di Paolo Salom
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
Nei centri della provincia dello Xinjiang, nell'Ovest della Cina, dove gli abitanti di fede islamica vengono "rieducati" alla pace. Ma per Pechino sono solo scuole vocazionali. "Ma se questo fosse vero - ci dice da New York Sharon Hom, direttore esecutivo di Human Rights in China - perché nessuno può lasciare di sua iniziativa questi campi? Perché i parenti non hanno la possibilità di vedere i loro cari?".
Il Corriere è stato invitato a partecipare a una rara visita ad alcuni di questi centri per la rieducazione degli uiguri, insieme con i giornalisti di altri 24 Paesi, compresi rappresentanti del mondo islamico e della Turchia, forse la nazione più sensibile alla sorte di questi suoi lontani "parenti". Naturalmente, nessuno si aspettava di entrare in un luogo chiuso da filo spinato e protetto da torrette di guardia e agenti armati, così come denunciato soprattutto in Occidente: "In quelle zone - ci dice ancora senza mezzi termini Sharon Hom - è in atto un genocidio culturale".
Barriera di diffidenza - Tuttavia, l'opportunità di superare una barriera di diffidenza e paura, l'occasione di osservare in prima persona una realtà tanto complessa ha consigliato di accettare l'offerta, così come prima di noi aveva deciso di fare la Bbc. Il programma, intenso, ha avuto inizio con una mostra, cruda e senza filtri, sulle azioni terroristiche di estremisti islamici, a Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang, come in altre città cinesi: Pechino compresa.
Quindi tappa all'Istituto islamico che prepara i futuri imam "di Stato", diretto con voce profonda e piglio militaresco dallo Sheik Abdu Rakef, capace di interagire in arabo fluente con i reporter arrivati dall'Arabia Saudita e dall'Egitto, o in cinese con gli accompagnatori della variegata compagine mediatica. "Il governo della Repubblica Popolare ha sempre dato grande attenzione allo sviluppo della religione islamica", assicura lo sheik (titolo conseguito all'Università di Al Azhar, al Cairo) davanti a una classe vicina al diploma che porterà i nuovi leader religiosi nelle tante moschee della provincia. "Basta che fede e politica restino separati".
La versione cinese - Più esplicita la signora Tian Wen, segretaria locale del Pcc: "Ci accusano di aver costruito campi di concentramento. Ma la verità è un'altra: noi cerchiamo di trasformare il loro desiderio di morte in desidero di vita". È davvero così? Secondo il ricercatore tedesco Adrian Zenz, unico occidentale ad aver consultato documenti ufficiali del governo cinese, questi centri "sono luoghi di internamento coercitivo", non certo "scuole vocazionali".
Nel "Centro di educazione professionale" (Jiaopei zhongxin) della Contea di Shule, a pochi chilometri da Kashgar, antico snodo carovaniero dell'estremo Ovest cinese, sono ospitati circa mille "studenti", insieme a venti cuochi adibiti alla loro mensa e otto guardiani (disarmati) che si danno il cambio alla porta carraia. I giornalisti stranieri, osservati con malcelata curiosità dai ragazzi che affollano le aule, sono accolti dal direttore Mehmet Ali, 45 anni, anche lui uiguro: "Questa scuola - dice senza enfasi - è stata fondata nel 2018. Vedrete voi stessi: chi studia qui ha l'opportunità di migliorare la propria capacità di comunicare con il resto del Paese, imparando il mandarino, un mestiere e leggi e costituzione della nostra Patria".
Le leggi e la Costituzione - L'accento sul rispetto di leggi e costituzione della Cina è costante. In verità, appare chiaro che l'aspetto che si vuole chiarire e sul quale si basa la metodologia di insegnamento (ripetizione in coro dei precetti guidati dal docente di turno) - una costante nelle scuole dell'Impero - è che non si può infrangere la "pax sinica", per nessun motivo. All'interno del mondo che si riconosce in oltre tremila anni di storia e cultura, si dà per scontato il ruolo guida degli Han (l'etnia cinese propriamente detta) che al momento opera attraverso il Partito comunista ma che in altre ere guidava l'immenso crogiolo di civiltà per mezzo della figura confuciana del funzionario-letterato: in una parola, il Mandarino.
