di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 27 luglio 2019
Cosa accade all'interno dell'Ipm di Quartucciu, le attività e i laboratori dedicate ai ragazzi detenuti. All'esterno della struttura si sente il rumore dei decespugliatori in azione, caschetti e tuta di protezione indossata proprio da loro, i ragazzi detenuti all'interno del carcere minorile. Prima che il cronista acceda alla struttura dalla cancellata di colore verde, il frastuono degli utensili si attenua e la curiosità dei minori è palese.
Varcata la soglia di ingresso, si apre un mondo cosiddetto "a parte", dove i 'reclusi' devono scontare la pena detentiva per vari reati: all'IPM di Quartucciu, guidato dal direttore Enrico Zucca, c'è però un'atmosfera surreale: i poliziotti della Penitenziaria non indossano le divise, gli educatori sono persone sensibili e attente, così come pure i volontari che hanno creato e realizzato all'interno della struttura uno dei tanti bellissimi progetti.
Cenni storici - Costruito all'epoca delle carceri d'oro (1980-81), l'Ipm di Cagliari doveva essere un carcere di massima sicurezza. Nel dicembre 1983 si decise invece di utilizzarlo come istituto per i minori, fino a quel momento detenuti in un braccio dell'ex carcere di Buoncammino a Cagliari. Fu adattato nel giro di pochissimi giorni. Mantiene le caratteristiche della massima sicurezza, con doppia cancellata che impedisce di vedere all'esterno dalle celle, sebbene il sistema di elettrificazione anti-scavalco del muro perimetrale non sia mai stato attivato.
takethedate.it, 27 luglio 2019
Lunedì 29 luglio 2019 alle ore 11.00 presso la Sala Gigli del Consiglio regionale della Toscana a Firenze, Franco Corleone, Corrado Marcetti, Saverio Migliori, Emilio Santoro e Grazia Zuffa invitano all'incontro promosso da Consiglio regionale della Toscana, Fondazione Giovanni Michelucci e Società della Ragione nella ricorrenza del Terzo Anniversario della scomparsa di Alessandro Margara per la presentazione del libro Carcere e Giustizia, ripartire dalla Costituzione a cura di Franco Corleone, Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana.
Il volume introdotto da Franco Corleone e Grazia Zuffa, raccoglie la discussione nata sull'uso populistico della giustizia penale e del carcere, quali armi contro i nemici sociali, avvenuta l'8 e 9 febbraio 2019 durante il convegno "Carcere e Giustizia ripartire dalla Costituzione rileggendo Alessandro Margara". Come riferimento per la lettura del volume viene presentato il testo di Alessandro Margara su come rispondere alle leggi ingiuste e razziste, con le testimonianze di Francesco Maisto e Beniamino Deidda.
"Meno stato e più galera": così si esprimeva profeticamente Margara qualche anno fa. Seguendo il suo pensiero sono state due le questioni messe al centro del dibattito: l'intreccio tra penale e politica, il significato che la giustizia e il carcere hanno assunto nel senso comune. Gli autori e le autrici dei saggi sono: Stefano Anastasia, Maria Luisa Boccia, Lucia Castellano, Luigi Ferrajoli, Patrizio Gonnella, Tamar Pitch, Andrea Pugiotto e Giovanni Salvi.
Sono pubblicate infine le conclusioni degli otto laboratori tematici che hanno preparato l'incontro di febbraio 2019: Città e sicurezza; Opg e Rems; 41bis e ergastolo; Droghe e carcere; Gli spazi della pena; Giustizia di comunità; Immigrazione e "sicurezza"; Donne e carcere. Il volume si chiude con il rapporto sull'avvio dell'Archivio Margara.
vanityfair.it, 27 luglio 2019
"PosSession" è una mostra in Triennale e un progetto che racconta come l'arte, la fotografia, e il teatro possono "salvare". A dirlo e a dimostrarlo sono le stesse detenute. Per loro e con loro ci siamo messi in posa all'interno del carcere milanese, abbiamo ascoltato le loro storie, guardato i loro ritratti. Perché "che senso ha cambiare, se nessuno vuole vederlo?"
