di Davide Dionisi
vaticannews.va, 13 settembre 2019
Udienza speciale del Papa ai Cappellani delle Carceri italiane, alla Polizia e al personale dell'Amministrazione Penitenziaria. Tessitori di giustizia e messaggeri di pace. Hanno scelto questo slogan i 250 cappellani delle carceri italiane che incontreranno Papa Francesco domani mattina in una udienza speciale in Piazza San Pietro.
di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 13 settembre 2019
Orlando dal Guardasigilli: la bozza non può essere ripresentata tout court come se nulla fosse successo. Nei giorni scorsi c'era stata una telefonata, ieri un lungo incontro. Oltre due ore a confronto, il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, e il suo predecessore Andrea Orlando, ora nei panni di vice segretario del Pd.
agenzianova.com, 13 settembre 2019
Lo Scip - Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, con la collaborazione dell'Aeronautica Militare ha eseguito quest'oggi un volo "particolare", come avvenuto lo scorso 2 aprile. 16 cittadini rumeni arrestati in Italia sono stati trasferiti in Romania, mentre due latitanti rintracciati in quel paese Sono rientrati in Italia per scontare le rispettive pene detentive comminate dalle Autorità Giudiziarie dei due Stati. Il trasferimento dei detenuti sulla tratta Roma - Bucarest - Roma è avvenuto sull'Hercules C130J della 46^ Brigata Aerea, con la scorta del personale dello Scip, in applicazione della Decisione Quadro del Consiglio dell'Unione Europea che determina il reciproco riconoscimento tra stati UE delle sentenze penali.
di Francesca D'Angelo
Famiglia Cristiana, 13 settembre 2019
La regista ha promosso la prima esperienza italiana di "cammino giudiziario" e con sei giovani detenuti ha percorso la Via Francigena. Ne è nato il docu-film "Boez". L'idea è stata sua. Ed è arrivata con quell'impetuosa spontaneità che sembra caratterizzare tutte le decisioni di Roberta Cortella: 41 anni, una donna minuta, che sorride alla vita e non si sottrae alle sue provocazioni. La si potrebbe definire una guerriera in incognito: schiva, in apparenza fragile, preferisce stare dietro alle telecamere che non davanti. Ha una fede salda e profonda ma non la sbandiera: il suo credo si traduce in scelte, ovvie ai suoi occhi ma eccezionali per il resto del mondo.
di Pietro Gurrieri*
Il Dubbio, 13 settembre 2019
Gentile Direttore, sono ad esprimerle il mio più vivo rammarico per alcune affermazioni, contenute nell'articolo pubblicato lo scorso 17 luglio dal Suo giornale, a firma di Errico Novi, dal titolo "Vittoria, avvocati contro: non difendere l'assassino", palesemente distorsive della realtà dei fatti, e del contenuto di dichiarazioni da me rese a una testata giornalistica all'indomani della tragedia di Vittoria.
Nell'articolo si esprime preliminarmente un giudizio critico, del tutto ingiustificato, su un articolo di Alberto Pezzini, avvocato e noto scrittore, pubblicato sul quotidiano giuridico on line Avvocati Rando Gurrieri, iscritto al registro nazionale della Stampa, riportandone il seguente estratto: "Non difenderei mai, mai, un uomo che ammazza un bambino, ne decapita un altro e si allontana scappando, perché esiste un giustificato motivo che è la mia coscienza: questa secondo me è la vera Indipendenza dell'avvocato, quella che caratterizza l'avvocatura". Prosegue, il giornalista, rilevando che, con queste affermazioni, l'avvocato Pezzini "si schiera col collega che dirige il sito, Pietro Gurrieri, risoluto a sua volta nel chiedere, a proposito dell'assassinio di Vittoria, "che non ci sia un solo collega sulla faccia della terra che lo assista nemmeno come difensore d'ufficio"".
