brindisireport.it, 13 settembre 2019
Domande di candidatura, pena esclusione, con carattere perentorio, entro le ore 12 dell'11 ottobre 2019. La Provincia di Brindisi comunica che è attivata la procedura per la presentazione di istanze per la nomina del garante per i diritti delle persone private della libertà personale, che dura in carica per un periodo pari a quello del presidente della Provincia.
Alla carica di garante per i diritti delle persone private della libertà personale possono essere preposti tutti i cittadini e cittadine di uno degli Stati dell'Ue e che, per comprovata competenza nell'ambito dello specifico settore d'azione, nel campo delle scienze giuridiche, delle scienze sociali e dei diritti umani, offrano la massima garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenza e capacità di esercitare efficacemente le proprie funzioni.
Nella domanda di candidatura, redatta in carta semplice, pubblicata, insieme con l'avviso, sul sito www.provincia.brindisi.it, i candidati, uomini e donne, dovranno dichiarare, sotto la propria responsabilità, dati anagrafici completi e residenza; assenza di procedimenti penali in corso e di sentenze di condanna; allegare curriculum vitae, descrittivo delle attività d'interesse, passate ed attuali, dei titoli di studio e delle esperienze professionali, con elenco delle cariche pubbliche o in società a partecipazione pubblica, nonché di società private iscritte nei pubblici registri, ricoperte attualmente e precedentemente dalla persona che si candida. Breve relazione esplicativa delle motivazioni della candidatura.
La domanda deve essere indirizzata al presidente della Provincia, Riccardo Rossi, (Via A. De Leo, 3 - 72100 Brindisi) e dovrà pervenire, pena esclusione, con carattere perentorio, entro le ore 12,00 dell'11 ottobre 2019. La designazione, da effettuarsi secondo la valutazione comparativa da parte del presidente della Provincia di Brindisi, terrà conto del curriculum vitae e della relazione motivazionale presentata da ciascun candidato o candidata. Per tutte le altre informazioni consultare il sito provincia.brindisi.it.
cittadellaspezia.com, 13 settembre 2019
Le parole della dirigente uscente di Villa Andreini: "Chi mi sostituirà troverà un reparto pronto". I dati: il 60 per cento della popolazione detenuta è straniera, molti hanno problemi legati ad alcol e stupefacenti. "Noi siamo chiamati a svolgere un compito importante e a lavorare con una realtà che la società non vuole vedere. Voi lo portate avanti con dedizione e dignità. Anche se sto lavorando a Massa e qui sono in missione quando arriverà il mio successore troverà un reparto pronto. In questi anni siamo diventati una squadra, voi avete svolto il vostro dovere mostrando doti non comuni".
Una commossa Maria Cristina Bigi, direttrice di Villa Andreini, si è rivolta così ai suoi uomini in occasione del 202esimo anniversario di fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria. La cerimonia si è svolta questa mattina in Provincia alla presenza delle massime autorità militari, civili e religiose cittadine.
"È stato un anno molto difficile, perché i numeri a livello nazionale stanno salendo e cominciamo ad avere dei tassi di sovraffollamento elevati - ha aggiunto, ai taccuini di Città ella Spezia Bigi -. Il disagio psichico aumenta e la gestione all'interno degli istituti rimane complessa. La casa circondariale spezzina ha una sua caratteristica e riesce a coniugare la sicurezza con il trattamento e a rispettare la dignità del detenuto, di questo ne sono molto orgogliosa anche se io adesso ho una missione su questo istituto che si risolverà con un'assegnazione ad un nuovo collega.
Al momento a turno ci sono ottanta agenti compresi i ruoli apicali e la nostra casa circondariale ha sempre avuto una media di 210 detenuti. Ora siamo a 249, per noi significa che all'interno della casa circondariale non sono possibili gli spostamenti che ci consentono di aumentare la vivibilità.
Nonostante questo, con l'aiuto di tutti, in primis delle aree pedagogica e sanitaria riusciamo a mettere in piedi quei progetti che consentono al detenuto di mantenere un rapporto con l'esterno e di svolgere una detenzione più che dignitosa. Gli agenti di Polizia penitenziaria garantiranno anche un servizio esterno al carcere, perché la visibilità rimane importantissima ma anche per un continuo rapporto tra le forze di polizia è fondamentale e fa parte della della sicurezza pubblica".
La dirigente è intervenuta al termine della lettura dei messaggi istituzionali del presidente Mattarella, del ministro della Giustizia e del capo dipartimento. Nel corso della cerimonia sono stati elencati anche alcuni dati relativi alla struttura carceraria spezzina.
A fare il punto è stata la comandante della Polizia Penitenziaria Leonarda Nadia D'Anna: "Siamo chiamati a tutelare l'ordine e la sicurezza nell'istituto e della sicurezza pubblica. Elementi che implicano: vigilanza, custodia, tutela dei detenuti che alla Spezia sono più di 240. Si tratta di una popolazione carceraria eterogenea composta al 60 per cento da cittadini stranieri. Molti detenuti hanno gravi problematiche psichiatriche dovute ad alcolismo e tossicodipendenza. Il personale spezzino ha fronteggiato, nel corso del 2019, 57 eventi critici tra i quali 12 colluttazioni, 3 aggressioni nei confronti del personale, 39 casi di autolesionismo e altri gesti estremi. Il poliziotto penitenziario nella presa in carico di ciascun detenuto per tutta la durata della sua detenzione si trova a intervenire sempre sia in via preventiva che dopo un evento funesto. Il mio personale conta 111 unità presenti, di cui 9 donne.
