di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
I paladini del giustizialismo hanno stravolto il linguaggio giuridico e fatto a pezzi il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Egregi forcaioli, poco gentili paladini del giustizialismo, feticisti delle manette facili, ma voi conoscete il numero di vittime delle vostre ossessioni come Calogero Mannino, riconosciuto innocente dopo ventisette anni di gogna e ingiustizia?
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
Il ministro: è fondamentale per l'economia e la vita dei cittadini. Salvini sostiene che sia timida? Se si inserisce il tema delle intercettazioni, o la separazione delle carriere, si allungano i tempi: e il Paese non se lo può permettere.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2019
Il mercato globale, ampliando la piazza degli incontri domanda-offerta, permette di acquistare online servizi e prodotti a costi ridotti ma, inevitabilmente, porta con sé rischi per chi si affida alla rete senza prestare la massima attenzione. L'e-commerce diventa così, per gli utenti meno prudenti, terreno fertile per insidie e trabocchetti. Si moltiplicano, infatti, i processi a carico di quei venditori che, schermandosi dietro a un pc, intascano soldi senza offrire niente in cambio o consegnando merce di qualità inferiore a quella acquistata. E se in alcuni casi si tratta di semplice frode contrattuale, quindi di un inadempimento civile, nella gran parte delle ipotesi si è vittime di vere e proprie truffe punite dall'articolo 640 del Codice penale.
Ma quando scatta il reato? A chiarirlo sono i giudici, sempre più orientati verso una stretta punitiva del fenomeno e verso una maggiore tutela del consumatore inesperto. Le pronunce emesse in materia non lasciano spazio a dubbi: è truffa, e non insolvenza fraudolenta, quella commessa da chi, intenzionato fin dall'inizio a non tener fede ai suoi impegni (Corte d'appello di Cagliari, 87/2019) usi raggiri o artifici per trattenere la merce o rendersi irreperibile (Cassazione, 18821/2017) e sfuggire al rimborso del denaro.
Basti pensare alle vendite di auto da parte di privati registrati con nome fittizio o da parte di concessionarie fantasma che, incassato un prezzo "civetta", temporeggiano - rassicurando sulla disponibilità del mezzo e inviando all'acquirente carteggi che attestano l'apparente avvenuto passaggio di proprietà - per poi svanire nel nulla (Tribunale di Genova, 1652/2018). Le sanzioni, però, non sono trascurabili e la condanna sarà più pesante, perché aggravata dalla minorata difesa, se si prova (Cassazione, 40045/2018) che il venditore ha sfruttato la distanza tra il cliente e il bene per sabotare il controllo preventivo di qualità (Tribunale di Pescara, 1574/2018). L'inasprimento di pena, tuttavia, non è automatico ma si ha solo se si dimostra il consapevole abuso della posizione di vantaggio (Cassazione, 17937/2017). Esclusa a priori, invece, la non punibilità per particolare tenuità del fatto (Cassazione, 9318/2019).
Le pronunce dei giudici aiutano anche a individuare il momento in cui si consuma la truffa online: se si paga con un accredito su una carta ricaricabile intestata al venditore, il reato si configura con la ricarica perché è allora che il patrimonio del cliente diminuisce e che il venditore trae profitto (Tribunale di Napoli, 115/2019). Se, viceversa, si salda con un bonifico, conta il giorno in cui la somma è riscossa e non quello in cui è effettuato l'odinativo dell'operazione (Cassazione, 9291/2019). La modalità di corresponsione del prezzo influisce, inoltre, sulla competenza territoriale. Se si sceglie l'accredito revocabile (pur temporaneamente), il processo si terrà nel luogo del prelievo. Invece, in caso di accredito immediato con mandato irrevocabile la causa si svolgerà nella città in cui risulta effettuato il versamento (Cassazione, 55147/2018).
È poi in crescita esponenziale il sistema escogitato dagli strateghi del commercio web grazie al quale i navigatori, su promessa di percentuali sulle vendite, diventano testimonial spontanei di alcuni prodotti promuovendoli tramite social o interagendo su piattaforme dedicate. Si chiama cash-back, si ispira al sistema di distribuzione piramidale del multilevel marketing e non sempre è illegale. È però suscettibile di scivolare nella truffa se, ad esempio, il moderno imbonitore vi ricorre per rifilare beni inutili o pericolosi.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 29 luglio 2019
L'estrema gravità della vicenda di droga e denaro che ha visto l'uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega si è ora aggiunto un fatto allarmante: uno dei due arrestati, nell'ufficio dei carabinieri era tenuto seduto ammanettato dietro la schiena, bendato.
