articolo21.org, 15 settembre 2019
Già nei mesi scorsi la Presidente della Commissione Giustizia della Camera aveva garantito il suo impegno per eliminare la pena del carcere per i giornalisti nonché per una modifica realmente migliorativa della legge in materia di diffamazione a mezzo stampa e in particolare contro l'uso strumentale delle querele contro i giornalisti.
Ora Francesca Businarolo, parlamentare del Movimento Cinque Stelle, nella sua qualità, appunto, di Presidente della Commissione ha annunciato di voler procedere all'unificazione delle proposte di legge presentate dai parlamentari Mirella Liuzzi, per i Cinque Stelle,e Walter Verini, del Partito Democratico, inerenti proprio il contrasto alle querele bavaglio e alle molestie contro giornalisti e il diritto di cronaca.
"Ci auguriamo che, almeno in questa occasione, si possa arrivare ad una rapida e larga approvazione di un testo che affronti anche le questioni relative al carcere per i cronisti e all'assurdità del sequestro dei beni dei cronisti di testate fallite - commenta il Presidente della Federazione della Stampa, Giuseppe Giulietti. Siamo ovviamente disponibili ad un confronto e a fornire tutto il nostro contributo alla definizione di una iniziativa più volte sollecitata dalla federazione della stampa e da tutte le associazioni ne hanno a cuore l'articolo 21 della Costituzione".
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
Uno studio evidenzia tre fattori - avversione ai vaccini, forti diseguaglianze e percezione di precarietà - che in Italia sono chiaramente correlati all'odio digitale. Anche l'odio ha una sua geografia e forse non è mai stato necessario come oggi tentarne una mappa. In un campione di 14 importanti Paesi europei il numero di reati di razzismo e xenofobia registrato dalle polizie è raddoppiato, dal 2013 al 2016, a oltre ottantamila casi.
In Italia sono più che triplicati, fino a mezzo migliaio di episodi l'anno. Ma Alessandra Faggian e Daria Denti, due economiste del Gran Sasso Science Institute, mettono in guardia dalle semplificazioni: le manifestazioni di odio nel mondo reale e quelle in rete - le aggressioni sui social network - geograficamente non combaciano e sarebbe un errore pensare che le seconde inneschino le prime. Faggian e Denti si concentrano soprattutto sulla rete e, lavorando su una banca dati di 75 mila tweet di odio con geolocalizzazione ("The Italian Hate Map", composta dalla Statale di Milano, la Sapienza e l'Università di Bari) studiano una serie di correlazioni. Perché l'odio digitale in Italia ha una sua geografia economica, culturale e psicologica, se lo si studia su ogni "mercato locale del lavoro" (cioè per gruppi di comuni adiacenti).
Prima conclusione: le aggressioni via Twitter arrivano con più frequenza da zone No vax; per la precisione, da dove è più bassa la copertura vaccinale al morbillo e alla difterite. Ma è la seconda conclusione che dà più da pensare: l'odio su Twitter tende a essere più intenso in aree d'Italia con maggiori diseguaglianze di reddito e con livelli più elevati di insicurezza occupazionale (definita come quota di persone che temono di perdere il posto entro sei mesi).
Questi tre fattori - avversione ai vaccini, forti diseguaglianze e percezione di precarietà - in Italia sono i soli chiaramente correlati all'odio digitale. Nessun altro sembra esserlo. Se ne parlerà al Gran Sasso Institute all'Aquila da domani a mercoledì in un convegno sui territori "lasciati indietro" e sulle loro reazioni politiche.
La Repubblica, 15 settembre 2019
Giornalista e attivista politico, è fuggito dalla Turchia ma è stato arrestato in Italia. È in sciopero della fame da una decina di giorni Deniz Pinaroglu, turco 36enne da inizio settembre al Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di corso Brunelleschi a Torino. L'uomo, incensurato, racconta di essere arrivato in Italia per fuggire dal regime di Erdogan, che aveva contestato in qualità di giornalista e attivista politico di sinistra.
