di Giovanni Barbato
sentichiparla.it, 30 luglio 2019
Dall'interno di una macchina della polizia a un grigio cortile coperto di nuvole, il documentario VR Free trasporta lo spettatore nei panni di un detenuto attraverso un'esperienza totalmente immersiva, resa possibile grazie alla realtà virtuale (VR, dall'inglese virtual reality).
"La mia idea è stata quella di portare questa nuova tecnologia all'interno di uno spazio già di per sé carico, denso, forte", spiega il regista Milad Tangshir. Iraniano di origine, Tangshir approda a Torino nel 2011 con già una laurea in ingegneria e tre dischi pubblicati. "Suonavo in una band post rock e anche quando sono arrivato in Italia volevo proseguire con la musica".
Milad tuttavia capisce presto che è la strada del cinema quella che vuole seguire. Una passione che cresce assieme a lui fra le mura di casa: "Mio padre aveva un proiettore super otto e guardavamo moltissimi, film, anche italiani". Quindi Torino, "la città in cui è nato il cinema". Qui si laurea al Dams e consegue un master, per poi rimanervi in pianta stabile, dando inizio alla sua produzione che vede all'attivo diversi cortometraggi, un lungometraggio prossimo all'uscita e numerosi riconoscimenti.
"VR Free è nato dopo qualche anno in cui ero completamente immerso in un altro progetto chiamato Star Stuff: quindi anni di sviluppo, progettazione, riprese, viaggi, produzione, postproduzione e via dicendo, così ho sentito l'esigenza di sperimentare qualcosa di nuovo". Fondamentale in questo passaggio è stato l'apporto di Valentina Noya dell'Associazione museo nazionale del cinema, che ha prodotto il corto.
Valentina è anche Project manager del festival LiberAzioni (all'interno del quale sono rientrate le proiezioni del documentario all'Infopoint Emergency), un insieme di iniziative che hanno come obiettivo il dialogo fra interno ed esterno del carcere grazie agli strumenti dell'arte e della tecnologia. LiberAzioni propone ogni anno anche un concorso cinematografico sul tema della libertà e i suoi limiti che lo scorso anno aveva visto trionfare lo stesso Tangshir con il corto "Displaced".
Abbiamo mostrato loro riprese realizzate in situazioni quotidiane, banali per noi, ma che a loro sono precluse. VR Free non vuole assolutamente essere un esercizio feticistico centrato sul mezzo. È un progetto legato quasi più al tema che alla forma che ha finito con l'assumere. Vuole "stimolare nello spettatore libero una consapevolezza maggiore delle condizioni di vita e della realtà della detenzione", come spiega lo stesso regista.
E anche "offrire immagini più vivide del carcere a chi sta fuori, ma anche e soprattutto poter portare dentro le immagini dell'esterno". È forse questo uno degli aspetti più interessanti del documentario, che vede il visore di realtà virtuale non soltanto come medium ma come oggetto della narrazione e strumento di dialogo e partecipazione dei carcerati.
Per esempio, in una scena ci si ritrova in una stanza con davanti una persona che indossa il visore. Inizialmente ci si sente un po' spaesati, non si capisce bene cosa stia succedendo, si vede questa persona muovere leggermente le gambe, poi le braccia.
Un sorriso, una frase troncata ("da quanto tempo non vado...") e improvvisamente si è all'interno di una discoteca con luci soffuse, musica e persone tutt'intorno. "Abbiamo mostrato loro (ai carcerati, ndr) riprese realizzate in situazioni quotidiane, banali per noi, ma che a loro sono precluse", spiega Valentina Noya.
In questo modo, Tangshir è riuscito a creare una sorta di dialogo fra spettatore e soggetto che spinge il confine ancora un più oltre le stesse possibilità del mezzo, rendendo questo documentario un'esperienza davvero unica nel suo genere. Un'esperienza quasi di "libertà virtuale", oltre che di realtà virtuale.