"Quando entri in carcere, la prima reazione è quella di indossare una maschera. Come se quella non fossi tu, metti la tua vita in stand by, nell'attesa di uscire. Potresti solo svegliarti, mangiare, tornare a letto. Ma a un certo punto in me è scattato qualcosa, ho capito che pian piano dovevo aprirmi, era necessario intraprendere un percorso. Perché la mia vita è anche questa e devo affrontarla". Sonia, con un passato da imprenditrice, parla dal giardino interno di San Vittore, sezione femminile, e mentre lo fa tiene in mano un pacchetto di sigarette e una macchina fotografica.
Intorno a lei c'è un piccolo gruppo di volontari, cittadini, tutte donne. Donne come lei, come Elisa ed Elena, che a qualche metro di distanza stringono altre reflex. A scattare sono un po' tutti, ma le più esigenti sono loro tre. Cercano la luce giusta, tra gli alberi e le panchine del cortile, ti chiedono di metterti in posa ma non troppo. "Le foto più belle sono quelle spontanee", sostiene Sonia, a San Vittore da due anni.
È il secondo workshop, in poche settimane, organizzato all'interno del carcere milanese, fa parte di un progetto più ampio. Un vero set fotografico è entrato per la prima volta all'interno del reparto femminile, la regista e fotografa Cinzia Pedrizzetti ha immortalato otto detenute all'interno delle loro celle, e non solo. Il risultato - sedici ritratti inediti (e insoliti) - sono diventati una mostra (PosSession), visibile alla Triennale di Milano fino al 28 luglio, grazie alla collaborazione tra il direttore "illuminato" della casa circondariale San Vittore Giacinto Siciliano e Stefano Boeri, direttore della Triennale.
Le otto detenute, oltre a lasciarsi fotografare (con gli abiti di scena e non) e a imparare a farlo, hanno preso parte a un laboratorio teatrale ispirato ai diari di Frida Kahlo, di cui alcuni passaggi sono stati riscritti e reinterpretati dalle detenute stesse. Lo spettacolo Diarios de Frida, diretto da Donatella Massimilla del Cetec, è andato in scena nel giardino della Triennale il 23 luglio alle ore 21. Quelle stesse donne - per una sera - sono state così protagoniste delle mostra, attrici - molto emozionate - sul palco (grazie a un permesso speciale) e a loro volta hanno scattato altri ritratti ai milanesi presenti. Pedrizzetti e Siciliano hanno già in mente una nuova mostra.
"Da molti anni lavoro nelle carceri e credo che il recupero delle persone passi attraverso la creatività", spiega il direttore, che prima di San Vittore è stato responsabile di Opera. Solitamente quando una persona viene arrestata, gli altri applaudono. Per lui sono importanti altri tipi di applausi: "Quelli giusti, quelli meritati, gli applausi che riconoscono un cambiamento, ciò che sei riuscito a fare e diventare".
Elena, Sonia ed Elisa ci stanno provando. "Fotografare mi è sempre piaciuto, farmi fotografare molto meno. Ho sempre avuto problemi con la mia immagine, anche quando la vedevo riflessa sui finestrini delle auto", racconta ancora Sonia, "Qui non abbiamo specchi che ci permettano di guardarci a figura intera. Abbiamo solo quelli piccoli, da trucco, che non riescono nemmeno a inquadrare il nostro volto. Così la prima volta che mi sono vista in foto, dopo tanto tempo, mi ha fatto un grande effetto".
E ancora: "L'arte per me è sempre stata fondamentale non pensavo di trovarla qui dentro. Anche noi sentiamo il bisogno di emozionarci, di piangere, di tirare fuori quello che proviamo. Non è facile, ma vogliamo riuscirci". Si avvicina anche Elena, fa cenno di sì con la testa, è d'accordo, si siede accanto a Sonia. Le due, che hanno una storia molto diversa alle spalle, oggi sono amiche.
"Qui dentro il women power si sente davvero, è fortissimo. Si diventa complici, sorelle". Elena ha gli occhi grandi, blu e malinconici. Non ama parlare di sé: "Sono sempre stata molto timida". Ha 39 anni, e in cella ne ha trascorsi quasi venti. "La prima cosa che fanno qui è privarti dei tuoi affetti. Io non posso ricevere telefonate, né avere colloqui, ho però riscoperto le lettere. Quando vieni privata di tutto, sei costretta a guardarti dentro. Per un bel po' io non l'ho voluto fare. Faccio teatro da due anni, l'arte mi ha salvata, mi permette di mostrare che sono cambiata. Perché che senso ha cambiare, se nessuno vuole vederlo?".
