quinewsvolterra.it, 11 settembre 2019
Voto unanime in Regione alla mozione proposta dalla consigliera Galletti (M5s), così come a quella per il teatro stabile presentata da Nardini (Pd). Il Consiglio regionale ha approvato all'unanimità due mozioni per promuovere iniziative di carattere sociale e culturale all'interno del carcere di Volterra, volte a migliorare le condizioni di vita in carcere e a offrire opportunità occupazionali ai detenuti.
La prima, presentata dalla consigliera Irene Galletti (M5s) impegna la Giunta a "destinare risorse regionali, in collaborazione con il carcere di Volterra, il progetto per realizzare un laboratorio che produca cibo gluten free per celiaci e per istituire corsi di formazione destinati ai carcerati e nei quali coinvolgere gli operatori del settore alimentare". La consigliera, illustrando l'atto, ha ricordato che questa sarebbe l'ideale prosecuzione del progetto "Cene galeotte", che ha permesso "di dare vita ad un ristorante con un servizio a totale gestione dei detenuti" e che ha consentito, ad alcuni carcerati giunti a fine pena, di trovare occupazione nelle attività di ristorazione locali.
La seconda mozione, presentata dal gruppo Pd, prima firmataria Alessandra Nardini, sollecita, invece, il progetto di realizzazione di un teatro stabile all'interno del carcere. Nardini ha ricordato che a Volterra "l'esperienza del teatro ha modificato geneticamente un carcere ritenuto in passato fra i più duri del nostro Paese" e "ottenuto successi e riconoscimenti anche fuori dall'Italia". La mozione impegna perciò la Giunta regionale ad "attivarsi nei confronti del Governo, con particolare riferimento al ministero di grazia e giustizia", affinché si adoperi per la realizzazione della struttura teatrale all'interno del carcere, "progetto per il quale l'amministrazione carceraria ha già stanziato un milione di euro". Il dispositivo dell'atto impegna inoltre la Giunta a sostenere la diffusione della petizione presentata dal Garante dei detenuti della Toscana sulla piattaforma change.org e a "promuovere un tavolo di confronto con la Soprintendenza, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e tutti i soggetti interessati".
Il capogruppo di Sì-Toscana a Sinistra, Tommaso Fattori, ha definito "opportune e condivisibili" le due mozioni, sottolineando che "le condizioni carcerarie si migliorano con progetti con finalità sociali e culturali come questi, ma è giusto ricordare che anche le migliorie infrastrutturali e un investimento in operatori e mediatori culturali contribuirebbe, più che aumentare il numero delle guardie carcerarie, a questa finalità". Nardini ha anche ricordato che "le Onorevoli Susanna Cenni e Lucia Ciampi hanno presentato in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati un'interrogazione proprio per sapere quali iniziative si intendano intraprendere per sbloccare le questioni relative all'edificazione" del teatro stabile in carcere. "Non possiamo trascurare inoltre che per la realizzazione di questo Teatro stabile il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha, da tempo, stanziato oltre 1 milione di euro - ha aggiunto la consigliera del Pd -, al fine di costruire una struttura capace di accogliere circa 200 spettatori. Bene, è il momento di entrare nella vera e propria fase di realizzazione del Teatro stabile nel Carcere di Volterra. In tal senso considero significativo e importante il recente sopralluogo da parte della Regione, che fa ben sperare che qualcosa si stia muovendo".
di Grazia Longo
La Stampa, 11 settembre 2019
Nel 2003 un'autocisterna carica di esplosivo si lanciò contro la base italiana: morirono in 29. La Cassazione ribalta il verdetto d'Appello per l'ex capo della missione: "Ignorò gli allarmi".
"Le sentenze si accettano e non si commentano. Ma no, in verità non mi sento in colpa per la strage di Nassiriya. Cosa avrei potuto fare io per arginare un kamikaze su un camion con 4 tonnellate di esplosivo?".
Bruno Stano, generale dell'Esercito in pensione ma ancora collaboratore delle Forze armate, è stato condannato dalla Corte di cassazione civile a risarcire le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya, avvenuta il 12 novembre 2003, nella quale morirono 19 italiani. Era lui al comando della Brigata Sassari durante la missione italiana in Iraq, quando alle 10. 40 del 12 novembre 2003 un'autocisterna guidata da un terrorista di Al Qaeda piena zeppa di esplosivo si infilò nella base Maestrale. La deflagrazione fu infernale: morirono 28 persone, crollò un edificio e venne danneggiata la palazzina del comando.
Il comandante condannato - "Poiché pur essendo pensionato partecipo a un progetto dell'Esercito non posso rilasciare interviste senza essere autorizzato - prosegue l'alto ufficiale, che negli anni è stato promosso fino a diventare generale di corpo d'armata -. Ma vorrei ricordare che quella era una missione umanitaria. La base militare era in mezzo alla comunità locale. E dunque io come primo gesto umanitario avrei dovuto fare evacuare le case? Non era quello il nostro obiettivo". Assolto in via definitiva in sede penale, il generale Bruno Stano dovrà invece rispondere civilmente per gli errori commessi. Gli Ermellini sono infatti convinti che abbia sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari all'interno del quartier generale italiano a Nassiriya in caso di un attentato "puntuale e prossimo" alla base e per la "complessiva insufficienza delle misure di sicurezza".