Così costretto è stato fotografato. La fotografia è stata fatta giungere ai giornali. Il fatto mette in discussione metodi di condotta adottati da parte di carabinieri. Pesa ancora la vicenda dell'uccisione di Cucchi e della lunga copertura gerarchica delle relative responsabilità, che ha sfregiato l'immagine dell'Arma, cui contribuiscono ogni giorno la dedizione, la professionalità, il coraggio delle migliaia di carabinieri in servizio.
Una serie di domande deve avere risposta. Inammissibile sarebbe pretendere che la vicenda si chiuda con il trasferimento del carabiniere che avrebbe preso l'iniziativa di bendare l'arrestato. Il contesto in cui quel trattamento è stato imposto a un arrestato - un ufficio dei carabinieri - e la rigida struttura gerarchica dell'Arma indica che ben altro occorre accertare e valutare. Da dove veniva la benda messa sugli occhi di quell'arrestato in attesa di interrogatorio?
Escluso che esista un protocollo di condotta che ne preveda l'uso negli uffici dei carabinieri, vi era però in quell'ufficio una simile prassi? È difficile pensare che in una vicenda tanto grave, in cui si indagava sulla uccisione di un collega, quella bendatura sia frutto della iniziativa occasionale di un singolo carabiniere. Nessun ufficiale aveva preso la direzione? Come e quando era stata informata la Procura della Repubblica? Come è stato trattato l'altro arrestato?
Le domande che si pongono e chiedono risposta credibile sono numerose. Partiamo dal fatto certo: la fotografia e la sua pubblicazione. Sembra si tratti di fotografia non ufficiale, ma "rubata". Segno dell'esistenza tra i carabinieri operanti di dissenso sul metodo usato nei confronti dell'arrestato? Qualcuno ha voluto tar conoscere all'esterno ciò che all'interno si svolgeva. Il richiamo ai colleghi, il ricorso ai superiori sono stati ritenuti inutili?
Le regole italiane ed europee indicano che le restrizioni imposte agli arrestati sono giustificate se ridotte allo stretto indispensabile. L'uso delle manette è ammesso quando vi è pericolo di fuga o di violenza da parte dell'arrestato. Escluso il pericolo di fuga, bisognerebbe pensare che il ragazzo fosse ritenuto pericoloso. Strano in quella situazione concreta. Nessuna giustificazione però emerge per l'uso della benda sugli occhi, per impedirgli di vedere.
Di vedere dove si trovava e vedere chi lo attorniava e gli parlava. Il primo effetto della bendatura è lo spaesamento, l'incertezza, la paura. È incompatibile con le regole di rispetto della libertà psicologica della persona. L'impossibilità di identificare coloro che si occupano di chi è stato privato della vista è l'ulteriore effetto.
È da sperare che quell'arrestato non dica, nel corso dell'indagine, di essere stato minacciato e di non poter indicare i responsabili proprio a causa della bendatura. Non sappiamo ora cosa l'arrestato abbia detto al pubblico ministero nell'interrogatorio in cui avrebbe ammesso sue responsabilità. Il magistrato del pubblico ministero si è reso conto della condizione da cui l'interrogato proveniva e verso cui probabilmente stava per tornare?
Sappiamo che davanti al giudice ha scelto di non rispondere. Gli interrogativi troveranno forse risposta in seguito. Essi però indicano come il trattamento imposto all'arrestato sia capace di inquinare il seguito dell'indagine giudiziaria e il giudizio che la concluderà. L'esperienza indica che ogni deroga alle regole di comportamento si dimostra una scorciatoia che conduce a esiti opposti a quelli voluti.
Tutti noi cittadini dobbiamo pretendere la scrupolosa correttezza in ogni occasione negli uffici pubblici, tanto più quando si tratti degli uffici in cui lo Stato esercita il suo monopolio della forza legittima. In qualunque circostanza entrare dai carabinieri o dalla polizia di Stato deve garantire sicurezza e rispetto della legge. Quella fotografia ci mette di fronte alla prova che quella sicurezza non è garantita. A quel possibile assassino soltanto? No, a ciascuno di noi.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 29 luglio 2019
Il decreto "sicurezza bis" incostituzionale o inutile. I rimpatri che non funzionano. Il flop della strategia nei confronti delle navi che salvano vite. O è una legge incostituzionale oppure è una legge inutile. In un intervento alla Camera di qualche giorno fa, il deputato del Pd Stefano Ceccanti ha riassunto nel modo migliore possibile il senso di un decreto importante che proprio in queste ore il Parlamento italiano sta convertendo in legge.
