varesenews.it, 17 settembre 2019
Nella giornata celebrativa del 202° anniversario della fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria, il consigliere regionale Samuele Astuti (Pd), presente questa mattina alla cerimonia al salone Estense del Comune di Varese, sottolinea l'importanza di porre attenzione alle condizioni di lavoro e di vita all'interno degli istituti penitenziari.
"Troppo spesso le carceri rimangono in un cono d'ombra, dimenticate dalla società. Vale per chi è detenuto ma anche per chi presta servizio, spesso in condizioni difficili. È sbagliato e poco lungimirante, è importante che le istituzioni e la politica prestino la giusta attenzione. Sono stato a luglio in visita ai Miogni e ho toccato con mano la professionalità di chi ci lavora. Allora presi l'impegno di sostenere in Regione la realizzazione di un progetto, per il recupero dei detenuti e, di conseguenza, anche per migliorare le condizioni dell'istituto".
"Si tratta, semplicemente, di un orto la cui cura è demandata ai detenuti. Ho trovato sensibilità nei colleghi consiglieri, soprattutto dal presidente del Consiglio regionale Alessandro Fermi, e la proposta di stanziamento è stata accolta con il voto favorevole ad un mio emendamento all'assestamento al bilancio. Un fatto positivo che spero possa dare frutti in tempi brevi", conclude il consigliere regionale.
di Giovanni Verde e Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 17 settembre 2019
Non viviamo da soli in un'isola felice, ma dobbiamo convivere con altri. È necessario che l'esercizio della libertà di ciascuno non impedisca e comprometta l'esercizio della libertà degli altri e viceversa. Il diritto penale nasce dall'esigenza che si fronteggi qualsiasi episodio di devianza. Cinque permessi in sei mesi: non solo per festeggiare i 18 anni, dunque, ma anche per sostenere un provino con una società calcistica sannita, per pranzare al ristorante con i genitori, per partecipare a riunioni di famiglia.
Il caso di Ciro Urzillo, uno dei tra giovani condannati lo scorso gennaio a 16 anni e mezzo per il brutale omicidio della guardia giurata Francesco Della Corte, continua a suscitare polemiche. La famiglia del vigilante, morto dopo diversi giorni di agonia e senza riprendere conoscenza per le violente bastonate al capo ricevute mentre era in servizio a Piscinola, non si dà pace: "Si sostengono sempre di più i diritti dei detenuti, ma dove sono finiti - si chiede la figlia Marta - i diritti delle vittime e delle famiglie di chi è stato ucciso, di coloro a cui è stato negato il diritto alla vita? Ormai la linea che separa la riabilitazione da comportamenti ridicoli è diventata veramente sottile: un assassino esce dal carcere e va a fare il calciatore? Questa è follia, non posso sopportare che chi ha ucciso mio padre possa anche andare a fare un provino per giocare al calcio. Per me lui deve scontare 16 anni e mezzo dentro il carcere".
Diverso, ovviamente, il parere dell'avvocato Nicola Pomponio, che assiste Urzillo: "Comprendo l'enorme dolore della famiglia Della Corte, ma non bisogna dimenticare che il carcere, soprattutto per chi ha commesso reati da minorenne, è finalizzato alla riabilitazione. Se la sentenza di primo grado venisse confermata, Ciro con ogni probabilità tornerà libero prima dei trent'anni: dovrà pure avere un posto nella società, come è giusto e come la legge prevede. Non dimentichiamo, inoltre, che in quei permessi il ragazzo si è attenuto rigorosamente alle prescrizioni della Corte d'Appello".
Sono stati i giudici della Corte d'Appello minorile, davanti alla quale pende il giudizio, ad accordare a Ciro Urzillo i permessi chiesti da lui stesso per il tramite di un'educatrice dell'istituto di Airola, dove è detenuto. Proprio per dopodomani è fissata la prima udienza del processo di secondo grado: il collegio dovrà decidere, dopo avere ascoltato la relazione del sostituto procuratore generale e la discussione degli avvocati della difesa, se confermare o meno la severa condanna di primo grado.
