di Giovanni Fiandaca*
Il Foglio, 12 settembre 2019
La conferma del grillino come Guardasigilli è un rischio. Sta al Pd normalizzare la deriva punitivista. Quale penalista di lungo corso, e soprattutto come Garante regionale siciliano dei diritti dei detenuti, raccolgo e condivido il grido d'allarme che da più parti si leva a causa della attuale situazione penitenziaria italiana.
L'universo carcerario, sul territorio nazionale e nei contesti locali, non gode affatto di buona salute. Per una molteplicità di fattori noti e meno noti (riemergente sovraffollamento, degrado di non poche strutture, grave insufficienza di risorse e di personale, frequente carenza di attività trattamentali adeguate e di percorsi scolastico-formativi, ecc.), che la più recente gestione politico-amministrativa è stata ben lungi dal rimuovere o attenuare.
Al contrario, l'assunzione del ruolo di Guardasigilli, quasi un anno e mezzo fa, da parte di un esponente grillino di fede populistico-repressiva come Alfonso Bonafede, con le ricadute che ne sono altresì derivate sulla scelta del nuovo vertice del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e sulla elaborazione delle rinnovate linee-guida gestionali, ha purtroppo prodotto - secondo un'opinione diffusa tra gli addetti ai lavori - ulteriori effetti negativi.
Ciò sotto il triplice e fondamentale profilo delle condizioni di vita nelle carceri, della garanzia dei diritti dei detenuti e delle diverse attività e iniziative che dovrebbero (almeno in teoria) puntare all'obiettivo costituzionale della rieducazione.
Non a caso, nelle interlocuzioni che come garante ho occasione di avere con funzionari e poliziotti penitenziari, educatori, esperti di vario tipo ed esponenti delle associazioni di volontariato, vengono usati per descrivere la drammatica situazione odierna addirittura termini quali disastro, sfascio, sbando, abbandono e simili.
Anche a voler concedere che l'impiego di termini come quelli di cui sopra possa peccare per eccesso di drammatizzazione, rimane il fatto che la recentissima conferma di Bonafede come ministro della Giustizia non può non destare giustificate preoccupazioni.
È per questo che va sollecitata l'attenzione dell'attuale segreteria del Pd, quale nuovo partner governativo del movimento pentastellato, affinché i suoi dirigenti evitino di rimuovere o trascurare la questione carceraria e tentino di promuovere una svolta anche nella politica penitenziaria: per esempio, indicando un sottosegretario dotato di competenze in ambito carcerario e di orientamento più "liberale" che punitivista.
Che il Pd di oggi possa davvero assolve una funzione di antidoto, o quantomeno di ragionevole calmieramento del fanatismo repressivo sinora predominante nel mondo pentastellato, non è però scontato. Incombe, in qualche modo e misura, un rischio. Cioè il rischio che nello specifico settore della giustizia penale la collaborazione governativa demo-stellata abbia, alla fine, esiti più perversi che virtuosi: non è infatti escluso che questa collaborazione rialimenti un certo giustizialismo e punitivismo purtroppo presenti, ormai da non pochi anni, anche nella cosiddetta sinistra progressista. Bisognerebbe scongiurare un tale pericolo.
È perciò fortemente auspicabile che d'ora in avanti prevalgano, invece, quelle componenti politico-culturali di matrice per un verso liberal-garantista, e per altro verso umanitario-solidarista, che tradizionalmente hanno radici nel fronte progressista e ne rispecchiano al meglio lo specifico patrimonio ideale e valoriale.
Tutto ciò premesso, la svolta che ci si dovrebbe attendere dalla presenza del Pd nel nuovo governo va in una direzione intuibile: nella direzione cioè di uno sperabile recupero di quella riemergente prospettiva riformistica che, almeno a livello di iniziali intenzioni, aveva ispirato l'avvio degli "stati generali dell'esecuzione penale" su impulso del precedente Guardasigilli piddino Andrea Orlando. È realistico adesso confidare in un tale recupero, nonostante la sopravvivenza di Bonafede come ministro della Giustizia?
