di Anna Grazia Concilio
romatoday.it, 26 luglio 2019
I detenuti, insieme a operatori Ama e uomini del Servizio Giardini sono impegnati nel ripristino del decoro del verde e della segnaletica. Una squadra composta da detenuti, operatori Ama e operatori del Servizio Giardini è all'opera a Casal Monastero. A partire dalla mattina di giovedì, un gruppo di detenuti ha iniziato a lavorare per la manutenzione del verde in uno dei quartieri più periferici del territorio del Municipio IV. Le attività che si inseriscono all'interno di un protocollo d'intesa tra il Comune, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e la Società Autostrade "Mi riscatto per Roma" proseguiranno anche nei prossimi giorni.
Gli interventi dei detenuti sulle strade del quartiere - Non solo verde: i detenuti al lavoro in queste settimane nel quartiere di Casal Monastero non si occuperanno solo della manutenzione del verde ma si dedicheranno anche al ripristino del decoro sotto altre forme che riguardano i luoghi pubblici, fruiti dai cittadini. "A partire da giovedì mattina - ha spiegato la minisindaca Roberta Della Casa, presidente del Municipio IV - I detenuti si dedicheranno anche alla cura delle strisce pedonali e della segnaletica stradale in generale". A esprimere entusiasmo anche il comitato di quartiere Casal Monastero: "È una bellissima iniziativa che oltre a favorire il quartiere offre una possibilità ai detenuti".
strettoweb.com, 26 luglio 2019
Pare sia la prima volta che accada in Italia che un ospite di una Residenza Sanitaria psichiatrico-detentiva si laurei a distanza in Ingegneria informatica, e ciò accade in una struttura gestita direttamente dall'Asp di Messina ovvero la Rems di Naso; le Rems sono strutture residenziali sorte a seguito di quanto disposto dalla legge 81/2014 per il superamento degli ex Ospedali Psichiatrici giudiziari, e sono finalizzate tramite un percorso terapeutico riabilitativo individuale al recupero dell'individuo. "L'Asp di Messina - dice il Direttore Generale Paolo La Paglia - crede molto nel recupero della dignità umana e nella piena riabilitazione della persona; abbiamo appositamente installato a Naso una piattaforma Skipe che permetterà a Gabriel, venerdì 26 luglio alle ore 9.00, di laurearsi a distanza in Ingegneria Informatica in collegamento telematico con il Politecnico di Milano".
La storia di Gabriel - Gabriel è internato a Naso dal 19/09/2018 a seguito di ordinanza del Magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Messina ed essendo dotato di un alto quoziente intellettivo, a completamento dei colloqui psichiatrici e psicologici effettuati dall'eccellente Team polispecialistico della Rems guidato dal Dott. Giuseppe De Luca, ha ripreso gli studi universitari che aveva abbandonato per le sue patologie sopraggiunte; gli specialisti della struttura di Naso grazie all'autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza di Messina hanno stabilito un contatto con il Politecnico di Milano nella persona del Prof. Aldo Torrebruno concordando che Gabriel, completato il ciclo di studi, potesse laurearsi a distanza. I familiari di Gabriel, a norma del regolamento penitenziario, potranno assistere alla cerimonia e successivamente il personale della struttura accompagnerà Gabriel a partecipare a un rinfresco organizzato dalla famiglia per ricordare l'evento, che certamente resterà impresso nella vita di Gabriel e degli ospiti della Rems di Naso.
di Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 26 luglio 2019
Decreto sicurezza. L'approvazione in primo passaggio parlamentare del Decreto sicurezza bis getta una luce inquietante. L'approvazione in primo passaggio parlamentare del Decreto sicurezza bis getta una luce inquietante sulla reale politiche in materia di gestione dei flussi migratori da parte del Ministro degli Interni: è infatti oramai evidente che non vi è nessuna intenzione di affrontare realmente il problema, e tantomeno di risolverlo in chiave europea o addirittura internazionale, perché la rendita della gestione sub specie ordine pubblico dei migranti, con annessa criminalizzazione delle Ong e dei migranti stessi, è oramai chiaramente il core business della Lega, il giacimento quasi unico del suo consenso elettorale.