Si è arrivati a 16 anni e mezzo, infatti, perché i giudici di primo grado hanno ritenuto che sussistesse l'aggravante della crudeltà: "Tale pena - si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado - appare congrua alla luce della estrema gravità dei reati anche desunta dalle specifiche modalità dell'azione. Si tratta di un'azione di elevatissimo allarme sociale, che ha prodotto nella collettività massima riprovazione e sdegno. Gli imputati hanno deciso e agito in gruppo, spingendosi ad aggredire vigliaccamente e con gratuita violenza una guardia giurata al fine sinistro e inquietante di sottrarle l'arma".
Ma la pena, si legge ancora, è congrua anche "alla luce di una valutazione della capacità di delinquere degli imputati, in virtù dei motivi sottesi alla condotta criminosa, della loro spiccata capacità criminale, delle modalità esecutive efferate".
"In diversi casi - spiega Ciro Auricchio, segretario campano dell'Uspp, Unione sindacati di polizia penitenziaria - abbiamo ricevuto segnalazioni di permessi con scorta che ad avviso di chi deve eseguirle sfiorano lo spregio della certezza della pena e mettono in difficoltà il personale di polizia penitenziaria che si trova di fronte ad ordinanze cui adempiere è davvero difficile senza restarne stupiti".
ilsicilia.it, 17 settembre 2019
Un ventenne ieri si é tolto la vita nell'ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. È il sesto suicidio dal gennaio 2015 ad oggi. Tutti giovani, il più piccolo 20 anni il più grande 42 anni. "La situazione é davvero esplosiva.
Con la chiusura dell'Opg e il passaggio delle competenze sanitarie dallo Stato alla Regione ci si aspettava molto di più, bisognava creare strutture alternative in grado di rispondere al crescente numero di detenuti con disturbi psichiatrici sopravvenuti anche durante la detenzione", lo afferma Pino Apprendi di Antigone Sicilia.
"Il numero dei suicidi é abnorme rispetto al numero dei detenuti nell'Istituto, 200 e rispetto al numero totale dei suicidi in Sicilia, 22 nelle 23 carceri e alla popolazione carceraria complessiva di circa 6.400 detenuti. L'ottavo reparto, salute mentale, di Barcellona Pozzo di Gotto su 200 ospita oltre 50 ristretti disturbati", aggiunge Apprendi.
"La salute mentale dell'Asp di Messina non ha mai preso del tutto in carico questo reparto che manca del sostegno necessario. Assenza di attività trattamentale e prestazioni specialistiche. Il personale della Polizia Penitenziaria é sottodimensionato e insufficiente per una struttura che presenta questi problemi. A giugno, un incendio causato da alcuni detenuti aveva costretto alcuni agenti a ricorrere alle cure ospedaliere per avere cercato di spegnere l'incendio. Lunedì 23 visiterò il carcere con una delegazione di Antigone", conclude Pino Apprendi.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 17 settembre 2019
"Facile fare i sovranisti con le frontiere degli altri". Il neoministro degli Esteri Luigi Di Maio non lascia scivolare come niente fosse l'ingerenza del collega ungherese Peter Szijjarto che ha definito "deplorevole e pericolosa" la decisione del governo italiano di concedere il porto alla Ocean Viking. "L'Ungheria non accetterà alcun tipo di quota e difenderà le sue frontiere con tutti i mezzi", l'annuncio secco di Szijjarto.
Parole davanti alle quali Di Maio ribadisce la posizione dell'Italia nel negoziato europeo sulla ripartizione dei migranti: "L'Italia da anni vive un'emergenza causata anche e soprattutto dall'indifferenza di alcuni partner europei come l'Ungheria. Chi non accetta le quote deve essere sanzionato duramente".
