di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2019
Cassazione -Sezione II - Sentenza 24 giugno 2019 n. 27848. Sequestro penale e reato di riciclaggio. Questi i temi affrontati dai giudici della Cassazione penale con la sentenza n. 27848 del 24 giugno 2019. Sequestro probatorio o preventivo - Per la Suprema corte in sede di impugnazione, il giudice, nel compiere il controllo di legalità sul sequestro probatorio o preventivo, non deve limitarsi a "prendere atto" della tesi accusatoria, ma, senza però spingersi sino a una verifica in concreto della sua fondatezza, deve valutare se gli elementi di fatto rappresentati consentono di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipica, tenendo nel debito conto le contestazioni difensive sull'esistenza della fattispecie dedotta ed esaminando l'integralità dei presupposti che legittimano il sequestro (cfr. Sezioni unite, 20 novembre 1996, Bassi).
Configurabilità del riciclaggio - Poi, la tracciabilità delle operazioni compiute di per sé non esclude la configurabilità del riciclaggio, perché per realizzare la condotta di detto reato non è necessario che sia efficacemente impedita la tracciabilità del percorso dei beni provento di reato, ma è sufficiente anche che essa sia solo ostacolata. Infine, per la configurabilità del reato di riciclaggio (così come per quello di ricettazione) è necessaria la consapevolezza della provenienza illecita del bene ricevuto sul quale poi vengono compiute le operazioni indicate nell'articolo 648-bis del Cp, ma non è tuttavia indispensabile che tale consapevolezza si estenda alla precisa e completa conoscenza delle circostanze di tempo, di modo e di luogo del reato presupposto e la prova dell'elemento soggettivo del reato può trarsi anche da fattori indiretti, qualora la loro coordinazione logica sia tale da consentire l'inequivoca dimostrazione della malafede.
Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2019
Processo penale - Soggetti del processo - Ricusazione - Causa di cui all'art. 37, lett. b), c.p.p.- Configurabilità. L'ipotesi di ricusazione di cui all'art. 37, comma 1, lett. b), del Cpp fondata sull'indebita manifestazione del convincimento sui fatti oggetto dell'imputazione, ricorre quando il giudice esprima valutazioni di merito della res iudicanda, ovvero sulla colpevolezza o innocenza dell'imputato, in ordine ai fatti oggetto del processo, laddove l'avverbio indebitamente va interpretato nel senso di atto arbitrario nel contenuto. Nel caso in cui il giudice esprima valutazioni nell'esame di una questione incidentale la causa di ricusazione sussiste sole se tali valutazioni travalichino i limiti imposti dall'adozione del provvedimento incidentale, con l'espressione indebita di un giudizio non giustificato da un nesso funzionale con l'indicato provvedimento.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 5 luglio 2019 n. 29430.
Giudice - Ricusazione - Casi - Inimicizia grave - Dissenso ideologico e culturale nei confronti dell'attività svolta dagli imputati - Rilevanza - Esclusione - Fattispecie. In tema di ricusazione, non integrano inimicizia grave, ai sensi degli artt. 36, comma 1, lett. d) e 37, comma 1, lett. a), cod. proc. pen., le manifestazioni di dissenso ideologico e culturale, anche radicale, rispetto all'attività svolta dagli imputati, non accompagnate da alcun rapporto di conoscenza con gli stessi che possa tradursi in un'avversione di tipo personale del giudice o dei suoi prossimi congiunti. (Nell'enunciare tale principio, la Corte ha ritenuto manifestamente infondata la dichiarazione di ricusazione fondata sulla circostanza che il coniuge di un magistrato risultava aderente a movimenti e associazioni ambientaliste che avevano denunciato, anche attraverso pubblicazioni sui "social network", l'inquinamento asseritamente prodotto dall'azienda gestita dagli imputati).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 novembre 2018 n. 50848.
Giudice - Incompatibilità - Atti compiuti nel procedimento - Ricusazione - Manifestazione indebita del proprio convincimento - Requisiti - Fattispecie. In tema di ricusazione, il carattere indebito della manifestazione del convincimento del giudice sui fatti oggetto dell'imputazione, richiede che l'esternazione venga espressa senza alcuna necessità funzionale e al di fuori di ogni collegamento con l'esercizio delle funzioni esercitate nella specifica fase procedimentale e va escluso nel caso di esternazione incidentale e occasionale fatta in diverso procedimento, su particolari aspetti della vicenda sottoposta al giudizio. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l'esclusione della causa di ricusazione eccepita nel caso in cui lo stesso giudice per le indagini preliminari, chiamato a decidere della misura interdittiva nei confronti dell'ente, nell'ambito del medesimo procedimento, aveva espresso considerazioni sul contesto organizzativo e decisionale della società in un precedente provvedimento cautelare nei confronti dell'indagato, persona fisica e socio dell'ente).