La sentenza - I giudici della Terza sezione civile della Corte Suprema hanno invece confermato l'assoluzione per l'allora colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, attualmente generale e all'epoca responsabile della base Maestrale. Secondo quanto emerso dai processi, Di Pauli tentò di far salire il livello di guardia e di protezione ma i superiori non gli diedero retta.
A partire da Bruno Stano che avrebbe sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani e per questo era stato già condannato dalla Corte d'Appello di Roma a risarcire le famiglie delle vittime.
L'avvocato Rino Battocletti, legale di una quindicina di feriti scampati alla strage di Nassiriya accoglie favorevolmente il giudizio: "La sentenza pone fine a un iter giudiziario lunghissimo e molto articolato e accerta, in maniera definitiva, l'obbligo risarcitorio del generale Spano. Da questo punto di vista non si può che esprimere soddisfazione rispetto a una vicenda che avrebbe dovuto trovare già una soluzione soddisfacente per i feriti e i familiari delle vittime". L'avvocato precisa inoltre che "l'entità dei danni dovrà essere quantificata in sede civile".
Allarmi sottovalutati - A convincere i giudici della Cassazione ad annullare la sentenza di appello che scagionava Bruno Stano da ogni responsabilità civile ci sono alcune considerazioni. Innanzitutto il fatto che, dalle indagini è emerso come il generale avesse ignorato gli allarmi del Sismi (i servizi segreti esteri attualmente definiti Aise) che riferivano di un imminente attentato alle nostre forze a Nassiriya. L'intelligence infatti, il 23 ottobre, segnalò "un attacco in preparazione al massimo entro due settimane".
Il 25 ottobre lanciò l'allarme di "un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto" e il 5 novembre avvertì che "un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya". Il generale Stano, non avrebbe, inoltre messo in atto le strategie necessarie a difendere la base Maestrale. C'è tuttavia da ricordare che prese servizio l'8 ottobre 2003, mentre la base era stata allestita il giugno precedente.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 settembre 2019
Non si dimette il consigliere coinvolto nel caso Palamara. Non c'è pace al Csm. Nonostante i reiterati inviti del presidente della Repubblica, nonché del Csm, Sergio Mattarella, rivolti con frequenza prima delle vacanze agli inquilini di palazzo dei Marescialli, a rispettare rigidamente leggi e conseguenti comportamenti congrui, ecco che un'ennesima polemica si preannuncia proprio in coincidenza con il primo plenum che si aprirà domani mattina alle 10.
Per comprendere le possibili conseguenze pesanti va tenuto in mente che nell'orizzonte politico del nuovo governo c'è, nel capitolo sulla giustizia, anche la riforma del Csm, il sistema di elezione dei componenti togati e anche le regole interne, nonché leggi fortemente divisive, e sulle quali può contare proprio il parere consultivo del Consiglio, come quelle sulle intercettazioni e sulla prescrizione.
Va da sé che un Csm screditato pesa poco, o nulla, sulle future leggi. Molti magistrati di peso hanno già compreso la portata della prossima partita e invitano il Csm a rimettersi velocemente in pista dopo l'inchiesta di Perugia sull'ex pm di Roma Luca Palamara che ha coinvolto ben cinque consiglieri-magistrati su sedici, portandone quattro alle dimissioni, cui va aggiunto il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio.
Che succede invece al Consiglio proprio nel giorno - mercoledì 11 settembre - del primo plenum della stagione? Ecco che il caso Palamara e le sue conseguenze si ripresentano. Da giorni circola la voce che l'ultimo consigliere coinvolto perché anche lui tra quelli che hanno partecipato agli incontri tra magistrati e politici per discutere i vertici degli uffici giudiziari tra cui la procura di Roma - Palamara, il deputato Pd Luca Lotti indagato dalla procura di Roma, il collega di partito Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa di Magistratura indipendente e deputato dem) - e cioè Paolo Criscuoli di Mi, sospeso ma non ancora dimessosi, sarebbe intenzionato a restare al suo posto, chiedendo un pieno reintegro in quanto non ritiene di essere coinvolto nella vicenda al pari degli altri.
Un caso che già infiamma una situazione comunque tesa, su cui incombono le elezioni dei due pubblici ministeri che devono sostituire quelli già dimissionari. I posti lasciati vacanti da Luigi Spina di Unicost e da Antonio Lepre di Mi non sono coperti da consiglieri non eletti, perché nelle elezioni del luglio 2018 le correnti pensarono bene di candidare solo quattro concorrenti per altrettanti posti.
