di Enzo Massucco
targatocn.it, 12 settembre 2019
La struttura langarola ancora in attesa di ristrutturazione dopo l'epidemia di legionella del dicembre 2015. Il garante piemontese Bruno Mellano ringrazia l'ex sindaco Marello, oggi a Palazzo Lascaris, per il suo impegno nel sollecitare un intervento del Ministero.
Il caso del carcere albese protagonista in negativo in Consiglio regionale, la cui seduta di ieri, martedì 10 settembre, è stata in parte dedicata all'annuale relazione di Bruno Mellano, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Nel suo intervento Mellano ha illustrato lo stato dei 13 istituti di reclusione piemontesi e delle 4.700 persone che ad oggi vi sono detenute, su una popolazione carceraria che nell'intero Paese ha raggiunto quota 60.800. Al loro interno si registra un sovraffollamento di circa 600 unità (12%), contro un dato nazionale poco più alto (il 16% per circa 10mila persone), mentre sono 8.850 le persone che scontano la propria pena al di fuori di una cella, sottoposte a misure restrittive della libertà personale e monitorate dall'Ufficio Esecuzione Penale Esterna, "grazie anche a una rete sociale molto forte che permette percorsi individuali di recupero e reinserimento".
Mellano si è poi soffermato sull'emblematico caso del "Giuseppe Montalto" di Alba, dove è aperta solo una piccola palazzina - 35 posti su 140 complessivi, occupati da una cinquantina di detenuti - in attesa che il Dipartimento per l'Amministrazione Finanziaria dia corso al bando (per un importo di 4.5 milioni di euro, già finanziati) per la ristrutturazione del corpo centrale, chiuso da oltre tre anni per l'epidemia di legionella che interessò la struttura negli ultimi giorni del 2015.
Il Garante ha poi ringraziato l'ex sindaco albese Maurizio Marello, oggi consigliere regionale, che nelle vesti di primo cittadino si era dimostrato "molto attivo per incidere su una situazione che sarebbe diventata assai tragica per il budget necessario e le tempistiche del progetto di recupero".
"Il primo obiettivo per un Paese che vuole essere veramente sicuro è curare il regime carcerario e l'Ufficio del Garante è un tassello importante in questo senso", ha replicato Marello nel suo intervento, apprezzando poi il riconoscimento fatto dallo stesso garante circa le attività - in primis la produzione e vendita di vino - che vedono impegnati i detenuti albesi grazie all'impegno della comunità locale: "Un'opportunità per collegare la comunità carceraria a quella esterna", ha spiegato l'ex sindaco, rimarcando la bontà di "una strada sulla quale è molto importante proseguire".
"L'Ufficio del Garante è fondamentale per riconoscere i diritti dei detenuti, l'espiazione di una pena giusta, ma anche in un'ottica di integrazione", ha detto ancora Marello, che ha chiuso il proprio intervento con un dato: "Nel 2018 in Italia sono stati 64 i casi di suicidio tra i detenuti, 1297 i tentati suicidi e il suicidio è la causa di quasi la metà delle morti in carcere (il 45% di esse). Un sistema che funziona deve avere riscontri positivi: con questi dati significa che dobbiamo interrogarci profondamente su di esso".
di Sabrina Quartieri
Il Messaggero, 12 settembre 2019
"Un chilo in grani per cortesia, forte e intenso", chiede Aldo, un signore sulla cinquantina, al ragazzo del negozio dove si vende il "Caffè galeotto", quello che creano i detenuti del carcere di Rebibbia. Il cliente lo ha assaggiato qualche tempo fa e, da allora, viene qui ad acquistarlo. Poi torna a casa e se lo macina da solo nella sua macchina, per apprezzarne il gusto al meglio quando lo beve.
Tra le mura della piccola bottega "a un passo" dalla casa di reclusione romana, ci si ritrova in un microcosmo colorato: sulle pareti ci sono la Banda Bassotti e il commissario Basettoni "che la controlla", racconta, scherzando, Mauro Pellegrini, a capo della cooperativa sociale "Panta Coop" che, dal 2000 a oggi, ha aperto diverse imprese nella Casa Circondariale e contrattualizzato centinaia di reclusi.