Di quel che ha fatto, continua, oggi ha consapevolezza. "Abbiamo sbagliato, certo, ma abbiamo le stesse paure e le stesse difficoltà delle persone che stanno fuori. Qui dentro non ci sono solo reati ma persone". La prima volta che ha visto i suoi ritratti anche Elena si è emozionata: "Ho da sempre problemi di autostima, negli anni mi sono fatta solo del male, non ho mai creduto in me stessa. Ora ci sto lavorando".
Cinzia Pedrizzetti ha voluto fotografarle in cella ma non come si fa di solito: in bianco e nero, dietro le sbarre. "Le ho immaginate semplicemente come donne, non mi sono fatta suggestionare né da chi fossero, né dal perché siano lì. Da una parte, abbiamo usato neon, luci artificiali, simili a quelle di un palco, per ritrarle nella loro vita quotidiana. Dall'altra parte, abbiamo mantenuto la luce naturale del carcere per immortalarle con gli abiti di scena".
L'alchimia è stata immediata. "Queste foto mi hanno colpito subito. Sono potenti. Mi piace quello che trasmettono. Che raccontino la trasformazione. Una rinascita attraverso l'arte. Sembra che questi ritratti dicano: "Guardami sono qui, voglio farcela, voglio riprendermi il mio spazio e te lo dimostrerò"", spiega Siciliano. Da qui il titolo della mostra, PosSession: l'arte che si impossessa di chi la pratica e di chi la fruisce.
Il futuro? "Vorrei essere riconosciuta per quella che sono oggi, non per quello che ho fatto in passato. Sono Elena, sono una persona". Le manca poco più di un anno. Elena ha diversi tatuaggi. C'è una frase, che gira intorno al suo braccio: Come l'acqua dentro il mare. È il titolo di una canzone dei Modà. Non temere di sbagliare/Perché aiuta le persone ad imparare/ E sappi che tra il bene e il male/ Alla fine vince il bene.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 27 luglio 2019
L'allarme del presidente emerito della Corte Costituzionale. L'ex ministro: "Per l'art. 3 della Carta la dignità sociale va riconosciuta a tutti, cittadini e migranti. Il giorno in cui nel Mediterraneo morivano 150 persone, l'Italia vota l'inasprimento del decreto sicurezza. Attenti, così si dà forza alla cultura dell'odio".
"Ci sono tre esempi emblematici di soggetti che oggi in particolare vivono situazioni di diversità e discriminazione e verso i quali si scatena l'intolleranza: uno è l'ebreo, con l'antisemitismo che sta rinascendo pesantemente. L'altro è la donna, vittima di una cultura che prima la vuole in casa a pensare ai bambini e poi si trasforma in una subcultura del femminicidio quando afferma "non sei più mia e allora non sei di nessuno".
Infine c'è l'immigrato, il diverso per definizione. Non si può affrontare l'immigrazione dimenticando la pari dignità sociale di tutte le persone (cittadini e stranieri) perché si rischia di imboccare una strada nella quale la diversità è madre dell'intolleranza, e da questa può nascere l'odio. Penso che i due decreti immigrazione-sicurezza possano in un certo modo rappresentare passi in quella direzione, e il secondo - il quale persevera - preoccupa per questo quasi più del primo". Giovanni Maria Flick è stato presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia nel primo governo Prodi.
Presidente cosa la preoccupa di più del secondo decreto sicurezza?
Non c'è nessun tipo di "ravvedimento operoso", come viene chiamato dai penalisti, per quanto riguarda i migranti; anzi al contrario si rafforzano gli ostacoli al salvataggio in mare da parte delle organizzazioni non governative. La previsione di una sanzione amministrativa elevata e la possibilità di arresto in flagranza per il comandante della nave che non rispetta l'alt ordinato dalle autorità sono misure che lasciano perplessi. Lascia ancora più perplesso la circostanza che per il divieto di accesso, sosta e transito si parli di presunzione di violazione della legge sull'immigrazione e di clandestinità: si presuppone cioè una complicità delle Ong nel traffico di esseri umani, non si comprende su quali elementi perché quella complicità non è stata in alcun caso e in alcun modo provata. Sulla base di cosa si presuppone questo collegamento? La formula mi pare ambigua: chi, dove, quando, come e dove opera quella presupposizione?
