di Giulia Paltrinieri
cronacabianca.eu, 27 luglio 2019
Secondo Andrea Bertani, Giuseppe Paruolo e Giuseppe Boschini i progetti di reinserimento sociale e lavorativo sono "risposte efficaci a sovraffollamento e recidiva, nonché risparmio per le casse pubbliche". La Regione sostenga i percorsi di reinserimento sociale per i detenuti e quelle realtà che si occupano di misure alternative della pena in un'ottica di rieducazione, inclusione lavorativa e contrasto al sovraffollamento delle carceri.
È l'impegno che chiede una risoluzione di Movimento 5 stelle e Partito democratico, presentato da Andrea Bertani (M5s) con Giuseppe Paruolo e Giuseppe Boschini del Pd, che sollecitano la Giunta a stanziare nel prossimo bilancio risorse per sostenere progetti come Cec (Comunità Educante con i Carcerati) della Comunità Papa Giovanni XXIII e AC.E.RO (Accoglienza e Lavoro) promosso da Regione e Amministrazione penitenziaria, che "hanno avuto risultanze positive" e hanno dimostrato di "poter abbattere il tasso di recidiva a livelli del 10-15%, molto inferiori ai valori superiori al 70% che si rilevano su chi sconta la pena in carcere".
Secondo i consiglieri Pd-M5s il tema del superamento del regime penitenziario è di grande attualità: "Il tasso di sovraffollamento regionale cresce- sottolineano i consiglieri regionali- passando dal 104% del 2015 al 124% del 2017 (come mostra l'ultima relazione penitenziaria) e le misure alternative sarebbero strumenti di grande efficacia, sia in termini di risparmio di spesa che di probabilità di recidiva. Se venisse riconosciuta una retta di 40euro al giorno a persona dallo Stato, in un solo anno per 10 mila detenuti sarebbe possibile avere un significativo risparmio della spesa pubblica a loro dedicata, oltre a un'importante ricaduta sul tessuto sociale" spiegano i proponenti.
Per questo la risoluzione Pd-M5s chiede di "potenziare il sostegno ai progetti innovativi rivolti a detenuti a fine pena e al loro reinserimento sociale, attuando il massimo raccordo fra le misure volte all'umanizzazione della pena e al reintegro in società e le misure volte all'inclusione lavorativa delle persone più vulnerabili, attraverso attività di coprogettazione e cofinanziamento fra i vari ambiti di competenza della Regione"; impegna la Giunta anche a "rinnovare le intese e convenzioni stipulate con i vari enti che si occupano delle misure alternative della pena, creando sinergia fra amministrazione penitenziaria, enti territoriali e la Regione stessa, dando priorità al rinnovo dei progetti che hanno avuto risultanze positive" e "determinando nel prossimo bilancio le risorse necessarie per sostenere le iniziative".
di Michele Passione*
Il Dubbio, 27 luglio 2019
Con ordinanza del 17 luglio il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto che la pena inflitta dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di Roberto Formigoni per corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio venga espiata in regime di detenzione domiciliare, ex articolo 47 ter, comma 01, dell'Ordinamento penitenziario, trattandosi di condannato ultra settantenne. Per chi ama la libertà, ancorché limitata alle mura domestiche, è una buona notizia.
Tuttavia, affinché non resti un non detto, occorre fare chiarezza. Sulle pagine di Repubblica Luigi Manconi ha affermato che è possibile, sia pur "faticosamente", difendere l'indifendibile, "in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo". Ci permettiamo di osservare come non sia affatto faticoso rispettare la Legge, e così anche che non vi sono indifendibili (neanche quelli definitivamente condannati), per la buona ragione che le regole valgono per tutti; le regole, però.