Gli agenti hanno immatricolato 246 detenuti, scarcerato 108 ristretti, provveduto all'espulsione di 7 detenuti, eseguito 101 prelievi del dna ai soggetti ristretti. Il locale Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, con un organico di 12 unità, ha effettuato 435 traduzioni di cui una "via aerea", movimentando 684 detenuti; ha garantito 204 traduzioni per visite mediche ambulatoriali dei detenuti e 13 piantonamenti presso luoghi esterni di cura.
Il personale complessivo impiegato nelle traduzioni è stato pari a 1.667, inoltre ha espletato il servizio di polizia stradale e il servizio di ordine pubblico presso Io stadio cittadino e in occasione di manifestazioni pubbliche. In ossequio ai principi e ai diritti costituzionalmente garantiti e previsti nel nostro O.P. sul mantenimento delle relazioni familiari, l'ufficio colloqui, formato da n. 4 unità, con la collaborazione dei poliziotti in servizio che consentono la movimentazione dei detenuti per tale finalità: garantisce una media di circa 400 colloqui mensili per un totale annuo pari a circa 4.800".
D'Anna ha proseguito nella sua relazione: "All'interno della casa circondariale il personale gestisce una media di telefonate mensili di circa 1.100 per un totale annuo pari a circa n. 13.200. Nell'anno 2019 ad oggi hanno effettuato accesso 595 minori per i colloqui con il familiare ristretto e, per essi si svolgono annualmente circa 70 incontri pomeridiani nella "sala ludoteca" nell'ambito della progetto su genitorialità padre e figli.
Fondamentale è stato altresì il contributo dell'ufficio Comando, ovvero, collaboratori del comandante, impegnati: nelle comunicazioni di rito di ogni evento critico verificatesi in istituto agli organi Superiori dell'amministrazione penitenziaria, anche tramite Sistemi interni in uso, e alle Autorità Giudiziarie, all'espletamento delle attività di indagini di iniziativa o delegate, dalla procura della repubblica o subdelegate da altre forze di polizia (nel corso dell'anno sono stati redatti 95 atti di polizia giudiziaria.
Un'unità, unitamente a un poliziotto dell'Ufficio trattamento, entrambe coordinate direttamente dalla sottoscritta, sono state impegnate nelle istruttorie disposte dalla magistrature di sorveglianza finalizzate a definire i contenziosi relativi ai ricorsi per inumana detenzione. Ad oggi sono state circa 300 (con una media dì 75 annui. Di primaria importanza è stato anche il contributo del reparto (con la formazione di un "gruppo di monitoraggio" e la nomina di due unità di polizia penitenziaria referenti) nelle attività di monitoraggio del fenomeno della radicalizzazione violenta e del proselitismo in ambito penitenziario.
Il reparto ha provveduto al delicato compito di scorta e tutela all'ex Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, Inoltre, ha seguito le delicate e numerose attività trattamentali svolte all'interno dell'istituto ma anche attività organizzate all'esterno. A riguardo vorrei ricordare, l'impiego di un cospicuo numero dei miei uomini e di mezzi che sono stati necessari per realizzare degli eventi teatrali a cui hanno partecipato 17 detenuti, nelle date del 29 - 30 - 31 gennaio e 1 febbraio 2019 e che si sono svolte presso l'Auditorium del Centro Culturale "Dialma Ruggiero", anche duraste le ore serali. Un servizio eccellente e di grande responsabilità. Ricordo inoltre che all'interno dell'istituto operano anche ditte esterne, con manodopera detenuta, seguiti anche dalle unità addette all'area Polizia Penitenziaria della Spezia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 settembre 2019
La denuncia del Garante: "incompatibile con i diritti e le libertà fondamentali". Una cella minuscola, di dimensioni di circa 1,70 metro per 2,5, senza finestre e sprovvista di ogni elemento di arredamento, compreso il materasso che veniva utilizzato per l'allocazione di una persona in caso di situazione di crisi acuta.
In sostanza una cella di isolamento ricavata al fondo della zona di transito del reparto detentivo, limitato e chiuso da un cancello, privo di finestre per il passaggio dell'aria e della luce naturale e privo di impianto di riscaldamento. Parliamo del carcere di Potenza, in Basilicata, visitato a novembre scorso dalla delegazione del Garante nazionale delle persone private della libertà presieduta da Emilia Rossi.
Nel rapporto appena reso pubblico, il Garante osserva che tale cella di sicurezza non può essere adibita "a ospitare le persone nemmeno per tempi molto contenuti, rischiando, altrimenti, di contravvenire agli obblighi di cui all'inderogabile articolo 3 della Convenzione europea per la tutela dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".
Aggiunge inoltre che "l'utilizzo promiscuo e non definito di un ambiente quale quello destinato indifferentemente, nella Casa circondariale di Potenza, all'esecuzione di perquisizioni o ad azioni di "contenimento" ne manifesta l'assoluta inadeguatezza al trattamento sanitario di eventuali casi di acuzie".
La delegazione del Garante nazionale, pertanto, nel colloquio conclusivo della visita, ha immediatamente richiesto alla Direzione della Casa circondariale di Potenza di mettere fuori uso la stanza in questione ed eventualmente di ristrutturarla con le dotazioni necessarie a renderla un ambiente integrato al reparto infermeria e a esso funzionale, provvedendo in modo da scongiurare che di essa venga fatto un uso diverso da quello a cui deve essere destinata. Per questo il Garante, nel rapporto, raccomanda alla Direzione dell'Istituto di adempiere a quanto richiesto dalla delegazione al termine della visita e chiede di ricevere tempestive ed esaurienti informazioni a riguardo.