Cade la presunzione di non colpevolezza.
Da un lato cade la presunzione di non colpevolezza, dall'altro mi sembra che ci sia una clamorosa violazione del principio dell'obbligo di salvataggio in mare riconosciuto internazionalmente e dal nostro ordinamento, oltre che imposto dalla solidarietà che è un cardine della nostra Costituzione. E arriviamo al nodo di fondo della questione: la impossibilità di utilizzare i migranti come strumenti per convincere gli altri membri dell'Unione europea alla ripartizione di quei migranti. C'è una vecchia regola, fondamentale, secondo cui una persona non può mai essere strumento ma sempre e soltanto un fine.
Non crede che si riduca tutta la questione dell'immigrazione a un solo problema di ordine pubblico?
È un altro problema che mi preoccupa. L'articolo 3 della Costituzione stabilisce che la pari dignità sociale va riconosciuta a tutti, ai cittadini come ai migranti, come ribadito anche dall'articolo 10 della Carta relativo al riconoscimento dei diritti fondamentali dei migranti. Considero inaccettabile - come avviene già nel primo decreto sicurezza - intitolare il provvedimento alla immigrazione e alla sicurezza. Questo accoppiamento dà la sensazione dell'immigrazione come fattore di insicurezza. Proprio in queste ore stiamo vivendo una bruttissima vicenda come l'omicidio di un carabiniere mentre compiva il proprio dovere, che andrà accertato e represso con tutta la severità necessaria. Non vorrei però che la reazione emotiva di fronte a un fatto di queste genere potesse portare a generalizzazioni che nulla hanno a che vedere con il fenomeno migratorio (a prescindere da chi sia il responsabile di questo odioso omicidio).
Lei è stato presidente della Corte costituzionale: ravvisa nel decreto sicurezza bis elementi di possibile incostituzionalità?
Non ne faccio una questione di carattere tecnico. Noi ci dimentichiamo che la Costituzione - che io ritengo più che mai attuale ma purtroppo solo in parte attuata - ha previsto anche che i migranti hanno diritto all'asilo presso di noi non solo nel caso di fuga dalla guerra, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra, ma anche nel caso in cui nel loro Paese non siano riconosciute le libertà fondamentali previste dalla nostra Costituzione. Era un gesto coraggioso (anche noi allora eravamo migranti) che guardava a un futuro in cui possiamo e dobbiamo essere un Paese di accoglienza sia pure con criteri e parametri di ragionevolezza. Mi pare invece una contraddizione avere un Costituzione che prevede la pari dignità sociale per i migranti e poi equiparare la migrazione a un fattore di insicurezza. Il decreto sicurezza bis contiene nuove misure sulle manifestazioni e l'ordine pubblico che alcuni leggono come un pericolo per la libertà di espressione. Condivide il giudizio?
Ho visto con preoccupazione a Genova che un giornalista presente a una manifestazione è stato reiteratamente manganellato. C'è poi il tentativo di mettere a tacere Radio Radicale e la decisione di comprimere o sopprimere il finanziamento pubblico all'editoria, che non è un dovere ma rappresenta un gesto politico molto importante. La libertà di informare e di essere informati è uno dei fondamenti della democrazia e quindi della Costituzione.
Nel voto di fiducia abbiamo assistito alla manifestazione di dissenso di alcuni deputati M5S e del presidente Fico. Ora il testo passa all'esame del Senato: pensa che la maggioranza sia a rischio?
Non chieda a me valutazioni di rischio. Mi ha colpito che il giorno in cui nel Mediterraneo morivano 150 persone, l'Italia votava l'inasprimento della disciplina dl salvataggio in mare. Mi dà un po' di tranquillità sul futuro di questo Paese vedere che al di là delle divisioni politiche qualche politico la pensa come me e come molti altri.
di Erika Dellapasqua
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
Un nuovo "caso Diciotti". Il ministro dell'Interno: non avranno un porto finché la Ue non si farà carico di tutti. Il Viminale nega lo sbarco a Lampedusa anche alla nave della Guardia costiera italiana che ha accolto a bordo i migranti - 135 persone - soccorsi giovedì dal peschereccio "Accursio Giarratano" (qui l'intervista al comandante) a cinquanta miglia da Malta. "Ho dato disposizione - ha detto il ministro dell' Interno Matteo Salvini aprendo così un nuovo caso Diciotti - che non venga assegnato nessun porto prima che ci sia sulla carta una redistribuzione in tutta Europa dei migranti a bordo".