Quindi si vota il 6 e 7 ottobre, e la partita si annuncia molto dura per il parterre dei concorrenti, ben 16, tra cui spiccano i nomi di Nino Di Matteo per la corrente di Davigo, di Anna Canepa per Area, di altri magistrati come Fabrizio Vanorio (pm a Napoli) e Tiziana Siciliani (pm a Milano), noti per le loro inchieste. Domenica, in streaming dall'Anm, presenteranno il loro programma. Ma nel frattempo proprio il Csm - tallonato dall'Anm sul caso Palamara, che sabato terrà un'assemblea di tutti gli iscritti - rischia di incartarsi sul caso Criscuoli, le cui dimissioni o meno, ovviamente, per la polemica che scatenano, possono incidere anche sugli equilibri del voto di ottobre.
Il caso Criscuoli, che non è indagato a Perugia, è singolare, perché dimostra come ci sia una sorta di insensibilità rispetto al comportamento che dovrebbe tenere chi entra a far parte di un'istituzione importante come il Csm. Criscuoli faceva parte della sezione disciplinare, quella che giudica i colleghi che hanno commesso errori, ma da lì si è dimesso.
Adesso anche lui a sua volta è sotto azione disciplinare proprio per via dei fatti su cui indaga Perugia. Se dovesse rientrare in Consiglio si verificherebbe l'assurdo di un consigliere che, nelle commissioni e nel plenum, siede accanto ai colleghi che poi a loro volta dovranno giudicarlo nell'ambito della sezione disciplinare.
Su di lui, inoltre, potrebbero incombere gli interventi disciplinari del ministro della Giustizia e del pg della Cassazione. Va tenuto presente che tra le future norme in discussione nella riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede c'è anche quella di aumentare il numero dei membri del Csm - da 16 a 20 i togati, da 8 a 10 i laici - proprio con l'obiettivo di creare una sezione disciplinare i cui consiglieri, giudici dei loro stessi colleghi, non facciano parte di altre commissioni, ma siano una sorta di tribunale interno isolato dal resto.
Le ore, ovviamente di febbrili contatti, che precedono il plenum diranno alla fine se la linea del vicepresidente David Ermini - ex Pd di area renziana, ma che ha sposato la linea della totale indipendenza una volta entrato al Csm, e con un forte legame con Mattarella - sarà destinata a prevalere. In questo cado Criscuoli dovrà recedere dalla sua volontà di restare e sarà costretto a dimettersi definitivamente. In caso contrario la sua permanenza al Csm aprirà un caso anche in vista dell'assemblea degli iscritti all'Anm di domenica convocato proprio per esaminare i fatti e gli effetti vicini e lontani del caso Palamara sulla magistratura.
Dall'asse M5S-Pd i magistrati si aspettano sì leggi migliori piuttosto dei decreti sicurezza e delle polemiche con Salvini, ma anche scarsa clemenza rispetto agli inciuci delle correnti. Complessivamente l'impressione è che nella querelle tra Bonafede e l'ex Guardasigilli dem Andrea Orlando, il primo potrebbe avere la meglio, perché soprattutto le scelte fatte su intercettazioni e prescrizioni vengono preferite a quelle di Orlando. Ma proprio Bonafede, nei conversazioni riservate, viene criticato per l'assetto del ministero e per i magistrati scelti, mentre vengono preferiti quelli selezionati dal suo predecessore.
Il Csm, oggi, non può più permettersi una sola sbavatura. "Graziato" soprattutto per l'intervento di Mattarella dopo il caso Palamara, deve dimostrare di essere realmente una "casa di vetro", e non solo perché cerchi di ostacolare il lavoro dei giornalisti con rigide circolari interni che ne bloccano il libero accesso e la visione dei documenti, anche quelli non riservati, proprio l'opposto della necessaria trasparenza (per esempio delle carte dei processi contenuta nella riforma delle intercettazioni di Orlando) e sintomo che nessuno di fida di nessuno.
Proprio la "casa di vetro" invece è necessaria in vista di nomine importanti. Innanzitutto, se Criscuoli lascia (e il suo passo pare inevitabile), a prendere il suo posto non potrà essere l'ultimo rimasto dei non eletti, Bruno Giangiacomo della sinistra di Area, perché a sua volta sotto inchiesta disciplinare per via di una indagine sulla sua compagna. Area gli ha già espresso il non gradimento, invitandolo a farsi da parte.
Anche per questo posto servirà dunque un'elezione suppletiva. Ma poi ci sono le nomine, a cominciare da quella del procuratore generale della Cassazione, che saranno gestite dalla quinta commissione, presieduta da Mario Suriano di Area, scelto da Ermini proprio per sostituire uno dei dimissionari (Gianluigi Morlini) del caso Palamara.
Un ruolo strategico, quelle del pg della Cassazione, anche perché componente di diritto del Csm, nonché titolare dell'azione disciplinare al pari del Guardasigilli. In pole il pg di Roma Giovanni Salvi di Area e quello di Venezia Antonio Mura di Mi. Ottime carriere, ma Mi è la stessa corrente che esprime anche l'attuale presidente della Cassazione Giovanni Mammone in scadenza a ottobre dell'anno prossimo. Senza contare che Salvi gode di maggiore anzianità.