In occasione della visita all'Istituto di Potenza, la delegazione si è anche intrattenuta con un rappresentante sindacale - il segretario regionale del Sappe Saverio Brienza - che ha richiesto l'incontro in rappresentanza delle Organizzazioni sindacali Sappe, Uspp e Cgil della Polizia penitenziaria, per segnalare alcuni problemi dell'Istituto: in particolare, il rischio igienico- sanitario a cui sono esposti gli operatori e la popolazione detenuta nel reparto "giudiziario".
La delegazione, sempre durante la visita, ha potuto osservare da vicino il problema del reparto. Si apprende, sempre nel rapporto, che è dislocato su tre piani, con struttura a ballatoio separata da reti a soffitto. Al momento della visita accoglieva 103 detenuti distribuiti nelle 44 stanze di pernottamento, di cui cinque singole per piano.
Queste, definite "cubicoli", sono sprovviste dell'angolo cucina e presentano il servizio igienico e il lavabo a vista. Peraltro, anche nelle stanze multiple il servizio igienico è solo teoricamente riservato, giacché sulla parete di separazione vi sono "feritoie" che rendono il locale del tutto visibile dall'esterno. L'intero reparto, inoltre, risulta attraversato dalla rete fognaria e le esalazioni sono percepibili all'olfatto (soprattutto di mattina, come riferito alla delegazione dagli operatori). Infine, esso è collocato accanto al deposito della caldaia che contiene le cisterne del carburante per il riscaldamento con persistenti dispersioni di gasolio.
Nei locali delle docce (due con due postazioni per piano), all'epoca della visita le pareti e il soffitto presentavano vistose tracce di umidità e muffa. Anche nelle stanze di pernottamento, in particolare in quelle collocate al piano terra, erano visibili muffa e umidità sulle pareti in gran parte scrostate. Ma anche il reparto femminile non è da meno. Sempre dal rapporto si evince che la delegazione del Garante ha potuto osservare che il reparto era costituito da 10 stanze, 6 da 3 posti e 4 da un posto, quest'ultime con il bagno a vista con separé. Nelle camere multiple il bagno era separato ma si presentava in pessime condizioni di manutenzione, con vistosi segni di muffa sulle pareti.
Secondo quanto riferito alla delegazione, è stato elaborato da diverso tempo un piano di ristrutturazione generale dell'Istituto finanziato dal Ministero delle infrastrutture che ha stanziato circa tre milioni per l'adeguamento agli standard di reparti giudiziario, donne e isolamento la cui realizzazione è stata rallentata da problemi legati alla natura sismica del terreno e dalla necessità di dare priorità alla soluzione di questi.
Il Garante nazionale, per questo motivo, raccomanda alle competenti autorità dell'Amministrazione penitenziaria di provvedere al completamento di tutte le opere necessarie per assicurare l'adeguamento dei reparti.
di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 13 settembre 2019
Al netto di una quota standard di rigidità burocratica, l'agente della polizia ferroviaria di Foggia capace di multare i volontari che portano (da vent'anni!) coperte ai barboni perché si aggiravano tra i binari senza regolare biglietto incarna bene lo spirito del tempo.
Che ondeggino su un gommone o bivacchino dentro una stazione, gli invisibili procurano un certo fastidio alla maggioranza ex silenziosa. Deturpano la perfezione del quadro e creano ansia, in quanto pericoli potenziali e stimolatori di sensi di colpa. Chi è infastidito dalla loro presenza si illude che non lo sarebbe dalla loro assenza.
In realtà nessuno è contento di sapere che i profughi restituiti al mittente finiscono poi per morire nei campi libici e che le vite dei "senza fissa dimora" sono a tempo determinato perché non riescono ad adeguarsi alle regole del gioco sociale. Semplicemente non ritiene che tocchi a lui occuparsene e vorrebbe che lo Stato glieli togliesse dal campo visivo per non essere costretto a pensarci.
Invece non solo lo Stato è incapace di svolgere il suo ruolo di spazzino delle emozioni, ma consentendo ai privati di fare del bene, finisce per far sentire peggio chi quel bene non lo fa. Perciò la scoperta di qualsiasi magagna che riguardi il pianeta dei volontari è sottolineata con tanta enfasi e accolta con tanto sollievo. A proposito di sollievo, mi consola la ragionevole certezza che le multe per eccesso di umanità verranno annullate o che, alla peggio, le pagherà Salvini.
di Dario Stefano Dell'Aquila
napolimonitor.it, 13 settembre 2019
Si presenta oggi alle 17,30, al Circolo della stampa di Avellino, il libro di Beppe Battaglia, "Le Tre Libertà. Fotogrammi di un'evasione e altri modi di uscita dalla prigione" (Sensibili alle foglie 2019). Alla presentazione organizzata dalla Caritas di Avellino partecipano Rita Bernardini, Aristide Donadio, Carlo Miele, modera Giulia Argenio.
Se volete comprendere il senso della parola libertà dovete andarla a cercare nel luogo del suo opposto, il carcere. Questo insegnamento di Michel Foucault è ben raccolto nel libro di Beppe Battaglia che racconta una storia vera, vissuta in prima persona. Il tentativo di evasione dal carcere di Favignana, siamo nel 1975, attraverso un tunnel che, nelle intenzioni dei reclusi, deve superare il muro di recinzione e portarli in prossimità del mare.
Di qui un motoscafo avrebbe consentito loro di raggiungere la costa e guadagnare la libertà. Compatto, leggero e ironico il racconto si snoda tra gli stratagemmi e i piani di scavo che sono insieme dimostrazione di arguzia e di quella particolare forma di tenacia che si è disposti a mettere in atto solo in un caso, quando è in gioco la nostra libertà.
