di Nello Avellani
news-town.it, 24 luglio 2019
E' Gianmarco Cifaldi il nuovo Garante dei detenuti della regione Abruzzo. Cifaldi, 55 anni, aquilano, sociologo e criminologo, professore aggregato all'Università D'Annunzio di Chieti-Pescara, è stato eletto dal Consiglio regionale con 23 voti a favore su 29 votanti, prendendo due voti in più rispetto ai 21 necessari a raggiungere la maggioranza dei due terzi fissata dalla legge come quorum per rendere valida l'elezione. Il voto si è svolto a scrutinio segreto. Dallo spoglio sono venute fuori 5 schede bianche, attribuibili al centrosinistra, e anche un voto a favore di Fabio Nieddu, un altro dei 9 candidati che avevano presentato domanda. Per Cifaldi hanno votato a favore il centrodestra e i Cinque Stelle.
Da quel che si è capito, il centrosinistra ha votato scheda bianca non perché avesse delle riserve ma perché non ha condiviso il metodo usato dal centrodestra, che ha puntato subito sul nome del professore della D'Annunzio senza dare alla coalizione Legnini la possibilità di fare una propria proposta. Con l'elezione di Cifaldi, si chiude una brutta pagina della storia recente del consiglio regionale: la nomina del Garante dei detenuti era attesa infatti da quasi 10 anni, da quando, cioè, una legge nazionale l'aveva istituito. Nelle passate legislature non si era mai riusciti ad arrivare a una sintesi.
Per Cifaldi aveva fatto un endorsement anche la Uil Penitenziaria Abruzzo, che di lui aveva detto: "E' molto vicino alle dinamiche carcerarie, e che ha dimostrato attenzione per il diritto di tutti siano essi detenuti che addetti del settore compresi i poliziotti penitenziari". E' stata invece rinviata l'elezione dei componenti della Commissione regionale per la realizzazione delle pari opportunità e della parità giuridica e sostanziale tra donne e uomini per permettere agli uffici del Consiglio regionale di espletare le procedure burocratiche necessarie all'accoglimento delle candidature.
Soddisfazione dei Cinque Stelle - "Siamo molto soddisfatti che finalmente il Consiglio regionale abbia eletto il Garante dei detenuti nella persona del Professor Gianmarco Cifaldi, e siamo ancora più soddisfatti che la scelta arrivi al termine di un lungo percorso di ascolto, finalizzato all'individuazione di una figura di comprovata professionalità in materia carceraria.
Il sociologo Cifaldi è una figura professionale che trova il nostro concreto supporto e che come gruppo del M5S avevamo già proposto nella scorsa legislatura in virtù del suo curriculum e delle competenze acquisite grazie al lavoro svolto negli istituti di detenzione. A differenza del Governo D'Alfonso oggi siamo arrivati ad un nome non sulla base di una cieca logica di appartenenza politica ma seguendo quel metodo che il Movimento 5 Stelle indica da anni". Ad affermarlo i Consiglieri regionali del M5S.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 19883/2019. Nessun pregiudizio per il creditore dello Stato, vittima del processo lumaca, che non propone la domanda di indennizzo Pinto entro sei mesi dalla fine del procedimento di cognizione che accerta il suo diritto.
Il termine, nella sola ipotesi in cui il creditore è lo Stato, scatta, infatti quando il giudizio esecutivo è definitivo: le due fasi vanno considerate, infatti, come un'unica. Nell'affermare che il "tempo del processo" va inteso come unitario, le Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 19883) si muovono anche sulla scia della sentenza della Consulta 88/2018, con la quale il giudice delle leggi ha bollato come incostituzionale l'articolo 4 della legge Pinto, per la parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto.
La sentenza depositata ieri è anche convenzionalmente orientata. I giudici guardano al caso Bozza contro Italia (2017), che ha suscitato i dubbi della sezione remittente. In quell'occasione la Corte di Strasburgo, analizzando la nozione di "decisione definitiva", aveva fatto una netta differenza tra debitore privato e della pubblica-amministrazione.