Fermato a Piacenza senza documenti, è stato portato a Torino come straniero irregolare. Una decina di giorni fa ha fatto richiesta di asilo politico. "È finito in un ingranaggio giuridico da cui non si esce facilmente - spiega il suo avvocato Federico Milano - Lui aveva già fatto richiesta di asilo politico in Grecia e ora la sua pratica è stata inviata a Roma per capire di chi è la competenza. In attesa di una risposta, è costretto al Cpr".
Pinaroglu è in sciopero perché "non ritiene giusta la sua detenzione - spiega Monica Gallo, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino - lui non ha fatto nulla. È semplicemente un oppositore politico". Alda Re, dell'associazione 'Lasciateci entrarè, aggiunge: "vuole essere trattato come rifugiato politico. Invece si ritrova in un inferno in terra".
di Gaetano de Stefano
La Città di Salerno, 15 settembre 2019
La struttura di Fuorni sovraffollata e con pochi agenti. Le mani della criminalità su traffici illeciti e ingressi di cellulari. Il tentativo non riuscito di una donna originaria di Pagani di far entrare all'interno della Casa circondariale di Fuorni ben mezzo chilo di sostanza stupefacente (400 grammi di hashish e 104 grammi di cocaina) è solo la punta dell'iceberg di una situazione esplosiva nel carcere di Salerno.
Droga, telefonini, risse, lotta per la leadership e minacce agli operatori "zelanti" sono, infatti, la regola e non l'eccezione nel penitenziario cittadino. Un traffico illecito che è nelle mani della criminalità organizzata, che fa continuamente adepti e che cerca d'imporre - anche in carcere - la legge del più forte, con lo spaccio di droga e degli smart-phone.
Colpa, sostengono i sindacati, del nuovo regime "aperto" e del numero esiguo degli agenti in servizio, che costringe il personale a turni stressanti, senza neppure avere il supporto tecnologico necessario. Fatto sta che gli episodi di violenza, i frequenti ritrovamenti di droga e micro-telefoni sono, negli ultimi tempi, all'ordine del giorno.
I detenuti, infatti, non comunicano più con l'esterno coi "pizzini" ma col cellulare. E i micro-telefoni, il più delle volte, vengono scoperti grazie alle segnalazioni della Procura che intercetta le utenze tenute sotto controllo. Gli ultimi due anni dal punto di vista della sicurezza si sono rivelati da dimenticare per la casa circondariale di Salerno e quanto accaduto nelle ultime ore è soltanto l'ultimo di una lunga serie di episodi registrati all'interno dell'istituto di via del Tonnazzo.
Nella relazione annuale del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, è emerso come nel carcere di Fuorni a fronte di una capienza regolare di 366 detenuti, ne siano ospitati 507. Nel 2018 sono stati registrati 13 tentativi di suicidio e ben 122 forme di autolesionismo. Situazioni di pericolo sventate dalla polizia penitenziaria, che è perennemente sottorganico (218 su un fabbisogno di 243), e dagli stessi detenuti, intervenuti in extremis per evitare gesti estremi dei compagni di cella. Anche questa è una conseguenza dello stato di degrado della struttura carceraria.
Dunque problemi su problemi che non hanno fatto altro che aggravare la situazione, già di per sé imbarazzante. E proprio per questo motivo il Sappe, il sindacato nazionale polizia penitenziaria, ha invitato "la direzione della Casa circondariale di Salerno ad una concreta verifica dell'organizzazione del lavoro che continua ad essere lacunosa in alcuni settori nevralgici dell'Istituto".
foggiatoday.it, 15 settembre 2019
L'allarme del vicepresidente del Consiglio Regionale Gatta, che martedì prossimo parlerà con il Garante: "Se la pena deve avere funzione rieducativa devono esserci le condizioni strutturali perché ciò avvenga"- "Ho visitato il carcere di Foggia e devo ammettere di aver vissuto un'esperienza toccante, per l'ennesima volta, perché se la pena deve avere una funzione rieducativa, devono esserci anche le condizioni strutturali perché ciò avvenga", è quanto dichiara in una nota il vicepresidente del Consiglio regionale Giandiego Gatta.
