di Roberto Saviano
L'Espresso, 28 luglio 2019
Ogni giorno muoiono 25 mila persone per denutrizione. Soprattutto in Africa, in società arcaiche e mancanti di tutto. Nella nostra indifferenza. Ci sono parole che pronunciamo di continuo, che usiamo senza sapere che in altre parti del mondo hanno un significato completamente diverso. Da ragazzino sentivo i racconti di chi si era rifugiato negli antri di tufo di Napoli sotterranea durante la Seconda guerra mondiale, una delle costanti in quei ricordi, oltre alla paura, era la fame.
Quando si ha fame, fame vera, fame quotidiana, fame strutturale, si smette di usare espressioni come: "sto morendo di fame" o "sembra che tu voglia sanare la piaga della fame del mondo". Quando si è conosciuto davvero qualcuno che ha patito la fame, questa parola inizia ad avere non solo un significato, ma anche un peso diverso.
Anni fa lessi un libro fondamentale, "La fame" di Martin Caparrós, un libro che mi ha insegnato molto su me stesso e sulle mie convinzioni, più che sull'Africa e sulla fame strutturale di cui sono preda le popolazioni che vivono in terre aride, senza strumenti per poterle coltivare, ma ricche di minerali che valgono tantissimo e per le quali il mondo occidentale non paga nulla.
E pensare che l'uomo è nato lì, è nato dove le scimmie sono scese dagli alberi per penuria di cibo e hanno, col tempo, assunto una postura sempre più eretta. È nato dove le scimmie hanno iniziato a usare i propri arti e il proprio cervello per procurarsi cibo.
Veniamo da lì, veniamo dalle terre che ora chiamiamo Niger, da terre dove oggi si coltiva come da noi nel Medioevo, da terre dove l'unica presenza che porta aiuto concreto è Medici Senza Frontiere: non vorrei sembrare ripetitivo, ma basta leggere le prime pagine per avere prova di quanto scrivo.
Ciò che colpirà il lettore di Caparrós è la sua lucidità nel dichiarare, sin dalle primissime pagine, che il libro è la storia di un fallimento perché la parola fame, e anche il concetto, è talmente usurato che sarà difficilissimo riuscire a vederlo con uno sguardo nuovo; che sarà difficilissimo superare una serie di luoghi comuni, non dettati né da ignoranza, né da cattiveria, ma dall'osservazione che parte dalle nostre esperienze.
Due considerazioni: Caparrós descrive la società rurale nigerina come qualcosa di simile, pur nelle enormi differenze, alle società rurali occidentali dei tempi passati: i figli sono fondamentali per la sopravvivenza della famiglia. Le donne, date in sposa prestissimo, assicurano doti che consentono di sfamare la famiglia di provenienza per qualche tempo - spesso per pochissimo tempo - gli uomini sono le braccia che porteranno cibo a casa, anche per i genitori anziani. Non esistono metodi efficaci di contraccezione e dunque si fanno tanti figli.
Non tutti, nelle campagne, sopravvivono. Ma il loro numero non dipende da calcolo: i figli sono un dono di Dio, dice una donna intervistata da Caparrós, quando li mettiamo al mondo non pensiamo che possano morire e non pensiamo di farne tanti perché qualcuno di loro sopravviva.
Ma soprattutto c'è la fame, con cui tutti gli abitanti di queste terre inclementi e mai addomesticate per mancanza di risorse, devono fare i conti non solo all'ora dei pasti, ma in ogni momento della loro giornata, in ogni momento della loro vita.
Si muore di malattie banali e non perché lì siano più diffuse, ma perché colpiscono organismi strutturalmente denutriti che non possono accedere a cure e che non avranno mai la possibilità di recuperare le forze. La proporzione tra medici e abitanti è spaventosa, nel 2010 in Niger c'era un medico ogni 43mila persone, medici che, se possono, emigrano per non essere risucchiati da malattie, indigenza e fame.
E allora sì, questo libro è forse un fallimento, perché dopo averlo letto continueremo molto probabilmente ad avere un approccio "occidentale" alla fame, che resta per noi un concetto astratto e non un limite fisico, ma quel che è certo è che inizieremo a farci delle domande e a cercare delle risposte. Inizieremo a scavare per capire dove tutto è iniziato e perché non finisce. E perché non ne parliamo mai.
