di Jiang Tao
bitterwinter.org, 26 luglio 2019
Numerose fonti confermano che i prigionieri sono stati trasferiti in due carceri, separati dagli altri. Molti sono in isolamento e vengono picchiati. Con più di 3 milioni di uiguri e musulmani di altra etnia rinchiusi nei campi per la trasformazione attraverso l'educazione dello Xinjiang, le strutture detentive della regione soffrono da lungo tempo di sovraffollamento.
La sempre maggiore condanna internazionale e l'attenzione che tutto il mondo riserva alle gravi violazioni dei diritti umani nello regione hanno spinto il PCC a trasferire in segreto un gran numero di detenuti ad altre province, per cercare di coprire i propri crimini. Gli internati musulmani sono stati spostati in precedenza nelle provincia confinante del Gansu, nella Regione autonoma della Mongolia Interna, nelle province dello Heilongjiang e dello Shaanxi.
Seconda una delle nostre fonti, in una delle prigioni dell'Henan in cui sono stati trasferiti, gli uiguri sono stati separati dagli altri prigionieri. Molti sono tenuti in isolamento e spesso vengono picchiati. "Siccome sono uiguri, sono confinati nelle cosiddette "zone ad alto rischio" del carcere. Hanno manette e catene 24 ore al giorno, tutti i giorni. Le guardie hanno licenza di sparare in qualsiasi momento a chi disobbedisce", ha spiegato. "Trascorreranno il resto della vita in carcere, senza alcun processo, sentenza o condanna. Sono destinati a morire in galera".
Una persona che conosce bene la questione e che ha richiesto l'anonimato ha affermato che, prima che gli uiguri fossero trasferiti, la prigione è stata ristrutturata in modo radicale: dalle attrezzature, fino ai cambiamenti di norme e regolamenti. Le guardie hanno addirittura affrontato una formazione speciale. Da quando i detenuti uiguri sono stati trasferiti, la prigione è rimasta sempre in stato di massima allerta e il numero dei guardiani è stato aumentato.
Come in altri casi simili di trasferimento dallo Xinjiang documentati da Bitter Winter, tutte le informazioni sono assolutamente confidenziali: le autorità fanno di tutto per nascondere che gli uiguri sono imprigionati in queste galere e nessun segno esteriore fa capire dall'esterno che tali strutture siano carceri. I dipendenti hanno l'obbligo di firmare un accordo di riservatezza e non possono rivelare nulla a nessuno del proprio lavoro, neppure ai parenti più stretti. In base a un documento confidenziale di cui Bitter Winter ha riferito al principio di questa settimana, dal titolo Proposte per rafforzare e implementare l'operato delle carceri, emesso in aprile, le prigioni hanno ricevuto l'ordine di intensificare l'operato di "de-radicalizzazione" e occuparsi con severità dei "criminali che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale".
Per questo gli uiguri, i fedeli di quei gruppi religiosi classificati come xie jiao e gli altri "criminali" di tal fatta, secondo il giudizio del PCC, dovrebbero essere "ri-educati" in prigione, costringendoli ad ammettere la propria colpa e a pentirsi, tramite una pressione psicologica che possa "riplasmare i criminali fino ad acquisire un carattere sano". Devono studiare il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, "che trasformerà i detenuti in "cittadini che si identificano dal punto di vista ideologico ed emotivo con la leadership del Partito"", con la nazione cinese e la cultura cinesi e con "la via del socialismo con caratteristiche cinesi". Tutto ciò, in nome di "contro-terrorismo e mantenimento dell'ordine".
osservatoriorepressione.info, 25 luglio 2019
Nel novembre del 2017 l'Associazione Yairaiha Onlus e la Confederazione Cobas, congiuntamente, si rivolgevano all'ex Ministro della Giustizia e al Presidente dell'Inps, per chiedere il ripristino immediato delle prestazioni previdenziali e assistenziale revocate per effetto dell'art. 2 commi 58/63 della Legge 92/2012, (Legge Fornero) ai danni di circa 15.000 detenuti condannati in via definitiva per taluni reati ritenuti di particolare allarme sociale.