Ciò premesso, il dott. Errico Novi prosegue parlando, a proposito delle dichiarazioni sopra riportate, di "insolito anatema, giacché si assimila all'ormai consueta onda d'odio dirottata, oltre che sulle persone accusate dei reati più mostruosi, anche in direzione dei loro legali" e di "maledizione invocata da Gurrieri e poi rilanciata da Pezzini", rilevando, infine, che tali condotte sarebbero state censurate dalle Camere Penali e concludendo con una serie di affermazioni, queste largamente condivisibili, in merito al rilievo pubblico e costituzionale della difesa e alla funzione dell'avvocato come garante di tale fondamentale diritto.
Orbene, ritengo il contenuto dell'articolo in questione profondamente lesivo della mia dignità di cittadino e di avvocato e la ricostruzione dei fatti incompleta ed arbitraria. Innanzitutto, contrariamente a quanto indicato nel sottotitolo, non sono un penalista, essendomi dall'ormai lontano 1993, anno in cui ho prestato il giuramento forense, occupato in assoluta prevalenza di diritto amministrativo, come avrebbe potuto appurare l'autore dell'articolo.
Il giornalista, invece, ha riportato alcune righe di un post privato da me pubblicato nella mia bacheca Facebook, e poi riprodotto in quella della pagina Facebook della testata Avvocati Rando Gurrieri, deliberatamente epurandolo dell'inciso iniziale, così da stravolgerne completamente il senso e da pervenire alla conclusione opposta rispetto a quella che era nell'intenzione del sottoscritto. Ho scritto quel post, dal titolo "Alessio, Simone", di getto, a distanza di poche ore dalla tragedia.
L'ho scritto da cittadino di Vittoria, di una comunità da quel momento avvolta da un dolore inenarrabile. L'ho scritto, pensando a questi due ragazzini, che frequentavano una scuola della città i cui piccoli studenti, compresi loro, ho incontrato almeno un paio di volte nel corso del mio incarico, negli anni passati, di assessore comunale all'Istruzione. Un post lungo, riferito a questa comunità, e non certo a quella degli avvocati, nel quale, ad un certo punto, ho scritto così: "Quant'è brutto dirlo per degli avvocati, ma vorremmo per un attimo, d'impeto, che non ci sia un solo Collega sulla faccia della terra che lo assista nemmeno come difensore d'ufficio!". Una iperbole, come evidente per tutti, meno che per il redattore del Dubbio, che ha ritenuto (incredibile!) di cancellare il periodo iniziale, così, a mio sommesso avviso, rischiando di compromettere i doveri di verità e di completezza nell'informazione anche sotto tale profilo.
Come hanno rilevato decine, centinaia di avvocati di tutta Italia, proprio quell'inciso "per un attimo, di impeto" sta a significare che, anche quando ci sono fatti che ci fanno inorridire, trasalire dal punto di vista dell'emozione umana al punto da portarci istintivamente, per un attimo, ad allontanarci dai nostri principi, nonostante tutto, superato quell'attimo, siamo tenuti a continuare a crederci.
Credere, da uomini prima ancora che da avvocati, che tutti abbiano diritto ad un difensore e ad una difesa, indipendentemente dal delitto che siano loro contestati; credere che, come proclama solennemente l'articolo 24 della Costituzione, la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento; credere che ciascun accusato abbia comunque diritto ad un processo equo e celebrato nel rispetto assoluto delle regole; credere, ancora, che mai per un Avvocato, l'assunzione di una difesa, anche quando si trattasse di un crimine efferato e ci si trovasse di fronte ad un reo confesso, potrebbe implicare anche implicitamente una difesa delle azioni e della persona, piuttosto che, correttamente, dei suoi diritti; credere, ancora, che la difesa d'ufficio è istituto di centrale rilevanza costituzionale e di altissimo valore civile.
Questi sono i principi nei quali, fin dal momento del mio giuramento, e pur non essendo un penalista, mi sono integralmente riconosciuto, e che, sia pure attraverso una iperbole, o un paradosso - ben sapendo che non si potrebbe celebrare un processo senza un Avvocato - ho inteso riaffermare nel mio post.
Detto questo, non posso mancare di rilevare, con la stessa nettezza, che oltre al diritto alla difesa, esiste anche un diritto degli avvocati a difendere, di fiducia, a loro insindacabile giudizio, chi ritengano opportuno; così come, per quanti sono iscritti all'albo dei difensori d'ufficio, e pertanto obbligati a prestare la difesa, esiste anche il diritto, riconosciuto dall'articolo 97 comma 5 cpp, a chiedere di poter essere sostituiti per giustificato motivo.
