di Giulio Meotti
Il Foglio, 31 luglio 2019
Sette paesi europei hanno votato due risoluzioni dell'Onu che colpiscono duro Israele. Lo stato ebraico è l'unico paese condannato dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Malta si sono unite a Cina, Russia, Iran e Venezuela nel sostenere le risoluzioni che condannano Gerusalemme per violazioni dei diritti umani, fra cui l'accusa di essere un "ostacolo" alle donne palestinesi.
Solo Canada e Stati Uniti contro. Nikki Haley, già ambasciatrice americana all'Onu, ha twittato: "Che beffa totale consentire ad Arabia Saudita, Iran, Pakistan e Yemen di indicare Israele come violatore dei diritti. Imbarazzante". Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo. Compresa l'ipocrisia di paesi come l'Iran, che ha appena condannato a dieci anni di carcere le donne che condividono foto di se stesse senza velo.
Se non fosse che le stesse Nazioni Unite nei giorni precedenti siano state al centro di un'altra iniziativa sui diritti umani, questa volta meritoria. 22 paesi hanno inviato una lettera di protesta contro la Cina "che rimarrà come documento ufficiale agli atti del Consiglio dei diritti umani". Vi si denuncia l'incarcerazione in campi di rieducazione di un milione di musulmani cinesi. Ma stavolta, il blocco dei paesi islamici ha fatto muro a favore di Pechino. In una contro-lettera firmata da 35 paesi (Corea del nord, Venezuela, Russia, Cuba, Bielorussia, Myanmar, Filippine, Siria, Pakistan, Oman, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita e diversi paesi africani) si elogia la Cina per quei campi. Quasi la metà dei firmatari sono nazioni a maggioranza musulmana. Regimi che non hanno taciuto quando il Myanmar ha espulso i Rohingya, la sua minoranza musulmana, né quando l'Amministrazione Trump ha spostato l'ambasciata americana a Gerusalemme. Sulla Cina che perseguita i musulmani, non solo tacciono, ma la coprono. Tante le ragioni economiche dietro il voto islamico a favore di Pechino. La Cina è il principale partner commerciale dell'Arabia Saudita e la nuova Via della sete passa da tanti di quei paesi. La Cnn denuncia così il "mito della solidarietà musulmana".
Il Consiglio dei diritti umani non ha ancora pubblicato un rapporto sui musulmani che la Cina sta tenendo in campi di internamento e il segretario generale, António Guterres, è accusato dalle ong di tacere. Pechino nega, dice che quelle strutture servono per "uscire dalla povertà". Diciassette ong a febbraio avevano invitato l'Unhcr a inviare una missione conoscitiva nello Xinjiang cinese per indagare. Migliaia di musulmani uiguri trascorrono le giornate in programmi di indottrinamento, dove sono costretti ad ascoltare lezioni comuniste, a cantare inni che lodano il Partito e a scrivere saggi di "autocritica". Niente barbe, Corano, carne halal, preghiere alla Mecca, ma l'obbligo di "onorare" i banchetti organizzati per festeggiare l'"anno del maiale". "Chiunque sia infetto da un 'virus' ideologico deve essere inviato alle classi di trasformazione prima che insorga una malattia", recita un documento del Partito comunista cinese a Hotan.
C'è questo. E poi c'è Israele, dove ci sono 400 moschee (73 solo a Gerusalemme, quintuplicato dal 1988), dove il 19,6 per cento dei cittadini sono musulmani (decuplicati dal 1948), dove trecento imam sono pagati dal governo israeliano, duemila musulmani servono nell'esercito israeliano e durante il Ramadan i dipendenti pubblici fanno festa. È la famosa "apartheid israeliana" che mette d'accordo tutti, i sinceri democratici di Pechino, i loro soci in affari della umma islamica e certi utili idioti occidentali.