Avvenire, 25 luglio 2019
Non c'è un divieto di lettura, rispetto ad alcuni quotidiani, (Avvenire compreso), per i detenuti in regime carcerario di "41 bis". La precisazione arriva dal magistrato Roberto Calogero Piscitello, a capo della Direzione generale detenuti e trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che definisce "una tempesta in un bicchier d'acqua, innescata da un'interpretazione restrittiva del direttore del penitenziario" la vicenda relativa al divieto imposto nel carcere di Bancali (Sassari) a un recluso in regime di "41bis" di poter leggere un quotidiano sardo, perché non rientrava nell'elenco dei giornali inclusi in una circolare varata nel 2017 dal ministero di Giustizia, innescata da un'interpretazione restrittiva del direttore di quel penitenziario".
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 25 luglio 2019
Il teorema che si fonda sulla stortura di chi pretende un potere invasivo. Caro direttore, ricordando la figura di Francesco Saverio Borrelli, il dottor Gherardo Colombo, celebre componente del manipolo che fu capeggiato dal primo, ha indicato il ruolo di cui dovrebbe farsi carico il buon magistrato: e cioè, scrive Colombo, "realizzare il compito della Repubblica (e delle sue funzioni) di rimuovere "gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".
di Gherardo Colombo
Il Dubbio, 25 luglio 2019
Nel 1992 proposi: chi confessa, restituisce i profitti e lascia la politica sia esente da pena. Caro Direttore, a proposito delle osservazioni dell'avvocato Prado vorrei richiamare l'articolo 3, comma 2, della Costituzione, secondo il quale "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Il Manifesto, 25 luglio 2019
La Camera ha approvato il voto di fiducia chiesto dal governo al Decreto sicurezza bis. I voti favorevoli sono stati 325, 248 i contrari, 4 gli astenuti. Oggi avrà luogo il voto sul provvedimento.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 25 luglio 2019
La decisione della Corte costituzionale. Il nuovo testo bis, intanto, passa alla Camera con la fiducia. Nel governo si litiga su tutto - dalla Tav, alle autonomie fino al presunto finanziamento in rubli alla Lega - ma poi quando si tratta di votare il decreto Sicurezza bis la maggioranza è granitica.
Così ieri, mentre i senatori grillini uscivano dall'aula in cui parlava il premier Giuseppe Conte, i deputati del M5S hanno votato in scioltezza con i leghisti la fiducia (è la 14ma volta per il governo Conte) sul provvedimento sponsorizzato dal vicepremier Matteo Salvini: 325 sì, 248 no, 4 astenuti. Il voto definitivo sul testo - che, tra l'altro, amplia i poteri del ministro dell'Interno contro le Ong che soccorrono immigrati in mare e che prevede norme più severe in caso di disordini alle manifestazioni - arriverà oggi o domani.
Poi il decreto passerà al Senato. Ma nel giorno in cui il decreto su "Misure urgenti in materia e sicurezza pubblica" è ancora in sede di conversione, la Corte costituzionale, con la sentenza numero 195, interviene sul primo decreto Salvini del 2018. Il potere sostitutivo del prefetto nelle attività di comuni e province è illegittimo - hanno stabilito i giudici delle leggi - perché lede l'autonomia degli enti locali e contrasta con il principio di tipicità e legalità dell'azione amministrativa.
Sul fronte del Daspo urbano, la Consulta ha corretto la legge: è infatti legittima l'estensione ai presidi sanitari del cosiddetto Daspo urbano (divieto di accedere a taluni luoghi per esigenze di decoro e sicurezza pubblica) a condizione, però, che il divieto non si applichi ha chi ha bisogno di cure mediche o di prestazioni terapeutiche e diagnostiche, poiché il diritto alla salute prevale sempre sulle altre esigenze. È evidente che l'ampia materia relativa alla sicurezza modificata dai decreti sicurezza uno e due tocchi gli snodi sensibili dei diritti costituzionalmente riconosciuti: e dunque, probabilmente, ci saranno altri ricorsi e di altre impugnazioni.
E stavolta ci sono in ballo anche le norme internazionali sul salvataggio in mare. Il giro di vite contro le Ong non ha incontrato ostacoli alla Camera anche perché Forza Italia e Fratelli d'Italia, pur non avendo votato la fiducia, sono favorevoli al provvedimento. Il capogruppo del M5S, Francesco D'Uva, rivendicato con fierezza tutti "no" del Movimento, ha però sottolineato l'emendamento presentato dai grillini che dispone la confisca immediata delle navi delle Ong. "Su questo Governo non si può che avere fiducia poiché, finalmente, garantire la sicurezza al Paese ed ai cittadini vien e prima di tutto", ha aggiunto Ingrid Bisa (Lega).
