di Marta Lazzari
semprenews.it, 25 luglio 2019
Due anni di galera. Poi la formazione, il lavoro. La possibilità di una nuova vita. La storia di Salvatore e di chi ha creduto in lui. Gli è stata data un'altra possibilità. Una giustizia che educa e accoglie è più efficace di una giustizia che vuole solo punire.
Il lavoro alla cooperativa Il Calabrone Cremona, per iniziare a pensare ad una vita futura. In una società nella quale la crisi economica e la logica competitiva penalizzano i più deboli, creando sempre più ampie sacche di emarginazione, è sempre più evidente il ruolo svolto dalle cooperative sociali per rendere efficaci percorsi di riabilitazione e inclusione.
Una delle sfide dei nostri giorni è riuscire a dare una seconda possibilità alle persone che provengono dal mondo del carcere. Un mondo costituito da individui che non hanno la voce per rivendicare i loro diritti e diventa un "pianeta di invisibili", lontano dalla società. I pregiudizi del contesto sociale nei confronti di chi ha un'esperienza carceraria pregressa, accompagnati alla progressiva deprofessionalizzazione del detenuto, contribuiscono a ridurre le possibilità di reinserimento. Eppure una giustizia che educa e accoglie è più efficace di una giustizia che vuole solo punire.
Lo sa bene Salvatore, ora dipendente della cooperativa Il Calabrone Cremona: la sua storia testimonia come l'attività lavorativa extra-carceraria sia fondamentale per un effettivo reinserimento sociale.
Una pena costruttiva - Il 18 Aprile 2017, dopo quasi due anni di reclusione, ha iniziato il percorso di formazione presso la cooperativa, grazie ad un progetto di collaborazione con la Casa Circondariale di Cremona. Salvatore era consapevole di aver sbagliato e che, se avesse voluto rialzarsi, avrebbe dovuto scontare la sua pena in modo costruttivo. Decide così di impegnarsi attivamente all'interno del carcere: "Sono diventato piantone di un altro signore che aveva una disabilità - racconta - e poi cuoco della Casa Circondariale", fino ad arrivare al progetto di formazione con la cooperativa.
Quando il detenuto si pente del suo reato, e si è certi di tale pentimento, è necessario attivare tutte le possibilità affinché possa vivere esperienze esterne al carcere. Il lavoro "fuori" è diventato un impegno per la cooperativa Il Calabrone Cremona e un'opportunità concreta, per il detenuto, per iniziare a pensare ad un reale progetto di vita futura. Ci racconta Enzo Zerbini, presidente della Cooperativa: "Oggi sono 6 le persone assunte presso la nostra azienda che provengono dall'esperienza carceraria e rappresentano il 15% del personale dipendente".
L'importanza della formazione - Prima della definitiva assunzione, sono importanti i mesi di formazione extra-carceraria: i ragazzi, provenienti dal carcere, affiancano un dipendente della cooperativa e, guidati, prendono dimestichezza con il lavoro. Salvatore, grazie al suo percorso di formazione, ha acquisito le competenze necessarie che hanno poi portato all'assunzione e, grazie al suo impegno, a febbraio ha ottenuto il contratto a tempo indeterminato. È per questo, spiega Zerbini, che "cerchiamo di offrire ogni anno la possibilità di un percorso di formazione a 3/5 detenuti. I numeri contenuti sono frutto di una scelta: dare una possibilità concreta di assunzione a coloro che hanno preso parte, con impegno, alla formazione promossa".
Una nuova vita per Salvatore - Il percorso di formazione è stato l'inizio di una nuova vita per Salvatore, che racconta: "Ero in semi libertà, uscivo la mattina alle 6.00 e rientravo alle 17.30. Andavo in cooperativa e, mentre imparavo un lavoro, mi confrontavo con il mondo esterno: per me erano momenti di aria, mi sembrava di tornare quasi alla normalità".
È così che nella cooperativa Il Calabrone Cremona, dove l'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate è l'obiettivo principale da conseguire, il lavoro è visto come alternativa tangibile alla vita in carcere ed è essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale. Un'opportunità per il detenuto di entrare in contatto con l'esterno, confrontandosi con dinamiche simili a quelle che dovrà affrontare all'uscita dal carcere. In tal senso il lavoro fuori dal carcere diventa uno strumento di preparazione graduale alla vita libera: il detenuto comincia a percepirsi utile per la società, a crearsi un sistema di relazioni, a crearsi dei punti di riferimento e a progettare una vita fuori dalla cella.
Apprendere capacità lavorative è una forma di educazione alla legalità e avere una professionalità da spendere sul mercato del lavoro, una volta fuori dal carcere, sarà la prima forma di protezione dal pericolo di recidiva e quindi anche fonte di sicurezza collettiva. È assunzione di responsabilità. "Solo l'acquisizione di capacità e competenze specifiche - sottolinea Zerbini -consentirà a coloro che hanno commesso un reato di introdursi in un mercato del lavoro che necessità sempre più di caratteristiche di specializzazione e flessibilità". A tal fine è necessario che il lavoro svolto durante la pena consista in un'attività qualificante dal punto di vista professionale, che permetta al detenuto di acquisire delle capacità lavorative spendibili sul mercato del lavoro, una volta ritornato in libertà.