Non solo le Ong, allora. Adesso la contesa sulle modalità di salvataggio in mare e sull' approdo nel porto più sicuro coinvolge anche le imbarcazioni della nostra Guardia costiera, in questo caso la "Gregoretti", bloccata al largo coi migranti salvati a bordo. Stando alla ricostruzione del comandante del peschereccio di Sciacca, in provincia di Agrigento, Malta non avrebbe risposto al sos. Quindi, per uscire dallo stallo, sarebbero intervenuti i soccorsi italiani. Sulla strada del ritorno verso Lampedusa, però, con lo stop imposto da Salvini, lo scenario è diventato anomalo: da una parte il Viminale, dall' altra le navi militari. In quelle ore, prima di rendere pubblico il caso e senza autorizzare sbarchi sulle coste italiane, fonti del ministero dell' Interno fanno trapelare che della vicenda è stata investita anche la Commissione europea, con l' obiettivo di delegare all' Europa le operazioni di ricollocamento dei 135 migranti soccorsi.
La risposta di Bruxelles, che promette di "prendere contatti con gli Stati membri come già fatto in passato" non appare sufficiente e così, alla fine, Salvini parla pubblicamente aprendo nuovi scenari di scontro: "Nessuno sbarcherà finché non ci sarà nome, cognome e indirizzo dei Paesi che ospiteranno i migranti: fidarsi è bene, ma io faccio come San Tommaso". Scontro esterno, in Europa, perché è ogni giorno sempre più evidente la frattura con l' asse franco-tedesco che vorrebbe ristabilire il principio dell' approdo nel porto più sicuro, e anche più vicino. Posizione, questa, chiaramente non condivisa dall' Italia e nemmeno da La Valletta.
E scontro interno perché, sul piano politico, la vicenda riguarda anche il ministro dei Trasporti M5S Danilo Toninelli, che Salvini vorrebbe fuori dal governo anche perché contrario alla Tav. "Con il veto all' attracco della Gregoretti la Guardia costiera è stata commissariata da Salvini, però le navi dipendono dal ministero dei Trasporti e non da quello dell' Interno - attacca Andrea Romano del Pd: Toninelli dove sta?".
Duro anche il deputato Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, che salì a bordo della Sea Watch della comandante Carola Rackete: "Non si è mai visto che a una nave delle forze armate venga impedito l' attracco in un porto della propria nazione". Intanto la delegazione di Fratelli d' Italia al Parlamento europeo ha chiesto al neopresidente David Sassoli un suo intervento ufficiale per evitare che la Rackete sia audita in commissione Giustizia: "C' è un procedimento giudiziario, è necessario attenderne l' esito".
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 27 luglio 2019
"Riconoscere l'umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza": è il titolo del premio letterario Carlo Castelli, giunto alla dodicesima edizione, che sarà assegnato, ai detenuti e alle detenute delle carceri italiane, venerdì II ottobre presso la Casa circondariale di Matera, su iniziativa della Società di San Vincenzo de Paoli.
"Non importa la nostra condizione sociale, non contano i luoghi che abitiamo e le situazioni che viviamo. Conta il sentimento che siamo capaci di generare, il rispetto e l'attenzione che sappiamo dare agli altri, anche quando non ci piacciono o li sentiamo ostili. Anch'essi - spiegano gli organizzatori - sono portatori di bisogni e possono vivere condizioni di disagio di cui in qualche modo possiamo farci carico.
Avere compassione, fare il bene nei modi che ci è possibile, appaga in noi il bisogno di umanità, genera e trasmette serenità, annulla qualsiasi distanza e differenza. Insomma, favorisce una nuova convivenza, più giusta e più degna, apre la porta della speranza, ci fa vivere meglio". Nell'ambito del premio si terrà il convegno dal titolo: "In carcere con umanità - Nell'incontro la scoperta dei valori comuni".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
Dei sopravvissuti un'ottantina è stata trasferita nel campo di detenzione di Tajura. Il primo segnale della tragedia appena consumata sono quattro sacchi di plastica nera gettati sul marciapiede in pieno sole contenenti i cadaveri di altrettanti migranti affogati. Arrivando ieri mattina sulle spiagge di Khoms, a metà strada tra Tripoli e Misurata, credevamo fossero in corso le operazioni di recupero degli annegati giovedì all'alba.