"Per noi le persone di più di qualsiasi marchetta elettorale e per questo voteremo contro", ha detto Gennaro Migliore (Pd), "con Salvini che continua a disertare tutti gli appuntamenti anche su un provvedimento che porta la sua impronta e la sua demagogia". Il capogruppo d Leu, Federico Fornaro ha poi fatto alcuni conti: "Secondo il Viminale nel 2019 sono arrivati dalla Libia 5,5 migranti al giorno per cui non si capisce perché c'era bisogno di un secondo decreto a distanza di pochi mesi".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 25 luglio 2019
La maggioranza Lega-M5S tiene alla prova dell'ottava fiducia posta dal governo Conte, ora sul decreto sicurezza bis con 325 sì, 248 contrari e 4 astenuti. A votarla sono stati 322 deputati della maggioranza sul totale di 341.
Il voto finale sul decreto è atteso tra poche ore, al massimo domani. Prossimo step, il Senato per la conversione in legge. Il pacchetto, fortemente voluto dal vicepremier del Carroccio, contiene norme che prevedono un giro di vite sul bagarinaggio. Rischia fino a 4 anni di carcere chi, durante pubbliche manifestazioni di piazza, lanci o utilizzi razzi e oggetti contundenti.
Inoltre, il provvedimento stabilisce che il ministro dell'Interno possa vietare o limitare l'ingresso, il transito e la sosta di una nave nelle acque territoriali italiane e inasprisce le sanzioni a carico delle Ong (vengono introdotti la confisca delle navi alla prima infrazione e l'arresto per il capitano non rispetta il divieto di entrare nelle acque territoriali e che non si ferma allo stop della autorità italiane).
Nel corso dell'esame nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio sono state inserite misure economiche a sostegno delle forze di Polizia e dei Vigili del fuoco. Ma come è accaduto di recente, le norme devono fare i conti con le limitazioni imposte dalla Consulta. Con la sentenza numero 195 depositata ieri, viene ancora una volta ridimensionato il potere dei prefetti previsto dal primo dl approvato.
La considerazione dei giudici costituzionali è che non è ammesso il potere sostitutivo "perché lede l'autonomia degli enti locali". Ok invece a l'estensione ai presidi sanitari del cosiddetto Daspo urbano "a condizione che non si applichi a chi ha bisogno di cure mediche, poiché il diritto alla salute prevale sempre sulle altre esigenze".
Le regole stabilite nel decreto non fanno che confermare la linea di rigore che il Viminale vuole imporre nei confronti delle navi delle Organizzazioni non governative. Sempre ieri il Comitato per l'ordine e la sicurezza ha stabilito che vengano monitorate con grande attenzione le modalità di finanziamento di quelle che operano nel Mediterraneo centrale.
Proprio nei confronti dell'attività di alcune di queste sono già aperti diversi fascicoli di indagine nelle procure siciliane. E ieri Salvini ha ribadito di voler fare chiarezza. È stato anche fatto il punto della situazione sulla nave battente bandiera norvegese, noleggiata da Ong francesi, in rotta verso le acque della Libia. Il Viminale ha fatto sapere di aver già contattato le autorità della Norvegia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Arriva la notizia della morte di Carlo Federico Grosso, spentosi ieri mattina nella sua Torino, e la memoria corre ad altre stagioni e anche a un altro Csm. Perché Grosso era certo tra i più noti penalisti italiani, protagonista in tanti processi, dalla difesa delle parti civili nei procedimenti per le stragi di Bologna e del rapido 904 a quella di Annamaria Franzoni nel delitto di Cogne (ne fu il primo legale, ottenendone la scarcerazione per mancanza di indizi), ma si distinse anche in procedimenti per criminalità finanziaria, come quelli sul crac Parmalat, a tutela degli obbligazionisti truffati, e per i derivati venduti al Comune di Milano.