Salvatore oggi ha terminato di scontare la sua pena, vive a Cremona, vicino alla cooperativa ed è ritornato ad essere una risorsa per la società: "Oggi vivo in una casa da solo, riesco a gestire tutte le spese e ho un lavoro sicuro che mi permette di stare sereno. Sì, ho toccato il fondo, ma oggi sono contento di quello che ho. Sono stato fortunato".
di Silvia Dipinto
La Repubblica, 25 luglio 2019
Abbiamo visto in anteprima la nuova biblioteca nella Casa circondariale di Bari: 7 mila libri in tutto e l'impegno quotidiano di detenuti e volontari. Dietro le sbarre, vicino alle celle, un detenuto sorride: "La lettura è l'unica evasione possibile qua dentro".
La biblioteca della sezione "Media sicurezza" profuma di legno nuovo e vernice fresca. Le mensole sono cucite su misura, in questo vecchio disimpegno un tempo adibito a deposito e ora trasformato nel piccolo incubatore di cultura e sogni per la vita che verrà. Vincenzo Leone ha 35 anni e tre figli da riabbracciare là fuori. Nella biblioteca del carcere di Bari che sarà inaugurata il prossimo autunno ha incontrato per la prima volta la psicologia.
"Leggendo questi libri ho capito quali errori ho commesso - ci racconta - Oggi mi sento un uomo diverso, voglio vivere aiutando il prossimo e gestire una cooperativa di reinserimento sociale e lavorativo per i detenuti".
Vincenzo conta uno a uno i libri catalogati negli ultimi mesi: "Sono 1.475, con gli scaffali e il pavimento ristrutturato questo posto sembra il salotto di casa". E mostra timbri e registri dei prestiti, compilati con dedizione perché neppure una pagina vada perduta.
"I detenuti della media e dell'alta sicurezza non possono incontrarsi: abbiamo quindi realizzato una biblioteca per ogni sezione - spiega Rosa Mele, l'educatrice responsabile del progetto - Ogni biblioteca è un angolo di cultura, con libri, film, dvd, audiolibri. Settemila in tutto, raccolti negli anni grazie alle donazioni di privati e associazioni e selezionati dai nostri volontari".
La storia della piccola, grande rivoluzione culturale nel carcere di Bari parte dalle date e dai numeri. Le date, innanzitutto. "L'edificio che ci ospita è del 1924 - spiega Valeria Pirè, direttrice della Casa circondariale di Bari - Non c'è un cinema, non un teatro. C'è soltanto una saletta multimediale dove facciamo tutto.
Il carcere ha molti spazi angusti, che stiamo recuperando con enormi sforzi per ricavare stanze di socialità altrimenti inesistenti". I numeri, poi. Più di 450 detenuti, a fronte di una capienza massima di 299 posti: 150 sono soggetti con patologie psichiatriche, 90 stranieri.
"Il sovraffollamento è un problema ormai cronico in Italia, ma è innegabile che stiamo vivendo uno dei periodi più critici - ammette Pirè - anche perché restiamo un punto di riferimento nel Sud Italia per la sezione sanitaria, che richiede un grande impegno di personale". E invece di poliziotti in servizio ce ne sono 50 in meno rispetto a una pianta organica già risicata: alcuni con età prossima alla pensione, costretti a fare turni massacranti.
"Nonostante le difficoltà, continuiamo a volare alto e a non fermarci ai servizi minimi essenziali - Valeria Pirè mostra le aule scuola e la falegnameria - Con questo spirito sta nascendo un vero e proprio sistema di quattro biblioteche gestito da tre associazioni e da un gruppo di detenuti volontari bibliotecari, in rete fra loro e presto collegato con il dipartimento di Scienze della formazione, psicologia e comunicazione dell'Università di Bari".
Il filo diretto con l'Ateneo è un passaggio non scontato, visto che i detenuti non possono accedere liberamente a Internet. Sarà quindi un catalogo speciale a garantire il collegamento virtuale con l'esterno per consultare l'offerta della facoltà e accedere al prestito, senza limitazioni nella scelta. Le anime volontarie delle biblioteche arrivano dal mondo di fuori e bussano alle porte del carcere il martedì e il giovedì. Hanno i nomi e i volti delle attiviste dell'associazione "Il carcere possibile", Maria Milella e Virginia Ambruosi (è la moglie dell'avvocato Giuseppe Castellaneta, che tante battaglie di civiltà ha combattuto per la dignità dei detenuti): sono state loro a donare al carcere i pc per dotare le biblioteche di un sistema informatico.
A raccogliere e selezionare i libri ci sono anche le associazioni "Insieme per ricominciare" e "Liberos", assieme a una docente del Cpia 1 di Bari, Mariangela Taccogna, che ha lanciato sui social network un appello ai donatori di testi di qualità.
Per accompagnare le volontarie nelle biblioteche (due delle quattro sono già operative, una è in ristrutturazione, l'ultima arrivata è pronta e sarà inaugurata il prossimo autunno), poliziotti e guardie organizzano i turni perfino rientrando da ferie o riposo.
