di Leonardo Martinelli
La Stampa, 18 settembre 2019
Il presidente francese a Roma: sintonia col governo sulla ridistribuzione. La Guardia costiera salva 90 persone, accolti da Malta dopo un negoziato. Ricominciamo da capo. È con questo spirito che Emmanuel Macron sbarca oggi a Roma, primo dirigente straniero in visita dopo il debutto del nuovo governo. Obiettivo: far dimenticare i difficili trascorsi con la precedente maggioranza gialloverde (compreso il richiamo dell'ambasciatore in Italia da parte della Francia lo scorso febbraio). Macron vuole parlare soprattutto di politica migratoria.
E davvero con un nuovo spirito, perché anche a casa sua sta spingendo verso una stretta, con la volontà di ridurre i richiedenti asilo, il ricongiungimento familiare, l'assistenza sanitaria ai clandestini.
Intanto, le trattative continuano fra i ministeri degli Interni dei due Paesi, oltre che di Malta e della Germania, in vista dell'incontro dei quattro ministri alla Valletta il 23 settembre, dove si punta a fissare un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti salvati nel Mediterraneo. Il tema sarà affrontato anche oggi da Macron e Giuseppe Conte, che si vedranno a cena a Palazzo Chigi (in precedenza il presidente francese vedrà Sergio Mattarella, che l'Eliseo definisce "la garanzia di una continuità nei nostri rapporti, al di là delle peripezie politiche").
Proprio ieri una nuova crisi si è aperta sui migranti tra Italia e Malta. Dopo che lunedì notte la nostra Guardia costiera aveva soccorso un barchino con 90 persone su esplicita richiesta dell'autorità Sar maltese, è ricominciato l'abituale scaricabarile sulle competenze, con le unità navali italiane dirette verso La Valletta, che però si rifiutava di concedere il trasbordo. Solo in serata i soccorsi sono stati trasferiti su un pattugliatore maltese, forse grazie all'intervento del presidente di Malta George William Velia, che era ricevuto da Mattarella. In serata quindi Malta ha dato via libera allo sbarco. Per evitare situazioni del genere, secondo l'Eliseo bisogna definire regole precise: "Il porto più vicino e più rapidamente raggiungibile deve accogliere i migranti salvati. Poi dovrà scattare un meccanismo stabile e automatico di ripartizione di quelle persone fra i Paesi europei, che non dovranno essere solo Francia, Germania e pochi altri".
A Roma si segnala pure la presenza del primo ministro libico Fayez al Sarraj, che dopo quasi due giorni di attesa vedrà il premier italiano oggi a mezzogiorno. Come suggeriscono diversi media arabi, al Sarraj avrebbe sperato in un incontro estemporaneo anche con Macron (ma l'Eliseo esclude che ci siano il tempo e l'intenzione di un vertice a tre).
Il leader libico sta cercando di rafforzare il suo ruolo, magari riguadagnando terreno diplomatico sul rivale Haftar, che è di casa a Parigi. Ritornando alla politica migratoria, ieri all'Eliseo insistevano sul fatto che, al di là del meccanismo di redistribuzione delle persone salvate in mare, Macron vuole discutere con l'interlocutore italiano "della riforma dello spazio Schengen e dell'accordo di Dublino". Quanto agli immigrati economici "dobbiamo accelerarne l'identificazione e il loro ritorno nei Paesi di origine".
Lunedì scorso Macron ha incontrato i deputati del suo partito, la République en Marche: un incontro ufficioso, ma i messaggi lanciati dal presidente sono già trapelati nei media francesi. In salsa Nicolas Sarkozy, Macron ha chiesto una stretta sugli immigrati. Vuole eliminare "le distorsioni del diritto d'asilo", per cui in Francia, dopo gli afghani, sono i georgiani e gli albanesi i richiedenti più numerosi (provenienti da due Paesi che non hanno diritto allo status di rifugiati).