Quanti siano ancora non è chiaro. "Probabilmente almeno 110, abbiamo già raccolto 62 cadaveri", spiegano i rappresentanti locali della Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom). Ma in verità per lo più i corpi si impigliano per caso nelle reti dei pescatori oppure vengono gettati a riva dalle onde e le correnti dominanti da nord verso sud. Ogni tanto gli addetti della Mezza Luna Rossa e delle milizie locali li raccolgono per poi portarli all'obitorio dell'ospedale, che però è già colmo.
Il racconto di questa che è già considerata la più grave strage di migranti del 2019 lo ascoltiamo nei dettagli da una settantina di sopravvissuti, per lo più giovani eritrei, tra loro qualche somalo, incontrati sotto una pensilina del porto. "Eravamo salpati in oltre 300 da Khoms con quattro gommoni mercoledì verso le undici di sera. Con noi anche una trentina di donne e molti bambini, che in grande maggioranza sono affogati. A cinque miglia dalla costa ci hanno fatto salire su una grande barca di legno, che però è avanzata solo una quindicina di miglia prima di affondare. Abbiamo scorto una gigantesca nave cargo battente bandiera turca, ma non si è fermata. Siamo saltati in acqua. Si sono salvati solo quelli che hanno avuto la forza di nuotare sette ore di fila per arrivare alla spiaggia", spiega il 27enne Abdallah. I cadaveri di due suoi amici sono adagiati in un angolo. "Abbiamo paura. Non sappiamo dove ci porteranno. Vorremmo l'assistenza dell'Onu, qui non è sicuro, la polizia libica ci minaccia", denunciano con forza altri giovani. Un pescatore locale rivela che il campo di detenzione per i migranti a Khoms è stato chiuso un mese fa dopo la scoperta che il suo direttore, Alì Abu Setin, era colluso con i trafficanti.
Ma adesso il problema è pressante. Dove mettere tutta questa gente? Ci sono almeno 150 sopravvissuti alla tragedia di due giorni fa e ieri i guardacoste libici avevano fermato altre centinaia di migranti al largo. Un'ottantina sono già stati trasferiti al campo di Tajura, nelle periferie orientali della capitale. Ma è lo stesso luogo colpito dalle bombe di Khalifa Haftar lo scorso 3 luglio, quando almeno 53 migranti rinchiusi furono uccisi e un centinaio feriti. "Qui siamo in guerra tra le forze di Haftar e quelle legate al premier Fayez Sarraj. Non abbiamo più risorse per accudire i migranti. Presto dovremo chiudere i centri di accoglienza e liberarli tutti", ammette il 51enne Abu Gela Abdel Bara, comandante delle unità guardacoste a Tripoli. Ieri sera si era preso l'incarico di accogliere 81 sudanesi fermati dai suoi marinai al largo di Garabulli e portati al porticciolo di Al-Hamidia. "Sto contattando personalmente i responsabili dei nostri campi. Se non trovo posto, questi li lascio per la strada", continuava a ripetere. A un certo punto un ragazzo è scappato a piedi nudi verso la provinciale. Ma è stato subito catturato. "Adesso la paga", ha esclamato un poliziotto che lo teneva per i polsi.
di Maria Stefania D'Angelo
sicilianpost.it, 27 luglio 2019
La giornalista catanese guarda a fondo nel mondo delle carceri attraverso le testimonianze di
sette detenuti. Storie che costringono il lettore a confrontarsi con le domande più scomode e infrangere il muro del silenzio. La giornalista catanese guarda a fondo nel mondo delle carceri attraverso le testimonianze di sette detenuti.
Storie che costringono il lettore a confrontarsi con le domande più scomode e infrangere il muro del silenzio Sembra quasi di sentire il rumore delle chiavi che aprono e chiudono cancelli arrugginiti, lasciando lì, fermo e immobile, quello spaccato di umanità. Che esiste. E va oltre le sbarre, i reati commessi e i pregiudizi. Storie di vita, errori, sogni spezzati e quel bivio.