"Ormai ci avvisano direttamente sul cellulare se c'è qualche inghippo - Virginia e Maria sono considerate due di famiglia - In un carcere con scarso personale e tante emergenze l'imprevisto è dietro l'angolo, ma tutti hanno a cuore il progetto". "Leggere per essere liberi" è il messaggio all'ingresso della biblioteca dell'alta sicurezza. Nella sezione in cui convivono i boss pugliesi, campani e calabresi con i condannati per traffici internazionali e associazione mafiosa, le regole sono scritte sui cartoncini colorati e ricordano che "è un diritto anche non leggere (per dovere)". Fra romanzi e saggi, spuntano le classiche, intramontabili enciclopedie.
"I detenuti sono fra i pochi cui le enciclopedie sono ancora davvero indispensabili per fare una ricerca - riflettono le volontarie - essendo interdetto loro l'accesso al web". Da qualche tempo nella stanza dei libri di carta sono arrivati a gran richiesta i volumi di cucina e i dvd coi film di Checco Zalone e di Massimo Troisi. Il 19 settembre è in calendario il primo incontro con l'autore all'interno del carcere: l'hanno voluto gli stessi detenuti, che hanno letto e amato L'intestino in testa del medico barese Antonio Moschetta.
"Non solo, ci stiamo candidando a un progetto del Salone del libro che permette di adottare idealmente uno scrittore - anticipa Rosa Mele - grazie al quale potremo ospitare autori da fuori regione". Per recuperare testi in lingua per i detenuti stranieri, la direzione del carcere si è appellata al buon cuore e alla generosità delle ambasciate.
"I primi pacchi sono arrivati dall'ambasciata araba a Roma - è la soddisfazione della direttrice Pirè - Insieme con la mediazione è un passo necessario per rompere l'isolamento di chi transita dalle nostre celle e spesso non trova neppure un'altra persona della sua stessa etnia".
Il Tempo, 25 luglio 2019
Firmato il Protocollo da avvocati, Coni e Tribunali. Calcio, karate, pugilato, atletica, nuoto, vela, motociclismo, basket. Non solo sport, ma un'occasione di riscatto per i minori e i giovani adulti sottoposti a procedimento penale, che attraverso il beneficio della concessione della messa alla prova, chiesto dal difensore, possono sperimentare un percorso virtuoso finalizzato non solo all'estinzione del reato, ma raggiunto l'esito positivo della prova, il valore aggiunto delle acquisizioni delle competenze spendibili subito dopo nel mondo dell'inserimento professionale.
Il Protocollo veste la duplice funzione educativa e di inserimento sociale del minore e del giovane adulto, vuole essere una chance istituzionale concordata, di apporto di maggior senso critico del minore imputato, e di capacità dello stesso di mettersi in gioco attraverso la condivisione delle regole, del valore dell'aggregazione, della disciplina sportiva e del Fair Play. È questo il senso del Protocollo d'intesa firmato dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Roma, Coni, dal Tribunale per i minorenni di Roma, dalla Procura minorile presso il Tribunale per i minorenni di Roma e dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, Abruzzo e Molise per l'inserimento di ragazzi minorenni e giovani adulti fino a 25 anni in attività sportive intese come offerta formativa e di inserimento sociale.
L'obiettivo dell'intesa realizza la ratio legis che ispira tutta la procedura penale minorile, della detenzione quale extrema ratio, volta al recupero dei giovani valorizzando le soluzioni offerte dal Sistema - Giustizia dalla fuoriuscita anticipata del circuito penale, quindi la messa alla prova di carattere sportivo. Il Protocollo quindi diventa propulsore per eccellenza delle garanzie procedurali per i minori e giovani adulti imputati nel procedimenti penali, indicati già col nostro DPR 448/88 e nella attualità anche dalla disciplina europea Direttiva U.E. 2016 n. 800.
La possibilità di accedere a questo tipo di offerta formativa di carattere sportivo naturalmente dovrà essere valutata caso per caso a seconda del profilo personologico del giovane imputato. Difensore, giudici, servizi, e coni task force a servizio del recupero del minore. In caso di esito positivo, lo Stato e la Società civile potranno riappropriarsi di un cittadino più consapevole e responsabile, oltretutto con un'evidente riduzione dei costi di giustizia.
"La pena tende alla rieducazione del condannato, recita la nostra Carta fondamentale - commenta il Presidente del Coa Antonino Galletti - ma non c'è solo la pena, specialmente quando ci si occupa di minori. E allora davvero l'attività sportiva può divenire un elemento rieducativo e formativo straordinario, che aiuti ad acquisire comportamenti e regole e sia di supporto all'inserimento o al reinserimento sociale del giovane. Un'alternativa vera, concreta ai circuiti devianti".