Ha invece ragione Luigi Manconi quando deplora l'argomentazione populista (quasi un ossimoro) per la quale l'uguaglianza andrebbe praticata al ribasso, e dunque anche il Celeste, come i suoi (non pochi) coetanei detenuti, avrebbe dovuto scontare la pena per intero in carcere (o, se si preferisce, marcire in galera - strano, ma in questo caso non si è levata voce dal Viminale). Infine, e questo è ciò che ci preme evidenziare, Manconi sbaglia quando sostiene che il provvedimento milanese è corretto ("legittimo", certo, ma "previsto dall'ordinamento giuridico", no). Vediamo perché.
Il ragionamento del Tribunale milanese è il seguente: la Legge 3 del 2019 si applica anche se i fatti son stati commessi molti anni prima ma non occorre sollevare questione di legittimità costituzionale (come fatto da altri Giudici, anche di legittimità), dovendosi valutare se il condannato abbia prestato attività di collaborazione con la Giustizia, o se la stessa debba essere ritenuta impossibile o inesigibile, ai sensi del comma 1 bis dell'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario. Una volta accertato questo, l'ostatività verrebbe meno, e dunque l'ex presidente della Regione potrebbe accedere alla misura richiesta, la detenzione domiciliare per ragioni di età, "peraltro l'unica misura alternativa praticabile" (per il quantum di pena inflitta e da espiare), sostiene il Collegio. Non è così.
E infatti, il Tribunale non spiega (neanche in un obiter) come sia possibile superare l'espressa esclusione apposta alla concessione della misura dal primo comma dell'articolo 47 ter comma 01 Ordinamento penitenziario (introdotta, assai prima della recente Legge 3/ 2019, dalla Legge ex Cirielli), che per l'appunto (così come tante disposizioni dell'Ordinamento penitenziario) pone preclusione per i condannati per delitti di cui all'articolo 4bis (tra i quali oggi, in virtù stavolta proprio della Legge 3/ 2019, anche l'articolo 319 del Codice penale, il reato attribuito a Formigoni). Era, questo, il tentativo riformatore e apotropaico percorso dalle Commissioni Ministeriali dei cosiddetti Stati generali dell'esecuzione penale (liberare le misure alternative dalle ostatività e dai tipi di autore), come noto fallito sulla linea di arrivo.
L'unica strada percorribile, chiara, corretta, sarebbe stata quella di sollevare questione di legittimità costituzionale, o chiedendo una sentenza ablativa dell'articolo 47 ter comma 01 (eliminando la preclusione del 4 bis introdotta a suo tempo dalla ex Cirielli), o una sentenza additiva della norma (che aggiunga ad essa quanto previsto dal comma 1 bis dell'articolo 4 bis, così applicando anche alla detenzione domiciliare il meccanismo della collaborazione impossibile).
Poiché risulta "immanente al vigente sistema normativo una sorta di incompatibilità presunta con il regime carcerario per il soggetto che abbia compiuto i settanta anni" (Cassazione, Sez. I, 12.2.2001, n. 16183), l'irragionevolezza del divieto e la conseguente violazione dell'articolo 27 comma 3 della Costituzione (giacché una incarcerazione irragionevole impedisce l'efficacia rieducativa della pena) avrebbero dovuto essere denunciati, così determinando la pronuncia della Consulta nell'interesse di tutti.
Questa, ci pare, la strada da seguire, per conferire ragionevolezza al sistema, per dare parità di condizioni, rivendicandone le ragioni. Ma, come scriveva Fabrizio De Andrè, "si rannicchiano zone d'ombra, prima che il sole le agguanti".