"Il carcere foggiano ospitava, qualche giorno fa, in occasione della mia visita, ben 637 detenuti a fronte di 362 che andrebbero ospitati secondo la normativa. Ho potuto verificare le condizioni di vita all'interno della struttura, constatando, purtroppo, l'assenza di luoghi adeguati alla funzione riabilitativa e risocializzatrice della pena ed altre, gravi, criticità.
Per questo, ho scritto al Garante dei Detenuti, ritenendo improcrastinabile un'azione condivisa per migliorare le condizioni di vita di chi sta scontando la sua pena. Inoltre, c'è un'altra emergenza: la carenza di personale penitenziario.
Basti pensare che, in base alla popolazione carceraria, a Foggia occorrerebbero almeno 50 unità in più, senza considerare che, entro il 2020, circa ventotto agenti andranno in pensione. Si tratta di personale costretto a turni di lavoro massacranti pur di garantire la sicurezza all'interno del carcere.
Non solo: a Trani, per esempio, dove i detenuti sono circa la metà, c'è un numero di educatori pari ad oltre il doppio rispetto a Foggia, in cui ce ne sono soltanto 4, dei quali due a tempo pieno e gli altri part-time.
A Verona, la Casa circondariale che ha circa cinquecento detenuti (quindi in numero sensibilmente inferiore a Foggia) ha però un organico delle forze di Polizia penitenziaria pari quasi al doppio dell'istituto foggiano. Tanto basta a disegnare un quadro preoccupante, che abbraccia più aspetti. Di tanto parlerò con il Garante, che ringrazio per la disponibilità, in occasione dell'incontro già fissato per martedì 17 settembre".
di Stefania Maurizi
La Repubblica, 15 settembre 2019
Dopo 4 anni di battaglia legale, il giudice dell'Upper Tribunal di Londra boccia l'appello per ottenere tutta la documentazione del caso. La stampa non ha il diritto di accedere a tutti i documenti del caso Julian Assange. Così ha deciso il giudice inglese Edward Mitchell chiamato a pronunciarsi su un appello all'Upper Tribunal di Londra promosso da Repubblica, dopo che da quattro anni, invano, il nostro giornale cerca di accedere a tutta la documentazione per indagare e ricostruire il caso Assange in modo fattuale.
In una sentenza estremamente tecnica e che il giudice stesso ha ammesso essere "insolitamente lunga", Mitchell ha rigettato le nostre argomentazioni legali e ha affermato che se anche le autorità inglesi del Crown Prosecution Service, che ci negano i documenti fin dal 2015, decidessero di confermare che, effettivamente, hanno comunicato con le autorità americane del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Giustiza sul caso Assange, questo non accrescerebbe la conoscenza del caso da parte dell'opinione pubblica. Una conclusione questa che ha dell'incredibile se si considera che l'intero affaire Julian Assange ruota proprio sul ruolo degli Stati Uniti nel voler mettere le mani sul fondatore di WikiLeaks per estradarlo negli Usa e chiuderlo in prigione a vita, e quindi sapere se le autorità inglesi e americane hanno parlato di questa possibilità fin dall'inizio e ottenere la loro corrispondenza è cruciale.
Julian Assange è in prigione a Londra, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, in condizioni fisiche molto precarie, tanto da essere ricoverato da mesi nell'infermeria del carcere e l'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, ha dichiarato di essere "gravemente preoccupato" per la sua situazione. È in attesa del processo di estradizione negli Usa, dopo che le autorità americane lo hanno incriminato ai sensi dell'Espionage Act per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano. La battaglia legale per l'estradizione entrerà nel vivo nel febbraio del 2020 e se il fondatore di WikiLeaks verrà estradato, rischia una pena di 175 anni di prigione: sarebbe la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un giornalista finisce in carcere per il suo lavoro.