Il percorso di VR Free, tuttvavia, è ancora lungo. Il progetto di realtà virtuale (simile, per tema, a un progetto di realtà virtuale di qualche anno fa del Guardian che trasporta lo spettatore, invece, in una cella di isolamento) ha avuto il suo battesimo di fuoco al Festival di Cannes.
Qui è stato presentato sotto l'ampio ombrello della nuova applicazione Rai "Rai Cinema Channel VR" e ha ricevuto sin da subito molte attenzioni. Adesso partirà per la giostra dei festival nazionali e internazionali (a partire dalla Biennale di Venezia) che "in questi ultimi anni stanno investendo molto sulle produzioni a 360 gradi", spiega Tangshir che, con sorriso scaramantico, conclude, "Se ci prendono".
di Stefania Maurizi
La Repubblica, 30 luglio 2019
Gravemente preoccupato. L'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, non usa mezzi termini nell'esprimere seri timori per la situazione del fondatore di WikiLeaks. Già nel maggio scorso, subito dopo aver fatto visita a Julian Assange nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra, accompagnato da due medici specializzati nell'esame di pazienti che hanno subìto tortura fisica o psicologica e trattamenti inumani e degradanti, Nils Melzer aveva denunciato pubblicamente come Assange mostrasse "i segni tipici dell'esposizione prolungata alla tortura psicologica".
Ora, però, in uno scambio diplomatico appena reso pubblico, Melzer accusa Inghilterra, Svezia, Ecuador e Stati Uniti delle gravi condizioni di Assange e denuncia il rischio che l'estradizione negli Usa lo esponga a una pena severissima e a gravi maltrattamenti.
In una cella due metri per tre - La corrispondenza diplomatica tra l'Inviato speciale Onu e gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Svezia, l'Ecuador fa emergere per la prima volta informazioni fattuali sulle condizioni in cui è detenuto Julian Assange, dopo che l'11 aprile scorso l'Ecuador del presidente Lenin Moreno gli ha revocato l'asilo e lo ha fatto arrestare proprio all'interno dell'ambasciata.
Assange è stato condannato a 50 settimane di detenzione per aver violato il rilascio su cauzione nel 2012, quando invece di consegnarsi alle autorità inglesi che volevano estradarlo in Svezia, si rifugiò nella sede diplomatica dell'Ecuador a Londra e chiese asilo all'allora presidente Rafael Correa. L'estradizione era stata richiesta dai magistrati svedesi per interrogarlo in merito alle accuse di stupro e molestie contro due donne svedesi.
Assange aveva sempre dato la sua disponibilità a essere interrogato, mentre invece aveva combattuto con le unghie e con i denti contro l'estradizione in Svezia, convinto che lo avrebbe esposto al rischio di finire trasferito negli Usa e condannato per aver pubblicato i documenti segreti del governo americano.
Dall'11 aprile, il fondatore di WikiLeaks si trova nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, a Londra, e in aggiunta alla pena di 50 settimane rischia una condanna negli Usa a 175 anni per avere rivelato i file segreti del governo americano. Gli Stati Uniti hanno presentato la richiesta di estradizione immediatamente dopo il suo arresto e nel febbraio 2020 si terrà un'udienza cruciale. Contemporaneamente al caso americano, il 13 maggio scorso, la Svezia ha riaperto per la terza volta in nove anni l'inchiesta per stupro contro Julian Assange.
A Belmarsh, scrive l'Inviato dell'Onu, il fondatore di WikiLeaks è detenuto in una cella singola di due metri di larghezza per tre di lunghezza per 2,3 metri di altezza. Ha diritto a spendere solo 15 sterline alla settimana tra telefonate, penne e carta da lettere, ha diritto da 30 a 60 minuti d'aria al giorno, a seconda delle condizioni del tempo.
In teoria, in prigione potrebbe lavorare e poi socializzare con gli altri detenuti, ma in pratica dal 18 maggio ad oggi, Julian Assange rimane ricoverato nell'infermeria del carcere, a causa delle sue condizioni di salute molto precarie, tra cui un serio calo ponderale.