Tra i suoi dipendenti, 13 lavorano nella torrefazione interna dove nasce il "Caffè galeotto", mentre uno, Ferdinando, 36enne di Latina, si occupa di venderlo. Ogni mattina è lui a uscire dal carcere, compiere non più di 50 passi e entrare nel negozio dove trascorre la giornata in compagnia dei clienti che "vengono a trovarti con piacere. Qui la gente ti parla perché ha voglia di farlo e nascono rapporti veri, non si tratta di amicizie forzate", racconta il detenuto.
Proprio lui, quando in bottega ha preso il posto di Lucio, un ex recluso che oggi è tornato dalla famiglia a Napoli, ha voluto dipingere sul muro vicino alla cassa un pezzo di pentagramma con le note e la scritta "Musica... Evasione". Il sogno di Ferdinando, infatti, è quello di incidere un album insieme a dei big (come Stefano Di Battista) e a degli artisti di altre culture. Per abbattere i pregiudizi, innanzitutto. Il titolo dovrà essere qualcosa come "A un passo dalla libertà e dal carcere", come la bottega del caffè dove si ritrova a fare il venditore. Accanto a lui, però, c'è sempre la sua fisarmonica.
Spesso la prende e inizia a suonare il "Libertango" dell'argentino Astor Piazzolla, "perché se anche non posso raggiungere la libertà fisicamente, lo faccio con il pensiero, che è più forte", precisa Ferdinando, dentro ancora per quattro anni. Intanto, prende lezioni private di musica, studia Lettere e Filosofia all'università e pensa a quella grande proposta ricevuta dal Direttore dell'Orchestra di Piazza Vittorio, che lo vuole in futuro come membro della band. D'altronde proprio Mauro, suo capo da anni, lo definisce un "detenuto modello". Per questo è stato felice di accompagnarlo nella sua prima volta in uscita. Insieme, sono andati all'Auditorium di Roma. Era lo scorso giugno e veniva presentato un documentario con alcune musiche composte da Ferdinando.
Pochi giorni dopo, insieme a Marian, un violinista che sta scontando la pena, il giovane di Latina si è invece esibito davanti a Mogol. Un momento di cui conserva una foto incorniciata e appesa nel negozio del "Caffè galeotto", "un prodotto processato manualmente a tostatura artigianale e venduto a chi è sensibile alle nostre tematiche", spiega Mauro, che ha voluto la torrefazione di comune accordo con le istituzioni carcerarie.
"Andiamo nella stessa direzione e lavoriamo per un obiettivo comune che è la recidiva zero - aggiunge l'imprenditore - Insegniamo dei mestieri ai detenuti da 20 anni. I dati ci dicono che i risultati sono positivi. Solo uno dei "nostri" è tornato in carcere dopo essere uscito", aggiunge il capo di "Panta Coop". Dalla fine del 2012 a oggi, i passi compiuti sono molti. La torrefazione è stata aperta accendendo un mutuo, senza soldi pubblici e, dopo anni di impegno, formazione e dedizione, il bilancio è positivo.
Per questo, entro la metà del 2020, si acquisteranno le macchine per incapsulare e incialdare. "In tal modo ci renderemo autonomi. È stato un percorso lungo - ammette Mauro che, all'inizio, di questo mestiere non sapeva nulla - Sono venuti a formarci i migliori torrefattori italiani, abbiamo studiato tutte le fasi della lavorazione del caffè e fatto ricerca sulla materia prima".
Oggi, le inconfondibili miscele che portano nomi come "Il ricercato", "L'evaso" e "Il latitante" sono arrivate ben oltre i bar delle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. A Roma si trovano nelle case dei privati, nei bar dell'università La Sapienza (a Lettere e Filosofia), di via dei Castagni e di Tor Sapienza. Il "Caffè galeotto" lo acquista persino una piattaforma di eccellenze italiane a Parigi. Si chiama "Le bouchon de batignolles".
Servito nelle sue tazze brandizzate, nel tempo è stato assaggiato da nomi illustri come Papa Francesco, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la sindaca di Roma Virginia Raggi, chef Rubio (cliente del negozio) e Gianni Rivera. "Ci viene a trovare spesso anche un santone senegalese che vive a Ostia per acquistare una nostra versione a base di jarr, il pepe nero di Guinea, e fiori di garofano", racconta Mauro parlando del caffè touba.
Nella torrefazione del carcere, il responsabile oggi è Gennaro, un napoletano di 46 anni che ormai fa tutto da solo e conosce ogni segreto del mestiere. Il gruppo di lavoro va dai 29 ai 50 anni e tra gli operai ci sono un volenteroso carrozziere romano e Bobo, appena 27enne, in officina solo la mattina perché il pomeriggio "va a scuola".