Nella partita delle nomine, che seguiranno un ordine rigidamente temporale (si sceglie prima chi ha lasciato prima), la nomina del pg della Cassazione potrebbe cadere all'inizio di ottobre. Seguirà la procura di Torino, vacante da dicembre 2018 dopo il pensionamento di Armando Spataro.
Poi toccherà ad altri uffici tra cui le procure di Frosinone e Torre Annunziata, per cui corre l'attuale presidente dell'Anac Raffaele Cantone, che giusto domani sarà rimesso in ruolo e tornerà a fare il giudice, collega tra i colleghi. In coda sia la procura di Roma che quella di Perugia, vacanti da meno tempo. Un Csm con impegni come questi non può dare adito ad alcuna polemica, come quella di far sedere al suo interno consiglieri chiacchierati.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 11 settembre 2019
Il 23 settembre la firma. La prima accoglienza in Italia e a Malta, poi saranno distribuiti in Europa. I due Paesi ne prenderanno il 25% ciascuno. La trattativa segreta parte da lontano, dal 18 luglio scorso. C'era stata quel giorno a Helsinki una riunione dei ventotto ministri dell'Interno, Matteo Salvini presente. Italia e Malta presentarono un documento congiunto per portare a livello europeo il problema degli sbarchi.
Lo stesso giorno, Francia e Germania presentarono un loro documento, dedicato invece alle navi umanitarie. Fu deciso in quella sede di lavorare a un documento congiunto. Nel frattempo i tecnici hanno lavorato sodo per amalgamare le posizioni.
E ora ci siamo: il 23 settembre, a Malta, i quattro ministri dell'Interno si vedono per suggellare il lavoro degli sherpa e presentare il "Temporary predictive riallocation program". Un Programma temporaneo e predefinito per le riallocazioni. Il tema di cui parlerà oggi anche Giuseppe Conte a Bruxelles, all'incontro con Ursula von Der Leyen.
Quindici giorni dopo, al vertice tra ministri dell'Interno e della Giustizia che si terrà in Lussemburgo, si spera che ci siano molte altre adesioni per partire sul serio con slancio europeista. Il punto su cui i quattro governi hanno negoziato è un meccanismo automatico, per quote prefissate, che approfitta di un cavillo nel Regolamento di Dublino.
E allora: quando ci sarà la prossima emergenza con una nave umanitaria (generalmente sono Ong francesi o tedesche), Francia e Spagna in quanto Paesi di bandiera chiederanno a Italia e Malta di fornire i loro porti come "punti sicuri di sbarco", senza che per questo italiani e maltesi dovranno farsi carico di tutto quel che segue.
Il porto sarà indicato e seguirà una prima accoglienza, ma con l'accordo che nel giro di un mese, tassativamente, tutti gli sbarcati siano accolti altrove. Per il momento, sia il governo francese, sia quello tedesco si sono impegnati a prendersi il 25% degli sbarcati. Ma per Italia e Malta non è ancora sufficiente. E perciò il programma non dovrebbe essere operativo fintanto che il 100% degli sbarcati non avrà una destinazione sicura.
Italia e Malta si sono trovate d'accordo che non accoglieranno nessuno facendosi scudo di una ragione economica: già quel mese di accoglienza sarà un forte impegno logistico ed economico. Salvini non voleva concedere di più. E siccome l'accordo è ormai in dirittura d'arrivo, probabilmente anche il neoministro Luciana Lamorgese non si discosterà dalla linea.
Questo impegno alla ricollocazione per percentuali prefissate si basa chiaramente sull'esperienza di questo ultimo anno - anche ieri, grazie alla regia di Bruxelles, i profughi a bordo della "Alan Kurdi" scenderanno a Malta e in seguito andranno altrove - ma vuole superare il caso per caso, come esplicitato ieri al Senato dal premier Giuseppe Conte: "È un fenomeno che va gestito a livello europeo".
Conte ha aggiunto: "Dobbiamo lavorare al più presto per modificare il regolamento di Dublino". La modifica del regolamento richiederà tempi lunghi, però. Ed è tutto da vedere se andrà in porto. Nel frattempo i Paesi volenterosi si sono resi conto che è inaccettabile il braccio di ferro con le navi in mare e la contrattazione tra governi.