Il decreto in questione è quello genericamente denominato dai partiti di governo "sicurezza bis" e l'onorevole Ceccanti, esaminando il contenuto del provvedimento, ha giustamente notato che il cuore della legge, ovvero gli articoli 1 e 2 del provvedimento, configurano una normativa che è o incostituzionale o inutile. "Se il provvedimento è o incostituzionale o inutile - sostiene Ceccanti - allora non favorisce né gli ultimi, né i penultimi, né i terz'ultimi, né i primi, ma è semplicemente sbagliato".
Nell'articolo 1 del decreto sicurezza si stabilisce che il ministro dell'Interno "può limitare o vietare l'ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale" per ragioni di ordine e sicurezza, ovvero quando si presuppone che sia stato violato il testo unico sull'immigrazione e in particolare si sia compiuto il reato di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". Nell'articolo 2 si prevede invece una sanzione che va da un minimo di 150 mila euro a un massimo di un milione di euro per il comandante della nave "in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane" e come sanzione aggiuntiva viene previsto anche il sequestro della nave e l'arresto in flagranza per il comandante che compie il "delitto di resistenza o violenza contro nave da guerra, in base all'art. 1100 del codice della navigazione".
Prosegue Ceccanti portando avanti un filo logico che vale la pena non perdere: "Questa cosa non è importante che la dica il gruppo del Partito democratico. L'ha detta un organismo di questa Camera. L'ha detta, all'unanimità, il Comitato per la legislazione e l'ha detta, lavorando a dieci metri dalla sala del Mappamondo, quella in cui ci siamo riuniti, come commissioni. Evidentemente, pur stando a dieci metri di distanza, quello che si dice in una stanza non si capisce nell'altra. E lo ha detto con una relazione, non mia, ma della collega Dadone del Movimento 5 stelle, esposta quel giorno dalla collega Corneli del Movimento 5 Stelle".
E cosa dice la relazione? Dice questo: "Andrebbe approfondita l'effettiva portata normativa dell'articolo 1, che appare suscettibile di determinare contenziosi. L'articolo 1 consente, infatti, con provvedimenti del ministro dell'Interno di limitare o vietare l'ingresso, il transito o la sosta di determinate tipologie di navi nel mare territoriale, nel rispetto, però, degli obblighi internazionali. Anche se non esplicitamente richiamato nella relazione illustrativa tra tali obblighi rientra evidentemente anche il principio di non respingimento, non-refoulement, come ricavabile dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati.
Conseguentemente, un eventuale provvedimento del ministro dell'Interno che vietasse l'ingresso nel mare territoriale a una nave che avesse rifiutato l'attribuzione, in base alla Convenzione di Amburgo sulla sicurezza del salvataggio marittimo, di un porto sicuro, non italiano, invocando il principio di non respingimento, potrebbe essere comunque ritenuto in sede giurisdizionale in violazione del disposto dell'articolo 1, qualora il giudice ritenesse legittima l'invocazione di tale principio, vanificando così parzialmente la finalità della norma indicata nella relazione illustrativa".
In estrema sintesi: o il testo che sta esaminando il Parlamento è incostituzionale - e in contrasto con la normativa internazionale e in particolare con le convenzioni Unclos, Solas e Sar e con l'articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce il principio di non respingimento - o è del tutto inutile ed è solo propaganda, propaganda, propaganda. Il principio vale quando si ragiona attorno al singolo decreto sicurezza ma vale anche quando si ragiona più in generale sulla strategia adottata da Salvini per governare l'immigrazione.
E la verità è che ci sono diversi indizi che suggeriscono che la strategia del ministro dell'Interno sui migranti è sempre più destinata a essere un successo solo a livello mediatico. Nella pratica, oltre a essere un bluff, è una truffa che si basa tutta sull'assenza di problemi reali da risolvere. Matteo Salvini, come qualcuno ricorderà, aveva promesso seicentomila rimpatri durante la campagna elettorale, ma dopo dieci mesi di governo i risultati sono quelli che forse già conoscete.
Di rimpatri ne sono stati fatti poco più di seimila (l'1 per cento) e a dirlo sono gli stessi dati diffusi pochi mesi fa dal Viminale: 7.383 rimpatri nel 2017, 7.981 nel 2018 e 2.143 fino al 23 aprile del 2019. Il che significa, come ha ricordato qualche settimana fa Linkiesta, che siamo passati da una media di 20,2 rimpatri al giorno con il ministro Marco Minniti durante il governo Gentiloni a 19,30 del ministro Salvini e che a questo ritmo il Viminale ne farà 7.046 nel 2019 (di questo passo ci vorranno 85 anni per rimandare a casa tutti gli irregolari), il dato peggiore degli ultimi tre anni, lontano dai diecimila rimpatri l'anno promessi da Salvini durante la campagna elettorale (senza contare che secondo l'Ispi il decreto sicurezza voluto dal governo, rendendo irregolari tutti i richiedenti asilo, farà aumentare di 140 mila il numero di migranti irregolari nel nostro paese).