Così come non può esservi dubbio che un avvocato incaricato della Difesa in un procedimento come difensore d'ufficio che non ritenga, per le ragioni più disparate, di poter svolgere il proprio mandato con serenità, equilibrio, e senza pregiudizi, ben potrebbe, nello stesso interesse del proprio assistito, azionare la procedura di cui al ripetuto comma 5 dell'articolo 97 cpp.
Com'è evidente, si tratta di principi irrinunciabili e non negoziabili e fanno bene le Camere penali a richiamare l'attenzione sulla loro centralità. Principi da me, e certamente anche dall'avvocato Pezzini, che se riterrà di intervenire, lo farà per conto suo, ritenuti indefettibili, come peraltro hanno compreso centinaia, migliaia di avvocati che si sono riconosciuti nel mio post e in quello, successivo, del Collega Pezzini, non scorgendo in essi alcun animus anche solo latamente offensivo rispetto al nostro giuramento di Avvocati.
Ragion per cui l'articolo pubblicato sulla sua testata, per quanto concerne i riferimenti alla mia persona, oltre che a quella del Collega, è del tutto inaccettabile. Come è inaccettabile, offensivo e del tutto gratuito il riferimento a quel "cavalcare l'ondata emotiva che la notizia ha inevitabilmente determinato" e al "malcelato tentativo di acquisire consensi".
Un comportamento - fuori le righe da sciacalli - che non appartiene alla mia persona, né alla linea di una testata giornalistica, Avvocati Rando Gurrieri, che da quattro anni, senza richiedere alcun abbonamento diretto o indiretto per l'accesso ai contenuti, e con costi di gestione ancora superiori alle limitate entrate - assicura un'informazione quotidiana, tecnica e pluralista a decine di migliaia di avvocati, che hanno fatto di tale testata uno dei quotidiani giuridici più seguiti del paese. E nell'ambito del quale, giova rilevare, proprio ai temi ed ai principi richiamati dalle Camere penali è stato accordato larghissimo spazio, particolarmente nell'ultimo periodo, nel corso del quale l'Ucpi ha profuso un'intensa azione a loro presidio. Distinti saluti.
*Avvocato
Risponde Errico Novi
Gentile Avvocato, mi colpisce, della sua lettera, la passione delle idee e dello stile argomentativo. Sui valori di fondo siamo evidentemente vicini. Riconosco che aver riportato in modo non integrale la sua frase ne ha alterato il senso. Così come è evidente che il ruolo istituzionale da lei rivestito negli anni scorsi nella comunità di Vittoria consente di comprendere davvero il significato delle sue parole.
La passione per il principio di intangibilità del diritto di difesa, che può contagiare anche un giornalista, ha indirizzato il sottoscritto verso una lettura non pienamente coerente con il suo pensiero. Nel suo inciso "per un attimo e d'impeto" sta il riconoscimento di quel principio, di cui va sempre ribadita la dignità così come va fatto per la libertà di difendere, che è diritto, come da lei segnalato, di ogni avvocato. Mi auguro che il risultato finale consista nell'aver ribadito, anche grazie a lei, quanto quel principio sia cruciale per la tenuta della nostra stessa Civiltà, e che ne possa uscire rafforzata la comune determinazione nel continuare a difenderlo.
di Virginia Piccolillo
Coriere della Sera, 13 settembre 2019
Corte di Cassazione: assolti i magistrati di Catanzaro. La Sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d'appello di Salerno che aveva dichiarato prescritti i reati di abuso d'ufficio a carico dell'ex procuratore aggiunto di Catanzaro, Salvatore Murone, e dell'avvocato generale Dolcino Favi, per aver sollevato dalle indagini Why Not e Poseidone l'attuale sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, all'epoca pm a Catanzaro.