E le richieste in generale aumentano (130 mila previste a fine anno) mentre calano nel resto dell'Europa. Inoltre, Macron pretende dai suoi parlamentari nuove norme che limitino il ricongiungimento familiare e anche il finanziamento (un miliardo di euro) consacrato ogni anno alle cure mediche dei clandestini. Una possibilità è escludere il trattamento di cancro ed epatite C. Le prossime presidenziali, nel 2022, alla fine sono dietro l'angolo. Marine Le Pen appare come l'inevitabile rivale, ancora una volta. E sui migranti bisogna essere all'altezza.
Gazzetta del Sud, 18 settembre 2019
"Serve un nuovo modello organizzativo". "Due drammatici eventi recenti, e cioè il suicidio per impiccagione di un giovane detenuto ventenne affetto da disturbi psichiatrici e l'aggressione al collo di un poliziotto penitenziario da parte di un altro detenuto con disturbi psichici, comprovano le persistenti e gravi difficoltà di gestione e funzionamento del reparto 8 che ospita la cosiddetta "articolazione per la tutela della salute mentale" del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto".
Lo sottolinea in una nota il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Giovanni Fiandaca. "La difficoltà di prevenire eventi del genere - sottolinea Fiandaca - è accentuata dalla perdurante mancata adozione di un modello organizzativo adeguato del reparto in questione (una bozza di modello organizzativo attende ancora sui tavoli dell'Assessorato regionale della Salute) nonché dalla insufficienza di personale, non avendo ancora il Dipartimento di salute mentale di Messina preso effettivamente in carico l'articolazione suddetta".
Fiandaca sollecita, pertanto, tutte le autorità competenti a provvedere nel più breve tempo possibile "a disporre tutti i provvedimenti e le misure necessarie per assicurare un funzionamento dell'A.T.S.M. di Barcellona Pozzo di Gotto conforme a esigenze di efficacia operativa e preventiva".
Padre Insana: "Il problema è il sistema, non la carenza di personale"
Il suicidio del ventenne detenuto palermitano nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto ha riacceso i riflettori su un dramma che purtroppo si ripete troppo spesso. Padre Pippo Insana, da sempre in prima linea su questo problema, esprime la sua chiara posizione: "Non funziona il sistema a supporto dei detenuti con patologie d'igiene mentale. Non è un problema di carenza di personale, ma di organizzazione delle giornate, per chi come il ragazzo palermitano, tossicodipendente in carcere per rapina, avrebbe bisogno di un'assistenza diversa, non solo di un'osservazione sterile. Serve dare stimoli, superare la noia e favorire la socializzazione ed il reinserimento perché troppo spesso la convivenza nello stesso reparto non fa che esasperare le singole patologie, con le conseguenze a cui assistiamo troppo spesso, aggressioni al personale ed episodi di autolesionismo, che portano anche al suicidio. Se non si cambia sistema e non si riempiono le giornate dei detenuti con problemi di salute mentale questa catena non si potrà spezzare".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 settembre 2019
Sempre più pressanti problematiche strutturali per ciascuno dei 13 istituti penitenziari piemontesi. Ma anche altre criticità come la mancanza di personale di direzione, di comando, di custodia, educativo, sanitario, scolastico, di interpretariato e mediazione culturale, o la scarsa valorizzazione del volontariato o, ancora, la complessiva cattiva qualità della vita in carcere, che si ripercuote su chi in carcere vive, operatori e ristretti, con conseguenze spesso drammatiche.
Questo è ciò che emerge dalla relazione annuale di Bruno Mellano, il garante della regione Piemonte delle persone private della libertà. Martedì scorso, durante l'ottava seduta del nuovo consiglio regionale, il garante ha avuto la possibilità di raccontare e fotografare non solo un anno di lavoro e impegno, ma un iter lungo, al momento cinque anni, fatto di collaborazione con Amministrazione penitenziaria, assessorati ed Enti, per far sì che il carcere e l'espiazione della pena rispondano ai dettami costituzionali in ottica rieducativa e non meramente afflittiva. Un dato positivo che emerge è il fatto che il Piemonte è l'unica regione con un o una garante comunale per ogni città sede di carcere.