*Garante regionale siciliano dei diritti dei detenuti
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2019
La Cassazione annulla un'ordinanza del Giudice di sorveglianza. "Non sono ostativi alla concessione della detenzione domiciliare cd. in deroga l'entità del residuo pena, né il titolo del reato in esecuzione, né l'attuale sottoposizione al regime differenziato di cui all'art. 41bis ord. Pen", così ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. I penale, con la sentenza n. 29488, ritenendo che sia necessario provvedere ad una nuova valutazione delle esigenze sottese al caso in questione, annullando con rinvio per un nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Roma.
Viene così annullata l'ordinanza emessa in data 22 settembre 2017 dal Tribunale di Sorveglianza di Roma, la quale ha respinto le domande proposte da F.S., detenuto al 41bis, per ottenere il differimento della esecuzione della pena o la detenzione domiciliare per grave patologia di natura psichica.
Secondo l'ordinanza del tribunale di sorveglianza la patologia psichica è "di certo presente ed è connotata da gravità, con recenti segnalazioni da parte del servizio sanitario di alto rischio autolesionistico", ciò tuttavia "non comporta la possibilità di applicare l'istituto del differimento della pena previsto dall'art. 147 c.p., né la detenzione domiciliare - sia pure in deroga alla ostatività essendo tali istituti limitati ai casi di gravi patologie di tipo fisico".
Il legale del detenuto al 41bis ha proposto quindi ricorso per cassazione articolando distinti motivi che sostanzialmente vengono accolti. La Corte sottolinea soprattutto che - come emerge da varie sentenze della corte europea - le patologie psichiche possono aggravarsi e acutizzarsi proprio per la reclusione: la sofferenza che la condizione carceraria inevitabilmente impone di per sé a tutti i detenuti si acuisce e si amplifica nei confronti delle persone malate, sì da determinare, nei casi estremi, una vera e propria incompatibilità tra carcere e disturbo mentale.
La Cassazione evidenza anche come in mancanza di un intervento complessivo del legislatore, è il giudice a poter modellare, proprio attraverso il ricorso alla detenzione domiciliare ex art. 47 ter ord. pen., la misura in questione in modo da tutelare, da un lato, la salute psichica del condannato e, dall'altro, la tutela della collettività, proprio perché la collocazione del soggetto portatore della patologia psichica può non individuarsi necessariamente con il "domicilio" ma con il luogo più adeguato a contemperare le diverse esigenze coinvolte, con ovvia valutazione caso per caso ed apprezzamento concreto, "tanto della gravità della patologia che del livello di pericolosità sociale della persona di cui si discute".
La Corte ha precisato, come detto, che alla valutazione di applicabilità della detenzione domiciliare in deroga non può ritenersi di ostacolo né l'entità del residuo pena, né il titolo del reato in esecuzione, né la attuale sottoposizione del ricorrente al 41bis. Alla luce di tali considerazioni complessive, la Corte ritiene che sia necessario provvedere ad una nuova valutazione delle esigenze sottese al caso in questione, annullando con rinvio per un nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Roma.
di Claudio Mazzone
ottopagine.it, 12 settembre 2019
Il Garante: "Questo indica che il carcere è fallito". Il Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello ha rivelato un dato preoccupante "In Campania torna in carcere per recidiva il 78% dei detenuti". Questa altissima percentuale dimostra in maniera chiara quanto per ora il carcere sia non un luogo di rinascita, correzione e ricostruzione del cittadino ma spesso esclusivamente di sofferenza e punizione.
"Questo indica che il carcere è fallito - ha infatti sottolineato Ciambriello - Non torna in carcere chi ha incontrato un volontario, un cappellano, una cooperativa, ha frequentano un corso di formazione. Bisogna incrementare questi momenti. A Poggioreale abbiamo il più alto numero di volontari che si occupa dei detenuti - ha aggiunto il garante - e a Napoli abbiamo l'esperienza della casa dove ci sono una decina di residenti e una quarantina di persone ogni giorno. È una bella esperienza, la Chiesa si è aperta al dopo carcere che deve essere vissuto da tutti con più impegno. Il sovraffollamento non può essere una pena accessoria - ha proseguito - Io penso che addirittura bisognerebbe fare entrare i sindaci delle città nelle carceri, come fanno i consiglieri regionali, i garanti, i parlamentari. Questo per far capire loro che il carcere è qualcosa che appartiene alla città sia per chi è in carcere per una pena ma anche per chi deve vivere il dopo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2019
È stata trasferita al centro clinico del carcere di Messina, ma è ancora a rischio paralisi in quanto i suoi arti superiori e inferiori sono quasi completamente atrofizzati. Parliamo di Rosa Zagari, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - a considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. A denunciare il perdurare dell'immobilismo da parte dell'amministrazione penitenziaria per garantirle le adeguate cure è l'associazione Yairaiha Onlus che si occupa dei diritti dei detenuti.