E leggendo ci renderemo conto che la fame nel mondo non è causata da eventi eccezionali, ma è la normalità per almeno ottocento milioni di persone, eppure nessun telegiornale ne parla, nessun giornale: è un dramma quotidiano, un dramma rimosso. Per fame, e per ragioni ad essa connesse, ogni giorno muoiono nel mondo 25mila persone. Più di 1.000 ogni ora. Se impiegate 2 minuti e 30 secondi a leggere queste mie righe, sappiate che nel frattempo saranno morte per fame più di 35 persone. Così è e così sarà.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 28 luglio 2019
La battaglia di Donald Trump per costruire un muro alla frontiera con il Messico - osteggiato dai democratici - ha trovato una sponda nella Corte suprema. Con cinque voti a favore e quattro contrari, il più alto tribunale americano ha stabilito che il presidente può dirottare fondi del Pentagono per due miliardi e mezzo di dollari per la costruzione dei 160,9 chilometri di barriera di sicurezza lungo il confine meridionale.
Ribaltata la sentenza della Corte d'Appello federale del Nono Circuito, in California, che si era schierata con il Sierra Club e una coalizione di comunità al confine nel definire nel definire una violazione della legge l'impiego di fondi che il Congresso aveva approvato per la difesa. Per i giudici della Corte Suprema, a maggioranza conservatori (cinque voti a favore e quattro contrari), l'Amministrazione Trump ha mostrato "sufficienti" prove per dimostrare che non vi siano le basi per bloccare il trasferimento di fondi. In sostanza, il più alto tribunale americano ha rovesciato la sentenza di una corte d'appello federale della California che aveva congelato i fondi sostenendo che non fossero stati autorizzati dal Congresso. Immediata l'esultanza di Trump su Twitter. "Wow! Una grande vittoria sul Muro. La Corte Suprema ha ribaltato un'ingiunzione precedente, consentendo al muro con il Messico di procedere. Una grande vittoria per la sicurezza al confine".
Il 4 luglio era arrivato lo schiaffo dei giudici a Trump sul muro col Messico: una corte d'appello federale aveva infatti confermato la decisione di congelare i fondi del Pentagono destinati alla lotta antidroga e dirottati con un ordine esecutivo del presidente Usa verso la costruzione della barriera anti-migranti.
Con 2 voti contro 1, la Corte del 9° circuito (che comprende gli Stati della costa occidentale), aveva respinto la richiesta dell'amministrazione di cancellare l'ingiunzione che blocca l'utilizzo dei fondi, in attesa che si completi il procedimento di Appello. Trump aveva dichiarato un'emergenza nazionale per dirottare verso il muro i fondi del Pentagono che gli erano stati negati dal Congresso, facendo scattare una serie di ricorsi. Alla fine di marzo il Pentagono aveva notificato al Congresso la decisione di autorizzare lo stanziamento di un miliardo di dollari per iniziare il nuovo muro. La cifra, ottenuta stornando le risorse da altri fondi, rappresentava solo una prima tranche di risorse che sarebbero arrivate per il muro dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, con l'amministrazione che ha in programma di recuperare ancora 1,5 miliardi di dollari.
A febbraio il presidente aveva dichiarato l'emergenza nazionale al confine con il Messico dopo due mesi di contrapposizione con il Congresso, tradottisi nello shutdown più lungo della storia americana. Durante il braccio di ferro con Capitol Hill, il presidente aveva sostenuto di poter usare fondi di altre agenzie governative per la costruzione del muro. Un annuncio seguito immediatamente da azioni legali, anche da parte della Camera.
Un tentativo questo fallito, con il giudice Trevor McFadden che aveva messo l'accento sul fatto che i tribunali possono risolvere le dispute fra il potere esecutivo e quello legislativo solo come ultima risorsa. "Il Congresso ha diverse armi politiche per far fronte alle percepite minacce alla sua sfera di potere", incluse leggi che "limitano espressamente il trasferimento o la spesa di fondi per il muro", aveva scritto McFadden. Davanti alla Corte Suprema, gli avvocati della Camera dei rappresentanti hanno osservato come in base alla Costituzione "un immenso muro lungo il confine semplicemente non può essere costruito senza fondi approvati dal Congresso a tale scopo".
ec.europa.eu, 28 luglio 2019
Da anni, il sistema carcerario è uno dei punti più delicati e discussi all'interno dell'Unione Europea. A prescindere dal discorso meramente economico, quando si affronta la questione "carceri" è difficile non imbattersi in contrasti etici, morali, sociologici o religiosi.
