di Mario Di Vito
Il Manifesto, 31 luglio 2019
È un ragazzo di appena vent'anni, arrivato dal Mali due anni fa, a mandare il primo decreto Salvini davanti alla Corte Costituzionale. A partire dalla sua storia, infatti, in tribunale di Ancona ha emesso lunedì un'ordinanza in cui non solo si concede al giovane la residenza nel capoluogo marchigiano ma si solleva anche la questione di legittimità costituzionale sulla parte centrale della legge che porta il nome dell'attuale ministro dell'Interno: i richiedenti asilo possono ottenere la residenza in Italia oppure no?
Il caso è stato sollevato dall'avvocato Paolo Cognini dell'Asgi (Associazione di studi giuridici sull'immigrazione) e la giudice Martina Marinangeli, in diciassette pagine, non solo ha deciso di accogliere le sue istanze ma ha anche rinviato tutto quanto alla Corte Costituzionale, oltre che a Palazzo Chigi e alla presidenza delle due camere parlamentari. Una vicenda che ricorda quanto già accaduto lo scorso maggio a Bologna, con il tribunale che pure aveva concesso la residenza a due richiedenti asilo, ma senza chiamare in causa i giudici costituzionali, cosa che invece è accaduta con l'ordinanza anconetana. Nel primo caso, infatti, Salvini - oltre ad aver innescato le solite letali chiacchiere sulla magistratura politicizzata e sulle sue sentenze - aveva detto che comunque si trattava di "singoli casi", niente in grado di intaccare la legge in sé. Uno stallo giuridico che consentiva alla legge Salvini di sopravvivere e ai comuni italiani di continuare a non concedere la residenza ai migranti anche se titolari di un permesso di soggiorno.
"La richiesta di pronunciamento della Corte costituzionale - spiegano adesso dall'Ambasciata dei diritti delle Marche - può fare chiarezza definitiva, con effetti vincolanti, sull'incostituzionalità delle disposizioni in materia di iscrizione anagrafica contenute nel primo decreto Salvini e sulla loro natura discriminatoria".
La miccia che potrebbe far saltare in aria il castello di carte messo in piedi dal leader leghista nella sua attività di governo riguarda la storia di un ventenne maliano, richiedente asilo e titolare di permesso di soggiorno, arrivato in Italia il 20 giugno del 2017 e domiciliato ad Ancona dal novembre dell'anno successivo, quando cioè è stato inserito in uno dei progetti d'accoglienza che operano in città. Lo scorso marzo, il ragazzo aveva chiesto l'iscrizione all'anagrafe ma la sua istanza era stata giudicata dai funzionari comunali "irricevibile ed inefficace". Da qui il ricorso al tribunale attraverso l'avvocato Cognini.
Scrive, dunque, la giudice Marinangeli: "il rifiuto opposto dall'ufficiale di stato civile sarebbe illegittimo in quanto il legislatore non ha posto chiaramente un divieto generalizzato di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo dotati di permesso di soggiorno e, in ogni caso, un tale divieto sarebbe in contrasto con norme costituzionali e sovranazionali che vietano qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti". E ancora: "la mancata iscrizione all'anagrafe della popolazione residente pregiudica l'esercizio di tutta una serie di diritti", come l'iscrizione a scuola, la firma di un contratto di lavoro, l'apertura di un conto corrente, il poter prendere la patente e così via.
La situazione si era fatta paradossale: il ragazzo non poteva accettare un'offerta di lavoro che gli era stata fatta perché la legge non glielo consentiva. Avrebbe dovuto aprire una partita Iva e prendere la patente di guida, due cose che senza la residenza non si possono fare. La legge, dunque, secondo la giudice di Ancona discrimina una persona sulla base di una condizione indipendente dalla sua volontà, in palese contrasto con la costituzione italiana e con varie norme sovrannazionali peraltro sottoscritte dal nostro paese.
Questa osservazione, ad ogni buon conto, era stata fatta in precedenza da svariati giuristi: adesso, però, la questione si sposta dal dibattito accademico alle aule della Corte Costituzionale, dove si giocherà il futuro della legge Salvini nella sua essenza più profonda: se i richiedenti asilo potranno tornare a chiedere l'iscrizione anagrafica nei vari comuni italiani, crollerebbe il pilastro centrale di quel provvedimento.
di Raffaele Cantone
Il Mattino, 31 luglio 2019
La drammatica morte del vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ha generato un'ondata di sana emozione e acceso un faro su una realtà che da troppo tempo si finge di non vedere. Lo spaccio di ogni genere di droghe avviene ormai a cielo aperto ed in modo spesso protervo anche in pieno centro, nei luoghi della movida, addirittura usando intermediari per indirizzare i turisti verso i pusher.