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 23 gennaio 2018 n. 3033.
Giudice - Ricusazione - Casi - Manifestazione indebita del proprio convincimento - Provvedimento di conferma di una misura cautelare reale adottato come componente del tribunale del riesame - Sussistenza - Esclusione - Ragioni. Non costituisce indebita manifestazione del convincimento del giudice, in grado di fondare una richiesta di ricusazione, il fatto che egli, nel corso del procedimento, come componente del tribunale del riesame, abbia confermato una misura cautelare reale, atteso che l'adozione di quest'ultima prescinde da qualsiasi valutazione sulla sussistenza o meno dei gravi indizi di colpevolezza in capo all'imputato.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 29 dicembre 2017 n. 58024.
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - Procedimento - Causa di ricusazione del giudice prevista dall'art. 37, comma primo, lett. b) cod. proc. pen. - Applicabilità in caso di valutazioni espresse dal giudice in un altro procedimento di prevenzione o in un giudizio penale - Esclusione - Fattispecie. Non è applicabile al procedimento di prevenzione la causa di ricusazione prevista dall'art. 37, comma primo, lett. b) cod. proc. pen. nel caso in cui il giudice abbia in precedenza espresso una valutazione di merito sullo stesso fatto nei confronti del medesimo soggetto in un altro procedimento di prevenzione o in un giudizio penale. (Fattispecie relativa alla presentazione di un'istanza di ricusazione di un componente del collegio incaricato dell'impugnazione di una misura di prevenzione che aveva già espresso considerazioni sulla posizione del proposto, in ordine al medesimo fatto, in altro precedente procedimento di prevenzione).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 12 ottobre 2016 n. 43081.
di Andrea Camurani
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
Il magazine "Cucinare al fresco". Ricette da tutto il mondo preparate dentro a una cella. Dicono che il couscous preparato da Jussef sia quasi uguale a quello che si mangia a Rabat. Alla fine basta chiudere gli occhi, abbandonarsi alle sensazioni, e le sbarre del carcere di Varese si aprono per diventare finestre dalle quali esce un buon profumo di cucina che conquista i compagni di cella.
"Qui in carcere l'estate non passa facilmente, vale per tutte le stagioni. Allora che fare? C'è chi gioca a carte o mette su muscoli. A noi piace cucinare", spiega Salvatore, specialista delle ricette col pesce finite nero su bianco in un magazine battezzato Cucinare al fresco che contiene ingredienti e preparazioni per decine di piatti che provengono dal Bassone di Como, da Bollate e dall'istituto di pena di Varese, dove sei carcerati hanno aderito a questo percorso.
I detenuti spadellano, sperimentano e assaggiano. Il risultato è pubblicato sul periodico che, abbinato alle foto, mette l'acquolina in bocca. L'iniziativa è nata da una chiacchierata tra i detenuti e due volontari che si occupano di progetti di sostegno culturale nelle carceri: Arianna Augustoni e Virginio Ambrosini, da 24 anni anima di moltissimi laboratori nelle carceri varesine.
Oltre a raccontare la preparazione di ogni piatto, viene spiegato come arrangiarsi per mettere in pratica una ricetta, con quali strumenti e con dei tempi molto dilazionati nell'arco della giornata: un vero e proprio percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato quanti sono obbligati a scontare una pena e da cui sono nate amicizie e contaminazioni culturali.
Così, tra bavaresi di anguria e giardiniere in agrodolce, ecco il segreto di come cucinare senza il forno quell'alimento che accomuna quasi tutti i palati, la pizza: "Ci vogliono due fornelli a gas da campeggio, una pentola abbastanza larga e della carta stagnola che funge da cappa.
Una volta cotta c'è la fila per mangiarla", spiega Antonino mentre il capo delle guardie fissa il soffitto con un sorriso stampato sul volto, quasi a non guardare, né a sentire quello che avviene nelle celle fra detenuti che diventano chef utilizzando quel che hanno, ingredienti compresi, acquistati di volta in volta a loro spese. Un ricettario completo sui piatti varesini verrà realizzato a ottobre e messo in vendita a 8 euro (il magazine, già stampato, ne costa 2): il ricavato andrà a sostegno di progetti per l'inserimento lavorativo dei detenuti.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 29 luglio 2019
Aleksey Navalny ieri mattina è stato trasportato urgentemente dal carcere all'ospedale. Mentre si trovava in cella, il più popolare degli avversari politici di Putin è stato colpito da un misterioso malessere che la sua portavoce, Kira Yarmish, ha definito un "grave attacco allergico". È stata proprio Kira Yarmish a dare la notizia e a far sapere che il dissidente era giunto in ospedale con il viso gonfio ed eruzioni cutanee rosse sulla pelle.