Sembra quasi di sentire il rumore delle chiavi che aprono e chiudono cancelli arrugginiti, lasciando lì, fermo e immobile, quello spaccato di umanità. Che esiste. E va oltre le sbarre, i reati commessi e i pregiudizi. Storie di vita, errori, sogni spezzati e quel bivio - tra scelte giuste e sbagliate, tra speranza e disperazione. Uomini. C'è tutto questo nelle pagine del libro-inchiesta Liberaci dai nostri mali, scritto dalla giornalista catanese Katya Maugeri, con la prefazione di Claudio Fava e la postfazione del giornalista Salvo Palazzolo, pubblicato lo scorso aprile dalla Villaggio Maori Edizioni.
Un registratore, un taccuino per annotare le sue ore d'aria e il coraggio di un'attenta cronista, che racconta il dramma umano, il disagio psicologico di chi ha commesso un reato, lasciando fuori sogni e rimpianti. Un viaggio dentro le carceri per rompere il muro del silenzio, contrastare l'indifferenza e rispondere a domande scomode. Come preservare la dignità umana? Come accompagnare i detenuti a ricostruire un percorso di vita? Cosa c'è dietro ogni reato? Ma soprattutto come garantire al detenuto opportunità reali di inserimento dopo la fine della pena? Domande che, neanche a dirlo, sono accompagnate da numeri in crescita: più suicidi nelle carceri, più casi di recidiva, lì fuori. Quel fuori tanto desiderato e immaginato da una finestra, in una stanza piccola, dove si fa fatica persino a vedere il cielo. Quel fuori, dove diventa difficile e faticoso restare. Che esclude le fragilità.
Dal reato al cambiamento. "Non lo so perché si sceglie questa strada, sa? Cosa passa nella nostra mente? Chi lo sa, forse un corto circuito che annulla il concetto di bene e male". "Noi avremo sempre un marchio indelebile che brucerà sempre". "Questa pena continuerò a scontarla anche fuori". Sono solo alcune delle testimonianze raccolte dalla giornalista catanese, che aprono una lente di ingrandimento sulla vita che scorre oltre le sbarre, una vita macchiata da errori che diventano macigni dai quali è difficile liberarsi. Sette storie, sette uomini, sette persone - e non soltanto detenuti - che affidando alla giornalista il loro io, quello imperfetto, quello dalle tinte scure, quello che merita di essere ascoltato. E proprio dall'ascolto, da quella conversazione, si ha quasi la sensazione di restituire dignità e un po' di pace. Perché contro quel silenzio assordante, che non lascia spazio al cambiamento, ma solo all'errore, qualcuno ha scelto di premere play e raccontare la realtà carceraria lasciata spesso in ombra. E dare voce alle fragilità, alle debolezze: rimettere al centro le persone, che cercano in tutti i modi di cambiare. Di non essere più quel figlio sbagliato, quell'uomo da evitare, quel padre di cui vergognarsi.
Oltre le apparenze. La vita in carcere scorre lenta, è un distacco dalla realtà e ridefinisce i confini tra dentro e fuori, passato e presente. Un tempo che dovrebbe servire alla riflessione, smaltire la rabbia, superare ogni forma di colpa e prendere coscienza delle responsabilità. È questo il senso delle pagine di Liberaci dai nostri mali, un chiaro invito a guardare da vicino una realtà, cruda, difficile, ma a cui non possiamo sottrarci. Dopotutto "è facile ascoltare soltanto belle storie a lieto fine - scrive la Maugeri - che ci raccontano l'amore e le sfumature che siamo abituati a riconoscere, le sole che accettiamo. E i colori che non conosciamo? Quelli scuri, magari opachi, offuscati. Brutti. Perché la società non ha spazio per le imperfezioni".
Un lavoro giornalistico. Da cronista, sensibile alle tematiche a forte impatto sociale, l'autrice racconta uno spaccato di umanità, non attingendo a notizie o dati che rimbalzano sul web, ma "oltrepassando le sbarre", raccogliendo fisicamente le testimonianze per dare voce prima di tutto alla persona. ? un libro che smuove le coscienze, restituisce i contorni di una verità aspra, spinge alla riflessione attraverso il dramma di uomini che dal carcere dovrebbero trovare quella spinta per cambiare. Ma se quei macigni sono ancora lì dopo anni, qual è allora il ruolo della pena? Non dovrebbe forse aiutare a rieducare il detenuto? Ecco dunque che Liberaci dai nostri mali assume una duplice valenza: ricostruire l'identità del carcerato e recuperare il ruolo del giornalista. Superare la logica della notizia "facile", rimettere al centro il valore della verità ma soprattutto non smettere mai di interrogarsi sui fatti. Ascoltare e osservare, perché come scrive Claudio Fava nella sua prefazione: "se non guardi, se non ascolti, fai solo cronaca, ricompili fatti e li metti in bella calligrafia, ti annoi e annoi gli altri. Katya invece fa giornalismo".