Quanto avviene a Trastevere non è certo un fatto isolato; nei giorni scorsi a Palermo la polizia ha scoperto un gruppo criminale che aveva perfino creato una sorta di call center per evadere le richieste h24. Il vero problema dietro questi episodi è l'aumento esponenziale della domanda di stupefacenti, che sta dilagando soprattutto fra le ultime generazioni. Ce ne siamo accorti quando due gravissimi fatti di cronaca hanno scosso la pubblica opinione, generando un'ondata di indignazione purtroppo effimera.
Mi riferisco alla morte di Desirée Mariottini a Roma e Pamela Mastropietro a Macerata, a conferma purtroppo che il problema non riguarda più solo le grandi città. Basterebbero queste poche considerazioni a dimostrare come il tema sia cruciale e dai contorni esplosivi. Eppure sembra sparito dai radar del dibattito pubblico e in particolare della politica, che pare accorgersene solo quando si verificano fatti eclatanti e per il breve tempo in cui se ne parla. È forse comprensibile che la politica si comporti così; la questione degli stupefacenti è difficile da affrontare perché ha respiro mondiale e soprattutto perché le precedenti riforme hanno portato pochi frutti, sia quando hanno puntato sul recupero dei tossicodipendenti sia quando hanno fatto ricorso alla "tolleranza zero".
Sull'onda dell'omicidio del vice brigadiere, il ministro dell'Interno ha tuttavia annunciato il disegno di legge "Droga zero", che già dal titolo lascia chiaramente intendere quale strada si vuole intraprendere; difatti si parla di arresto obbligatorio in flagranza anche in presenza di quantitativi minimi (la cosiddetta "lieve entità") e di un inasprimento complessivo delle sanzioni.
Un maggiore rigore va di certo salutato con favore; lo spaccio di stupefacenti è diventato il principale affare delle mafie, non solo italiane, che sono sul nostro territorio ed è opportuno intervenire in modo duro, non solo con le misure personali ma anche con sequestri e confische. Quello che non convince, però, è la lettura securitaria con cui si stanno affrontando tutte le questioni inerenti l'ordine pubblico, dallo sbarco dei migranti ai borseggiatori in metropolitana. Non si può ridurre tutto a una questione di legge e ordine, perché la realtà, specialmente in tema di droga, è molto più complessa e sfumata delle semplificazioni a uso giornalistico.
L'universo che ruota attorno alla cessione degli stupefacenti è variegato e, proprio per effetto della loro diffusione, in particolare fra i più giovani una parte crescente è rappresentata dagli occasionali spacciatori-consumatori, dediti allo smercio per pagarsi le sostanze di cui fanno uso. Nessuno pensa di volerli giustificare ma è evidente la differenza ("ontologica" direi) fra costoro e uno spacciatore inserito nei ruoli organici di un gruppo criminale.
D'altro canto è illusorio ritenere che la minaccia di sbattere dietro le sbarre chiunque venga trovato in possesso di stupefacenti, a prescindere dal quantitativo, sia reale e soprattutto ne scoraggi l'impiego. In primis bisognerebbe attrezzarsi, atteso che le carceri sono strapiene e questo governo, come i precedenti, di edilizia penitenziaria non si è occupato. E poi, si può davvero pensare di lasciare in una custodia cautelare prolungata i piccoli pusher?
Essi probabilmente verranno rimessi in libertà o sottoposti a misure meno gravi, sovraccaricando il lavoro delle forze dell'ordine destinato ai controlli. Se tutti concordiamo che lo scenario è serio, è evidente che lo Stato non può limitarsi a rispondere con la sola arma (spuntata) della detenzione. Benché stia conoscendo un curioso revival circa le sue presunte proprietà terapeutiche, per non dire taumaturgiche, posso assicurare per averlo conosciuto da vicino che dal carcere si esce quasi sempre peggio di come si è entrati.
E spesso l'unico effetto che consegue, in particolare nei confronti di chi vi finisce in maniera fortuita, è di consentire le conoscenze "giuste" per iniziare a delinquere in maniera stabile. Solo una strategia integrata può avere speranza di successo, coniugando una lotta senza quartiere alle organizzazioni criminali con un serio impegno a favore della prevenzione, del recupero e della riabilitazione. Finché non interverremo sulle cause che generano la domanda di droga, i rimedi repressivi serviranno a poco. Riempire le patrie galere di assuntori o pusher di piccolo calibro non risolverà il problema, rischierà solo di aggravarlo.
di Anna Bandettini
La Repubblica, 31 luglio 2019
La compagnia dei detenuti di Volterra. "Ogni spettacolo lascia delle tracce", spiega Amando Punzo, "tanto che da qualche anno in qua in carcere noi parliamo dei nostri lavori come di una "saga", una sola storia in tanti capitoli: il viaggio di un uomo e di un bambino che si domandano se c'è la possibilità di un altro mondo e di un'altra umanità".