Un libro che fa memoria su cosa era il carcere in quegli anni: un costante clima di violenze, intimidazioni, censura e arbitrio. Un carcere disciplinato dai regolamenti fascisti, nel quale si adoperavano a scopo punitivo i letti di contenzione, e che proprio nel 1975 avrebbe cominciato un lento percorso di riforma normativa. Un carcere nel quale i detenuti erano numeri di matricola senza nome e senza futuro. Epperò, questo libro è qualcosa in più di uno spaccato di una epoca che non c'è più o di un piccolo diario personale.
È una riflessione più che mai attuale sul significato della parola libertà. Perché non esiste una sola libertà, spiega Battaglia, c'è una libertà concessa, una conquistata e una comprata. Tra tutte le forme di libertà possibili quella più bella è quella che ci si conquista da soli, anche quando sembra impossibile, quando si è destinati a fallire, quando lo sforzo richiesto è ben al di sopra delle nostre possibilità.
Ciò nonostante, contro ogni evidenza razionale, magari contro anche il buon senso che suggerirebbe pazienza, questa ricerca della libertà impossibile è ciò che ti fa sentire vivo, intimamente, che rende possibile sopportare i regimi detentivi più duri, finanche l'isolamento o che ti fa superare la paura delle punizioni e delle sanzioni, fisiche prima ancora che giuridiche. Nel soffio di vento che si avverte al termine del tunnel, dopo anni di privazioni e assenza di cielo e sole, nell'ipotesi del mare che si immagina al di là di un muro, nelle radici di un albero, nella segreta soddisfazione di sfuggire ad un guardiano ottuso e violento.
Nel tempo che è trascorso da quella storia, oltre quaranta anni, sono mutate molte cose, prima tra tutte la tensione politica e ideale che attraversava quegli anni. Beppe Battaglia, uscito dal carcere dopo aver espiato fino in fondo la sua pena vi è subito rientrato, ma in veste di operatore sociale, diventando presto una delle figure più stimate in quello che resta un difficile campo dell'intervento sociale. Se molto, forse tutto è cambiato da allora, incluso il protagonista di questa storia, rimane immutata la tensione che era alla base di quel tentativo e che ci insegna, per usare la bella metafora di Battaglia, che "ci sono parole che si pesano sulla bocca e altre che si raccontano con le mani. Libertà è una di queste parole, è parola di scavo".
La libertà è "parola di scavo", non si può stare fermi ad attenderla, occorre muoversi per conquistarla e poco importa se l'obiettivo non è subito raggiunto. Ognuno come può o come meglio crede, ma ciascuno ha diritto a liberarsi dalla propria prigione (qualunque forma essa abbia) o anche solo a desiderare di farlo. Perché sappiamo bene che la libertà, in fondo, altro non è che desiderio di libertà.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 13 settembre 2019
Il "Trattato di Lampedusa", da Zingaretti sì alla proposta di Letta. Il segretario: bene il governo, le cose cominciano a cambiare anche grazie all'Europa. Quello di Enrico Letta è "un ottimo contributo".
La prima parola della giornata di Nicola Zingaretti è per la proposta, clamorosa a suo modo, di sostituire il Trattato di Dublino - nella sostanza immodificabile a causa dei veti dei paesi sovranisti - con un nuovo trattato "tra i paesi che ci stanno" (potrebbe essere firmato a Lampedusa, è la suggestione) che accettino "la propria parte di responsabilità" sugli arrivi dei migranti, per "organizzare l'accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave".
La proposta di Letta, affidata a una lettera a Repubblica, è la prima mossa della giornata in cui il Pd affronta concretamente il dossier migranti, tema su cui Matteo Salvini e le destre aspettano al varco il nuovo governo. L'ex premier, impegnato ieri nell'apertura della sua affollatissima Scuola di politica a Cesenatico, sa che si tratta di "una scelta radicale ma necessaria", "un atto simbolico fortissimo". È anche conscio delle obiezioni tecniche che saranno avanzate nella "bolla bruxellese", ragiona con chi ci ha parlato, ma è convinto che ormai serva una "drammatizzazione istituzionale". Perché gli oggettivi passi avanti fatti nell'ultimo anno su Dublino dall'europarlamento non bastano. E solo tenendo lontani Orban e sovranisti dal tavolo in cui si prendono le decisioni ci si potrà sottrarre dal loro il potere di ricatto.
Zingaretti loda anche il premier Conte che nell'incontro con Ursula von der Leyen si è mosso "molto bene chiedendo il superamento di Dublino". Ma appunto la strada di Dublino è sbarrata. Quella di Lampedusa, paradossalmente, può dimostrarsi più fruttuosa. Non a breve, però. E per l'immediato al Nazareno è forte la consapevolezza che il dossier migranti va subito sminato, ovvero affrontato con "umanità e concretezza" - le parole che il segretario ha usato mercoledì sera a Porta a Porta.
In mattinata, dopo il vertice governativo coordinato da Conte (presenti i ministri Di Maio, Franceschini, Lamorgese, Guerini, De Micheli) che affronta per la prima volta il tema degli sbarchi e dei ricollocamenti, Zingaretti si dice di nuovo soddisfatto: "Positiva l'attenzione e la soluzione sulla vicenda della Ocean Viking da parte del governo. È importante che le cose comincino a cambiare per il bene dell'Italia e con il coinvolgimento dell'Europa" twitta.
Il Pd spinge per garantire subito lo sbarco dei naufraghi. Ma da quel fronte non arrivano ancora notizie certe. Agli atti resta la contrarietà di Di Maio a rimangiarsi gli slogan dell'era gialloverde. Matteo Orfini, il più critico sulle politiche migratorie anche del suo partito, parla di un "passo avanti" ma, avverte, "c'è molto da fare. La proposta Letta è interessante ma parziale. Senza rimettere in discussione radicalmente gli accordi con la Libia non se ne verrà mai a capo".