Un annullamento che fa ritornare in vita la prima sentenza, emessa dal tribunale di Salerno per la cosiddetta "guerra tra procure", che aveva assolto i colleghi dalle accuse di de Magistris di avergli sottratto illecitamente le inchieste per evitare che giungessero a conclusione dimostrando l'intreccio di complicità, favori e affari, all'ombra di una loggia massonica. Un'inchiesta che coinvolse alte cariche istituzionali e politici. Ispirando l'intervento dell'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. Molti ex imputati ieri si sono fatti sentire.
A cominciare dall'ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella: "Da de Magistris, falso Robin Hood, ho subito danni che spero verranno presto quantificati". "L'abuso è storia", ribatte l'ex pm. "Ci sono alcune cose chiare dalle quali non si può scappare", dice invitando ad attendere le motivazioni. "La sentenza entra nella legittimità" e non nel "merito". "E se anche dovessero mettere una pietra tombale, e io non avrò diritto a risarcimento, rimane per sempre che la revoca e l'avocazione furono condotte di abuso al fine di danneggiare un pm. Da una parte ci sono le persone perbene, dall'altra chi non lo è".
"Le parole di de Magistris fanno a pugni con il diritto", replica l'ex procuratore aggiunto di Catanzaro Murone, invitandolo a non confondere chi non conosce il diritto. "La storia giudicherà lui e la sua carriera politica", rincara l'ex avvocato generale Dolcino Favi. Il figlio Francesco, avvocato che lo ha difeso, puntualizza all'Adnkronos: "Senza l'esposizione mediatica sarebbe mai diventato europarlamentare e sindaco?".
Vincenza Bruno Bossio, ora deputato dem attacca: "Sono stata uccisa e poi resuscitata". Assolti (come in primo grado) anche l'ex senatore Giancarlo Pittelli, il procuratore Mariano Lombardi, deceduto, e Antonio Saladino.
Il Sole 24 Ore, 13 settembre 2019
Reati tributari - Omessa dichiarazione Iva - Punibilità del prestanome o amministratore della società - Necessario il comportamento doloso. In materia di reati tributari e in particolare nel caso di omessa dichiarazione Iva, ai fini della punibilità del reato, nella specie l'amministratore di diritto della società o il prestanome, non basta il dolo generico ma è necessario il dolo specifico di evasione, integrato dall'intenzione di sottrarsi al pagamento delle imposte nella consapevolezza dell'illeceità del fine e del mezzo. Non è infatti sufficiente ai fini della colpevolezza, la mera assunzione dell'incarico di amministratore di diritto.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 28 agosto 2019 n. 36474.
Finanze e tributi - In genere - Omessa presentazione della dichiarazione annuale - Dolo di evasione - Prova - Contenuto. In tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74), può essere desunta dall'entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell'esatto ammontare dell'imposta dovuta.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 6 maggio 2016 n. 18936.
Reati fallimentari - Bancarotta fraudolenta - In genere - Amministratore della società con ruolo di mero prestanome - Responsabilità penale - Sussistenza. In tema di bancarotta fraudolenta, l'amministratore di diritto risponde unitamente all'amministratore di fatto per non avere impedito l'evento che aveva l'obbligo giuridico di impedire; a tal fine, è necessario, sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza, da parte del primo, che l'amministratore effettivo distrae, occulta, dissimula, distrugge o dissipa i beni sociali.
Tale consapevolezza, se da un lato non deve investire i singoli episodi nei quali l'azione dell'amministratore di fatto si è estrinsecata, dall'altro, non può essere desunta dal semplice fatto che il soggetto abbia acconsentito a ricoprire formalmente la carica di amministratore; tuttavia, allorché, come nella specie, si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possono scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l'accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l'affermazione della responsabilità penale.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 27 febbraio 2006 n. 7208.
Finanze e tributi - In genere - Reati tributari - Omessa dichiarazione - Responsabilità dell'amministratore di fatto - Sussistenza - Responsabilità a titolo di concorso dell'amministratore di diritto - Condizioni. Del reato di omessa presentazione della dichiarazione ai fini delle imposte dirette o Iva, l'amministratore di fatto risponde quale autore principale, in quanto titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l'azione dovuta, mentre l'amministratore di diritto, quale mero prestanome, è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell'evento (artt. 40, comma secondo, cod. pen. e 2932 cod. civ.), a condizione che ricorra l'elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 24 settembre 2015 n. 38780.