La chiara volontà di non risolvere alla radice le questioni, complesse ma chiare, legate ai fenomeni migratori, può essere riassunta in alcuni passaggi chiave. In primis, al livello mondiale, il ritiro dell'Italia dal global compact sulla migrazione, in un primo tempo approvato e poi rigettato da un Parlamento già allora influenzato dalla visione leghista delle relazioni internazionali. Certo siamo in buona compagnia, con l'America di Trump che, non a caso, mantiene la stessa rotta, e cioè da una parte muri e repressione interna, dall'altra taglio selettivo delle risorse per la cooperazione allo sviluppo. Ultima, la decisione di estendere a tutti gli interventi a favore dell'interruzione consapevole e sicura di gravidanza, la cosiddetta Mexico City Policy che vieta ad Usaid, l'Agenzia Usa per la cooperazione, di finanziare Ong che le implementano o sostengono partner che lo fanno. Un chiaro segnale contro il rispetto degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, tra i quali sono compresi il rispetto e l'appoggio ai diritti riproduttivi e sessuali. Pensiamo solo alle gravidanze precoci, ai matrimoni forzati, ai pericoli per la salute delle bambine e delle donne che derivano dalle interruzioni clandestine.
Il dibattito su come contrastare queste decisioni si è aperto tra le Ong internazionali che si occupano di infanzia, ma non solo, dato che la posta in gioco è, da una parte, il rispetto di diritti fondamentali, dall'altro l'indipendenza e la coerenza delle Ong stesse. E così, anche in Italia, prende una luce prospettica inquietante il parallelo tra sostegno ai movimenti pro life, e politiche anti-migratorie. Secondo passaggio, l'alleanza con i sovranisti europei. Sappiamo bene che se si vuole cambiare la normativa di Dublino, è necessario creare una rete di alleanze tra le varie forze politiche comunitarie. ORA, SE LA LEGA dialoga solo con quelli che il regolamento di Dublino non vogliono assolutamente toccarlo, qualche ulteriore dubbio viene. Per questo il continuare a salvare vite, ad accoglierle, a denunciare la chiusura degli spazi democratici, costituiscono gli anticorpi necessari alla democrazia del nostro Paese dell'Europa e, per fortuna, l'insieme delle Ong italiane ne è decisamente consapevole.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 26 luglio 2019
Non si capisce in che cosa consista la fede di quelli che hanno rivendicato l'incendio. Nella storia gli anarchici si sono fatti conoscere per la dignitosa povertà in cui vivevano, per il loro internazionalismo, per l'antimilitarismo, per un ideale di uguaglianza e fraternità, contro ogni forma di gerarchia e di rappresentanza. Quando decidevano di usare la forza, lo facevano a proprio rischio e pericolo, sfidando il potere. Raramente usavano la violenza ma quando lo facevano, sceglievano accuratamente la vittima e miravano a chi era veramente al comando: un re, un principe, un grande amministratore, un membro importante del governo, un capo di polizia.
Ricordiamo alcuni casi. Nel 1878 Giovanni Passannante attentò alla vita di Umberto I di Savoia e fu condannato a morte; il 24 giugno del 1894 Sante Caserio uccise il presidente della Repubblica francese e fu giustiziato; nell'agosto del 1897 Michele Angiolillo uccise il presidente del consiglio spagnolo Antonio Canovas de Castillo e fu giustiziato; nel settembre del 1898 Luigi Lucheni uccise a Ginevra l'imperatrice d'Austria Elisabetta di Baviera e fu condannato all'ergastolo; il 29 luglio del 1900 Gaetano Bresci uccise a Monza Umberto di Savoia e fu condannato all'ergastolo; il 31 ottobre del 1926 Anteo Zamboni attentò alla vita di Mussolini a Bologna e morì linciato da parte degli squadristi fascisti.
