di Leonardo Filippi
left.it, 11 settembre 2019
Erano scampati al bombardamento del lager libico di Tajoura dello scorso 2 luglio, in cui morirono 53 persone. Avevano trovato rifugio all'interno di una struttura dell'Unhcr, a Tripoli. Un luogo dove finalmente i circa 480 profughi superstiti si sentivano al sicuro, al riparo da nuove torture e omicidi, di routine nel centro di detenzione da cui provenivano. Ora però l'agenzia Onu per i rifugiati chiede agli ospiti abbandonare la struttura perché i posti all'interno sono troppo pochi rispetto alle presenze. Minacciandoli di essere riportati nei centri di detenzione. Mettendo così, in ogni caso, a rischio le loro vite.
La struttura dell'agenzia Onu per i rifugiati, conosciuta come Gdf (Gathering and departure facility, ndr), "è gravemente sovraffollata. Più di mille persone sono ospitate qui, mentre la capacità del centro è di 700 persone" spiega in una nota l'Unhcr. "Le infrastrutture e i servizi del Gdf - si legge ancora - sono malridotti e il deterioramento delle condizioni di vita potrebbe portare ad una situazione insostenibile".
Il centro, creato nel 2018, ha la funzione di spazio di transito per quei rifugiati detenuti nel Paese che vengono identificati come i più vulnerabili e per i quali (pochi) viene trovato un posto fuori dalla Libia. Non per tutti, insomma. Per questo ai sopravvissuti di Tajoura è stato chiesto di uscire.
Ma i circa 480 superstiti ai quali è stata formulata questa richiesta si sono opposti. Per loro, allontanarsi dalla struttura significa rischiare di tornare tra le mani dei trafficanti di esseri umani, oltre che esporsi ai pericoli del conflitto in corso nel Paese. Per questo hanno deciso di lanciare un appello internazionale.
Dopo essere entrati nel centro il 9 luglio, "ora l'Interno e l'Unhcr vuole farci uscire e lasciarci per le strade di Tripoli, dove ci aspettano intensi combattimenti e reti di trafficanti - scrive uno dei profughi all'interno del Gdf, in un messaggio Whatsapp che abbiamo raccolto grazie al lavoro di denuncia del collettivo Josi e Loni project. "Il rischio - prosegue - è di una grande catastrofe umanitaria. Noi rifugiati e sopravvissuti del bombardamento di Tajoura chiediamo aiuto e protezione".
Secondo diversi profughi ora sotto sgombero, vivere all'esterno del centro, a Tripoli, sarebbe tanto rischioso quanto affrontare il mare, e per questo molti di loro starebbero già pianificando la traversata del Mediterraneo, come si evince da alcune testimonianze raccolte dall'Irish Times.
I profughi in questione erano fuggiti in massa dal centro di detenzione di Tajoura, nella periferia Est di Tripoli, in seguito al raid dell'aviazione del generale Khalifa Haftar del 2 luglio, un vero e proprio crimine di guerra nell'ambito dello scontro civile in atto nel Paese (non era la prima volta che il centro finiva sotto le bombe; secondo le testimonianze di alcuni profughi, inoltre, i morti sarebbero stati circa un centinaio). Dopo che l'Unhcr si era dichiarata disponibile ad ospitare solo una piccola parte dei superstiti nel Gdf, gli esclusi avevano deciso di entrare comunque nella struttura.
A distanza di due mesi dal loro ingresso, però, il personale del centro ha comunicato ai profughi di essere "sgraditi", in quanto il loro accesso sarebbe avvenuto in maniera "abusiva", la struttura è oltre il limite della capienza e i posti a disposizione per l'evacuazione sono assai limitati.
Motivazioni che, per quanto reali, assai difficilmente giustificano l'esposizione di persone già fortemente traumatizzate al rischio di tornare nei lager libici (nel centro dal quale provengono, quello di Tajoura - è bene ricordarlo - torture e stupri sono all'ordine del giorno). Un'operazione messa in atto, peraltro, proprio dall'agenzia che avrebbe come mandato internazionale la loro protezione.
Ma a suscitare forte preoccupazione sono anche le modalità con cui si sarebbe chiesto ai profughi di andarsene. Come testimoniato da alcuni video girati dai migranti, gli operatori dell'Unhcr avrebbero tentato di convincere i superstiti di Tajoura ad abbandonare il Gdf affermando che "non ci sono altre opzioni", e che qualora non accettassero di farlo "arriveranno qui (le autorità libiche, ndr) e vi riporteranno nei centri di detenzione". Il Gdf dell'Unhcr, è bene ricordarlo, opera sotto la giurisdizione del ministero dell'Interno libico del governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al-Sarraj.