Per gli eurogiudici il privato che ha ottenuto una sentenza contro lo Stato, non deve, di norma, avviare un procedimento distinto per ottenere l'esecuzione forzata di una sentenza che non comporta alcuna difficoltà, oltre al versamento del denaro. La Cedu ha fissato il tempo per adempiere, a sei mesi dalla data in cui la decisione del risarcimento é diventata esecutiva. E il tema della particolare semplicità dei giudizi Pinto, rispetto all'obbligo di pagamento, è ripreso dalla Sezioni unite che lo "utilizzano" per fugare i dubbi su possibili condotte abusive del creditore. La soluzione adottata si muove nell'ottica di approntare una tutela effettiva dei creditori, depotenziando il contenzioso che potrebbe continuare a prodursi se si mantenessero fermi i vecchi principi che limitavano "la possibilità di ottenere l'integrale ristoro del pregiudizio sofferto per l'irragionevole durata del processo unitariamente considerato".
Per le Sezioni unite il creditore dello Stato non deve essere gravato dall'onere di un giudizio volto all'esecuzione di obbligo che deve essere adempiuto, senza alcuna soluzione di continuità "anche oltre il termine che la giurisprudenza convenzionale individua come ragionevole per tale esecuzione". A completamento del quadro delineato, il Supremo collegio fa altre precisazioni. I giudici segnalano che la fase esecutiva, eventualmente intrapresa dal creditore nei confronti dello Stato, inizia con la notifica dell'atto di pignoramento mentre la fine coincide con la definitiva soddisfazione del credito indennitario.
Ancora un chiarimento riguarda il tempo che passa tra la definitività della fase di cognizione e l'inizio dell'esecutiva, che non va considerato come "tempo del processo". Un periodo che può, eventualmente, essere rilevante ai fini del ritardo nell'esecuzione, come pregiudizio a sé stante. Un "danno" indennizzabile in via diretta ed esclusiva solo dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, mancando attualmente un rimedio interno.
di Germana Bevilacqua
sicilianews24.it, 24 luglio 2019
Samuele Bua era un giovane che aveva bisogno di aiuto, un'assistenza psicologica forse psichiatrica, non certamente di essere rinchiuso in isolamento nel carcere Pagliarelli di Palermo dove lo scorso 4 novembre si è tolto la vita con i lacci della sue scarpe. Sono troppi i punti oscuri della vicenda, le domande senza risposta e le responsabilità ancora da accertare, e per questo la famiglia di Samuele, assistita dall'avvocato Giorgio Bisagna, ha sporto denuncia perchè sia fatta piena luce sulla morte del ragazzo.
Samuele era finito dietro le sbarre dopo una denuncia a seguito di un violento litigio con la madre a causa del suo temperamento nervoso ed irascibile: "Ma mio figlio era un ragazzo dal cuore buono" spiega la madre, "Quel giorno i vicini sentendo il trambusto hanno chiamato i carabinieri e Samuele così è finito in carcere, ma non era lì che doveva stare" spiega la signora Lucia Agnello.
Samuele Bua, otto mesi senza verità, una manifestazione questa mattina davanti il carcere Pagliarelli
"Abbiamo bisogno di sapere la verità, dopo otto mesi non abbiamo avuto nessuna informazione sull'esito dell'autopsia, - spiega Rosalinda, la sorella di Samuele - come si può morire in una cella d'isolamento con dei lacci che non avrebbe dovuto avere a disposizione? Un ragazzo che doveva essere sorvegliato h24. Avevamo ottenuto già il consenso per un trasferimento - continua Rosalinda Bua - ma si è perso troppo tempo, mio fratello doveva essere trasferito al più presto in una struttura adeguata a lui".
I familiari di Samuele Bua non si arrendono. E questa mattina hanno manifestato pacificamente davanti al carcere di Pagliarelli di Palermo, per chiedere verità e giustizia sulla morte del loro congiunto. Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia, ha espresso la propria vicinanza alla famiglia: "Antigone è vicina ai familiari di Samuele nella ricerca di una verità che, ancora, a distanza di otto mesi non emerge".
Samuele Bua soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione, la diagnosi era di schizofrenia e turbe comportamentali, come spiega la famiglia. Era un ragazzo difficile ma aveva bisogno di aiuto, di un sostegno psichiatrico, forse di essere ricoverato in una struttura adeguata, ma certamente non della detenzione carceraria, una condizione dura, spesso intollerabile e ai limiti del rispetto della dignità umana anche per chi non è fragile come Samuele.
Il Mattino, 24 luglio 2019
"Ho trovato una situazione ancora di estrema tensione, con oltre 2.300 detenuti presenti rispetto ai circa mille posti letto regolamentari ed un personale di Polizia penitenziaria demotivato e sfiduciato per l'assenza di urgenti provvedimenti idonei a garantire loro tutele e migliori condizioni di lavoro".