Più di un mese fa grazie al sollecito dell'associazione e all'articolo pubblicato da Il Dubbio, Rosa Zagari è stata trasferita dal carcere di Santa Maria Capua Vetere dove non veniva curata, per garantirle appunto le terapie prescritte dai medici. Ma cosa le era accaduto? Il nove febbraio scorso, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia.
Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2".
Il primario ha consigliato delle cure adeguate per evitare peggioramenti. "Riposare su letto rigido idoneo - si legge nella cartella clinica - praticare terapia medica con antalgici al bisogno e proseguire con la terapia antitrombotica come da prescrizione neurochirurgica. Si consiglia inoltre di iniziare fin da subito a sottoporsi a prestazioni di Magnetoterapia alla colonna, a massaggio leggero decontratturante dei muscoli paravertebrali, alla rieducazione motoria degli arti inferiori, per cicli di 20 gg. al mese per almeno 5 mesi". E infine: "Utile, ma solo dopo il terzo mese e dopo controllo radiografico e specialistico, oltre alle prestazioni di fisioterapia, la rieducazione dei muscoli paravertebrali e della colonna dorso-lombare in piscina, in assenza di carico sul rachide". Cure però tuttora non ricevute, nonostante il trasferimento al centro clinico del carcere messinese.
L'associazione Yairaiha Onlus si era attivata il 16 luglio scorso scrivendo al Garante nazionale delle persone private della libertà, a quello regionale, al ministro della Giustizia e al magistrato di sorveglianza, sollecitando un intervento urgente perché "le cure ricevute sono state esigue e inadeguate limitando la terapia al busto, che porta ininterrottamente dal 9 febbraio, e ad antidolorifici. Riteniamo - concludono - che il diritto alla salute rientri tra i diritti fondamentali dell'uomo, a prescindere dagli eventuali reati commessi, così come sancisce la nostra Costituzione".
L'avvocato Antonino Napoli, legale di Rosa Zagari, ha anche presentato un'istanza a giugno scorso, denunciando la mancanza di cure e ha chiesto la nomina di un perito per verificare lo stato di salute della donna, anche per chiedere la compatibilità delle sue condizioni con il regime carcerario. Ma a testimoniare le cure non appropriate è proprio la madre di Rosa che ha scritto l'ennesima lettera rivolte alle istituzioni.
"Attualmente Rosa - scrive la signora Teresa Moscato - si trova presso l'Istituto penitenziario di Messina ma non è stata trasferita in una clinica, bensì in un lager, non viene curata, non viene considerata, e i medici oltre ad essere responsabili di atteggiamenti satiriche di basso livello, se ne lavano le mani, ricordando le gesta di un detto Ponzio Pilato.
Nell'Istituto penitenziario di Messina, le hanno sospeso la somministrazione di Flactadol per sostituirlo al Contramal, farmaco che deriva dalla classe degli oppioidi, cure, dunque, non appropriate affinché migliori la condizione di salute di mia figlia".
Il diritto alla salute, da ribadire ancora una volta, è riconosciuto universalmente dalla nostra Costituzione, compreso chi è privo della libertà. Non a caso l'articolo 39 comma 2 dell'ordinamento penitenziario sancisce espressamente l'obbligo di sottoporre a costante controllo sanitario il soggetto detenuto, garantendo, la propria tutela alla salute.
Un diritto garantito anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che sancisce espressamente il divieto di sottoporre i detenuti a trattamenti disumani e degradanti.
newsicilia.it, 12 settembre 2019
È morto dopo una lunga agonia il detenuto catanese Michelangelo Fichera, nella sua stanza di ospedale del Reparto Rianimazione di Siracusa. L'uomo era detenuto al carcere di Floridia, nel siracusano.