Secondo alcune testimonianze scritte a mano dai profughi e raccolte dalla reporter irlandese Sally Hayden, inoltre, nei loro confronti gli operatori Onu avrebbero paventato l'uso della forza, in caso di rifiuto ad uscire autonomamente. "Non abbiamo mai detto che i profughi saranno forzati ad uscire, o che sarà in alcun modo usata la forza nei loro confronti", ribatte Paula Barrachina Esteban, funzionaria dell'Unhcr a Tripoli, contattata dal nostro settimanale.
"Ma se non volessero abbandonare il centro - prosegue - e non trovassimo altre soluzioni, una possibilità è che le autorità libiche decidano di intervenire e li riportino in stato di detenzione. Non è la cosa che vogliamo, per questo abbiamo deciso di prolungare il dialogo coi profughi. Per ora nessuno di loro è stato fatto uscire, si tratta di una soluzione volontaria". Il motivo con cui l'agenzia per i rifugiati giustifica la scelta di allontanare una parte degli attuali profughi presenti nel Gdf - ribadiscono dall'Alto commissariato - è legato alle condizioni della struttura, e di chi la abita.
"Il Gdf è un centro di transito per i rifugiati detenuti in Libia che individuiamo come più vulnerabili, affinché siano evacuati dal Paese - prosegue Barrachina -. Tra coloro che erano detenuti a Tajoura ne abbiamo individuati 55. Ma ora la struttura è al limite, e non abbiamo a disposizione abbastanza slot per evacuare tutti i profughi presenti nel centro. Perciò abbiamo chiesto ai 480 che sono entrati dopo il bombardamento di luglio di essere trasferiti in ambito urbano, dove vivono già più di 50mila rifugiati". A chi accettasse di uscire - in gruppi da 20-40 per volta - verrebbero consegnati una piccola cifra di denaro e l'occorrente per l'igiene personale, e verrebbe offerta la possibilità di una successiva valutazione personale per verificare le condizioni per un reinsediamento fuori dal Paese.
"La Libia non è un Paese sicuro, lo sappiamo - conclude la portavoce dell'Unhcr -. Per questo quella che proponiamo non è la soluzione ideale, ma è l'unica che abbiamo se vogliamo tornare ad rendere operativo il Gdf. Nell'ultimo anno da qui sono state trasferite 1016 persone, verso il Niger e verso l'Europa. In questo momento abbiamo identificato persone che avrebbero diritto ad abbandonare la Libia, ma non possono accedere al Gdf perché è pieno". Numeri e argomentazioni, questi, che al momento non fanno presa sui sopravvissuti di Tajoura, portatori di un gigantesco bagaglio di ferite, nel corpo e nella psiche. Costretti ad un assurdo braccio di ferro con chi avrebbe il compito di difenderli, che non intendono mollare.
La Repubblica, 11 settembre 2019
Il dossier di Human Rights Watch. A migliaia tenuti a lungo in condizioni degradanti. Pestaggi, fame in celle sovraffollate con 40°. L'esercito nigeriano ha arbitrariamente arrestato migliaia di bambini e trattenuti in galera in condizioni degradanti e disumane perché sospettati di essere coinvolti con il gruppo islamista armato Boko Haram. Lo si apprende da Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi. Molti bambini sono detenuti arbitrariamente per mesi o addirittura per anni in caserme militari squallide e sovraffollate, senza alcun contatto con il mondo esterno.
Il rapporto di 50 pagine: pestaggi e fame. "'Non sapevano se fossi vivo o morto", è il titolo del dossier di 50 pagine sulla detenzione di bambini nel Nord-Est della Nigeria". Documenta come le autorità nigeriane trattengano i bambini, spesso sulla base di prove scarse o assenti. I bambini descrivono pestaggi, calore travolgente, fame frequente, ed essere stretti nelle loro celle con centinaia di altri detenuti "come rasoi in un branco", come ha detto un ex detenuto.