L'opinione che prevede la punizione vista come privazione totale della libertà è, al momento, quella che va per la maggiore, spinta molto probabilmente dal sentimento più che dalla ragione - la così detta reazione di pancia. D'altro canto, non si può biasimare il desiderio di una persona vittima di un grave torto di vedere il proprio carnefice patire che le pene che lui stesso ha inflitto - nonostante ciò, alla fine, non restituirebbe in alcun modo la vita di prima.
Dal punto di vista meno coinvolto e meno emotivo, invece, vi è un ragionamento totalmente differente: il "Carcere" come percorso di reintroduzione alla civiltà, come impegno socialmente utile, come collaborazione alla vita quotidiana. Una vita non più libera, ma simile a quella di tutti gli altri.
In Finlandia, uno degli Stati più all'avanguardia dell'Unione Europea, inizia già a prender forma una nuova concezione di sistema carcerario, che assomiglia molto a quello di un Paese europeo al di fuori dell'Unione, la Norvegia. Sull'isola di Suomenlinna, a Helsinki, vi è un carcere a cielo aperto: i detenuti non vivono una prigionia intesa come una cella o come un completo allontanamento dell'individuo dalla città e dalla vita normale, bensì creano su quest'isola una nuova civiltà - lavorano, pagano le tasse e vivono in modo normale, non possono allontanarsi dall'isola ovviamente, ma la loro libertà è molto meno limitata rispetto alla vita in cella.
La filosofia adottata dalla Finlandia è quella di insegnare al detenuto a reinserirsi nella civiltà e di farlo in maniera utile al resto della società, contribuendo al pagamento delle tasse e al lavoro. Dal punto di vista economico, questo metodo carcerario è nettamente più conveniente delle tradizionali carceri: oltre al contributo economico proveniente dai detenuti stessi, risulta essere minore anche il costo del mantenimento di tale carcere, come sostiene Sinikka Saarela, la direttrice: È più economico perché impieghiamo meno personale nelle carceri aperte, i carcerati sono molto attivi: puliscono le stanze, cucinano.
Quindi non abbiamo bisogno di tanto personale, e anche perché c'è un monitoraggio elettronico per ogni carcerato, solo cinque guardie di turno. Quest'isola ricorda molto il carcere di Halden, in Norvegia, classificato come carcere più umano del mondo, in cui i detenuti conducono una vita relativamente normale, fatta eccezione per la loro limitata libertà di movimento. Inevitabilmente, il discorso sul sistema carcerario troverà sempre forte contrasto e trovare un punto d'incontro tra le diverse ideologie sarà molto difficile. Tuttavia, è notevole come un Paese cerchi di adottare un sistema che, anche se non sarà in grado di mettere tutti d'accordo, potrà per lo meno essere utile sia per il detenuto che per la società.
agenzianova.com, 28 luglio 2019
Il Bahrein ha giustiziato oggi tre persone condannate in due casi distinti, uno per "terrorismo" e per aver ucciso un ufficiale di polizia, e il secondo per l'omicidio di un imam. Due dei giustiziati sarebbero gli attivisti sciiti Ali al Arab e Ahmed al Malali, condannati a morte nel 2018 in un processo che ha coinvolto 56 persone, tutti condannati al carcere con pene da 15 anni all'ergastolo per terrorismo.
Il procuratore generale di Manama Ahmed al Hammadi in una nota ha affermato che due persone condannate per reati di terrorismo sono state anche accusate di possesso di esplosivi e armi da fuoco a fini terroristici. Il procuratore ha omesso l'identità e l'appartenenza religiosa dei tre giustiziati. Secondo l'agenzia di stampa del Bahrein "Bna", le due persone giustiziate per terrorismo facevano parte di un'organizzazione composta da almeno dieci membri di nazionalità straniera - iraniana, irachena e tedesca - dozzina di membri dall'estero in Iran, Iraq e Germania e 40 cittadini bahreiniti. Secondo la "Bna", l'organizzazione si stava preparando a commettere una serie di attacchi terroristici nel regno.