La firma del Protocollo è stata fortemente voluta dalla Commissione Attività Sportive del Coa, con delega di fattibilità del Progetto all'Avv. Gerardina Gargiulo, coordinata dal Vice Presidente Mauro Mazzoni, che spiega: "È l'idea stessa dell'attività sportiva, con le sue regole, col suo carattere partecipativo, a rappresentare un ambito di recupero sociale del giovane, insegnando comportamenti rispettosi di sé e dell'altro e favorendo l'acquisizione di competenze che incidono sull'autostima, sottraendo il ragazzo a un destino di esclusione e pregiudizi.
Dove la vittoria più grande resta la possibilità che il minore saluti concretamente il circuito penale così da realizzare il principio cardine della Carta dei diritti dei ragazzi allo sport che è il diritto a non essere sempre un campione. Il progetto si inserisce nell'ambito delle iniziative del Coa Roma tese al recupero di chi cerca di rimediare ai propri errori. Fra queste ricordiamo - per i maggiorenni - i corsi universitari organizzati in collaborazione con le tre università romane e la Casa Circondariale di Rebibbia. C'è vita oltre le sbarre".
di Maria Corbi
La Stampa, 25 luglio 2019
Storia di Davide, chef del primo ristorante d'Europa nato dentro un carcere, a Bollate. Davide, una testa di capelli color platino, arriva dalla scuola di cucina Alma di Gualtiero Marchesi. "Ma non chiamatemi chef", dice con un po' di tristezza che vela gli occhi inquieti. Geloso delle sue ricette, alla fine acconsente di condividerne qualcuna. La sera, finito il lavoro, Davide rientra nella sua cella. Lui, come tutti qui, ha l'articolo 21, ossia il permesso di lavorare all'esterno che si può ottenere dopo aver scontato gran parte della condanna.
Vuole parlare della sua storia adesso, non del passato, del "prima", quando la vita non aveva sbarre a nascondere il cielo. Il suo sogno è sempre stato lo stesso: cucinare. Inventare ricette, amalgamare gusti e colori, usare la creatività tra fornelli e ingredienti, orgoglioso delle sue creazioni come "l'Ombrina label rouge in gazpacho" o "la mousse di after eight al cioccolato bianco". O il tortino "variazione al cioccolato".
Sono solo alcuni dei piatti in menù nel primo ristorante nato in un carcere in Europa, "InGalera", a Bollate, istituto penitenziario di eccellenza, "stellato", come dice giocando sul riconoscimento Michelin, Silvia Polleri, anima di questo progetto e presidente della cooperativa sociale Abc, La Sapienza in Tavola.
Tutto inizia nel 2004, quando organizza con i detenuti un servizio di catering. E i clienti non mancano. Si preparano pranzi, cene, feste di anniversario, cocktail aziendali per privati e per aziende pubbliche. Un successo. Sono tanti i detenuti che vogliono partecipare. E imparare. Tanto che, nel 2012, si apre una scuola con l'aiuto dell'Istituto alberghiero Paolo Frisi.
L'obiettivo è creare professionalità da spendere una volta scontata la pena. Ma Silvia non si accontenta e inizia a pensare in grande, a un ristorante vero e proprio, in carcere. Le difficoltà sono enormi, burocratiche, legali, culturali, economiche, ma alla fine ce la fa grazie a una direzione del carcere illuminata ma anche a sponsor privati. Così eccoci in questo spazio dentro il perimetro del carcere, appena fuori il grande portone che si chiude sulla libertà. Alle pareti i manifesti di film "in tema". Fuga per la vittoria, Le ali della libertà, Fuga da Alcatraz.
Perché questo vuole essere un luogo dove non ci si piange addosso. Anzi. Tanto che vengono organizzate serate "a tema" come le "cene con delitto". "Dove se non qui?", scherza la Polleri che sprizza energia e ottimismo. Ma ha anche il piglio di una "madre" severa, attenta ai suoi "dipendenti", tutti detenuti del carcere. Vietato deluderla. Davide lo sa. Dodici di loro sono in esecuzione di pena e 2 in affido al territorio. "Assunti regolarmente", precisa.
Qui non si educano solo i detenuti ma anche i clienti che si confrontano con un tema, quello delle pene e della detenzione, troppo spesso lasciato in balia dell'emotività e della rabbia. "Speriamo che questa osmosi tra dentro e fuori riesca a far capire che perla società è più utile rieducare che abbandonare chi sbaglia", dice ancora Silvia. E basta qualche numero a dimostrarlo: a Bollate il tasso di recidiva è del 17 per cento, contro il 70 per cento nazionale.