Loro, come tutti gli impiegati della cooperativa, sono contrattualizzati con busta paga: "Il detenuto, non gravando più sulla famiglia per le sue spese quotidiane, acquista autostima e dignità", precisa Mauro, che da 20 anni si occupa di offrire un tipo di formazione e occupazione ai reclusi, che sia spendibile quando si torna liberi.
"Perché da solo non ce la puoi fare", irrompe Pino, oggi fuori dalle sbarre. Calabrese di 56 anni, è lui a guidare il furgone del "Caffè Galeotto" per le consegne in città: "In carcere si perde l'uso della parola e anche il contatto con la realtà. Mi sono rimesso al volante con questo camioncino. Che bello fare la fila al semaforo. Per me, e lo so che voi non potete capire - sospira Pino - è un lusso, un grande privilegio".
gazzettamatin.com, 12 settembre 2019
L'Ausl ha dotato l'ambulatorio carcerario di un sistema per le radiografie all'interno del cavo orale. Nei giorni scorsi l'Ausl ha completato il rinnovo delle apparecchiature odontoiatriche presenti all'interno dell'infermeria della casa circondariale di Brissogne, con la sostituzione del "riunito odontoiatrico" (poltrona e strumenti) e ha dotato la struttura di un sistema radiografico endorale. Si tratta di uno strumento che consente di effettuare radiografie all'interno del cavo orale.
In una nota diffusa dall'Ausl si legge: "Con questa nuova dotazione il presidio sanitario carcerario ha a disposizione una strumentazione rinnovata e adeguata alle esigenze interne e l'acquisizione dell'apparecchiatura radiografica risponde alla necessità di garantire la stessa qualità delle cure disponibili all'esterno della casa circondariale, grazie a una dotazione tecnica analoga a quella degli studi dentistici dell'Usl sul territorio regionale ed è gestito da un medico specialista odontoiatra convenzionato".
Aggiunge il direttore dell'Area territoriale dell'Ausl Massimo Presenti Campagnoni: "L'ammodernamento delle apparecchiature e l'acquisizione dell'RX odontoiatrico rispetta il principio generale secondo cui il soggetto detenuto ha gli stessi diritti di salute di ogni altro cittadino. Nello specifico, l'odontoiatria è un servizio molto importante in carcere, in quanto i soggetti ospiti molto spesso presentano problemi odontoiatrici, spesso trascurati, anche gravi".
Italia Oggi, 12 settembre 2019
"Errori giudiziari e ingiusta detenzione: perché non possiamo parlarne". Questo il tema del convegno organizzato da Camera penale di Milano e ordine degli avvocati di Milano che si svolgerà il 16 settembre dalle 14.30 presso l'aula magna del palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. Nel corso dell'evento, che è gratuito e attribuisce tre crediti formativi, sarà proiettato il docu-film "Non voltarti indietro".
Coordinati da Paola Farinoni, consigliere Camera penale di Milano e componente Osservatorio errore giudiziario Ucpi, interverranno Valentino Maimone, giornalista - fondatore di errorigiudiziari.com, co-responsabile dell'Osservatorio errore giudiziario dell'Ucpi, Benedetto Lattanzi, giornalista - fondatore di errorigiudiziari.com, Lucia Fiumberti e Antonio Lattanzi, vittime di errori giudiziari e co-protagonisti del docu-film, Andrea Del Corno, consigliere Ordine avvocati di Milano, Enrico Costa, Commissione giustizia della Camera, Antonio Nova, presidente Corte di appello di Milano-sezione V penale, Giovanni M. Jacobazzi, giornalista de Il Dubbio.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 settembre 2019
Scade il 24 settembre il tempo concesso al legislatore dalla Corte costituzionale nell'ambito del processo Cappato/dj Fabo. Appello dei vescovi al Parlamento. Il 19 settembre mega concerto a Roma per sostenere la legge sulla legalizzazione dell'eutanasia. Il tempo concesso dalla Corte costituzionale al legislatore per "intervenire con un'appropriata disciplina" sul fine vita sta per scadere. E inutilmente, si può dire a questo punto, perché se il nuovo governo si tira indietro, come ha comunicato Giuseppe Conte l'altro giorno nel suo discorso al Senato, la palla rimane tutta al Parlamento.