Con questo Programma, formalmente il regolamento è rispettato: Paese di approdo sarà là dove lo straniero è riallocato, non quello del mero scalo tecnico. Ma perché questo accordo non suoni da "via libera" soltanto alle Ong, è previsto che i partner europei siano di manica larga (sempre per percentuali prefissate) anche con chi viene salvato nell'area Sar italiana o maltese attraverso la Guardia costiera, accettando il principio che questi disgraziati puntano ad entrare in Europa, non in Italia o a Malta.
di Cinzia Valente
gnewsonline.it, 11 settembre 2019
Enrico Ruggeri si è esibito ieri nella casa circondariale di Civitavecchia e ha portato i suoi grandi successi all'interno dell'istituto chiudendo la prima edizione del progetto "La mia libertà - Note in carcere", manifestazione nata da un'idea di Franco Califano. La rassegna ha visto il coinvolgimento di altri artisti, Paolo Vallesi, Dolcenera, Marcello Cirillo e Mario Zamma che, nel corso dell'estate, hanno regalato momenti di svago con i loro spettacoli, ai detenuti e al personale costantemente impegnato all'interno delle carceri. Gli altri penitenziari che hanno ospitato l'iniziativa sono Rebibbia femminile, la Casa circondariale di Velletri, Regina Coeli e Rebibbia Nuovo Complesso.
Ruggeri ha intonato i brani più significativi del suo repertorio che sono entrati a far parte della storia della musica italiana. Il cantautore è stato accolto nel teatro della casa circondariale di Civitavecchia, ristrutturato dai detenuti e inaugurato per l'occasione. Abbiamo chiesto al direttore del carcere, Patrizia Bravetti, di raccontare le emozioni di una serata che ha visto la partecipazione di 110 detenuti di media sicurezza, decine di agenti, autorità comunali e associazioni che collaborano con il penitenziario.
"Prima di tutto voglio sottolineare che l'evento si è tenuto nel teatro, interamente rinnovato, della casa circondariale di via Aurelia. Palco, sipario e platea ristrutturati da sei detenuti grazie ai finanziamenti della Cassa delle Ammende. È stato fatto un ottimo lavoro - afferma la direttrice - I detenuti hanno riconquistato uno spazio che ora è un teatro a tutti gli effetti e che si è animato per Enrico Ruggeri".
Torniamo al concerto. "È stato uno spettacolo di grande qualità - aggiunge Bravetti - gradito anche dagli agenti. Le canzoni più richieste sono state Mistero, Contessa e Quello che le donne non dicono. Con questa esibizione Ruggeri ha dimostrato ancora una volta di essere un artista di enorme disponibilità e sensibilità".
Sul suo profilo Facebook poche ore dopo il concerto Ruggeri aveva scritto: "Civitavecchia. Oggi. Suonare in un carcere è sempre un'esperienza particolare, di grande intensità e piena di emozioni forti. Abbiamo tutti bisogno di sorrisi, oggi ce ne hanno regalati molti. Grazie a tutti".
ilfaroonline.it, 11 settembre 2019
Si tratta di un percorso formativo che intende offrire un'opportunità ai detenuti per diventare coach alla quotidianità nel sostenere altri detenuti. Nelle scorse ore, ha avuto inizio la Quarta Edizione del Corso per detenuti peer supporter presso il settore circondariale della CC di Civitavecchia.
Il corso è nato nel 2015, per volontà della ASL Roma 4 in accordo con la Direzione Penitenziaria, come format ed esperienza pilota per fornire un approccio concreto ad una problematica molto seria quale è quella dell'adattamento al contesto carcerario per i detenuti particolarmente fragili o che presentino un vero disagio psichico. In particolare la prospettiva si è, da sempre, focalizzata sulla prevenzione del rischio suicidario e dei rischi di aggressività auto od etero diretta.
Si tratta di un percorso formativo che intende offrire un'opportunità ai detenuti per diventare coach alla quotidianità nel sostenere altri detenuti (in un ruolo, quindi, "alla pari") in una fase esistenziale e/o clinica di particolare fragilità; ciò attraverso l'acquisizione di strumenti e competenze semplici ed orientate sui concetti base della relazione d'aiuto. Tale figura non deve essere confusa con un ruolo di "badante". Né la creazione di tale figura trasforma i detenuti in operatori. Un peer supporter va, piuttosto, inteso come una figura di riferimento relazionale, un promotore di benessere grazie ad uno stimolo efficace verso l'autonomia e la comunicazione efficace, contrastando l'isolamento di una persona che più delle altre necessiti, per la propria personalità, per il proprio disturbo o per la propria fase di vita, di un'atmosfera accogliente ed emotivamente contenitiva.
I risultati sono stati molto positivi nelle precedenti edizioni. In alcuni momenti il supporto dei detenuti formati ha permesso azioni ed interventi veramente efficaci ed equilibrati in situazioni anche critiche. Inoltre, gli stessi partecipanti hanno costantemente riferito di aver beneficiato dell'esperienza formativa proprio in termini di miglioramento personale. Non a caso, molti istituti italiani ed anche esteri hanno manifestato interesse per questa iniziativa, chiedendo documentazione e approfondimenti specifici sui contenuti teorico-pratici del Corso inaugurato a Civitavecchia, data la particolare struttura del corso medesimo.
