'utenza dell'interlocutore) a condizione che essa sia occasionale: "accidentale ingresso del parlamentare nell'area di ascolto" (Consulta 2007), e non trucco di gip e pm per aggirare la legge intercettando un interlocutore che già si sappia destinato a parlare con il parlamentare.
Il gip milanese aveva smesso di intercettare i telefoni di Sozzani una volta divenuto deputato (salvo un caso su cui il gip aveva fatto ammenda). Ma voleva 5 sue conversazioni ambientali successive all'elezione e occasionalmente captate dal trojan installato sul telefonino di Caianiello (il ras varesino di Forza Italia che parlava con mezzo mondo) al bar, in un ristorante, o in auto: come il giorno in cui Sozzani va dal gommista, resta a piedi e si fa dare da un collaboratore un passaggio sull'auto teatro poi dell'intercettazione. Dinamica che rende ardito il voto ieri della Camera per sostenerne la non occasionalità. A meno che non si voglia ritagliare a (dis)misura di parlamentari una totale impermeabilità alle indagini.
umbriacronaca.it, 19 settembre 2019
"Servono più diritti e più rispetto, nelle carceri regna il maschilismo". La strada per garantire ed allargare i diritti delle donne che lavorano in Polizia penitenziaria è ancora molto lunga, ma da oggi a spingere in questa direzione c'è un soggetto in più, il Coordinamento Donne di Polizia Penitenziaria della Fp Cgil. Il nuovo organismo, nazionale, formato da lavoratrici di polizia penitenziaria di tutta Italia, ha ufficialmente mosso i suoi primi passi ieri, 18 settembre, a Perugia, con il primo corso di formazione tenuto presso il centro congressi Quattro Torri.
"Questo coordinamento nasce per abbattere i tanti paletti eretti dal maschilismo all'interno del nostro corpo di polizia", ha spiegato la coordinatrice Filomena Rota. Le carceri, infatti, sono luoghi anche strutturalmente pensati per i maschi: "Abbiamo bisogno molto banalmente di bagni e servizi adatti alle donne e di caserme pensate anche per noi", ha aggiunto Lucia Saba, agente in servizio presso la Casa circondariale di Nuoro.
Ma c'è di più: "Io che faccio questo lavoro da 23 anni mi sento in dovere di difendere le giovani colleghe che entrano oggi in servizio, perché non debbano subire quello che ho subito io da giovane - ha detto Giuseppina Gambino, che lavora presso la casa circondariale di Vercelli - ovvero discriminazioni, battute sessiste e anche molestie".
"La Cgil è il primo sindacato a creare un coordinamento delle donne lavoratrici di polizia penitenziaria e siamo molto orgogliosi di questo - spiega Stefano Branchi, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria - Voglio quindi ringraziare tutta la Fp, a partire dalla segreteria generale Serena Sorrentino, perché quello che realizziamo oggi è qualcosa di veramente importante. Noi crediamo fermamente nel ruolo fondamentale delle donne per la democratizzazione del corpo di polizia penitenziaria e per risolvere i problemi di natura contrattuale e non che permangono. Ad esempio - conclude Branchi - è assolutamente anacronistico avere ancora una quota di assunzioni femminili così bassa. Per questo e per gli altri diritti da conquistare la Cgil vuole essere al fianco delle donne di polizia penitenziaria".
di Andrea Giambartolomei
Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2019
Il Tribunale di Torino solleva la questione di costituzionalità sul caso di un uomo che rischia una lunga detenzione per aver rubato liquori in un supermercato. Almeno quattro anni di carcere per due bottiglie di liquori e qualche spintone. Un giudice ha correttamente applicato la legge, ma si è posto il dubbio se la pena fosse proporzionata. E ha deciso di investire della questione la Corte costituzionale. Tutto nasce dal processo a un torinese, R.T., italiano, arrestato il 24 aprile dopo un furto in un supermercato.
Il giudice, resosi conto dell'entità della pena, si è domandato se la sanzione forse troppo "brutale e irragionevole", non violasse alcuni articoli della Costituzione. Per questa ragione il 9 maggio il giudice Paolo Gallo del Tribunale di Torino ha sollevato delle questioni di legittimità costituzionale sul reato di "rapina impropria", cioè quella commessa da chi ruba e poi minaccia o compie gesti violenti per scappare. Sulla colpevolezza dell'uomo non ci sono dubbi.
È stato filmato dal circuito di video- sorveglianza mentre prendeva le bottiglie dal reparto degli alcolici nascondendole sotto il giaccone. Avvicinato dall'addetta che aveva visto tutto, l'uomo ha proseguito indifferente verso l'uscita, ma qui si è trovato di fronte a un uomo - un nigeriano - che ha tentato di fermarlo. Lui l'ha affrontato e "con spintoni e strattonamenti" è riuscito "a divincolarsi e darsi alla fuga". Poi è stato bloccato dai vigilantes del supermercato. R.T. è finito in manette accusato di "rapina impropria".
"Alla stregua dei verbali sopra riportati i fatti si sono verificati in maniera pienamente conforme al paradigma normativo dell'art. 628, comma 2 codice penale", si legge nell'ordinanza. Tuttavia il giudice fa notare alcuni aspetti critici della norma.
Innanzitutto ipotizza una violazione dell'articolo 3 della Costituzione, secondo cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge" per come il reato di rapina impropria mette in rapporto l'aggressione al patrimonio e quella alla persona. Il giudice sottolinea la differenza tra la rapina propria in cui si minaccia o si compie un gesto violento prima di rubare, e quella impropria, come in questo caso.