Sebbene il caso Assange vada avanti da ben nove anni, nessun media e nessun giornalista, ad eccezione del nostro giornale, ha mai provato ad accedere a tutta la documentazione del caso. Nel 2015, abbiamo presentato una richiesta di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act su ben quattro giurisdizioni: l'Australia, il paese in cui è nato; l'Inghilterra dove si trova fin dal 2010 dopo aver pubblicato documenti segreti esplosivi sul governo americano; gli Stati Uniti, dove è incriminato per le pubblicazioni di WikiLeaks; la Svezia, dove è finito al centro di un'inchiesta per stupro aperta il 20 agosto 2010, richiusa il 25 agosto 2010, riaperta il 1° settembre 2010 e richiusa il 19 maggio 2017 e infine riaperta il 13 maggio 2019 e ancora oggi in corso e alla fase preliminare dopo nove anni.
Il nostro tentativo di accedere ai documenti del caso è stato ostacolato ed enormemente ritardato in ogni giurisdizione. Eppure i pochissimi documenti che finora abbiamo ottenuto hanno permesso di rivelare informazioni cruciali. I documenti forniscono la prova indiscutibile che sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service ad aver contribuito a creare il pantano giudiziario e diplomatico che ha tenuto intrappolato Assange a Londra per nove anni in condizioni di detenzione arbitraria, come ha stabilito il Working Group on Arbitrary Detention delle Nazioni Unite (Unwgad).
Sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service a sconsigliare ai procuratori svedesi l'unica strategia giudiziaria che avrebbe potuto portare a una rapida soluzione dell'inchiesta svedese: interrogare Assange a Londra, invece che cercare di estradarlo a Stoccolma solo per interrogarlo. Sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service a non condividere la possibilità di chiudere l'inchiesta per stupro già nel 2013, come i procuratori svedesi avevano valutato di fare. Infine, sono stati loro a scrivere agli svedesi: "non crediate che questo caso sia gestito come un'estradizione come tutte le altre" e ad ammettere di aver distrutto documenti cruciali, sebbene l'inchiesta sia ancora in corso e sia estremamente controversa.
Quando abbiamo cercato di fare luce su questi fatti e di capire perché le autorità inglesi abbiano agito in questo modo e cosa abbia di speciale il caso di Assange, abbiamo incontrato un vero e proprio muro di gomma, tanto che abbiamo dovuto citare in giudizio il Crown Prosecution Service. In primo grado, il Tribunale di Londra ha stabilito che non avevamo diritto ad accedere ai documenti, perché l'esigenza di proteggere la confidenzialità dei procedimenti di estradizione prevale sull'interesse della pubblica opinione di conoscere la verità. Con la sentenza di appello di oggi, il giudice Edward Mitchell conferma che la stampa non ha il diritto di accedervi. E a questo punto non è chiaro chi potrà svolgere un ruolo di controllo nel caso, considerando che viene impedito alla stampa di farlo.
A rappresentarci in Tribunale a Londra sono stati tre avvocati londinesi di alto profilo: Philip Coppel - un'autorità in materia di accesso agli atti ai sensi del Freedom of Information Act in Inghilterra - ed Estelle Dehon dello studio Cornerstone Barristers e Jennifer Robison dello studio Doughty Street Chambers. "La sentenza è deludente per come affronta l'interesse pubblico di chi cerca di accedere ai documenti, in modo particolare per i giornalisti. Stiamo valutando se è possibile appellarla", dichiara Estelle Dehon a Repubblica.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
L'ebbrezza del potere, anche se condiviso con gli odiati nemici del giorno prima, gioca brutti scherzi. Sia alla parte gialla che rivendica la continuità, sia alla parte rossa orgogliosa di una svolta tutta da dimostrare. Le due anime restano separate. Da sole sembrano voler cambiare il mondo. Con le migliori intenzioni. Insieme mostrano ancora - speriamo per poco - la tristezza e il disagio delle compagnie sgradite, la sofferenza di un governo preterintenzionale, non voluto. In troppi si affrettano poi, in questi primi giorni, ad annunciare misure delle quali trascurano sia la complessità sia, ed è peggio, il costo. Dimenticando quello che è accaduto in passato. E gli insuccessi della loro stessa parte politica. Solo alcuni esempi per non parlare sempre di clausole di salvaguardia o di cuneo fiscale. Temi però non minori, anzi.