Condizioni di vita orribili. "I bambini sono detenuti in condizioni orribili da anni, con poche o nessuna prova del coinvolgimento con Boko Haram e senza nemmeno essere portati in tribunale", ha dichiarato Jo Becker, direttore per la difesa dei diritti dei bambini di Human Rights Watch. "Molti di questi bambini sono già sopravvissuti agli attacchi di Boko Haram. Il trattamento crudele delle autorità aumenta la loro sofferenza e li vittima ulteriormente ". Il governo nigeriano dovrebbe firmare e attuare un protocollo di consegna delle Nazioni Unite per garantire il rapido trasferimento dei bambini arrestati dai militari alle autorità di protezione dei minori per la riabilitazione, il ricongiungimento familiare e il reinserimento della comunità. Altri paesi della regione, tra cui Ciad, Mali e Niger, hanno già firmato tali protocolli.
Accuse senza prove. Tra gennaio 2013 e marzo 2019, le forze armate nigeriane hanno arrestato oltre 3.600 bambini, tra cui 1.617 ragazze, per sospetto coinvolgimento con gruppi armati non statali, secondo le Nazioni Unite. Molti sono detenuti nella caserma militare di Giwa a Maiduguri, il principale centro di detenzione militare nello stato di Borno. Nel giugno 2019, Human Rights Watch ha intervistato a Maiduguri 32 bambini e giovani che erano stati detenuti come bambini nella caserma di Giwa per presunto coinvolgimento con Boko Haram. Nessuno dei bambini ha affermato di essere stato portato davanti a un giudice o di essere comparso in tribunale, come richiesto dalla legge, e solo uno ha visto qualcuno che pensava potesse essere un avvocato. Nessuno era a conoscenza di eventuali accuse nei loro confronti. Uno è stato arrestato quando aveva solo 5 anni.
Arrestato perché vendeva patate a Boko Haram. Le autorità nigeriane hanno arrestato i bambini durante operazioni militari, controlli di sicurezza, procedure di screening per gli sfollati interni e sulla base di informazioni fornite da informatori. Molti dei bambini hanno dichiarato di essere stati arrestati dopo essere fuggiti dagli attacchi di Boko Haram nel loro villaggio o mentre cercavano rifugio nei campi per sfollati interni. Uno ha affermato di essere stato arrestato e detenuto per più di due anni per presunta vendita di patate ai membri di Boko Haram. Diverse ragazze sono state rapite da Boko Haram o costrette a diventare "mogli" di Boko Haram.
Costretta a sposare un jihadista e per questo accusata. Circa un terzo dei bambini intervistati ha affermato che le forze di sicurezza li hanno picchiati durante gli interrogatori dopo il loro arresto o nella caserma di Giwa. Una ragazza che è stata costretta a sposare un membro di Boko Haram ha detto che dopo che i soldati l'hanno catturata, "I soldati ci stavano picchiando con le loro cinture, chiamandoci nomi e dicendoci che ci avrebbero trattato perché siamo mogli di Boko Haram". Altri hanno detto che furono picchiati se negarono l'associazione con Boko Haram.
In 250 dentro una cella 10 per 10. I bambini hanno descritto la condivisione di una singola cella, circa 10 per 10 metri, con 250 o più detenuti. Dissero che la puzza di un singolo bagno aperto era spesso travolgente e che i detenuti svenivano talvolta per il caldo. A Maiduguri, la temperatura massima annuale media è di 35 gradi Celsius e le temperature possono superare i 40 gradi. Quasi la metà dei bambini ha dichiarato di aver visto cadaveri di altri detenuti nella caserma di Giwa. Molti hanno affermato di soffrire di sete o fame frequenti. Quindici dei bambini erano stati detenuti per più di un anno e alcuni erano stati detenuti per più di tre anni. A nessuno era stato permesso di contattare membri della famiglia al di fuori del centro di detenzione, né le autorità avevano contattato le loro famiglie. Tali casi possono costituire sparizioni forzate, una grave violazione dei diritti umani.
Un inferno anche per bambini di 7 anni. I bambini hanno detto che Giwa ha una cella per ragazzi di età inferiore ai 18 anni con bambini di età pari o inferiore a 7 anni. I militari trattengono anche i bambini nelle celle degli adulti, dove i bambini hanno dichiarato che il cibo e l'acqua erano più scarsi e le condizioni erano ancora più affollate.