di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 25 luglio 2019
Ieri sera l'Osteria degli uccelli in gabbia nel carcere di Rebibbia a Roma ha avuto un ospite d'eccezione: Sergio Mattarella. Al presidente della Repubblica, ha raccontato all'AdnKronos il presidente della cooperativa promotrice del progetto, Luciano Pantarotto, è stata servita una lunga lista di pietanze, a partire da un mantecato di baccalà e patate con polvere di taggiasche e uno sformato di triglia con patate e cipolla rossa. A seguire, gnocchi alla romana di semolino gratinati al pecorino con amatriciana di pesce spada e tortino di spigola con purea di ceci, funghi porcini e finferli. Dulcis in fundo, cheesecake di lamponi con crema allo strega e "caffè Galeotto", così denominato perché torrefatto tra le stesse mura dell'istituto penitenziario. Il Capo dello Stato sarà accompagnato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
La notizia della visita è arrivata alla cooperativa una settimana fa: "Abbiamo saputo dalla direttrice che il Presidente sarebbe venuto a trovarci, e l'amministrazione penitenziaria ci ha chiesto di preparare la cena per l'occasione", ha ricordato il presidente di Men at Work. Ma l'Osteria, aperta da circa un mese e mezzo, ha una storia che nasce da lontano: "Il progetto nasce da un lavoro iniziato nel 2003 - ha continuato Pantarotto - un mese fa abbiamo lanciato l'idea di un'osteria all'interno del carcere, come già fatto in altri istituti. Il progetto rappresenta un'opportunità di lavoro per i detenuti e per i soci della cooperativa, che sono persone in esecuzione penale. L'Osteria nasce anche per portare la gente all'interno dell'Istituto, per far vedere in azione delle persone che hanno sbagliato e che stanno scontando una pena: il lavoro, per noi, è un fattore di reinserimento per i detenuti, una scommessa di rientro nella società con dignità". "Esiste un'emergenza lavoro all'interno degli istituti di pena - ha evidenziato l'organizzatore -, solo il 30% delle 60mila persone detenute ha un lavoro, e la metà collabora con l'amministrazione penitenziaria".
L'Osteria offre a chiunque sia interessato l'opportunità di prenotare una cena nel cuore di Rebibbia, in quella che viene comunemente chiamata 'area verdè: un giardino all'aperto al centro dell'istituto intorno al quale si ergono le sezioni detentive. "È dove i detenuti normalmente incontrano le loro famiglie, dove ospitiamo le visite quando ci sono dei bambini", ha detto Pantarotto.
E i 60 coperti che l'area riesce ad ospitare non sembrano mai bastare per la grande richiesta di prenotazioni che la cooperativa riceve ogni venerdì: "Facciamo sempre il tutto esaurito, anzi, c'è un vero e proprio problema di overbooking", ha continuato il presidente di Men at Work. "Dopodomani abbiamo 68 prenotazioni. Ad agosto ci prenderemo una pausa, ma da settembre siamo pronti a ripartire".
"Progetti come questi - ha concluso - si riescono a fare quando c'è collaborazione con l'amministrazione penitenziaria e la direzione. Ci troviamo in una fase di sovraffollamento delle carceri e di carenza di personale, bisogna gestire molte persone che entrano in orario extra attività, quando tutto si interrompe ed il personale torna a casa.
Siamo riusciti nel nostro intento anche grazie alla comandante ed alla direttrice, che hanno compreso la bontà del progetto e la sua importanza culturale. Spesso si presenta un'immagine distorta del carcere senza rendersi conto che si sta parlando di persone con voglia di ricominciare, che prima o poi usciranno dalle mura degli istituti: sta a noi riuscire a renderle migliori".
di Antonio Pintori
L'Unione Sarda, 25 luglio 2019
È in programma per sabato alle 19, nella sala conferenze del municipio di Ales (SS), la cerimonia di premiazione del terzo concorso di pittura "Peppinetto Boy", organizzato dall'associazione culturale "Casa Natale Antonio Gramsci", sempre di Ales. "Il tema del concorso, Gramsci visto da dietro le sbarre, ha coinvolto ancora una volta detenuti da tutta Italia", ha spiegato Alberto Coni, presidente dell'Associazione Casa Natale Antonio Gramsci. "Tramite questo concorso abbiamo messo in rapporto l'esperienza della detenzione di Gramsci con quella dei detenuti che popolano le carceri italiane. L'iniziativa si aggiunge ai progetti rieducativi e culturali che offrono a chi è ristretto in carcere la possibilità di evadere mentalmente dalla propria routine quotidiana".
Sempre Coni ha aggiunto: "Le opere sono state giudicate, oltre che per tecnica e il messaggio, con la considerazione che i partecipanti non sono artisti professionisti, ma sottoposti ai limiti del regime carcerario e che non tutti hanno ricevuto un'adeguata informazione e i mezzi necessari a svolgere il lavoro richiesto per il concorso". Nella giuria il presidente Paolo Sirena, direttore generale della Fondazione Meta di Alghero, il pittore Alberto Scalas e l'artista Massimo Spiga. 110 le opere arrivate da venti istituti di pena italiani. Sabato pomeriggio alla cerimonia di premiazione interverranno Paolo Sirena, che illustrerà i lavori premiati e le motivazioni della giuria, e Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e direttore della rivista di educazione e formazione "Cercare".
gnewsonline.it, 25 luglio 2019
Sono state comunicate dal Coordinamento nazionale Teatro in carcere (Cntic), le date della VI edizione della rassegna nazionale rientrante nel Programma di eventi "Destini incrociati" sostenuta dal Mibac. La manifestazione, organizzata e promossa dal Cntic in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) e quello della Giustizia minorile e di comunità (Dgmc) del ministero della Giustizia, si terrà a Saluzzo dal 12 al 14 dicembre 2019.