Le parole di Yarmish hanno destato enorme preoccupazione tra i sostenitori di Navalny, anche perché pare che l'oppositore non avesse mai avuto reazioni allergiche di questo tipo in precedenza. La portavoce ha poi precisato che al blogger anti-Putin era stata fornita "la necessaria assistenza medica" pur rimanendo controllato a vista dagli agenti di polizia.
E in serata ha finalmente tranquillizzato tutti: le condizioni di salute di Navalny - ha fatto sapere - sono "soddisfacenti". A non essere ancora chiaro però è cosa abbia fatto stare male Navalny. Leonid Volkov, fedele braccio destro del dissidente, ha detto di aver sofferto anche lui di una simile e "strana allergia" lo scorso giugno, dopo aver trascorso 28 giorni nella stessa cella in cui adesso è rinchiuso Navalny: la numero 1 del primo centro di reclusione di Mosca. Secondo lui il malessere potrebbe essere stato provocato dalle cattive condizioni igieniche del carcere.
"È improbabile - ha scritto Volkov su Twitter - che ci sia spazio per la cospirazione. C'è invece spazio per un controllo di questo penitenziario, per vedere che razza di impurità appiccicose si trovano nell'impianto di aerazione o da qualche altra parte".
Salgono a 1.400 gli arresti Navalny è il principale avversario di Putin. È stato lui a organizzare le più massicce proteste antigovernative in Russia di questi ultimi anni. Manifestazioni che sono state regolarmente represse dal Cremlino con ondate di arresti e per le quali l'oppositore entra ed esce dal carcere. L'ultima di queste proteste risale appena a sabato scorso.
Migliaia di persone sono scese in piazza chiedendo che anche gli oppositori possano correre alle elezioni comunali di Mosca a settembre. La polizia ha reagito fermando quasi 1400 dimostranti. È proprio per aver spronato i suoi sostenitori a manifestare lo scorso sabato che Navalny adesso si trova dietro le sbarre. Mercoledì mattina la polizia lo ha arrestato non appena ha messo piede fuori di casa per comprare un mazzo di fiori per il compleanno della moglie. La sera stessa è arrivata puntuale la condanna: 30 giorni di reclusione, cioè la pena massima possibile.
di Emanuele Isonio
valori.it, 29 luglio 2019
Meno spese per ordine pubblico e carceri, maggiore gettito fiscale e prodotto più sicuro: uno studio dall'università di Messina spiega perché l'antiproibizionismo è un buon affare. Per avere un ordine di grandezza: il reddito di cittadinanza tanto sbandierato dal governo Conte ha richiesto poco più di 4 miliardi di euro di spese. Ebbene, un'eventuale legalizzazione delle droghe leggere produrrebbe un beneficio netto per lo Stato anche maggiore: tra 6 e 8 miliardi di euro.
I legislatori non possono certo dire di non conoscere questi numeri, perché sono stati presentati, ormai tre anni fa, proprio alla Camera da Ferdinando Ofria, professore associato di Politica economica dell'università di Messina. Mai come nella precedente legislatura infatti l'Italia era arrivata vicina a permettere una legalizzazione della cannabis. 218 fra deputati e senatori, riuniti in uno specifico intergruppo parlamentare, avevano firmato una proposta di legge. Rimasta, nonostante tutto, lettera morta.
Le voci considerate - Il calcolo di Ofria, spiegato nell'audizione alle Commissioni Giustizia e Affari Sociali, non è difficile da comprendere. Altro non è che un'analisi costi-benefici (e di questi tempi, dopo la querelle-Tav del ministro Toninelli, il termine dovrebbe essere ormai di ampio dominio). Da un lato, tra i costi connessi a un'eventuale liberalizzazione, sono state considerate due voci: le maggiori spese sanitarie di cura e disintossicazione, i costi legati alla regolamentazione del nuovo mercato legale (struttura dell'agenzia per la gestione di produzione e vendita, controllo sul rispetto della legislazione, campagne di informazione per i consumatori).