Su questo tema, poi, Matteo Salvini è riuscito nella non semplice impresa di far dire una cosa giusta persino al Movimento 5 stelle, che lo scorso 21 aprile ha scritto sul blog delle stelle che la politica dei rimpatri del suo stesso governo non funziona, che l'Italia deve capire che "l'Unione europea ha un potere negoziale decisamente superiore rispetto a quello dei singoli stati membri" e che "gli accordi di riammissione (è bene che) vengano conclusi a livello europeo". I rimpatri non funzionano dunque per questioni di incapacità.
Mentre per questioni legate alla volontà non funziona neppure la strategia messa in campo dal ministro dell'Interno per giustificare i suoi atti di ritorsione politica nei confronti di buona parte delle imbarcazioni che salvano persone in mare. Venerdì scorso il ministro dell'Interno ha affermato di non voler dare nessun permesso di sbarco a una nave della Guardia costiera italiana con 135 migranti a bordo salvati da un peschereccio (mentre Salvini negava il permesso di sbarco il ministro responsabile della Guardia costiera, Danilo Toninelli, faceva dichiarazioni sull'importanza dei monopattini) "finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave".
L'elemento significativo presente nella dichiarazione di Salvini non è tanto la rivendicazione dell'ennesimo sequestro illegale di una nave della Guardia costiera italiana (era successo anche con la Diciotti e sappiamo come è finita) ma è il fatto che il ministro dell'Interno abbia sequestrato una nave per chiedere la ridistribuzione dei richiedenti asilo nell'Ue dopo aver fatto di tutto nell'ultimo anno per evitare che l'Ue ridistribuisse i richiedenti asilo.
Lo ha fatto, Salvini, imponendo delle alleanze suicide in Europa, che non avevano altro scopo strategico se non quello di rafforzare il profilo di lotta della Lega di governo. Lo ha fatto, Salvini, ribaltando la promessa fatta in campagna elettorale, dimenticando cioè di far sentire la voce dell'Italia alle riunioni dei ministri dell'Interno dell'Europa (la percentuale di presenze si aggira attorno al 10 per cento) e ritrovandosi così nel giro di poco tempo da ministro che doveva battere i pugni sul tavolo a ministro che ha preso molti pugni sul tavolo delle trattative.
Lo ha fatto, Salvini, accettando che l'Europa trasformasse la sua missione navale nel Mediterraneo, la Sophia, in una missione navale senza navi, lasciando dunque il Mediterraneo centrale di fatto sguarnito. Lo ha fatto, Salvini, rinunciando a combattere con il suo partito e con il suo governo l'unica battaglia europea che un paese come l'Italia avrebbe il dovere di combattere e continuando cioè a insultare e a osteggiare tutti coloro che in Europa suggeriscono di cambiare il trattato di Dublino.
L'illusione del Salvini domatore di leoni è un'illusione che può reggere la scena solo a condizione che in Italia e in Europa non esistano veri problemi relativi all'immigrazione e il ministro dell'Interno italiano può permettersi di giocare con il diritto del mare e fare il bullo con le navi che salvano vite nel Mediterraneo solo perché da anni e non per merito di Salvini le partenze dal nord Africa verso l'Italia si sono drasticamente e gradualmente ridotte.
Ma se la guerra civile a bassa intensità della Libia dovesse tornare a essere ad alta intensità (secondo il premier libico Serraj ci sono 800 mila tra libici e migranti pronti a sbarcare in Italia dalla Libia in caso di ulteriore destabilizzazione del paese) e se il trend delle partenze dovesse crescere con un ritmo più sostenuto rispetto a quello registrato negli ultimi mesi (a gennaio 2019, la percentuale di sbarchi in Italia rispetto al 2018 era calata del 96 per cento, a luglio la percentuale è peggiorata di 16 punti) l'Italia rischia di scoprire con la sua pelle cosa può significare avere un ministro sciacallo, non in grado di sfruttare i periodi favorevoli per mettere in sicurezza la sua nazione e incapace di portare avanti politiche finalizzate a migliorare non il benessere del proprio partito ma il benessere del proprio paese.