Le restrizioni del suo regime carcerario sono tali che l'accesso limitato ai suoi avvocati e l'impossibilità di usare i computer (anche se privi di collegamento a internet) "compromettono seriamente la sua capacità di prepararsi in modo adeguato ai numerosi e complessi casi legali che lo attendono", scrive l'Inviato dell'Onu.
Il grave declino della salute di Julian Assange - Da anni emergono preoccupazioni per il serio deterioramento della salute di Julian Assange, che prima ha passato un anno e mezzo agli arresti domiciliari, poi è rimasto confinato per sette anni nell'ambasciata dell'Ecuador senza neppure accesso a un'ora d'aria al giorno e oggi è detenuto in una prigione di massima sicurezza.
Già un anno e mezzo fa, tre medici americani di alto profilo, Sondra Crosby, Sean Love e Brock Chisholm, avevano denunciato la sua situazione in un articolo per il quotidiano londinese Guardian. Ora, l'Inviato Speciale dell'Onu conferma queste preoccupazioni con dati aggiornati e raccolti dai due medici specialisti che lo hanno accompagnato nella sua visita in carcere.
Melzer non rende noti dettagli delicati sulla salute del fondatore di WikiLeaks, protetti dalla privacy, ma per esempio, scrive: "Da un punto di vista psicologico, Mr. Assange [durante la visita ] ha mostrato tutti i sintomi tipici della prolungata e sostenuta esposizione a grave stress psicologico, ansia e sofferenza mentale che conducono a una depressione maggiore e alla sindrome da stress post traumatico.
Entrambi gli esperti, che mi hanno accompagnato, hanno concluso che Mr. Assange ha urgente bisogno di cure psichiatriche da parte di uno psichiatra di fiducia e non associato alle autorità che lo detengono in prigione, e che è probabile che la sua attuale condizione deteriori drammaticamente".
Le responsabilità di Svezia, Inghilterra e Ecuador - Nella corrispondenza con le autorità di Svezia, Inghilterra, Ecuador e Stati Uniti, Nils Melzer contesta loro gravi responsabilità e tutte le anomalie del caso, a partire dall'inchiesta svedese per i presunti reati sessuali di stupro e molestie contro due donne svedesi.
Le accuse di molestie sono andate in prescrizione nell'agosto del 2015, senza che peraltro Assange potesse rinunciare alla prescrizione (la legge svedese non lo consente), ma Melzer sottolinea che la prova portata dalla presunta vittima delle molestie era un preservativo che, esaminato, non conteneva né il Dna di Julian Assange né quello della donna stessa: un dettaglio "che dunque mina seriamente la credibilità di questa accusa", scrive Melzer.
Quanto alle accuse di stupro, che andranno in prescrizione solo il 17 agosto 2020, l'Inviato speciale Onu scrive: "Tutta la documentazione che mi è stata resa disponibile dimostra che Mr. Assange ha collaborato volontariamente e in modo consistente con la polizia svedese e con i magistrati sia quando si trovava in Svezia nel 2010, sia dopo essersi rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador nel giugno 2012". L'indagine per stupro era stata già chiusa nel 2010, appena cinque giorni dopo che era stata aperta, dalla procuratrice capo di Stoccolma, Eva Finné, che aveva concluso: "la condotta descritta (dalla donna) non ha rivelato alcun reato".
Negli ultimi nove anni l'indagine per stupro è stata aperta tre volte e l'Inviato speciale nota come "per quasi nove anni, le autorità svedesi hanno mantenuto, ravvivato e alimentato la narrativa di Assange come sospettato di stupro" e come "in realtà, le due donne non hanno mai avuto intenzione di denunciare un reato sessuale contro Assange, ma sono state messe in condizione ("railroaded") di farlo dalla polizia svedese e hanno successivamente deciso di vendere la loro storia a un tabloid".