Il carcerato, nell'aprile scorso, mentre si trovava in cella, è stato colpito da un ictus. I tempi del ricovero in ospedale, però, avevano spinto la famiglia a sporgere querela per comprendere in che modo l'uomo fosse stato trattato in carcere prima del ricovero al nosocomio.
L'uomo sarebbe rimasto in stato vegetativo per tutti gli ultimi mesi, secondo quanto riferisce il presidente della Onlus "Sicilia Risvegli" Pietro Crisafulli. Con i familiari che potevano vederlo attraverso un vetro e parlargli attraverso un interfono, oppure entrare nella stanza la sera dopo avere indossato gli indumenti di sicurezza. Tutte comunicazioni a cui l'uomo, riferisce ancora Crisafulli, avrebbe risposto con dei movimenti degli occhi e poco altro.
Dopo essere stato colpito da un ictus era rimasto in stato di coma per dieci giorni dentro la sua cella, che condivideva con un altro detenuto, e solo dopo il suo trasporto all'ospedale i suoi familiari avevano potuto sapere cosa gli era successo. Proprio queste circostanze avevano spinto la famiglia a presentare una denuncia querela.
Nonostante le denunce della famiglia e delle Onlus che si erano occupate del caso, il calvario non è cambiato. "Non c'è stato nessun aggiornamento - dice Alessio Di Carlo - la denuncia che avevamo sporto con la famiglia non ha avuto nessun seguito e il detenuto di fatto è morto in rianimazione". Dello stesso parere Crisafulli, di Sicilia Risvegli: "Abbiamo fatto il possibile per spostarlo a Catania o comunque per alleggerire il suo regime, ma le nostre richieste non hanno mai avuto ascolto. Persino alla richiesta di avere una relazione clinica, necessaria per attivare qualsiasi spostamento o cura ad hoc, abbiamo sempre avuto risposte evasive". Crisafulli annuncia che continuerà a denunciare l'accaduto alla magistratura.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 12 settembre 2019
Scandalo della festa di 18 anni sul web, si muovono gli ispettori del guardasigilli. Vogliono capire cosa è accaduto. E se ci sono state irregolarità nella procedura avviata dal direttore del carcere di Airola, culminata poi nel permesso premio a uno degli assassini del vigilante Franco Della Corte da parte della corte di appello minorile.
In poche righe, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede dà il via libera all'ufficio ispettorato di compiere accertamenti sull'autorizzazione a una sortita fuori dal carcere del detenuto, in occasione del suo diciottesimo compleanno. Un caso che ha sollevato scalpore, grazie alle foto postate in Instagram da una parente di Ciro U., uno dei tre imputati per l'omicidio - omicidio brutale - del vigilante all'esterno della metro di Piscinola. Baci, abbracci, risate tra amici hanno scatenato un moto di indignazione, rispetto al quale il guardasigilli prova a fare chiarezza, per verificare eventuali profili di responsabilità disciplinare.
Si legge in una nota di via Arenula: "L'ispettorato compirà accertamenti preliminari volti a valutare la correttezza della procedura ed eventuali condotte disciplinarmente rilevanti". Verifiche doverose, per capire cosa è accaduto lo scorso luglio, quando la sezione minori della Corte di appello ha autorizzato la sortita all'esterno del carcere di Ciro U.
Stando a quanto risulta al Mattino, nell'istanza del direttore del carcere di Airola non c'era la richiesta esplicita a organizzare una festa, mentre in discussione c'era l'opportunità di concedere al detenuto la possibilità di pranzare con i congiunti al compimento del suo diciottesimo compleanno. In sintesi, il direttore del carcere chiedeva all'autorità giudiziaria di valutare una possibilità di un incontro ristretta ai soli familiari, grazie a un permesso di qualche ora, per giunta scortato dagli agenti penitenziari, sulla scorta del buon inserimento mostrato dal detenuto al protocollo educativo del carcere.