E dato che Salvini tutto è tranne che un fesso, la domanda a cui sarebbe utile rispondere nei prossimi mesi suona più o meno così: ma Salvini i problemi non li sa risolvere, perché non ha idea di dove cominciare, o non li vuole risolvere perché sa che il suo consenso è direttamente proporzionale all'incapacità di avere un sistema capace di risolvere i problemi legati all'immigrazione? La risposta forse la conoscete già: si scrive sovranismo, si legge cialtronismo.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 29 luglio 2019
Chi ha deciso, venerdì 26 luglio, nella caserma del Reparto Investigativo dei carabinieri di via In Selci, di annichilire il diciottenne cittadino americano Christian Natale Hjorth ammanettandolo alla schiena e bendandolo? E perché? E chi è il militare che ha scatto quella foto che doveva fissare il momento dell'umiliazione? Per farne cosa?
Fino a quando non troverà risposte convincenti, la storia della foto della vergogna, le domande che sollecita, promettono ora di fagocitare tutto il resto. O, comunque, di diventare dirimenti negli umori dell'opinione pubblica americana tuttora prigioniera del fantasma di Amanda Knox. Fino al punto da poter orientare il Governo degli Stati Uniti nel valutare la possibilità di chiedere l'estradizione per i due "teneri" assassini di San Francisco armati di baionetta perché ne vengano assicurati i diritti di difesa all'interno del porto sicuro della giurisdizione statunitense. Perché, ora, di questo si tratta.
Sapere cosa è successo in via In Selci tra il momento del fermo di Gabriel Christian Natale Hjorth, 18 anni, e Elder Finnegan Lee, 20 anni, e la confessione di uno dei due al pm Maria Sabina Calabretta e dalla Procuratrice aggiunta Nunzia D'Elia, significa sapere anche se e quale valore la confessione di uno dei due potrà avere. Le inchieste della magistratura sono due. Una aperta dal Procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, che riguarderà esclusivamente i profili disciplinari dei militari che risulteranno coinvolti in questa vicenda.
La seconda, dell'attuale Procuratore reggente di Roma Michele Prestipino che, domani, riceverà dal Comandante provinciale di Roma dei Carabinieri, Francesco Gargaro, una prima informativa con la ricostruzione di quanto accaduto in via In Selci nella tarda mattinata di venerdì. Ad oggi, la storia ha solo un primo abbozzo di verità. E un primo responsabile.
Un sottufficiale del Reparto Investigativo che - per quanto riferisce il Comandante Provinciale dei carabinieri di Roma Francesco Gargaro - avrebbe assunto la decisione di costringere in una posizione di stress quel ragazzo, "in autonomia, per un tempo limitato e senza alcuna indicazione della catena di comando".
E che per questo è stato ieri trasferito per decisione del Comando Generale ad altro incarico. Manca al contrario chi ha scattato la foto. Mancano i nomi dei carabinieri che in quella stanza in cui Natale Hjorth era costretto hanno assistito a quanto stava accadendo senza sollevare alcuna obiezione. Bisogna dunque, al momento, stare a quello che il Comando Provinciale dei carabinieri ha raccolto nella sua indagine interna e che, a Repubblica, fonti interne dell'Arma raccontano così. I due cittadini americani vengono fermati dai carabinieri del Reparto Investigativo intorno alle 11 del mattino di venerdì nella loro stanza all'hotel Meridien Visconti. Sul posto, è il comandante del Reparto, il colonnello Lorenzo D'Aloia. E un ufficiale per bene.
Che si è guadagnato la stima della Procura di Roma e molti nemici nel Corpo. Perché è l'ufficiale che ha fatto "girare" l'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Che si è sottratto all'omertà di Corpo contribuendo a individuare chi aveva depistato, nell'Arma, la ricerca della verità. D'Aloia è insomma ufficiale avveduto. E, quel venerdì mattina, dispone che i due americani vengano separati e trasferiti dall'hotel alla caserma di via In Selci su due diverse auto. Sottraendo entrambi - questa l'indicazione - a ogni genere di pubblicità. D'Aloia si trattiene nella stanza di albergo per sigillare la scena del fermo.
Perché, ricca come è di tracce, non venga contaminata. Le due pattuglie in borghese, con entrambi i fermati, dunque, lo precedono di una quindicina di minuti verso la caserma. Quella che ha a bordo Natale Hjorth entra dal retro del caserma di via In Selci e il ragazzo, dopo essere sceso dall'auto, viene fatto entrare in una stanza a piano terra, che affaccia sul cortile interno del complesso, normalmente destinata a "sala ascolti" per le intercettazioni telefoniche.