Corriere della Sera, 11 settembre 2019
In manette anche una docente e un loro amico. Hanno tutti doppio passaporto inglese e australiano. Due donne con doppia cittadinanza australiana e britannica e un cittadino australiano si trovano in stato di arresto in Iran: lo rivela il governo australiano, secondo quanto riportato dai media internazionali. I loro nomi non sono stati resi noti ma, secondo il Times di Londra, si troverebbero in stato di detenzione due donne con doppia cittadinanza britannica e australiana, una blogger e una docente universitaria. Secondo i media australiani sarebbe stato arrestato anche il compagno della blogger, di nazionalità australiana.
Diplomazia difficile - Il Times collega gli arresti ad una escalation di tensione in atto tra Londra e Teheran, sottolineando che si tratterebbe dei primi casi di arresto di persone con doppia cittadinanza una delle quali non sia quella iraniana. Le due donne, una blogger anglo-australiana che stava svolgendo un viaggio in Asia con il suo compagno australiano e una accademica dell'Università di Cambridge che stava insegnando in una università australiana, anche lei con doppia cittadinanza, sarebbero state arrestate separatamente, in diverse circostanze. Secondo il Times, sono detenute nel carcere di Evin, a Teheran, lo stesso dove è rinchiusa dal 2016, con accuse di spionaggio, la project manager anglo-iraniana 41enne Nazanin Zaghari-Ratcliffe.
di Farian Sabahi
Il Manifesto, 11 settembre 2019
La storia della tifosa iraniana Sahar, ventinove anni, rimbalza sui media con l'hashtag #blue_girl. È stata soprannominata "la ragazza blu" perché amava vestire la maglia dell'Esteglal di Teheran, la sua squadra del cuore. Il 9 settembre Sahar è morta in un ospedale della capitale iraniana per le ustioni riportate il 2 settembre, quando si è data fuoco per protestare contro la magistratura della Repubblica islamica che l'ha condannata a sei mesi di carcere per essere entrata nello stadio Azadi (in persiano Azadi vuol dire libertà) di Teheran, laddove alle iraniane è fatto divieto di salire sugli spalti dal 1981.
Un divieto che non è legge, ma viene imposto con severità. I giovani non ne comprendono il senso e per questo protestano, mentre per aggirare l'ostacolo le donne si travestono da uomini, come ben ha raccontato il regista iraniano Jafar Panahi nel lungometraggio Offside, ambientato durante il match di ritorno contro gli irlandesi, il 15 novembre 2001, quando l'Iran vince 1-0 contro l'Irlanda ma non si qualifica per i mondiali di Corea e Giappone del 2002.
Nel mese di marzo, Sahar si era tolta il velo e si era messa una parrucca da uomo, aveva cercato così di confondersi tra i tifosi, ma era stata scoperta e arrestata. Con lei, tante altre erano state fermate. Se nel film del regista iraniano Panahi le protagoniste riescono a scappare, il destino di Sahar è diverso: viene arrestata, trascorre tre giorni in cella, esce su cauzione, sei mesi dopo finisce in tribunale senza un avvocato a difenderla. Il giudice non si presenta, forse per un problema in famiglia. Sahar dimentica il cellulare in tribunale, rientra per recuperarlo. Sente qualcuno che parla di una condanna tra i sei mesi e i due anni di reclusione per oltraggio al pudore.
All'uscita dal tribunale di Teheran, la giovane donna si dà fuoco. È il 2 settembre. Il corpo ustionato al novanta percento, un polmone danneggiato. Sahar non ce l'ha fatta. Mentre la FIFA mette pressione all'Iran perché apra gli stadi alle donne entro il 31 agosto, Sahar diventa il simbolo della battaglia affinché la politica non interferisca con lo sport. Nella Repubblica islamica dell'Iran ogni cosa può assumere una connotazione politica. L'arte è dissenso, e il cinema ne è una delle espressioni più popolari, in grado di valicare le frontiere. Basti pensare alle vicende del regista Jafar Panai, preso di mira dalla magistratura di Teheran che da anni gli impedisce di lasciare il paese e rilasciare interviste. Anche lo sport, e in particolare il calcio, possono iscriversi in questo registro.
Gli iraniani, in patria e nella diaspora, sono frustrati per le continue interferenze della politica negli sport. Per questo, l'hashtag #BanIRSportsFederations corre veloce sui social per impedire all'Iran di partecipare alle competizioni internazionali. E persino Masoud Shojaei, il capitano della nazionale di calcio iraniana, ha il coraggio di criticare le condanne comminate alle donne che cercano di entrare nello stadio: lo fa in persiano, su Instagram, in modo da poter raggiungere l'audience più ampia.