La Stampa, 31 luglio 2019
Il procuratore di Siracusa ha aperto un'indagine sul pattugliatore, il comandante è stato ascoltato dagli inquirenti. Continua a essere ormeggiato al pontile Nato della Marina militare nella rada di Augusta, dalla notte di sabato, il pattugliatore Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 115 migranti soccorsi in mare, dopo il via libera del Viminale allo sbarco di 16 minorenni fra i 15 e i 17 anni. Ma in queste ultime ore il procuratore capo di Siracusa, Fabio Scavone, ha confermato di avere aperto un'inchiesta sulla vicenda del pattugliatore e il comandante della nave è stato ascoltato dagli inquirenti. Al momento sulla Gregoretti non ci sono nuclei familiari e sono tutti uomini. È stata inoltre effettuata una valutazione medica per le malattie infettive prima dello sbarco dei minori, già accompagnati nei centri di accoglienza, e per attivare le procedure di identificazione bisognerà attendere lo sbarco.
Nella complessa situazione si inserisce il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, che ha inviato una lettera al Comandante generale della Guardia Costiera, Giovanni Pettorino chiedendo "urgenti informazioni" sulle condizioni dei migranti trattenuti da cinque giorni a bordo della Nave "Bruno Gregoretti". Configurando la situazione dei migranti a bordo come una privazione de facto della libertà personale, il Garante ha chiesto di ricevere urgentemente informazioni sulle loro condizioni e sulle circostanze del negato sbarco. In particolare, il Garante ha espresso l'esigenza che gli vengano fornite delucidazioni in relazione alla risposta o meno alla richiesta di un "porto sicuro".
Inoltre ha chiesto notizia circa la consistenza numerica delle persone migranti a bordo e la presenza di particolari vulnerabilità; la sistemazione in ambienti coperti o esterni; le condizioni materiali della nave (inclusa la fruibilità dei servizi igienici e la disponibilità di acqua corrente) e infine notizie circa le misure messe in atto per rispettare gli obblighi inderogabili di cui all'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani "che vieta trattamenti inumani o degradanti- con particolare riferimento all'accesso a cibo e acqua e alla tutela della salute".
Di quei 116 i migranti che avrebbero lasciato la Libia il 25 luglio scorso su alcuni gommoni, salvati da autorità maltesi e pescherecci italiani e trasportati sulla Gregoretti. E in mare dalla perentoria posizione del ministro Salvini: nessuno può sbarcare se non c'è la redistribuzione Ue.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
L'attivista vietnamita Ha Van Nam è stato condannato ieri a 30 mesi di carcere per "disturbo all'ordine pubblico", ai sensi del famigerato articolo 318 del codice penale. Rischiava fino a sette anni. Si è trattato di una mera vendetta per via giudiziaria, nei confronti di un pacifico e coraggioso uomo che attraverso Facebook si ostinava a denunciare le violazioni dei diritti umani, l'ingiustizia e la corruzione.
Il 28 gennaio era stato rapito da sconosciuti, caricato su un'automobile, portato in un luogo a lui ignoto, picchiato e "invitato" a smettere di scrivere. Aveva sporto denuncia alla polizia. Non solo non era stata aperta alcuna indagine ma il 12 febbraio gli erano fatte trovare delle teste di galli mozzate sul tetto della sua automobile, imbrattata ovunque di sangue.
Nonostante questi "avvertimenti", Ha Van Nam aveva continuato a scrivere. L'ultimo post risale al 4 marzo, il giorno prima dell'arresto. Le organizzazioni per i diritti umani hanno immediatamente chiesto la scarcerazione di Ha Van Nam. Il numero dei prigionieri di coscienza, condannati a pene detentive solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà d'espressione, è arrivato a 128. Il 10 per cento di loro è stato condannato per l'attivismo sui social.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Il maxi Ddl Bonafede sarà inserito domani all'ordine del giorno. Nello stesso testo le modifiche al processo sia civile che penale, le norme ordinamentali e quelle sul Csm. Ancora divergenze con la Lega, ma ora il Guardasigilli vuole una risposta dall'alleato.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 30 luglio 2019
Il lavoro di pubblica utilità svolto dai detenuti di Città del Messico secondo il modello italiano del progetto "Mi riscatto per..." sta per diventare realtà. Una delegazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sarà in questa settimana nella capitale messicana per sottoscrivere, insieme a rappresentanti del Governo e del sistema penitenziario dello Stato di Città del Messico e dell'Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla Droga e al Crimine, un Memorando de Entendimiento per l'implementazione nel sistema messicano del modello italiano di reinserimento sociale dei detenuti attraverso lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
La riforma dell'Ordinamento penitenziario li prevede solo su base volontaria. Secondo la Corte europea è possibile utilizzare gratis, per lavori di pubblica utilità, i condannati, ma deve essere un'alternativa al carcere. Il ministro degli Interni, in merito al barbaro omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha parlato di lavori forzati come pena da comminare all'omicida.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Ritenuto opportuno ripristinare le precedenti disposizioni. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini annulla, attraverso un provvedimento ha annullato la circolare che obbligava lo spegnimento della tv entro mezzanotte per tutti i detenuti.