Come nelle edizioni precedenti, saranno sette gli spettacoli della rassegna, selezionati tra quelli proposti dai vari laboratori presenti negli istituti penitenziari. Le rappresentazioni saranno affiancate da una rassegna video, conferenze, mostre, convegni e incontri di formazione destinati a detenuti, operatori, studenti e spettatori interessati a questo importante settore del teatro italiano.
Le produzioni teatrali o filmiche (documentative del lavoro teatrale) che intendono candidarsi alla partecipazione alla rassegna devono inviare il materiale tra il 20 e il 31 agosto 2019, seguendo le indicazioni contenute nella sezione dedicata del sito teatrocarcere.it Gli spettacoli saranno inseriti in un cartellone unico nazionale pubblicizzato anche a livello internazionale tramite i canali dell'Istituto internazionale del teatro dell'Unesco.
Il sostegno all'iniziativa è stato rinnovato dal Capo Dap Francesco Basentini in una nota inviata a tutti gli istituti penitenziari e ai provveditorati regionali, in cui sottolinea" la proficua collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Teatro in Carcere, a cui aderiscono numerose compagnie teatrali operanti negli istituti penitenziari, promotore di apprezzabili iniziative culturali e artistiche sul tema". Il 5 giugno 2019 è stato rinnovato dal Dap il protocollo d'intesa triennale con il Cntic, sottoscritto anche dall'Università Roma Tre e dal Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità.
di Simone Innocenti
Corriere Fiorentino, 25 luglio 2019
Marco Malvaldi presenta a "La bella estate" il suo nuovo noir "Vento in scatola" scritto insieme all'ex militare e detenuto tunisino Glay Ghammouri, condannato per omicidio.
"Non lo definirei un romanzo di denuncia ma un libro civile", dice Marco Malvaldi per spiegare Vento in scatola (Sellerio editore, 212 pagine) che - per un lettore - può invece essere comodamente definito una commedia noir: lo stile è ironico e a tratti amaro. Non un libro sul carcere e neppure una metafora sulle condizioni del carcere, bensì una storia che "usa" le dinamiche carcerarie per raccontare vite che si intrecciano.
"Vento in scatola" nasce dall'incontro, durante un corso di scrittura tenuto nel carcere di Pisa, tra Marco Malvaldi e Glay Ghammouri, 42 anni, ex militare tunisino "dalla carriera stroncata in patria per motivi politici", si legge in una nota. Domani (alle 20,45) Geraldina Fiechter presenterà lo scrittore e il suo nuovo romanzo nell'ex pista di pattinaggio a Castelnuovo Garfagnana nell'ambito de "La bella estate", fortunata rassegna di incontri dedicati alla letteratura, all'arte e alla politica che sono curati da Alba Donati.
Mavaldi e Ghamouri raccontano la vicenda di Salim Salah, un giovane e brillante laureato in economia, di fatto scappato dalla Tunisina con un "malloppo" che ha racimolato in maniera molto poco legale. Ma è per droga che lo arrestano, dato che si fa trovare su una macchina in divieto di sosta lasciata da un parente senza però dirgli che era piena di stupefacente. Ed è all'interno del carcere che si sviluppa la trama vera e propria che si basa sugli equilibri fra detenuti e detenuti, fra detenuti e sorveglianti, fra agenti penitenziari e superiori. Di mezzo ci sono tematiche come la religione musulmana, ma anche mondi come quelli della criminalità organizzata, universi come quelli della truffa. E morti ritenute sospette.
Ghamouri è attualmente nel carcere di Volterra e ci dovrà restare fino al 2043 perché ha una condanna di omicidio da scontare: le cronache raccontano di come - nel 2008 - nelle campagne di Orta Nova, nel Foggiano, abbia ucciso Mustafà Nouaili, tunisino di 49 anni, dopo averlo picchiato, incaprettato e impiccato.
Marco Malvaldi, come vi siete conosciuti lei e Ghamouri?
"Un corso di scrittura, a Volterra: mi fu chiesto di farlo dalla mia insegnante di letteratura delle superiori. Lui si distingueva rispetto agli altri, che magari erano lì per prendere solo dei "punti". Era rasato, in forma e ben vestito: voleva mantenere la sua dignità. Mi consegnò un elaborato, rimasi colpito, tra me e me dissi che ci si poteva lavorare con questa persona e sulla sua scrittura".
Questa persona ha ucciso un'altra persona...
"È stato lui a dirmelo, il che è rarissimo in carcere. Mi ha raccontato la sua vita. Di quando era nell'esercito in Tunisia e di quando partecipò a una rivolta fino a quando ha commesso l'omicidio. Mi disse che la pena che gli avevano comminato era giusta e commisurata al tipo di reato che aveva commesso. Mi ha spiegò però che era poco giusta una privazione lunga 30 anni e il fatto che anche chi deve far rispettare la legge deve per primo rispettarla".
A cosa si riferiva?
"Alla burocrazia del carcere: tutto è demandato alla disponibilità e alla bontà delle figure che lavorano o gravitano nel carcere".
Lei ha frequentato questo mondo e ha fatto amicizia con Glay. Cosa è cambiato in lei?