Per non parlare di Sacco e Vanzetti che furono condannati a morte negli Stati Uniti per le loro idee anarchiche, su accuse non provate di un delitto non compiuto. Nei suoi scritti il teorico anarchico Enrico Malatesta sostenne che gli attentati erano inutili ed erano da evitare perché si poteva, senza volere, coinvolgere degli innocenti. Interessante ricordare che gli anarchici furono fra i primi a riconoscere e difendere l'omosessualità e il libero amore, la tutela della natura e dell'ambiente.
Non conosciamo questi sedicenti anarchici toscani che hanno rivendicato l'incendio della cabina elettrica delle ferrovie vicino Firenze, ci chiediamo in che cosa consista la loro fede anarchica, solo in uno spirito di vendetta contro degli arresti? Cosa vogliono ottenere colpendo, non i responsabili di quella condanna ma della gente qualsiasi che ha la sola colpa di viaggiare su un treno? Questo si chiama terrorismo, un terrorismo bieco che se la prende con persone qualsiasi, non per le loro idee o per le proprie azioni, ma solo perché diventano materia di pubblicità.
C'è un bellissimo libro di Doris Lessing, che si chiama "La brava terrorista", in cui si racconta di un gruppo di giovani idealisti che si propongono di cambiare il mondo denunciando la corruzione e le ingiustizie. Per prima cosa occupano una casa e si mettono in giro per Londra distribuendo volantini. Ma nessuno li prende sul serio, i volantini vengono gettati via e l'occupazione viene perfino riconosciuta dalla autorità come un diritto civile.
I ragazzi si consultano, e discutendo arrivano alla conclusione che il solo modo per smuovere l'opinione pubblica è fare parlare i giornali. Ma come si fa per fare parlare i giornali? Ci vuole qualcosa di rumoroso che interrompa la pacifica vita della città. Così decidono di sistemare una bomba di carta dentro un cassonetto in modo che esploda di notte quando non c'è nessuno in giro. Ma lo scoppio e l'incendio che ne seguirà non sarà notato. Non ci sono vittime e la cosa passa inosservata perfino nel quartiere preso di mira. Il gruppo riprende a confabulare, a discutere, arrivando alla conclusione che per colpire l'opinione pubblica in una società che pensa e agisce secondo i media, il solo modo per farsi conoscere è usare la violenza cieca, anche rischiando il massacro. Per questo costruiranno una bomba molto più potente che esploderà in pieno centro nel momento del maggiore traffico. Questa volta sì che i giornali ne parleranno: infatti la bomba, per quanto primitiva e fatta con sistemi casalinghi, esplode schizzando chiodi e uccidendo tre persone, oltre a ferirne altre venti.
L'azione è compiuta. Finalmente l'opinione pubblica si occuperà di loro e tutti leggeranno le loro rivendicazioni. Il gruppo è entrato in politica. Ora potranno occuparsi di difendere i poveri e gli esclusi, ora potranno denunciare le ingiustizie e le corruzioni con una sinistra autorità. Solo una ragazza del gruppo, osservando la fotografia di un bambino dilaniato dalla bomba, si chiederà: ma veramente dobbiamo uccidere degli innocenti per difendere degli altri innocenti? Davvero per cambiare il mondo c'è bisogno di massacrare ciecamente corpi adulti e bambini? Doris Lessing ci ricorda che i ragazzi non erano per l'appunto anarchici, erano sì degli idealisti, innamorati di una idea astratta di giustizia e libertà, ma avevano la perversa ambizione di credere che la loro voce fosse la sola giusta. Volendo protestare contro gli assassini dei diritti umani, diventano essi stessi assassini.
di Fabio Albanese
La Stampa, 26 luglio 2019
Le imbarcazioni partite da Al-Khoms. Medici senza frontiere: i 135 sopravvissuti in stato di choc e ipotermia. Il bilancio ufficiale fornito dalla Guardia costiera libica conta 115 dispersi e 135 salvati. Fonti umanitarie si spingono a dire che i dispersi - leggi, morti annegati - sarebbero 150. Di certo c'è che ieri, davanti alle coste della Libia, si è consumata "la peggior tragedia del Mediterraneo di quest'anno", per dirla con le parole dell'Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi.