Tredici, in quanto a Torino sono presenti la Casa circondariale "Lorusso e Cutugno" e l'Istituto penale per Minori "Ferrante Aporti" e con una presenza femminile maggioritaria, il 67% per cento. Ricordando gli ambiti d'intervento e monitoraggio del proprio ruolo a tutela della dignità umana, in collaborazione con l'Ufficio del Garante nazionale e i singoli garanti comunali, ha evidenziato come i luoghi e i modi della privazione della libertà in Piemonte scontino "una situazione difficile, anche per chi vi lavora".
In merito all'esecuzione penale, oggi i numeri parlano di un "sovraffollamento strutturale", sia a livello nazionale che regionale. "Sono oltre 4.700 i detenuti nelle 13 carceri piemontesi, un dato in aumento negli ultimi dieci anni che si avvicina ai livelli di guardia del 2010 quando le persone ristrette erano oltre 5.000. In Italia superano le 60.000 unità, per una capienza dichiarata, secondo le statistiche ufficiali, pari a circa 50.500 posti. Questo numero non tiene conto delle chiusure parziali, o dell'inagibilità di alcune sezioni o padiglioni, portando la capienza effettiva a circa 47.500".
Dalla relazione, infatti, si evincono diverse criticità su questo punto. Rappresentativi i casi della Casa di Reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba (su 142 posti 109 non sono disponibili perché una parte dell'Istituto è ancora chiusa da inizio 2016 a seguito di un'epidemia di legionellosi), o degli istituti di Cuneo dove "un intero padiglione è chiuso per restauro da dieci anni" e Vercelli "dove per avviare i lavori di restauro c'è voluto l'intervento dell'Asl".
Un'esecuzione penale e una popolazione ristretta quella piemontese che vedono "crescere il numero di detenuti attenzionati in regime particolare per affiliazione alla 'ndrangheta e alla mafia. Sono due gli istituti in regione, Cuneo e Novara, con il regime del 41bis (il cosiddetto carcere duro), così come due sono le sezioni negli istituti con presenza femminile, Torino e Vercelli, per complessive 170 donne recluse (circa 134 a Torino). Sempre nel capoluogo è presente il "Ferrante Aporti", che ospita una quarantina di minori reclusi, nonché l'Icam, Istituto di custodia attenuata per madri, con a oggi presenti 11 mamme e 13 bambini".
Non solo le criticità nella relazione, ma anche gli aspetti virtuosi, come "la formazione, o il lavoro, intesi quali elementi di vita all'interno del carcere ed elementi trattamentali imprescindibili". Alcuni esempi messi in campo dalla regione e dagli enti nazionali e locali sono i diversi protocolli d'intesa sottoscritti.
Come quello del marzo scorso quando il Garante ha aderito al "Protocollo per l'attivazione di uno Sportello di orientamento legale del detenuto presso gli istituti penitenziari di Cuneo, Fossano, Saluzzo", sottoscritto il dall'Ordine degli avvocati di Cuneo, il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, la Camera penale "Vittorio Chiusano" del Piemonte Occidentale e della Valle d'Aosta.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 17 settembre 2019 n. 38456. A seguito di una segnalazione di Bankitalia, per un'ipotesi di falso in bilancio, sono legittimi i decreti del Pm che dispongono la perquisizione e il sequestro di computer e pen drive dei vertici della banca. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 38456 di ieri, respingendo i ricorsi del Presidente del Cda, del Direttore centrale crediti, del direttore generale e del Risk manager della Banca di Pisa e Fornacette Credito Cooperativo.
Secondo l'ipotesi accusatoria, le false comunicazioni sociali, riguardanti il bilancio 2016, erano avvenute mediante la cessione infragruppo, a favore della controllata Sigest, del residuo patrimonio immobiliare della Banca e attraverso la rivitalizzazione di crediti, inizialmente portati a sofferenza verso cinque creditori. Il management, e la banca stessa, hanno proposto ricorso contro la misura giudicata "sproporzionata" rispetto all'accusa.