di Marco Conti
Il Messaggero, 30 luglio 2019
Ormai siamo agli insulti e poi agli emoticon. Le faccette per dirsi arrabbiato e altrettanti disegnini per fare pace. Salvini ne manda in grande quantità e ieri lo ha ricevuto anche dal collega, ed alleato, Luigi Di Maio, che si è giustificato per "quell'altro", usato per chiamare l'alleato.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 30 luglio 2019
L'umiliazione inflitta a Gabriel Christian Natale Hjorth in quella stanza di una caserma, viola infatti la legge e rischia di gettare ombre sull'intera indagine. Più complesso è il percorso per arrivare al risultato, più rigorosi devono essere gli accertamenti.
È straziante vedere il viso stravolto di Rosa Maria mentre arriva al funerale del suo amato Mario. E poi ascoltarla quando dal pulpito della chiesa di Somma Vesuviana invoca l'angelo che piange e rinnova la promessa di matrimonio. Ma soprattutto rivendica con orgoglio di essere "la moglie di un carabiniere".
Solo un equo processo individuerà ruoli e responsabilità dei due giovani statunitensi in cerca di sballo nella notte romana, accusati di aver aggredito e accoltellato il vicebrigadiere. E di averlo ammazzato come un cane. Deve essere fatta giustizia. E per questo non si deve invalidare alcun atto fino alla sentenza definitiva. Rosa Maria dovrà avere la garanzia di vivere in uno Stato dove gli assassini del marito vengano puniti come meritano.
Senza rischiare che, pur riconosciuti colpevoli, riescano a farla franca. Ecco perché è importante rispettare la legge, osservare tutte le regole. Tenere sempre a mente che uno dei principi cardine della nostra democrazia è il rispetto della dignità umana. E dunque non sottovalutare il comportamento del sottufficiale che ha bendato Gabriel Christian Natale Hjorth, l'ha costretto a tenere le braccia dietro la schiena con i polsi stretti dalle manette.
I vertici dell'Arma dei carabinieri hanno compreso subito quanto grave sia stata la sua decisione. E oltre a prendere immediati provvedimenti disciplinari, hanno presentato una denuncia alla Procura di Roma per abuso dei mezzi di costrizione. L'umiliazione inflitta a Gabriel Christian Natale Hjorth in quella stanza di una caserma, viola infatti la legge e rischia di gettare ombre sull'intera indagine.
Agli iniziali dubbi sulla ricostruzione di quanto avvenuto la notte tra il 25 e il 26 luglio, si è infatti aggiunta la polemica per quella foto che ha fatto il giro del mondo, alimentando anche negli Stati Uniti le accuse contro gli investigatori italiani. E rendendo concreto il rischio di inficiare il loro lavoro e dunque l'esito di questa inchiesta.
La ricerca della verità non può e non deve mai far venire meno il rispetto delle regole. Anzi, più complesso è il percorso per arrivare al risultato, più rigorosi devono essere gli accertamenti. Senza giustificazioni di sorta per chi sbaglia. Il sottufficiale è stato trasferito ad altro incarico - non operativo - su disposizione del comandante generale Giovanni Nistri. Una decisione che - alla luce di quanto accaduto in passato in altri casi - fa onore all'Arma e spinge lo stesso Nistri a chiedere "rispetto per i carabinieri che fanno lo stesso lavoro di Mario", a mettere in guardia tutti "per non infliggergli la dodicesima coltellata".