Gli attacchi armati previsti includevano l'attacco contro un centro di detenzione avvenuto nel gennaio 2017, costato la vita ad una guardia carceraria e che ha concesso l'evasione di 10 detenuti. Il Bahrein accusa principalmente l'Iran di alimentare le divisioni e la lotta armata nel regno dove la popolazione a maggioranza sciita è governata da una monarchia sunnita.
Ieri diverse organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch hanno esortato Manama a sospendere l'esecuzione d Al Arab e Al Malali, considerati come attivisti, osservando che le loro confessioni sarebbero state ottenute sotto tortura. Le autorità hanno negato le accuse di tortura e repressione dell'opposizione e affermano di proteggere la sicurezza nazionale dai terroristi.
di Alfredo Mantovano
Il Foglio, 27 luglio 2019
Dopo l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai "lavori forzati in carcere finché campa", il secondo che "se dovessero essere persone non italiane (...) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui".
Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo. L'auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio.
Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per esempio, moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello stato nel quale il reato è commesso e quello dello stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per esempio, fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati.
Uno dei paesi con cui l'Italia ha queste intese è l'Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall'autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali.
Il tutto deve poi fare i conti con la Cedu, la Corte europea per i diritti dell'uomo, che spesso sanziona gli stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo stato X, cui l'Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all'interno di X di istituti di pena con standard accettabili.
Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici). Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il "fine pena mai": perfino la condanna all'ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere - anche in parte - ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione.
Dall'altro considera - con qualche ragione - il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: "Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato", spiega l'art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.
Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l'omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell'Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza.
Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l'assassino del brigadiere Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Per il furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria.
Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l'arresto in flagranza. Un'azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un'intesa con l'autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l'efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.
di Antonio Mazzone*
Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2019
Si dovrebbero delineare fattispecie diverse, che possano essere applicate anche in territori di non tradizionale infiltrazione. L'obiettivo che gli interventi di riforma legislativa devono porsi è quello di delineare ulteriori fattispecie incriminatrici adeguate a prevenire e a reprimere forme di manifestazione di criminalità mafiosa attinenti all'area "grigia", puntualmente individuate da accurate analisi socio-criminologiche.
Fattispecie che siano idonee ad essere applicate anche in territori di non tradizionale infiltrazione mafiosa. Gli incerti confini di ciò che è da ritenersi, attualmente, penalmente rilevante in relazione alle condotte di contiguità proprie dell'"area grigia" incidono negativamente sia sui profili di garanzia, sia su quelli di prevenzione generale e speciale: quanto più è definita la condotta vietata, tanto più la norma che la prevede ha capacità, da un lato, di determinare i comportamenti dei destinatari e, dall'altro, di tutelarne la libertà personale e gli altri diritti.
Occorre, in sede di riforma, cogliere l'essenza di nuovi fenomeni criminosi associativi, che costituiscono il punto d'incontro tra settori amministrativo- politici, settori economici e (spesso) criminalità mafiosa. Una risposta potrebbe consistere nell'introduzione di un'ulteriore fattispecie associativa che tuteli l'ordine pubblico, inteso nel suo significato di corretto svolgimento delle relazioni istituzionali e funzionali, il buon andamento e l'imparzialità della pubblica amministrazione e il corretto andamento dell'economia e del mercato, e che si imperni sullo stravolgimento funzionale riferibile ad un soggetto pubblico.
Fattispecie che punisca la condotta di tre o più persone (tra cui almeno un pubblico ufficiale), che si associno per commettere più delitti contro la P.A. (tra i quali, corruzione, concussione, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, ecc.) o per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo di attività amministrative o economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti odi servizi odi assunzioni o di concorsi pubblici, mediante l'abuso della qualità o dei poteri di un pubblico ufficiale partecipante.
Contestualmente andrebbe meglio disciplinata quella che è oggi l'area del concorso esterno associativo, attraverso l'introduzione di fattispecie incriminatrici strutturate come reati propri per le categorie professionali, per quelle economico-imprenditoriali, per quelle attinenti a pubbliche funzioni.
Le condotte vietate dovrebbero consistere nell'uso distorto del potere (quando si parla di un pubblico ufficiale) o della facoltà (quando si parla di un imprenditore odi un professionista) per il raggiungimento di uno scopo diverso da quello per il cui conseguimento il potere o la facoltà stessi sono stati attribuiti dall'ordinamento: scopo diverso consistente nell'agevolazione di un'associazione mafiosa.