Il braccio di ferro è solo all'inizio anche perché sul tavolo si impone spinosa la questione degli accordi con la Libia. A conferma dello sconcertante rapporto dell'Onu che solo qualche giorno fa a Vienna ha denunciato il criminale ruolo della polizia libica nel riconsegnare e vendere i migranti ai trafficanti, è arrivata l'inchiesta della squadra mobile e della Procura di Agrigento, poi diventata di competenza della Dda di Palermo per la gravità dei reati, a cominciare da quello di tortura per la prima volta contestato in Italia. Un'inchiesta che, per la prima volta, ha acceso i riflettori su un centro di detenzione ufficiale dove per altro ha accesso anche l'Oim e dove la polizia libica porta i migranti consegnandoli nelle mani dei trafficanti aguzzini alimentando il business criminale a suon di torture, stupri, violenze, ricatti, estorsioni.
Imbarazzante è dir poco visto il sostegno finanziario e di formazione che l'Italia e l'Europa continuano ad assicurare alla Libia. Il centro di detenzione-lager è quello nell'ex base militare di Zawija, una fortezza recintata da alte mura a poche decine di metri dalla spiaggia. È il "porto sicuro" che la Libia aveva offerto pochi giorni fa alla Ocean Viking per sbarcare gli 84 migranti soccorsi nel Mediterraneo.
In quell'inferno per mesi hanno svolto con estrema crudeltà il loro lavoro di torturatori i due egiziani e il guineano fermati ieri nell'hot-spot di Messina dove erano arrivati alcuni mesi fa come migranti. A riconoscerli sono stati quattro delle loro vittime approdati poi in Italia a luglio con il veliero Alex di Mediterranea. "Due poliziotti in uniforme ci hanno venduto a Ossama (il capo dei trafficanti). Ci hanno portato in quella ex base militare, eravamo circa 900 persone, anche bambini. Ci davano da mangiare solo pane e da bere acqua di mare.
Un migrante accanto a me è morto di fame, le donne venivano portate via dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si esce solo pagando", la testimonianza di Yussif Muftaa, rinchiuso lì con la moglie. E poi omicidi a sangue freddo, frustate, torture con scariche elettriche, mazze e bastoni. È la realtà che aspetta anche i migranti che vengono soccorsi dalla Guardia costiera libica e riportati indietro. Dice il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio: "Sono crimini contro l'umanità, è necessario agire a livello internazionale".
di Mario Calabresi
La Repubblica, 17 settembre 2019
Libri. Anticipiamo un capitolo del nuovo libro di Mario Calabresi ("La mattina dopo", Mondadori, pagg. 144, euro 17), in uscita il 17 settembre. L'ex direttore di "Repubblica" racconta di quando a Parigi guarda negli occhi l'uomo condannato per la morte del padre.
Rimaneva una cosa da fare, per mettere ordine e fare i conti con il passato. Il giorno dopo finisce quando i conti sono regolati, quando ti fai una ragione delle cose e puoi provare a guardare avanti, anche se quel davanti magari è molto diverso da quello che avevi immaginato. Dovevo fare un incontro che avevo evitato diciassette anni prima. Volevo tornare a Parigi per parlare con Giorgio Pietrostefani, l'uomo che è stato condannato per aver organizzato l'omicidio di mio padre.
Lo ricordo ai processi, la faccia dura, mai una parola, mai un'emozione. Un oggetto misterioso, sembrava fatto di pietra, non rilasciava dichiarazioni alla stampa, sfuggiva i microfoni e si rifugiava dietro occhiali da sole con la montatura quadrata. Mi provocava molto disagio. A un certo punto dei processi andò a vivere in Francia. Dopo la sentenza di Cassazione che confermò la condanna definitiva tornò in Italia e passò due anni nel carcere di Pisa. Poi venne accordata una revisione del processo, che si tenne a Mestre. Prima della sentenza della Corte d'appello di Venezia, la quindicesima di un percorso durato dodici anni, che rigettava la richiesta di revisione e confermava le condanne, fuggì a Parigi. Non è mai più tornato. E nessuno lo ha mai chiesto indietro con convinzione.