*Avvocato
di Marco Magnano
riforma.it, 27 luglio 2019
I primi sei mesi del 2019 segnano un ulteriore aumento della popolazione carceraria, aggravando una condizione alla quale il governo pensa di rispondere costruendo nuovi istituti. Giovedì 25 luglio è stato presentato il nuovo rapporto sulle carceri italiane, curato dall'associazione Antigone, che dagli anni Novanta svolge un lavoro di monitoraggio e sensibilizzazione sul sistema penale italiano. Il rapporto, dedicato alla prima metà del 2019, conferma il ritorno di un problema mai del tutto superato, quello del sovraffollamento.
di Luisa Ravagnani* e Carlo Alberto Romano**
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
In tema di stranieri presenti negli istituti di pena in Italia, si sono spesso sentiti commenti imperniati sulla affermata volontà di mandarli a scontare la condanna "a casa loro", sottolineando l'urgenza della creazione di norme che permettano allo Stato di provvedere in tal senso. Non possiamo esimerci dal precisare che il nostro attuale assetto giuridico, sul punto, fornisce già risposte ampiamente esaustive e, certamente, nessun vuoto da colmare con le soluzioni invocate dai fautori di queste soluzioni.
di Giuseppe Natrella
lameziaoggi.it, 27 luglio 2019
Quando educazione si coniuga con il rispetto della persona, dell'esistente per la crescita e lo sviluppo del patrimonio quanto della dignità. Nello spirito dell'art. 27 della Costituzione, il trattamento rieducativo dei soggetti "ridotti in vinculis" deve tendere "al reinserimento sociale degli stessi, il lavoro all'interno ed all'esterno degli Istituti Penitenziari, anche accompagnato da opportune iniziative di formazione e tutoring, rappresenta uno strumento fondamentale di rieducazione, recupero e reinserimento sociale dei soggetti detenuti in espiazione di pena definitiva. Ed è esattamente con lo stesso spirito che la Casa Circondariale ed il Comune di Castrovillari hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per la promozione del lavoro di pubblica utilità.
Attraverso tale protocollo si è poi sviluppato il progetto dal titolo "Mi riscatto per l'ambiente" che vedrà impegnati sul territorio cittadino quattro detenuti nella cura di alcune aree verdi ubicate in zone centrali della Città. A seguito della stipula della convenzione- spiega l'Amministrazione Lo Polito- sottoscritta presso la Casa Circondariale dal direttore, Giuseppe Carrà,e dall'Assessore all'Ambiente, Pasquale Pace, delegato dal Sindaco, il progetto in questione sarà attivato operativamente dal prossimo 31 Luglio e proseguirà fino al mese di Ottobre anche attraverso il contributo dei Lions,Kiwanis, Rotary di Castrovillari e dell'associazione Anpana che avrà il compito di accompagnare i detenuti su loro posto di lavoro.
Presenti alla firma della convenzione anche l'ingegnere Roberta Mari, responsabile del Settore Pianificazione e Gestione del Territorio del Comune, la dott.ssa Maria Pia Barbaro, funzionario Giuridico Pedagogico e l'avv. Luigi Bloise che ha curato per conto della Casa circondariale il complesso iter burocratico per l'attivazione di tale protocollo d'intesa. Si è poi proceduto, con una breve lezione dimostrativa, all'utilizzo dei dispositivi di sicurezza e degli strumenti per espletare la manutenzione delle zone verdi da parte di Francesco Alessandria, dipendente municipale.
Carrà ha tenuto a sottolineare come "questa buona pratica di reinserimento sociale fa parte di un percorso riabilitativo teso a valorizzare la presa di coscienza degli errori commessi da parte dei detenuti che, così, decidono di restituire alla società, sotto forma di contributo lavorativo ed effettivo, una parte delle loro azioni pregresse"; mentre l'assessore Pace ha evidenziato come "l'amministrazione abbia subito colto questa opportunità per contribuire a dare dei segni tangibili di riscatto sociale utilizzando, appunto, le tematiche ambientali e di decoro urbano, individuando delle aree interne della città piuttosto che quelle periferiche al fine di favorire tale processo di riscatto sociale". Entrambe le parti infine auspicano che questo sia solo l'inizio di una sempre maggiore collaborazione istituzionale tesa ad accrescere quelle compartecipazioni a più voci fondamentali per inclusioni possibili.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 luglio 2019
L'iniziativa dei Giudici di Sorveglianza per le difficoltà legate al sovraffollamento. Anche nella provincia di Avellino è emergenza carcere. Lo denuncia al Dubbio il responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere penali, l'avvocata irpina Giovanna Perna: "Come ha confermato il rapporto Antigone, anche qui esiste il problema del sovraffollamento". La Casa Circondariale Bellizzi di Avellino, secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 18 luglio, ospita su 501 posti regolamentari 599 detenuti.