La V Sezione, per prima cosa, ricorda che "l'art. 244, comma 2, c.p.p. prevede la possibilità di adottare, riguardo ai rilievi ed alle operazioni tecniche da effettuare in relazione a Sistemi informatici o telematici, misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originari e ad impedirne l'alterazione". E "l'art. 247, comma 1 bis, c.p.p. prevede analoghi accorgimenti, nel consentire la perquisizione di un sistema informatico o telematico, anche se protetto da misure di sicurezza, quando vi è fondato motivo di ritenere che in ess si trovino dati, informazioni, programmi informatici o tracce comunque pertinenti a reato analoga possibilità di perquisizione è riconosciuta alla polizia Giudiziaria dall'art. 352, comma 1-bis, c.p.p.".
Riguardo invece alla supposta sproporzione della misura, la Suprema corte afferma che "l'ordinanza impugnata ha dato conto dell'impossibilità di conseguire il medesimo risultato attraverso altri e meno invasivi strumenti cautelari, sulla base della valutazione della complessiva vicenda e, segnatamente, rilevando le difficoltà operative e tecniche di procedere ad una perquisizione mirata di dati relativi ad accertamenti complessi, riguardanti più parti (banca e diversi creditori, nonché rapporti infragruppo, con la controllata Sigest) e l'acquisizione di documentazione contabile, anche di natura tecnica, relativa al confezionamento del bilancio".
Una misura dunque conforme al consolidato orientamento della Cassazione per cui "in tema di acquisizione della prova, l'autorità giudiziaria, ai fine di esaminare un'ampia massa di dati i cui contenuti sono potenzialmente rilevanti per le indagini, può disporre il sequestro dai contenuti molto estesi". "Il sequestro probatorio, infatti, può coprire il singolo apparato, il dato Informatico in sé, ovvero il medesimo dato quale mero "recipiente" di informazioni". Del resto, conclude la Corte, i ricorrenti non hanno neppure dedotto quale sia "l'interesse leso", mentre esso deve essere "concreto ed attuale, specifico ed oggettivamente valutabile, sulla base di elementi univocamente indicativi della lesione di interessi primari (quali quello alla riservatezza o al segreto), conseguenti all'indisponibilità temporanea delle informazioni contenute nei documenti informatici sottoposti a sequestro".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2019
Corte di cassazione - sezione III penale - Sentenza 17 settembre 2019 n. 38485. Non sono soggetti a misura cautelare gli strumenti rinvenuti in un centro medico che hanno la sola finalità di raccogliere i dati del paziente, la patologia da cui sono affetti e un preventivo della cura. Questo il contenuto della sentenza della Cassazione di ieri n. 38485/19. La Corte si è trovata alle prese con un centro in Roma presso il centro commerciale Cinecittà 2 non propriamente medico in cui erano presenti strumenti elettronici e un'infermiera.