Il corso sarà articolato in 8 incontri tenuti da tutte le aree istituzionali che operano all'interno dei contesti carcerari: Salute mentale, Serd, area sanitaria, area trattamentale, area della vigilanza. Rispetto agli altri anni nel percorso è stato inserito un incontro sulle attività riabilitative del Centro Diurno. Ricordiamo che tutte le iniziative finalizzate a promuovere il benessere psichico durante la detenzione, permettono migliori programmi di reinserimento e, pertanto, una riduzione delle recidive delinquenziali e delle complicanze dei disturbi psichici più gravi, tutti aspetti che rappresentano elementi positivi per la collettività intera.
di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 11 settembre 2019
Laboratori teatrali per conoscere se stessi. Stanno male, la loro anima si contorce, vorrebbero riavvolgere il nastro del tempo per tornare indietro e non commettere più quelle atrocità. Qualcuno di loro ha rubato soldi ai parenti, altri hanno rapinato un negozio, altri ancora hanno spacciato. C'è chi ha picchiato, chi ha tirato fuori una pistola e ha sparato.
Qualcuno ha ucciso e adesso si dimena in un tragico rimorso, ma il passato non si cambia, indietro non si torna. E così loro si disperano, piangono, diventano ancora più aggressivi, si ritirano da tutto e da tutti, restano isolati nelle celle dei loro penitenziari. Ma qualcuno trova una speranza, un lumicino di possibilità che diventa focolare, una mano tesa che arriva dai classici: libri, opere, romanzi, poesie. Tutti possono salvarsi, perché sbagliare è umano.
Sul palco "Errare humanum est", è proprio il nome del progetto che l'associazione Puntozero svolge all'interno del carcere minorile Beccaria di Milano: un laboratorio teatrale dove i ragazzi detenuti mettono in scena i grandi classici di sempre, quelli dove i temi della giustizia e della devianza sono al centro dell'opera. Quelli dove l'uomo è anima fragile, dove gli scrittori interrogano se stessi. Come Sant'Agostino, che visse nel peccato e poi divenne sacerdote, come Seneca, secondo il quale "l'inizio della salvezza è la conoscenza del peccato" e come Cicerone, secondo cui "l'errare è cosa comune, è solo dell'ignorante perseverare nell'errore".
E allora sì, certo che si può sbagliare, chiunque lo fa, ma è possibile recuperare, andare a fondo di noi stessi, fare tesoro degli errori e viverli come occasione per una vita nuova. Come succede ai 35 ragazzi reclusi che imparano il teatro nel carcere milanese grazie ai progetti dell'associazione Puntozero.
Studiano (e poi mettono in scena) opere come "Antigone" di Sofocle, dove è forte la presenza di temi quali la legge, la giustizia, il diritto, lo scontro generazionale, oppure "Romeo e Giulietta", di William Shakespeare, che si apre con una rissa che finisce con il ferimento a morte di Mercuzio, parente del principe di Verona, sono le stesse risse di cui si rendono protagonisti molti detenuti.
"Leggendo questi testi imparano che la violenza è una storia comune, fa parte dell'animo dell'essere umano", racconta l'attrice Lisa Mazoni, responsabile del progetto, che poi aggiunge: "I classici aiutano a metabolizzare le proprie colpe, aiutano a capire che tu appartieni a una comunità con tematiche universali, sbagliare non è capitato soltanto a te". E così i ragazzi peccatori, rinchiusi nelle loro prigioni, tornano a vivere lentamente. I loro spettacoli riscuotono ovazioni (si sono esibiti anche al Piccolo) e gli applausi hanno rafforzato la loro autostima, pian piano hanno ritrovato se stessi.
Ma per fare teatro, c'è bisogno di un teatro, una struttura capace di ospitare gli spettacoli. Ecco perché i ragazzi del carcere Beccaria, oltre a inscenare le opere, si danno da fare per la manutenzione e l'ammodernamento del teatro del penitenziario milanese.
"Presto il teatro avrà un ingresso indipendente da quello del carcere e sarà accessibile da tutti, così potremo fare spettacoli per la cittadinanza".
L'associazione Puntozero è nata nel 1995 dal regista e attore teatrale Giuseppe Scutellà e negli anni ha aiutato tanti giovani a uscire dalle sabbie mobili della marginalità. Addirittura alcuni di loro, scontata la pena e usciti dal carcere, sono ritornati nel penitenziario per seguire le lezioni di teatro e partecipare attivamente agli spettacoli.
Fondamentale per la riuscita del progetto è il supporto di enti, fondazioni e realtà del territorio, tra cui la banca Intesa Sanpaolo, che soltanto nel 2018 ha donato all'associazione 75.600 euro, attraverso il Fondo di beneficenza e opere di carattere sociale e culturale.
di Lorenzo Vidino
La Stampa, 11 settembre 2019
A diciotto anni dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 contro New York e Washington la minaccia jihadista contro l'Occidente resta in tutta la sua ferocia anche se ha fattezze assai diverse da quelle dell'Al Qaeda di allora.