Mentre quella di Ariano Irpino 327 su 275 posti regolamentari di cui 5 non disponibili. Nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi invece ci sono 175 reclusi a fronte dei 126 posti regolamentari. "Le strutture dell'Alta Irpinia - prosegue Perna così come sono dislocate territorialmente non facilitano i colloqui dei detenuti con i familiari, soprattutto di quelli napoletani".
Questa criticità si aggiunge ad altre, che l'avvocata Perna raccoglie durante i colloqui settimanali che ha con i detenuti, anche come collaboratrice del Garante provinciale delle persone private della libertà personale: "In carcere il caldo si fa sentire molto di più, le strutture spesso sono fatiscenti, e molte volte non vengono effettuate attività trattamentali soprattutto nell'istituto di Ariano Irpino, dove ci sono purtroppo molti detenuti giovani, classe 1991, che non fanno nulla durante tutto il giorno.
Ciò incide negativamente sul fine rieducativo della pena. Fino a qualche giorno fa c'era un solo educatore per oltre 150 persone. Addirittura un detenuto mi ha raccontato che è da 26 mesi che tenta di avere un incontro con un educatore ma ancora non gli è stata fornita questa possibilità". Le conseguenze di questa situazione, ci spiega l'avvocata, sono le rivolte in carcere, perché "i detenuti non sono occupati e il tempo non passa mai".
La ciliegina sulla torta di questa rappresentazione è la carenza di assistenza sanitaria: "Dobbiamo registrare una mancanza di farmaci e l'assenza di psichiatri in questi tre istituti. Accertare adeguatamente un disagio psichiatrico potrebbe consentire al magistrato di sorveglianza di sostituire la carcerazione con una pena meno afflittiva. Con tutti questi problemi è necessario che il legislatore intervenga con una certa urgenza".
La situazione sanitaria è talmente critica che i magistrati di sorveglianza hanno trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica. Ma fino ad ora nessun miglioramento, anzi, racconta l'avvocata al Dubbio: "Qualche giorno fa un detenuto in preda ad un raptus non gestito da un punto di vista farmacologico ha aggredito al viso il suo legale". Una situazione che incide anche sul lavoro della polizia penitenziaria: "Gli agenti non riescono a svolgere in maniera serena la loro funzione".
La Camera Penale irpina per sanare in parte questa situazione ha deciso di riattivare da settembre lo "sportello carcere", attraverso il quale si orientano i detenuti e attraverso cui alcune istanze vengono anche trasmesse al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "Auspichiamo che ci siano tanti colleghi volontari - chiude l'avvocata Perna - per dare un contributo. Lo sportello aiuta a dare delle risposte a quei detenuti che o non hanno un difensore o lo hanno ma non si presenta ai colloqui; oppure a quei reclusi che vogliono aggiornamenti sulle leggi che continuamente cambiano. O ancora a quelli che potrebbero uscire dal carcere perché mancano loro pochi mesi da scontare ma nessuno li notizia in tal senso".
di Emilio Enzo Quintieri*
corrieredellacalabria.it, 27 luglio 2019
Si chiamava Golomaschi Antonio Petru, era un cittadino rumeno senza fissa dimora ed incensurato: da tempo presente a Reggio Calabria era stato arrestato il 16 luglio scorso dalla Polizia per un presunto sequestro di minore. Si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere Arghillà del capoluogo dello Stretto.