E i racconti dei giovani che accettano di "confessare" i loro "crimini" davanti ai giornalisti stranieri (nessuno scommette sulla spontaneità delle loro parole) interpretano fino in fondo la necessità di "riconoscimento attraverso l'autocritica" dell'autorità nazionale: "Ero uno sciocco, mi sono fatto conquistare da un'ideologia violenta", dice Aizaiti Ali, 25 anni. "Ho imparato su Internet come fare una bomba", recita Kuer Banjiang, 23 anni. C'è anche una ragazza, Kurban Gul, 22 anni: "Ho diffuso video jihadisti. Ho creduto alla propaganda che mi insegnava a odiare i cinesi perché pagani".
Nella camerata - Più tardi, il Corriere si è trovato, da solo, in una camerata, linda e ordinata, dove uno "studente" si rilassava prima della mensa suonando la chitarra: nei suoi occhi non c'era tristezza, ma una serena rassegnazione e la consapevolezza di non avere altra strada davanti a sé. "Negli ultimi trenta mesi - afferma con prudenza la signora Tian Wen - non ci sono stati attentati: vuol dire che i nostri sistemi sono efficaci". Ai reporter resta il ricordo di una visita a vere scuole, istituti professionali che potrebbero appartenere ai normali circuiti educativi. Ma anche la consapevolezza di non poter raccontare ciò che non si è potuto vedere.
Xinjiang, l'ultima frontiera. Conosciuta un tempo come Turkestan Orientale, la provincia cinese si estende nell'estremo Ovest del Paese, fino a lambire l'Asia Centrale, punto di incontro (e scontro) per millenni di popolazioni dalle origini più diverse: nomadi e stanziali, islamiche e buddiste, cristiane e animiste. Grande tre volte e mezzo l'Italia, il Xinjiang negli ultimi anni è stato il centro di disordini e sanguinosi attentati anti cinesi che hanno provocato la dura reazione del governo centrale.
Secondo rapporti stilati da organizzazioni internazionali, tra le quali Human Rights in China, da un milione a un milione e mezzo di uiguri - l'etnia turcofona di fede musulmana che costituisce la maggioranza nella provincia - sarebbero finiti senza processo in centri di rieducazione per sottoporsi a un "lavaggio del cervello" con lo scopo di estirparne tutte le "idee estremiste e le pulsioni separatiste", incompatibili con la convivenza in una realtà come quella della Repubblica Popolare. Pechino, oggetto di una lettera di condanna da parte di 22 Paesi (tra i quali l'Italia ma assenti gli Usa) per queste detenzioni extragiudiziali, ha risposto negando decisamente l'esistenza di "campi di concentramento" nella regione e confermando soltanto la presenza di "istituti educativi e vocazionali" dove alcune migliaia di musulmani dai 20 ai 40 anni, uomini e donne, accedono "su base volontaria".
di Glauco Giostra*
Avvenire, 1 agosto 2019
Doveva accadere. Era questione di tempo, ma nell'attuale stagione politica non poteva non accadere. Era anche scritto che dovesse succedere per opera del Ministro che fin dall'inizio ha indossato la felpa law and order, legge e ordine, elettoralmente lucrosissima. Matteo Salvini ha colto l'occasione dello sconvolgente omicidio di un servitore dello Stato per evocare la pena di morte applicata negli Usa e non in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2019
L'ultimo a Milano dove un malato terminale è deceduto tra atroci sofferenze. Purtroppo non è un caso isolato quello del detenuto piantonato in carcere nonostante avesse un tumore allo stadio terminale e poi morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Paolo di Milano.