Nils Melzer contesta alle autorità svedesi e inglesi di aver creato le condizioni che hanno portato il fondatore di WikiLeaks a finire detenuto arbitrariamente - come concluse nel 2015 lo UN Working Group on Arbitrary Detention (Unwgad) - e accusa l'Ecuador di Lenin Moreno di aver fatto sì che le condizioni di vita nell'ambasciata fossero sempre più difficili, tra restrizioni, sorveglianza, molestie, diffamazioni pubbliche, fino alla revoca dell'asilo l'11 aprile scorso.
Gli Stati Uniti vogliono fare di Julian Assange un esempio - Le preoccupazioni più gravi dell'Inviato speciale Onu, Nils Melzer, riguardano il rischio concreto che il fondatore di WikiLeaks finisca estradato negli Usa o direttamente attraverso l'Inghilterra o indirettamente nel caso in cui venisse prima estradato in Svezia. Ad oggi, la procuratrice svedese titolare dell'indagine dopo la riapertura, Eva-Marie Persson, non ha deciso se incriminare Assange o se archiviare una volta per tutte il caso, ma l'Inviato Onu scrive che "in questo caso, la narrativa del sospetto di stupro appare essere stata usata per minare in modo deliberato la sua reputazione e facilitare il suo indiretto trasferimento dall'Inghilterra agli Stati Uniti".
Melzer si dice "gravemente preoccupato" che le autorità americane intendano fare di Assange "un esempio" sia per punirlo personalmente sia per scoraggiare altri che vogliano imitare quanto fatto da lui e dalla sua organizzazione, WikiLeaks. Questa preoccupazione scaturisce in modo particolare dai forti pregiudizi che ci sono negli Stati Uniti contro Assange e dal fatto che le pubblicazioni di WikiLeaks siano percepite come "una minaccia alla sicurezza nazionale".
L'inviato speciale sottolinea l'impunità di cui godono negli Usa i funzionari che si sono macchiati di gravi violazioni dei diritti umani e torture in nome della difesa della sicurezza nazionale e ricorda come a lui stesso sia sempre stato impedito dal governo degli Stati Uniti di fare un'ispezione nelle prigioni americane per verificare casi di tortura e maltrattamenti.
Usa e Svezia? Negano tutto - Le autorità inglesi ed ecuadoriane non hanno ancora risposto alle conclusioni dell'Inviato speciale Onu, mentre quelle americane e svedesi hanno prontamente replicato. Negano tutto: Julian Assange non è mai stato detenuto arbitrariamente da Svezia e Inghilterra, come ha stabilito quattro anni fa lo Un Working Group on Arbitrary Detention (Unwgad): si è segregato da solo nell'ambasciata e poteva uscirne quando voleva.
Questa risposta negazionista della Svezia e degli Stati Uniti non spiega come mai, se la Svezia riteneva infondata l'accusa, non ha fatto appello contro la decisione dell'Unwgad, e come mai l'Inghilterra che, invece ha fatto appello, l'ha perso. Le autorità americane negano di avere qualsiasi responsabilità nel caso Assange e, in particolare, respingono l'idea che corra il rischio di subire maltrattamenti e un ingiusto processo se verrà estradato: "Gli Stati Uniti prendono molto seriamente i loro obblighi in tema di diritti umani. Gli individui estradati negli Usa vengono processati secondo le leggi americane e godono delle garanzie processuali".
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 30 luglio 2019
Oggi me la cavo citando un articolo di Letizia Paolozzi sul sito DeA (donnealtri.it) intitolato "Violenze familiari, violenze politiche, violenze istituzionali". Si parte dall'inchiesta sui bambini di Bibbiano e l'uso strumentale che ne hanno fatto Salvini, Di Maio e Meloni, per registrare poi le reazioni di odio mediatico suscitate a colpi di fake-news dopo l'uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega. Per tornare sulla vicenda dei piccoli che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati strappati alle loro madri e famiglie sulla base di perizie infondate o addirittura contraffatte.