Come si era espresso il Tribunale. Nel grado precedente era stata eccepita l'incompetenza di quest'ultima a gestire mezzi elettronici accostati al mondo medico. E, quindi, anche in funzione di ciò il tribunale si era espresso per il sequestro. Niente di più sbagliato, sottolinea la Corte, secondo cui la funzione dell'infermiera era assolutamente paragonabile a quella di una segretaria, perché doveva aiutare i pazienti a inserire nei computer dati e ricevere preventivi. Tutti gli interventi, non venivano effettuati presso questo centro ma in un centro medico vero e proprio ubicato in altra zona della Capitale. Si tratta di quella che la Cassazione ha definito telemedicina, assolutamente legittima e che in nessun caso prevede la misura cautelare sui mezzi che servono a raccogliere dati dei pazienti. Secondo la giurisprudenza di Cassazione, ai fini dell'integrazione del reato (nel caso non avere apposita autorizzazione regionale) è necessario che nella struttura avente una finalità imprenditoriale e non meramente libero professionale, siano erogate in assenza di autorizzazione, prestazioni tipicamente sanitarie quali - a titolo meramente esemplificativo -, quelle relative alla somministrazione di farmaci, all'assistenza medica e infermieristica o relative alla medicina estetica e dermatologica. In definitiva il requisito fondamentale è che all'interno della struttura siano compiuti atti aventi una rilevanza medica. Non rientrano, invece, in questa categoria gli atti il cui svolgimento sia scevro da una qualsivoglia attività organizzativa oppure gli atti nei quali è lo stesso paziente ad acquisire i dati anamnestici che egli successivamente trasferirà al personale sanitario tramite l'utilizzo di strumenti comunemente detti di autodiagnosi
di Maria Gabriella Romano
gnewsonline.it, 18 settembre 2019
Antonio Mirra, sindaco di Santa Maria Capua Vetere, ha consegnato un defibrillatore a Elisabetta
Palmieri, direttrice della casa circondariale della cittadina campana. Clemente Russo, pugile campione olimpionico delle Fiamme Azzurre noto con il soprannome di Tatanka, e Tommaso Rossano, tecnico della sezione pugilato del gruppo sportivo, erano presenti alla cerimonia di consegna del prezioso salvavita che si è svolta nella sala della Giunta comunale. Il defibrillatore verrà sistemato nella palestra delle Fiamme Azzurre inaugurata nel maggio scorso presso il carcere.
Clemente Russo ha tenuto a precisare che "la consegna del defibrillatore da parte del sindaco Mirra è al carcere di Santa Maria Capua Vetere e precisamente alla struttura sportiva, la casa della boxe delle Fiamme Azzurre dove ci alleniamo". "Piano piano - prosegue l'atleta medaglia d'argento tra i pesi massimi alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012 - cercheremo di aprire le porte non solo ai dipendenti della struttura, ma anche ai giovani atleti del settore giovanile delle Gruppo Sportivo della Polizia Penitenziaria e al pubblico".
Il tecnico Tommaso Rossano ha sottolineato il rapporto che lega lo sport delle Fiamme Azzurre, gli istituti detentivi/riabilitativi e la scelta della città di Santa Maria Capua Vetere. "Abbiamo individuato questa struttura - ha spiegato Rossano - che già fa parte della nostra amministrazione. Per noi è fondamentale coltivare il rapporto tra gruppo sportivo e il personale che opera negli istituti penitenziari. Sul binomio Polizia Penitenziaria-sport intendiamo investire perché a noi offre la possibilità di stare accanto ai nostri colleghi e a loro dà la chance di allenarsi al nostro fianco. Un'esperienza che vale tanto".
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 18 settembre 2019
È possibile, assieme ai ragazzi che hanno sbagliato, che sono "caduti", cercare di dar loro un motivo di riscatto sociale, anche attraverso il lavoro? Detto e fatto, all'Ipm è stato possibile ed è tuttora fattibile scontare la pena detentiva attraverso il lavoro manuale e le attività ricreative e non, come già raccontato recentemente nella video intervista di Sardegna Live, a Quartucciu.
Nel settembre 2018 infatti, è stato avviato un laboratorio di falegnameria all'interno dell'Ipm, grazie alla fattiva sinergie di un Ente della Procura generale e quello della congregazione delle missionarie figlie di San Girolamo emiliani Casa Emmaus, di Elmas, che gestisce da 20 anni una comunità alloggio per minori adolescenti (ragazze) affidate dai servizi sociali degli enti locali di residenza delle minori, servizi sanitari (neuropsichiatria infantile) e servizi della giustizia minorile per le minori autori di reato).
Una scommessa a più mani, da un lato la Direzione dell'Amministrazione Penitenziaria della Sardegna - Centro Giustizia Minorile, educatori ed operatori, dall'altro suor Silvia carboni, da sempre in aiuto ai disagiati: "Nell'ottobre 2018 - racconta con entusiasmo suor Silvia Carboni - è stato avviato un nuovo Centro semiresidenziale Borgotremani, situato a Cagliar in via Parraguez, anche questo destinato all'accoglienza di minori adolescenti di entrambi i sessi provenienti dai servizi sociali sanitari e della giustizia minorile.