agensir.it, 1 agosto 2019
Progetto delle Fondazioni per promuovere il teatro tra i detenuti. Prende il via oggi la seconda edizione del progetto "Per aspera ad astra", che ha come obiettivo quello di riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza. Promossa da Acri e sostenuto da 11 Fondazioni di origine bancaria, l'iniziativa è nata dall'esperienza della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Il Carroccio: testo sulla riforma penale da riscrivere. Consiglio dei ministri fiume interrotto più volte. Salvini: "Acqua fresca". I 5 Stelle: "Vuole bloccare la nuova prescrizione". Un Consiglio dei ministri travagliato, interrotto più volte, preceduto da una gragnuola di colpi alla riforma della giustizia sparati già di prima mattina da Matteo Salvini via social e poi puntellato da infinite riunioni a margine tra il leader della Lega e il ministro Giulia Bongiorno, che ha guerreggiato a lungo con il ministro Alfonso Bonafede. La riunione fiume va avanti fino a sera inoltrata, con un disegno di legge di riforma della giustizia penale e civile più volte rimaneggiato.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 agosto 2019
È stato rinnovato per la quinta volta il protocollo d'intesa tra il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e l'Unione Italiana Sport Per Tutti (Uisp) per realizzare attività motorio sportive nelle carceri. Iniziative sportive che coinvolgano le famiglie dei detenuti e promuovano la genitorialità, attenzione per le esigenze specifiche delle donne in carcere, degli anziani e delle persone con problemi fisici o psichici sono tra i punti individuati nell'accordo, siglato dal Capo Dap Francesco Basentini e dal Presidente Uisp Vincenzo Manco, in base ai quali orientare la progettazione di interventi di carattere sportivo nei prossimi tre anni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Credevate davvero che un totem gigantesco qual è, per un governo simile, la riforma della giustizia potesse planare in Consiglio dei ministri come un aeroplanino qualsiasi? Macché. Il minimo erano i fuochi d'artificio prima durante e dopo. Ci sono stati. E avvolgono fino a tarda sera in una coltre d'incertezza il destino del ddl Bonafede, giudicato "acqua" da Salvini, infilzato dai rilievi della ministra Bongiorno, eppure meno divisivo, nella sostanza, di quanto faccia credere l'incredibile giornata di caos vissuta ieri.
La sostanza è che gran parte del testo messo a punto dal guardasigilli coincide con le richieste del Capitano, che alcune altre delle ipotesi leghiste sono difficilmente compatibili con un ddl delega (separazione delle carriere ma anche riforma delle intercettazioni) e che i reali margini di scostamento tra gli alleati sono così sottili da non consentire di mandare in pattumiera una legge di 48 articoli.
Così, con un Consiglio dei ministri anticipato via Facebook, iniziato con un'ora di ritardo, sospeso dopo due minuti, ripreso dopo più di tre ore e ancora in corso quando fuori è ormai buio, la riforma messa a punto dal guardasigilli resta, fino al momento di mandare in stampa questa edizione del giornale, sospesa su una corda tesissima. Giulia Bongiorno chiede alcune rettifiche immediate, altre differite.
La Lega chiede tempi di fase più stretti - Le prime riguardano innanzitutto i tempi di fase massimi per i processi sia civili che penali, sforati i quali il giudice titolare del fascicolo va incolpato sul piano disciplinare: si era partiti da 9 anni, nella bozza proposta ancora ieri mattina da Bonafede si era già scesi a 6 anni, la ministra del Carroccio, fiduciaria di Salvini sulla giustizia, chiede di alzare la diga a 3 anni e 6 mesi.
I correttivi proiettati nel futuro riguardano invece intercettazioni e separazione delle carriere. È proprio sul "divorzio" fra pm e magistrati giudicanti che il leader del Carroccio costruisce la propria requisitoria via Facebook, messa in diretta tre ore prima che inizi la riunione a Palazzo Chigi: "Della separazione non si parla, eppure per noi è essenziale". Poi aggiunge: "Il ddl del ministro Bonafede lascia alla totale discrezionalità delle varie Procure la scelta dei reati da perseguire". E ancora: "Non si separano i due Csm". Obiezioni decisive per capire il corto circuito dialettico in cui si infila, a un certo punto, la discussione fra Lega e 5 Stelle. Perché tutti e tre i nodi evocati dal vicepremier sono già contenuti nella legge costituzionale voluta fortemente dall'Unione Camere penali.
L'Ucpi: separazione delle carriere? Il Ddl è alla Camera - Ebbene: il testo non solo è arrivato già da tempo a Montecitorio sotto la spinta vigorosa di 72mila firme, tutte raccolte dagli avvocati ma, come fa notare il presidente degli stessi penalisti italiani, Gian Domenico Caiazza, "è stata sottoscritta anche dal ministro Salvini ed è oggi sostenuta da un inedito intergruppo parlamentare, che comprende tutte le forze politiche, anche la Lega, in commissione Affari costituzionali...". Proprio in contemporanea con uno dei tre o quattro time out del Consiglio dei ministri, il presidente dell'Ucpi chiede che "chi vuole seriamente questa riforma, la porti in aula, la sostenga e la voti, senza ulteriori e inutili divagazioni".