E certo, qui a Volterra, nel carcere della Fortezza Medicea dove da trent'anni Punzo fa teatro, non è una domanda retorica. La sua compagnia, la Fortezza, composta di attori-detenuti, protagonista della nostra scena, è qualcosa di più importante di una semplice questione estetica: è una pratica quotidiana casta e rigorosa "alternativa" alla realtà della reclusione, della punizione; è l'esercizio di una sperimentazione quotidiana, coi detenuti che leggono libri, scrivono testi, costruiscono scene e realizzano spettacoli che sono un'esperienza di verità come raramente si vede, tanto da provocare negli spettatori, che entrano in carcere a vederli, commozione, disagio, speranza.
Quest'anno l'atteso nuovo spettacolo della Fortezza, come sempre presentato nel carcere di Volterra (e i posti prenotabili su compagniadellafortezza.org stanno andando ancora una vota esauriti) si intitola Naturae, è scritto e diretto da Punzo ed è un primo studio, "una ouverture", da ieri fino al 3 agosto nel progetto speciale dei trent'anni della Fortezza a cura di Cinzia De Felice che arriva fino a settembre con mostre e incontri.
Punzo, il titolo "Naturae" c'entra con l'ecologia?
"Non direttamente. La natura a cui ci riferiamo è quella più profonda dell'uomo. Perché dopo i precedenti lavori è come se fossimo arrivati a un punto fondamentale: come può l'uomo riguadagnare il paradiso perduto, una propria natura diversa da questa, orrenda, che caratterizza le società occidentali fatta di potere, ambizione, violenza, aggressività. Tre anni fa con Dopo la tempesta decidemmo di esplorare l'opera di Shakespeare, la più alta rappresentazione del canone occidentale, proprio per capire se nei suoi personaggi ci fossero germi di un mondo diverso. Borges con Beatitudo, lo spettacolo dell'anno scorso, ci ha mostrato la possibilità di altre realtà, ora vogliamo entrare nell'animo umano e trovare lì un'altra natura più profonda, che sia via di fuga alla prigionia in cui siamo caduti fatta di sopraffazioni, bugie, guerre".
Detto dall'interno di un carcere...
"Proprio perché lo dico qui, ha un valore maggiore. Noi della Fortezza siamo la prova che si può mettere in discussione un modello di realtà che sembra unico: la reclusione, la punizione... L'approdo che cerchiamo non è in cielo né in terra, né in un dio o in un altrove esotico, ma è tutto e solo in noi, nella nostra natura, anzi nelle nostre infinite naturae. C'è un mondo di qualità che cercano di emergere dal pozzo dell'animo umano, una nuova Atlantide, un'oasi fatta di Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza".
Autori di riferimento?
"C'è tanta letteratura sul viaggio, il viaggio mistico, il viaggio del Cristo che lascia tutto, il viaggio degli uccelli del poeta persiano Farid ad-Din Attar, che frequentiamo da tanto tempo, c'è Moby Dick. Ma nessuno di questi è predominante. E stavolta non ci saranno personaggi ma figure dominate dall'amore".
Il 2 agosto, nel corso delle rappresentazioni, presenterà "Un'idea più grande di me", il libro che ha scritto con Rossella Menna. Di cosa si tratta?
"Un libro a cui tengo molto, dove attraverso i trent'anni di Fortezza e la mia vita nel teatro. Non è un manuale, ma è un dialogo che intreccia vita, società, cultura, etica. Un'occasione per interrogarmi su quello che abbiamo fatto, perché è tutto così faticoso".
C'è l'utopia del teatro, il progetto di un teatro stabile dentro il carcere, aperto tutto l'anno, con una sua stagione che sarebbe di grande utilità in questo senso. Ancora tutto fermo?
"È un cammino lento. Franco Corleone il garante dei detenuti per la Regione Toscana, ci è a fianco e ha denunciato la stasi burocratica. C'è un milione stanziato da 4 anni e bisogna capire perché non si arriva a mettere un punto. Certo, per noi avere un teatro nella Fortezza Medicea sarebbe un'opportunità di sviluppo, ma sarebbe anche la prova concreta che cambiare la realtà si può".
