di Patrizio Maggio
L'Ora Quotidiano, 19 febbraio 2015
È prevista per stamattina la testimonianza del vice di Cesare Curioni, Capo dei cappellani delle carceri. L'ex presidente Scalfaro avrebbe chiesto ai due sacerdoti di aiutarlo nella scelta del sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap.
Il vertici del Dap in sostituzione di Nicolò Amato nel 1993? Li scelsero i sacerdoti dei penitenziari. Ne è sicuro monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri, testimone questa mattina al processo sulla Trattativa Stato-mafia.
Fabbri era il vice di monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani delle carceri, amico quarantennale del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E fu proprio l'allora capo dello Stato a convocare i due sacerdoti nel giugno del 1993, quando decise di far fuori Amato dai vertici dell'amministrazione penitenziaria.
Al colloquio era presente pure Fabbri, che ha ricordato quell'incontro nel marzo del 2012, deponendo al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Il presidente della Repubblica Scalfaro spiegò il perché della sostituzione al vertice del Dap? Per Fabbri, Scalfaro non fece mistero di un'antica "ruggine" nei confronti di Amato: "Il suo tempo è finito- si lamentò - una volta lo cercavo e mi ha fatto aspettare due giorni, quando non ero ancora nessuno". Poi, prosegue Fabbri, "il presidente disse che gli avevano fatto tre nomi, e che li aveva nel suo cassetto. Ma nessuno di questi aveva possibilità.
Chiese, a me e a Curioni, di aiutare Conso a scegliere il nuovo dirigente del Dap". In pratica una delega per individuare il nome "giusto" che, secondo l'ipotesi accusatoria dei pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo avviato con la mafia sul carcere duro. La mattina successiva all'incontro con Scalfaro, il monsignore ed il suo vice si recarono pertanto dal Guardasigilli Giovanni Conso. E lì fu proprio Fabbri a dare il suggerimento giusto.
"Mi venne in mente - ha detto in aula Fabbri al processo Mori-Obinu - che per quel ruolo era perfetto un mio caro conoscente: Adalberto Capriotti, procuratore a Trento, che era un uomo mite, molto religioso, un uomo di chiesa. Conso si alzò: andò nella stanza attigua, consultò dei libroni e disse: si, potrebbe essere! E mi diede incarico di prendere contatti".
Fabbri ha però negato l'esistenza di un eventuale rapporto tra pezzi delle Istituzioni e detenuti mafiosi, Fabbri ha replicato. "Quello che so è che i cappellani non hanno mai digerito il 41 bis, l'hanno sempre osteggiato perché era anti-umano, e lo facevano presente nei vari incontri con i vescovi, ma anche con me e soprattutto con Curioni". L'alleggerimento delle condizioni carcerarie per detenuti mafiosi è - nella ricostruzione dell'accusa - uno degli elementi della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.
Adnkronos, 19 febbraio 2015
"Ancora una volta è stata una inchiesta giornalistica, vera e coraggiosa, a scoprire i fatti e le piste giuste per fornire nuovi elementi per ricostruire la verità storica dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una delle tragedie e dei misteri italiani. La Fnsi e l'Usigrai chiedono ora che si approfondiscano anche in sede giudiziaria gli elementi emersi dall'intervista di "Chi l'ha visto?" e che si arrivi a quella verità e giustizia che la famiglia Alpi chiede giustamente da 21 anni".
È quanto si legge in una nota diffusa dal presidente Fnsi Santo Della Volpe e dal segretario dell'Usigrai Vittorio Di Trapani sul caso della giornalista e dell'operatore uccisi in Somalia. "Ora, infatti, è possibile riaprire le indagini sull'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. L'importante inchiesta della trasmissione "Chi l'ha visto" di Rai3 con l'intervista al teste Ahmed Ali Rage, detto Jelle, rivela nuovi inquietanti particolari sull'assassinio dei due colleghi giornalisti del Tg3, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo di 21 anni fa. Alì Rage ha detto d'essere stato indotto a fare le dichiarazioni false che accusarono un connazionale somalo, Hashi Omar Hassan, oggi in carcere per quel duplice omicidio, condannato anche in Cassazione a 26 anni di pena definitiva", si legge nella nota.