Sempre su Instragram, sul suo account da 4 milioni e mezzo di followers il popolare calciatore Ali Karimi (che si è ormai ritirato) ha scritto di voler boicottare gli stadi: il suo post ha ricevuto 100mila like in meno di mezz'ora. Tantissimi altri esprimono rabbia (e solidarietà alla famiglia di Sahar) usando Twitter. Il dibattito limitato ai social è segno della censura di regime, nel momento in cui la pressione esterna su Teheran è ai massimi storici.
Nel 2001, quando le iraniane osavano entrare negli stadi travestite da uomini, il dibattito sull'ingresso delle donne negli stadi della Repubblica islamica aveva invece luogo sulla carta stampata perché il presidente era il riformatore Muhammad Khatami che a Teheran aveva portato la primavera. Dopo l'1-0 della nazionale iraniana contro gli irlandesi, il quotidiano Azad (in persiano Azad vuol dire libero) commentava: "Molte donne vorrebbero entrare negli stadi, ma tanto interesse non significa che quell'attività sia eticamente corretta, basti pensare a quanti piace bere alcol, usare droghe, giocare d'azzardo.
Detto questo, che le donne guardino le partite da casa, in televisione, è senz'altro appropriato: allo stadio i maschi dicono parolacce, tanta volgarità non si addice all'altra metà del cielo". Il femminile Zanan (in persiano Zanan vuol dire donne) ribatteva, con sarcasmo. Due le vignette. Nella prima una donna, velata, su una terrazza, orienta il telescopio verso lo stadio lontano. Con l'altra mano sventola una bandierina e fa il tifo. La seconda vignetta mostrava la strada che conduce al campo da gioco, a lato i cartelli con un elenco di oggetti che non è consentito portare allo stadio: bottiglie, coltelli, randelli, catene. E donne.
Anche i manager facevano satira. 9 gennaio 2003. Nell'impianto sportivo Iran Khodro, a Teheran, il Peykan ospitava il Barq di Shiraz. Il manager dei padroni di casa, Mahdi Sadras, otteneva che un gruppo di donne potesse accomodarsi in un settore privato. Perché, dopotutto, i sostenitori del Paykan sono particolarmente educati, non dicono parolacce! E poi, dichiarava il manager ai giornali, "la presenza delle donne sugli spalti migliora l'umore dei giocatori".
milleunadonna.it, 11 settembre 2019
Sahar Khodayari, la 29enne iraniana che si era data fuoco nei giorni scorsi davanti a un tribunale di Teheran dopo la condanna per avere violato il divieto per le donne di entrare negli stadi, è morta la scorsa notte a seguito delle ustioni riportate. La 29enne era stata fermata lo scorso 12 marzo allo stadio Azadi di Teheran dopo esservi entrata travestita da uomo per assistere alla partita della sua squadra - l'Estghlal, allenata ora dal tecnico italiano Andrea Stramaccioni - contro l'Al Ain, club degli Emirati Arabi Uniti.
Khodayari, che si era anche ritratta nell'impianto con un selfie, era stata detenuta per alcuni giorni nel carcere femminile di Gharchak Varamin a sud di Teheran, ritenuto tra i peggiori in termini di condizioni di vita. Quando a inizio settembre era stata convocata da un procuratore di Teheran per il sequestro del suo telefono cellulare, aveva appreso che le era stata comminata una condanna a sei mesi per oltraggio al pudore. A quel punto si era data fuoco, procurandosi ustioni di terzo grado nel 90% del corpo.
Il caso ha riacceso le polemiche sul divieto per le donne iraniane di assistere alle partite maschili negli stadi di calcio, occasionalmente allentato nei mesi scorsi su pressioni della Fifa ma tuttora in vigore. In sostegno di Khodayari si è espressa nei giorni scorsi anche la deputata Parvaneh Salahshouri, lanciando appelli alla sensibilizzazione contro le discriminazioni subite dalle donne nella Repubblica islamica.
La notizia ha destato forti impressioni anche in Italia. "Rabbia e dolore per la morte di una giovane tifosa che si era data fuoco per protesta contro le intollerabili discriminazioni subite nel suo Paese, l'Iran. Una protesta estrema contro un possibile processo per aver tentato di entrare in uno stadio durante una partita di calcio a Teheran", dichiara la senatrice Pd e capogruppo in commissione diritti umani Valeria Fedeli.