Tributi e finalità (in materia penale) - Dichiarazione dei redditi - Omessa presentazione - Redditi di organismi societari - Reato di cui all'art. 5 del D.L.vo n. 74/2000 - Addebitabilità. Il reato di omessa presentazione della dichiarazione del redditi, previsto dall'art. 5 del D.Lgs. n. 74/2000, è addebitabile, nel caso di redditi conseguiti da organismi societari, non solo all'amministratore di diritto, formalmente tenuto all'incombente in questione, ma anche al soggetto al quale sia riconoscibile il ruolo di amministratore di fatto.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 24 settembre 2015 n. 38780.
di Aldo Balestra
Il Mattino, 13 settembre 2019
Sono due gli aspetti che s'incrociano, e confliggono sempre di più, nella notizia del permesso concesso ad un ragazzo detenuto per aver ucciso selvaggiamente, quando era ancora minorenne e insieme a due complici, una guardia giurata. Permesso di poche ore per pranzare "con i soli familiari" in occasione del compimento della maggiore età, accompagnato dalla scorta di poliziotti penitenziari in una canonica messa a disposizione dal cappellano, a poche centinaia di metri dal carcere minorile di Airola.
C'è un aspetto che attiene al diritto stricto sensu, alla corretta applicazione e al rispetto di leggi e ordinamenti, ed uno che riguarda il comune sentire, a cominciare da quello intimo e doloroso della famiglia del vigilante napoletano ucciso a botte per rubargli la pistola.
Un sentire oltraggiato e ferito, alimentato vorticosamente dalla pubblicazione su Instagram, da parte di una cugina del giovane detenuto, delle foto scattate durante quel breve permesso: non solo un pranzo con i familiari, per il neo diciottenne Ciro da poco condannato a più di 16 anni di reclusione per quell'orrendo delitto alla stazione metro di Chiaiano, ma una vera e propria festicciola. Un party con tanto di palloncini, festoni e fotografie di rito, a cui hanno forse preso parte non solo i familiari stretti del ragazzo detenuto, ma anche (lo si sta verificando) altri parenti e amici. Il tutto a pochi giorni dalla celebrazione del processo d'Appello.
Di fronte alle sdegnate reazioni che si sono levate alla pubblicazione dell'istantanea di Ciro che riceve il bacio della fidanzatina in punta di piedi, nella canonica addobbata a festa, ha fatto bene il Ministero di via Arenula ad aprire un'inchiesta a tutto tondo, dovendo ricostruire ogni aspetto, a partire da fondatezza e opportunità del cosiddetto "permesso trattamentale". Samuele Ciambriello, Garante per i diritti del detenuto, ha ben ricordato sul Mattino che si tratta di una "chance", non di un "privilegio". La pena, dice la Costituzione, deve sempre tendere alla rieducazione del condannato.
Fino alla richiesta del direttore del carcere, sostenuta dal buon comportamento del ragazzo (che mai, però, ha mostrato sinora segnali di pentimento), non sembrano emergere prima facie controindicazioni particolari. Altra cosa sono la valutazione dell'esistenza dei requisiti nella concessione da parte della Sezione Minori della Corte d'Appello (c'erano tutti i presupposti?) e, soprattutto, le modalità di svolgimento del breve permesso (Prescrizioni particolari? E quali? Chi poteva partecipare?). Su questo secondo punto sarà utile, evidentemente, valutare le relazioni della scorta penitenziaria.
Non vorremmo però che questi aspetti, per i quali è utile un accertamento senza se e senza ma, distorcessero pericolosamente la percezione legislativa del permesso stesso, "beneficio accordato se ci sono i presupposti, non uno sconto di pena", come ha ricordato il Capo dipartimento Giustizia minorile, Gemma Tuccillo.
Il problema, allora, è soprattutto interrogarsi e riflettere ancora su come, e quanto, il gesto più praticato di questi tempi molto social, un gesto di apparente e innocente libertà, finisca - bene lo evidenzia Ciambriello - per trasformare tutti (oltre l'utile spunto ad occuparsi del caso) in "vittime e carnefici", incidendo sulla carne viva del dolore e comunque formando, o coartando, coscienze e giudizi. Quelle foto pubblicate con disinvoltura (ci auguriamo inconsapevole) sui social sono un indiscutibile oltraggio al figlio e alla figlia di Franco Della Corte, un atto incontrollato e incontrollabile di volgare leggerezza.
