di Alberto Flores D'Arcais
L'Espresso, 15 settembre 2019
Johnson, Salvini, Trump hanno conosciuto la sconfitta. Ma le ragioni che hanno portato all'ondata sovranista sono ancora forti. In esclusiva per L'Espresso le ragioni dell'intellettuale. Il populismo perde colpi? Se guardiamo a quanto accaduto con il governo in Italia, alla gestione più che azzardata della Brexit da parte di Boris Johnson, alle difficoltà che sta incontrando Trump, potrebbe sembrare di sì. Qualcosa forse sta cambiando, ma farei molta attenzione prima di dare in ritirata quello che oggi viene definito populismo o sovranismo. Perché le cause che li hanno fatti prosperare, quelle che li hanno portati al successo in diverse democrazie occidentali che se ne credevano immuni, non sono state risolte". Ian Buruma, uno degli intellettuali più lucidi del nostro tempo, scuote la testa. E in questa intervista esclusiva per L'Espresso analizza lo stato del populismo oggi, tre anni dopo la Brexit e la vittoria elettorale di The Donald.
In questi tre anni il populismo è cresciuto?
"Difficile da dire, io credo che più o meno sia lo stesso di tre anni fa, almeno negli Stati Uniti. Ancora più complesso è capire a che punto sia il fenomeno in Europa, dove ogni anno si susseguono elezioni che vedono crescere i consensi per le forze sovraniste senza però che queste arrivino direttamente al potere. Con l'eccezione dell'Italia, che adesso però ha cambiato governo, della Gran Bretagna - il cui prossimo futuro è tutto da scoprire - e di alcuni paesi dell'Est europeo dove si è rafforzato, come l'Ungheria".
Il populismo è una conseguenza del globalismo economico, della tecnologia e delle istituzioni?
"Per spiegare il successo del populismo oggi dobbiamo tornare indietro ai primi anni Novanta, ancor meglio al 1989, quando inizia la fine dell'impero sovietico. Durante la guerra fredda tutte le democrazie occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno dovuto conciliare il capitalismo con qualche forma di egualitarismo, di redistribuzione della ricchezza, perché dovevano offrire un'alternativa al comunismo. Nel 1989 inizia in Occidente un trionfalismo eccessivo e si è pensato che non era più necessario difendere le socialdemocrazie".
Colpa di Reagan e della Thatcher?
"No, la responsabilità non è solo loro. È anche di Bill Clinton, di Tony Blair, di quei leader della cosiddetta "terza via" che sulla politica economica non erano poi troppo differenti da Reagan e Thatcher. Quello che non hanno capito era che mettendo il mercato al centro della società e della vita quotidiana, molta gente si sarebbe sentita abbandonata, lasciata indietro".
Negli anni di Blair e Clinton la ricchezza complessiva è aumentata.
"Vero, ma la maggioranza della gente, quello che viene definito "popolo", non vuole solo diventare più ricco o avere più potere. Hanno bisogno di sentirsi parte della comunità, di sapere che c'è qualcuno che si prende cura di te. Io credo che in Occidente questo si sia perduto di vista. Il neo-liberalismo è diventato terreno comune sia per i partiti conservatori che per quelli socialdemocratici - negli Stati Uniti sia tra i repubblicani che tra i democratici - ha contribuito non solo al crollo del 2008 ma soprattutto all'idea che la politica non si occupasse più dei bisogni della gente comune, ma solo di banche, banchieri e interessi più o meno privati. Negli Usa Trump lo ha capito molto bene e ne ha raccolto i frutti".
E Boris Johnson?
"L'ho definito un tribuno della plebe, nel senso romano del termine. L'idea che il premier britannico, che ha studiato a Eton e Oxford e ha fatto parte della élite tutta la vita, sia un uomo del popolo è stravagante. Quello che sta facendo non è illecito, ma è fuori dalla tradizione dei conservatori".
Anche Trump è difficile considerarlo uomo del popolo.