Il neoministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, pd, ha perfettamente ragione nel denunciare la "povertà educativa minorile". È una vera emergenza. Anzi, una vergogna nazionale. E sarebbe bellissimo se le scuole fossero "aperte tutto il giorno anche ai genitori" come ha dichiarato a Repubblica. E così gli asili nido per tutti e gratuiti per i redditi medio-bassi.
Del resto è la priorità del programma di governo anche nelle parole del premier Conte 2. E non è la prima volta. "Mille asili nido in mille giorni" aveva detto Renzi nel 2014. Subito mille nidi, si era sbilanciato Salvini con la Lega al governo. Ci eravamo impegnati con l'Unione europea ad assicurare un nido ad almeno un terzo dei bambini entro il 2010.
Ancora oggi, secondo uno studio della Funzione pubblica della Cgil, di cui è segretaria generale Serena Sorrentino, tre su quattro ne sono esclusi. La spesa dei Comuni è calata, cresce quella privata, le rette sono molto aumentate. Mancano ventimila tra educatori e maestre. Enormi le disparità. La Calabria spende 88 euro per ogni bambino; il Trentino Alto Adige 2 mila 209. Forse un po' di prudenza e realismo non guasterebbero. Da parte di tutti. Provenzano però la soluzione sembra averla in tasca per investire nella scuola e nell'educazione al Sud.
"Metto a disposizione 15 miliardi dei fondi di coesione europei. Inviate i progetti". Semplice, ma allora perché prima, nei tanti governi anche a guida Pd, non si è mai fatto nulla del genere? "Loro erano il governo della flat tax e dei mini Bot, noi degli asili nido" ha detto il neoministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, persona preparata, competente. Auguri sia a Provenzano sia a Gualtieri.
Lorenzo Fioramonti, Cinque Stelle, neoministro dell'Istruzione, parlando sul Corrierecon Gianna Fregonara, ha minacciato di dimettersi entro Natale se a scuola, università e ricerca non andranno subito tre miliardi. Bisogna dare atto a Fioramonti che è l'unico - tra i tanti che hanno vagheggiato nuove spese - a indicare anche dove trovare le risorse. Tassando le "esternalità negative", cioè le abitudini poco salutari o dannose per l'ambiente. Giusto. Ma iniziando dalle merendine e dalle bibite gassate, ovvero dai consumi decisamente popolari?
Fioramonti ha ragione: bisogna investire di più. Ma anche preoccuparsi della qualità e dell'efficacia della spesa. Se avesse detto: voglio vedere come spendiamo i soldi dei contribuenti e soprattutto se promuoviamo il merito e l'eccellenza, probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno. Succede in Italia.
Roberto Speranza, Leu, la terza forza del governo giallorosso, vuole abolire il superticket della Sanità, introdotto per la prima volta dal governo Prodi nel 2007. Il costo è stimato tra i 600 e gli 800 milioni. Dove trovarli? E siamo sicuri che in un Paese che invecchia con una Sanità sempre più costosa questo sia un segnale corretto? Speranza, intervistato da Monica Guerzoni sul Corriere, non dice come recuperare le risorse per abolire il super-ticket. Anzi, ne vuole di più.
Basta tagli. E spiega che le risorse messe nella Sanità "sono un investimento sulla vita delle persone e non possono essere banalmente considerate spesa pubblica". Fosse vero vivremmo nel migliore dei mondi possibili. La spending review sarebbe inutile. Basta introdurre una nuova voce nel bilancio dello Stato: investimenti sulla vita delle persone. Semplice.
Potremmo intrattenerci su altre dichiarazioni azzardate, per la verità dei desiderata personali. Affermazioni dirette più a difendere l'identità politica di ministri, viceministri e sottosegretari, che a tracciare le linee portanti dell'attività di governo. Spetterà a Conte fare una sintesi e ricondurre i sogni nello stretto alveo della realtà della finanza pubblica. Però non può non essere menzionata una frase di Francesco Boccia, neoministro agli Affari regionali.