Christopher Lasch, opportunamente, ci ha ricordato come l'individualismo esasperato abbia ormai trasformato stili e comportamenti della nostra vita quotidiana. Il narcisismo proprio, e dei gesti altrui, ostentato sui social, anche dalla banalissima foto del primo giorno di scuola di un figlioletto fino al bacio della fidanzata del ragazzo assassino in permesso premio, o la ripresa video di folli corse in auto e persino la confessione in diretta di omicidi, questo narcisismo sempre più diffuso dimostra come - con la perdita del senso continente della realtà oppure l'inutile ostentazione o deformazione di essa - si finisca per mettere in discussione ciò che di vero, e magari codificato, già c'è.
Ovvero il rispetto della riservatezza propria ed altrui, l'opportunità di un gesto, la sicurezza, la legge o magari la stessa considerazione della legge, sino - ma qui il discorso diventa assai più ampio - ai processi democratici e alla vita stessa. Finisce che sia messa in discussione la libertà propria, nel nostro caso quella di aver diritto e aspirare ad un graduale e consapevole ritorno in libertà dopo aver pagato il conto alla giustizia. E senz'altro si offende l'altrui, come quella sacrosanta di vivere in pace, senza offese, il proprio grande dolore per un padre ucciso a bastonate, in una balorda notte di marzo alla stazione metro di Chiaiano.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 13 settembre 2019
Intervista allo studioso Antonio Giustozzi. Le promesse al vento di Washington, l'insoddisfazione dei Talebani il cui leader ora rischia grosso, l'errore strategico del Pakistan, gli auspici del presidente Ghani... Così fallisce un negoziato. "Un'ambasciata a Kabul con spie, contractors e marines poteva starci, ma poi il presidente americano se ne è uscito con la presenza militare di lungo termine"
Delegazione dei Talebani incontra i media a Mosca alla vigilia del terzo round di colloqui con gli Usa a Doha, in Qatar.
L'inviato Khalilzad che promette e non mantiene. I Talebani insoddisfatti. Gli Usa incerti sul ritiro. L'errore strategico del Pakistan, che alza troppo il tiro e consegna al presidente afghano Ghani un successo inaspettato. Per Antonio Giustozzi, tra i più autorevoli studiosi del movimento degli studenti coranici, sono le ragioni che hanno fatto saltare il negoziato tra gli Usa e i Talebani, il cui leader, Haibatullah Akhundzada, ora rischia grosso. Condotto per mesi a Doha dall'inviato americano Zalmay Khalilzad, l'accordo prevedeva il ritiro delle truppe straniere, la garanzia che i jihadisti a vocazione globale non avrebbero avuto spazio nel Paese, una riduzione della violenza in alcune aree e la disponibilità dei Talebani a negoziare in futuro con altri attori politici afghani, incluso il governo di Kabul.
Il 7 settembre Trump ha detto che il negoziato con i Talebani era saltato a causa dei loro attentati. Mossa per ottenere maggiori concessioni, tentativo di rivedere quanto già concordato o accordo troppo ambiguo?
La scusa di Trump non regge. I Talebani erano insoddisfatti dell'andamento dei negoziati. Khalilzad ha fatto promesse che non ha mantenuto. Non è riuscito a convincere Ghani a farsi da parte. Così ha proposto che, anziché un governo a interim, a negoziare con i Talebani fosse una delegazione rappresentativa di tutte le correnti politiche, anche di opposizione. Ghani ha accettato la delegazione, ma le ha negato potere negoziale autonomo. Non era quello che i Talebani speravano ed era inaccettabile anche per i pachistani, molto ostili verso Ghani, che contraccambia.
È mancato il consenso anche sulla natura della presenza militare statunitense, dopo il ritiro delle truppe...