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 31 luglio 2019
Governo e Comune di Bari siglano l'accordo: gli uffici concentrati nelle ex casermette. È stato sottoscritto a Roma, nella sede del Ministero della Giustizia, il protocollo d'intesa finalizzato alla realizzazione del Polo della giustizia di Bari nell'area delle ex caserme dismesse Capozzi e Milano. Il Ministero ha confermato la disponibilità di 94,7 milioni di euro. Alla firma erano presenti i ministri Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. "Mi auguro questa firma rappresenti un vincolo sul futuro" ha detto il sindaco Decaro.
Dopo mesi di dubbi, interrogativi e molte polemiche è stata finalmente firmata l'intesa (era attesa già lo scorso maggio) per la realizzazione del Polo unico per la giustizia a Bari nell'area delle ex casermette Capozzi e Milano, al quartiere Carrassi. Negli uffici del ministero della Giustizia a Roma, ieri pomeriggio, è stata chiusa una vicenda che si è trascinata per 14 mesi. Il Ministero ha confermato la disponibilità di 94,7 milioni di euro per la realizzazione del Polo.
Alla firma erano presenti i ministri Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. Il documento è stato sottoscritto dal mistero della Giustizia, agenzia del Demanio, Città metropolitana e Comune di Bari, provveditorato interregionale delle Opere pubbliche, Corte di appello e Procura generale di Bari. "Un anno fa a Bari la giustizia si celebrava nelle tende, dopo un anno e dopo aver sistemato gli uffici in una soluzione ponte, c'è la prospettiva di una cittadella giudiziaria - ha detto il ministro Bonafede - una soluzione che serve anche a recuperare immobili inutilizzati appartenenti allo Stato, creando così sinergie fra istituzioni, risparmio sui costi e sostenibilità".
Attualmente gli uffici della procura e il Tribunale penale sono ospitati nell'ex torre Telecom, in via Dioguardi a Poggiofranco. Una "soluzione ponte" con un contratto di sei anni (rinnovabile per altri 6 in attesa del Polo unico) dopo lo sgombero del Palagiustizia di via Nazariantz per rischio crollo. La giustizia a Bari viene esercitata in otto sedi: il palazzo di giustizia in piazza De Nicola che ospita il tribunale civile e la Corte di appello e che presto sarà interessato a lavori di ristrutturazione; gli uffici di via Brigata Bari, sede della polizia giudiziaria; il Tribunale per minorenni al rione Libertà che si trova in un condominio con spazi ridotti e privacy inesistente; il giudice di pace al quartiere San Paolo dove le udienze vengono svolte in aule minuscole e poca luce; l'aula bunker di Bitonto utilizzata per celebrare i più importanti processi di mafia; l'ex sezione distaccata del tribunale di Modugno dove gli spazi sono più grandi e in generale la situazione è più accettabile; poi c'è il carcere dove avvengono le convalide dei fermi e infine la sede provvisoria di via Dioguardi. È l'attuale situazione dell'edilizia giudiziaria di Bari con inevitabili disagi per gli operatori della giustizia costretti ogni giorno a spostarsi da un palazzo all'altro.
"Questa firma rappresenta per la città un passo in avanti - spiega il sindaco Decaro - perché ci permette di avviare un percorso istituzionale che dovrà avere tempi certi e risorse definite. Per questo, come abbiamo fatto fino ad oggi, offriamo sin da subito la nostra disponibilità a collaborare per portare avanti tutte le operazioni propedeutiche alle attività necessarie alla realizzazione del futuro Polo della giustizia di Bari. Mi auguro questa firma rappresenti un vincolo sul futuro; chiunque nei prossimi anni sarà sindaco o ministro o siederà ai vertici della giustizia cittadina non potrà tornare indietro e annullare gli sforzi, il lavoro e i sacrifici fatti fino ad oggi per giungere a questo obiettivo. Il Polo della giustizia barese oggi deve essere una certezza - aggiunge ancora Decaro - lo dobbiamo alla città, ai tanti operatori della giustizia e ai cittadini che hanno bisogno di avere un punto di riferimento certo, nella sostanza come nella forma. Perché se è vero, come diceva un grande studioso francese, che la giustizia non può esistere al di là dei suoi simboli, come il diritto non può fare a meno delle sue forme, l'istituzione giudiziaria deve avere una sede di lavoro che rappresenti un simbolo forte di solidità e legalità".
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
Positivo bilancio per il progetto voluto da Tribunale di Sorveglianza, carcere di Opera, Comune e Giacche Verdi Lombardia. Un'iniziativa "unica nel suo genere", che ha avuto "un ottimo risultato". Otto detenuti del carcere di Opera sono stati impiagati per una missione sociale a Medesimo, in provincia di Como, colpito dall'alluvione di giugno: l'eccezionalità sta nel fatto che hanno ottenuto il permesso di dormire fuori dall'istituto di pena in una casa messa a disposizione del Comune.