Il 24 settembre prossimo, infatti, trascorso l'anno di sospensione del giudizio, la Consulta dovrà per forza rispondere al dubbio di illegittimità costituzionale sull'art. 580 del codice penale, quello che vieta l'aiuto al suicidio. Perché il quesito venne sollevato dalla Corte d'Assise di Milano che rinviò la sentenza su Marco Cappato, a processo per aver accompagnato a morire in Svizzera dj Fabo, in attesa del responso. Dunque ora, a dispetto di quanto chiedono diversi esponenti del centrodestra, che premono per un ulteriore rinvio per cercare di evitare la messa in mora della norma sul suicidio, i giudici costituzionalisti saranno costretti ad emettere il verdetto - molto probabilmente di incostituzionalità, come di fatto già anticipato - sull'attuale assetto normativo del fine vita, concepito in era fascista e inserito nel Codice Rocco. Assetto che, così scrivevano un anno fa, "lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti".
Alla vista di tale orizzonte, la Cei ha cominciato a scaldare i muscoli per il lancio degli anatemi, con un convegno su "Eutanasia e suicidio assistito" organizzato ieri a Roma da un'ottantina di associazioni cattoliche, dal quale il presidente dei vescovi ha dettato i suoi diktat: "Va negato che esista un diritto a darsi la morte; vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente", ha affermato il cardinale Gualtiero Bassetti come se non ci fosse altro credo al mondo.
Il prelato parla all'ala pro-life (che trova adepti anche nel Pd) di quel Parlamento al quale Conte ha rivolto una sollecitazione: "Il tema del suicidio medicalmente assistito non è oggetto del programma di governo: ho ritenuto io stesso - ha detto il premier chiedendo la fiducia al Senato - di non inserirlo perché non ritengo sia un tema che si presti a un progetto politico. Auspico che il Parlamento trovi il modo e le occasioni per approfondire queste questioni e lo possa fare rapidamente". Altrimenti, ha concluso, lo farà la Corte Costituzionale.
Un pericolo assolutamente da evitare, per il card. Bassetti che lancia un appello perché venga chiesta una moratoria alla Consulta e suggerisce ai parlamentari di modificare l'art. 580 con "attenuazioni e differenziazioni delle sanzioni", in modo di impedire alla Corte di intervenire in termini più radicali. La Cei auspica piuttosto una revisione delle Dat, approvate nel 2017, e l'introduzione dell'obiezione di coscienza al bio-testamento da parte dei medici. Al convegno pro-life, cui erano stati invitati tutti i parlamentari, è giunto il messaggio della presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, che si augura un quadro normativo "certo" basato "non sull'emozione" ma sui valori di "centralità dell'individuo" e "delle relazioni affettive".
Parole, in realtà, che avrebbero potuto essere tranquillamente sostenute anche da Fabiano Antoniani quando chiedeva di poter morire con dignità. In questa ottica si sono mobilitate decine di artisti e personalità della cultura e dello spettacolo che hanno il "coraggio" di "rompere un tabù", per usare le parole di Marco Cappato, e rilanciare lo slogan "Liberi fino alla fine". Il 19 settembre a Roma, infatti, l'associazione Luca Coscioni ha organizzato una manifestazione concerto a Piazza Don Bosco, nei giardini intitolati a Piergiorgio Welby, davanti alla chiesa che gli negò i funerali. Dalle 17 si alterneranno sul palco artisti del calibro di Nina Zilli, Roy Paci, Luca Barbarossa, Kento, Oliviero Toscani, Pau e Mac dei Negrita, e tanti altri. E saranno presenti personalità come Giulia Innocenzi, Giulio Golia delle Iene, Marianna Aprile, Stella Pende, Selvaggia Lucarelli, Alba Parietti, Claudio Coccoluto. Sarà Neri Marcorè a condurre una serata che vuole ricordare ai nostri legislatori che da sei anni in Parlamento giace una legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia che porta in calce la firma di oltre 130 mila italiani. "Al nostro Paese servono leggi - spiega la segretaria dell'associazione, Filomena Gallo - che non costringano i cittadini ad andare all'estero per concepire un figlio, fare ricerca o scegliere come porre fine alle proprie sofferenze".
di Francesco Ognibene
Avvenire, 12 settembre 2019
Leggi che selezionano chi vive e chi muore sono un "obbrobrio" da scongiurare. È un fermo e chiaro appello alle istituzioni quello del presidente dei vescovi italiani sui grandi temi del fine vita.