"Non avevo idea di cosa fosse un carcere. Un assassino non è diverso da come sei te. Ho fatto i conti con la mia parte violenta: l'avrei potuta fare anch'io, anche se non sono sicuro che ne sarei capace".
Lei dice cose non "buoniste"...
"Il buonismo non mi convince, quando uno fa del buonismo è sempre qualcosa non lo riguarda".
Come avete lavorato su questa storia?
"Lui aveva in mente una storia di riscatto, io un giallo carcerario. Lui ha scritto la sua parte, io la mia. Poi le ho intrecciate facendole passare, come materia, dalla cucina del carcere".
Del carcere cosa pensa?
"Che bisogna sempre rispettare per primo chi quella legge l'ha violata e che i detenuti, spesso, si accorgono dei loro diritti dopo che i diritti per primi li hanno violati. Ci vorrebbe un progetto serio, che vada avanti da tempo. Con strutture non sovraffollate e agenti che siano in numero equo. Rieducare non è facile ma è lì "che si impara la sua bilitate", direbbe Dante".
Questo libro sta andando molto bene. Siete contenti?
"Sì, sta andando molto bene. L'editore all'inizio era preoccupato ma poi ci ha creduto. Ora mi chiamano anche negli altri carceri a parlare del libro: credo sia un segno realmente positivo".
Ma adesso si ferma o continua ad andare avanti con la scrittura?
"Sto pensando al prossimo libro sui vecchietti della serie del BarLume, una specie di morra cinese che ha per protagonisti il Comune, la popolazione e gli usi civici, che sono una parte burocratica meravigliosa per il romanzo. Poi ci sarebbe anche un'altra cosa, ma non la scriva".
Va bene.
"Sto lavorando per portare al cinema uno dei miei romanzi".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 25 luglio 2019
Il 19 luglio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla Cybersecurity. Il testo, che prevede un percorso attuativo di circa un anno fra decreti applicativi e regolamenti, dovrà ora percorrere l'iter parlamentare per diventare effettivamente operativo. Se fosse stato un decreto sarebbe stato al riparo da un'eventuale crisi di governo.
Il disegno di legge istituisce il "Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica" e ha l'obiettivo di "assicurare un livello elevato di sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche, degli enti e degli operatori nazionali, pubblici e privati". 'Perimetro', in gergo cyber, è l'area da difendere quando parliamo di attacchi ai sistemi informatici.
Convertito in legge definisce le finalità del perimetro e individua i soggetti, le reti, i sistemi e i servizi che ne fanno parte e il meccanismo di procurement più sicuro per i soggetti inclusi nel perimetro stesso; definisce le competenze del Ministero dello sviluppo economico per i soggetti privati e dell'Agenzia per l'Italia Digitale per le amministrazioni pubbliche in termini di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi introdotti; prevede attività di ispezione e verifica da parte delle strutture specializzate in tema di protezione con sanzioni elevate, che vanno da 200mila a 1,8 milioni di euro mentre l'azione di verifica è affidata al Centro di valutazione e certificazione nazionale, istituito presso il Mise, che deve valutare, nel caso di acquisti di tecnologie estere per beni e servizi Ict, l'opportunità di effettuare test su software o hardware.
È la naturale conclusione di un percorso che è partito con la riforma Monti nel 2013 e proseguito con il decreto Gentiloni nel 2017, per finire con l'adozione della Nis, la direttiva sulla Sicurezza di reti e infrastrutture e della Gdpr, il Regolamento per il trattamento e la protezione dei dati personali nello scorso 2018. Il 3 luglio l'Italia ha elaborato le linee guida per la gestione dei rischi, la prevenzione e mitigazione degli incidenti relativi alla fornitura dei servizi essenziali.
Il 27 giugno invece è entrato in vigore il Cybersecurity Act, uno strumento normativo europeo che mira a una sicurezza informatica coerente su tutto il territorio dell'Unione. Il cuore del Regolamento è la creazione di un quadro europeo unico per la certificazione della sicurezza informatica Ict e dei servizi digitali "A salvaguardia degli interessi dei cittadini e delle imprese europee", secondo Mariya Gabriel commissaria Ue al digitale.
Il Cybersecurity Act dovrebbe rendere l'Europa più forte in caso di attacchi alle infrastrutture critiche e ai servizi digitali da cui dipendono i suoi cittadini. Ma l'idea sottostante è quella di creare un mercato unico della cybersecurity in fatto di prodotti, processi e servizi certificati, anche grazie al nuovo ruolo attribuito all'Agenzia dell'Unione europea per la sicurezza delle reti e dell'informazione, l'Enisa, sia nell'elaborazione delle strategie di cybersecurity, che nelle certificazioni che potranno sostituire quelle nazionali grazie a un set di linee guida riconosciute a livello comunitario.