Andrebbe, poi, regolamentata la punibilità delle condotte neutre di sostegno alle organizzazioni criminali. Si pensi all'ipotesi del dirigente di banca che, nel rispetto delle regole statutarie previste per la concessione del credito, finanzi mediante la sua erogazione un gruppo mafioso o un traffico di stupefacenti.
Si potrebbe prevedere espressamente la punibilità di tali condotte qualora vi sia violazione dolosa o colposa di una regola cautelare (da descrivere puntualmente) che imponga al soggetto di verificare che la sua attività, anche se realizzata nel rispetto delle regole previste per il suo esercizio, non possa risolversi, comunque, in un sostegno ad un'organizzazione criminale.
*Avvocato
di Mattia Feltri
La Stampa, 27 luglio 2019
Giovedì, poche ore prima che il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega venisse accoltellato a morte nel quartiere Prati, Roma, l'associazione Antigone aveva diffuso il rapporto annuale sulle carceri. Era un elenco di conferme: abbiamo le carceri più affollate d'Europa, il numero dei detenuti aumenta nonostante diminuiscano i crimini, e questo per l'inasprimento delle pene, una specie di attività da diporto nei lustri degli ultimi governi.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
Dal 1° agosto il Decreto Sicurezza bis (il pacchetto anti navi delle Ong comprensivo di giro di vite contro i manifestanti) affronta l'ultimo miglio in Senato: ma, per questo passaggio decisivo della "legge Salvini", il governo deve fare i conti con i numeri risicati della maggioranza che avrà comunque bisogno del soccorso tricolore di Fratelli d'Italia e forse di quello azzurro di Forza Italia.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 27 luglio 2019
Nella maggioranza è braccio di ferro sulla prescrizione e sulla separazione delle carriere dei magistrati. La bozza della riforma della giustizia del Guardasigilli Bonafede è passata dalle mani del ministro Bongiorno agli esperti della Lega e infine a Salvini. Giudizio unanime: "È una riformicchia. Così non si accelerano i processi. Piuttosto è meglio non far nulla".
di Francesco Lo Piccolo
Ristretti Orizzonti, 27 luglio 2019
La Regione Abruzzo ha scelto il "suo" Garante dei detenuti. Per me, che conosco e capisco il mondo del carcere, questa partita è ora chiusa. Ed è chiusa in un modo che non mi piace. Ma del resto cosa aspettarsi dalla Regione Abruzzo?
Da una Regione dove ha la maggioranza un partito il cui leader usa termini come "devono marcire in carcere", da una Regione dove c'è un altro partito che non comanda più e che non sa fare pubblicamente una sua scelta e imbuca cinque schede bianche, da una Regione dove c'è il gruppetto grillino che del carcere parla con frasi fatte e stereotipi...beh da questa Regione non c'è davvero da aspettarsi nulla di buono. In tutti i campi, in tutti i sensi.
Mi ero candidato a Garante perché lo ritenevo e lo ritengo tutt'ora un punto di arrivo del mio percorso nel campo dei diritti, percorso fatto di impegno sociale e di anni di studio e ricerca sulle tematiche penitenziarie e detentive (recentemente mi sono persino preso una laurea in sociologia e criminologia). E perché la mia figura corrisponde appieno ad almeno tre dei cinque requisiti richiesti ai candidati: ovvero aver svolto attività di grande responsabilità e rilievo in ambito sociale e conoscere a fondo le problematiche della reclusione e del rapporto mondo esterno - mondo interno, con attenzione particolare al dettato costituzionale del reinserimento dei detenuti; avere comprovata competenza nel campo delle scienze giuridiche, scienze sociali e dei diritti umani e con esperienza in ambito penitenziario; avere alta e riconosciuta professionalità o essersi distinto in attività di impegno sociale.
Ma hanno preferito il candidato-professore. Hanno preferito il "loro" Garante dei detenuti.
Hanno ignorato uno come me che i detenuti li incontra quotidianamente, direttamente e senza filtri. Per cambiare prospettiva, per costruire una società migliore a partire proprio dalle sue contraddizioni, per rimettere al centro l'uomo e farlo uscire come uomo e non come ex detenuto. Perché il carcere sia visto come extrema ratio anche in considerazione del suo fallimento, del suo essere scuola di criminalità, in definitiva costoso e inutile sistema che non previene e non corregge.