Il progetto di recupero è stato realizzato a fine giugno grazie alla collaborazione tra Tribunale di Sorveglianza, Amministrazione penitenziaria, Comune e Giacche Verdi Lombardia, l'associazione di protezione civile e ambientale composta da volontari da tempo impegnata in una proficua collaborazione con il carcere di Opera. Nei giorni scorsi sono stati presentati i risultati dell'iniziativa in un incontro avvenuto nella sede municipale di Madesimo: presenti il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, il direttore del carcere di Opera, Silvio Di Gregorio con il comandante Amerigo Fusco; il sindaco di Madesimo Franco Masanti e il presidente delle Giacche Verdi Lombardia, Giuseppe Scabioli.
Gli otto detenuti del carcere di Opera - che rientrano nell'art. 21 e cioè con dimora di reclusione serale - hanno contribuito a far fronte all'emergenza del piccolo centro della Valle Spluga, colpito dalla violenta alluvione con smottamenti, cedimenti, frane, allagamenti e cadute di pali elettrici. Settimanalmente, con partenza mercoledì e rientro il lunedì successivo, sono saliti a Madesimo e sono stati accolti per la notte in una struttura messa a disposizione del Comune, una ex colonia all'interno di Madesimo.
"L'iniziativa - hanno commentato durante l'incontro - ha avuto un esito decisamente positivo. È stato superato il problema degli spostamenti, che avrebbero comportato tempi lunghi e costi. La loro permanenza ha permesso di svolgere un ottimo lavoro a favore della zona colpita dall'alluvione". "Il bene - ha aggiunto Giovanna Di Rosa - può a sua volta contribuire a portare altro bene. Questa di Madesimo può diventare un esempio modello".
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 31 luglio 2019
La relazione approvata a maggioranza e non all'unanimità ma le raccomandazioni sono comuni, con il criterio di fondo di non discriminare arbitrariamente i malati Marco Cappato durante il processo a Milano per aver aiutato Dj Fabo a morire in Svizzera. Cosa è il suicidio assistito (è il soggetto, anche se aiutato da altri, a porre fine alla propria vita), vietato dalla nostra legislazione, e come si distingue dall'eutanasia attiva (sostanza letale inoculata da terzi) e da quella passiva (il rifiuto di trattamenti salvavita come il distacco dal respiratore come fu per Eluana Englaro): su questi sottili distinguo, con un pressante invito al Parlamento a legiferare in materia, si è espresso ieri il Comitato nazionale di Bioetica.
La relazione dall'organismo scientifico ed etico super partes arriva a 13 anni dalla lettera di Piergiorgio Welby al Quirinale e a 6 anni dal deposito della legge di iniziativa popolare sull'eutanasia, ma soprattutto a otto mesi dal pronunciamento, aperto, della Corte costituzionale sulla vicenda giudiziaria di Marco Cappato e quindi a poco più di un anno dal ricorso all'Alta corte per sospetta illegittimità dell'articolo 580 del codice penale in base al quale lo stesso Cappato è stato giudicato a Milano per il "suicidio assistito" in Svizzera del dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani.
Il rapporto del Comitato di bioetica è stato approvato a maggioranza, con 11 membri contrari e 13 a favore, incluso il presidente Lorenzo d'Avack. Ma anche se alla fine di un lungo dibattito basato sullo studio della giurisprudenza italiana ed estera sul tema, non si è riusciti a conciliare posizioni divergenti, il Comitato è arrivato alla formulazione di 6 raccomandazioni comuni, rivolte soprattutto al legislatore.
Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni e legale di Marco Cappato spiega che, in particolare, il parere del Cnb prevede, per accedere al suicidio medicalmente assistito tre delle 4 condizioni precisate dalla Corte Costituzionale: ovvero malattia irreversibile, sofferenza insopportabile e volontà chiaramente espressa.
Mentre, aggiunge, "sul quarto criterio indicato dalla Corte, ovvero il fatto che il malato sia tenuto in vita da un presidio vitale, come peg o respiratore, il Cnb afferma che deve essere condizione aggiuntiva e non necessaria, per non creare un discrimine illegittimo tra malati". L'unico assente, conclude Gallo, "è il legislatore italiano che ha scelto di non scegliere, sottraendosi all'invito formulato dalla Corte. Tra due mesi ci troveremo nella situazione in cui saranno di nuovo i giudici a decidere su temi che riguardano la vita delle persone".