All'interno del borgo si trovano varie botteghe e tra questa la bottega del falegname. da settembre 2018 il nostro ente sta gestendo un laboratorio di falegnameria presso il carcere di Quartucciu, dopo aver vinto un bando promosso dal Centro giustizia minorile della Sardegna. Essendo noi un ente che lavora nel sociale e non una falegnameria, abbiamo accettato la sfida di gestire la falegnameria "a modo nostro".
Gli operatori che lavorano coi ragazzi - aggiunge Suor Silvia - sono Valerio Ancis, 43 anni, psicologo psicoterapeuta familiare con la passione della lavorazione del legno e Rita Marongiu, 40 anni, creatrice del marchio officina del pallet, esperta nel lavoro del riciclo pallet, ma soprattutto con una grande sensibilità.
Sono loro due che hanno dato anima a questo laboratorio, obiettivo principale per noi missionarie è creare la relazione coi ragazzi attraverso un laboratorio "del fare". Altro obiettivo del laboratorio è la formazione al lavoro, ovvero l'etica vera e propria: rispettare gli orari, le regole della sicurezza, saper seguire le indicazioni del "datore di lavoro", collaborare coi colleghi, sentirsi parte di un processo produttivo.
Queste per noi le regole base. da qui abbiamo avviato i percorsi per l'apprendimento delle varie tecniche di lavorazione la maggior parte delle quali basate sull'arte del riciclo... oltre alla competenza tecnica il messaggio che volevamo dare al ragazzo è la possibilità della second chance, cosi come un pezzo di legno rovinato e vecchio può avere una nuova vita, cosi come ogni ragazzo che si considera un o viene considerato un "rifiuto della società" può avere una seconda chance essere rigenerato ed avere una nuova vita, da qui era nato un pensiero "talenti d'oro", partendo dal desiderio di "dare una nuova vita" e rigenerare ogni ragazzo attraverso la "rigenerazione di un pallet, abbiamo pensato che era importante "rigenerare" anche il luogo di vita, ovvero l'ambiente in cui il giovane detenuto vive.. cercando di rendere i ragazzi stessi responsabili della cura dell'ambiente dove vivono. Abbiamo iniziato con rendere bello il giardino antistante il campo sportivo. giardino inaugurato il 12 febbraio in occasione della giornata solidale promossa dalla Fondazione Giulini.
Poi - aggiunge sempre Suor Silvia Carboni - abbiamo allestito e abbellito la biblioteca dei ragazzi.. e ora abbiamo puntato ad allestire e rendere accogliente lo spazio di accoglienza dei familiari dei ragazzi.. la sala d'attesa.. io ho sempre lavorato dietro le quinte... la realizzazione e la creatività è tutta di Valerio e Rita, persone diverse, con stili diversi con competenze diverse che però sono riusciti ad integrare bene le loro diversità.. e il risultato è sotto gli occhi di tutti... anche il gioco delle relazioni gli operatori e l'integrazione delle diversità è stato educativo e terapeutico per i ragazzi.
Siamo convinti che il messaggio educativo passi anche attraverso la cura dell'estetica degli ambienti di vita che accolgono giovani che provengono da situazioni abbruttite e abbrutenti. Infine - conclude la missionaria - da cosa nasce cosa, per alcuni di loro, cioè per coloro che hanno colto il messaggio della possibilità della rinascita, offriamo la possibilità di continuare il loro percorso di cambiamento presso la bottega del falegname all'interno del Borgotremani, un altro passaggio verso l'inclusione sociale".
di Maria Stefania D'Angelo
sicilianpost.it, 18 settembre 2019
Marcello, salvato dalla scuola in carcere. Con l'associazione "Dolce Buonaspina", ispirata al nome del carcere minorile palermitano in cui ha conosciuto una seconda possibilità dopo un'infanzia difficile, il 45enne coinvolge giovani disagiati e disabili nella realizzazione di tipici dolci siciliani da vendere nei teatri cittadini. "Il sogno? Un punto vendita tutto nostro".