Evidentemente troppo avanti questi concetti per chi vede il problema della devianza come problema penale mentre è invece un problema sociale. L'avevano detto fior fiore di studiosi negli anni 80: A. Baratta, D. Melossi, e poi M. Pavarini e nel secolo scorso G. Rusche e O. Kirchheimer. Ma la galera rende di più. E questo diritto penale cresciuto a dismisura e senza limiti (come ha denunciato V. Manes) piace e convince. Chi se ne frega del presidente di un'associazione di volontariato che da dieci anni lavora nelle carceri dell'Abruzzo?
Come ho detto durante la mia audizione in Regione lo scorso 16 luglio e in qualche timida e vana telefonata a qualche consigliere, il mio lavoro inizia come volontario nella Casa Circondariale di Chieti nel 2007. Nel 2008-2009 sono fondatore e presidente (ancora oggi in carica) di Voci di dentro, Onlus iscritta all'Albo della Associazioni di Volontariato della Regione Abruzzo. Dal 2009 ad oggi organizzo e dirigo all'interno delle Case Circondariali di Chieti e Pescara e per alcuni anni anche a Vasto e Lanciano, in accordo e in collaborazione con le Direzioni e le aree educative, incontri sulla legalità per il rispetto dei diritti, laboratori di scrittura con la realizzazione di un periodico regolarmente registrato in tribunale scritto dai detenuti e diffuso in tutta Italia, laboratori di fotografia, disegno, sartoria, corsi di computer e web grafica, e di teatro culminato con la creazione di una compagnia teatrale (composta da detenuti e da volontari) e la messa in scena all'esterno del carcere in teatri a Chieti, Pescara, Atri, Ortona, e all'Università di Chieti, di due spettacoli teatrali.
Una complessità di attività che sono diventate nel carcere di Pescara e in quello di Chieti attività quotidiane (mattina e pomeriggio) con il coinvolgimento ogni giorno di una cinquantina di detenuti impegnati nei vari laboratori. Una cosa enorme, difficile, qualche volta anche guardata con diffidenza per la forza messa in campo: una sessantina di volontari, poi alcuni esperti assunti grazie a bandi regionali ed europei, quindi alcune centinaia di studenti universitari di Sociologia e Criminologia, Scienze dell'Educazione, Servizi Sociali, Psicologia delle Università di Chieti-Pescara e dell'Aquila entrati in Voci di dentro come tirocinanti e seguiti da me personalmente in qualità di tutor - per effetto delle Convenzioni da me stipulate con i vari Dipartimenti - con un primo corso teorico sul sistema penale e sull'ordinamento penitenziario e su tematiche relative alla produzione di fenomeni devianti e alla loro costruzione sociale, con particolare riferimento alla piccola e grande criminalità, al rapporto fra disagio e devianza. Insegnamento teorico al quale sono seguiti i laboratori all'interno degli istituti penitenziari direttamente a contatto con i detenuti.
Un lavoro fatto di discussioni, relazioni, dialoghi e attività: una complessità di azioni per rimuovere pregiudizi, distorsioni cognitive, esclusioni, dogmi, rappresentazioni della realtà basate su luoghi comuni. Da una e dall'altra parte. Una complessità di azioni contro lo stigma per eliminare diffidenze, rimarginare ferite, per tentare di togliere alle persone detenute quelle corazze (per difesa e per offesa) fatte da anni di vita in carcere e di condotte ai margini della società. Una complessità di azioni di supporto all'area trattamentale per ricostruire consapevolezza, responsabilità, valori condivisi, regole.
Tutto questo in un luogo dove si può pensare un futuro diverso da quello passato. Un progetto questo che ho chiamato "la città" e che si è potuto realizzare proprio all'interno del carcere di Pescara in uno spazio di oltre 300 metri quadrati fatto di corridoi e stanze che sono diventati luoghi di vita, studio, lavoro. Con l'obiettivo di aiutare l'area educativa (impossibilitata a operare per il cambiamento per deficienze strutturali ovvero con un educatore ogni 65 detenuti) e dare così concretezza a ciò che la Costituzione ha indicato: le pene (non necessariamente la pena del carcere) devono tendere al reinserimento e alla risocializzazione.