"La famiglia - scrive Paolozzi - a volte funziona, altre no. Non in tutte si ascolta ciò che i bambini dicono. A Bibbiano donne in sofferenza hanno provato - non sono riuscite - a sostenere l'impalcatura di famiglie disastrate. E loro, queste donne sole, chi le ascolta?
Se avete presente il disegno di legge Pillon sulla famiglia (...) vi sarà chiaro che si accanisce sulla donna separata con figli, progettando che mamma e papà (magari un violento conclamato) gestiscano in perfetta parità i figli. Se i figli si rifiutano, dovrebbe intervenire l'affidamento ad una "struttura specializzata", con lo scopo del "pieno recupero della bigenitorialità del minore". Allontanare il bambino dalla madre e dai genitori "per il suo bene" ma anche costringerlo a restare con genitori violenti e inadatti, in nome della famiglia naturale, non è violenza?".
Di fronte ai continui interventi di politici che soffiano sui sentimenti più elementari di scandalo, rancore e vendetta, qui si osserva quanto siano complesse e in ogni singolo caso uniche le dinamiche familiari che spesso sfociano in comportamenti violenti, ma anche quanto possa essere violenta - persino senza ipotizzare crimini e misfatti - la risposta istituzionale che pretenda di "mettere ordine" con immediata certezza nelle sofferenze sentimentali e materiali di madri, padri, figli e figlie.
Ma che cosa si può fare per spezzare con qualche efficacia il discorso pubblico che rincorre la semplificazione dell'odio e della propaganda? Forse il Pd - e non solo il Pd - partito fatto oggetto di ingiuste accuse, che riattualizzano i vecchi slogan sui "comunisti che mangiano i bambini", potrebbe rispondere affrontando pubblicamente e con la dovuta consapevolezza culturale il problema del rapporto difficile che oggi si profila tra la realtà familiare che è profondamente cambiata, aggredita anche da nuove forme di povertà e disagio, e il ruolo dei servizi sociali e degli stessi uffici giudiziari - stretti dalla mancanza di risorse e probabilmente da inadeguatezze della formazione tecnica e scientifica - per la definizione di interventi adeguati.
"Varrebbe la pena - conclude l'articolo - che un partito come il Pd, che ha governato quelle terre per decenni, piuttosto che perdere tempo nella battaglia interna, affrontasse le domande sollevate dalla vicenda. Una buona politica dovrebbe essere capace di elaborare su questioni tanto drammatiche e complesse un abbozzo di risposta. Con il linguaggio della cura e non quello della propaganda sul corpo delle vittime".
Ecco il punto. Contro parole che solleticano i peggiori istinti solo un discorso radicalmente opposto, basato sul dialogo, sull'ascolto e sulla ricerca trasparente e condivisa della verità - una verità sempre relativa e perfettibile - può avere successo. Evitando altre "commissioni di inchiesta" che scimmiottano il ruolo della giustizia (oggi peraltro in patente crisi di autorità).
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Nel 2016, nei mesi in cui il governo turco poneva in stato d'assedio intere cittadine curde o interi quartieri di grandi città bombardandoli senza tregua e commettendo altri feroci soprusi nei confronti degli inermi cittadini del Kurdistan turco, 1100 accademici, professori e ricercatori, delle università di tutta la Turchia firmarono un appello affinché il governo cessasse queste pratiche sciagurate. L'appello, pur accorato, usava termini molto equilibrati, tanto che in capo a qualche tempo altri 1100 accademici si unirono ai primi. Alcuni erano professori in università straniere e risiedevano all'estero, ma sentirono il dovere di intervenire. In totale, dunque, più di 2.200 che in questi anni sono stati conosciuti come Accademici per la Pace.