Letta l'istanza, la Corte di appello dei minori dà il via libera al pranzo in famiglia, senza però immaginare che per Ciro U. fosse stato organizzato un party a tutti gli effetti. Stando infatti alle foto pubblicate in Instagram, è possibile notare coriandoli, addobbi, candeline, ma anche amici in un clima decisamente allegro, scanzonato.
Un clima che - occorre ribadirlo - ha turbato i parenti del vigilante ucciso, ma anche l'intera opinione pubblica, quanto mai frastornata per quelle scene di allegria e di compiacimento immortalati dalle foto postate a mezzo social. Ed è questo il punto su cui battono le verifiche azionate ieri dal Ministero. Esiste una relazione da parte degli agenti di scorta sulla festa in canonica? Sono stati identificati tutti i partecipanti al pranzo in famiglia, per capire se ci fossero anche amici oltre che parenti di Ciro U.?
Non ci stanno a fare da parafulmine o da comodo capro espiatorio gli agenti di polizia penitenziaria, almeno a leggere la nota dei sindacati di categoria. "Sempre più spesso - è la critica dell'Uspp, l'unione dei sindacati di Polizia penitenziaria - si devono eseguire bizzarre scorte per eseguire fantasiose ordinanze dell'autorità giudiziaria, ma questo caso indigna e lascia sgomenti".
Per il presidente dell'Uspp Giuseppe Moretti e il segretario campano Ciro Auricchio, è ancora più grave che il nullaosta sia stato dato a chi "non si è ravveduto" e "non si è mai scusato con la famiglia". Un caso scoppiato a pochi giorni dall'inizio del secondo grado di giudizio a carico dei tre imputati (oltre a Ciro, sotto processo anche Luigi C. e Kevin A.), che hanno confessato di aver aggredito alle spalle e ucciso - in modo crudele - il vigilante Franco Della Corte.
Era il tre marzo del 2018 a Piscinola. Difesi dai penalisti Mario Covelli e Nicola Pomponio, i tre imputati puntano ora ad ottenere dai giudici di appello uno sconto di pena. C'è invece fiducia nella giustizia da parte dei parenti della vittima, rappresentati dal penalista Marco Epifania, che non possono costituirsi parte civile (il rito a carico dei minori non lo prevede), ma che hanno rappresentato il proprio stato d'animo, con una lettera in Corte di appello e al sostituto procuratore generale Anna Grillo, che da martedì rappresenterà la pubblica accusa nel corso del nuovo dibattimento.
Spiega oggi Giuseppe Della Corte, figlio del vigilante ammazzato, dopo aver appreso della mossa del Ministro, con l'invio degli ispettori a Napoli: "Certo che mi ritengo soddisfatto, non posso credere al fatto che sia stato concesso un permesso premio all'assassino di mio padre, per festeggiare il compleanno con amici e parenti all'esterno del carcere; questo non lo ritengo rieducativo! Dopo poco più di un anno dall'omicidio, questa belva come può essere premiata? Io non lo accetto, visto che è l'artefice della distruzione della mia famiglia, colui che mi ha provocato tanto dolore".
di Angelo Giuliani
ottopagine.it, 12 settembre 2019
In un primo momento si era sparsa la voce che fosse morto. È ancora in gravi condizioni all'ospedale Moscati di Avellino il detenuto 25enne di nazionalità tunisina vittima di una feroce aggressione da parte di alcuni reclusi di nazionalità italiana nei confronti di altri detenuti stranieri. Nella rissa coinvolta anche un'altra persona che ha rimediato la frattura delle braccia.
In un primo momento si era sparsa la voce che il giovane fosse morto ma in realtà è ancora ricoverato in coma nell'unità operativa di anestesia e rianimazione della città ospedaliera. È solo l'ultimo dei drammi che si sono consumati nelle carceri campane. Proprio nel penitenziario irpino di Bellizzi si sono susseguiti gravissimi episodi di violenza anche ai danni di poliziotti penitenziari.
Le risse, le aggressioni sono all'ordine del giorno - denuncia il sindacato di polizia - e sempre ad Avellino qualche giorno fa sono stati rinvenuti all'interno di una cella sei cellulari che venivano utilizzati dai detenuti appartenenti al circuito alta sicurezza.