"Pur di seguire la sua squadra del cuore, questa ragazza - afferma Fedeli - si era travestita da uomo sfidando il divieto di ingresso alle donne. Arrestata dalla polizia religiosa, ha trascorso alcuni giorni in uno dei peggiori carceri in termini di violazioni dei diritti umani.
Si è data fuoco quando ha saputo della condanna a sei mesi per oltraggio al pudore. Una vicenda che ci impone di continuare a fare pressione contro le discriminazioni di genere e di farlo in tutte le sedi internazionali, insieme a tutti soggetti che possono esercitare un'influenza in quelle aree del mondo dove non sono riconosciuti e tutelati i diritti fondamentali e le libertà delle persone".
corriere.it, 11 settembre 2019
Migliaia di immigrati, molti dei quali malati di mente, rinchiusi in isolamento nelle carceri americane. Una pratica che le Nazioni Unite equiparano a una forma di tortura, ma che è invece molto utilizzata dai funzionari dell'Ice (l'Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento della Sicurezza nazionale).
Non solo adesso con Trump ma anche ai tempi di Obama. Questo è quanto emerge da un'inchiesta indipendente, condotta da media (The Atlantic e New York Times) e organizzazioni non governative(Project On Government Oversight, American Civil Liberties Union e National Immigration Justice Center) su documenti governativi degli ultimi 4 anni.
E che squarcia il velo su quella che è una storia di abusi sistematici compiuti da un'agenzia federale. In base agli ultimi dati, ad agosto gli immigrati irregolari detenuti nelle prigioni statunitensi erano più di 55.000, un numero record mai raggiunto in precedenza. Il che aiuta a comprendere come il sovraffollamento carcerario e le lungaggini burocratiche nell'esame delle richieste d'asilo contribuiscano a creare disagi e frustrazioni tra i detenuti. Sempre più numerosi, infatti, sono i casi di persone colpite da ansia, rabbia, depressione e impulsi suicidi. Perciò viste come una minaccia per gli altri detenuti e per il personale, e dunque messe "regolarmente" in isolamento.
Una pratica sanzionata dall'Onu, ma che negli Stati Uniti è largamente diffusa, più di ogni altro Paese democratico al mondo. La cosa più grave è che a essere sottoposti a questo regime sono gli immigrati più vulnerabili, come omosessuali, disabili e malati di mente. "I funzionari dell'Ice - si legge nel rapporto di Project On Government Oversight - stanno usando l'isolamento come punizione standard invece che come ultima risorsa, costringendo le persone a stare 23 ore al giorno da sole anche per mesi".
Infatti nei due terzi dei casi si tratta di immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione o coinvolgimento in risse. Gli immigrati di diverse nazionalità detenuti dalle autorità statunitensi in celle isolamento sono migliaia, ma è impossibile calcolarne il numero esatto perché per legge vengono registrati solo i casi superiori ai 15 giorni.
Questi dati, come era facile immaginare, stanno riaccendono le polemiche negli Usa per l'eccessivo ricorso a questa misura detentiva. E la giustificazione data dall'Ice, secondo cui "l'isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato è gay o soffre di disturbi mentali", non ha fatto altro che inquietare ancora di più le associazioni per la difesa dei diritti umani.
agenzianova.com, 11 settembre 2019
Il tribunale di Yaoundé ha condannato il vicepresidente del partito di opposizione Movimento per il rinascimento del Camerun (Mrc), Mamadou Mota, a due anni di carcere per il suo coinvolgimento nell'ammutinamento del 22 luglio scorso nella prigione centrale di Yaounde dove è detenuto da giugno. È quanto riferisce la stampa camerunese. L'Mrc ha già annunciato ricorso in appello contro la sentenza. Oltre a Mota sono state condannate altre 12 persone, in maggioranza anglofone o appartenenti all'Mrc.
Lo scorso 22 luglio i detenuti all'interno del penitenziario di Kondengui hanno dato vito ad una rivolta per chiedere miglioramenti nelle loro condizioni di detenzione. Successivamente la polizia è intervenuta all'interno del carcere per reprimere la rivolta. Nella rivolta sono rimaste ferite decine di detenuti. Secondo quanto riferito dall'emittente statale "Crtv", i detenuti hanno dato alle fiamme la biblioteca e un laboratorio situati all'interno della struttura.