"Vero, ma Trump, che è un ricco miliardario non fa parte di quel tipo di élite, non ha il livello di istruzione di Johnson. Tra Stati Uniti e Gran Bretagna, che a volte vengono accomunate impropriamente, c'è poi una differenza sostanziale. La Gran Bretagna è una democrazia parlamentare e in una democrazia parlamentare il "popolo" non esiste e tantomeno esistono una volontà o una voce popolare. I politici sono scelti per rappresentare interessi differenti, nella speranza che trovino una soluzione grazie a compromessi. E in una democrazia liberale anche l'opinione pubblica è più una forma di rappresentanza che un'espressione diretta. E poi c'è una certa differenza tra populismo europeo e populismo americano".
Quale?
"Tradizionalmente negli Stati Uniti il populismo è stato più di sinistra che di destra, basti pensare al Governatore della Louisiana Huey Long, che alla fine degli anni Venti diventò un leader populista per le sue battaglie contro le banche e i banchieri. In Europa è stato soprattutto di destra, con il fascismo che negli anni Venti-Trenta ha preso forme diverse in diversi paesi. Le tradizioni e la cultura dei diversi paesi contano, in Francia il Front National ha come riferimento storico Vichy, la chiesa cattolica tradizionalista, negli Stati Uniti il populismo, quello di destra, ha a che fare soprattutto con la razza, peculiarità della storia americana. Un aspetto del successo di Trump è il rifiuto verso la presidenza Obama, che per molti è il simbolo del fatto che i bianchi hanno perso i propri privilegi: se un nero può avere tutti i vantaggi di un' alta istruzione e può diventare presidente degli Stati Uniti significa che i bianchi poveri, o quelli che si sentono, anche a torto, poveri, sono stati lasciati indietro. E rivendicano il loro orgoglio di bianchi votando Trump. Ovviamente ci sono poi cause comuni a Europa e Stati Uniti: la reazione alla crisi del 2008, la sfiducia nelle élite politiche".
Anche crisi e mutazioni della middle class?
"L'uso della parola "middle class" in America è diverso da quello usato in Europa. In Europa è stata identificata con la borghesia, quella media, quella piccola, negli Stati Uniti è qualcosa di molto diverso da una classe benestante, è più una "blue collar class", una classe operaia, anche in questo caso diversa dalla tradizionale classe operaia europea. Come un po' ovunque è più debole perché l'industria assume meno persone, perché politicamente è più emarginata, perché la sinistra è meno forte di quarant'anni fa. Il successo del populismo non si può ridurre a questo, ma va detto che chi vota per Trump, per la Brexit, per la Lega, per populisti e demagoghi è accomunata da un sentimento: quello di avere perso la propria presa sul mondo, che il mondo va verso soluzioni in cui saranno lasciati indietro o abbandonati. E tutto questo può avvenire per ragioni economiche, razziali o perché sentono che il proprio paese non ha più il ruolo o il potere di una volta. La Gran Bretagna ad esempio vede una Germania da tempo economicamente più forte e politicamente più importante, gli Usa soffrono la nuova potenza cinese, l'Europa nel suo complesso si sente più debole. Negli Stati Uniti, ed anche in Europa, non possiamo però ridurre il populismo a una questione di classe, perché è interclassista, c'è anche una questione di territorio, una grande tensione tra città e aree rurali".
Il vero nemico dei populisti sono le "liberal élites"?
"Che per i populisti non sono i ricchi ma chi ha un alto livello di istruzione, chi studia e lavora nelle università, sono le grandi aziende hi-tech, il "mainstream media". Fino a pochi anni avevano potere perché erano seguiti dall'opinione pubblica, sia in Europa che negli Usa erano - e sono - a favore dell'immigrazione, contro il razzismo, per le istituzioni internazionali e un globalismo economico. Oggi quelli che si sentono "lasciati indietro" ritengono queste élite responsabili di tutto: del fallimento sugli immigranti, dello strapotere delle banche, della burocrazia delle istituzioni internazionali, di una crisi economica anche quando non c'è. Per gli europei la sfiducia nella Ue è una conseguenza della sfiducia nelle élite: che per anni hanno spiegato che l'Unione Europea è una buona cosa, che le istituzioni internazionali fermano ogni possibilità di guerra nel Vecchio Continente e chi non era d'accordo veniva un po' troppo facilmente bollato come razzista. Negli Stati Uniti chi simpatizza per immigranti, per le minoranza non bianche viene bollato come "traditore" nei confronti di quella che viene considerata la "real America" ovvero l'America bianca e provinciale".