"Le carceri sono ormai fuori da ogni controllo di legalità, la situazione è drammatica un po' ovunque - denuncia Aldo Di Giacomo - ma la Campania, anche in virtù della popolazione detenuta presente e della diffusa criminalità organizzata presente su tutto il territorio regionale, è una realtà che andrebbe gestita in maniera totalmente differente da come invece avviene. Ciò che sta accadendo nel carcere di Avellino è inaccettabile, dimostra tutta la inadeguatezza gestionale di chi è ai vertici della struttura che, a nostro avviso, dovrebbe essere immediatamente rimosso dall'incarico".
di Samuele Ciambriello*
Il Mattino, 12 settembre 2019
I social possono far diminuire le distanze, allargare il fossato, essere spine nel fianco, sono la cassetta degli attrezzi per creare consenso, a volte per seminare divisioni ed odio. Nella nostra vita quotidiana l'utilizzo dei siti e delle applicazioni di social network è così rilevante, che oramai la consideriamo assodata, come vera e propria parte integrante della nostra quotidianità.
Ne siamo vittime e carnefici. Dall'altro giorno alcune foto apparse in rete e postate da una parente di un giovane recluso nel carcere minorile di Airola in provincia di Benevento sono al centro di interessi e commenti. Hanno sicuramente offeso il dolore dei familiari della vittima Franco Della Corte, ammazzato il 16 marzo del 2018. In primo grado i tre giovani minorenni accusati dell'omicidio sono stati condannati a 16 anni.
Uno di loro, Ciro, ha ricevuto l'autorizzazione dal giudice, un permesso trattamentale di poche ore per recarsi accompagnato dalla scorta in un ufficio parrocchiale, con il cappellano, a poche centinaia di metri dal carcere per festeggiare i suoi 18 anni con i propri familiari. Questo a luglio. Una cugina posta su Instagram una foto dell'incontro e si riaprono ferite e polemiche, poco prima, il 19 settembre che inizierà il processo di appello.
Vediamo come un errore (la pubblicazione) si possa mutare in opportunità di confronto e riflessione. Siamo davanti a un problema delicatissimo, in cui contano molto le sfumature, i dettagli. Per il giovane in carcere il diritto alla speranza è molto importante.
Ed è ancora più importante, come sottolineano leggi e la Costituzione, che non sia negato a priori. Il carcere serve a ricostruire la dimensione piena della sua dignità di vita, scontando la giusta pena per il suo reato. Il ravvedimento non può essere solo un fatto personale, quasi privato, intimo. Se hai ucciso, se hai fatto del male, io mi aspetto che tu mandi dei segnali che tu riporti un po' di speranza con i tuoi gesti, con i tuoi atti, con le tue parole.
Una giustizia che ti aiuti a ritrovare a ritrovarti. L'anagramma di carcere è cercare. Ecco perché i giudici, gli educatori, i volontari, il sistema carcere dà una chance ad detenuto, non un privilegio. Carcere, giustizia, tempi certi e dignitosi della detenzione viaggiano insieme. Certezza della pena e qualità della pena. A maggior ragione per i minori.
Allo stesso tempo abbiamo un debito di riconoscenza nei confronti di chi è stato assassinato e nei confronti delle famiglie, sono morti ma sono ancora vivi perché le loro speranze devono camminare sulle nostre gambe. Dobbiamo essere noi più vivi, più veri, più coraggiosi per costruire ancora più vita e vivere la solidarietà vera con chi ha perduto un familiare.
E non cadere nella trappola di chi vuole distorcere le notizie, di chi vuole speculare. Sapendo che invocare solo un carcere duro non restituisce né la vita né gli affetti ai familiari. I parenti invocano più carcere, meno atti di comprensione e permessi trattamentali e rieducativi per i loro carnefici, senza sconti di pena o scorciatoie.
È questa l'unica strada per elaborare il dolore e sentirsi risarciti da una giustizia responsabile? Sono anni che io nelle carceri invito i familiari delle vittime a portare la loro testimonianza, a parlare di giustizia riparativa. Sono dei veri percorsi di mediazione penale per far nascere dal sangue alberi di speranza.