L'Associazione Coscioni per il 19 settembre organizzerà un evento-concerto per tornare a chiedere una legge sul fine vita. Il Parlamento, secondo quanto indicato dalla Consulta, dovrà colmare entro il 24 settembre il vuoto di tutele sul tema nella Costituzione.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
Quattro uccisi mentre marciavano pacificamente e con le divise scolastiche: migliaia di studenti in marcia. Scuole chiuse. Migliaia di studenti per le strade del Sudan protestano per l'uccisione dei loro compagni. Sono ragazzi e ragazze con la cartella e la divisa stirata, l'unica cosa davvero in ordine nel secondo Paese più grande dell'Africa. Le divise sono le stesse che indossavano i quattro alunni di scuola media uccisi lunedì a Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Avevano dai 14 ai 16 anni. Marciavano pacificamente assieme a tanti altri, contro il "caro pane" e il "caro diesel".
Li hanno uccisi a colpi di arma da fuoco uomini con un'altra divisa e il kalashnikov al posto della cartella, non molto più vecchi di loro, ragazzi dell'esercito e della Forza di Intervento Rapido che si sono fatti le ossa nel genocidio in Darfur, dove erano conosciuti come Janjaweed: provengono dalla scuola di violenza di Mohamed Dagolo, ex commerciante d'oro e di cammelli diventato il generale più potente del Sudan. Il suo soprannome è Hemeti, vezzeggiativo che le mamme danno ai loro "piccoli Mohammed".
Perché ha la faccia da ragazzo, il burattinaio della giunta militare che lo scorso aprile ha disarcionato Omar al Bashir, il presidente-dittatore che chiamava Himayti, "mio protettore", il generale faccia d'angelo che alla fine l'ha tradito. Il caso ha voluto che Bashir proprio ieri lasciasse la sua prigione dorata di Khartoum per seppellire la madre, mentre a centinaia di chilometri di distanza in Kordofan erano le madri a seppellire i figli, uccisi dalle forze di sicurezza durante la rivolta del pane.
Non è una novità: lo scorso dicembre la caduta di Bashir cominciò con le proteste per il prezzo del cibo. Le associazioni dei professionisti (medici, insegnanti, avvocati) presero la guida del movimento. Hemeti aveva mollato il vecchio dittatore, che in passato aveva promosso e ribattezzato gli ex Janjaweed a forza regolare dell'esercito, dando al loro capo analfabeta il rango di generale. È stata la Forza di Intervento rapido a massacrare la folla il 3 giugno nella capitale: almeno 125 civili uccisi e gettati nel Nilo.
L'ordine dall'alto era far sloggiare l'accampamento della società civile nato davanti al quartier generale dell'esercito. Ma il massacro non ha fermato la protesta pacifica dei sudanesi. Con la mediazione dell'Etiopia e l'ok dei padrini di Hemeti (Emirati, Arabia Saudita, Egitto) il dialogo tra giunta militare e società civile è ripreso fino alla definizione di un governo di coalizione che porti il Paese a nuove elezioni. Ma le tensioni restano sotto la polvere. L'inchiesta dei militari sull'eccidio del 3 giugno scagiona i capi e punta il dito su una manciata di miliziani. Da sabato scorso le proteste sono riprese.
Lunedì il massacro degli studenti: anche in questo caso, le autorità denunciano la presenza di "infiltrati" tra i manifestanti, annunciando un'inchiesta rigorosamente non indipendente. L'opposizione "dei professionisti" ha sospeso il dialogo con i militari. Il nome Kordofan viene forse da una parola del popolo Nuba, kurta, che significa uomini. I ragazzini con la cartella e la divisa sepolti ieri a Obeid hanno onorato la loro terra. Meritano giustizia.
di Riccardo De Vito*
Il Manifesto, 31 luglio 2019
La decisione delle Sezioni Unite sulla cosiddetta cannabis light (Cass. Pen. 2019/30475) sfugge in parte al suo compito nomofilattico, ossia a quel dovere di fare chiarezza nelle idee del diritto e nelle cose del mondo. Le severe certezze che emergono dalle motivazioni, depositate lo scorso 10 luglio, sono accompagnate da nodi problematici che spetterà al giudice (o al legislatore) sciogliere.
La legge 242/2016 ha previsto che le coltivazioni di alcune varietà di canapa, derivanti da sementi con principio psicoattivo (Thc) inferiore allo 0,2% e destinate a finalità produttive tassative, "non rientrano nell'ambito di applicazione del testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti" e che tali colture sono legali se si accerta un tasso di Thc compreso tra 0,2% e lo 0,6%.
Nulla è detto sulla commercializzazione dei derivati (infiorescenze e resine) di quelle "piante lecite" e, di conseguenza, è nato il problema della legalità della loro vendita nei "cannabis shop".