La procura di Istanbul (nella persona di un notissimo procuratore, poi finito indagato e rimosso per corruzione) iniziò una crociata contro questi accademici: alcuni (non molti, per fortuna) finirono in carcere, e tutti iniziarono ad essere perseguiti per propaganda sovversiva. Piano piano ci sono stati i rinvii a giudizio e poi i processi. Ad oggi sono andati a processo in 779; le condanne sono state finora 203, di cui 36 definitive; 1973 le udienze che si sono tenute e 240 le giornate di udienza di fronte a 18 corti penali. Molto si era discusso di chi fosse la competenza territoriale a conoscere dei casi: unificata su Istanbul oppure nei luoghi (le università) in cui avevano firmato? E gli stranieri? Nonostante l'intervento della Corte Suprema a favore della competenza diffusa, di fatto tutti i processi si stanno svolgendo a Istanbul (eccetto per i professori all'estero, per i quali c'è Ankara) e fioccano le condanne che di solito si attestano su 15 o 18 mesi, ma talora arrivano anche a tre anni. Una sola la assoluzione.
Proprio recentemente sono finiti in carcere Fusun Ustel da più di 60 giorni perché non gli hanno dato la sospensione della condanna nel mentre che non le hanno ammesso l'appello e Tuna Altinel, professore turco che insegna all'università di Lione ed aveva partecipato ad un dibattito sulla situazione in Turchia e poi era rientrato per rivedere i familiari: arrestato, è dentro da più di due mesi. Intanto, in 10 casi vi è stata rimessione alla Corte Costituzionale per essere l'imputazione violativa del diritto alla libera espressione, costituzionalmente garantito.
In una prima udienza i dieci casi sono stati riuniti ed il caso è stato sottoposto alla Assemblea Plenaria della Corte, composta da 16 membri. Venerdì scorso, alle 5 del pomeriggio, la Corte si è espressa e ha deciso che le imputazioni mosse violano il diritto di espressione. I giudici del massimo collegio si sono espressi 8 a 8: ma in tal caso prevale lo schieramento in cui si è collocato il Presidente, che è stato favorevole alla dichiarazione di incostituzionalità.
La decisione si applica de plano in tutti i giudizi pendenti in ogni grado, i detenuti debbono essere rimessi in libertà e probabilmente i processi futuri non vedranno nemmeno la luce (a meno che non cambi l'imputazione, ma appare difficile). Non si sa invece che fine faranno le 36 condanne definitive intervenute nel frattempo. Magari potranno trovare una soluzione di giustizia in sede di esecuzione.
Non sarebbe giusto attribuire a questa pur importante decisione il significato di un cambio di rotta nella politica giudiziaria (o nella politica in generale) dovuta alla vittoria dell'opposizione nelle recenti elezioni di Istanbul, ma certo, soprattutto se letta assieme ad altri segnali che provengono proprio dal mondo giudiziario, è lecito pensare che qualcosa si stia muovendo in Turchia. Il Sultano scricchiola.
*Osservatore Internazionale per l'Ucpi
Corriere della Sera, 30 luglio 2019
Regolamento di conti fra bande: i membri di una hanno fatto irruzione nella zona riservati a quelli dell'altra, attaccandoli e appiccando il fuoco. È salito ad almeno 57 morti il bilancio dello scontro di lunedì tra due fazioni criminali all'interno della prigione di Altamira, nello stato del Para nel nord del Brasile, tra cui 16 vittime decapitate. Un massacro che colpisce soprattutto il sistema penitenziario di questa regione strategica dove diverse fazioni criminali sono in guerra per accaparrarsi il traffico di cocaina.
Lo scontro è scoppiato alle 7 del mattino ora locale ed è terminata qualche ora più tardi. "Due guardiani sono stati presi in ostaggio ma sono stati liberati quasi subito perché l'obiettivo era mostrare che si trattata di un regolamento di conti tra bande rivali e non di una rivolta per protestare contro le condizioni di detenzione", ha spiegato il governatore del Para, Jarbas Vasconcelos. Alcuni detenuti di una sezione della prigione riservata ai membri di una banda hanno fatto irruzione in una zona dove si trovavano dei prigionieri appartenenti a una gang rivale e poi hanno appiccato il fuoco. "È probabile che molti detenuti siano morti asfissiati", ha sottolineato la portavoce del carcere, precisando che il numero delle vittime potrebbe essere più alto di quanto ipotizzato.