Basta a dare la misura del caos scatenatosi ieri pomeriggio? Si potrebbe aggiungere come fonti Cinque Stelle facciano notare che una saldatura formale tra ddl Bonafede e legge sulle carriere dei magistrati renderebbe impossibile approvare la riforma dei processi entro fine anno, cioè prima che entri in vigore lo stop alla prescrizione: la legge sulla "separazione", ricordano infatti, "è costituzionale e richiede numerose letture".
I diktat di Salvini previsti dal testo - Il Capitano del Carroccio dice che il testo del guardasigilli è "acqua, una riformina delle mezze misure". Invoca "l'introduzione del merito, dell'efficienza" nelle promozioni dei magistrati. Tema a cui è dedicato l'intero e assai corposo articolo 24 della legge Bonafede, che innalza le valutazioni di professionalità necessarie per giudici e pm che aspirano a incarichi direttivi e semi-direttivi, con un temperato ripristino del criterio dell'anzianità per sfrondare il numero degli aspiranti. Ancora, la proposta messa a punto da Salvini nella pre-riunione con Bongiorno, il sottosegretario Jacopo Morrone e gli altri ministri del suo partito reclama "assunzioni di magistrati e amministrativi", pure già previste. Nella diretta Facebook, il leader del Carroccio invoca l'informatizzazione, puntualmente richiamata dalla riforma anche per il processo penale: il "deposito telematico" sarà "obbligatorio" per tutti gli uffici giudiziari individuati come già adeguatamente attrezzati anche sulla base del parere di Cnf e Ordini forensi coinvolti. Non solo, perché nel "civile", dove il processo telematico è in vigore da tempo, viene messo al bando l'uso delle copie cartacee di cortesia, a meno che i "sistemi informatici non siano funzionanti e sussista una situazione d'urgenza".
I tribunali riaperti e chiusi di nuovo - Nelle frenetiche consultazioni pomeridiane emerge anche il nodo della geografia giudiziaria. Salvini chiede la "riapertura di alcuni Tribunali inopinatamente chiusi dal governo precedente". Era prevista nella prima bozza del guardasigilli ma eliminata in quella consegnata due giorni fa a Palazzo Chigi. C'è invece convergenza sulle sanzioni disciplinari per pm e giudici lenti: nel caso dei primi la scure di Bonafede non suscita particolari contestazioni da parte di Bongiorno, per i secondi prevale la tempistica più stringente sollecitata dalla ministra. Ma è proprio sui tempi del processo penale che le contraddizioni si fanno insostenibili. A ridurli, ci aveva pensato il tavolo istituto a via Arenula con le rappresentanze dell'avvocatura e l'Anm. Considerata la difficoltà anche politica a procedere sulla strada delle depenalizzazioni, ci si era concentrati sui riti alternativi. È passata la rifinitura sull'abbreviato condizionato, non quella, decisiva, sul patteggiamento.
Perché? Ad essere poco entusiasta dei forti sconti di pena previsti (riduzione degli anni di carcere fino alla metà, estensione del rito a reati puniti anche con 10 anni di reclusione) è stata proprio la Lega. Così la soluzione che lo stesso presidente dell'Ucpi Caiazza ancora ieri ha indicato come l'unica in grado di "ridurre i tempi" è stata esclusa dall'articolato. "Eppure", ricorda il leader dei penalisti, "si tratta di una parte essenziale dell'elaborato che, facendo un buon lavoro, si era approvato al tavolo con l'accordo di tutti: solo se si rafforza il patteggiamento si possono ridurre i tempi, con l'abolizione di questa parte l'intera efficacia della riforma viene meno". Non la pensa proprio così Bonafede, che però ieri non ha mancato di ricordare il paradosso all'alleato. C'è invece convergenza sulla necessità di una stretta nei confronti dei magistrati, dai tempi di fase al Csm. È la frontiera estrema sulla quale, superate le fibrillazioni nella maggioranza, toccherà fare i conti con l'Anm. Un conflitto che, pur sottovalutato, rischia di diventare il collante più efficace per un governo mai come ieri in difficoltà nel trovare la sintesi.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2019
Bloccando la riforma Bonafede, il ministro dell'Interno spera di fermare la nuova normativa sulla prescrizione approvata a gennaio. Riforma "epocale" dice Di Maio. Una riforma che fa "acqua" ribatte Salvini "perché non c'è quello scatto in avanti che si attendono gli italiani". Per usare la metafora del ministro dell'Interno, naviga in acque agitatissime, e rischia di affondare a palazzo Chigi, la riforma della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. I venti di guerra avevano cominciato a soffiare già ieri, ma oggi si stanno trasformando in una bufera. Anticamera di una resa dei conti definitiva tra M5S e Lega su un tema come la giustizia da sempre caro ai grillini. Anticamera anche di una possibile crisi qualora venisse approvato al Senato la prossima settimana, ma con i voti di Fi e Fdl, il decreto sicurezza bis per via di massicce defezioni grilline (già 17 voti in meno alla Camera).