È quello che hanno spiegato i rappresentanti delle Ong ieri a Bruxelles nel corso di un'iniziativa del Gue sui salvataggi in mare in vista della presentazione alla commissione Libe (sulle libertà e i diritti) di una risoluzione contro la criminalizzazione di chi salva le vite in mare. Per Mediterranea erano presenti Beppe Caccia e Lucia Gennari che dopo l'evento hanno incontrato gli europarlamentari dem Majorino e Smeriglio.La richiesta al nuovo governo italiano non è solo - 'solo' si fa per dire - la cancellazione dei decreti sicurezza, in forza dei quali in Italia vengono seequestrate le navi delle Ong. Fin qui nel programma di M5S e Pd ci sono impegni fumosi: questi decreti verranno cambiati "alla luce dei rilievi del Quirinale".
Ma per le Ong a monte di tutto c'è la questione italiana e europea degli accordi anche economici con la Libia, e cioè il subappalto dei 'salvataggi' "alle milizie che si fanno chiamare Guardia Costiera libica", spiega Caccia. Altro campo minato, non solo per il governo: anche per il Pd. Chiama in causa direttamente le sue politiche ai tempi del governo di Paolo Gentiloni, oggi commissario europeo, e del ministro Marco Minniti. Intanto domani a Roma la festa di Leftwing, cioè quella della corrente dei giovani turchi di Orfini, raccoglie soldi a favore delle Ong.
di Teresa Monestiroli
La Repubblica, 13 settembre 2019
Il progetto per risanare gli spazi del carcere segna la nuova stagione di viale Alemagna. L'ampliamento del Museo del Design, inaugurato lo scorso aprile, è confermato. Così come il desiderio di rimettere mano all'edificio di viale Alemagna per riportarlo al progetto originale di Giovanni Muzio che prevedeva, tra le altre cose, un ristorante al piano terra affacciato sul giardino.
Ma per il futuro della Triennale il presidente Stefano Boeri punta anche sull'internazionalizzazione, con una partnership siglata con la Fondazione Cartier per l'arte contemporanea di Parigi, e sulla collaborazione con "i vicini di casa", prima di tutto le istituzioni che con Triennale condividono l'affaccio sul Parco Sempione, per il progetto del Parco delle Culture, e poi con il carcere di San Vittore con cui è stato avviato un cammino insieme già un anno e mezzo fa.
Un percorso che oggi ha un tassello in più, "quello di riprogettare integralmente gli spazi interni del penitenziario, dalle celle al cortile - racconta il Boeri. Stiamo lavorando concretamente da settimane, siamo pronti per lanciare un concorso per la selezione di architetti che abbiano la spinta giusta". Professionisti che dovranno entrare in carcere per ascoltare la voce dei detenuti e degli operatori, con l'obiettivo di "rendere il penitenziario un posto più bello", aggiunge il direttore di San Vittore Giacinto Siciliano.
"Non possiamo più permetterci di lasciarlo così. A San Vittore gli spazi sono pochi, ora è il momento di ripensarli. Dopo il bando cercheremo i finanziamenti. Per ora è un sogno, se si realizza sarà un grande servizio per la città". A un anno e mezzo dal suo insediamento il presidente Boeri fa il primo bilancio e al di là dei numeri la mostra Broken Nature ha chiuso con 281 mila visitatori, il Museo del Design in cinque mesi ha staccato 55 mila biglietti -tratteggia il futuro di Triennale.
In cima ai provvedimenti da realizzare c'è l'espansione del Museo del Design per cui il governo ha promesso 10 milioni di euro. Uno stanziamento firmato dall'ex ministro dei Beni culturali e confermato dal successore Franceschini. Appena l'iter burocratico dei soldi sarà pronto, sarà pubblicato un bando di gara internazionale per scegliere lo studio di architettura che dovrà disegnare il nuovo spazio ipogeo che si estenderà sotto il giardino per quattromila metri quadrati.
Nel frattempo sarà nominato un comitato che si occuperà delle nuove acquisizioni della collezione e delle collaborazioni con archivi, case museo e musei d'impresa. È stato affidato invece all'architetto Luca Cippelletti l'incarico di seguire i lavori sul Palazzo dell'Arte. Piccole modifiche degli spazi per tornare all'idea di Muzio, con l'ampliamento dell'area bambini e l'intento di trattare con la discoteca Old Fashion per fare della sala da ballo un ristorante.
Lavori che non interferiranno con l'apertura della Triennale, che ha studiato il programma "Parla ascolta guarda fai", a cura di Umberto Angelini, direttore del Teatro dell'Arte, che dal 5 ottobre invaderà gli spazi con sperimentazioni e performance, proiezioni, installazioni e laboratori. Il cartellone prosegue con l'allestimento di uno skate park al piano terra per la mostra "Play!". E nel 2020 arriveranno le mostre su Enzo Mari, Carlo Aymonino, Giancarlo De Carlo e Vico Magistretti.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 13 settembre 2019
Immaginate di aprire il vostro computer e di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete allo stadio, il documento della patente, gli audio mandati su WhatsApp.
E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far accadere mai più.
E ancora: l'elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene, questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia distopica, né un'esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova, documentazione, esperienza diretta ce l'ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward Snowden.
Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest'elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere solo a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche "giornalista" pagato (o a qualche "tribunale", dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi.
Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all'interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media.
Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c'è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all'occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi "mostri".
Snowden ha scritto un libro, Errore di Sistema, in cui racconta come sia riuscito a scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una democrazia. Attendevo questo libro da anni e tra le mani ho non il diario di un esiliato, né il racconto di un testimone, ma la lucida analisi di un intellettuale al quale ho molte domande da porre.