Lo sottolinea, in una nota, il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece, che oggi, accompagnato dal responsabile sindacale della Campania Emilio Fattorello, ha fatto visita al carcere di Poggioreale di Napoli e incontrato il personale in servizio ed i poliziotti aderenti al Sappe.
"A distanza di tempo dalla rivolta che ha portato alla distruzione del Padiglione detentivo Salerno, - ha aggiunto - i rivoltosi sono ancora lì e nessun provvedimento concreto di trasferimento in altre carceri fuori dalla Campania li ha riguardati. Insomma, il concetto che passa è che a Poggioreale i detenuti possono fare quel che vogliono che nessuno li punisce: è mortificante e inaccettabile".
"Per fortuna delle Istituzioni, - evidenzia il sindacalista - gli uomini della Polizia penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere, come a Poggioreale, con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri napoletane, campane e del Paese sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia".
Nel pomeriggio, Capece e la delegazione del Sappe incontreranno i circa 100 allievi Agenti di Polizia Penitenziaria che stanno frequentando il corso di Formazione nella Scuola di Portici: "L'occasione è utile per fare il punto della situazione penitenziaria e in particolare dell'operatività della Polizia Penitenziaria nel contesto dell'esecuzione penale. Alle donne e agli uomini del Corpo impegnati in questo importante ruolo professionale nella Sicurezza del Paese va l'augurio del Sappe per un percorso formativo da coronare con successo".
Capece ricorda ancora che "le Scuole di Polizia Penitenziaria coinvolte nei corsi di formazione dei prossimi neo Agenti sono strutture di eccellenza nella formazione e nell'aggiornamento professionale degli appartenenti non solamente al Corpo di Polizia Penitenziaria ma anche alle altre Forze di Polizia".
Il Centro, 24 luglio 2019
Pezzopane (Pd): sono costretti a lasciare la struttura per trasferirsi al Progetto Case oppure nei Map. "Non si può restare indifferenti dinanzi all'allarmante notizia lanciata dalla Uil e che vede moltissimi poliziotti penitenziari di stanza al carcere dell'Aquila, rischiare di essere sfrattati dalla caserma presso la quale hanno vissuto anche per più di 20 anni". A raccogliere l'invito lanciato nei giorni scorsi dal vice segretario generale Uil Pa Polizia Penitenziaria Mauro Nardella, è l'onorevole Stefania Pezzopane.
La parlamentare del Pd si dice "molto preoccupata della piega che sta prendendo la delicata questione oggetto, tra l'altro, dell'interessamento del Prefetto. Il rischio che una realtà come quella del Penitenziario Le Costarelle possa privarsi di forze utili al mantenimento dell'ordine e della sicurezza in caso di eventuali calamità naturali e/o eventi critici di svariate natura, è purtroppo reale", afferma Pezzopane, condividendo le preoccupazioni di Nardella.
"Gli agenti che fino a qualche tempo fa garantivano pressoché 24 ore al giorno la loro presenza, saranno costretti, così come già sta accadendo visto che 20 hanno già fatto le valige e si sono trasferiti nei Map e al Progetto Case, ad allontanarsi da quel posto ove sono reclusi poco meno di 200 detenuti, di cui al regime speciale del 41bis.
Molti altri, inoltre, rischieranno di seguire la stessa strada se non si farà presto qualcosa e con tutto quello che ne potrebbe derivare in fatto di pronto intervento in caso di emergenza", ricorda Pezzopane. "Progettare e realizzare subito una nuova caserma è il minimo che si possa fare a lungo tempo. Toccherà pensare cosa inventarsi nel breve e medio periodo", conclude l'onorevole aquilana, che propone, tra le altre, la soluzione di trasferite i Map all'interno della struttura carceraria. La deputata presenterà comunque un'interrogazione al ministro.
quotidianodipuglia.it, 24 luglio 2019
La Procura apre le porte ai detenuti. E, dopo aver chiesto e ottenuto la condanna di questi cittadini per i reati più vari, li aiuta a ritrovare la retta via, a lavorare, a reinserirsi nella società, come la Costituzione prevede sia fatto con coloro i quali vengono - per legge - privati della loro libertà personale.
La Procura di Lecce, infatti, ha proposto al Comune la sottoscrizione di una convenzione, che coinvolge anche l'istituzione carceraria, per il reinserimento lavorativo di alcuni detenuti. La convenzione prevede l'impegno, da parte della Procura, ad accogliere presso i propri uffici cinque detenuti per un periodo di due anni, durante i quali potranno svolgere attività lavorativa "di pubblica utilità".