Una "posizione chiara", espressa "a nome della Chiesa italiana", in merito a "un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata". La esprime con un discorso ampio, preoccupato e quanto mai esplicito il cardinale Gualtiero Bassetti nell'evento pubblico su "Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?" promosso a Roma presso l'auditorium della Cei nel pomeriggio di mercoledì 11 settembre dal tavolo Famiglia e Vita che presso la stessa Conferenza episcopale italiana riunisce l'Associazione Psicologi e Psichiatri cattolici, l'Associazione Medici Cattolici, il Forum delle Famiglie, il Forum sociosanitario, il Movimento per la Vita e l'Associazione Scienza e Vita, con l'adesione di 76 sigle associative del laicato cattolico nei più diversi ambiti, a pochi giorni ormai dall'annunciato pronunciamento della Corte Costituzionale sulla depenalizzazione - pur parziale e condizionata - del suicidio assistito con un probabile intervento sull'articolo 580 del Codice penale.
Nel suo discorso, il presidente dei vescovi italiani anzitutto chiarisce che "l'eutanasia non va confusa con il rifiuto dell'accanimento terapeutico" e che piuttosto essa "viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto "suicidio assistito", nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all'aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario" che dunque, a sua volta, "differisce solo formalmente dall'eutanasia, poiché in entrambi i casi l'intenzione dell'atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona".
Anzitutto Bassetti esamina il paradosso culturale diffuso a sostegno della "morte a richiesta", secondo la quale "esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale". Il cardinale rovescia la tesi affermando che "va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto" poiché "la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore". Spesso infatti a chiedere la morte per una deformazione evidente del nostro tempo, e cioè che "la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei "forti", un fatto "drammatico".
Il presidente dei vescovi sul punto è categorico: "Dobbiamo guardarci dall'entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell'indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all'efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell'amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere". Ogni uomo infatti "ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri". Non solo: va ricordato, oggi più di prima, che "la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo".
Di questa "logica utilitaristica", capace di causare la "crisi del diritto", è in fondo figlio anche il "passaggio istituzionale" cui assistiamo - le Camere ferme, la decisione di fatto appaltata alla Consulta, con una scelta con la quale di fatto il Parlamento ha "abdicato alla sua funzione legislativa" - e che "in realtà" pare "orientato, sottotraccia, all'approvazione di principi lesivi dell'essere umano", come seguendo una strategia pragmatica e inconfessata. L'approdo pare annunciato, ma per Bassetti e per la Chiesa italiana è chiaramente un'ipotesi da scongiurare: "Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito.
Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito". Di più: "L'approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe un'autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo", il primo dei quali è quello alla vita.
Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare". Davanti a una società che "già seleziona e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere", scandisce Bassetti, "le leggi di cui temiamo l'approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta".
Come evitare questo esito? Una strada c'è, percorribile anche se si tratta dell'accettazione comunque di un vulnus che si vorrebbe ridurre però al minimo. Bassetti spiega con precisione e trasparenza che "la via più percorribile sarebbe un'attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell'aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt'altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all'eventualità di una depenalizzazione del reato stesso".
Indicata una via ancora aperta, il presidente dei vescovi italiani però tiene a sottolineare che "in realtà" il Parlamento dovrebbe intervenire sulla legge che ha introdotto le Disposizioni anticipate di trattamento (il "bio-testamento", in vigore da inizio 2018), legge di cui Bassetti denuncia "l'equivocità", da correggere su quattro punti: la nutrizione assistita che andrebbe esclusa dai trattamenti sanitari; le circostanze per la sedazione profonda, che "andrebbero chiarite"; l'obiezione di coscienza per i medici da introdurre; il rafforzamento delle cure palliative "la cui importanza è cruciale".
Esaminando gli "effetti sociali" della legalizzazione di suicidio assistito ed eutanasia, il cardinale parla di "piano inclinato": "Diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l'avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato", una spinta ambientale particolarmente grave "nei passaggi difficili dell'adolescenza" e più ancora inquietante in una società che "indurrebbe a selezionare mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto".
Ricordato il magistero di papa Francesco, Bassetti infine scuote la Chiesa, oggi non solo "chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna" ma che deve agire "facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese".