"Chi avrebbe indotto il teste Rage a fare quelle accuse? Ci sono coinvolgimenti dei servizi segreti italiani? E se fosse vero quello che il teste ora rivela alla trasmissione 'Chi l'ha visto?', chi aveva interesse a dare questa versione dei fatti, accusando un innocente? Si voleva chiudere il caso per coprire alte ed altre complicità? C'è materia sufficiente per chiedere la riapertura del caso e del processo", affermano Della Volpe e Di Trapani.
"Per scoprire se le dichiarazioni del teste Rage siano vere e se in carcere sia rinchiusa oggi una persona innocente. Ma anche e soprattutto per arrivare ai veri colpevoli e mandati dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hravatin. Una Verità e Giustizia che pretendiamo ed alla cui mancanza non ci siamo mai rassegnati", concludono.
Somalo scagionato: voglio essere scarcerato prima possibile
"Quando ho saputo che Gelle ha ritrattato ho provato rabbia, perché questa cosa si sapeva da anni" dice Hashi Omar Assan, il somalo in carcere per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, intervistato da Carla Manzocchi per "Restate scomodi", in onda alle 15.40 su Radio1 Rai. Il supertestimone del caso Alpi, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, raggiunto dalla trasmissione di RaiTre "Chi l'ha visto", ha ritrattato le sue accuse contro Hashi.
"Se Gelle non fosse stato raggiunto da una giornalista" dichiara Hashi Omar Assan "io restavo a farmi 26 anni di carcere perché ai magistrati non interessava. Quelli che mi accusavano erano alla ricerca di un capro espiatorio: mi hanno condannato, e li è finita" Alla domanda: "Cosa farà adesso? chiederà la revisione del processo?" Hashi Omar Assan risponde: "Il mio avvocato chiederà la revisione del processo. Ma ci vorrà qualche mese, io non posso aspettare, voglio essere scarcerato prima possibile, sono tanti anni di carcere senza motivo".
di Giampaolo Grassi
Ansa, 19 febbraio 2015
Servirà una nuova udienza per stabilire se Luigi Chiatti, il cosiddetto "mostro di Foligno", una volta scontata la condanna potrà tornare libero o dovrà essere rinchiuso in una casa di cura e custodia. In appello è stata infatti annullata l'ordinanza con cui il magistrato di sorveglianza di Firenze aveva disposto il ricovero di Chiatti quando, fra qualche mese, uscirà dal carcere.
La marcia indietro o, meglio, la frenata, è dovuta a una questione procedurale: una relazione psichiatrica è stata allegata agli atti troppo ardi, non lasciando così agli avvocati di Chiatti il tempo necessario per studiarla. In questo modo, dicono i giudici d'appello, è stato violato il diritto di difesa. Insomma, a differenza del magistrato di sorveglianza, che aveva stabilito il ricovero nella casa di cura e custodia rilevando il persistere della pericolosità sociale di Chiatti, stavolta i giudici non si sono pronunciati sulle condizioni psichiatriche del detenuto, ma si sono limitati a rilevare un inciampo burocratico.
Chiatti, 47 anni, è in carcere a Prato, dove sta scontando una pena a 30 anni per gli omicidi di Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13, commessi nei primi anni Novanta. Già nella sentenza perugina d'appello del 1996, poi divenuta definitiva, i giudici avevano previsto che, una volta scontata la pena, Chiatti venisse sottoposto a "misura di sicurezza della casa di custodia e cura per anni tre". Il provvedimento era stato confermato nei mesi scorsi dal magistrato di sorveglianza di Firenze che, sulla base anche a una relazione psichiatrica, aveva rilevato in Chiatti l'assenza di "qualsiasi revisione critica e consapevolezza" dei delitti commessi. Secondo il magistrato, in maniera univoca i dati ribadivano la "pericolosità sociale" di Chiatti e la necessità di collocarlo "in un contesto adeguatamente contenitivo".