*Garante dei detenuti della Campania
di Rosanna Borzillo
Avvenire, 12 settembre 2019
"Le ferite possono diventare feritoie di luce e di senso". La nuova sfida della Chiesa di Napoli parte dal carcere: "non luogo di detenzione per chi si è macchiato di una grave colpa, ma luogo teologico dove incontrare Cristo che ha scelto di abitarvi".
La sesta opera di misericordia "Visitare i carcerati" dà il titolo alla Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ed è il filo conduttore del nuovo anno pastorale che inizierà domani. Ieri la presentazione presso il Centro di pastorale carceraria, diretto da don Franco Esposito, e che quotidianamente ospita detenuti in affido ai quali la diocesi offre la possibilità di imparare mestieri di artigianato, da poter esercitare urta volta rientrati nella vita sociale.
"La Chiesa di Napoli - scrive Sepe - sente l'esigenza di vivere questa dimensione della carità in particolare verso i crocifissi della vita", consapevole che "sono tante le catene che ci tengono imprigionati e che non sono solo quelle del carcere". Facciamo esperienza quotidianamente di tante schiavitù "che limitano la nostra autonomia e avviliscono la stessa dignità umana".
E tra di esse "l'assuefazione ai dispositivi elettronici, che contagia tanti nostri ragazzi come pure quella di quanti restano imprigionati dalle droghe, dal gioco, dal sesso, dalla maldicenza, dalla violenza". "La sesta opera di misericordia - sottolinea don Tonino Palmese, vicario episcopale per la carità - è la più disattesa perché facciamo fatica a convincerci che Gesù si sia potuto identificare con avanzi di galera".
Spetta a don Palmese ricordare che oggi le condizioni del carcere sono "disumane: si vive in un abbrutimento permanente, di umiliazioni e limitazioni di ogni genere. Eppure siamo convinti che ad ogni crimine debba corrispondere un'adeguata e severa punizione". L'arcivescovo invita però a ricordare il suggerimento di Gesù: "chi è senza peccato scagli la prima pietra" e ribadisce che "il perdono è un atto rigenerativo, avvia percorsi di riconciliazione, riporta sulla strada giusta, dischiude nuovi paesaggi. Non è un colpo di spugna per gli errori precedenti; è un colpo d'ala verso un'esistenza nuova". Su questo punta la Chiesa di Napoli chiede e suggerisce percorsi nuovi. "Perché - spiega don Palmese - la comunità ha una "responsabilità vicaria".
Ci verrà chiesto "Dov'è tuo fratello"? Dov'è il tuo fratello carcerato? Cosa fai per sostenerlo in questa difficile prova della vita?". Domande scomode e imbarazzanti". Perciò tutta la comunità ecclesiale è chiamata ad elaborare un progetto pastorale di ampio respiro, in cui Sepe individua come priorità "formare la comunità al perdono; provvedere ad un'anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale; adottare un detenuto e la sua famiglia; coinvolgere i detenuti stessi nell'attività di evangelizzazione e di sostegno; sviluppare un piano decapale d'insieme con istituzioni, associazioni, privati".
La Chiesa - conclude Sepe - "non può sostituirsi alla società civile e alle istituzioni statali. Può tuttavia offrire una testimonianza profetica, indicare itinerari". In proposito Sepe cita san Giovanni Bosco e l'esperienza degli oratori, nata proprio a partire dalla sua esperienza nelle carceri minorili.
"Affiancandoci ai percorsi dei detenuti con rasserenante fiducia siamo convinti che, facendo loro percepire il senso della dignità personale, si possa ingenerare un effettivo cambiamento di vita. Più a monte, siamo chiamati ad educare la società ad essere inclusiva, a non accettare l'esistenza di "vite di scarto", a prevenire la devianza sociale prima che diventi reato, ad incontrare l'uomo prima che a farlo sia l'illegalità".
di Giuliana Covella
Il Mattino, 12 settembre 2019
In visita al rione Sanità il cardinale presenta la pastorale sui carcerati. "La Casa che accoglie ex reclusi diventi la cittadella della carità". "Oggi ho un lavoro e sono un uomo libero. Sbagliare si può, ma se qualcuno ci dà un'occasione possiamo tornare a una vita normale".