Infatti su questi temi "il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo".
Un piccolo momento di confusione si è vissuto alla fine del discorso, quando il presidente della Cei stava rispondendo alle domande dei giornalisti. Una signora, brandendo una statuetta di una Madonna con bambino, si è avvicinata gridando "Massone" e accusandolo di non essere sufficientemente difensore della vita. Bassetti, allibito ma calmo, ha replicato: "Ma io ho detto tutto il contrario".
di Francesca Sforza
La Stampa, 12 settembre 2019
Pronto un meccanismo per la redistribuzione di migranti. Sette Paesi accettano le quote. L'avvertimento a Visegrad. Un giorno il Trattato di Dublino sarà rinegoziato, ma i tempi non sono brevi. In attesa di quel giorno, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha presentato alla neo presidente della commissione Europea Ursula von der Leyen un'alternativa da perseguire cominciando a mettere insieme una coalizione di Stati membri volenterosi, disposti ad avviare un meccanismo temporaneo.
Ieri a Bruxelles, nel corso della sua prima visita in veste di rappresentante del nuovo governo italiano, durante un colloquio di circa un'ora, Conte è stato molto esplicito: "C'è grande disponibilità a trovare subito un accordo per la redistribuzione dei migranti salvati in mare, ancorché temporaneo". In pratica, si tratta di trovare un'intesa tra sei-sette Paesi per evitare che ogni nave che si avvicini alle coste italiane si trasformi in un incubo a cielo aperto.
Il governo italiano ha già l'appoggio di Francia e Germania, e sta avviando colloqui per assicurarsi il sostegno di Spagna, Portogallo, Lussemburgo e Romania. L'intesa - che sarà definita nei dettagli al prossimo incontro tra i ministri degli Interni Ue a Malta, il 23 settembre prossimo - si incardina sostanzialmente su due punti: la definizione di una percentuale di accoglienza ripartita tra i Paesi partecipanti, e la caduta - all'interno di questa percentuale - della distinzione tra rifugiati e richiedenti asilo. Si supera in questo modo uno degli ostacoli maggiori previsti dal trattato di Dublino, secondo cui soltanto determinate categorie di migranti hanno diritto a restare nel Paese di sbarco.
Ogni Paese avrà il compito di individuare, all'interno della percentuale che gli è stata destinata, chi ha diritto all'asilo e chi no, evitando in questo modo che il Paese di accoglienza si sobbarchi, da solo, i tempi e i modi per definire le singole situazioni. "Il meccanismo - ha detto il premier Conte - lo stabilizzeremo, lo modificheremo, lo perfezioneremo, ma assolutamente dobbiamo uscire dalla gestione dei casi emergenziali affidati alla sola Italia". E chi non ci sta? "I Paesi riluttanti - ha detto Conte con chiaro riferimento al gruppo Visengrad - ne risentiranno sul piano finanziario, in modo consistente".
La reazione della presidente von der Leyen è stata positiva, e proprio per rafforzare con il sostegno della commissione un accordo che è a tutti gli effetti intergovernativo (e dunque più fragile, nella misura in cui i governi possono cambiare, e con essi gli orientamenti e gli impegni presi), si è detta disponibile ad assumere un ruolo nella partita. "Siamo pronti a sostenere l'accordo temporaneo sia finanziariamente sia operativamente attraverso le agenzie europee", ha detto il portavoce della Commissione.
A questo si aggiunge un compito di coordinamento, soprattutto in materia di rimpatri. Al momento, la gestione dei rimpatri è infatti gestita a livello bilaterale tra le singole nazioni e i Paesi di origine - un esempio per tutti l'accordo negoziato dal governo Berlusconi tra Italia e Tunisia. In futuro, invece, sarà la Commissione a negoziare con i Paesi di origine a nome di tutti gli Stati membri. Tempi previsti per rendere operativo il meccanismo temporaneo? Velocemente, auspicano gli italiani. "Due-tre mesi", precisano le fonti.