C'è stata una certa esitazione americana sull'idea del ritiro completo. I Talebani erano pronti ad accettare la presenza dell'intelligence Usa - per monitorare gli accordi e la presenza di gruppi jihadisti - a condizione che fosse camuffata. Un'ambasciata a Kabul con tante spie, qualche centinaio di marines, oltre alla presenza di contractors formalmente non riconducibili alla Cia poteva passare, ma poi Trump, via Twitter, ha fatto riferimento a una presenza di lungo termine. Haibatullah ha già problemi a far accettare ai "duri" la linea del negoziato. L'idea di una presenza prolungata o del controllo di una base militare spaccherebbe il movimento. L'ordine di riprendere gli attacchi è arrivato a fine agosto, in coincidenza con l'uscita di Trump.
I termini dell'accordo raggiunto "in linea di principio" non sono mai stati chiariti del tutto. Una scelta, o di per sé erano ambigui?
Khalilzad ha un'eccezionale abilità nel dire e non dire. Ha fatto avvicinare le tre parti ma raccontando storie diverse a ciascuno e mantenendo una certa opacità. Arrivati al dunque, i Talebani si sono accorti che la delegazione afghana non era autonoma, che quei 500 uomini dell'intelligence nell'ambasciata Usa assomigliavano a una base militare; gli Stati uniti che le garanzie talebane sui jihadisti erano poco chiare, etc. Khalilzad sperava che una volta portati in mezzo al guado i tre attori si sarebbero accordati, perché tornare indietro sarebbe stato politicamente troppo costoso. Ma Trump non tiene conto di queste cose.
Molti ritengono che la questione non sia se, ma quando Washington deciderà di tornare al tavolo negoziale...
Per Trump i tempi sono stretti. Se non succede nulla entro dicembre, non se ne farà nulla. Non avrà tempo sufficiente per capitalizzare. Nel lungo periodo o la guerra continua per sempre o si negozia, ma sarà sempre più difficile trovare una controparte taliban disposta a farlo. Se Haibatullah venisse bruciato dal negoziato, sarebbe già il secondo leader a rimanerne vittima (dopo mullah Mansur, polverizzato nel maggio 2016 da un drone Usa nel Beluchistan pachistano, ndr). Vorrebbe dire che per i Talebani è più facile e conveniente fare la guerra che la pace.
L'accordo prevedeva la presa di distanza dei Talebani dai jihadisti a vocazione globale, inclusa al-Qaeda. Quali sono i loro rapporti, ora?
In forte deterioramento da febbraio, quando Haibatullah ha ordinato ai suoi di tagliare i ponti con i gruppi jihadisti, su richiesta di Khalilzad. Ci sono stati incontri ai quali hanno partecipato membri senior della Rahbari Shura (la cupola della leadership talebana, ndr) per rassicurare al-Qaeda, che però ha perso fiducia. Al-Qaeda non ha preso posizione pubblicamente perché ancora riconosce Haibatullah come leader supremo. È una situazione imbarazzante. Esclude lo scontro frontale, ma compromette rapporti di lunga data.
La questione dei rapporti con al-Qaeda rischia di frammentare ulteriormente il movimento? Più passa il tempo e più sarà difficile per Haibatullah mantenere consenso sulla linea negoziale...
Le critiche dei duri sono accese. "Sono fratelli di jihad, ci hanno aiutato, ora dovremmo rivolgerci contro di loro? È inaccettabile" dicono molti. Se il negoziato dovesse finire così sarebbe in questione la leadership di Haibatullah, che da febbraio fino almeno a giugno ha optato per la de-escalation militare, costata cara ai Talebani in termini di perdite. Nella Rahbari Shura alcuni elementi pro-Haibatullah si sono già riallineati con Sirajuddin Haqqani, del fronte oltranzista. Contrari a qualsiasi accordo, in particolare con gli americani, gli Haqqani sono stati costretti da pachistani e sauditi ad abbassare la testa. Per sei mesi sono stati buoni. Poi a fine luglio hanno avuto un nuovo via libera.
E il Pakistan, tradizionale sponsor degli studenti coranici, come si sta muovendo?