Cosa sia accaduto 5 miglia al largo di Al-Khoms, città a 120 km a est di Tripoli, è ancora poco chiaro. Il naufragio di disperati, partiti dalla Libia per tentare di raggiungere l'Italia, l'Europa, in realtà sarebbe stato un doppio naufragio. Lo stesso portavoce della Marina libica, Ayoub Qassim, a un certo punto ha parlato di due imbarcazioni in legno con a bordo circa 300 persone, molti eritrei ma anche palestinesi e sudanesi, e tra loro tante donne e bambini. Anche qualcuno dei sopravvissuti avrebbe riferito questo particolare agli operatori umanitari che li hanno assistiti a terra. Ma non ci sono certezze; l'unica è che si è trattato di un'ecatombe, l'ennesima nel Mediterraneo centrale dove altri naufragi si sono verificati in passato, con centinaia di morti annegati e dove in questo momento la presenza di soccorritori è quasi nulla.
Non ci sono navi delle Ong in quel terribile tratto di mare che Oim e Unhcr continuano a definire il più mortale. E, di fatto, nemmeno navi militari da quando è stata chiusa l'operazione Sophia-Eunavformed che ora si limita a controllare dall'alto con aerei, elicotteri e droni ma senza alcuna possibilità di un rapido intervento. Una situazione che le Ong continuano a denunciare, sottolineando come non sia la presenza della navi umanitarie a favorire le partenze dalla Libia e che molti altri naufragi senza testimoni possono essere avvenuti.
D'altronde sempre ieri, un motopesca di Sciacca, l'"Accursio Giarratano", soccorreva un gruppo di 50 persone su un gommone in difficoltà, in un tratto di mare tra Lampedusa e Malta di competenza Sar della Valletta. È rimasto per ore in attesa che arrivassero soccorsi "ufficiali". Si parla anche di almeno altri 6 eventi Sar nella zona, con decine di migranti a rischio. E sempre ieri a Lampedusa ci sono stati 4 sbarchi, 56 persone; in una barca c'erano 10 adulti e 11 bambini; altre 77 persone erano giunte mercoledì.
Il mese scorso c'era stato un naufragio con un'ottantina di morti davanti alla Tunisia, ma per arrivare a oltre 150 vittime bisogna andare indietro di 2 anni: 157 morti e 4 sopravvissuti davanti a Tripoli. Era il 19 maggio 2017. Per il naufragio di ieri, i testimoni sono gli stessi naufraghi.
Medici senza frontiere, che ha assistito a Khoms 135 sopravvissuti arrivati in due gruppi di 82 e 53 persone, dice che "i pazienti sono sotto choc e hanno sintomi da pre-annegamento, come ipossia e ipotermia". La capo missione Msf in Libia, Julien Raickman, ha detto che "ci sono oltre 100 dispersi. I naufraghi sono stati soccorsi da pescatori e riportati a Khoms. Testimoni oculari coinvolti nel soccorso parlano di almeno 70 cadaveri in acqua".
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 26 luglio 2019
Valerio Cataldi racconta il narcotraffico nel mondo, dalla raccolta di oppio nel Messico ai laboratori segreti che producono cocaina fino ai campi di marijuana albanesi. "Narcotica" è il viaggio che Valerio Cataldi compie sulle rotte del narcotraffico in cinque puntate prodotte dal Tg3 e da Raitre (mercoledì, ore 23,15). "Una immersione - si legge nella presentazione - in zone proibite dove regnano corruzione e violenza, il cui controllo è conteso dai cartelli del narcotraffico, gruppi di guerriglieri, paramilitari, gruppi di polizia auto-costituita non riconosciuti".
Diciamolo subito: questo viaggio è stato reso possibile dal fatto che il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D'Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica, hanno deciso di rendere pubblico il loro lavoro. Così come il governo colombiano, accusato dagli Stati Uniti di non combattere efficacemente il narcotraffico, mostra alla stampa internazionale il proprio lavoro.