In Europa il populismo può essere anticamera di un nuovo fascismo?
"Storicamente si può dire che il fascismo è una forma di populismo. L'idea di Mussolini sulla democrazia diretta, la "voce del popolo" che deve essere ascoltato con un plebiscito e che viene identificata con la voce del Duce è un'idea populista. Ma questo non significa affatto che tutti i populisti siano fascisti, visto che esistono anche populismi di sinistra. Oggi è anche difficile definire il fascismo: se vuol dire uno Stato militarizzato, uno Stato corporativo, uomini in uniforme che picchiano gli oppositori nelle strade, milizie armate, questa non è certo la situazione nell'Europa di oggi e nell'America di Trump. Se invece diciamo che il populismo possa portare a qualche forma di nuovo fascismo, sì, questo è sempre possibile. La mia più grande preoccupazione oggi sono gli Stati Uniti, perché è veramente molto pericoloso quando hai un presidente che di fatto incoraggia l'uso della violenza in una pese con così tante armi. Non è del tutto inimmaginabile che se Trump dovesse perdere le elezioni possa gridare - e con lui i suoi milioni di fans - ai brogli elettorali e che qualcuno possa decidere di imbracciare le armi, creando milizie private. Che verrebbero ovviamente stroncate ma che provocherebbero violenze e un danno certo alla democrazia".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 15 settembre 2019
Magnate delle tv, socio di Berlusconi, era in testa ai sondaggi, poi la condanna. Vede la famiglia una volta la settimana, separato da un vetro. Divide cinque metri quadri di cella con due criminali comuni. Può guardare la tv, ma non partecipare ai talk. Ha il diritto di leggere libri e giornali, ma non d'usare telefono, tablet, carta e penna.
Oggi, non potrà nemmeno votare per se stesso. "Ammanettato come il conte di Montecristo", "oppresso come Mandela", "perseguitato come Berlusconi" - i suoi fan non risparmiano iperboli -, questa sera un detenuto del carcere della Mornaguia, il milionario Nabil Karoui, potrebbe essere uno dei due candidati ammessi al ballottaggio per la presidenza della Tunisia.
Tutti i sondaggi lo davano favorito già prima che la polizia l'arrestasse il 23 agosto, per una vecchia accusa d'evasione fiscale e riciclaggio. Ancor di più adesso che si dichiara "il primo prigioniero politico dalla caduta di Ben Ali", manda in giro la moglie Salwa a comiziare, tappezza Tunisi con lo slogan "il carcere non mi fermerà, ci vediamo alle urne!", racconta d'essere stato malmenato dai poliziotti che l'hanno bloccato a un casello dell'autostrada: quanto basta all'Ue e al Carter Center per dire che in queste elezioni non sono state garantite condizioni di parità.
C'era una volta la Primavera dei Gelsomini? L'unica rivoluzione araba scampata a guerre&galere? Otto anni dopo, il caso Karoui turba la Tunisia. Oscura gli altri 23 candidati alla presidenza. E cancella i temi della campagna elettorale: la crisi economica, la Libia, i diritti delle donne, la corruzione, il rimpatrio dei foreign fighter e del moribondo Ben Ali... "Siamo all'impasse - ammette il giudice amministrativo Ibrahim Bouslah -. Se Karoui va al ballottaggio, dev'essere scarcerato? E se viene eletto, vale l'immunità da capo dello Stato?".
I suoi avversari hanno provato a fermarlo in tutti i modi. Prima tentando di cambiare la legge elettorale, in vista delle politiche di ottobre. Ora, mandandolo al gabbio nella speranza che i tunisini non lo spediscano invece a Palazzo Cartagine. Forse, non si poteva fargli regalo migliore: "Il popolo è con me - dice il recluso - e Dio è sempre col popolo!".
Affari in Francia e nel Golfo, già amico di Ben Ali e di Gheddafi, padrone della pubblicità nel Maghreb e proprietario della tv Nessma ("dolce brezza") che contribuì alla fine sia del benalismo che del gheddafismo, socio della Mediaset berlusconiana e fin dagli anni craxiani del produttore Tarak Ben Ammar, viene da lontano la brezzolina che a 56 anni ancora spinge Karoui verso il potere.