Aveva soltanto 11 anni quando tra i vicoli del quartiere Ballarò di Palermo ha conosciuto la terribile faccia dell'illegalità, quella fatta di droga e criminalità. Ma dal sapore amaro dell'esperienza in carcere, Marcello Patricola, oggi 45enne, ha trovato la spinta per costruirsi un futuro che profuma di cannella e arancia. Un profumo di vita, che lo rende protagonista delle attività portate avanti con la sua associazione "Dolce Buonaspina", fondata proprio in ricordo del carcere minorile Malaspina di Palermo, con la speranza che si possano diffondere sempre di più misure alternative alla pena, soprattutto per i giovani.
Con il suo cappello da chef e un sorriso che testimonia un lungo percorso di riscatto sociale, Marcello si occupa con l'associazione di produrre dolci tipici siciliani, come i biscotti alla cannella e il pan d'arancio, e venderli nei foyer dei teatri cittadini.
Una professione, quella da pasticciere, che ha coltivato durante gli anni trascorsi in carcere. "La scuola mi ha salvato la vita - commenta. Oggi il carcere è molto più riabilitativo rispetto a tanti anni fa, io ho avuto la fortuna di frequentare l'Istituto Alberghiero e apprendere un mestiere che mi è servito per ricominciare".
Figlio di entrambi genitori disabili, Marcello conosce sin da piccolissimo modelli di vita sbagliati, che lo portano a scontrarsi con la dipendenza e il consumo di droghe pesanti fino a quando viene segnalato dal tribunale per minorenni e inserito nella comunità di recupero di San Patrignano.
"Dopo un percorso in comunità - aggiunge - avevo superato il problema della dipendenza, ma non quello del "fascino del quartiere". Quei motorini, quelle luci sono per chi cresce in periferia delle altalene, se ci fossero più interventi di rigenerazione urbana, più centri aggregativi, più contaminazione con modelli positivi forse molti ragazzi prenderebbero strade diverse. Io non ho scelto di rubare, conoscevo solo quel modello".
Ha studiato la Divina Commedia più volte, letto intere pagine dei Promessi Sposi ma poco importa se qualche volta ha dovuto ripetere l'anno scolastico. La scuola e soprattutto gli insegnanti sono stati i migliori compagni di vita con il quale confrontarsi e riflettere su tematiche sociali. "Quando suonava la campanella ero il primo ad entrare in classe e l'ultimo ad andare. A differenza del carcere, dove devi mantenere il ruolo del duro, a scuola sei libero. Libero di costruirti nuovi modelli, parlare di valori e alimentare il tuo pensiero critico. Non smetterò mai di dirlo: ogni giovane che sfortunatamente vive l'esperienza del carcere deve avere la possibilità di studiare".
Non soltanto legalità e riscatto sociale, il cuore pulsante dell'associazione è promuovere buone pratiche di inclusione coinvolgendo sia gli ex detenuti che le persone disabili. "Dolce Buonaspina" collabora, infatti, con l'Aias, Associazione Italiana per l'Assistenza agli Spastici, attraverso un laboratorio di pasticceria, guidato da Marcello, che appassiona sempre di più i disabili nella preparazione dei dolci.
"Da loro ricevo tantissimo - confessa - e questo mi dà la carica per continuare a portare avanti la mia battaglia. Che è quella di donare ai giovani meno fortunati speranza ed esempi positivi. Da qualche anno, mi vengono affidati inoltre alcuni ragazzi che vivono nelle case famiglie e attraverso lezioni di pasticceria cerco in tutti i modi di far comprendere che c'è sempre un'alternativa".