Nonostante il suo legale d'ufficio, Valentino Mazzeo, avesse chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale locale di disporre per lui una perizia psichiatrica, e nelle more il ricovero in una struttura sanitaria esterna, poiché probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici, come emerso già all'atto dell'arresto, il Giudice aveva respinto l'istanza, confermando la custodia in carcere.
Nelle carceri calabresi si continua a morire. Ed il Consiglio regionale della Calabria (che si riunirà il 1° agosto) continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nonostante espressamente diffidato ad adempiere.
Si tratta della solita tragedia annunciata. Mi domando per quale motivo il Gip di Reggio Calabria non abbia accolto la richiesta del difensore disponendo una consulenza psichiatrica ed il ricovero in una struttura sanitaria per questo poveraccio, anziché tenerlo nel sovraffollato Carcere di Arghillà (360 detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 posti), Istituto in cui peraltro risulta carente, oltre al personale di Polizia Penitenziaria (113 unità a fronte delle 160 previste dalla pianta organica) e della professionalità giuridico pedagogica (4 funzionari a fronte dei 7 previsti), l'assistenza sanitaria ed in modo particolare quella specialistica di tipo psichiatrico (6 ore settimanali con circa 100 detenuti con problemi psichiatrici di cui circa 30 ad alto rischio suicidario) nonché quella psicologica (8 ore settimanali).
Ad oggi, sono 77 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d'Italia, 28 dei quali per suicidio. Ed in Calabria, in questi pochi mesi del 2019, sono morti 4 detenuti, 2 dei quali si sono tolti la vita. Segnalerò l'ennesimo vergognoso decesso e solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e della Salute per conoscere la dinamica e le cause della morte del detenuto e se durante la sua permanenza in Istituto abbia avuto tutta la sorveglianza e l'assistenza sanitaria di cui aveva bisogno, in forma adeguata ed efficiente.
*Radicali Italiani
di Paolo Frosina
Ristretti Orizzonti, 27 luglio 2019
Più fondi per contrastare il disagio psichico e l'epatite C nelle carceri e per aumentare i reparti ospedalieri dedicati ai detenuti. Il consiglio regionale della Lombardia ha approvato all'unanimità un ordine del giorno del consigliere Michele Usuelli (+Europa) che impegna, in modo vincolante, la Giunta a stanziare risorse per il trattamento del disagio psichico all'interno degli istituti di pena, a potenziare gli screening e le terapie per l'eradicazione del virus epatite C da carceri e servizi contro le dipendenze e ad incrementare il numero di reparti per detenuti all'interno delle Aziende sanitarie territoriali, in conformità alle indicazioni del provveditorato dell'amministrazione penitenziaria. "Regione Lombardia ha finalmente compreso l'importanza degli investimenti per la salute in carcere, determinanti per la riabilitazione del reo imposta dalla Costituzione e per ridurre i tassi di recidiva", dichiara Michele Usuelli, firmatario dell'odg. "Garantire il diritto alla salute dei pazienti detenuti, che spesso vengono da contesti di disagio e vulnerabilità, è un imperativo categorico che fa bene a tutta la società".
Secondo i dati 2016, il 65% della popolazione carceraria soffre di disturbi di personalità ed il 48% di disturbi legati all'uso di sostanze stupefacenti. I dati elaborati dall'Osservatorio Antigone mostrano che nel 2017 uno psichiatra è stato presente nelle sezioni di media sicurezza delle carceri lombarde soltanto per 8,5 ore ogni 100 detenuti.
Per quanto riguarda l'epatite C, invece, la sua sempre maggiore diffusione all'interno delle carceri è dovuta a vari fattori: la ristrettezza degli spazi a disposizione, l'alta incidenza di detenuti tossicodipendenti (34%), la presenza di soggetti provenienti da aree geografiche in cui il morbo è molto diffuso, la promiscuità forzata, e la presenza di persone ristrette che esercitavano la professione di sex worker. A fronte di tutto ciò, sul territorio lombardo è presente una sola struttura semplice di Medicina V Protetta - presso l'ASST SS. Paolo e Carlo di Milano - che ospita pazienti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.