Chi compie quest'ultima inizialmente scarta la violenza, ma la compie come reazione: "Demarca - scrive il giudice - una diversa e meno grave struttura oggettiva del reato e un diverso atteggiamento soggettivo quanto a intensità del dolo e capacità a delinquere". Sembrerebbe quindi meno grave del primo.
Il magistrato si sofferma poi su un altro aspetto che sarebbe in contraddizione con l'articolo 25 comma 2 della Carta, secondo il quale "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso". Il "fatto commesso" andrebbe messo in relazione al "principio di offensività" che "implica la necessità di un trattamento penale differenziato per fatti diversi e, a monte, la necessità di distinguere, in sede di redazione delle norme penali incriminatrici, i vari fenomeni delittuosi per le loro oggettive caratteristiche di lesività o pericolosità".
Chi ha scritto quel comma del codice penale potrebbe aver sbagliato non soppesando alcune caratteristiche del reato improprio: "Qualunque sottrazione, quando sia immediatamente seguita da violenza o minaccia, ancorché lievi, è reputata dal legislatore meritevole di almeno quattro anni di reclusione", mentre per casi simili, come il furto, sono previste pene più lievi.
"Non v'è più differenza, ad esempio, se la violenza segue al furto di una costosa autovettura commesso con effrazione sulla pubblica via, ovvero segue al furto semplice di due bottiglie di liquore in un supermercato", nota il magistrato secondo il quale questa norma è una "disposizione 'rozza'" che sacrifica tutto "sull'altare della esemplarità sanzionatoria".
Infine, violazione più vistosa, quella dell'articolo 27, che, nel secondo comma, stabilisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato": "Una pena sproporzionata alla gravità del reato commesso da un lato non può correttamente assolvere alla funzione di ristabilimento della legalità violata - osserva il magistrato - dall'altro non potrà mai essere sentita dal condannato come rieducatrice " perché "gli apparirà solo come brutale e irragionevole vendetta dello stato, suscitatrice di ulteriori istinti antisociali". Per questo secondo il giudice "l'inflizione di quattro anni di reclusione più multa per la sottrazione di due bottiglie di liquore seguite da qualche strattone non può essere considerata una risposta sanzionatoria proporzionata". La parola, ora, va ai giudici della Corte.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 19 settembre 2019
Il Consiglio superiore della magistratura perde un altro pezzo. Paolo Criscuoli, dopo una strenua resistenza, si è dimesso. Il capo dello Stato Sergio Mattarella gli riconosce "senso di responsabilità istituzionale".
Si era autosospeso il 4 giugno, come altri quattro membri del Csm sottoposti a procedimento disciplinare per aver partecipato, in maggio, all'incontro notturno in hotel con il magistrato Luca Palamara e i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri (che ieri ha seguito Renzi in Italia Viva) per decidere la nomina del procuratore di Roma. Con Criscuoli salgono a sei i membri del Csm che hanno lasciato dopo l'esplosione dello scandalo: due sono stati sostituiti pescando i primi dei non eletti nel 2018; due nuovi membri saranno eletti il 6 ottobre; il procuratore generale della Cassazione, membro di diritto, deve ancora essere rimpiazzato; il sostituto di Criscuoli richiederà un'altra elezione suppletiva, in dicembre.
Le motivazioni in una lettera Sollecitate da gran parte dell'Associazione nazionale magistrati, le dimissioni di Criscuoli (di Magistratura Indipendente, la corrente più colpita) non placano le polemiche. Criscuoli le ha motivate in una lettera dai toni tutt'altro che pacificati. Lamenta di aver ceduto alle pressioni anche se "avevo pieno diritto e anzi sentivo il dovere di continuare", convinto "in piena coscienza di non aver mai tradito il mio mandato".
Si difende, come nell'interrogatorio reso nel procedimento disciplinare, dicendo di essere capitato per caso all'incontro con Ferri, Lotti e Palamara, rimanendo "silente e avulso dalla conversazione".
Motivi per cui gli sembrava naturale riprendere la sua funzione di consigliere del Csm. Ma ha dovuto ripensarci dopo che alcuni consiglieri hanno pubblicamente annunciato che avrebbero bloccato i lavori se egli si fosse ripresentato, con una "evidente e non dissimulata conculcazione delle mie prerogative", per non dire delle "ulteriori e indebite iniziative anche da parte di alcuni componenti dell'Anm", condite da "comportamenti scomposti, arbitrari, illegittimi e scorretti" per "coartare la mia coscienza", propri di una magistratura "sensibile più alle pulsioni di uno stato etico che ai precetti di uno stato di diritto". In attesa della conclusione dell'inchiesta di Perugia, i veleni non si prosciugano mentre il Csm riapre i dossier sulle nomine nelle Procure. Oggi si riparte da Torino con quattro candidati in pole position: Borgna, Loreto, Ferrando e Vitello.
- No al pc portatile in carcere se il difensore non dimostra l'assenza di strumenti alternativi
- Confisca, la banca mutuante in buona fede conserva il privilegio sulla vendita
- L'indebita compensazione non si estende ai contributi
- Sicilia. "La difficoltà di gestione dei detenuti psichiatrici"
- Ravenna. 29enne muore suicida in carcere, sciopero della fame dei detenuti