Così ha vissuto libero in Francia per più di vent'anni. Nell'estate del 2002, nei giorni in cui si giocavano i mondiali di calcio di Giappone e Corea del Sud, ero a Parigi per seguire le elezioni politiche. Una sera un collega mi invitò a casa sua per vedere la partita dell'Italia, ma prima di accettare venni a sapere che in quel salotto, nella poltrona di fronte alla televisione, ci sarebbe stato Giorgio Pietrostefani. L'idea di trovarmelo davanti, in un contesto di svago, non era sopportabile, cosi non andai. Pensai che era curioso che tanti lo conoscessero e lo frequentassero ma per lo Stato italiano fosse un latitante. Anni dopo avremmo saputo anche che riceve regolarmente una pensione grazie ai contributi versati quando lavorava in Italia. Ogni volta che sono stato in Francia in questi anni ho immaginato di andare a cercarlo, c'erano molte cose che avrei voluto chiedergli e volevo guardarlo negli occhi, oltre quegli occhiali. Poi c'era sempre qualcosa da fare capace di esentarmi da quella fatica.
Finché l'arresto e l'estradizione di Cesare Battisti, il terrorista dei Pac fuggito prima in Francia e poi in Brasile, hanno riportato il tema dei latitanti della stagione del terrorismo nel dibattito politico e sulle prime pagine dei giornali. Nei miei ultimi giorni di lavoro a Repubblica ho saputo che il suo nome era in cima alla lista della dozzina di ex terroristi di cui il ministero della Giustizia chiede finisca la latitanza parigina. Era stato anche lui protetto in nome della "dottrina Mitterrand". Ma l'accoglienza garantita da quel presidente francese, che regnò per tutti gli anni Ottanta e per ben metà del decennio successivo, si sarebbe dovuta applicare solo a chi non aveva le mani sporche di sangue. Ho trovato il tempo per andare a cercare i documenti e le interviste di François Mitterrand e non ci sono molte cose da interpretare.
Ho cercato allora di capire che fine avesse fatto Pietrostefani, ormai aveva passato la metà dei settanta, e dove vivesse. Ho scoperto che aveva avuto un trapianto di fegato e che viveva quasi più negli ospedali che a casa. Allora ho sentito che era tempo di farlo. Non c'erano più impegni urgenti e pressanti. E avevo chiara la sensazione che se l'avessi evitato di nuovo e l'incontro non ci fosse stato, un giorno avrei considerato tutto questo un'occasione perduta.
Ho cercato un contatto che non desse spettacolo, che fosse riservato. L'ho trovato e ci ho messo due mesi per arrivare in fondo. Ho avvisato mia madre, che mi ha chiesto cosa mi aspettassi e mi ha aiutato a trovare lo spirito giusto. Lei ci aveva pensato molto e alla fine mi ha ripetuto tre volte la stessa frase: "Digli che io ho perdonato, sono in pace e così voglio vivere il resto della mia vita".
Quella mattina esco all'alba, cammino per più di due ore per Parigi, facendo il giro di tutti i posti che hanno qualcosa da dirmi. Il ristorante dove Tonino ci ha fatto provare per la prima volta le ostriche, nell'unico viaggio che abbiamo fatto tutti insieme fuori dall'Italia. Resta una foto bellissima con tutti e quattro i figli appoggiati al muretto di un ponte sulla Senna. Vado in Rue Mouffetard dove il mio amico Corso mi portava a prendere delle gigantesche crêpe salate e scendo a Notre-Dame. Non ci sono ancora turisti ma è tutto transennato, la cattedrale ferita si può guardare solo da lontano. È ancora in piedi e le due torri della facciata danno un senso di forza e di appartenenza che va oltre la cronaca e appartiene alla Storia.
Poi arriva il primo pullman di turisti, scarica un fiume di asiatici che cominciano a farsi selfie con uno degli sfondi più famosi del mondo. È tempo di andare. Si alza un vento fortissimo, annuncia tempesta. Ho imparato la puntualità, arrivare in anticipo mi sembra una delle più belle conquiste di questo tempo nuovo. L'uomo che mi trovo di fronte ha la barba bianca, è talmente magro da sembrare la metà di quello di un tempo. Ha quasi 76 anni, ne aveva 28 quel 17 maggio 1972 quando spararono a mio padre. Io avevo due anni e mezzo.