L'11 settembre 2001 Al Qaeda, allora l'incarnazione principale di un movimento jihadista globale che aveva già insanguinato il mondo islamico da decenni ma che era ancora pressoché sconosciuto in Occidente, porta la sua sete di morte mirata a raggiungere un obiettivo - la creazione di società islamiche guidate da una interpretazione ultra-letteralista del Corano - a casa del paese che più di ogni altro considera nemico della visione di Osama Bin Laden e del suo gruppo.
Da quel fatidico giorno sono passati, dal punto di vista geopolitico, anni luce: la guerra al terrorismo, con i suoi successi ma anche con le sue derive, migliaia di attentati in tutto il mondo, la diffusione di misure di sicurezza che ormai diamo per normali ma che fino ad allora erano impensabili, l'assuefazione alla paura di attacchi terroristici, infiniti dibattiti su questioni fondamentali come il rapporto tra libertà civili e necessità di sicurezza o sulla natura dell'Islam (del quale il movimento jihadista si auto-proclama paladino e rappresentante, nonostante la sua visione oscurantista sia rifiutata dalla stragrande maggioranza dei musulmani) e la sua posizione all'interno delle società occidentali.
Nel 2014, con l'ascesa dell'Isis - gruppo che nasce come costola di Al Qaeda e con la quale ora lotta per la primazia del movimento jihadista globale - la creazione del Califfato e l'ondata di violenza che ne è conseguita, abbiamo toccato l'apice della violenza jihadista.
Ma, per quanto la partita col jihadismo sia una che l'Occidente vorrebbe chiudere da anni, è scioccamente ottimista pensare che si possa pensare ad una fine della minaccia. La perdita di territorialità da parte dello Stato Islamico ha chiuso una fase particolarmente intensa della storia del jihadismo, a livello globale come nei nostri confini, per aprirne una nuova caratterizzata da forte incertezza e poliformità della minaccia.
Lo Stato Islamico non è più Califfato ma è sempre vivo: come forza insorgente in Siria e Iraq; nelle provincie (wilayet) satelliti che ha creato in vari continenti, cooptando network jihadisti locali; sul web, dove esiste il cosiddetto "califfato virtuale"; e come idea che motiva adepti ovunque, Occidente incluso. È poi ancora forte, anzi, viene ritenuta da molti in forte crescita, Al Qaeda, che seppur offuscata dallo Stato Islamico durante i giorni del Califfato, ha adottato una tattica attendista che l'ha portata a rafforzarsi nel lungo.
In questo momento il jihadismo globale non ha un punto focale forte come lo è stato il Califfato per buona parte di questa decade, ma appare più simile a come era dieci anni fa, prima delle Primavere Arabe: disperso su vari fronti, dal Nord Africa alle Filippine, ma con forti legami transnazionali e pronto a colpire ovunque.
Il problema è che al Qaeda, l'Isis e la miriade di gruppi che orbitano nelle loro galassie, siano essi più o meno forti, votati più a perseguire obiettivi locali o globali, sono semplicemente emanazioni momentanee di un fenomeno ideologico che continua ad attrarre adepti. Successi tattici (operazioni militari contro gruppi jihadisti, arresti, attentati sventati) sono fondamentali ma rimangono delle vittorie di Pirro finché non si vince la battaglia fondamentale dell'indebolimento dell'appeal ideologico del jihadismo e delle complesse questioni politiche, sociali, educative, teologiche ed economiche che lo rendono attrattivo agli occhi dei suoi tanti adepti.
di Anna Spena
vita.it, 11 settembre 2019
La case editrice Contrasto pubblica il nuovo libro di Valerio Bispuri, "Prigionieri", un reportage nelle principali strutture carcerarie italiane, che raccoglie tre anni di lavoro e porta avanti il viaggio fotografico cominciato nelle prigioni sudamericane, Encerrados. Che succede a chi è privo di libertà? Come cambia il tempo di chi è rinchiuso? Come cambiano i suoi gusti?
Bispuri ha cercato di rispondere a queste domande. Il bianco e nero intenso delle sue fotografie racconta dei drammi personali e dei drammi collettivi di uomini e donne specchio dell'intera società, in un non-luogo fermo nel tempo e nascosto ai margini del mondo. "In questi non-luoghi", dice l'autore, "per tre anni ho visitato dieci carceri italiane e mi sono accorto di come le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e di trovare un'alternativa per il futuro, che spesso non esiste".
Com'è nata l'idea?
Questo viaggio nelle carceri italiane è il secondo capitolo di un altro viaggio iniziato nelle prigioni sudamericane. Il primo lavoro si chiama "Encerrados". Il progetto è un vero un percorso sull'essere umano, sul stato emotivo e psicologico. Che succede a chi è privo di libertà? Come cambia il tempo di chi è rinchiuso? Come cambiano i suoi gusti? La mia fotografia è dedicata la mondo degli invisibili.
Quali carceri hai visitato?