L'associazione non ha un punto vendita dove proporre le proprie specialità, ma in maniera del tutto itinerante si garantisce la sostenibilità. Ma il sogno adesso è di avviare una vera e propria attività che coinvolga ex detenuti e disabili. "Una pasticceria o un mini market, mi piacerebbe vedere dietro il bancone il sorriso di un ragazzo disabile o lo sguardo di chi ce l'ha fatta. Confido proprio nella generosità di chi ci apprezza e spero prima o poi di realizzare questo sogno".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 18 settembre 2019
"Il fatto non sussiste". Cibo scadente ai detenuti di Montorio: nessun colpo di scena ieri al processo davanti al giudice Camilla Cognetti che, dopo la richiesta di assoluzione formulata a luglio dal pm, ha effettivamente visto cadere le accuse contestate agli imputati.
L'ipotesi di reato era frode nelle pubbliche forniture: dalla Procura vennero indagati il rappresentante della ditta che gestiva la fornitura del cibo e le due responsabili di una delle ditte a cui è subappaltato il servizio. La frode si sarebbe consumata dall'ottobre 2012 all'ottobre 2013: ma in aula, a raccontare tutt'altra verità, erano stati due imputati, ovvero i responsabili di una delle ditte subappaltanti, Michela e Savino Tiraboschi, rispettivamente legale rappresentante e gestore di fatto della Ortobergamo srl.
Stando all'accusa, avrebbero "fornito beni in cattivo stato di conservazione e alterati, con muffa, marci, inadatti al consumo, da qualificare in più occasione come materiali di scarto e difformi per qualità dal contratto di fornitura".
Otto detenuti, al processo si erano costituiti parte civile, chiedendo i danni. Alle scorse udienze, tra i vari testimoni, spiccavano appunto i Tiraboschi, padre e figlia, secondo cui "nessuno ha mai agito per lamentare l'inadempimento nelle forniture svolte a Montorio né chiesto la risoluzione del contratto e le occasionali contestazioni sulla qualità della merce giungevano solo da questa casa circondariale, e non da altre strutture, come quella di Vicenza". E ieri sono stati assolti.
gnewsonline.it, 18 settembre 2019
Si chiama "Fuori luogo" ma in realtà il nuovo negozio aperto nell'ambito del progetto "Laboratorio sartoriale" si trova proprio nel posto-simbolo giusto: a Forlì in via Regnoli, 52, una delle 452 social street italiane i cui residenti promuovono pratiche di buon vicinato e di condivisione. Promosso dalla cooperativa sociale Formula Solidale in collaborazione col Soroptimist Club, "Fuori luogo" vende abiti e altre creazioni di otto donne, tre delle quali detenute nella casa circondariale di Forlì e le altre in condizioni di svantaggio.
4Più che un negozio di abbigliamento è una specie di un concept store della creatività eco sostenibile made in carcere. Pareti variopinte, materiali e tessuti innovativi o riciclati, atmosfera accogliente e la possibilità di curiosare con calma alla ricerca di abiti, accessori, magliette, borse e vintage d'autore. La sperimentazione comprende anche un modo nuovo di coinvolgere le donne nel progetto sartoriale mettendole nelle condizioni di realizzare capi tutti diversi, che rispecchiano la loro sensibilità.
"L'apertura di Fuori luogo è il frutto di un lavoro che dura da diversi anni - ha dichiarato Palma Mercurio, direttrice del carcere. Ora la città può toccare con mano il risultato finale. Dare gli strumenti a queste donne è fondamentale per il loro reinserimento". Nel negozio si possono trovare anche articoli realizzati da donne detenute degli istituti penitenziari di Genova e Venezia.
- Venezia. "Giudecca carcere modello, ma se non si investe chiuderà"
- Milano. Venerdì la performace teatrale delle detenute del carcere di San Vittore
- Napoli. Notte Galeotta, evasioni di gusto al carcere femminile di Pozzuoli
- Busto Arsizio. Il Gagarin porta il teatro in carcere e lancia la nuova stagione
- Torino. Festival "LiberAzioni", al via tre concorsi per opere di cinema, scrittura e musica