Quando gli è morto un figlio in un incidente stradale, nel 2016, e soprattutto con la scomparsa in luglio del suo protettore politico, il presidente tunisino Essebsi, il Berlusconi magrebino ha accelerato il progetto politico. Il suo nuovo partito Al Cuore della Tunisia è un couscous di populismo e d'assistenzialismo che gli è valso lo sprezzante nomignolo di makrouna, il pastaio: una specie di welfare che imita la rete dei Fratelli musulmani, elargendo soldi e lavoro in un Paese dove il debito estero si mangia il 70% del pil e un ventenne su tre è disoccupato.
Con la sua tv, che i rivali han più volte cercato d'imbavagliare, Karoui ha gioco facile a manganellare anche dal carcere i principali candidati di questo voto: il premier Youssef Chahed, l'uomo che si vanta d'avere "evitato un disastro stile Grecia", agli occhi di Karoui colpevole d'aver tradito Essebsi e rotto col partito che avevano fondato insieme, Nidaa Tounes; l'ex ministro Abdelkrim Zbidi, altro superfavorito, che rivendica l'eredità di Essebsi ed è sostenuto proprio da Nidaa e dal potente sindacato che vinse il Nobel 2015 per la pace; infine la fratellanza islamista di Ennahda, prima formazione politica del Paese, che a Karoui non ha mai perdonato d'avere trasmesso in tv il blasfemo cartoon Persepolis di Marjane Satrapi. "Me li mangio tutti", promette dalla sua cella il Karoui unchained. Aspettando stasera, ha iniziato lo sciopero della fame.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 settembre 2019
Per il Garante dei detenuti, il superamento degli Opg non può avvenire senza investire nella formazione continua del personale. Il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e il passaggio alle nuove strutture regionali per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive (Rems), pur segnando un significativo passo in avanti nel faticoso processo di abbandono dell'intollerabile logica manicomiale, evidenzia ancora alcuni profili di criticità come il fatto che nelle Rems si sia ancora ben lontani da una vita comunitaria, ma più vicini a logiche di istituzionalizzazione ancora fortemente limitative.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 settembre 2019
L'Anm si appresta a modificare il proprio codice etico per rendere incompatibili gli incarichi nei gruppi associativi con la corsa al Csm. Impermeabilità tra guida Anm e Consiglio superiore della magistratura. Ma anche tra fuori ruolo e Csm. Con l'obiettivo di tenere il più possibile fuori dalla porta indebite commistioni tra politica e carriere. È questo l'obiettivo delle modifiche al Codice etico dell'Associazione nazionale magistrati approvate ieri dal Comitato direttivo.
di Isaia Sales
Il Mattino, 14 settembre 2019
Non fa piacere ai clan di camorra (o ai singoli criminali che ne fanno parte o a chi vive di traffici illegali) che in alcuni quartieri di Napoli si tolgano i bambini e i ragazzi dalle strade, li si tuteli per un tratto della giornata dal degrado, li si tenga lontani dallo spettacolo quotidiano della violenza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 settembre 2019
Confermato Ferraresi, l'altro Sottosegretario è il dem Giorgis. Era scontato che i sottosegretari alla Giustizia fossero equamente ripartiti. Uno del Movimento, l'altro del Partito democratico. Prima casella nel segno della continuità, con il confermato Vittorio Ferraresi, secondo incarico che passa inevitabilmente dal leghista Jacopo Morrone a un esponente del nuovo alleato di governo: il prescelto è Andrea Giorgis, costituzionalista torinese, responsabile Riforme nella segreteria Zingaretti e accompagnato da ottima reputazione di accademico e deputato. Alla Camera è stato impegnato in prima commissione, dove ha seguito il dossier del riassetto istituzionale.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 14 settembre 2019
Trattativa finita, pm in crisi, criminali azzoppati. L'antimafia che resiste è quella editoriale. Ora che i fumi della Trattativa si sono sedimentati in una pesantissima sentenza di condanna per boss e pezzi deviati dello Stato, ora che i magistrati di quel processo hanno avuto il giusto riconoscimento e non c'è più bisogno di tenere alta la tensione sui giornali e nei talk-show, ora che una Corte d'assise ha finalmente disvelato trame oscure e complicità politiche che diedero copertura alle stragi di mafia, ora che la stagione eroica ed esaltante è tramontata che faranno i coraggiosi condottieri dell'antimafia militante, quella che gira per le scuole e mobilita la società civile, quella che invoca giustizia e non si accontenta mai della verità giudiziaria perché c'è sempre una collusione nascosta o una regia occulta da smascherare?