Sono entrato nelle carceri di massima sicurezza, dove sono rinchiusi affiliati camorristi e mafiosi, come Poggioreale a Napoli e l'Ucciardone a Palermo. Ho visitato le realtà delle colonie penali, dove i prigionieri sono parzialmente liberi e possono lavorare al di fuori degli istituti penitenziari, come accade a Isili in Sardegna. Mi sono immerso nella dimensione delle carceri femminili: nell'antico monastero di Venezia; a San Vittore a Milano e a Rebibbia a Roma. Sono stato in piccole dimensioni carcerarie e in enormi istituti penitenziari. Ho potuto osservare strutture nuove, come il carcere di "Capanne" a Perugia e piccoli istituti come a Sant'Angelo dei Lombardi.
Cosa hai trovato nelle carceri?
Una parte di umanità che facciamo fatica ad accettare. Quando qualcuno sbaglia per noi è importante che venga rinchiuso e che "la chiave sia buttata". Poi smettiamo di farci domande su quella persona.
Cosa hai visto da dentro che chi è fuori non riesce a percepire?
Che dentro le carceri c'è amore. Condivisione. Tolleranza. Parole difficilissime da legare a questo mondo. Ecco io con Prigionieri non volevo denunciare la situazioni delle carceri in Italia. Ma solo raccontare l'umanità che c'è dentro.
Come li hai coinvolti? Come li hai convinti a lasciarsi fotografare?
Raccontandogli la verità. Che quel progetto non era solo il mio progetto, ma il nostro. Una cosa da fare insieme. Gli ho detto "aiutatemi ad entrare nella vostra dimensione" e questa cosa gli è piaciuta.
Ci sono state storie che ti hanno colpito più di altre?
Ci sono tante persone in carcere che in realtà non vengono da un percorso criminale. Ma hanno avuto una cosa che io chiamo blackout. Lo so che è difficile da spiegare. Mi ricordo di questo ragazzo di Firenze che aveva bevuto troppo. La sua mente una notte si è oscurata, con la macchina ha imboccato contromano la tangenziale di Napoli uccidendo due persone, tra cui la sua compagna. Non ricorda molto, solo che aveva bevuto qualche birra di troppo. Nella sua stessa cella da qualche settimana c'è anche un detenuto accusato di omicidio: anche la sua mente all'improvviso ha fatto click e ha ammazzato tre persone per un litigio tra vicini di casa.?
Valerio Bispuri (Roma, 1971) è fotoreporter professionista dal 2001 e collabora con numerose riviste italiane e straniere. Per dieci anni ha lavorato al progetto "Encerrados", sulla vita in 74 carceri maschili e femminili nei paesi sudamericani, che nel 2015 è diventato un libro edito da Contrasto. Nel 2017, dopo oltre 14 anni, ha concluso un altro progetto sulla diffusione e gli effetti di una nuova droga chiamata "paco", diventato anch'esso un libro (Contrasto, 2017). Il lavoro di Bispuri ha ricevuto numerosi premi internazionali ed è stato esposto in diverse città, in Italia e all'estero.
di Stefano Balassone
La Repubblica, 11 settembre 2019
"Boez-Andiamo via", 10 puntate dal 2 settembre su Rai 3 alle 20.25, è un road reality, come Pechino Express, ma strutturalmente somiglia anche a Temptation Island o Isola dei famosi in cui i protagonisti accettano la reclusione in un luogo dove più o meno veracemente affrontano prove, fisiche e psicologiche.
Struttura a parte, per tutto il resto la differenza è radicale. I protagonisti sono sei giovani detenuti in carcere o ai domiciliari, che con l'accordo del Ministero ne sono stati estratti a patto di impegnarsi a percorrere a piedi 910 km, da Roma alla Puglia estrema. Li guidano e seguono due accompagnatori ma anche, fuori scena, la troupe e gli autori che scarpinano avendo scommesso sul recupero di quelle sei persone al mondo.
È frequente la confidenza a favore di camera, il dialogo entro la comitiva o con chi s'incontra, mentre da casa osserviamo i gesti, la selva dei tatuaggi, gli umori. Presto quell'insieme si districa e partorisce la differenza dei caratteri: l'ironico, il poeta, il drammatico. E a questo punto lo spettatore cede e inizia a proiettarsi in ognuno di quelli a cui, al di là della colpa giudiziaria, la ruota del destino è andata storta.
La comunicazione emerge come la medicina fondamentale per chi esce dai luoghi di galera, dove convivi ma non comunichi e, sostanzialmente, resti smarrito circa te stesso. Il gruppo in marcia, invece, costringendo a cooperare ("ce la fai?", "ti do una mano", "e ora che facciamo?") rompe di per sé l'isolamento, la cella emotiva e apre il discorso con il mondo, che fino a lì è mancato.
Da cui la radicale differenza con i reality dei Vip e simili che si muovono su schemi scontati e di sé non hanno nulla da rivelare, essendo ben attenti a confermare il personaggio pubblico che si sono costruiti a tavolino. "In Boez-Andiamo via", invece, c'è qualcosa da scoprire, ed è questo che rende lo spettatore curioso e offre un motivo per seguire quelle persone, nel loro viaggio sia stradale che interiore.
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