Dopo una riunione al Viminale con i suoi ministri, Salvini impallina la legge di Bonafede. Che boccia così: "O si fa riforma coraggiosa, imponente, decisiva, storica della giustizia italiana... Servono uomini e mezzi. Dove chi sbaglia paga. Che punisca chi non è in grado di fare il suo mestiere. È il momento del coraggio, delle grandi riforme, non delle riformine sia sul piano della giustizia che del fisco".
Negli stessi minuti, sotto una fotografia sorridente di Luigi Di Maio col braccio sulle spalle di Bonafede, ecco il vice premier pentastellato pronunciare parole opposte: "È una riforma epocale della giustizia. Che sanziona i magistrati che perdono tempo e riduce drasticamente i tempi dei processi civili e penali rilanciando investimenti e crescita. Basta indagati a vita, chi sbaglia paga e subito. Basta aspettare anni prima di essere risarciti. Basta con le spartizioni di potere al Csm. Mi auguro che nessuno pensi di bloccarla, sarebbe un grave danno al Paese".
Ma a bloccarla è proprio il vice premier leghista, che segue il modello proposto da Giulia Bongiorno, noto avvocato e ministro della Pubblica amministrazione. Lei sostiene che "i magistrati sono dei sacerdoti", tant'è che lei stessa non ha fatto il giudice perché "avere il potere di giudicare e condannare una persona" comporta gravissime responsabilità. Bongiorno ha convinto Salvini, che ha delegato a lei tutto il comparto giustizia, che la riforma non incide effettivamente sui tempi dei processi civili e penali (troppi i sei anni previsti), non pone paletti e regole rigide sul sistema d'accesso alla magistratura, a cominciare dai concorsi. Se Bonafede cancella l'obbligo di un corso di perfezionamento post laurea per accedere al concorso, Bongiorno invece chiede più severità. Come più drastiche dovrebbero essere le regole per i passaggi di carriera e soprattutto il sistema degli illeciti disciplinari che, come prima cosa, dovrebbero riguardare l'efficienza effettiva dei magistrati rispetto allo smaltimento dei processi.
Mentre gli avvocati si schierano con la Lega, con una singolare uscita a tempo, pochi minuti prima dell'affondo di Salvini, del presidente delle Camere penali Giandomenico Caiazza - "è una riforma illusoria che non ridurrà i tempi del processo - emergono via via dalla riunione del capo della Lega con in suoi al Viminale le ragioni del contrasto. Nella riforma non c'è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la creazione di due Csm, che invece viene ritenuta ormai non più rinviabile dal Carroccio. E non c'è soprattutto il pacchetto sulle intercettazioni che, mai come in questo momento di inchieste sulla Lega a partire da Moscopoli, i salviniani vorrebbero imbavagliare, non solo facendo meno intercettazioni, ma soprattutto bloccandone la pubblicazione.