Infagottato in un giubbotto verde, con gli occhiali da sole quadrati che aveva anche ai tempi del processo. Lo vedo che cammina avanti e indietro di fronte all'albergo, guarda continuamente l'ora, è anche lui in anticipo.
Allora esco e gli vado incontro, anche se non sono sicuro che sia lui perché è irriconoscibile. Solo gli occhi, noto dopo, ricordano chi era. È teso. Deve aver dormito peggio di me. Incontrare uno che somiglia cosi tanto a quel poliziotto contro cui scatenarono una delle più violente campagne di odio della storia del nostro paese, fino al suo omicidio, non deve essere facile. Fare i conti con la Storia nemmeno. Parliamo per mezz'ora, seduti nella hall di un anonimo albergo popolato solo di turisti americani. C'è stato un momento, molti anni fa, in cui mia madre decise che pubblico e privato si sarebbero separati per sempre. Che non avremmo più parlato di processi. Chiedevamo giustizia e, seppur dopo tanti anni, l'abbiamo ottenuta, tutto il resto - dall'esecuzione delle pene, ai permessi, all'estradizione fino alle grazie - non spettava a noi ma allo Stato.
Ricordo l'esatto momento in cui mia madre mi disse che era giusto fare cosi. Eravamo seduti in macchina sotto casa della nonna, chissà perché. Forse perché lei era l'unica ad avere il computer e la stampante, nonostante i suoi ottant'anni. Dovevamo compilare un modulo per dare il nostro parere sulla richiesta di grazia per Ovidio Bompressi, condannato per aver sparato a mio padre, il presidente della Repubblica era Carlo Azeglio Ciampi.
Il modulo prevedeva che noi potessimo dire sì o no. Mia madre si rifiutò e ragionò: non siamo nel Medioevo che una famiglia decide se una persona deve stare o meno in carcere, la giustizia non può essere un fatto privato, tanto che viene amministrata in nome del popolo italiano. Lo Stato deve avere il coraggio delle sue decisioni, assumendosene la responsabilità. Non può nascondersi dietro una famiglia. Noi ci rimettiamo all'interesse generale, non ci metteremo di traverso e non commenteremo in alcun modo, faccia il presidente della Repubblica quello che ritiene giusto per l'Italia. Da quel momento mia madre non ha più detto una parola sulle vicende e ha intrapreso con convinzione un processo di pacificazione interiore. Un percorso privato, con cui ha sempre cercato di contaminare me e i miei fratelli. Questi percorsi sono fatti di passi avanti e marce indietro, ma sono fondamentali per trovare una pace interiore. Cosi sono andato a incontrare quell'uomo che non aveva più nulla dei suoi vent'anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.
di Salvatore Giuffrida
La Repubblica, 17 settembre 2019
La farmacia solidale aperta dai volontari di Regina Coeli in via della Lungara. L'ultima storia di Roma città solidale arriva dalla nuova farmacia di strada, aperta in via della Lungara dall'associazione dei volontari di Regina Coeli con l'aiuto del cappellano del carcere padre Vittorio Trani e i medici di Medicina Solidale.
La farmacia è rivolta a chi ha bisogno di medicinali e cure mediche, ma non ha soldi: senzatetto, tossicodipendenti, ex detenuti, ma anche tante famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, italiane o straniere. La farmacia è un presidio medico all'interno del centro di accoglienza dei volontari di Regina Coeli guidati da Angela Iannace con padre Vittorio Trani: pasti caldi, assistenza e sostegno per riscattarsi o semplicemente per non sentirsi soli. "Abbiamo iniziato sette anni fa seguendo i detenuti - spiega padre Vittorio Trani - poi chi aveva bisogno. Ad esempio un ragazzo diabetico che viene per l'iniezione. Se non gliela facessimo rischierebbe la morte".
La farmacia servirà a tutto il centro della capitale. Come Thomasz, senzatetto polacco di 50 anni: è caduto giorni fa da un muro riportando una frattura alla colonna vertebrale, ma non aveva i soldi per i farmaci. Ora potrà andare in via Lungara. "Vengono qui - spiega Stefano Giorgi, volontario - perché hanno timore di andare ai pronto soccorso, non hanno il tesserino sanitario".