*Gruppo consiliare +Europa Lombardia - Ufficio stampa
ilmonito.it, 27 luglio 2019
Ieri mattina il Garante per i diritti dei detenuti in Campania Samuele Ciambriello, insieme al magistrato di Sorveglianza Marco Puglia, all'assessore regionale per le Politiche Sociali Lucia Fortini hanno fatto visita ai detenuti della Casa circondariale Uccella di Santa Maria Capua Vetere. Dalla Regione sono stati donati 180 frigo nuovi per i reparti Senna, Tamigi e Tevere.
Sono stati inoltre attivati, come ricorda la direttrice del carcere Elisabetta Palmieri, due laboratori di sartoria dove gli stessi detenuti realizzeranno borse, accessori e vestiti per i trasferimenti dei detenuti. Il tutto gestito dall'amministrazione penitenziaria e dalla cooperativa Lazzarelle. "In questo carcere ci sono gravissimi problemi di sovraffollamento, mancanza di personale penitenziario e problematiche igienico sanitari. Gli allacci dell'impianto idrico sono fermi da più di tre anni, nonostante le risorse regionale. I fondi stanziati dalla Regione sono nelle mani dell'amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere.
Pochi educatori e psicologi. Quei pochi che lavorano hanno a disposizione solo pochi minuti al mese da dedicare ai detenuti. Così il carcere toglie non solo libertà ma anche la dignità e i processi di reinserimento" - denuncia Ciambriello. Il magistrato Marco Puglia commenta: "Qui c'è una folta compagine del clan dei Casalesi, è un territorio difficile ma vivere male il carcere rende difficile il reinserimento nella società di queste persone". Lucia Fortini: "La Regione sta puntando sul welfare, bisogna investire sulle persone".
di Andrea Antonuccio
lavocealessandrina.it, 27 luglio 2019
Alla scoperta di "Betel". Intervista a Francesco Bombonato, presidente dell'associazione. Francesco Bombonato, classe 1956, insegnante del Cnos-Fap, Centro Nazionale opere salesiane - Formazione aggiornamento professionale, in pensione, sposato da 41 anni e con un figlio, è impegnato da molti anni con Betel, di cui ricopre la carica di presidente.
Betel è un'associazione di volontariato penitenziario, che svolge il proprio servizio sia all'interno degli istituti di pena di Alessandria (Don Soria e San Michele), sia all'esterno con ospitalità di detenuti in permesso premio, familiari in visita, persone agli arresti domiciliari o scarcerate. Lo intervistiamo in occasione della modifica dello statuto, passaggio "obbligato" dopo il Decreto legislativo n. 117 del 3 luglio 2017 che ha ridisegnato il Terzo settore in Italia.
Francesco, Betel non è più una Onlus?
"In realtà abbiamo modificato alcune parti dello statuto adattandolo alle nuove disposizioni. Ora siamo una "Odv": Organizzazione di Volontariato. E abbiamo anche un nuovo logo".
Ma cambiano anche i vostri scopi e il vostro modo di operare in carcere?
"Assolutamente no. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: colloqui, guardaroba per la distribuzione di indumenti e materiale per l'igiene personale, sostegno agli indigenti, corso di musica, gruppo di preghiera e diversi servizi, tra cui l'ottico e lo sportello di Segretariato sociale a seguito del protocollo operativo tra Patronato Acli, Istituti penitenziari "Cantiello e Gaeta" e Betel, sottoscritto nel 2017. E con alcuni detenuti è nato un progetto di adozioni a distanza, in cui i detenuti stessi si tassano mensilmente per sostenere quattro bimbi in Kenya. E poi vorrei sottolineare la collaborazione con il Polo Universitario operante a San Michele, nelle relazioni tra segreteria dell'Università e detenuto studente".
Di che si tratta?