Sulla questione la magistratura si è divisa. Un orientamento, autorevolmente patrocinato dalla sesta sezione penale della Cassazione, ha ritenuto che, in assenza di divieti espressi, dalla liceità della coltivazione di piante con tasso di Thc inferiore a 0,6% possa farsi scaturire, come corollario logico-giuridico, la liceità della vendita (e dell'uso) dei derivati: legali e non stupefacenti le piante, legali e non stupefacenti tutti i derivati.
La sentenza delle Sezioni Unite, viceversa, ha scelto di conformarsi all'orientamento restrittivo e ha precisato che la legge 242 rende lecita soltanto la coltivazione delle piante con Thc inferiore a 0,6% indirizzata a usi agroindustriali tassativamente elencati. La commercializzazione dei derivati della cannabis - che per il testo unico rimane pianta stupefacente indipendentemente dalla varietà e dal tasso di Thc - integra gli estremi dello spaccio, salvo che tali derivati "siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività".
Non vi è dubbio che la sentenza metta a nudo le ipocrisie di una legge che, nel promuovere la filiera agroindustriale della canapa con contenuti di Thc irrilevanti, ha colpevolmente omesso di disciplinare le conseguenze della vendita dei derivati. Tuttavia, nelle maglie di un ragionamento giuridico rigoroso, si percepisce anche una certa coloritura ideologica. La scelta di ritenere criminalizzata la vendita dei derivati con tasso di Thc inferiore allo 0,6%, salvo che siano privi di "concreta efficacia drogante", non permette di uscire dalle secche di un paradosso che dovrà essere sciolto di volta in volta al banco del giudice: vietato sequestrare le piante lecite, ma possibile sequestrare i derivati e perquisire e arrestare chi li vende.
I recenti sequestri di Parma stanno lì a dimostrare che occorrerà attendere un processo per capire cosa è lecito e cosa no. Tutto dipende da come la magistratura interpreterà il concetto di offensività, che comunque non pare possa risolversi nella totale assenza di Thc (in tale evenienza, infatti, non di reato inoffensivo si dovrebbe parlare, ma di non-reato). Sfuma, dunque, la possibilità di fare ordine nella materia e di raggiungere, come aveva scritto la sesta sezione, quel ragionevole equilibrio - la fissazione del limite di 0,6% di Thc, supportato peraltro da evidenze scientifiche ormai inoppugnabili sulla assenza di effetti psicotropi - fra esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell'ordine pubblico e le conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni lecite.
Sarà il giudice, di volta in volta, a stabilire cosa possa essere lecitamente venduto in quei posti che, comunque la si pensi, avevano sottratto alla criminalità organizzata e allo spaccio di strada una fetta di mercato.
*Presidente di Magistratura Democratica
di Alessandro Costa
Il Dubbio, 31 luglio 2019
Qualche giorno fa il nostro Ministro degli Esteri è andato a Bruxelles per esporre ai partner dell'Unione Europea, un progetto per la gestione delle migrazioni. Il nostro Ministro degli Interni, da parte sua, ha invece scelto di non andare alle riunioni organizzate su questo tema. Il Generale De Gaulle, decise di disertare le riunione dei Capi di Stato della allora Comunità Europea dal 1965 al 1966, con una politica che viene chiamata della "chaise vide".
Si trattava anche allora di una tecnica negoziale, di un modo per far pesare la posizione della Francia. Ma chi la attuava era Charles De Gaulle, e lo faceva a nome di uno dei due stati più importanti nell'organizzazione europea. Oggi le migrazioni rappresentano un tema cruciale nella politica di tutti gli stati europei, e di molti paesi del mondo. Che si ritenga trattarsi di un problema reale, oppure di un tema molto amplificato dall'azione dei media (soprattutto dei social media) il trattamento e la gestione delle migrazioni rappresentano uno dei tema chiave del futuro politico dell'Italia e dell'Unione.
Il dibattito su cosa fare occupa quasi tutti i giorni la stampa e i talk show televisivi. E anche se le posizioni sembrano diametralmente diverse, tutti sembrano d'accordo nel sostenere che l'Italia non può farsi carico del problema da sola, e che una politica ed una visione coerente dell'Europa è certamente essenziale. Fermare l'immigrazione è uno slogan parecchio utilizzato, ma sembra che i provvedimenti adottati finora da molti stati, Italia compresa, abbiano soltanto ottenuto l'effetto di limitare modestamente il fenomeno, ma soprattutto di mutare le tecniche di attraversamento dei confini, sia quelli terrestri, che quelli marittimi.