Edward, quindi non c'è modo di difendere la propria privacy?
"Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l'espressione individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora cosa ci succederà?"
Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno denunciato per aver rivelato i programmi che la Nsa: questo è ciò che si sa di lui. Nel libro c'è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei anni quando, per andare a dormire due ore dopo l'ordine della madre, cambia l'orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la famiglia e ad andare a letto più tardi. La sua prima operazione importante risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere "bucato" per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web.
"So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell''anonimato attraverso la polionimia' produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla... Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io".
Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio?
"Le persone, attirate dalla maggiore facilità d'uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali - che richiedevano un costante lavoro di manutenzione - a favore di pagine Facebook o account Gmail, dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle società che avevano fallito nell'e-commerce, perché non erano riuscite a trovare nulla che ci interessasse comprare, ora aveva un nuovo prodotto da venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre attività, la nostra posizione e i nostri desideri".
Se avessi difronte Mark Zuckerberg, cosa gli diresti?
"Non penso sarebbe interessato a conoscere la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé".
Insisto...
"Gli chiederei: come vuoi essere ricordato? Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile e importante, che non vendere più pubblicità".
Si può recuperare la libertà del Web?
"Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l'inventore del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet".
Il punto di caduta del tuo discorso è che, in definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web...
"I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete. Quello che sentiamo è un malcontento crescente, perché vediamo il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate contro di noi".
Che cos'è la re-decentralizzazione?
"Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire servizi. Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l'acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l'elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione Internet che non possono controllare. C'è un'aggressiva resistenza alla crescita della crittografia. Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base al traffico e ai siti che frequenti. Questa è la sfida, questo è il servizio pubblico. Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da qualsiasi altro servizio pubblico".
Ci fermiamo a riflettere su come la nostra generazione sia l'ultima ad aver vissuto uno spazio di crescita fuori dalla tecnologia. Snowden dà una lettura non scontata sul perché la tecnologia abbia un'attrazione magnetica sui giovani, sul perché stare sullo smartphone, connessi, costituisca un desiderio irrefrenabile...
"I giovani sono naturalmente affascinati e attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi. Accendevo la macchina, la usavo e la spegnevo, e quando tornavo a usarla non si ricordava chi fossi o cosa avessi fatto l'ultima volta, non aveva memoria".
Cosa pensi della condivisione sui social delle fotografie dei bambini? Sarebbe davvero preferibile evitare di pubblicarle?
"È estremamente pericoloso il fatto che oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un'ecografia su Facebook, Twitter o Instagram, la storia privata dei bambini venga catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l'ha creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano queste società come 'delegati' per avere informazioni. Quello che cercano di creare è un 'grafico socialè a partire da una semplice connessione tra persone che conosci, con cui parli e interagisci e alle quali importa della tua vita. O almeno questo è quello che accadeva all'inizio della mia carriera nella comunità dell'intelligence".
E poi cos'è successo?
"Ora quello che fanno, una volta raccolte le informazioni su di te e sulla tua vita, è arricchire il grafico, per costruire il tuo fascicolo personale".
In termini pratici questo cosa comporta?
"La differenza tra me bambino e la mia generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per rafforzare un'identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso dimenticarla".
Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o scriviamo ci perseguiterà?
"Viviamo gli errori come un archivio. Molti giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché ci piace l'idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del bene che di evitare il male. Dicono: non sono Gandhi, non sono Martin Luther King, ho le bollette, ho dei figli e voglio solo andare a casa e guardare il mio programma preferito. Beh, anche Gandhi voleva una vita felice. Io non sono Gandhi, sono una persona semplice, ma amo una cosa: amo l'idea che possiamo connetterci con tutte le persone del mondo e costruire legami di fratellanza, costruire reti oltre barriere di lingua, confini, culture e diventare migliori tramite uno scambio. Ma quando costruisco un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta e arma questi scambi contro di noi a beneficio di coloro che ottengono informazioni che ci riguardano, non posso fare a meno di chiedermi: cosa succederà?".
Una volta, Edward, hai detto che il vero valore di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che cosa è disposto a fare per proteggerli. Se non pratichi i valori in cui credi, probabilmente non ci credi fino in fondo. Non senti di non star praticando i tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e mai (se non in casi rarissimi e spesso manipolati) assoluzioni?
"Molte persone dimenticano che non è stata una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l'America latina quando il governo americano, l'ex segretario di stato John Kerry, mi ha annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto collaborare con la Russia e dire che era il posto più sicuro del mondo per una persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all'hotel, ma ho rifiutato. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in quell'aeroporto per circa 40 giorni. Da lì ho fatto domanda di asilo in 27 Paesi nel mondo, inclusa l'Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali sentivano che una di "quelle due persone" aveva chiamato i ministri degli Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di Stato o il vicepresidente Joe Biden.
E così ero intrappolato. Non sapremo mai perché i russi mi lasciarono uscire dall'aeroporto, ma al momento ero l'uomo più ricercato al mondo. C'erano giornalisti che si affollavano là fuori tutti i giorni. Ho avuto un asilo temporaneo, per un anno, e dopo quell'anno non mi è più stato garantito asilo. Non ho più scorta, agenti di protezione, vado in metropolitana, prendo il taxi e pago l'affitto come chiunque altro.
È una situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante - per quanto io abbia criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia supportato le proteste - è che se il governo americano o i loro amici provassero a uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. E penso che sia la parte più tragica della mia presenza in Russia che, ripeto, non è voluta da me. Tutto il mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti. Cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve essere protetto dagli Stati Uniti? Credo ciò dimostri quanto sia un periodo oscuro della nostra storia e spero non duri troppo".