La decisione depositata oggi non mette in discussione queste valutazioni, che si basano sugli stessi atti che avrà a disposizione il nuovo magistrato di sorveglianza chiamato a decidere, per l'ennesima volta, se fra qualche mese Chiatti potrà tornare libero o dovrà essere ricoverato e tenuto sotto controllo in una casa di cura.
di Massimo Gramellini
La Stampa, 19 febbraio 2015
Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: "un rumeno di meno", "mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l'esempio". Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.
Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell'ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l'ennesima guerra tra poveri. La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.
Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.
di Ludovico Martocchia
www.europinione.it, 19 febbraio 2015
Nessuno si occupa più del sovraffollamento delle carceri: tutto è stato risolto? Per il governo sì, anche se la situazione è ancora critica. Le condizioni pietose delle prigioni italiane negano il diritto più basilare di ogni persona umana, italiana o straniera: la dignità.
La situazione delle carceri dimostra il livello di civiltà di un paese. Lo ripetiamo spesso, un concetto che tutti sostengono. Però poi, in fin dei conti, cosa ci importa di chi sta dall'altra parte? Per noi, dell'Italia "metà giardino", usando le parole di Francesco De Gregori, non è rilevante se tre delinquenti vivono in meno di sette metri quadrati di spazio. Tanto, appunto, sono delinquenti, mica persone. Ancor di più se sono stranieri o tossico dipendenti.
In base all'ultimo rapporto del Consiglio d'Europa, aggiornato a settembre, in Italia sarebbero 64.835 i detenuti per una capacità totale delle celle di 47.703 posti. In poche parole per 100 posti ci sono 148 detenuti, contro una media europea di 95. Dati vecchi: il ministro della giustizia Orlando insieme al nuovo responsabile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo ha in parte rassicurato: "nei 202 istituti italiani non abbiamo più nessun detenuto ristretto in spazi di meno di tre metri quadri: abbiamo aggiunto circa 2.000 posti, recuperati grazie al lavoro nelle strutture degli stessi detenuti". Una buona notizia, anche se i Radicali, famosi per queste battaglie, smentiscono. Sembrerebbe che la media sia giusta, ovvero che ci siano più di tre metri per ogni detenuto, ma permangono almeno 70 istituti con un sovraffollamento che va da 130% al 210%, secondo la segretaria radicale Rita Bernardini che riporta i dati del Dap.
A quanto pare le circostanze non sono chiare ed effettivamente se la drammatica situazione in cui vivono i carcerati italiani fosse realmente risolta, assomiglierebbe ad un miracolo. I dati dell'Istituto Antigone in parte sostengono un'effettiva riduzione dei detenuti, sarebbero 53 mila grazie al decreto svuota carceri emanato l'agosto scorso dal governo in risposta alle sentenze della Corte di Strasburgo. Tuttavia il focus si sposterà sulla condizione degli stranieri nelle celle per l'assenza di interpreti, probabilmente una delle questioni più gravi che porta ad una vera e propria discriminazione - bisogna anche ricordare che circa il 34% della popolazione carceraria è straniera.
Rimane il fatto che tra i problemi delle carceri italiane non ci siano solo i metri abitali e quindi le strutture antiquate, ma anche l'incertezza della pena. La lentezza della giustizia italiana fa sì che ci siano oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza. Tanto per aggiungere, mancano anche le opportunità di lavoro socialmente utili, che rappresentano il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società.
Anzi si potrebbe dire che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena. Peggiora i dati della giustizia italiana anche un altro numero: dal 1991 si sono susseguiti 23 mila casi di ingiusta detenzione. L'esempio lampante è di Giuseppe Gullotta, in carcere per 22 anni anche se innocente. Gli avvocati spingono per un risarcimento di svariati milioni di euro che difficilmente arriveranno. In prima linea c'è l'opposizione dell'Avvocatura di Stato.