Tuttavia, a differenza dell'inutile viaggio di Ale Di Battista, Valerio Cataldi ci racconta con coraggio una realtà che fa spavento: i campi di papaveri da oppio nel Messico, i laboratori nascosti nella selva colombiana dove si produce il 70 per cento di tutta la coca prodotta nel mondo, lo sfruttamento dei minori, i campi di marijuana in Albania. Nella seconda puntata, colpisce la figura di Don Rito, un prete che va a cercare questi ragazzini che si spaccano la schiena per riempire sacchi di 70 chili di foglie di coca pagati pochi pesos per ridare loro una dignità di "bambini". In Colombia, l'Esercito di Liberazione Nazionale si finanzia con la coca, anche se non vuole che i suoi membri la consumino. Ipocrisie.
di Francesca Pini
Corriere della Sera, 26 luglio 2019
"San Vittore, a Milano, è stata la prima struttura in Europa a promuovere un nuovo rapporto tra detenuti e figli. Al mio film racconta luci e ombre di questa normalità", spiega l'artista Yuri Ancarani. Rigorosamente veri sono i disegni e gli scarabocchi, scelti tra i migliaia che ha visto in archivio. Quel cielo nero che incombe sul letto del ragazzino quasi a soffocarlo, quella scritta "ho troppe responsabilità" quasi fosse un adulto, "mi sento solo", quel viso fucsia da zombie.
Scavallando di continuo tra finzione e realtà, rendendole permeabili al nostro sguardo, la dimensione del carcere viene trattata dall'artista e film-maker ravennate Yuri Ancarani nella sua nuova opera video San Vittore, incentrata sul rapporto tra i bambini e la reclusione dei genitori (ogni anno, in Italia, ioo mila di loro affrontano questa problematica), che si "scioglie" nei laboratori dove loro disegnano.
Film in programma al Festival di Locarno e che fa parte di una trilogia - San Siro, San Vittore, San Giorgio - allestita al Castello di Rivoli (importante museo internazionale di arte contemporanea, vicino a Torino), in cui l'artista, sempre molto implicato nelle tematiche sociali, e alle loro complicanze, nel primo descrive la "macchina da guerra" organizzativa che sottende alle partite di calcio a Milano, nel secondo il delicato rapporto tra genitori e figli in un luogo detentivo.
E, nel terzo, il mondo finanziario di un'importante banca svizzera visto attraverso la documentazione cartacea prodotta in gran quantità e che viene prima tagliuzzata dai distruggidocumenti per poi volatilizzarsi in tanti coriandoli (allusione visiva del denaro dei risparmiatori andato in fumo). San Giorgio perché la prima banca, fondata a Genova, portò quel nome. Perquisizione Per girare nella casa circondariale di San Vittore a Milano, bui ha visto e assorbito molto, filtrando le sue emozioni fino a farle diventare le nostre.
Ha avuto concessioni, ma anche limiti invalicabili, in una continua necessità di raccontare il vero, a volte però ricostruendolo necessariamente altrove. Ha raccolto confessioni, scoprendo l'umanità della polizia penitenziaria. "Tra loro c'è un'alta percentuale di suicidi", sottolinea l'artista. E, in un frame del film, vedere quel bambino che entra stringendo un bambolotto vestito da poliziotto (guardia che, nella realtà, dovrà davvero perquisirlo, seguendo un protocollo che a volte fa scoprire negli indumenti dei piccoli cose non ammesse) avvicina la dimensione ludica a quelle delle sbarre.
"I bambini sono attratti dal pericolo, ma è la perquisizione a farli sentire come soggetti pericolosi, mentre lo sono invece i padri o le madri detenute", dice l'artista. Il momento della perquisizione risulta quello più vero, eseguito da mani esperte. Una piccola pacca sulla spalla è il lasciapassare. "Certo che ho visto come funziona, le scarpine vengono piegate, lo zaino aperto", dice e non dice Yuri Ancarani non violando una sfera delicata che il suo status di artista gli ha permesso di varcare.