Tra gli altri temi affrontati nel corso del colloquio con von der Leyen e il presidente del Consiglio uscente Donald Tusk, c'è la questione della revisione delle regole del Patto di stabilità e del Mezzogiorno, temi su cui le prossime settimane saranno decisive per individuarne la linea. Nel complesso, l'Italia ha dato l'impressione di avere un'agenda chiara e la Commissione ha mostrato grande apertura di fronte a un governo decisamente "amico" rispetto a quello precedente. Francia e Germania sono già in prima linea nel sostenere il nostro Paese: a Parigi Macron ha parlato di "un'alleanza storica per cambiare Dublino", e a Berlino Merkel si è detta pronta a organizzare al più presto una conferenza per la stabilizzazione della Libia, in cui l'Italia avrà un ruolo da protagonista.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 12 settembre 2019
L'intelligence usò la droga per condurre test su detenuti, spie e psicopatici con l'obiettivo di alterare la personalità. Senza volerlo contribuì alla rivolta generazionale degli anni 60. La Seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. L'Europa, ancora distrutta, è spaccata in due. L'Unione Sovietica, ormai potenza nucleare, fa paura. L'America continua a vivere nel terrore anche quando doma il maccartismo e mette fine alla "caccia alle streghe".
È l'alba della Guerra fredda e la Cia, convinta che gli scienziati russi stiano cercando di trasformare l'essere umano in un'arma controllando la sua mente e attribuendogli una nuova personalità, decide di giocare d'anticipo affidando a un brillante chimico, Sidney Gottlieb, un progetto che ha gli stessi obiettivi: scoprire se è possibile sopprimere il carattere di un individuo sostituendolo con un altro creato artificialmente.
Gottlieb, un uomo inquieto, scosso da pulsioni etiche che lo spingono a rifiutare la religione ebraica, quella della sua famiglia, per battere altre strade, dall'agnosticismo al buddismo zen, accetta di guidare un programma segreto che lo porterà a usare molti uomini come cavie (alcuni moriranno, altri impazziranno) convinto che, per quanto alto, questo sia un prezzo che vale la pena pagare per difendere la libertà dell'America e dell'Occidente. Ottenuta carta bianca e molti soldi, privo di controlli, Gottlieb investe 240 mila dollari nell'acquisto di tutte le scorte di una nuova droga, l'Lsd, che trova in giro per il mondo. Può essere la materia prima per trasformare la personalità: il chimico decide di sottrarla ai russi (e alla Cina di Mao, ancora isolata ma già temuta).
Inizia, invece, a sperimentare lui l'Lsd: prima in centri di detenzione sotto controllo americano in Germania, Giappone e nelle Filippine. Serve a tenere i test lontani da occhi Usa indiscreti, ma anche a ottenere l'aiuto di medici e chimici nazisti: la Cia usa i dati degli esperimenti fatti nei campi di concentramento tedeschi e giapponesi. Anche i metodi ricordano quelli degli abissi del dottor Mengele, l'"angelo della morte": detenuti non protetti (spie nemiche, assassini psicopatici) torturati e drogati per misurare fino a che punto può arrivare la resistenza della mente umana.
Poi Gottlieb trasferisce, in modo meno cruento, i suoi esperimenti negli Stati Uniti: distribuisce l'Lsd a penitenziari e ospedali psichiatrici per esperimenti di varia intensità. Questa storia agghiacciante della quale rimangono poche tracce (gli archivi del programma, chiamato MK-Ultra, furono distrutti quando Gottlieb lasciò la Cia) non è inedita: alla fine degli anni Settanta il caso venne fuori durante le indagini del Congresso sulle attività clandestine dell'intelligence Usa. Ormai sepolto da decenni, riemerge ora nella ricostruzione di un giornalista, Stephen Kinzer, che, dopo anni di ricerche, ha appena pubblicato Poisoner in Chief (avvelenatore capo), un libro nel quale ricostruisce questa pagina tragica della storia americana.
Tragica e paradossale: il programma che la Cia aveva ideato per cercare di mettere sotto controllo l'umanità finì, invece, per alimentare involontariamente la ribellione generazionale della controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta: gli hippy e i tanti giovani che cercavano la libertà nella droga. L'Lsd di Ken Kesey, l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, veniva da un esperimento sponsorizzato dalla Cia. E anche la droga di Robert Hunter dei Grateful Dead o quella di Allen Ginsberg, il poeta della beat generation e dell'Lsd, arrivò, indirettamente, dai massicci acquisti dell'intelligence.