Per i pachistani l'accordo è anche un modo per rientrare nelle grazie di Washington, ma la situazione è complicata: ora possono optare per la prova di forza militare, e allora Haibatullah, l'uomo del negoziato, potrebbe non servire più, oppure forzare i Talebani a ulteriori concessioni. Ma oltre alla soddisfazione di Washington, cosa ne guadagnerebbero? Già hanno perso in Kashmir. Se perdessero anche in Afghanistan sarebbe dura. Islamabad ha commesso un errore di calcolo, spronando i Talebani ad aumentare la pressione militare su Ghani e sugli americani prima della firma dell'accordo. Hanno alzato troppo il tiro. Era ciò che voleva Ghani. Il fatto che al potere ci sia ancora lui, e vicino al secondo mandato, è una sconfitta clamorosa per i pachistani.
Sul "che fare" dopo un eventuale accordo, sul tipo di sistema politico-istituzionale da istituire in Afghanistan, i Talebani sembrano avere idee confuse...
Alcune idee ferme ci sono, e c'erano delle Commissioni al lavoro. Accettano che sia impossibile tornare all'Emirato e che serva un regime ibrido, che coniughi elementi dell'attuale Repubblica islamica con elementi dell'Emirato. Accettano che ci siano elezioni per determinare chi governa e un regime pluralistico, anche se non del tutto inclusivo. Le discussioni con altri partiti politici afghani, soprattutto islamisti, sono già in una fase avanzata, e anche per questo saboteranno le presidenziali del 28 settembre, ma senza stragi clamorose di civili, per non compromettere la parziale uscita dal loro isolamento politico interno.
di Francesco Campi
Il Gazzettino, 13 settembre 2019
In attesa del lavoro, un corso di sicurezza sul lavoro. In carcere. È nella casa circondariale di Rovigo che Assistedil, ente di formazione bilaterale, ha tenuto il mese scorso un corso sicurezza base rivolto ai detenuti. Ai 15 partecipanti, che hanno ricevuto una formazione in materia di igiene, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, è stato poi consegnato l'attestato previsto dalla normativa per l'accesso ai luoghi di lavoro.
"Hanno partecipato con impegno e interesse al corso, senza il verificarsi di alcuna criticità", evidenzia il presidente di Assistedil Franco Girardello, che rimarca come "progettare processi di formazione efficaci per i nostri utenti non significa consegnare un semplice pacchetto di indicazioni nozionistiche, al contrario ogni percorso è il risultato di un piano formativo organico che tende a strutturare, solidificare e rafforzare in maniera completa la crescita professionale che rientra nel progetto più ampio di Assistedil riguardo alla formazione continua.
Dopo questa prima positiva esperienza, in accordo con la direzione della casa circondariale, proporremo anche attività professionalizzanti, in modo da permettere ai detenuti, una volta usciti, di reinserirsi attivamente nel mondo del lavoro, anche attraverso i servizi al lavoro per i quali il nostro ente è accreditato in Regione".
Anche da parte del responsabile dell'Area Trattamentale della casa circondariale di Rovigo Claudio Mazzeo, arriva una sottolineatura della positiva dell'esperienza: "La direzione della casa circondariale, nell'esprimere apprezzamento per l'attività espletata, che ha consentito l'acquisizione di un attestato di formazione, primo passo per eventuali avvii di ammissione al lavoro sia all'interno dell'istituto che all'esterno, conferma la bontà dell'iniziativa e auspica che la stessa non sia fine a se stessa, ma rappresenti l'avvio di un percorso formativo professionale a carattere continuativo e permanente".
Il nuovo carcere di Rovigo, a fronte di una capienza massima di 207 ristretti, al 31 agosto ne ospitava 148, ben 110 dei quali di origini straniere. "L'offerta formativa - aggiunge il vicepresidente di Assistedil, Gino Gregnanin -propone due principali macro aree: la formazione in materia di salute, igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, formazione obbligatoria prevista dai disposti normativi per lavorare in sicurezza, che nel 2018 ha visto la realizzazione di 84 corsi per un totale di 5.373 ore erogate, con il coinvolgimento di 928 utenti, e i corsi professionalizzanti, per raggiungere obiettivi professionali e personali con 7.342 ore di formazione erogate per 162 utenti".
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