Si chiama povertà sanitaria: "Il numero di chi non può comprare medicine aumenta", spiega Lucia Ercoli della Onlus Medicina Solidale, che cura gli indigenti con l'aiuto dell'Elemosiniere del Papa, cardinale Konrad Krajewski. Giovedì sarà inaugurato a Cinecittà un progetto pilota per dare l'accesso gratis alle docce ai bambini che vivono in strada: a ospitarli un istituto salesiano. L'iniziativa coinvolge Medicina solidale, Elemosineria, l'associazione "Dorean dote" e gli scout di Roma est: è un faro su un'emergenza su cui non si possono chiudere gli occhi.
ansa.it, 17 settembre 2019
Sono stati individuati gli autori di una rissa nello scorso mese di aprile tra detenuti nel carcere di Salerno e che provocò anche a lesioni ad alcuni agenti della Polizia penitenziaria ed alla stessa direttrice. Si tratta del risultato di una vasta operazione di polizia giudiziaria congiunta della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno.
Questa mattina, ufficiali della polizia giudiziaria in servizio al Nucleo Investigativo Centrale - Articolazione Regionale della Polizia Penitenziaria di Napoli, in collaborazione con la Squadra Mobile di Salerno hanno dato esecuzione ad un'ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di 13 persone, all'epoca detenute nel carcere di Fuorni, accusate tra le altre cose di rapina e plurimi episodi di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
La vicenda nasce da una vera e propria "guerriglia" tra bande contrapposte di carcerati.
Un detenuto napoletano venne aggredito da altri detenuti in gran parte salernitani. In seguito a questo episodio, il gruppo dei "napoletani", il giorno successivo, il 5 aprile scorso, aggredì un altro detenuto salernitano per vendicare l'accaduto. Questo episodio scatenò una violenta reazione da parte dei salernitani che, per vendicare il compagno di sezione, intrapresero una vera e propria rivolta interna, aggredendo gli agenti penitenziari, sottraendo loro, con violenza e per ben tre volte, le chiavi di accesso.
Una prima volta per far uscire i compagni di sezione, successivamente per far accesso alla sezione contrapposta e infine per fare ingresso nella sezione A dei "napoletani" e per ingaggiare con loro una rissa. La sezione interessata venne devastata dagli indagati che distrussero tutto ciò che trovarono, azionando anche un estintore per evitare di essere identificati. Fu possibile riportare l'ordine solo grazie all'intervento del personale in servizio e della stessa direttrice del carcere salernitano.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 17 settembre 2019
L'assessore-sceriffo ha scoperto dieci case dormitorio piene di immigrati clandestini. Ma i proprietari, che non pagano neppure le tasse, non sono stranieri. Prima gli italiani? Sì: ad approfittarsi dei più deboli. Viene da Genova una notizia che dovrebbe far riflettere le prefiche della xenofobia, sempre pronte a intonare il lamento della "sostituzione etnica".
Se sostituzione c'è (e in alcuni carruggi genovesi c'è, eccome: gli antichi residenti essendo spariti quasi del tutto) i primi agenti di questo fenomeno sono nostri connazionali senza scrupoli. Lo certifica il leghista Stefano Garassino (detto "lo Sceriffo"), assessore alla Sicurezza della giunta guidata da Marco Bucci. Seguendo un'intuizione che covava da tempo, lo Sceriffo è andato coi suoi vigili a ficcare il naso in uno di questi vicoli, salita San Paolo, accanto alla famigerata via Pré, dopo un lavoro incrociato con l'Agenzia del territorio, quella delle Entrate e l'Amiu (la municipalizzata della nettezza urbana).
Ha scoperto dieci case dormitorio piene di immigrati clandestini accatastati in letti a castello (per 2-300 euro mensili a posto letto), senza nemmeno l'acqua corrente: veri invisibili. Dai prestanome è arrivato ai proprietari, quasi tutti italiani che non pagavano nemmeno le tasse ("sciacalli che approfittano della situazione per arricchirsi", li bolla pragmatico l'assessore). Era storia nota ma mai messa così in chiaro.