Ormai consapevole di poter distruggere una mente, ma di non poterne creare un'altra, Gottlieb, che per i servizi segreti produsse anche veleni - regali tossici per Fidel Castro, un fazzoletto avvelenato per uccidere un colonnello iracheno, una freccia avvelenata per eliminare un leader congolese, tutti attentati falliti - si ritirò nel 1972 quando andarono via i capi della Cia che lo avevano coperto. Passò i suoi ultimi anni creando comuni dedite alle danze folk e alla pastorizia e facendo il filantropo: gestore di un lebbrosario in India e poi a fianco dei malati terminali in un hospice.
Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2019
Si tratta di un'accademica di Cambridge e di una blogger. Le due sono state fermate in occasioni diverse. L'uomo sarebbe il compagno della scrittrice. Tutti e tre sono detenuti mnel carcere Evin di Teheran. Ancora da chiarire il motivo dell'arresto.
Due donne con doppia cittadinanza australiana e britannica e un cittadino australiano sono stati arrestati in Iran. A renderlo noto lo stesso ministero degli Esteri di Canberra, aggiungendo che ai tre viene fornita assistenza consolare. Tutti si trovano nel carcere Evin di Teheran, lo stesso dove dal 2016 è rinchiusa la project manager 41enne Nazanin Zaghari-Ratcliffe, britannica-iraniana, per accuse di spionaggio. Secondo il Times le due donne detenute sarebbero una docente universitaria dell'Università di Cambridge, che stava insegnando in una facoltà australiana, e una blogger, arrestate in occasioni separate. Secondo i media australiani, il terzo arrestato sarebbe il compagno della blogger. I loro nomi non sono stati rivelati e non è ancora chiaro né di quale reato siano accusati né se siano stati incriminati: si sa solo che una delle due donne sarebbe detenuta da circa un anno.
Il Times collega gli arresti ad una escalation di tensione in atto tra Londra e Teheran, sottolineando che si tratterebbe dei primi casi di arresto di persone con doppia cittadinanza una delle quali non sia quella iraniana. Si ipotizza anche l'influenza dei conflitti internazionali: la notizia arriva dopo è stata annunciata la partecipazione di Canberra alla missione guidata dagli Usa per proteggere le spedizioni nello Stretto di Hormuz, che divide la Penisola arabica dalle coste dell'Iran. In settimana l'Australia aveva rivisto gli avvisi ai turisti diretti a Teheran, invitando a "rivalutare la necessità di viaggiare" e a "non viaggiare" in zone vicine al confine con Iraq e Afghanistan.
rsi.ch, 12 settembre 2019
I tentativi di gesti estremi tra i detenuti avvengono soprattutto nelle carceri preventive, dove non si è a conoscenza del proprio futuro. Come riporta l'Osservatorio svizzero della salute (Obsan), sono 33.000 le persone che hanno tentato di togliersi la vita negli ultimi 12 mesi. Una cifra che fa riflettere, specie se si considera che nella statistica mancano alcuni gruppi particolarmente vulnerabili, come quello dei carcerati. Il direttore della Stampa Stefano Laffranchini, ai microfoni delle Cronache della Svizzera italiana, ha affrontato questa problematica: "La popolazione carceraria è più a rischio, soprattutto nel carcere preventivo, dove la persona viene improvvisamente privata del tessuto sociale. Non ha una prospettiva, non sa cosa le succederà e quindi il rischio di gesti estremi c'è".
Situazione che migliora quando il detenuto viene trasferito nel carcere penale, dove è a conoscenza di quello che dovrà affrontare e di quanto tempo dovrà scontare dietro le sbarre. Qui inizia a lavorare e a frequentare corsi di formazione, uscendo anche dalla cella. Negli ultimi cinque anni, specie grazie ad alcune misure preventive, i tentativi seri di suicidio si possono contare sulle dita di una mano: "Innanzitutto c'è una presa a carico psichiatrica immediata e sulla base dell'analisi medica si decide quale collocazione è più indicata per il paziente, dalla cella normale a quella video sorvegliata", ha spiegato lo stesso Laffranchini. Nella prigione non mancano le figure di sostegno: un medico generico, un infermiere di igiene mentale e una dottoressa psichiatrica. A partire dal 2020, la struttura avrà anche a disposizione quattro celle ad hoc per i casi psichiatrici, in modo da garantire loro una continuità terapeutica. Quando si è invece confrontati con crisi acute, si procede con il ricovero alla Clinica psichiatrica cantonale (Cpc). Un ruolo importante l'hanno anche i co-detenuti, che spesso intervengono per segnalare comportamenti anomali degli altri incarcerati.
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