Sulla presenza di Edward Snowden in Russia sono nate mille leggende, tra le più comuni quella che abbia dato informazioni riservate ai Russi in cambio di ospitalità o che fosse già una spia al soldo dei cinesi: nulla di tutto questo è provato, ciò che ha denunciato, invece, ha trovato puntuale riscontro e lui stesso ha sempre negato di aver mai collaborato con i russi. Perché, dunque, lo tengono lì? Un'ipotesi potrebbe essere questa: Snowden è la prova vivente che, ogni qual volta gli Usa si presentano come la più grande democrazia sulla terra, esiste in realtà un lato oscuro, un'ombra da tenere lontana, il più possibile. E per distruggere questa "contraddizione", la macchina del fango è lo strumento principale.
"All'inizio avevo deciso di non difendermi. Quando sono uscito allo scoperto nel giugno del 2013 e tutti parlavano di me ai telegiornali, è iniziata la propaganda che tu ben conosci. Ogni domenica ai talk show i giornalisti riportavano notizie che non erano vere, e gli altri le ripetevano: è il loro lavoro. Non ho rilasciato interviste fino a dicembre 2013. Mi ci sono voluti sei mesi. E non ho nemmeno risposto alle critiche, volevo solo commentare i risultati raggiunti e cosa ancora c'era da fare. Il motivo per cui non ho risposto alle critiche era che la mia reputazione non importava. Se avessi risposto, anche se avessi smontato le accuse e dimostrato di aver ragione, avrebbero continuato a ripetere le loro accuse perché quegli attacchi non sono nati per essere affrontati con i fatti, per capire cosa è realmente successo. Non interessano i fatti, interessano i sentimenti".
Snowden vive una campagna di pressione mondiale enorme, è "il traditore", "la spia", "il nemico della democrazia americana", "l'alleato dei terroristi", "la quinta colonna degli stati canaglia"... Eppure la sua scelta è di piena e consapevole strategia...
"Se avessi risposto a tutti gli agenti che mi accusavano in televisione, dicendo che non era vero niente, la faccenda si sarebbe focalizzata su di me e la questione vera che era di interesse pubblico, cioè se quei programmi fossero legali o meno, se il governo avesse davvero violato la Costituzione, sarebbero passati in secondo piano".
Se rispondi, l'attenzione va su di te e se tu sei fragile possono schiacciarti, ma se i tuoi "fatti" sono più forti di tutto, anche più forti di te, a loro spetterà il compito di smentire i tuoi accusatori...
"Il governo avrebbe saputo come rigirare le cose, tutti avrebbero parlato di me e non dell'NSA. Fa male. Ci sono moltissime persone, soprattutto nel mio Paese, che non hanno idea di ciò che è vero su di me. Abbiamo pochi momenti di respiro nella nostra vita e possiamo usarli per difendere la nostra reputazione o per focalizzarci sull'unica cosa che possiamo fare, cioè il nostro lavoro. La cosa più difficile, e che mi fa provare molta empatia nei tuoi riguardi, è stata stare semplicemente zitti, ma stare zitti con un obiettivo preciso, perché quando decidi di parlare, lo fai per dire qualcosa di importante".
L'Europa ha perso un'occasione unica rifiutando l'asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel dare sicurezza ai cittadini. Se Paypal, Facebook, Apple, Microsoft nascono negli Usa, è anche perché l'Europa non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme, ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio dentro un perimetro di libertà. "Ho percorso i corridoi più oscuri del governo e ho scoperto che è la luce che temono", ho letto questa frase di Snowden in un'intervista rilasciata a Glenn Greenwald e me ne sono ricordato mentre lo guardavo negli occhi sul grande monitor che avevo davanti...
"Siamo vicini di età e, considerata la nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da un punto di vista storico, l'esilio è una cosa terribile. Nella letteratura italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto..."
Vero... Ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo libro lo è. Hai un viso sereno e non sembra avvelenato da quello che stai subendo...
"Sai, l'oppressione politica ha strumenti che iniziano a non funzionare più. L'esilio non riesce a fermare più una conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare, ci sono molti fattori che ci danno fastidio. In verità sono più felice ora di quando sono uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio. Non so cosa accadrà in futuro, se sarà positivo o negativo, ma non ne ho il controllo. E poi pensiamo alla questione rimpianto: se avessi potuto, avresti agito diversamente? No, certo".
Ti sei mai pentito?
"Mai. Anzi mi sono pentito solo di una cosa".
Quale?
"La cosa che rimpiango è non essermi fatto avanti prima. Rimpiango ogni anno che ho impiegato a decidere in cosa credessi, per rendermi conto di ciò che succedeva e decidere di fare qualcosa. Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi fatto avanti prima. Recentemente mi hanno chiesto se mi piacerebbe tornare al tempo della mia vita sul Web, quando potevo cambiare continuamente nome. E chiedo a te la stessa cosa. Non sarebbe bello se un giorno potessi avere un altro nome, o vivere in Danimarca?".
Sarebbe bello... Sì.
"Ma più passa il tempo e vivo così, più mi sento a mio agio nel trovarmi a disagio. È una sorta di dote, allenarsi a trovarsi nella propria pelle. È una di quelle situazioni eccezionali in cui impari molto. Una cosa che vorrei ridurre è l'impatto sulla famiglia e gli amici".
La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi familiari?
"Sai, io sono minacciato da una parte che impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere altre conseguenze se non quella di essere preoccupata per me e le difficoltà che tutti affrontano quando in casa hai qualcuno che è diventato famoso, o per meglio dire, famigerato. La mia famiglia capisce perché ho fatto quello che ho fatto. Non so se provano quello che provo io, non parlo per loro, ma abbiamo ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione".