Ma al centro dello scontro tra Lega e M5S c'è la riforma della prescrizione. Approvata nella legge Spazzacorrotti di Bonafede, che è legge dal gennaio 2019, prevede che l'orologio del processo si blocchi con la sentenza di primo grado. I leghisti si sono messi di traverso sin dal primo momento, e con la minaccia di bloccare l'intera legge, sono riusciti a vincolare l'entrata in vigore della prescrizione al gennaio 2020, solo dopo l'approvazione di una ulteriore legge di riforma del processo penale. Quella di cui si sta discutendo oggi. Una "riformina" per Salvini e Bongiorno che, bloccando questa legge, pensano anche di fermare la prescrizione. Ma difficilmente un accordo politico, soprattutto qualora si vada alla crisi, potrebbe cancellare una legge dov'è scritto espressamente che la prescrizione bloccata entra in vigore a gennaio 2020. Ci vorrebbe solo un'altra legge per cancellare la Spazzacorrotti.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Ma il vicepremier ottiene da Conte la fiducia sul decreto Sicurezza. Il simbolo dell'ennesima giornata in parete del governo è la Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi pavesata a festa per la conferenza stampa che dovrebbe annunciare l'epocale riforma della Giustizia. Si tendono i tappeti, si dispongono le bandiere, si preparano le tribune per chi parlerà, anche se non è affatto chiaro quanti (e chi) saranno. Sui monitor appare la prima slide che dice "Riforma della giustizia. Veloce. Indipendente. Uguale per tutti".
Peccato soltanto che il Consiglio dei ministri che dovrebbe approvarla si apra alle 15 e venga sospeso dopo minuti cinque. L'accordo tra Lega e 5 stelle non c'è e la riunione procede a singhiozzo per tutto il resto della giornata. Consiglio vero e proprio, approfondimenti tecnici, discussioni serrate. Ma a mezzanotte il Consiglio finisce con la solita formula: riforma approvata "salvo intese". Che significa il contrario, l'intesa non c'è.
Intorno alle 20, Salvini sbuffa con i suoi: "Si sono fatti fregare...". Parla dei 5 stelle che si sarebbero fatti "scodellare un testo da gattopardi, che non cambia nulla, scritto dai magistrati del ministero". Un riferimento soprattutto al capo dell'ufficio legislativo del ministero della Giustizia, Mauro Vitiello, di area Magistratura democratica. Secondo chi lo ha sentito, il leader leghista si sarebbe anche concesso una battuta: "Si sono fatti fregare, non so se tutti in buona fede. Nomen omen...". Difficile dimenticare che il ministro alla Giustizia si chiama Bonafede. Del resto, che Salvini la pensasse in questo modo era affiorato anche nel suo Facebook live di metà giornata: "Bonafede ci mette pure la buona volontà ma la sua cosiddetta riforma della giustizia è acqua".
Fatto sta che il basso continuo del Consiglio è il confronto punto su punto tra lo stesso Bonafede e la ministro leghista Giulia Bongiorno. Ma il premier Conte e Luigi Di Maio non vogliono arrivare alla rottura. Neppure i leghisti, in realtà, ma il testo per loro va profondamente cambiato: i tempi del processo, il regime delle intercettazioni sono i nodi che non si sciolgono. Intorno alle 21.30 Salvini comunica ai suoi che tutto è in alto mare: "Quando ci sono in ballo la libertà e i diritti di milioni di italiani, le cose bisogna farle bene...".
Al di là della lunga notte della giustizia, Salvini non ha ancora preso decisioni definitive. "Aspetta al guado" dicono i suoi, il vicepremier attende la piega degli eventi: "Occorre vedere le fondamenta della manovra che Tria e Conte intendono impostare". A giudicare dai tuoni e fulmini partiti ieri in aula alla Camera all'indirizzo di Giovanni Tria dal capogruppo Riccardo Molinari e dal presidente della Commissione Bilancio Claudio Borghi, il clima non mette al bello. E resta sul tappeto, la prossima settimana, la problematica conversione del decreto Sicurezza bis al Senato: il vantaggio della maggioranza è di soli due voti.
Salvini ieri ha chiesto e ottenuto dal premier Conte la fiducia sul provvedimento. Il che, però, dovrebbe impedire che il decreto, pilastro dell'attività del ministro dell'Interno, possano essere votate anche da Forza Italia e Fratelli d'Italia, che sono all'opposizione. Infine, le questione del commissario italiano. Domani il premier Conte incontrerà la presidente Ue Ursula von der Leyen. Ma sul nome del commissario pare che le decisioni non siano prese. I nomi dei ministri Moavero e Tria che continuano a circolare? "Autocandidature" tagliano corto in Lega.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2019
In un mercoledì di afa a Palazzo Chigi mancano solo i sacchi di sabbia alle finestre. Tra gli affreschi e gli stucchi dal primo pomeriggio fino a notte tarda è battaglia tra gialloverdi, una delle peggiori. Perché Matteo Salvini, il vicepremier che ormai vuole tutto, muove guerra alla riforma della giustizia del Guardasigilli a 5Stelle Alfonso Bonafede per uccidere quella della prescrizione.