Boccia afferma sul Messaggero: "È giusto che Roma abbia poteri da capitale e risorse adeguate. Per non parlare poi dell'assetto istituzionale, il modello adottato da Berlino può essere una soluzione". Addirittura. Ci saremmo accontentati del solo impegno a non scaricare su tutti i contribuenti italiani, specie quelli che vivono in città più virtuose e amministrate meglio - come è avvenuto anche con il governo gialloverde - parte dei debiti della capitale. Ovvero, l'esatto opposto del principio del regionalismo differenziato.
di Laura Montanari
La Repubblica, 15 settembre 2019
"Uomini come bestie. Il medico degli ultimi", di Francesco Ceraudo, Edizioni Ets. Una mattina d'estate, un grosso portone di legno che si apre e si chiude alle spalle in pochi istanti. Fuori l'aria aperta. E il profumo di libertà. Dentro uomini e donne, vecchi e giovani. Italiani e stranieri. Piccoli delinquenti, terroristi, mafiosi.
Tutti detenuti, ognuno con la sua storia. Diverse l'una dall'altra. Eppure, in fondo, così simili. Perché accomunate da un labirinto che cancella e annienta ogni individualità: il carcere. Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria italiana e direttore per quasi 40 anni del Centro Clinico del Don Bosco di Pisa, ricorda ogni singolo dettaglio di quel primo giorno da "medico degli ultimi".
Quando, fresco di laurea, gli fu proposto di assumere il ruolo di medico incaricato provvisorio del penitenziario pisano. Un posto lasciato da un collega, accusato di aver sottovalutato i malori e i pestaggi subiti da un giovane anarchico, Franco Serantini, morto in cella nel giro di due giorni nel maggio del 1972. Pisa in quegli anni è ancora avvolta dagli strascichi del 1968.
Il clima politico è incandescente. Ma è in quel momento, fissato per sempre nei ricordi, che comincia un lungo cammino personale e professionale che Ceraudo ripercorre in "Uomini come bestie. Il medico degli ultimi". Il libro, pubblicato da Edizioni Ets, non è solo un racconto in prima persona degli anni trascorsi ad assistere i detenuti ma un manifesto di denuncia, forte e appassionato, contro il sistema penitenziario italiano, che lontano dall'essere un'occasione di rieducazione per chi si è macchiato di crimini e orrori, così come sancito dalla nostra Costituzione, finisce per ridursi solo a luogo di esclusione, di distruzione dell'identità.
Dove l'umanità e il rispetto della dignità della persona sono valori accessori. "Entrai nell'infermeria. Tutto intorno l'atmosfera era di un mondo surreale, primitivo e punitivo, senza speranze. Non vidi mai nessuno sorridere - ricorda Ceraudo. Veniva accompagnato un detenuto per volta alla presenza di un infermiere militare. Una storia dietro l'altra. Un abisso di necessità".
In oltre 300 pagine di memorie, Ceraudo non fa sconti. Né ai detenuti, né alle istituzioni che dovrebbero garantirne e agevolarne il reinserimento nella società, una volta scontata la pena. E lo fa mettendo in fila storie ed episodi che ha vissuto tra quelle quattro mura.
Celle troppo piccole, condizioni igieniche precarie, inattività sono solo la punta dell'iceberg di una condizione, come quella della reclusione, che non è in grado di garantire il rispetto di principi come la salute, l'affettività e la sessualità. Così il carcere finisce quasi sempre per diventare un luogo inutile, una tortura ambientale. Uno spazio "geometrico, che non ubbidisce alle leggi della vita, ma a un codice indecifrabile".
E in cui la società relega, allontanando, problemi come la povertà, la tossicodipendenza, la malattia mentale. Quasi come se l'essere o l'essere stati detenuti fosse un marchio indelebile, che nemmeno l'aver pagato il proprio personale conto con la giustizia potrà mai cancellare agli occhi del mondo dei "buoni".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 settembre 2019
Lo sbarco in serata, ma il sindaco Martello protesta: "Accoglienti si, cretini no". Le ong: "Sollievo per la soluzione, ma servono canali legali". Alla fine il segnale è arrivato. Sono da poco passate le otto del mattino quando al ponte di comando della Ocean Viking ricevono la comunicazione da parte del Centro di coordinamento dei soccorsi di Roma (Mrcc) di dirigere verso Lampedusa. Per Sos Mediterranée e Medici senza frontiere, le due ong che hanno in gestione la nave, è l'indicazione attesa da sei giorni di un porto sicuro dove poter sbarcare gli 82 migranti che si trovano a bordo, ma soprattutto l'inizio della fine di un copione tragico che da più di un anno tiene tutti, migranti ed equipaggi delle navi che li soccorrono, prigionieri in alto mare. "Piccoli segnali di discontinuità" è non a caso il commento di un'altra ong impegnata nei soccorsi, la spagnola Open Arms.