Dei terribili e sanguinari boss degli anni funesti e tenebrosi non c'è più traccia. Totò Riina, che fu capo dei corleonesi e regista delle più avventate sfide allo Stato, ha chiuso la sua vita scellerata in un carcere duro: arrestato nel gennaio del 1993, è stato murato vivo per un quarto di secolo in una cella di massima sicurezza e da lì non ha più visto la luce del sole. Solo lampade a neon. Bernardo Provenzano, suo complice e compare, catturato dalla polizia dopo 43 anni di latitanza e dopo avere mangiato per una vita pane e cicoria, è morto pure lui tra i rigori del 41 bis.
Della potente cosca che scalava le vette della criminalità a colpi di kalashnikov e di tritolo, resta in vita solo Giovanni Brusca, l'uomo che ebbe il coraggio di sciogliere nell'acido con le proprie mani il figlio tredicenne di un pentito e che poi - in età matura: siamo già nel maggio del 1992 - ebbe pure il fegato, così dicono i mafiosi, di premere il telecomando dell'attentato che a Capaci massacrò il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i ragazzi della scorta.
Ma dopo queste scelleratezze, il killer più spietato di Cosa nostra ebbe la furbizia di buttarsi sotto le bandiere dello Stato e di mettersi a disposizione di tutti quei pubblici ministeri desiderosi più che mai di smantellare le ultime resistenze dei boss e di riscrivere all'un tempo la storia d'Italia. Brusca ha confermato tutte le tesi dell'accusa e tutti i teoremi.
E quando Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, ha trasformato Massimo Ciancimino, figlio del vecchio e malvissuto Don Vito, in una "icona dell'antimafia" e in una pedina indispensabile per montare il Grande processo sulla trattativa, Brusca non esitò a cogliere lo spirito del tempo e a confermare - pur sempre con il collaudato metodo del dire e del non dire - anche le patacche che il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo aveva distribuito a piene mani prima nei sottoscala delle procure e poi nelle aule dei tribunali.
Un genio del male, questo Brusca. Gli eroi dell'antimafia da salotto non lo ammetteranno mai. Ma il colonnello Sergio Di Caprio, che con il nome in codice di capitano Ultimo partecipò alla cattura di Totò Riina, lo ha scritto addirittura in un libro. Brusca ha portato a termine non una ma due trattative: "Prima con lo Stato quando faceva le stragi, e poi con la procura quando si è lasciato il passato alle spalle e ha intrapreso la seconda trattativa, lavandosi il sangue dalle mani".
Per l'antimafia militante trovare un nemico contro il quale puntare fucili e baionette non è - diciamolo - un'operazione facile.
Della vecchia mafia non ci sono che i rimasugli. L'ultimo padrino, ancora latitante, è Matteo Messina Denaro. Procure e forze dell'ordine lo cercano da almeno trent'anni. Hanno messo a ferro e fuoco Castelvetrano, pensando che fosse lì il suo quartiere generale, ma non c'è stato verso di snidarlo.
Hanno arrestato parenti, amici e conoscenti; hanno stretto alle corde complici e favoreggiatori; hanno attivato la cultura del sospetto persino sulle confraternite e sulle logge massoniche del circondario ma della Primula rossa non si è percepito nemmeno un lontano odore. Il capo della procura nazionale, Federico Cafiero De Raho, e i più alti ufficiali del Ros affermano periodicamente che "il cerchio si stringe" e che "al massimo fra qualche mese" il boss finirà in manette ma il loro ottimismo non prende più piede. Con la conseguenza che i grandi condottieri dell'antimafia non sanno più a che santo votarsi. E per rendersene conto basta sfogliare i giornali, anche i più coraggiosi.