Vecchi residenti rovinati dalla crisi lasciano le case in centro, speculatori italiani le comprano a due soldi: subaffittando a posto letto ricavano seimila euro al mese laddove ne prenderebbero 600 con affitti regolari. E chi occuperà quei posti letto?
I migranti senza permesso di soggiorno, l'ultimo anello debole. Garassino ha seguito la pista della "rumenta" (l'immondizia): se un quartiere ne produce per 28 mila e i residenti sono ventimila, lì ci sono 8 mila invisibili. Ora dice che sciacalli senza coscienza "mettono in pericolo la sicurezza nazionale". E promette repliche. Con uno slogan stavolta assai condivisibile: prima la legalità.
L'Osservatore Romano, 17 settembre 2019
Il magnate dei media, Nabil Karoui, attualmente in carcere, e il costituzionalista Kaïs Saïed sono i due contendenti che si affronteranno al ballottaggio per la carica di presidente della Tunisia. È quanto indicano i primi exit poll di domenica sera che hanno registrato anche un netto calo dell'affluenza (45 per cento) rispetto alle elezioni precedenti.
Secondo le previsioni dell'agenzia Sigma Conseil, Saïed sarebbe in testa, sfiorando il 20 percento delle preferenze. Indipendente, conservatore, è un professore di diritto costituzionale che ha messo la lotta alla corruzione al centro della sua campagna elettorale.
Avrebbe conquistato il consenso soprattutto giovanile, proponendo misure che, accanto alla conferma del ricorso alla pena di morte, prevedono la condanna della depenalizzazione dell'omosessualità e del progetto di legge sulla parità di genere in tema ereditario. Ma il giurista, che si dichiara "non islamista", avrebbe inoltre proposto un programma chiaro e rigoroso di risanamento delle istituzioni statali e di ripresa economica.
I sondaggi avevano invece previsto risultati migliori per Karoui, che sarebbe rimasto appena sopra il 15 per cento. Il voto è stato comunque accolto come un successo dai simpatizzanti del fondatore di Nessma Tv. In carcere da agosto con le accuse di riciclaggio ed evasione fiscale, Karoui ha fatto leggere un messaggio di ringraziamento in cui ha sottolineato che "questo voto esprime la volontà di cambiamento auspicata dal popolo, di dire no all'ingiustizia, no alla povertà, no alla marginalizzazione e sì a uno Stato equo".
Durante la campagna elettorale, il tycoon avrebbe usato la propria rete televisiva per raccogliere fondi per la sua associazione caritativa Khalil Tounes. Così si sarebbe posizionato come il candidato "per il popolo" e per i poveri. Karoui, che si è definito "prigioniero politico", non è stato ancora condannato ed è in custodia cautelare preventiva. Sua moglie Salwa Smaoui, festeggiando il risultato in vista del ballottaggio di ottobre, ha annunciato che la difesa presenterà ai giudici una nuova domanda di liberazione al più presto.
L'aria di cambiamento cui allude Karoui è visibile anche nell'eterogeneità delle elezioni, dove i candidati erano ben 24, e i vincitori, secondo gli exit poll, per lo più indipendenti. Secondo i dati di Sigma Conseil, a seguire Saïed e Karoui, sarebbero Abdelfattah Mourou, il candidato del partito islamista moderato Ennahdha, l'indipendente ministro della Difesa dimissionario Abdelkrim Zbidi, e più in basso il primo ministro uscente Youssef Chahed. Sembrerebbe così superata l'opposizione binaria di campo islamista e progressista, così come il sistema dei partiti tradizionali, lasciando il posto a un orizzonte nel quale si evidenzia in primo luogo la disoccupazione giovanile ma anche una crescente frammentazione politica. Come accennato, l'affluenza alle elezioni, secondo quanto dichiarato dalla commissione elettorale, è stata del 45 per cento, in calo di 20 punti rispetto all'entusiasmo sollecitato solo 8 anni fa dalle rivolte della cosiddetta "Primavera araba". Le elezioni hanno seguito un periodo elettorale breve ma acceso, caratterizzato dalle reciproche accuse di corruzione tra candidati.