Per questo, guidato da Giulia Bongiorno, semina dubbi e distinguo contro il nuovo processo penale pensato dal ministro. Invoca le intercettazioni e la separazione delle carriere, assenti nel disegno di legge. Scuote la testa davanti alla riforma del Consiglio superiore della magistratura. Ma in testa Salvini e Bongiorno hanno innanzitutto la scadenza di fine anno: perché, secondo il Carroccio, senza la riduzione dei tempi dei processi entro dicembre, dal gennaio 2020 non può entrare in vigore la nuova prescrizione, quella che congela il decorrere dei tempi dopo la sentenza di primo grado.
Una novità prevista dalla legge Spazza-corrotti. Ma la norma che c'è già, nero su bianco, è eresia per la Lega e per la penalista Bongiorno. E poi il Carroccio deve ingaggiare lo scontro su ogni cosa con i grillini, insistere sulla loro fragilità. Figurarsi se si può lasciare campo libero a un disegno di legge di Bonafede, numero due del M5S. Così è corpo a corpo, con Salvini che dà fuoco alle polveri con una diretta su Facebook: "Io ci metto la buona volontà, ma la sua cosiddetta riforma è acqua, non c'è uno scatto in avanti".
Serve altro, assicura, "una riforma vera e incisiva", mentre quella di Bonafede sarebbe piena di omissioni: "Non si parla di separazione delle carriere, delle assunzioni dei magistrati, dei criteri dei concorsi, delle promozioni".
E poi, continua, "non si tocca il tema delle intercettazioni". Ma soprattutto, accusa il ministro, "non si interviene sulle attenuanti generiche e sulla sospensione condizionale della pena. Ci sono spacciatori o stupratori che vengono condannati sulla carta, ma poi con la sospensione condizionale della pena fanno 24 ore di galera e poi tornano a spacciare e a stuprare".
Ed è il linguaggio preferito del leghista, sono i suoi slogan di sceriffo. Ottimi per azzannare, come e più del previsto. Perché il capo del Carroccio definisce i dettagli dell'assalto di prima mattina dopo una riunione con la ministra alla Pubblica amministrazione, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e Nicola Molteni, suo sottosegretario al Viminale.
Con loro decide di rilanciare, anche con una sua contro-riforma: "Separa le carriere, dimezza i tempi dei processi, premia chi merita e punisce chi sbaglia". Bonafede non gradisce e lo invita a farsi sotto: "Ci vediamo in Cdm, non su Facebook e, forse potrò finalmente sentire le argomentazioni, visto che in pre-consiglio nessuno ha detto nulla".
Tira aria da stracci, e allora Conte convoca un pre-vertice con Di Maio e Salvini, a cui poi si aggiunge Bonafede. Così il Consiglio, previsto per le 15, slitta di un'ora abbondante. Ma la riunione non porta a nulla. Tanto che il Cdm parte attorno alle 16.30 ma viene subito sospeso, secondo fonti di Chigi per "motivi tecnici" (provvedimenti urgenti tra cui scioglimenti di Comuni, pare). La pausa serve anche per cercare un accordo sul ddl, con Conte e i ministri che discutono fitto assieme ai rispettivi tecnici.
Oltre due ore dopo si riparte, con i 5Stelle che spargono ottimismo: "C'è l'intesa, a breve ci sarà una conferenza stampa con Conte e Bonafede". Ma gli addetti di Palazzo Chigi lavorano a vuoto, perché nel Cdm la tensione sale e i nodi si ingarbugliano. Conte si rivolge ai leghisti, più volte: "Fatemi le vostre proposte".
Ma di proposte concrete, dicono fonti di governo, nonne arrivano. Solo tanti appunti. Fino a un duro scontro tra Bonafede e Bongiorno, in punta di diritto. "Alla Lega non piacciono le norme sul processo penale" raccontano dal M5S. Così si va avanti, fino a tarda notte. Nella trincea tra presunti alleati.