Tuttavia era anche un giurista impegnato nella politica della giustizia. Di quel ceppo torinese, di Alessandro Galante Garrone e Gustavo Zagrebelsky, per dire. Dagli incarichi istituzionali (fu componente del Csm, eletto nel 1994 ne divenne vicepresidente dal 1996 al 1998, e ancora, nominato dal ministro della Giustizia del primo Governo Prodi, Giovanni Maria Flick, guidò la commissione ministeriale per la riforma del Codice penale), alla disponibilità a intervenire anche sulla cronaca quando l'occasione gli sembrava ineludibile.
Da ultimo intervenne, invano, insieme a molti altri, per sollecitare il nuovo Governo a non gettare alle ortiche quella riforma dell'ordinamento penitenziario messa a punto dall'amministrazione Orlando, ma, contrariamente a molti altri interventi in materia, lungamente preparata. Fu anche docente di Diritto penale a Urbino, Genova e Torino, in quest'ultima università dal 1974 al 2007, prima di esserne nominato professore emerito.
In politica fu consigliere comunale sempre a Torino come indipendente nelle liste del Pci dal 1980 al 1990, ricoprendo anche la carica di vicesindaco. Dal 1990 fu vicepresidente del consiglio regionale del Piemonte.
Una figura poliedrica dunque, certo non chiusa nel recinto dell'Accademia, disponibile a mettersi in gioco, e in questo senso è stato anche ricordato ieri dall'Anm, nell'espressione di "un profondo cordoglio per la scomparsa del professor Carlo Federico Grosso, apprezzato studioso e avvocato che seppe dimostrare, anche da vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, alto senso Istituzionale, attenzione alle ragioni della giurisdizione e alle istanze della società civile".
Scrisse anche per "Il Sole 24 Ore" e piace ricordarlo, nel vivo dell'impegno, con alcuni stralci di un articolo scritto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del 2002, momento a suo modo unico, perché nel pieno delle polemiche tra Governo Berlusconi e magistratura, dove un tutto sommato attonito Grosso non poteva che registrare che "per la prima volta nella storia del Paese le inaugurazioni dell'anno giudiziario hanno conciso con una realtà di scontro governo-magistratura. Mai prima d'ora si era visto il Parlamento varare riforme funzionali al rallentamento di processi incorso, il Guardasigilli interferire su un processo in cui il premier è imputato o avvocati parlamentari ostacolare il normale corso dei giudizi".
E tuttavia era lo stesso Grosso che, sempre sul Sole 24 Ore, sottolineava la necessità di riforme organiche dei Codici, perché "lo esigono i cittadini, lo richiede una elementare esigenza di funzionalità e di modernizzazione del mondo della giustizia". Era lo stesso Grosso che però contestava la centralità del carcere nel Codice Rocco, che ricordava quanto il sistema delle pene in esso delineato fosse deficitario, ineffettivo e, dove applicato, inutilmente vessatorio.
In Grosso parlava lo studioso del diritto, ma anche l'avvocato, che troppo spesso vedeva infliggere il carcere secondo "criteri molte volte casuali". E la "sua" riforma del Codice penale fu coerente con questa impostazione, perché all'insegna di un diritto penale "mite", senza perdere in rigore, abbassando in media le pene detentive, utilizzandole solo in casi di stretta necessità, e, dove non necessarie, sostituendole con sanzioni diverse, di natura interdittiva o pecuniaria. Un modello assai distante dai tempi odierni, di leggi "spazza-corrotti", di (contro)riforme della legittima difesa, di giustizia amministrata "a furor di popolo". E non parrebbe un bene.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 25 luglio 2019
È morto a Torino Carlo Federico Grosso, tra i più noti penalisti italiani e a lungo collaboratore della Stampa. Aveva 81 anni. Emerito di Diritto penale, è stato consigliere comunale e vicesindaco di Torino nelle file del Pci, e vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte.
Nel 1994 è stato eletto nel Csm, di cui è stato vicepresidente. Come avvocato, ha rappresentato tra l'altro la parte civile nel processo per la strage di Bologna e ha difeso Annamaria Franzoni nella prima fase del processo per il delitto di Cogne. Non è facile ricordare un giurista come Carlo Federico Grosso ai lettori di questo giornale che ne hanno apprezzato i puntuali articoli, capaci di chiarire anche complessi problemi legati alla giustizia.