Il carcere, costruito nel 1969 per 1.500 persone, conta attualmente circa 9 mila detenuti, il 90 per cento dei quali non sono stati passati in giudicato. Un episodio simile è avvenuto pochi giorni dopo nel carcere di Buea, nella regione anglofona del Sudovest, dove le forze di sicurezza hanno sparato colpi d'arma da fuoco e lacrimogeni per ristabilire l'ordine.
Per quanto accaduto il governo del Camerun ha incolpato i sostenitori del leader dell'opposizione Maurice Kamto, attualmente agli arresti. Il vice portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha denunciato il mese scorso che più di 1,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest del Camerun.
Inoltre, si legge nella nota, circa 1.300 persone sono state sfollate soltanto la scorsa settimana in seguito ai nuovi attacchi che hanno provocato decine di morti fra i civili, mentre centinaia di case sono state date alle fiamme. "La situazione continua ad essere caratterizzata da violazioni dei diritti umani diffuse", ha detto Haq, secondo cui, nonostante le crescenti esigenze, il Camerun resti una delle risposte umanitarie maggiormente sotto-finanziate a livello globale. Nei mesi scorsi anche l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, aveva lanciato un avvertimento alla comunità internazionale sul rischio che la crisi in Camerun stia "sfuggendo" di mano e che la finestra per la riconciliazione si stia chiudendo.
di Andrea Muratore
insideover.com, 11 settembre 2019
Rinchiuso in una stanza di tre metri per tre, guardato a vista da due poliziotti, senza internet né televisione, l'ex presidente brasiliano Lula sta affrontando la sua condanna a dodici anni di galera. Tutto questo nonostante l'emersione di sempre nuovi dettagli, prima fra tutte l'inchiesta di The Intercept del giugno scorso, che danno credito alla tesi del "golpe giudiziario" funzionale alla condanna di Lula per corruzione nell'inchiesta Lava Jato. Lo si può affermare senza negare che, dallo scandalo Odebrecht in avanti, il sistema di potere del Partito dei Lavoratori brasiliano si sia dimostrato vulnerabile a corruttele, influenze criminali e commistioni col potere economico.
L'inchiesta però è andata oltre gli argini, portando prima all'impeachment della presidentessa Dilma Rousseff, non coinvolta direttamente dalle indagini, e poi all'incarcerazione di Lula nel momento in cui si preparava al ritorno in campo nelle presidenziali del 2018. Elezioni che hanno visto il suo Partito dei Lavoratori sconfitto da Jair Bolsonaro e dalla sua agenda securitaria, liberista e, soprattutto, giustizialista, al termine di una campagna costruita sulle accuse contro Lula e i suoi collaboratori. La nomina da parte di Bolsonaro dell'ex pm di Lava Jato, Sergio Moro, a "super-ministro" della Giustizia e della pubblica sicurezza rappresenta una sorta di saldatura tra vecchio corso giudiziario e nuovo corso politico.
Lula, incarcerato nel momento in cui la sua popolarità aveva raggiunto nuove vette record e in cui la sua vittoria alle presidenziali appariva scontata, è recentemente tornato a far sentire la sua voce in un'intervista a tre giornalisti che lo hanno incontrato in carcere: Mauro Lopes e Paulo Moreira Leite di Brazil 24/7e Pepe Escobar di Asia Times. Lula ha parlato a tutto campo del suo passato da presidente, delle sfide affrontate, degli incontri con i maggiori protagonisti della politica globale e, al tempo stesso, della sua diversità dall'attuale presidente. In una fase che vede la popolarità di Bolsonaro in costante calo e gli incendi amazzonici scoperchiare il vaso di Pandora del sistema industriale brasiliano, Lula va all'attacco e mira a ripresentarsi come leader di statura internazionale.
Lula rivendica le sue politiche
Escobar ha riassunto in una serie di articoli le sue conversazioni con l'ex presidente, focalizzandosi in particolare sui frangenti in cui Lula segna il suo distacco da Bolsonaro. Lula ha sottolineato il suo ruolo di riferimento al vertice della Conferenza delle Parti (Cop-15) sui cambiamenti climatici a Copenaghen nel 2009 e la sua ostilità ai fazendeiros che oggi sostengono l'establishment della destra brasiliana e si lanciano a viso aperto all'assalto dell'Amazzonia: "Non è necessario abbattere un singolo albero in Amazzonia per coltivare semi di soia o per il pascolo del bestiame. Se qualcuno lo sta facendo, è un crimine - e un crimine contro l'economia brasiliana". Non solo, ha raccontato la storia interna di come sono proseguiti i negoziati e di come è intervenuto per difendere la Cina dalle accuse statunitensi di essere il più grande inquinatore del mondo.