Ed è a questo punto che cominciano i problemi. Per quello che l'inchiesta interna ha sin qui accertato, il capo pattuglia, un sottufficiale del Reparto, decide non solo che a Natale Hjorth non vengano tolte le manette. Ma che debba essere anche messo nella condizione di non poter vedere dove i militari lo stanno conducendo. Per questo, si sfila il foulard azzurro che ha al collo e lo stringe intorno alla fronte del ragazzo come una benda.
Quindi, dopo averlo fatto sedere al centro della stanza, si allontana. Da quel momento in poi, nella saletta dove Natale Hjorth è stato parcheggiato comincia un via vai di militari. Alcuni dei quali appartengono anche alla stazione Farnese (quella del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega). Ed è uno dei tanti carabinieri che si avvicendano in questo passeggio indistinto a scattare la foto. Verosimilmente dalla porta finestra della sala che affaccia sul cortile interno.
All'arrivo in caserma di D'Aloia - stando sempre all'inchiesta interna - la scena cambia. Natale Hjorth viene portato in un'altra stanza. Rimanendo separato da Lee. E, per entrambi, si decide di evitare le camere di sicurezza. Fino all'arrivo dei magistrati. Poi, sabato sera, comincia un'altra storia. La foto comincia a circolare. Forse anche per danneggiare il comandante del Reparto, D'Aloia. Come se in quello scatto, dovesse compiersi un unico destino. L'umiliazione di un detenuto diventato trofeo. E la vendetta su un ufficiale che ha rotto l'omertà.
di Liana Milella
La Repubblica, 29 luglio 2019
"Un'inaccettabile violazione della Costituzione e della legge". È netta la critica alla foto dell'ex presidente della Consulta ed ex Guardasigilli Giovanni Maria Flick.
Nessun dubbio professore?
"Ci troviamo di fronte a una palese violazione di una legge penale, l'articolo 608 del codice, che vieta al pubblico ufficiale di sottoporre "a misure di rigore non consentite una persona arrestata o detenuta di cui abbia la custodia o verso la quale sia rivestito di una qualsiasi autorità".
Siamo di fronte a un reato?
"Certo. Un reato che è conseguenza diretta e grave "della violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà" come dice la Costituzione".
La rabbia dei colleghi del carabiniere ucciso non giustifica la benda?
"Non credo che il regolamento dell'Arma consenta o addirittura imponga di usare una misura di questo tipo. Comunque sarà il giudice ad accertare se ve ne fosse la necessità in quel caso specifico, che non può comunque e in alcun modo giustificarsi con la legittima e doverosa indignazione dei colleghi".
È mai possibile che con il caso Cucchi ancora aperto l'Arma ricada in errori così grossolani?
"Non mi pare che l'Arma ricada in alcun errore perché ha subito provveduto a fare denunzia all'autorità giudiziaria, che è esattamente il contrario di quanto sembra essere avvenuto nel caso Cucchi".
Il linguaggio abitualmente usato dal ministro Salvini, "bastardi, marciranno in galera, ci staranno a vita", è un incentivo?
"Non chieda a me, ma semmai ai carabinieri che hanno compiuto il gesto. Io lo giudico un linguaggio assolutamente inaccettabile di fronte alla Costituzione, soprattutto da parte di chi abbia giurato di osservarla. Non si tratta di piangere sulla benda al detenuto, ma di chiedere il rispetto della legge. E comunque la Cedu ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo a vita".
Però parole simili dette dal titolare del Viminale fanno scuola, e la destra sta con lui.
"Questo dimostra quanta strada bisogna ancora fare per attuare la Carta in questo Paese. Con particolare riferimento agli articoli 13 e 27 della Costituzione sul divieto della violenza verso i detenuti e sulla funzione rieducativa della pena".
Resta il fatto che Salvini e la Lega giustificano la foto perché per loro conta solo la morte del carabiniere.
"Sono due realtà assolutamente diverse e non comparabili. È ovvia la gravità di un omicidio come quello, che va punito con tutto il rigore che la legge prevede. Ma ciò non ha nulla a che vedere con il rispetto della legge medesima da parte di chi ha in custodia l'accusato. E un comportamento del genere, se non verrà giudicato necessario da parte del giudice per le condizioni particolari dell'indagine, è una flagrante violazione di un principio di legge fondamentale: l'uso di una misura di rigore "non consentita", cioè un abuso di autorità che potrebbe anche avere conseguenze".
Di che tipo?