Nel dicembre dell'anno scorso c'era stata persino una vampata di entusiasmo: si era sparsa la voce che i carabinieri avessero stroncato, ovviamente sul nascere, la nuova cupola di Cosa nostra. Ma poi, dopo i brillanti e promettenti titoli di prima pagina, anche i giornali più zelanti e ardimentosi hanno scoperto che il boss dei boss, comunque finito regolarmente in galera, era un vecchietto di 80 anni, Settimo Mineo. E l'entusiasmo finì lì.
I giornalisti più tenaci e intraprendenti, in particolare quelli che per cinque anni avevano fiancheggiato, con libri e interviste, Nino Di Matteo, magistrato di punta nel processo della Trattativa, hanno allora cercato nuovi fronti e nuovi scoop. Ma hanno trovato cosuzze prive di qualsiasi spessore: la storia delle tre sorelle di Mezzojuso assediate, manco a dirlo, dalla mafia dei pascoli e una storiaccia raccattata in un quartiere palermitano, Passo di Rigano, dove una poveretta travestita da cantante neomelodica, ha salutato dal palco della festa rionale un boss morto tre anni fa. Apriti cielo.
La storia di Mezzojuso è stato un cavallo di battaglia di Massimo Giletti: l'ha usata a piene mani nella sua trasmissione su La7 e dopo averla spremuta fino all'ultima goccia ci ha pure tirato su un libro. La pacchianata di Passo di Rigano è servita a un giornale locale per riempire pagine su pagine e tenere alta la convinzione - l'illusione, si stava per dire - di indirizzare la coscienza civile della gente contro le forze oscure della mafia.
Una mafia che però è quella che è - un rimasuglio, appunto - e che per questo viene definita oggi invisibile e domani sommersa. Mai sconfitta: perché non si deve mai sapere che, nella sfida finale, lo Stato ha vinto e la mafia ha perso.
Diciamolo. L'unica antimafia che resiste, ormai, è quella editoriale. Nino Di Matteo ha preso al balzo la sentenza della Corte d'assise sulla Trattativa e ha pubblicato, con Saverio Lodato, un libro - Il patto sporco - che gli ha consentito per una intera stagione di girare in lungo e largo l'Italia, di predicare il rosario dei mille misteri ancora da svelare e di raccogliere altre venti o trenta cittadinanze onorarie. Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato ventisette anni fa in via D'Amelio, di libri ne ha pubblicati, nel giro di un anno, addirittura due: uno, La Repubblica delle Stragi, per sostenere le tesi, in linea con Di Matteo, dello Stato complice e assassino; l'altro per verdeggiare la memoria di Paolo, il magistrato che con Falcone aveva disegnato la più efficace strategia d'attacco contro gli ossi più duri di Cosa nostra.
L'impegno editoriale - che resta sempre un impegno civile, ci mancherebbe altro - pervade ormai l'intero piazzale degli eroi: non c'è timoniere dell'antimafia che non consegni alla storia una propria analisi o le proprie memorie. Le librerie si affollano non solo di magistrati e giornalisti con la schiena dritta, va da sé, ma anche di pentiti, di ex killer il cui ravvedimento riesce a commuovere gli editori più magnanimi e i redattori più solerti nel trasformarsi in amanuensi.
Ha scritto un libro Giovanni Brusca, quello del bambino sciolto nell'acido e del telecomando di Capaci; ne ha scritto uno pure Gaspare Mutolo, che si vanta di avere partecipato a settanta delitti e di avere ucciso personalmente almeno venti uomini delle cosche rivali; e ha scritto il suo bel volume - con le prefazioni, manco a dirlo, di due magistrati come Nino Di Matteo e Luca Tescaroli - anche Salvatore Cancemi, ricordato dalle cronache soprattutto per avere giustificato così il fatto di essersi ricordato solo dopo molti anni che dentro le trame oscure c'era pure infilato Silvio Berlusconi: "Presidente, la mia mente è come una vite arrugginita: si svita a poco a poco".
Si dirà, ma è mai possibile che l'antimafia militante oltre ai libri e alle sbandate di due o tre cantanti melodici non riesca a mettere su una campagna seria per la legalità e contro il malaffare? Gli scandali e la corruzione in Sicilia non mancano. Anzi.