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 17 settembre 2019
Le testimonianze di alcuni naufraghi consentono l'arresto in Italia di tre persone. Contestato per la prima volta il reato di tortura. Da bere acqua di mare, pane duro per cibo. Rinchiusi in celle anguste tra immondizia e insetti per mesi. Nel campo, torture di ogni tipo: scariche elettriche, bastonate, colpi con il calcio dei fucili e con tubi di gomma, frustate.
Le donne violentate ripetutamente. Minacce di morte continue per i migranti prigionieri e per i familiari costretti a pagare il riscatto e a guardare le foto dei propri cari mentre vengono torturati. Senza soldi niente partenza con i barconi. Molti non ce la fanno a resistere. Come due fratelli della Guinea, deceduti per le gravi ferite provocate dai torturatori, i loro corpi abbandonati chissà dove.
Siamo a Zawyia, città della Libia. A raccontare le barbarie nella prigione degli orrori sono stati alcuni migranti ascoltati dalla squadra mobile di Agrigento, dopo essere stati soccorsi in mare dalla nave Alex della ong Mediterranea. Le loro testimonianze sono finite nel rapporto che gli investigatori hanno consegnato alla Procura della città dei templi, che ha poi girato il fascicolo per competenza alla Dda di Palermo. Per la prima volta gli inquirenti contestano il reato di tortura, introdotto nel luglio del 2017, oltre all'associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, la tratta, l'estorsione, la violenza sessuale e gli omicidi.
Tre le persone fermate, riconosciute dai testimoni come i carnefici di Zawyia: Mohamed Condè detto Suarez, 22 anni della Guinea; Hameda Ahmed di 26 anni e Mahmoud Ashuia, 24 anni, entrambi egiziani. I tre si trovavano nell'hotspot di Messina quando sono stati presi in carico dagli investigatori. Molti dei migranti che li hanno riconosciuti, attraverso le foto-segnaletiche, sono stati sentiti nei centri d'accoglienza di Castelvetrano (Tp) e Marsala (Tp) o in alcuni comuni della Calabria, dove nel frattempo erano stati trasferiti dopo l'approdo a Lampedusa.
Hanno raccontato che il capo dell'organizzazione si chiama Ossama, è lui a gestire il campo di Zawyia. Secondo gli inquirenti i profughi, con inganno o violenza o dopo essere stati venduti da una banda all'altra o da parte della stessa polizia libica, vengono rinchiusi nell'ex base militare capace di contenere migliaia di persone. Per chiedere il riscatto alle famiglie dei prigionieri la banda usa un telefono di servizio", tramite il quale i migranti sono costretti a contattare i propri congiunti, alla presenza dei carcerieri, e convincerli a pagare il riscatto. Chi non paga viene ucciso o venduto ad altri trafficanti di uomini; chi paga viene rimesso in libertà, ma con il rischio di essere nuovamente catturato dalla stessa banda e di dover versare altro denaro ai carcerieri di Zawyia.
Strazianti le testimonianze. "Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all'interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni", racconta una delle vittime della prigione di Zawyia. "Le condizioni di vita sono inaudite - dice il profugo - Durante la mia prigionia ho visto che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare". E ancora:
"Eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso - riferisce un'altra vittima - Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io ero con i camerunensi. Ci davano da mangiare solo una volta al giorno. Tutti i giorni invece venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri. Erano spietati, il capo si chiama Ossama ed è un libico in abiti civili, con sé aveva delle pistole". L'uomo ha perso la sorella in quel campo, dove sono rinchiusi i suoi nipoti. ""Ho visto morire tanta gente - aggiunge - Con me all'interno di quel carcere c'era mia sorella Nadege, che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva con sé le due figlie di 7 e 10 anni, sono ancora detenute in Libia".
Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ribadisce l'esigenza di un intervento della comunità internazionale. "L'indagine ha dato la conferma delle inumane condizioni di vita all'interno dei capannoni di detenzione libici - commenta - e la necessità di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l'umanità".
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