Un video circolato online mostra le teste di sei detenuti ammassate con un muro: un detenuto ne fa rotolare una spingendola con il piede come se si trattasse di un pallone di calcio. In un altro video si vedono dei corpi sopra un tetto dal quale fuoriesce del fumo nero, mentre dei prigionieri armati di machete si aggirano nei dintorni. Le autorità penitenziarie hanno riferito che 46 detenuti saranno trasferiti in altre carceri, 10 dei quali andranno in strutture federali più rigorose. Non è il primo episodio di questo tipo: nella prigione di Altamira, a settembre, sette prigionieri erano morti durante altri scontri, stavolta però attribuiti a un tentativo di evasione finito male.
La città di Altamira, situata a circa 800 km dalla capitale dello stato del Para Belem, conta oltre 110mila abitanti e ha visto la sua popolazione aumentare sensibilmente negli ultimi dieci anni. Da quando, cioè, è stato lanciato il progetto per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, che dovrebbe essere pronta entro la fine dell'anno. Uno dei principali problemi della zona riguarda però la deforestazione di territorio che dovrebbero essere riservati alle tribù indigene e che invece sono nel mirino dei grandi proprietari terrieri.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 luglio 2019
Una donna lesbica, ingiustamente deportata in Uganda, ha vinto la causa in appello e rientrerà oggi in Gran Bretagna. La sentenza dell'Alta Corte, la prima di questo tipo, apre la strada migliaia di pronunciamenti simili. Una buona notizia che, però, non cancella i terribili traumi subiti in questi anni nel suo Paese natale dalla giovane, che chiameremo Pn.
Arrivata in Gran Bretagna nel 2011 la giovane, che oggi ha 26 anni, è stata rimpatriata nel 2013 grazie al meccanismo di espulsione veloce introdotto nel 2005 e poi cancellato, per decidione dei giudici, nel 2015. "Una notte mentre dormivo hanno bussato alla porta, sono entrati, mi hanno rubato tutto e mi hanno stuprato. Non ho potuto denunciare il crimine alla polizia per paura che scoprissero la mia omosessualità. Ho semplicemente cambiato casa" ha raccontato Pn all'Independent.
Pn era scappata nel Regno Unito quando aveva 17 anni dopo l'assassinio della nonna con cui era cresciuta. "Quando vivevo in Uganda con mia nonna la gente sapeva della mia sessualità, così minacciavano me e la ragazza con cui stavo. Poi hanno ucciso mia nonna per colpa mia. Mi stavano cercando e io sono scappata, così loro l'hanno massacrata".
A quel punto la giovane riesce a fuggire in Gran Bretagna con un visto turistico e comincia a lavorare come parrucchiera. "Ero felice perché nessuno poteva più farmi del male, avevo degli amici e un dono nell'acconciare i capelli. Forse la mia vita stava andando finalmente per il verso giusto".
Tre anni dopo però il visto di Pn scade e lei si ritrova agli arresti. "Ho spiegato agli ufficiali dell'immigrazione quello che avevo passato e che non potevo tornare indietro, loro hanno detto che stavo mentendo. Ma chi può mentire su una cosa del genere?" Dal suo ritorno in Uganda Pn è stata aiutata da un Ong britannica, il movimento per la Giustizia. Oggi ha un bambino nato in seguito allo stupro.
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Aveva accusato le autorità di corruzione. Un tribunale cinese ha condannato a 12 anni di carcere Huang Qi, il primo "cyber-dissidente" del Paese a subire la ritorsione della giustizia a causa delle sue idee politiche. Huang Qi era finito nel mirino delle autorità per via del sito web che ha fondato e che ha fatto luce negli anni su diversi episodi di corruzione e violazione dei diritti umani da parte di esponenti della nomeklatura di Pechino. Huang, già finito in passato in prigione ma per aver partecipato a delle manifestazioni di piazza, è stato ritenuto colpevole di aver "fatto trapelare segreti di Stato e averli consegnati a entità straniere".