"Il carcere di San Michele è polo universitario. I detenuti meritevoli, e che ne fanno richiesta, possono frequentare alcune facoltà dell'Università del Piemonte Orientale. La parte culturale è molto importante per il recupero personale e sociale di chi ha commesso reati, anche gravi. Più si fanno attività formative durante la detenzione e meno si incorre nella recidività. Per capirci, con la formazione e lo studio si passa dal 70% di "rientro" in carcere a fine pena, al 30%".
Come vi sostenete?
"La Betel non ha spese di struttura: la nostra sede, in via Vochieri 80 ad Alessandria, è messa a disposizione dal Csvaa (Centro Servizi Volontariato Asti e Alessandria, ndr), che ringraziamo per questo; non ci sono persone stipendiate o collaboratori in qualche modo retribuiti. Siamo tutti esclusivamente volontari a costo zero".
Ma allora da dove traete le risorse per fare quello che fate?
"Noi innanzitutto non abbiamo vergogna a chiedere, perché l'obiettivo ci sembra nobile ed evangelico: visitare i carcerati è un'opera di misericordia corporale. Ma non solo. Riveste anche una funzione sociale, perché si entra in sintonia con persone che sono in un percorso di detenzione e di recupero nello stesso tempo. Devo confessare che spesso anche noi volontari "mettiamo del nostro", soprattutto quando vediamo situazioni particolarmente gravi, o disperate".
Ma questo non è compito dello Stato?
"Certamente, ma i bisogni sono tantissimi, le persone dedicate, pur molto impegnate e coinvolte, non sono numericamente sufficienti. Il volontario è una forza aggiuntiva all'opera complessiva di rieducazione. In più, è una figura senza ruoli istituzionali: non è un giudice, un avvocato, un agente e così via, e quindi ha la possibilità di instaurare un rapporto più diretto e non "condizionato" con il detenuto, considerato soprattutto come persona. Con i suoi bisogni, le sue angosce e le sue difficoltà".
Torniamo alle risorse...
"Da diversi anni dalla Diocesi riceviamo un fondamentale contributo economico, che deriva dall'8xmille. Questo contributo, di cui siamo molto grati, ci consente di intervenire in grande misura sulle necessità concrete e quotidiane dei carcerati e delle loro famiglie, che vivono evidentemente delle situazioni di disagio, anche economico. Il contributo ci ha permesso di continuare il progetto "Casa Betel", due bilocali in affitto destinati all'accoglienza temporanea di detenuti, ex detenuti e loro familiari. Ma cerchiamo anche di venire incontro alle esigenze che per noi sono scontate: penso, per esempio, al caffè, al tabacco o alla bomboletta del gas per il fornelletto. Sembrano banalità, ma ci sono persone recluse che non hanno nulla e rischiano di peggiorare la loro condizione fino ad arrivare a compiere atti di autolesionismo".
Immagino che quando parli di Betel alcuni ti dicano che in fondo non vale la pena aiutare persone che hanno commesso reati, a volte anche gravi: in fondo, ricevono quello che si meritano... Tu cosa rispondi?
"La risposta è complessa e allo stesso tempo semplice: sono persone, e noi vogliamo incontrarle vedendole così, come persone. Capisco che non sia facile o naturale: è un percorso impegnativo che deve portare a un rapporto tra me e l'altro che supera i bisogni immediati e diventa umanità. E questa umanità non è un colpo di spugna sulle responsabilità, a volte pesanti, di chi è in carcere".
E cos'è, allora?
"Può essere l'inizio di una possibilità di riconciliazione, con se stessi e con le persone danneggiate dall'atto criminoso. Senza un rapporto perderemmo anche questa speranza e il mondo sarebbe molto più brutto. È proprio per questo desiderio di riconciliazione, che a volte è l'inizio di una conversione personale, che la figura del sacerdote all'interno del carcere è indispensabile. Perché lui può dispensare quel perdono sacramentale che io, da semplice laico, evidentemente non posso dare".
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