Lula ebbe un ruolo cruciale nell'ascesa dei Brics. Assieme a Russia, Cina, India e Sudafrica, il Brasile creò i Brics "non come strumento di difesa, ma come mezzo d'attacco" all'egemonia globale del dollaro statunitense. Questa l'idea di Lula che ha voluto attuare questo piano attraverso un progressivo affrancamento delle transazioni in biglietto verde - sentiero percorso oggi da Russia e Cina - e con la creazione di una banca di sviluppo autonomo, rintracciabile nelle strutture finanziarie che Pechino ha sviluppato a sostegno delle sue Vie della seta. Secondo Lula, le ragioni dello scoppio di Lava Jato, dell'impeachment del suo successore Dilma Rousseff e del suo arresto vanno ricercate nella volontà degli apparati politici ed economici statunitensi di evitare che Brasilia diventasse un centro d'influenza autonomo in America Latina, tanto che Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan avrebbero avvertito la Roussef dei rischi insiti in una sfida aperta al dollaro che il Paese non è mai riuscito a perfezionare.
L'intervista a Lula è un atto politico estremamente forte, un j'accuse esplicito all'amministrazione Bolsonaro, alla sua condotta di politica estera, interna ed economica: Lula difende il multilateralismo e uno sviluppo inclusivo contro la volontà di Bolsonaro di dare esclusiva priorità alle relazioni con gli Usa, demolendo decenni di buone relazioni a livello regionale e globale costruite dal Brasile grazie alla sua condotta diplomatica cauta, e di aprire il Paese al libero mercato e l'Amazzonia allo sfruttamento economico.
Gli autogol dei Lavoratori orfani di Lula. Uno scontro che segna la rinascita della dialettica politica in Brasile e mostra le faglie che attraversano un Paese grande e problematico come il gigante verde-oro. Dal carcere, Lula fa sapere al mondo che è tornato ed è il vero capo dell'opposizione a Bolsonaro. Pronto a mobilitarsi e a superare le ferite di quella che ritiene essere una cospirazione giudiziaria creata ad hoc contro l'ex presidente.
Caduto Lula, il successore Fernando Haddad è stato surclassato al ballottaggio presidenziale da Bolsonaro: dalla prigione, facendo sentire la sua voce a un elettorato molto favorevole alla sua liberazione, Lula potrebbe sia ricompattarlo che, in prospettiva, ghettizzarlo impedendo l'emergere di un sostituto all'altezza.
E l'attuale establishment della Sinistra brasiliana appare di ben altra pasta: la decisione del Presidente del Pt, Gleisi Hoffmann, di non presenziare all'inaugurazione della presidenza di Bolsonaro a gennaio, gettando un'ombra su quella che al di là del clima politico è stata un'elezione valida costituzionalmente, ma di recarsi pochi giorni dopo alla corte di Nicolas Maduro in Venezuela ha rappresentato un autogol clamoroso che Lula non avrebbe mai compiuto. Segno della difficoltà dell'attuale opposizione di sopravvivere politicamente alla caduta del suo patriarca che proprio nella scelta dei suoi collaboratori più stretti ha conosciuto i maggiori insuccessi.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 10 settembre 2019
Nel discorso del premier solo trenta secondi dedicati a questo argomento. Nessun accenno alla riforma approvata dai gialloverdi che abolisce la prescrizione dopo una sentenza di primo grado e che entrerà in vigore il primo gennaio 2020.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 settembre 2019
A breve l'incontro tra il ministro e il vicesegretario dem. Giuseppe Conte, sulla giustizia, poteva dire di più. Invece ha esibito una vistosa genericità. Serve, ha ricordato nel suo discorso di insediamento, "una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi".
- Nessuno è colpevole per sempre. Venezia racconta il carcere
- "Carcere agli evasori" e riforma Bonafede la linea è quella M5S
- Nuovo governo e silenzio sulla giustizia
- Abolizione della prescrizione: la lettera del Presidente Caiazza a tutti i parlamentari
- Battisti dal carcere: "La lotta armata? Non è valsa la pena"