"Sulla credibilità della giustizia italiana, sulla valutazione delle prove o confessioni rese nell'immediatezza, secondo uno schema, anch'esso inaccettabile, che mi pare già emerga dai commenti della stampa Usa".
di Nicola Saldutti
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
Il lavoro, come i padri costituenti hanno stabilito, non è soltanto una questione economica. Certo, quando le statistiche vedono crescere la figura del "né studente-né lavoratore", l'attivazione di percorsi più efficaci diventa un'emergenza sociale.
E il lavoro, dall'esperienza del terzo settore, è naturalmente anche una forma di riscatto, di riequilibrio in una società sempre più frammentate. E qui le esperienze si stanno moltiplicando, talvolta senza molto clamore. Quello che accade, ad esempio al carcere di Rebibbia, a Roma. Un progetto realizzato da Unindustria e che coinvolge i detenuti. Nella fase uno si è svolto un corso di orientamento al lavoro organizzato da Orienta con i fondi FormTemp, laboratori formativi. Come scrivere un curriculum vitae. Come affrontare un colloquio di lavoro.
Come leggere una busta paga. Sono alcuni step del corso che ha portato i partecipanti a conseguire un attestato. Nella fase due, quella in programma da fine settembre alcuni imprenditori verranno invitati a parlare a Rebibbia, raccontare le loro storie imprenditoriali e in questa occasione raccoglieranno i curriculum dei detenuti che hanno frequentato il corso di orientamento al lavoro.
Un programma realizzato dalla sezione Consulenza, attività professionali e formazione di Unindustria, guidata da Roberto Santori, con il patrocinio del garante detenuti Lazio, Stefano Anastasia. Certo, non è facile conciliare le esigenze del carcere con quelle del lavoro, ma queste strade, che anche in altre strutture, si stanno sperimentando, raccontano di un'altra possibilità di reinserimento.
Un progetto che vede coinvolti la direttrice del carcere, Nadia Cersosimo, e l'associazione degli imprenditori. E allora si scopre anche che per chi assume persone ex detenute la legge prevede alcune agevolazioni fiscali, delle quali gli stessi imprenditori non sempre sono a conoscenza. Perché il punto resta sempre il lavoro. Con tutte le complessità legate alla possibilità di rendere effettivi i principi che la Costituzione stabilisce.
di Edoardo Izzo
La Stampa, 29 luglio 2019
Il legale: andavano tolte nell'interrogatorio. "La domanda è se è legale o meno ammanettare e bendare un arrestato? Ovvio che non è un atto corretto". Non ha dubbi l'avvocato Luca Petrucci, 61 anni, legale dell'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che di "pressioni" fatte dai carabinieri è stato testimone in prima persona.
"Con Piero fu diverso", precisa Petrucci, che aggiunge: "Oserei dire che qui siamo davanti a una situazione ancora peggiore, che viola qualsiasi procedura". Il commento del legale è alla foto pubblicata ieri sui giornali nella quale si vede Christian Gabriel Natale Hjort, l'americano di 19 anni accusato, insieme al coetaneo Finnegan Lee Elder, dell'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega. Nello scatto il 19enne è bendato e ammanettato.
Che effetto le ha fatto vedere quella foto?
"Sono rimasto molto colpito, direi scosso. L'immagine è molto forte e onestamente mi sembra che ci siano quasi gli estremi per ipotizzare la tortura, non è possibile ovviamente condurre un atto istruttorio in questo modo. Vedo pesanti violazioni anche al diritto Europeo".
Cosa prevede di norma la procedura al momento del fermo di un sospettato di reato?
"Quando un soggetto viene sottoposto a fermo viene portato in caserma e lì viene raggiunto dal pubblico ministero, che procede all'interrogatorio. Va considerato che il fermo non è un arresto con ordinanza cautelare, quindi va convalidato".
Come avviene la convalida?
"Entro 48 ore da quando la persona è stata fermata deve essere interrogata dal gip che poi deciderà se convalidare o meno il fermo. In caso di convalida non è detto che vi sia l'emissione di una misura cautelare: il giudice potrebbe convalidare il fermo, ma ritenere che non vi siano i presupposti per il carcere, ad esempio, o anche solo per i domiciliari".
Durante l'interrogatorio il presunto colpevole viene trattenuto in manette oppure no?
"Assolutamente no. Durante l'atto istruttorio il fermato o arrestato che sia non è in manette. Possono essere usate per il trasferimento, in caso di fermo, dal luogo dove è avvenuto alla caserma dei carabinieri o al commissariato, ma poi l'atto deve avvenire con la persona libera".
Un arrestato può essere interrogato con la benda sugli occhi?