Basti pensare all'ultimo maleodorante affare: quello dei novanta milioni pagati dalla Regione a un avventuriero di Pinerolo per un censimento che si è potuto vedere solo dopo dieci anni, quando le rilevazioni sono diventate obsolete e dunque inutilizzabili. L'antimafia militante e anche quella più istituzionale - fondazioni, centri studi, gruppi di ricerca - si sono ben guardate da proferire parola. Come se il discorso non li riguardasse.
Ma una spiegazione forse c'è. E si annida probabilmente nella sudditanza che le nobili e meritorie associazioni - da quella intestata a Giovanni Falcone a quella che porta il nome di Pio La Torre o di Cesare Terranova, vittime indimenticate della violenza mafiosa - hanno verso i finanziamenti, spesso anche sostanziosi, elargiti dalla Regione. Per carità, i soldi non hanno mai ucciso il coraggio, ma tra le anti-mafie organizzate e il potere politico si è creato una sorta di circolo vizioso: alle associazioni servono i soldi per mantenersi in vita e ai palazzi - da Palazzo d'Orleans a Palazzo dei Normanni - fa comodo alimentare il malinteso secondo il quale basta avere concesso quei contributi per ritenersi al di sopra di ogni sospetto; per credere e far credere che anche loro, partiti e gruppi parlamentari, sono in prima fila nella lotta contro gli sprechi e contro le malversazioni, contro la corruzione e contro ogni affare opaco e malandrino.
E le anti-mafie glielo fanno credere. Perché loro, rimaste quasi senza mafia, non conoscono altro impegno se non quello di scrivere libri o di strapparsi le vesti per la sottocultura di una smarrita cantante di Passo di Rigano sorpresa - come i neomelodici che popolano il film di Franco Maresco, premiato a Venezia - a mandare un saluto al boss amico suo morto da tre anni. Riescono a rimanere insensibili davanti a uno scandalo di dimensioni enormi; ma un requiem blasfemo no, non lo sopportano.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 settembre 2019
Parte da Caltanissetta la battaglia contro gli errori giudiziari, con l'apertura del primo sportello in Italia per i "perseguitati" dalla giustizia. Uno sportello che è stato presentato ieri, durante il convegno organizzato dalla Camera penale guidata da Sergio Iacona nel corso del convegno dal titolo "Confronto sul Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo" - al quale era presente anche il presidente dell'Ucpi Gian Domenico Caiazza - e che rappresenta la prima prova pratica delle direttive dell'Osservatorio per l'errore giudiziario istituito dall'Unione delle Camere penali.
di Clemente Pistilli
La Repubblica, 14 settembre 2019
Il Gup ha rinviato a giudizio Daniele Cestra, 41 anni, accusato di aver ucciso due compagni strangolandoli e poi simulando l'impiccagione. Nel carcere di Frosinone, per mesi, si è aggirato un serial killer. Un detenuto trasformatosi dietro le sbarre in assassino seriale, dopo una vita randagia costellata di qualche piccolo reato, fino a macchiarsi di quello di omicidio durante un furtarello, nel momento in cui si era trovato faccia a faccia con la vittima che aveva iniziato a urlare.
La convinzione del sostituto procuratore Vittorio Misiti da oggi è anche quella del giudice per l'udienza preliminare Antonello Bracaglia Morante. Negata sia una perizia medico-legale sulle vittime che una psichiatrica sull'assassino, il giudice ha rinviato a giudizio il 41enne Daniele Cestra, di Sabaudia, accusato di aver ucciso due detenuti e di averne poi simulato il suicidio. La prima udienza davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Frosinone è fissata per il prossimo 16 dicembre.
Sei anni fa, a Borgo Montenero, frazione nelle campagne di San Felice Circeo, all'ombra del promontorio, Anna Vastola, 81 anni, venne uccisa nella sua abitazione. Era dicembre. L'anziana sentì dei rumori in casa e all'improvviso si trovò davanti Cestra, che stava rovistando tra armadi e cassetti. Vastola iniziò ad urlare e il ladro, forse spaventato o solo per cercare di fuggire, la colpì a morte con una pala, dileguandosi poi con un bottino misero, fatto di poveri oggetti. I carabinieri risalirono in breve tempo al 41enne e lo arrestarono. Per quell'omicidio l'imputato venne infine condannato a 18 anni di reclusione. E una volta in carcere il 41enne pontino si sarebbe trasformato in un vero e proprio serial killer.