A bordo della Ocean Viking l'annuncio dell'imminente sbarco viene accolto dai migranti con applausi e grida di gioia. "Siamo sollevati", commenta il direttore generale di Msf Gabriele Eminente. "L'assegnazione di un porto sicuro da parte del governo italiano è una chiara affermazione dei diritti e dei valori umanitari e una risposta più umana al dramma che continua a consumarsi nel Mediterraneo centrale".
Sono passati undici mesi dall'ultima volta che Mrcc Roma aveva indicato un porto sicuro alla nave di una ong. Era l'8 giugno dello scorso anno, e quanto accaduto dopo è stato l'applicazione pratica della politica dei porti chiusi di Matteo Salvini. Il via libera di ieri alla Viking è stato reso possibile dalla disponibilità ad accogliere i migranti offerta da un gruppo di Stati europei guidati da Francia e Germania, che ne prenderanno il 25% ciascuno, ma anche dall'Italia dove ne rimarranno circa 8, il 10%. I rimanenti verranno distribuiti tra gli altri Paesi che hanno aderito all'accordo.
Lo sbarco potrebbe essere anche la prova generale del meccanismo di ricollocamento dei migranti in Europa al quale si sta lavorando da settimane e che prevede per l'appunto la creazione di una cabina di regia europea che distribuisca uomini, donne e bambini tra un gruppo di Paesi che accettano volontariamente di accoglierli. Meccanismo ancora tutto da limare, sia perché non è previsto alcun obbligo per l'accettazione dei migranti, sia perché non è ancora chiaro se la disponibilità offerta da alcune capitali, prime fra tutte proprio Parigi e Berlino, riguarda tutti i migranti oppure solo quanti hanno la probabilità di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato, lasciando tutti gli altri ai Paesi di primo approdo (Italia, Malta, Grecia e Spagna).
Per questo a Palazzo Chigi si pensa di procedere per tappe. Le prime due sono previste per mercoledì prossimo, 18 settembre, quando a Roma arriverà il presidente francese Emmanuel Macron. Lo stesso giorno il ministro dell'Interno Lamorgese sarà a Berlino dove affronterà la questione con il collega Horst Seehofer. Il ministro tedesco nei giorni scorsi si è speso molto a favore di una soluzione che venisse incontro alle esigenze italiane.
Tutti incontri fondamentali in vista del mini vertice del 23 settembre, quando alla Valletta si vedranno i ministri dell'Interno di Italia, Francia, Germania, Finlandia, in quanto presidente di turno dell'Ue, e della Commissione Ue. Quel giorno si capirà se l'accordo esiste davvero e in che termini, oltre ai Paesi che vi avranno aderito (si parla anche di Spagna, Portogallo e Lussemburgo) e le quote di migranti destinate a ciascuno. Si dovrebbero affrontare anche le sanzioni, chieste dal premier Giuseppe Conte, per i Paesi che invece si saranno tirati indietro.
Se infine tutto sarò filato liscio, l'ultima tappa è il vertice degli Affari interni del 7 e 8 ottobre. Solo allora si capirà se la politica dei porti chiusi potrà dirsi finalmente archiviata.
Intanto il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, ha contestato la decisione di far arrivare sull'isola i migranti della Viking: "La nostra isola non può essere la soluzione a tutti i problemi - ha detto -. La Sicilia era più vicina e il Viminale deve rispettare le regole. Accoglienti sì, cretini no".