Salvatore, 47 anni, è uno degli ospiti della Casa di accoglienza per detenuti al Rione Sanità, dove il cardinale Crescenzio Sepe ha presentato la Lettera pastorale "Visitare i carcerati". Chiaro e diretto l'invito dell'arcivescovo alla comunità: "Formare i fedeli al perdono" e "ogni parrocchia adotti un detenuto", tra i punti salienti del documento.
La Casa ha sede presso il Centro Diocesano di Pastorale Carceraria, dove don Tonino Palmese, vicario episcopale per la carità, ha introdotto la Lettera dedicata all'opera di misericordia cui si ispirerà l'attività di tutta la Diocesi. Accompagnato dal direttore della Pastorale carceraria, don Franco Esposito, il cardinale ha visitato la struttura, realizzata per volere della Curia in sostituzione di quella di via Trinchera, per accogliere carcerati in affido ed ex detenuti, impegnati quotidianamente in lavori artigianali.
A margine della conferenza, cui hanno partecipato l'assessore comunale alla Cultura Nino Daniele, il vescovo ausiliare Lucio Lemmo e il consigliere della Camera di commercio Antonino Della Notte, il vicario episcopale per la cultura Adolfo Russo ha illustrato le manifestazioni per San Gennaro.
"Il mondo carcerario è lontano dalla coscienza e dalla sensibilità della gente - ha detto Sepe - Invece la drammaticità della situazione impone che tutti, a cominciare dalla Chiesa, ma anche dalle istituzioni, abbiano l'obbligo morale di provvedere a un'emergenza che miete tante vittime. Vogliamo sensibilizzare tutti: prendete coscienza di questa realtà e cercate di dare un contributo per risolvere il problema".
Sulla carenza di strutture simili in Campania, Sepe dice: "La nostra è stata un'idea coraggiosa, non solo perché abbiamo unito sotto lo stesso tetto i carcerati, ma per la possibilità di inserimento in futuro nel mondo del lavoro e nella società".
Poi l'invito alle parrocchie: "Accogliere e adottare detenuti della propria e di altre parrocchie. Questa lettera è stata scritta dopo che ho consultato tutti i parroci, i decani e il consiglio episcopale ed è frutto di quanto hanno espresso".
La Casa "Liberi di volare" alla Sanità ospita 13 detenuti residenziali e 50 in affidamento da domiciliari o in semilibertà. Prevede inoltre l'accoglienza per quelli in permesso premio. "Questa deve diventare la cittadella della carità - ha detto il cardinale - ma la Chiesa non può fare tutto da sola".
La struttura, che ha sede in via Buonomo 41, ospitava fino a pochi anni fa le suore del Divino amore che, essendo rimaste ormai in tre e ultranovantenni, hanno deciso di donarla alla Curia che l'ha affidata in comodato d'uso gratuito a don Franco. Tra gli ospiti c'è Salvatore, 47enne del centro storico, separato e papà di una bimba che non ha mai visto perché è stato in carcere per 15 anni per rapina e altri reati. Oggi è libero ed è il coordinatore del gruppo di detenuti della Casa a cui insegna nel laboratorio presepiale (arte che ha imparato in carcere).
"Poggioreale soffre il sovraffollamento - dice don Franco - ma non si può reinserire e rieducare in un carcere di 2.400 persone per una capienza di 1.400, con 19 educatori e due psicologi. Questo crea criminalità perché l'80% di quelli che escono dal carcere vi ritornano. Questa Casa serve per dire che è possibile vi siano strutture che realmente favoriscono il reinserimento del detenuto".
A lanciare l'allarme è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania: "Nella nostra regione vi sono 7.812 detenuti, 15 istituti per adulti, due carceri minorili e uno militare. Abbiamo 7.400 persone che sono nell'area penale esterna, più di 5mila a Napoli e provincia, con 24 assistenti sociali.
Di questi 3mila sono ai domiciliari, gli altri sono in semi libertà, affidamento in prova, lavori di pubblica utilità. In questa Casa alla Sanità c'è la Chiesa che opera, ma non può essere la sola. Sul tema delle pene, bisogna liberarsi dalla necessità del carcere per i piccoli reati".
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