Nell'agosto 2016, a Frosinone, venne infatti trovato impiccato il compagno di cella del 41enne, l'anziano Giuseppe Mari, di Sgurgola, piccolo centro della Ciociaria, e poco tempo prima era stato trovato nelle stesse condizioni un altro detenuto, il 60enne Pietropaolo Bassi, che ugualmente divideva la cella con il pontino. Troppi due casi per essere frutto solo di casualità. La polizia penitenziaria iniziò a indagare, e il sostituto Misiti aprì un'inchiesta, sospettando che Cestra potesse essere responsabile anche di altri due morti sospette e di un tentativo di avvelenamento sempre in carcere.
Venne disposta una consulenza medico-legale e ora, per la morte di Mari e Basso, anche il giudice per l'udienza preliminare non ha dubbi: sono stati uccisi e ad assassinarli è stato Cestra. Li ha strangolati e poi ne ha simulato l'impiccagione. Ipotesi che dovranno ora trovare eventuali conferme davanti alla Corte d'Assise. Il giudice Bracaglia Morante ha negato un processo con rito abbreviato condizionato alle due perizie, chiesto dai difensori del 41enne, gli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, disponendo il rinvio a giudizio.
E i familiari di Bassi, dopo essersi costituiti parte civile, hanno anche chiamato in causa come responsabile civile, per l'eventuale risarcimento, il Ministero della giustizia. Un verdetto che Cestra, presente oggi in udienza, attenderà nel carcere di Terni, dove è detenuto dopo aver cercato anche di evadere dal carcere di Velletri.
ansa.it, 14 settembre 2019
Hanno levigato per giorni il legno, lo hanno preparato e sotto la direzione di una maestra di iconografia lo hanno dipinto finemente seguendo tecniche millenarie: è un grande crocifisso realizzato dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Frosinone). Una icona che gli stessi detenuti hanno voluto chiamare la 'Croce della Misericordia' e che, dopo la benedizione del Papa, farà il giro delle carceri italiane in una sorta di pellegrinaggio della speranza. La croce, realizzata nel laboratorio promosso nel carcere dalla Comunità di sant'Egidio, sarà portata domani all'udienza del Papa della Polizia Penitenziaria, nell'Aula Paolo VI.
"Sono persone rimaste folgorate dalla visita del Papa nel Giovedì Santo del 2017. Ad alcuni è davvero cambiata la vita e continuano a dire che il Papa ha insegnato loro che cos'è davvero l'amore", riferisce Stefania Tallei, coordinatrice del servizio ai detenuti della Comunità di Sant'Egidio. Una ventina di detenuti, una volta alla settimana con la maestra e volontaria Luigia Aragozzini, ma anche da soli nel tempo libero, si ritrova per riprodurre immagini di arte sacra.
"Alcuni sono talmente bravi che questa attività potrebbe per loro diventare, una volta usciti dal carcere di Paliano, un mestiere", sottolinea Tallei.
Attorno alla figura di Cristo sulla croce ci sono scene della vita in carcere; episodi biblici ma anche la vita quotidiana dietro le sbarre. Le visite dei familiari, le mamme con i bambini, la lettura, la preghiera. "Hanno anche preparato una lettera per Papa Francesco, la consegnerò io a loro nome", dice ancora la responsabile delle attività nelle carceri di Sant'Egidio.
"Tessitori di giustizia e messaggeri di pace": hanno scelto questo slogan i 250 cappellani delle carceri che incontreranno Papa Francesco domani mattina a Piazza San Pietro. Arriveranno da tutto il Paese, accompagnati dagli agenti della Polizia Penitenziaria e del personale che presta servizio negli Istituti di pena. Saranno circa 11mila in rappresentanza delle 190 case di reclusione, guidati dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi.
- Bergamo. "Nel carcere mancano infermieri, non si possono somministrare medicine"
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