Dunque un lavoro che può dare frutti se è accompagnato dal lavoro fuori dal carcere. Ed è stato questo l'altro filone del mio impegno sociale e dell'impegno dell'associazione che ho fondato: unire il dentro con il fuori, annullare questa distanza che non serve all'istituzione carcere che sopporta una recidiva che è al settanta per cento e neppure serve alla società che si trova alle prese con una microcriminalità senza fine.
Ecco perciò le attività di sensibilizzazione presso enti pubblici ed enti privati perché investano risorse contro la devianza, per finanziare corsi e laboratori dentro le carceri, per più cultura e più lavoro, per agevolare il rinserimento anche di persone in attività di volontariato, di messa alla prova, di riparazione del danno.
Un insieme di azioni che mi ha visto in prima persona promotore di protocolli con Ufficio di esecuzione penale esterna, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Direzioni delle carceri, per l'avvio, in accordo con la Magistratura di Sorveglianza, di percorsi differenziati persona per persona: oggi sono decine i detenuti, o persone ai domiciliari, o persone affidate a Voci di dentro, che sono impiegate in attività di pubblica utilità (assicurate dall'Associazione e seguite da un tutor della stessa Associazione) presso l'archivio del Tribunale civile di Pescara, le Terme di Chieti, la sede dell'Associazione. Una miriade di attività che si accompagnano alla promozione di convegni e seminari, di incontri nelle scuole contro il bullismo, contro la droga, per la legalità, per la cultura del lavoro, per lo studio.
Una molteplicità di azioni alle quali si sono aggiunte le altre attività dell'Associazione da me guidata: partecipazione e successiva aggiudicazione di un bando Europeo Grundvig con visite studio e lavoro in diverse carceri europee (progetto per il quale Voci di dentro si è distinto con un giudizio di "molto buono"), aggiudicazione in partenariato del Bando della Regione Abruzzo "Inserimento Lavoro detenuti ed ex detenuti, Progetto Pe.Tra- Percorsi di transizione al lavoro" (2012-2014) che ha permesso l'inserimento in un corso di computer e grafica di una decina di detenuti del carcere di Chieti e l'inserimento in work experience di altri dieci detenuti del medesimo carcere e tutti oggi perfettamente reinseriti nella società, aggiudicazione (sempre in partenariato con altra Ats) di un bando del Miur -Programma Operativo Nazionale Iniziativa Occupazione Giovani - Progetto "Ricominciamo" - Avviso Giovani e Legalità Percorsi di rientro in formazione per minori e giovani adulti sottoposti a provvedimenti penali e ancora, più recentemente, aggiudicazione di un bando del Ministero delle Pari Opportunità per un progetto contro la violenza di genere da attuarsi con percorsi di studio e lavoro fuori e dentro il carcere.
La necessità di costruire occasioni di lavoro (da considerare che su 60 mila detenuti solo 17 mila lavorano e di questi ben 15 mila alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria con impegno di due-tre ore al giorno e solo 2 mila alle dipendenze di privati) mi ha inoltre spinto a fondare nel 2013 la società Alfachi, cooperativa sociale iscritta all'Albo delle cooperative sociali della Regione Abruzzo, per la digitalizzazione di documenti cartacei. Un progetto partito con l'accordo dell'Istituto penitenziario di Pescara e con la firma di un protocollo con la Provincia di Pescara per la dematerializzazione ed archiviazione informatizzata di atti e documenti dell'Ufficio Ambiente. Centomila sono stati in un anno i documenti trasformati in file grazie al lavoro di una decina di detenuti.
Concludo, mi ero candidato alla importante carica di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale perché credo in quello che sto facendo, perché la mia nomina sarebbe stata di garanzia massima di imparzialità e di alterità. Per favorire la prevenzione dei conflitti all'interno dei luoghi di detenzione, per mediare tra i diversi soggetti che in quei luoghi operano e il mondo esterno. E per cercare di mettere in rapporto vero tra loro la popolazione detenuta, l'amministrazione penitenziaria e l'amministrazione pubblica contro l'assenza di comunicazione, la discontinuità e la provvisorietà del dialogo. Cose che ho toccato con mano in tutti questi anni. Per questo aspiravo davvero a questo ruolo: per trasformare le ferite in feritoie dalle quali fare uscire persone nuove pronte a cominciare una nuova vita. Ma sarà per una prossima volta: il mio lavoro, il lavoro di Voci di dentro continua. Per uscire dal carcere. Persone e non ex detenuti.
*Giornalista, presidente di "Voci di dentro Onlus"
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