Si potrebbe parlare anche di un altro fattore: i decessi e i suicidi (131 in totale nel 2014). Non è un caso che in nove anni di presidenza, Giorgio Napolitano sia intervenuto con un solo messaggio alle camere, proprio sul sovraffollamento delle carceri, proponendo amnistia e indulto. Le critiche sono state tante, anche giustificate, perché a beneficiare di un tale provvedimento potrebbe essere prima di tutto chi in carcere non c'è andato mai - per reati di concussione, abuso d'ufficio, peculato e corruzione.
Insomma, garantire la vivibilità nelle carceri è senza ombra di dubbio necessario. Primo per un'utilità sociale: carceri decenti vogliono dire anche detenuti maggiormente reinseribili nella società e che non tornano a delinquere. Secondo, perché rappresenta un dovere morale garantire la dignità umana di una persona. Tra l'altro è un diritto appartenente a tutte le tradizioni della storia italiana su cui si basa la Costituzione: la tradizione cattolica per l'attenzione agli ultimi, la tradizione socialista per la considerazione di chi vive in condizioni di assoluta disuguaglianza, la tradizione liberale perché il diritto ad una vita dignitosa è un diritto inalienabile della persona umana.
Ansa, 19 febbraio 2015
È morto nell'ospedale di Torrette ad Ancona Achille Mestichelli, un ascolano di 53 anni che era detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Per il decesso è indagato con l'accusa di omicidio preterintenzionale un compagno di cella, Mohamed Ben Alì, tunisino di 24 anni, arrestato nei giorni scorsi nell'ambito di una operazione antidroga. Secondo le testimonianze degli altri detenuti rinchiusi nella stessa cella (due italiani e due tunisini), Alì avrebbe spinto Mestichelli che sarebbe caduto battendo violentemente la testa.
L'uomo aveva riportato gravi lesioni e un trauma cranico, e nella notte fra il 13 e il 14 febbraio scorsi era stato ricoverato nell'ospedale di Ancona, dove era stato operato d'urgenza. Oggi i medici hanno dichiarato la morte cerebrale. La famiglia di Mestichelli ha autorizzato l'espianto degli organi. Domani il pm Umberto Monti affiderà l'autopsia.
di Carlo Macrì
Corriere del Mezzogiorno, 19 febbraio 2015
Il piccolo Cocò Campolongo, 3 anni, è stato ucciso per vendetta nei confronti del nonno Giuseppe Iannicelli, 52 anni, trafficante di droga di Cassano allo Ionio. L'uomo voleva pentirsi e raccontare il traffico di stupefacenti nell'Alto cosentino. Sapeva, però, che la sua vita era in pericolo e perciò portava con sé il nipote, convinto che la presenza del bimbo potesse evitargli rappresaglie. Una precauzione che non ha fermato i killer.
Il 16 gennaio 2014 Giuseppe Iannicelli, la compagna "Betty" Taoussa, 27 anni, e il piccolo Cocò (sotto) sono stati uccisi a colpi di pistola e mitraglietta e i loro corpi dati alle fiamme dentro una Punto, in campagna a Cassano. Una strage che commosse anche il Papa che a Cassano, nel corso di una messa per ricordare il piccolo, aveva "scomunicato" i mafiosi.
La decisione di pentirsi Giuseppe Iannicelli l'avrebbe comunicata con una lettera dal carcere alla moglie Maria Rosaria Lucera, anche lei in galera per spaccio. "Ci hanno abbandonato, non abbiamo più soldi e siamo arrestati" avrebbe detto l'uomo che scontava una pena a 10 anni.