Quale? Ad esempio attività di giardinaggio, di copia dei fascicoli non coperti da segreto, di piccoli lavori di facchinaggio. Il Comune assumerà l'impegno di versare i contributi Inail e la casa circondariale quello di assumersi ogni onere e responsabilità relativamente a quali detenuti potranno beneficiare del progetto, al loro trasporto fino al tribunale di viale De Pietro - dove ha sede la Procura - e, anche, alla nomina di un tutor che monitorerà i singoli progetti di inserimento.
"Ogni condannato - scrive il Comune nella delibera che fa propria la convenzione - può compiere un percorso di risocializzazione, in quando ogni essere umano è un individuo nato "eguale in dignità e diritti, dotato di ragione e di coscienza" e perciò chiamato ad agire "in spirito di fratellanza", come recita l'articolo 1 della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo", datata 1948.
La procedura per attuare la convenzione è già conclusa. E domani mattina, alle 11, all'Open Space di Palazzo Carafa si terrà la conferenza stampa di presentazione della convenzione, conferenza alla quale parteciperanno il sindaco Carlo Salvemini, il Procuratore capo della Repubblica Leonardo Leone De Castris e la direttrice della Casa Circondariale di Lecce, Rita Russo.
di Alberto Lucchin
Il Gazzettino, 24 luglio 2019
Dopo anni di abbandono e silenzio, ieri mattina sono iniziati i lavori di ristrutturazione del vecchio carcere di via Verdi. Presto diverrà la sede del carcere minorile, in partenza dall'attuale casa circondariale di Treviso. Al termine dei lavori, che è presumibile dureranno parecchio tempo visto lo stato in cui si trova l'edificio, il costo per la trasformazione sfiorerà i 5 milioni.
In centro storico arriverà dunque il penitenziario minorile. Due settimane fa sono stati svolti i rilievi finali, durante i quali i tecnici incaricati dal ministero della Giustizia hanno controllato lo stato di salute dello stabile e svolto le ultime misurazioni, mentre ieri mattina hanno cominciato ad echeggiare tra le mura dell'ex carcere del capoluogo polesano i martelli pneumatici degli operai. Su quale sarà il risultato finale vige il più assoluto riserbo, tant'è che il Comune non ha nemmeno ricevuto la documentazione di inizio lavori come è previsto per molti altri interventi edilizi.
Su quante saranno le celle e come saranno dislocate, su quali saranno gli uffici, riguardo il dove sarà costruito il braccio riservato alla semilibertà degli adulti e molte altre informazioni è tutto top secret. L'unica cosa che è possibile fare è presumere che quell'edificio venga sostanzialmente rifatto praticamente da zero, visto lo stato in cui versava prima della sua chiusura e la lunga storia che porta sulla spalle.
Quelle mura, che dagli anni 30 hanno ospitato i carcerati rodigini, prima ancora erano parte del convento delle monache della Santissima Trinità. L'edificio compariva già nelle prime rudimentali carte stradali cittadine, disegnate a mano dai cartografi del 700, proprio vicino al Tempio della Rotonda. Più recentemente la casa circondariale rodigina era salita agli onori delle cronache nazionali per la cinematografica fuga di Susanna Ronconi nel 1983: un'autobomba, posteggiata lungo via Mazzini dal compagno della brigatista Sergio Segio, fece saltare un pezzo delle mura perimetrali, permettendo l'evasione alla terrorista veneziana. Nel 2016 è stata inaugurata la nuova casa circondariale rodigina, il cui cantiere era stato aperto nel 2007 dall'allora guardasigilli Clemente Mastella, e da allora il penitenziario del centro storico è rimasto vuoto e abbandonato, in preda alle erbacce.
La politica, nell'ultimo anno, ha fortemente dibattuto su questo progetto imposto dall'alto. L'Amministrazione Bergamin aveva intenzione di allargare l'adiacente palazzo di giustizia all'interno del vecchio carcere, spiegando di non volere i baby detenuti a Rovigo, ma era un progetto ormai impossibile da attuare visto lo stato in cui già si trovava il progetto di ristrutturazione.
Nel febbraio del 2018 l'ex ministro Andrea Orlando, nella relazione sullo Stato di attuazione del programma di edilizia penitenziaria, aveva anticipato che il Comitato paritetico dell'edilizia penitenziaria aveva approvato la destinazione della sede dell'ex Casa circondariale di Rovigo a istituto penale per i minori del Veneto.