Vorresti tornare negli Usa?
"Sì, vorrei tornare negli Usa e vorrei che mi fosse concesso un giusto processo e essere giudicato secondo la legge. L'Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato ndr) in realtà non era stato creato per fermare le spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state mosse crolleranno sempre di più. Gli agenti dell'NSA ora dicono che avrebbero dovuto loro stessi rivelare quello che ho rivelato io e che il programma che avevo denunciato lo stanno eliminando".
Davvero pensi di poter un giorno tornare in Usa dopo tutto quello che è successo?
"So solo che quando il mio Paese avrà bisogno di me, io ci sarò".
Dopo la pubblicazione di questo libro aumenteranno i guai...
"Non ho fatto quel che ho fatto per avere amici. L'ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L'unica su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay".
Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui continua...
"Non so chi vivrà più a lungo tra noi due..."
E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo schermo. Lui sorride e aggiunge: "Sapevo che avrei sempre lavorato con i computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 13 settembre 2019
Ribaltato il parere dei giudici di San Francisco. La Corte suprema degli Stati Uniti da ragione a Donald Trump e alle sue politiche restrittive nei confronti dei migranti provenienti dal centro America. Viene così ribaltata la decisione della Corte d'Appello di San Francisco che aveva posto uno stop ai progetti della Casa Bianca. In questo nuovo quadro normativo le persone che fuggono da situazioni di povertà e contesti di violenza non potranno chiedere asilo negli Stati Uniti se si ritiene che, durante il loro viaggio, abbiano attraversato altri paesi terzi considerati "sicuri" e dove avrebbero potuto fare domanda di accoglienza.
Si mostrano dunque i primi effetti scaturiti dalla composizione della Corte suprema ormai dominata quasi completamente da giudici di orientamento conservatore. I liberal, su 9 componenti della Corte stessa, sono solo due, Ruth Bader e Sonia Sotomayor che sono state anche le uniche a dissentire con la sentenza pro Trump. Più in dettaglio, la controversia legale verte sull'obbligo per i migranti di richiedere l'asilo nel paese attraversato prima di arrivare negli Usa, e solo dopo un eventuale diniego esiste la possibilità di compiere lo stesso iter in territorio statunitense.
Da ciò sono però esentati coloro che provengono dal Messico o giunti per via aerea. Inoltre le persone che dimostreranno di essere perseguitate nei paesi di origine non saranno deportate, ma non godranno di nessuna protezione derivante dal loro status di rifugiato.
Fino ad ora dai paesi centroamericani è arrivata la stragrande maggioranza di coloro che chiedono asilo. Quest'anno, circa 811mila persone sono state fermate e internate al confine sud, di queste, quasi 590mila provenivano da El Salvador, Guatemala e Honduras. Ma la nuova norma interesserà anche un numero minore di migranti africani, asiatici e sudamericani che spesso intraprendono viaggi lunghissimi e pericolosi. La reazione alla sentenza è portata avanti soprattutto dall'American Civil Liberties Union, che sostiene inammissibili le limitazioni al diritto di asilo.
Per l'avvocato Lee Geleren "l'attuale divieto eliminerebbe praticamente tutto l'asilo al confine meridionale, anche nei porti di entrata" anche se il provvedimento potrebbe essere considerato come un passo temporaneo da cambiare perché "sono in gioco le vite di migliaia di famiglie". Non sono mancate critiche neanche da parte dei giudici contrari alla legge che siedono al tavolo della Corte Suprema, la Sotomayor ha dichiarato infatti che "ancora una volta il potere esecutivo ha fatto una legge che cerca di sovvertire una prassi di lunga data per i rifugiati che cercano di fuggire dalle persecuzioni".
Fino adesso infatti esisteva una vecchia consuetudine secondo cui gli Stati Uniti ascoltano tutte le richieste di asilo, indipendentemente da come siano arrivate le persone al confine. Esistono però forti dubbi che Messico e Guatemala possano far fronte ad un aumento dell'afflusso di profughi, i funzionari di Città del Messico hanno già mostrato tutta la loro contrarietà alla decisione statunitense. All'inizio della settimana, il ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard ha ribadito che la sua nazione non sarebbe diventata un paese terzo per i richiedenti asilo, così come diverse capitali centro americane hanno rifiutato di sottoscrivere accordi di questa natura con gli Stati Uniti.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 13 settembre 2019
Abdel-Jalil al-Singace è stato uno dei primi promotori della "primavera" del Bahrein a finire in carcere, nel marzo 2011. Dopo due processi, il 7 gennaio 2013 la Corte di cassazione ha confermato la sua condanna all'ergastolo per l'infondata accusa di aver "costituito un gruppo di terroristi per rovesciare il regime e cambiare la costituzione". Negli oltre otto anni che ha trascorso in prigione, le condizioni di salute di al-Singace si sono via via deteriorate: soffre di sindrome post-poliomielitica, anemia falciforme e disturbi muscolo-scheletrici cronici.
Dal 22 agosto, avverte acuti dolori al petto, intorpidimento delle dita e tremori alla mano sinistra su cui si appoggia per camminare con le stampelle. Il 28 agosto il medico del carcere lo ha visitato, diagnosticando una forte tensione del muscolo cardiaco ed ha fissato appuntamento con un cardiologo dell'ospedale militare. Quando al-Singace ha rifiutato di indossare l'uniforme carceraria e di uscire dalla prigione ammanettato, la direzione del carcere ha reso noto che "il prigioniero aveva cambiato idea" e ha annullato la visita. Un prigioniero innocente, oltretutto in queste condizioni di salute, non dovrebbe rimanere un giorno in più in carcere. Anzi, non avrebbe mai dovuto entrarci.