A raccontarlo al procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto è stato Battista Iannicelli, fratello di Giuseppe. La lettera non è stata trovata. Ma forse qualcuno aveva deciso di tappargli la bocca. La vita di quell'uomo per i suoi carnefici valeva 50 centesimi, come la moneta trovata sul luogo della strage. Battista Iannicelli ha parlato anche delle visite di suo fratello a casa degli Abbruzzese, noti come gli "zingari", clan sanguinario la cui roccaforte è a Cassano. Anche a quegli incontri Iannicelli portava il nipotino.
www.gonews.it, 19 febbraio 2015
È una struttura "complessa", stretta tra "luci ed ombre" quella fotografata dal garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone, in visita oggi, mercoledì 18 febbraio, al carcere di Prato. Secondo per capienza, l'istituto penitenziario conta 605 presenze per una capienza teorica di 700. Ma il sovraffollamento dichiarato da Corleone si riferisce al reparto di alta sicurezza in cui stanno in 67, invece dei 48 previsti, e dove si contano "tre persone per cella, alcune delle quali con pene detentive lunghe".
Nonostante il limite dei 3mq a persona sia rispettato "considero stravagante - ha dichiarato il garante - l'idea che in celle di 14 mq si possano alloggiare tre brande. Lo spazio minimo vitale ne risente pesantemente". Corleone ha quindi verificato la presenza di persone con handicap per le quali già la cella "costituisce una invalidità".
L'accesso al bagno è, per esempio, "difficoltoso" e la loro sistemazione non è "idonea". La complessità del carcere è data inoltre dalla presenza di collaboratori di giustizia e sex offender sistemati oltre la capienza ordinaria e per i quali la stessa struttura lamenta carenza di personale e mancanza di progetti specifici. "Ho già inviato una lettera all'assessore Luigi Marroni proprio per immaginare azioni di recupero per coloro che si sono macchiati di reati sessuali e che, in assenza di progetti specifici e abbandonati nelle celle, al termine della pena potrebbero essere nella stessa condizione e a rischio recidiva".
La situazione igienico-sanitaria riscontrata, è "difficile". Il carcere è situato in località Maliseti, luogo che in origine indicava una zona paludosa. "L'umidità è notevole", ha osservato Corleone. "Proprio oggi sono arrivati i nuovi materassi ma le condizioni restano gravi. Mi aspetto che Asl e Comune facciano le verifiche del caso vista anche la triste abitudine di buttare gli scarti del cibo fuori dalle celle con il conseguente aumento della voracità e della presenza di topi". Nel reparto di media sicurezza, invece, è applicata la procedura delle celle aperte per otto ore al giorno.
"È un dato positivo" che si aggiunge alla presenza di una sede del polo universitario che però registra la presenza di sole sette persone a fronte delle 17 previste su carta. "Voglio verificare perché non è pienamente utilizzato", ha osservato il Garante anche in ragione "dell'importanza che potrebbe avere in termini di reinserimento dei carcerati".
Corleone ha quindi concluso la sua visita ricordando le numerose lettere ricevute dai detenuti nelle quali si chiede "attenzione" alle condizioni sanitarie. "Non sono riuscito a parlare con il responsabile della struttura sanitaria perché da contratto la sua presenza è limitata a sole tre ore al giorno. Non credo sia una soluzione adeguata. Solleciterò un intervento perché alcuni detenuti non sembrano in condizioni compatibili con il carcere o meritano di essere trasferiti in altre strutture".
Ristretti Orizzonti, 19 febbraio 2015
"Desta forti perplessità la decisione assunta dai medici del carcere di Oristano di sospendere a un ergastolano palermitano 71enne un farmaco contro tremori e spasmi, precedentemente prescritto dai colleghi di Fossombrone dopo visita neurologica e psichiatrica.
Ciò soprattutto perché ne aveva confermato la prescrizione, fino al 2020, il medico di Massama in occasione della visita d'ingresso nella Casa Circondariale oristanese". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", accogliendo la segnalazione dei familiari di Francesco Di Matteo, preoccupati per le conseguenze sul congiunto, e del legale del detenuto avv. Federica Poltronieri.