"Ma che siamo matti. Si tratterebbe di una violenza contro l'umanità. Non può assolutamente essere utilizzata una benda. Gli unici strumenti che si possono usare, e solo nella traduzione nel luogo dell'interrogatorio, sono quelli necessari ad evitare la fuga: le manette".
A che punto del fermo interviene l'avvocato?
"Il legale interviene fin dal primo interrogatorio ma può vedere il cliente anche prima. Ciò che conta è che al primo atto istruttorio sia presente, anche perché non può esservi interrogatorio senza la presenza del legale, pena la nullità dell'atto".
A suo parere quali sono state le violazioni di legge nella procedura? Sono stati commessi reati?
"Sarà la magistratura a stabilire se sono stati commessi reati. A mio modo di vedere vi sono almeno due profili penali chiari: violenza privata e maltrattamenti".
di Federico Capurso
La Stampa, 29 luglio 2019
Questa volta Matteo Salvini se la dovrà cavare da solo. La nave Gregoretti è ormeggiata da ieri al porto militare di Augusta, con i suoi 131 migranti a bordo, ma nel governo, lontano dai lidi leghisti, inizia a prendere forma l'idea di non agire più come fatto in passato, offendo sponde e collaborazione attiva al ministro dell'Interno per risolvere in tempi rapidi la situazione.
La nave della guardia costiera rimane bloccata nel porto ma Di Maio preferisce andare in Calabria per un incontro con gli attivisti; Giuseppe Conte, invece, fa visita alla camera ardente per il carabiniere ucciso a Roma. Nessuno dei due, almeno per ora, sembra volersi occupare del dossier. "L'Europa risponda", è l'ultima invocazione politica di cui si tiene traccia nella giornata di ieri, lanciata dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli.
Ma se i partner europei devono "rispondere", offrendosi di prendere in carico una quota dei 131 migranti, qualcuno dall'Italia dovrà contattarli per chiederglielo. Eppure, il premier - che in passato si era reso più volte protagonista delle intese con i partner dell'Ue - questa volta assiste da spettatore. "Per ora non si muove nulla", fanno sapere da palazzo Chigi. Il telefono del presidente del Consiglio, ieri, non si è mai alzato. E la stessa risposta viene riportata dal ministero dell'Interno, dove si è costretti a confermare lo stallo.
È "una strategia rischiosa", ammettono uomini di governo sponda Cinque stelle, perché rischia di far esplodere un nuovo caso-migranti tra le mani di Salvini e, di conseguenza, di attrarre nuovi consensi verso la Lega. Ma se la situazione dovesse protrarsi a lungo questa la strategia allora potrebbero iniziare ad arrivare anche le grane per il titolare del Viminale.
Innanzitutto, perché verrebbe resa indisponibile per più giorni una nave della Guardia costiera, e poi perché a bordo ci sarebbero delle donne e sedici minori non accompagnati. Tutti elementi capaci di rendere poco agevole una prolungata prova di forza da parte del Viminale. Si lascerà comunque a Salvini piena libertà di iniziativa, nei limiti dei suoi poteri di ministro, ma l'appoggio dell'intero governo, di cui avrebbe goduto mesi fa, potrebbe venire a mancare.
Gli inusuali silenzi di Di Maio e di Conte sulla vicenda sono un primo campanello d'allarme. E senza soluzioni alternative a quella di tenere ferma la nave in porto, l'unico epilogo possibile potrebbe diventare quello di far sbarcare i migranti. Insomma, una sconfitta per Salvini sul suo campo di battaglia. Tra le file del Carroccio inizia a prendere piede il sospetto che intorno al caso della nave Gregoretti, i grillini stiano costruendo la loro vendetta per la Tav.
Salvini aspetterà ancora l'inizio della settimana per capire in che direzione si sta muovendo palazzo Chigi ed evitare di rivivere situazioni spiacevoli. Come quando lo scorso luglio a essere ferma nel porto di Trapani era la Diciotti, anch'essa della Guardia costiera, e dovette intervenire il Presidente Sergio Mattarella, con una telefonata a Conte, per sbloccare l'impasse e far sbarcare i migranti, nonostante la contrarietà di Salvini.
Una situazione che in casa Lega si preferirebbe non rivivere, visti anche i rapporti ormai logori coni partner di governo e i pericolosi risvolti giudiziari che ne potrebbero scaturire. Se Salvini tornasse di fronte alla commissione per le Autorizzazioni a procedere del Senato, infatti, dovrebbe fare i conti con un cambio di atteggiamento da parte degli alleati e affidarsi a un gruppo, quello dei senatori dei Cinque stelle, non più compatto come qualche mese fa.
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