Il dibattito sulla natura del fenomeno e sulle tecniche di gestione, occuperà ancora a lungo politici ed esperti. Quello che è ancora più importante oggi, è come organizzare e gestire questo dibattito perché possa portare a soluzioni praticabili e condivise. E non c'è altro modo se non un serio negoziato fra i paesi membri dell'unione, il negoziato che il Ministro Moavero Milanesi potrebbe avere aperto con il suo progetto.
Approvare o rigettare i suoi contenuti non è il punto importante: è invece essenziale avere aperto un negoziato, ed averlo fatto non con slogan o frasi ad effetto, ma con un programma redatto da esperti, sulla base di una strategia politica. Sembra quasi ovvio, ma chiunque abbia partecipato a negoziati di qualunque tipo, dai contratti commerciali ai grandi accordi fra stati, sa che per giungere a un qualsiasi consenso occorre un piano, un draft, articolato e dettagliato che proponga una soluzione a tutte le tematiche in questione, e nessun negoziato si è mai terminato con un si o con un no, ma ha proceduto con tempo e pazienza all'esame di tutti i punti sensibili in modo che tutti i partecipanti assumessero una responsabilità precisa su ciascun punto in questione, giungendo a faticosi compromessi che saranno tanto più efficaci quanto più potranno essere interpretati come la vittoria di tutti e non la sconfitta di qualcuno.
Il nostro Ministro degli Esteri, è stato uno dei più alti funzionari della Commissione Europea e ha partecipato a centinaia di negoziati tecnici e politici. Sa bene che occorre non solo una visione politica ma anche una squadra di professionisti in grado di lavorare pazientemente nell'ombra per raggiungere risultati reali. Michel Barnier, il negoziatore dell'accordo sulla Brexit, ha seguito questo percorso, tipico della metodologia delle cancellerie europee e, che piaccia o no a Boris Johnson il risultato c'è stato, e temo che sarà molto difficile per il nuovo governo inglese modificare quello che i negoziatori della Brexit hanno faticosamente conseguito in molti mesi di lavoro. Quando il venditore di tappeti del suk vede che il suo cliente esce dal negozio, lo insegue abbassando il prezzo del tappeto. È una tecnica millenaria che ha sempre funzionato, ma ci vuole un bellissimo tappeto e un venditore capace e professionale.
di Alessia Arcolaci
vanityfair.it, 31 luglio 2019
In Iran le donne che pubblicano sui social foto o video senza velo rischiano da uno a dieci anni di carcere. L'accusa del gel governo. Ancora una stretta alla libertà delle donne in Iran. Fino a dieci anni di carcere per chi pubblica sui social foto o video in cui si mostra senza velo. Nel Paese, l'hijab è diventato obbligatorio durante la Rivoluzione islamica del 1970.
Qualche anno dopo, nel 1983, la norma venne estesa a tutte le donne iraniane e straniere, indipendentemente dal proprio orientamento religioso. Dopo quarant'anni, le donne iraniane hanno deciso di ribellarsi e dal 2014, in seguito alla campagna lanciata dalla giornalista Masih Alinejad, oggi esule negli Usa, hanno iniziato a pubblicare foto e video in cui bruciavano il velo e si mostravano col capo scoperto.
È il movimento dei Mercoledì Bianchi, giorno in cui le donne si filmano e pubblicano i video senza hijab sui social e sulla pagina My Sthealthy Freedom, fondata dalla blogger Alinejad per spingere le donne a rivendicare il diritto di scegliere se indossare o meno il velo. La giornalista è stata ricevuta dal segretario di Stato Mike Pompeo ed è stata ringraziata "per il suo coraggio e la sua dedizione alla causa della libertà delle donne iraniane".
"Masih Alinejad ha un contratto con gli Stati Uniti", ha accusato il capo della Corte rivoluzionaria di Teheran, Mousa Ghazanfarabadi. "Tutte le donne che le invieranno spontaneamente filmati in cui rimuovono l'hijab dal proprio capo saranno condannate da uno a dieci anni di carcere in base all'articolo 508 dell'Atto di Giustizia Criminale Islamica".
"Non sono io lo stato ostile", ha risposto Alinejad in un video pubblicato dopo l'annuncio del governo iraniani. "Non avete paura di me, avete paura del fatto che le persone non vi temono più e si ribellano. Ogni donna che mi ascolta vede che le nostre voci sono ascoltate da tutto il mondo e si sente più forte". Sono molte le donne che, dall'inizio della protesta, sono state arrestate per essersi scoperte il capo. Tra le ultime c'è Yasaman Ariyaee, 23 anni. È stata fermata insieme alla madre e portata in prigione con l'accusa di essersi tolta il velo in occasione dell'8 marzo.
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