"Il farmaco, prescritto per controllare una sindrome dovuta alla prolungata assunzione di antidepressivi, veniva assunto - osserva Caligaris - dal detenuto dal 4 marzo 2014 in seguito a visita psichiatrica e neurologica. La terapia è proseguita anche quando l'uomo, in regime di alta sicurezza, è stato trasferito a Massama il 27 settembre successivo.
Proprio per continuare l'assunzione regolare del farmaco, i medici di Fossombrone hanno dotato il paziente di una sufficiente scorta di medicinale in grado di coprire il periodo di stabilizzazione nella nuova residenza. All'atto dell'ingresso nell'Istituto oristanese, in occasione della ineludibile visita, il farmaco è stato confermato fino al 2020".
"Nel frattempo l'uomo a ottobre è stato sottoposto a visita psichiatrica che ha confermato la prescrizione farmacologica rimandando per la successiva prosecuzione a un nuovo esame neurologico che è stato puntualmente richiesto il 9 ottobre 2014. Anche le due successive visite psichiatriche del mese di novembre hanno confermato la terapia che però - sottolinea Caligaris - è stata interrotta il 19 dicembre scorso senza che sia stato eseguito l'esame neurologico".
"Lo sconcerto per la decisione assunta nasce anche dal fatto che non risulta sia stato prescritto un farmaco alternativo a quello assunto in precedenza laddove si tratta di composti chimici che richiedono un continuum terapeutico.
Insomma sono trascorsi circa 4 mesi dalla richiesta di accertamento neurologico. È vero purtroppo che i tempi di attesa non sono decisi dai medici penitenziari quanto dalla disponibilità dei posti nei presidi esterni. Resta però il fatto che da circa 2 mesi a un detenuto non viene più somministrato un farmaco nonostante - conclude la presidente di SDR - le reiterate conferme da parte degli psichiatri. Un situazione che fa riflettere anche perché può avere conseguenze invalidanti su una persona che ha il diritto alle cure come tutti i cittadini".
www.monzatoday.it, 19 febbraio 2015
La collaborazione tra il Consorzio Parco e Villa Reale e la Casa Circondariale ha avviato tre ristretti a un tirocinio formativo per il lavoro in esterna.
Dalla cella all'aria aperta per occuparsi di manutenzione del verde e di piccoli lavori all'interno del Parco di Monza. Grazie alla collaborazione tra il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e la Casa Circondariale e alla convenzione stipulata con Manpower Srl tre detenuti del carcere monzese hanno intrapreso un percorso di attività lavorativa esterna.
L'iniziativa, attuata al termine del periodo di reclusione, ha l'obiettivo di garantire l'acquisizione di una specifica professionalità, spendibile nel processo di reinserimento sociale, nell'intento di abbattere la recidiva con interventi rieducativi e di riabilitazione. Il 26 gennaio i tre detenuti hanno intrapreso il tirocinio extracurricolare (previsto dall'art. 4, comma 1, della Legge 381/1991) e il percorso formativo terminerà il 25 aprile. Per il primo mese è previsto un orario part-time, mentre nei successivi due la collaborazione sarà a tempo pieno: in questo periodo i tirocinanti saranno affiancati da un tutor e si occuperanno di piccoli interventi di manutenzione del verde, taglio erba, raccolta foglie e ramaglie, sistemazione vialetti.
Sarà un'opportunità importante per la riabilitazione e il reinserimento che consentirà loro sotto la guida di un esperto di imparare le tecniche di sistemazione dell'arredo urbano e di potatura, l'utilizzo di attrezzature agricole e degli strumenti di protezione. "La collaborazione con il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza è stata fondamentale: i comuni intenti hanno reso possibile un progetto di valore sociale. Grazie alla sensibilità e alla disponibilità della direzione del Consorzio è stato possibile cementare ancor di più l'integrazione con il territorio e far conoscere le iniziative dell'Istituto. L'auspicio è che possano essere intraprese altre forme di utile collaborazione reciproca" ha dichiarato Maria Pitaniello, direttore della Casa Circondariale di Monza.
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