cittametropolitana.fi.it, 27 luglio 2019
La vicepresidente della Giunta regionale risponde a un'interrogazione della consigliera Irene Galletti (M5S) sulla realizzazione dell'intervento. "La Regione Toscana non è formalmente coinvolta nell'iter amministrativo per la realizzazione del teatro nel carcere di Volterra. Il ministero di Grazia e giustizia ha stanziato un milione e 280mila euro e ha affidato queste risorse al Provveditorato alle opere pubbliche". Lo ha dichiarato la vicepresidente della Giunta regionale, Monica Barni, rispondendo a un'interrogazione di Irene Galletti (M5S), aprendo ieri pomeriggio la seduta della commissione Affari istituzionali, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd).
Barni ha precisato che questo non fa venire meno l'impegno regionale "in un ruolo informale di coordinamento e mediazione". È stata, infatti, assicurata la partecipazione della Regione alle riunioni sul tema, l'ultima delle quali si è svolta a Pisa il 18 luglio scorso, con tutti i soggetti interessati (dal sovrintendente di Pisa, al provveditore alle opere pubbliche penitenziarie di Toscana, Umbria e Marche, dagli architetti incaricati dalla soprintendenza e dall'amministrazione penitenziaria al rappresentante dei vigili del fuoco).
"Abbiamo constatato che i progetti presentati fino ad ora presentavano qualche criticità, ma non c'è alcuna volontà di non realizzare il teatro - ha dichiarato la vicepresidente - Presto faremo un altro sopralluogo nel carcere di Volterra con tutti i soggetti interessati. È un patrimonio culturale che ha bisogno di particolare attenzione, con vincoli di varia natura, anche paesaggistici. Uno stralcio chiesto dal provveditorato alle opere pubbliche permetterà di avere comunque disponibili le risorse". "È un progetto che ha una valenza importante sotto vari profili, specie per una città come Volterra. Ci auguriamo che una soluzione comunque venga", ha replicato la consigliera Irene Galletti, dichiarandosi soddisfatta della risposta.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 luglio 2019
Dal 14 al 22 luglio le autorità cinesi hanno accompagnato nella regione autonoma uigura dello Xinjiang un gruppo di giornalisti provenienti da 24 diversi stati, tra cui l'Italia. I giornalisti, si legge nel resoconto del viaggio, hanno interagito a lungo con contadini, studenti, figure religiose, operai e personale dei centri per la formazione professionale.
Ma quello che le autorità cinesi non hanno fatto vedere ai giornalisti è l'altro modo con cui stanno cercando di sconfiggere il terrorismo. Un modo su cui questo giornale aveva già scritto e che le recenti ricerche di Amnesty International hanno messo ulteriormente in luce: una campagna di internamenti di massa, sorveglianza abusiva, indottrinamento politico e assimilazione culturale forzata nei confronti degli uiguri, dei kazachi e di altri gruppi etnici a maggioranza musulmana dello Xinjiang.
Esibire, anche in luoghi privati, affiliazioni culturali o religiose come portare barbe "abnormemente" lunghe, indossare il velo, pregare regolarmente, digiunare, evitare di assumere alcoolici o possedere libri o articoli sull'Islam o la cultura uigura (tutti indizi sospetti descritti nel "Regolamento sulla deradicalizzazione" adottato dalle autorità cinesi nel marzo 2017) può essere un motivo sufficiente per essere detenuti nei cosiddetti centri per la "trasformazione attraverso l'educazione".
In questi centri si trova almeno un milione uiguri musulmani (secondo recenti stime, si arriverebbe a un milione e mezzo), strappati alle loro famiglie. Non sono previsti processi, contatti con avvocati o forme di ricorso. Vi si può rimanere per mesi, poiché sono le autorità a decidere quando il detenuto sia stato "trasformato". E magari possa raccontare ai giornalisti che il suo è un paese davvero felice.