A sancire in maniera definitiva l'arrivo in città di quel penitenziario, lo scorso aprile, era stata la presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio, la deputata pentastellata Francesca Businarolo: "Il carcere minorile di Treviso è in cattive condizioni e ne è previsto il trasferimento a Rovigo: le cose sono in uno stato così avanzato che è già stata avviata la fase di avvio per l'adeguamento".
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 24 luglio 2019
In tutta la Federazione le violenze non si contano. E la polizia, nel migliore dei casi, non fa nulla. Incitare a "cacciare" o addirittura ad "ammazzare" esponenti di varie minoranze, in questo caso gli omosessuali, finisce quasi sempre per avere una qualche conseguenza. La Russia ce ne dà la dimostrazione palese (se mai ce ne fosse bisogno) con il barbaro assassinio dell'attivista per i diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) Yelena Grigoryeva.
Dopo che un'organizzazione che invitava i cittadini "normali" a dare la caccia agli omosessuali aveva pubblicato il suo nome (il sito del gruppo "segare gli Lgbt" è stato poi bloccato dalle autorità), la donna è stata accoltellata e strangolata.
Fatto non eccezionale nel Paese che proibisce qualsiasi propaganda Lgbt dal 2013. La motivazione ufficiale è la protezione dei minori, ma questo vuol dire che nulla è possibile, perché qualsiasi manifestazione, convegno, trasmissione, opuscolo, volantino potrebbe essere visto da un ragazzino e quindi deve essere vietato.
Ma non è solo questo. La cultura dominante e il sentimento religioso diffuso sono violentemente contro queste minoranze, viste come profondamente anti-russe e capaci di minare lo spirito nazionale. In Cecenia si sono verificati decine di omicidi di Stato, tanto che negli ultimi mesi le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno invitato tutti gli omosessuali a fuggire dalla repubblica visto che gli appelli alle autorità sono stati vani.
Ma anche nel resto della Federazione le violenze non si contano. E la polizia, come minimo, non fa nulla. Dopo le tante minacce, la Grigoryeva aveva fatto presentare da parte del suo avvocato una richiesta ufficiale di protezione. La risposta era stata che non esisteva un concreto pericolo per la donna. Lo abbiamo visto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 luglio 2019
Presentata in anteprima al 49esimo Giffoni Film Festival, alla presenza del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, la docu-serie "Boez-Andiamo via", che racconta il viaggio a piedi lungo un tratto della via Francigena di sei ragazzi condannati per aver infranto la legge e in regime di detenzione, interna ed esterna.
"Mi è piaciuto veramente molto - ha commentato il Guardasigilli -, la capacità del film è quella di tirar fuori le storie, ti arriva dritto al cuore. La società - ha aggiunto il ministro - deve essere sensibile nei confronti di chi nella vita non ha avuto possibilità di scegliere. Si è delinquenti per lo Stato prima ancora di avere la possibilità di sentirsi uomini e questo è un fallimento per lo stesso Stato. La rieducazione è fondamentale, è un obiettivo per gli adulti e lo deve esser ancor più per i giovani".
La serie, diretta da Marco Leopardi e Roberta Cortella e prodotta da Rai Fiction e Stemal Entertainment, racconta una sorta di pellegrinaggio che sperimenta il cammino come dispositivo di recupero, una pena alternativa già praticata in altri Paesi europei e che abbatte le percentuali di recidiva. Il viaggio inizia al Colosseo e si conclude a Santa Maria di Leuca, dopo 900 chilometri di strada. I giovani protagonisti affrontano sessanta giorni di notevole impegno fisico, di regole da seguire, di apprendimento di nuove modalità di relazione.
In sala erano presenti cinque dei sei protagonisti, tutti con storie di reati alle spalle - tra carcere, affidamento, domiciliari o vita di comunità - e tutti accomunati, scrivono gli organizzatori, "dalla voglia di cambiare, di voltare le spalle al passato ed iniziare un percorso nuovo, una nuova vita finalmente normale".
Il ministro Bonafede ha poi risposto ad alcune domande che i giovani del pubblico gli hanno posto. Come mettere insieme il Codice Rosso a tutela delle donne e alcune parti del Ddl Pillon? "Il Ddl Pillon - ha risposto Il guardasigilli - è una proposta. Alcune parti non mi convincono. Ci confronteremo e vedremo il da farsi".