Quel giocattolo è veramente entrato a San Vittore nelle mani di un bambino, come un patto di amicizia, così ricorda il direttore del carcere, Giacinto Siciliano. "In Rete si trovano anche immagini di bambini a volto scoperto che disegnano nei laboratori ma girate in modo dilettantistico; diverso è farne un'opera così diretta, scoprendo dei nervi. I detenuti concedono abbastanza facilmente la liberatoria a filmare loro o i figli, forse non rendendosi conto del potere dell'immagine, ma per loro equivale a uno sprazzo di libertà, a un sentirsi protagonisti. Io ho voluto evitare a tutti i costi la spettacolarizzazione del carcere e della loro condizione. Per questo ho preso degli attori. Ho girato in carcere, però non usando quel materiale. Le persone erano troppo bisognose di partecipare, mentre io avevo necessità di una distanza.
L'anima del film è l'architettura del carcere, vista dai disegni dei bambini. Negli anni passati i detenuti aspettavano i loro figli nella sala incontri, sorvegliati da vicino dai poliziotti. Lia Sacerdote, con la sua associazione Bambini Senza Sbarre, è stata la prima a proporre un nuovo approccio, proprio qui a San Vittore, primo carcere in Europa a dar vita a questo progetto. Nella dimensione del gioco, con fogli di carta e pennarelli, il bambino ritrova il genitore".
Muri grigi L'arte nel mondo carcerario ha dei precedenti, è pensata per alleggerire l'atmosfera. Sempre a San Vittore con interventi di Marco Casentini; in quello di Como, Angiola Tremonti (scultrice e sorella dell'ex ministro) da anni promuove questo tipo di solidarietà coinvolgendo i reclusi nella pratica della pittura. Da 5 mesi, all'Ucciardone di Palermo, con l'artista Loredana Longo si è avviato il progetto #L'arte della libertà. Ancarani ha però una posizione molto cauta. "Chi è veramente motivato opera in silenzio, portare fuori quello che è stato fatto dentro può sconfinare nel teatro. E a volte è meglio lasciare il rigore dei muri grigi".
di Gianni Riotta
La Stampa, 26 luglio 2019
Il neonazista Daniel Lewis Lee, simbolo ariano tatuato sul collo, ha sterminato una famigliola intera, compresa una bambina di otto anni, nel 1996. Lezmond Mitchell ha assassinato una nonna di 63 anni e la sua nipotina di nove. Wesley Ira Purkey ha stuprato e ucciso una sedicenne e assassinato una donna di 80 anni. Alfred Bourgeois ha torturato, abusato e alla fine ucciso sua figlia JG, di due anni, e leggere le carte del processo vi spezza il cuore.
Dustin Lee Honken è colpevole di cinque omicidi, incluse due bambine. Saranno questi, tra dicembre 2019 e gennaio 2020, i primi detenuti del braccio della morte federale che dovrebbero essere giustiziati con il pentobarbital, su ordine del ministro della Giustizia americano William Barr.
Il Guardasigilli del presidente Trump ha infatti ieri rescisso la moratoria di fatto che, dal 2003, lasciava languire i condannati a morte, non dai singoli Stati dove ancora vengono comminate sentenze capitali ma dalla giustizia federale, senza eseguire le pene. Barack Obama, pur favorevole alla pena capitale, era rimasto impressionato dal caso di un condannato che, ormai spacciato dall'iniezione letale, era invece tornato in sé in una orribile agonia, e aveva ordinato al ministro Holder di sospendere le esecuzioni, già ferme dai primi del secolo. Ora, Donald Trump, deciso a correre per la Casa Bianca 2020 su una piattaforma Legge & Ordine, inverte la tendenza e ordina la morte per cinque assassini i cui crimini contro i bambini suscitano orrore anche tra chi si oppone al boia statale.
Da tempo l'opinione pubblica Usa perde entusiasmo per le esecuzioni, 21 Stati su 50 le hanno di fatto abrogate, altri, come New York, California, Pennsylvania non riescono a espungerle dalla legge ma non le applicano a nessun condannato. Il paese è spaccato, se nel dopoguerra fino all'80% degli americani si diceva favorevole alla pena capitale, adesso resta solo il 54% (fonte Pew).