Non è facile perché egli ha percorso tutte le vie aperte al cultore del diritto. Le varie occasioni d'impegno sono state sempre legate dal forte rigore civile che lo caratterizzava. Non è facile poi per chi, come chi scrive, non solo è stato per oltre cinquant'anni tra i suoi amici, ma anche lo ha più di una volta incrociato, in posizione diversa, nelle stesse occasioni di lavoro, nelle stessa istituzioni ove operavamo (come il Consiglio Superiore della Magistratura o le commissioni ministeriali di studio).
Era, Carlo Federico, di rigore istituzionale senza difetto: un importante tratto del suo carattere che è giusto sottolineare. Carlo Federico Grosso è stato uomo delle istituzioni. Per questa sua virtù, prima di tutto, voglio salutarlo oggi che è scomparso. Mostrava profilo istituzionale anche quando, soprattutto negli ultimi anni, era impegnato come avvocato.
Sentiva di svolgere una funzione d'interesse pubblico, affascinato dal valore del contradittorio processuale, attirato non solo dalle questioni di diritto, ma anche dal problema della ricostruzione del fatto, dalla ricerca della verità, secondo le regole del processo. Sul piano della notorietà pubblica ha avuto maggior eco l'impegno d'avvocato nella prima parte del processo per il delitto di Cogne.
Tuttavia più significativo è il ruolo di avvocato di parte civile nei processi per le stragi terroristiche di Bologna e del Rapido 904, e anche per quello del fallimento Parmalat, ove difendeva le decine di migliaia di vittime del fallimento. Recentemente ha difeso Calogero Mannino, ora assolto anche in appello nel processo della cosiddetta Trattativa. Questi i principali processi in cui il risvolto civile è più evidente. Professore di diritto penale uscito dalla scuola penalistica torinese guidata da Marcello Gallo, professore a Urbino e a Genova e da ultimo ordinario nell'Università di Torino, Grosso è stato autore di importanti monografie sia di parte generale, come le cause di giustificazione, sia di parte speciale, come l'abuso di ufficio.
Di forte preparazione teorica, a essa univa l'esperienza pratica fornitagli dall'attività d'avvocato e da quella politica. Accanto al lavoro di studioso e docente, Grosso si è impegnato nell'amministrazione della cosa pubblica. In questo non dissimile dal padre, Giuseppe Grosso, non dimenticato professore di diritto romano, ma anche sindaco di Torino e presidente della Provincia. Carlo Federico è stato vice sindaco e vice presidente del Consiglio regionale piemontese.
Eletto dal Parlamento nel 1994 componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ne fu poi eletto vice presidente. Allora come in altri periodi le tensioni attorno al Csm erano forti, soprattutto per i rapporti che si sviluppavano tra magistratura e poteri politici. Ricordo la sua audizione alla Commissione bicamerale di Riforma costituzionale presieduta da Massimo D'Alema. Ai disaccordi che percorrevano il Consiglio sulle modalità con cui occorreva organizzare l'interlocuzione con la Commissione, Grosso diede soluzione con il suo intervento, fermo in difesa dell'indipendenza della magistratura.
La sua audizione fu commentata favorevolmente da tutto il Csm. Grosso fu capace di assicurare una guida autorevole, non corriva, rispettata. Non ha avuto fortuna, perché non ripreso in sede governativa o parlamentare, l'importante lavoro da lui curato e diretto come presidente della Commissione ministeriale per la riforma del Codice penale che porta il suo nome.
Grosso seppe dare spazio agli apporti di numerosi autorevoli componenti, non disperdendo inutilmente i lavori e alla fine personalmente redigendo, con rapidità e maestria, testo e relazione illustrativa. Non a lui o alla Commissione risale la responsabilità della mancanza di sviluppo di quello studio.
Anche le altre analoghe Commissioni, presiedute dai professori Pagliaro e Pisapia, hanno avuto analogo esito. Ma vi è chi non si scoraggia. o, pur scoraggiato, non rinuncia a fornire a governo e Parlamento la scienza necessaria alle riforme di cui il Paese ha bisogno. Di Carlo Federico Grosso, sopra tutto il resto, ricorderemo l'indefettibile, esperto impegno nell'interesse della nostra Repubblica.
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