Il ministro ha parlato anche della nuova Squadra speciale di giustizia per i minori: "È un punto di partenza. Il mondo degli affidi dei minori è spezzettato tra competenze. I bambini, invece, devono essere protetti. Gli obiettivi della nuova Squadra sono monitoraggio e controllo su quello che accade al minore in tutto il percorso. Oggi lo Stato ha occhi aperti su quello che accade a un bambino fino a un certo punto". Le sei puntate di "Boez" andranno in onda su Rai 3 a partire dal 2 settembre.
di Lino Lava
Il Gazzettino, 24 luglio 2019
Uno degli ultimi episodi eclatanti di aggressione al Due Palazzi risale allo scorso 18 giugno. Erano le 5,30 del mattino quando un detenuto italiano ha chiesto aiuto per un problema medico. Quando l'agente della polizia penitenziaria è arrivato alle sbarre della cella, il recluso lo ha colpito con un pugno al volto, minacciandolo di lanciandogli contro tutto ciò che gli capitava a tiro. L'agente è stato accompagnato in infermeria. Dall'inizio del 2018 a oggi sono state 40 le aggressioni agli agenti della polizia penitenziaria da parte dei reclusi. E adesso il pubblico ministero Sergio Dini ha aperto un altro capitolo dell'inchiesta sul carcere.
Aggressioni e tentativi di sommossa. Secondo i rappresentanti sindacali degli agenti, anche al Due Palazzi di Padova c'è mancanza di personale. Onofrio Bellini, segretario provinciale dell'Uspp, afferma che si tratta di una "problematica che riguarda gran parte dei penitenziari italiani. Tentativi di sommossa e angherie di ogni genere, come dimostrano i recenti fatti di cronaca e le statistiche che segnano un preoccupante aumento degli episodi violenti. Complimenti al personale di polizia penitenziaria del Due Palazzi, che nonostante le gravi carenze degli organici e le tante ore di lavoro richieste riesce a prevenire e allontanare le minacce per l'ordine e la sicurezza".
.Un'altra recente aggressione ha visto come protagonista un detenuto straniero che ha preso a calci e a pugni un agente, finito all'ospedale e dimesso con una prognosi di guarigione di venti giorni. L'agente era stato aggredito dallo stesso detenuto anche in novembre, quando si verificò un tentativo di rivolta presumibilmente per via della mancata erogazione di acqua calda nelle docce a causa di un guasto nella struttura. Il detenuto straniero chiuse con un calcio uno dei cancelli su una mano dell'agente ferendolo e procurandogli delle lesioni.
"Sono episodi di cui è la Polizia Penitenziaria a fare le spese", afferma Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria, e aggiunge: "E' un sistema in cui l'assenza di sostanziale legalità e di regole certe rende possibile che i detenuti colpiscano impunemente chi rappresenta lo Stato e i principi della civile convivenza.
Peraltro, se tali condizioni sono caratteristica dell'attuale sistema penitenziario nazionale il disagio e la profonda sofferenza del personale di polizia penitenziaria in ogni attribuzione costituiscono la principale falla nella gestione delle carceri nel Triveneto in cui all'assenza di risposte idonee da parte delle direzioni degli istituti corrisponde la sostanziale e grave inerzia del provveditore regionale Enrico Sbriglia", afferma Beneduci.
"In tali condizioni è quanto mai urgente che il Guardasigilli Bonafede e il Sottosegretario delegato Morrone si preoccupino da un lato di dotare la polizia penitenziaria di maggiori organici, atteso che gli attuali sono stati falcidiati da innumerevoli e ingiustificate riduzioni anche dalla legge Madia, nonché di concreti strumenti anti aggressione quali spray al peperoncino e taser e d'altro canto, stante la scadenza degli incarichi di alcuni degli attuali dirigenti regionali dell'Amministrazione penitenziaria di assegnare nuove e più idonee figure a tali incombenze laddove sia confermato il fallimento dei presenti e ciò non solo nell'interesse interno agli istituti di pena ma anche per la sicurezza della intera collettività", conclude il segretario dell'Osapp.
Sono cinque anni che il pubblico ministero Sergio Dini indaga tra le sbarre del carcere Due Palazzi. Tutto è iniziato l'8 luglio 2014, quando gli agenti della Squadra mobile scoprirono un traffico di droga, di telefoni cellulari e di computer. Un giro d'affari gestito da alcuni agenti della penitenziaria e da detenuti legati alla Camorra e alla Sacra Corona Unita. Ora si dovrà indagare sulle aggressioni.
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