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
Il testo del patto a 4 arriverà al vertice dei ministri dell'Interno Ue il prossimo 23 settembre a Malta. Contrari i Paesi del Gruppo di Visegrad; la ritrosia di Vienna e nel Nord Europa. Dieci giorni di tempo per un'intesa che renda automatica la distribuzione dei migranti. Su questo lavora l'Italia in vista della riunione con i ministri dell'Interno dell'Unione europea che si svolgerà a La Valletta il 23 settembre.
Sarà la prima uscita ad un vertice internazionale della titolare del Viminale Luciana Lamorgese, ma sarà soprattutto il banco di prova per quell'accordo sul quale si stanno già impegnando anche i governi di Germania, Francia e Malta.
L'obiettivo è dichiarato: fissare quote di accoglienza per ogni Stato, chi non accetta otterrà meno soldi. Una linea rilanciata ieri dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli che ha parlato esplicitamente di "risorse condizionate alla solidarietà". Con una clausola ulteriore: i trasferimenti dovranno essere effettivi e soprattutto immediati. Dunque subito dopo l'identificazione effettuata nel porto di sbarco, gli stranieri saranno portati nei luoghi di destinazione.
La Libia e le partenze - Secondo le ultime analisi dell'intelligence gli stranieri che in Libia attendono di imbarcarsi potrebbero essere tra i 5.000 e gli 8.000. Gli accordi di cooperazione con le autorità locali rimangono fragili e comunque subordinati all'entità degli aiuti che il nostro Paese è disponibile a concedere.
Ma in ogni caso nulla potrà convincere i migranti a non tentare di percorrere la strada verso l'Europa e proprio questa consapevolezza rende urgente interventi in modo da gestire il fenomeno senza affidarsi esclusivamente alle Ong e così limitando il rischio di naufragi. Durante l'incontro della scorsa settimana con la presidente Ursula von der Leyen, il premier Giuseppe Conte ha chiesto che sia la Commissione a trattare con i Paesi di provenienza dei migranti sia per la regolazione dei flussi in arrivo, sia per i rimpatri assistiti.
Il 25 per cento - La percentuale non è ancora fissata e dipenderà dal numero di Stati che - su base volontaria - accetteranno di partecipare in maniera sistematica alla distribuzione dei profughi. Vuol dire che quando una nave chiede il permesso di sbarco in un porto europeo, quindi Italia o Malta, non dovrà esserci una trattativa per cercare Paesi disponibili all'accoglienza, ma il trasferimento diventerà automatico sulla base delle quote fissate nell'ambito dell'accordo.
Per la Ocean Viking Berlino e Parigi si sono detti disponibili a prendere fino al 25 per cento di stranieri - 20 persone ciascuno contando chi rimane e l'impegno dell'Irlanda - ma è evidente come questa cifra potrà scendere se sarà più ampia la platea di Stati che accetteranno di entrare nel "sistema". E proprio di questo si dovrà discutere a La Valletta dove però - è la strategia già condivisa con alcuni governi - si arriverà con un testo predisposto dai cosiddetti "volenterosi". Una "base comune" che Conte esaminerà mercoledì con Emmanuel Macron, quando il presidente francese arriverà a Roma per una visita ufficiale che prevede anche un colloquio con il capo dello Stato Sergio Mattarella, e Lamorgese affronterà con il collega tedesco Horst Seehofer.
Premi e sanzioni - Nessuno si illude riguardo a una condivisione al patto dei 28 Stati membri, soprattutto tenendo conto dell'ostilità del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria), ma anche della ritrosia di altri governi del nord così come dell'Austria. Ecco perché l'accordo prevedrà agevolazioni per chi entra e sanzioni per chi invece decide di rimanere fuori.
Tutti i tentativi fatti in passato di imporre l'accoglienza dei profughi - anche quando c'è stata l'emergenza determinata da migliaia di arrivi e naufragi con centinaia di morti - sono falliti. Adesso si procederà su base volontaria, ma chi non partecipa pagherà le conseguenze in termini economici perché, come ha evidenziato Sassoli ieri, "è bello farsi autostrade e metropolitane con i soldi europei, ma non lo è invece non dare questi soldi. Perciò inseriamo dei meccanismi, rendiamo il bilancio più forte ma con delle condizioni sulla solidarietà".