I troppi innocenti scagionati dal Dna nel braccio della morte, la campagna morale guidata dalla Chiesa cattolica, le tracce evidenti di razzismo, con gli afroamericani giustiziati per gli stessi reati per cui un bianco va all'ergastolo, hanno diffuso la consapevolezza che punire con la morte è vendetta, non giustizia. La Corte Suprema ha dibattuto per decenni la questione, senza venirne a capo, ora Trump, con fiuto politico, riapre il caso.
Il partito democratico terrà il secondo round dei dibattiti per le primarie giusto la prossima settimana a Detroit, record del nazionale crimine dopo Saint Louis, e uno dei temi caldi sarà l'incarcerazione di massa per reati anche non violenti di neri e ispanici, che negli Anni '80 e '90 ha fatto degli Usa il paese con più carcerati al mondo. Joe Biden, senatore e poi vicepresidente di Obama, viene accusato da altri candidati, vedi i senatori Harris e Booker, di aver favorito questa crociata, che ha privato del diritto di voto milioni di cittadini (solo in Florida, da poco, oltre un milione di ex detenuti ha riottenuto i diritti civili, malgrado l'ostruzionismo repubblicano).
E lo stesso presidente Clinton, in piena campagna elettorale, negò la grazia a un condannato nero dell'Arkansas afflitto da un grave handicap mentale. Trump e il ministro Barr posizionano dunque il partito con la vecchia grinta Law and Order cara al presidente Richard Nixon e useranno le primarie democratiche per marchiare gli avversari come "soft on crime", morbidi con i criminali, l'accusa che azzoppò nel 1988 il governatore liberal del Massachusetts Dukakis contro Bush padre, un moderato convinto dallo spin doctor Lee Atwater ad atteggiarsi a duro. Si parte da detenuti colpevoli di crimini orrendi emozionando la piazza, da qui al voto di novembre 2020 potrebbe toccare ai "politici", il razzista della strage contro i neri a Charleston, Dylann Roof o Dzhokhar Tsarnaev, il terrorista che seminò morte alla maratona di Boston: come potrebbero i democratici difenderli?
di Paolo M. Alfieri
Avvenire, 26 luglio 2019
Dopo 16 anni di moratoria il titolare del dipartimento della Giustizia stesso, William Barr, ha chiesto di programmare 5 condanne a morte. La prima per il 9 dicembre. L'amministrazione Trump ha annunciato ieri la ripresa delle esecuzioni capitali di persone condannate da tribunali federali, dopo una moratoria durata 16 anni.
In un comunicato, il dipartimento della Giustizia ha riferito che il titolare del Dipartimento stesso, William Barr, ha chiesto di programmare le esecuzioni di cinque detenuti condannati per omicidio in una prigione federale dell'Indiana. La prima esecuzione è fissata per il 9 dicembre. "Il Congresso ha espressamente autorizzato la pena di morte attraverso la legislazione adottata dai rappresentanti del popolo in entrambe le camere del Congresso e firmata dal presidente", ha detto Barr. "Il dipartimento di Giustizia sostiene lo stato di diritto e dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie l'esecuzione delle sentenze imposte dal nostro sistema giudiziario".
La decisione avrà effetto solamente sul sistema di giustizia federale, poiché gli Stati Usa decidono autonomamente se adottare la pena di morte. Sebbene l'ultima condanna a morte nel sistema di giustizia federale sia stata eseguita nel 2003, la magistratura federale ha continuato a chiedere condanne alla pena capitale. Il dipartimento della Giustizia ha adottato un nuovo protocollo di iniezione letale: si passerà dall'iniezione di tre farmaci all'utilizzo del solo Pentobarbital, conseguenza del fatto che molti Stati hanno avuto problemi a reperire tutti i farmaci richiesti.