Oltre ai 12 anni di carcere, all'attivista 54enne sono stati revocati per 4 anni i diritti politici e dovrà pagare una multa di 20 mila yuan (circa 2.600 euro). Il suo sito web 64 Tianwang, chiamato così in onore delle proteste di piazza Tienanmen del 4 giugno 1989, dava risalto a notizie di corruzione, violazioni dei diritti umani e aiutava anche a ritrovare persone scomparse; tutte informazioni che non si trovano sui media cinesi tanto è vero che nella Repubblica popolare l'accesso risulta bloccato.
Nel 2016 aveva ricevuto il premio di Reporters Without Borders, e poche settimane dopo Huang era stato fermato a Chengdu; già nel 2009 era stato condannato a tre anni di carcere per aver manifestato a sostegno dei genitori dei bambini morti nel devastante terremoto del Sichuan che aveva suscitato molte critiche e polemiche nei confronti delle autorità e della loro disastrosa gestione dell'emergenza.
La Stampa, 30 luglio 2019
Tra loro alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese con le manifestazioni per chiedere equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Il re del Marocco, Mohammed VI, in occasione del ventesimo anniversario del suo regno, ha graziato migliaia di detenuti. Tra di loro, anche alcuni esponenti del movimento di protesta Hirak che nel 2016 scosse il Paese maghrebino con manifestazioni in cui chiedevano equità sociale e sviluppo economico della regione del Rif. Un comunicato ufficiale ha annunciato la grazia per 4.764 persone. Tra i risultati più significativi del regno di Mohammed VI c'è la nuova Costituzione firmata nel 2011. Le precedenti risalivano al 1962, 1970, 1972, 1992 e 1996. La nuova costituzione è stata considerata rivoluzionaria perché recepiva proposte arrivate dal mondo sindacale e giovanile, anche sull'onda delle Primavere arabe.
Un altro risultato riguarda la Moudawana (Codice di stato personale marocchino), che è il diritto della famiglia marocchina codificata nel 1958 sotto il regno del defunto re Mohammed V. Questo codice è stato modificato per la prima volta nel 1993 dal defunto re Hassan II, poi rivisto nel febbraio 2004 dal parlamento marocchino e promulgato infine il 10 ottobre 2004.
farodiroma.it, 29 luglio 2019
Il Garante dei detenuti scrive all'Arma dei Carabinieri e alla Procura di Roma. Il pg Salvi precisa: interrogati senza torture. A seguito della pubblicazione sulla stampa di una fotografia ritraente il sospettato per l'omicidio del Vice-Brigadiere Cerciello Rega, mentre si trovava ammanettato e con gli occhi bendati all'interno di una struttura dei Carabinieri, il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, ha inviato una lettera al Comandante provinciale dei Carabinieri di Roma, Francesco Gargaro e, per conoscenza, al Comandante generale dell'Arma, Giovanni Nistri, esprimendo profondo disappunto per un episodio grave di lesione della dignità di una persona privata della libertà, che peraltro testimonia una pratica configurabile come trattamento inumano e degradante.
la-riviera.it, 29 luglio 2019
È stata revocata la circolare che spegneva la tv dei detenuti dopo la mezzanotte, un provvedimento all'origine di una accesa protesta in carcere a Sanremo. "Ricordiamo benissimo la notte tra il 4 e il 5 giugno 2019, quando il Capo dell'amministrazione penitenziaria con apposita Circolare ordinò lo spegnimento delle Tv e di tutti gli apparati elettronici durante le ore notturne - spiega Fabio Pagani, segretario regionale Uil Pa Penitenziari. La protesta dei 270 detenuti di Valle Armea, presenti, durò circa tre ore: con schiamazzi, urla, lancio di bombolette e battitura delle stoviglie", aggiunge Fabio Pagani.
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