Servirà poco tempo alla procura generale di Roma per individuare gli altri militari presenti nell'ufficio, che hanno consentito l'abuso e non lo hanno denunciato. La celerità in questi casi è necessaria. Ma è altrettanto necessario porre fine alla contrapposizione aspra che da due giorni accende il dibattito politico e scatena i commenti sui social. Nelle ultime ore si è arrivati a mettere sullo stesso piano il carabiniere ammazzato e l'indagato con la benda sugli occhi, invitando i cittadini a scegliere da che parte stare.
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha chiarito che a lui interessa soltanto "la vittima, un servitore dello Stato". Il capo politico del Movimento 5 Stelle, e suo alleato alla guida del governo, ha addirittura sostenuto che parlare della foto "serve a buttarla in caciara", cioè a fare confusione per distrarre dal vero problema. Altri politici dell'opposizione si sono concentrati soltanto sull'episodio della caserma per attaccare il governo. In realtà parlare della foto serve a denunciare un abuso e dunque a dimostrare che l'Italia è un Paese dove i diritti di tutti, anche di chi è in custodia, sono garantiti. Serve ad evitare che gli indagati possano denunciare un "ingiusto processo". Serve, per garantire a Rosa Maria Esilio che lo Stato per cui suo marito ha perso la vita, troverà i colpevoli dell'omicidio e li punirà secondo la legge.
di Andrea Cannizzaro
livesicilia.it, 30 luglio 2019
I giudici del Cga annullano una interdittiva antimafia: i soli rapporti familiari non la giustificano. Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. È questo il principio che il Cga, il Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia ha riaffermato in una recente sentenza con cui è stata annullata un'informativa antimafia del 2009.
La storia in questo caso riguarda un'impresa agricola, difesa dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Marino. L'impresa chiese di accedere a un bando per gli anni 2009/2011 della misura del Psr Sicilia, il piano di sviluppo rurale che eroga i fondi europei nel mondo dell'agricoltura. Durante l'istruttoria, però, la Prefettura ha emanato l'interdittiva perché sia il padre che il cognato dell'imprenditore erano stati condannati al carcere per reati di stampo mafioso.
Come spesso accade, quindi, l'informativa è arrivata in seguito alla richiesta di un ufficio pubblico, in questo caso, dell'amministrazione regionale che stava accertando che l'impresa che richiedeva i fondi europei per l'ammodernamento delle imprese fosse "pulita". La nota prefettizia ha portato gli uffici regionali a ritenere l'istanza irricevibile.
Per i giudici amministrativi di secondo grado, quindi, sia la Prefettura, sia l'amministrazione regionale, sia il Tar - col giudizio di primo grado - hanno sbagliato. Nella sentenza, infatti, i magistrati affermano che "non può configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, e il condizionamento dell'impresa" da parte della mafia. Gli indizi su cui si deve basare l'interdittiva non possono essere i soli legami familiari.
Per affermare che un'impresa sia a rischio infiltrazione sarebbe piuttosto necessario "basarsi anche su altri elementi, sia pure indiziari, tali nel loro complesso da fornire obiettivo fondamento al giudizio di possibilità che l'attività d'impresa possa, anche in maniera indiziaria, agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata". Quindi, come detto, l'impresa non può essere ritenuta a rischio infiltrazione mafiosa per via delle colpe dei familiari. L'atto del prefetto deve invece basarsi su degli indizi che coinvolgano gli affari e la gestione dell'imprenditore stesso.
L'assenza di questi elementi avrebbe portato il Cga ad accogliere il ricorso e ad annullare i provvedimenti. Nel caso delle interdittive, in particolare, i giudici notano che queste "limitano libertà" come quella del "diritto al lavoro e "impattano dunque con diritti fondamentali che spettano a tutti, in quanto uomini, senza distinzione alcuna e producono a volte effetti devastanti di gran lunga più gravi delle sentenze penali". Per questo, secondo i giudici, i provvedimenti non sarebbero stati suffragati da elementi così gravi da giustificarli.
- Chi difende questa foto è fuori dalla Costituzione
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