La ripresa delle esecuzioni - una mossa elettorale secondo diversi analisti - è in contrasto con le moratorie adottate da vari Stati della federazione. A marzo, in un tweet, il presidente Usa Donald Trump aveva scritto: "Contravvenendo" al volere degli elettori "il governatore della California sospenderà tutte le esecuzioni dei 737 detenuti nei bracci della morte. Gli amici e le famiglie delle vittime non sono contenti, e neanche io". Trump aveva così criticato la moratoria sulla pena di morte decisa dal governatore californiano Gavin Newsom.
Nel novembre 2017, Trump aveva invece invocato la pena di morte per Sayfullo Saipov, autore di un attentato a New York. Quattro mesi dopo, il presidente Usa aveva parlato anche di pena capitale per i trafficanti di droga. Due mesi fa il New Hampshire è diventato il 21esimo stato Usa ad abolire la pena di morte: il New Hampshire, dove l'ultima esecuzione risaliva comunque al 1939 e che aveva un solo detenuto nel braccio della morte, era rimasto l'ultimo stato del New England a prevedere la pena capitale.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 26 luglio 2019
Ogni naufragio in mare è un colpo al cuore alla politica migratoria italiana, perché la bomba libica è lì, pronta a esplodere. Il caos generato dal conflitto iniziato il 4 aprile scorso, rende la situazione sempre più complicata e mette sul tavolo le rivendicazioni che ognuna delle parti in causa mostra verso l'Europa.
Sono mesi che il presidente riconosciuto dall'Onu, Fayez al Serraj, lascia intendere che potrebbe aprire i centri di detenzione gestiti da Tripoli e lasciare liberi i migranti di affidare le proprie vite agli scafisti. Lo ha fatto l'ultima volta dopo il bombardamento del centro per migranti di Tajoura, dove hanno perso la vita in 44 e sono rimasti feriti in 130.
E la situazione incandescente che si vive nel Paese è una continua minaccia per le nostre regioni costiere. Perché il rischio paventato dall'intelligence è che i flussi cambino pelle e, ai migranti in arrivo da altre parti del mondo, si aggiungano gli stessi libici, in cerca di salvezza da una situazione sempre più drammatica. Non è un caso, infatti, che negli ultimi arrivi su 70 persone, una ventina proveniva proprio dalla Libia. Un dato che non veniva registrato da tempo.
E ognuno di loro potrebbe chiedere lo status di rifugiato, visto che il Paese è in piena guerra. Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni sono almeno 641.398 migranti attualmente presenti sul territorio. Di questi solo cinquemila sono nei centri di detenzione gestiti dal governo di Serraj. E quindi se anche decidesse di liberarli tutti, la situazione non cambierebbe molto. È la grande massa che vive di espedienti, di qualche lavoro qua e là, che rappresenta la vera preoccupazione, anche se in base alle ultime stime sono circa 200 mila quelli che aspirano ad andare in Europa.
Il conflitto in corso nella zona a sud di Tripoli ha innescato un movimento verso le aree vicine della Libia occidentale e ha anche portato a una riduzione delle opportunità di lavoro. La gestione dei centri di detenzione ufficiali ha un costo che trova sostegno soprattutto nei soldi che Unione europea e Italia hanno trasferito al governo Serraj.
I finanziamenti arrivati a Tripoli da Bruxelles ammonterebbero a 266 milioni di euro che farebbero parte del Trust fund europeo per l'Africa che ha un budget finale previsto che supera i 4 miliardi di euro per tutto il continente. A questo esborso, per il quale l'Italia è uno dei maggiori contribuenti seconda solo alla Germania, va aggiunto il supporto fornito direttamente da Roma dopo la stipula del memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Tutto denaro che nel caos del conflitto non si sa bene nelle mani di chi finisca.
- Cina. Più di 2.000 detenuti uiguri trasferiti in segreto nell'Henan
- Pensioni revocate ai detenuti. La Consulta boccerà definitivamente la legge Fornero?
- Giornali vietati per i detenuti al 41bis. Il Dap: elenco non rigido, limiti a giornali locali
- Se il giudice veste la cappa del giustiziere sociale tradisce la Costituzione
- Ma ai magistrati spetta il controllo di legittimità: la Repubblica si tutela così