Era ora. Il mercato europeo della sicurezza informatica vale 130 miliardi di euro con una crescita annua del 17%. Solo in Italia, secondo UnionCamere, tra la fine del 2017 e i primi tre mesi del 2019 le imprese italiane che offrono servizi di cybersecurity sono aumentate del 300%, passando da circa 700 a 2.800 con un aumento nello stesso periodo da 5.600 a 23.300 addetti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 luglio 2019
In Italia sono circa 30mila che la utilizzano e il monopolio non riesce a soddisfare la domanda. Nonostante l'aumento del fabbisogno italiano di cannabis terapeutica, il monopolio di Stato non riesce a soddisfare la domanda. Un problema, infatti, che ha costretto i vari governi ha indire gare straordinarie per aumentare di poco la produzione. Ma non basta.
Per questo viene importata, tramite il ministero della Salute olandese, dalla ditta Bedrocan che negli ultimi anni non sempre è riuscita a far fronte a tutte le richieste, dal momento che vari paesi europei hanno regolamentato il settore nello stesso periodo, facendo esplodere le richieste. Un fabbisogno, ribadiamo, talmente in crescita che ha costretto il ministero della Difesa a lanciare un nuovo bando a rapida scadenza (3 luglio) per la fornitura di 400 kg di cannabis. Pochi, molto pochi.
Basti pensare che sono circa 30mila le persone che in Italia ne fanno uso terapeutico, per un fabbisogno di 1 tonnellata l'anno, mentre le previsioni per il 2022 e 2025 parlano di un fabbisogno di 3 e 4 tonnellate. Oggi la domanda viene soddisfatta in minima parte dalle coltivazioni dello Stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze, del ministero della Difesa, l'unica struttura autorizzata. Ma, come detto, il resto proviene dall'estero. Un monopolio di Stato che a lungo andare non riuscirà più a soddisfare il reale fabbisogno.
La Coldiretti, che rappresenta oltre 1,6 milioni di coltivatori diretti italiani, ha chiesto all'attuale ministro della Salute, Giulia Grillo, di valutare l'opportunità di aprire ai provati la "coltivazione, trasformazione e commercio della cannabis a scopo terapeutico", utilizzando le conoscenze di migliaia di affiliati. Secondo la Coldiretti, "questa pratica potrebbe garantire un reddito di 1,4 miliardi e almeno 10 mila posti di lavoro, dai campi ai flaconi.
Utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell'ortofloricoltura, la campagna italiana può mettere a disposizione da subito mille ettari di terreno in coltura protetta. Ambienti al chiuso, dove è più facile effettuare i controlli da parte dell'autorità preposte ed evitare il rischio di abusi".
Una soluzione che d'altra parte è già realtà negli Usa, in Canada a in altri paesi, dove le aziende agricole private possono ottenere licenze al fine di coltivare cannabis ad uso medicinale e che, se applicata, permetterebbe allo stato di risparmiare sulle importazioni di cannabis dall'Olanda, dove la cannabis è coltivata legalmente da privati proprio come chiede Coldiretti. "La promozione della cannabis terapeutica - ha concluso la Coldiretti - è pertanto un'opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall'estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana, unendo l'agricoltura all'industria farmaceutica". Ma, finora, la proposta è rimasta inascoltata.
Tutto ha avuto inizio con un decreto del 2015 che ha regolato la produzione e l'utilizzo della cannabis terapeutica, individuando le funzioni del ministero della Salute, le quote di fabbricazione di sostanza attiva di origine vegetale a base di cannabis, le prescrizioni e le garanzie dell'autorizzazione alla fabbricazione e rinviando poi ad un allegato tecnico le parti relative alle stime sulla produzione e ai controlli sulla coltivazioni, all'appropriatezza delle prescrizioni, al tipo di patologie per cui è consentito l'uso di prodotti derivati dalla cannabis, al sistema di sorveglianza sulle piante e ai costi di produzione. Le Regioni entro il 31 maggio di ogni anno sono chiamate a predisporre le richieste sulla base dei fabbisogni dei pazienti, vecchi e nuovi, e sulla base delle richieste sarà determinato il quantitativo da produrre.
Le coltivazioni sono previste nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, mentre la rimborsabilità a carico del SSN è subordinata alle indicazioni delle singole Regioni. In sintesi, quindi, la scarsità è dovuta al fatto che la quantità di Cannabis per uso terapeutico distribuita alle Asl e agli ospedali è predeterminata anno per anno dal ministero della Salute sulla base del fabbisogno indicato dalle Regioni, che si rivela spesso sottostimato. Per questo motivo diverse Regioni e città si sono candidate per avviare la coltivazione di Cannabis, mentre le associazioni di produttori di canapa premono per rompere il monopolio dello Stato su un prodotto che poi viene acquistato all'estero da aziende private.
Eppure i vantaggi economici sarebbero enormi. Potrebbe costare meno di altre terapie se la produzione nazionale dovesse aumentare. Così come, si metterebbe fine a tutti quei pazienti che si sono ritrovati costretti a ricorrere all'auto coltivazione. Ma in Italia è illegale e si finisce in prigione. Per questo Rita Bernardini del Partito Radicale da anni ha portato avanti la disobbedienza civile tramite la coltivazione di decine di piantine di marjuana. Recentemente ha subito un fermo dai carabinieri e denunciata. Ma lei voleva finire in prigione come tutti gli altri cittadini. L'ha voluto mettere nero su bianco nel verbale.
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