Dall'altro lato, vengono conteggiati i risparmi: una riduzione delle spese di repressione, un maggiore gettito fiscale, una migliore qualità del prodotto venduto, un contrasto alla criminalità organizzata. Sul fronte delle maggiori spese da prevedere, si è fatto riferimento all'esperienza del Colorado. "Lo Stato americano, nel 2014, ha introdotto una regolamentazione simile a quella proposta dall'intergruppo parlamentare" spiega Ofria. "I risultati empirici verificati in quel caso hanno smentito che ci siano aumenti nei consumi di droghe leggere in seguito alla legalizzazione, né ha mostrato aumenti significativi nei costi sanitari".
L'indagine statistica era stata condotta dal Dipartimento per la Salute Pubblica e l'Ambiente dello stato del Colorado: ad essere coinvolti, 17mila ragazzi delle scuole medie e superiori. Lo studio aveva registrato un numero di studenti che avevano fatto uso di cannabis nel 2015 minore rispetto alle precedenti indagini del 2009 e del 2011 effettuate nello stesso Stato. Negli ultimi 30 giorni prima dell'intervista, solo il 21,2% ha consumato marijuana nel Colorado, stessa percentuale riscontrata negli altri stati Usa (21,7%) dove il mercato della cannabis non è legale. Anche per quanto riguarda i costi per regolare il nuovo settore, non sono stati registrati aumenti rilevanti: "quantitativamente - spiegava Ofria ai parlamentari - possono essere assimilati a quelli sostenuti per il controllo pubblico del consumo di tabacco e sigarette".
Ben diverso il discorso per le spese evitate.
A partire da quelle relative alla repressione: "si tratta principalmente - prosegue Ofria - di minori costi che forze dell'ordine, magistratura e sistema carcerario si troverebbero ad affrontare se venisse cancellato il reato di produzione e vendita delle droghe leggere, le quali, stando alle stime della Direzione Investigativa Antimafia, rappresentano oltre il 50% del mercato degli stupefacenti".
Nelle nostre carceri, il costo dei detenuti per reati di droga si attesta su 1,083 miliardi di euro l'anno, pari al 37% del costo totale dei detenuti. Il risparmio legato ai detenuti per droghe leggere quindi si aggirerebbe su 540 milioni di euro. Ad essi si devono aggiungere poi quasi 230 milioni di euro, relativi alle spese evitate per contrastare i reati di traffico e possesso di droghe leggere (che già oggi rappresentano una quota minima delle spese totali di ordine pubblico, circa lo 0,6%). Totale: 770 milioni di risparmi.
La fonte di gran lunga più significativa di benefici per lo Stato deriva però da un'altra voce: quella del gettito fiscale derivante dalla liberalizzazione. Oggi, l'acquisto di cannabis da pusher e criminalità è ovviamente esentasse (senza considerare la dubbia qualità del prodotto commercializzato). Se gli acquisti fossero fatti alla luce del sole, verrebbero ovviamente tassati, al pari di quanto avviene ad esempio per le sigarette. E infatti l'aliquota ipotizzata nel calcolo dell'università di Messina è analoga a quella per i tabacchi, circa il 75% del prezzo di vendita.
Le maggiori entrate sotto forma di imposte, a seconda del prezzo ipotizzato di vendita, oscillerebbe tra i 5,3 e il 7,9 miliardi di euro l'anno. Tutto considerato quindi, la stima dei benefici varia dai 6 gli 8,7 miliardi. "Il calcolo - spiega Ofria - può variare per eccesso se si considera la possibilità di coltivare in proprio la cannabis, o per difetto se ti tiene in considerazione il possibile indotto di questo nuovo mercato (produzioni agricole, dolciarie, tessili, medicali) e l'ipotesi che lo Stato si renda garante della genuinità del prodotto, con significativi effetti sulla salute e costi sanitari".
Il legame tra liberalizzazione e aumento della qualità del prodotto non è affatto da sottovalutare: "con il mercato delle droghe leggere in mano alle organizzazioni criminali nessun consumatore sa esattamente cosa sta assumendo". Lo aveva confermato nel 2016, uno studio dell'università di Berna: erano stati analizzati 191 campioni di marijuana sequestrati sul territorio svizzero. Il 91% di essi risultava contaminato.
Mischiate con la cannabis venduta dai pusher erano state riscontrate ammoniaca, lacca per capelli, lana di vetro, piombo, ferro, alluminio, cromo, cobalto e altri metalli pesanti altamente nocivi. Tutte queste sostanze vengono aggiunte per aumentare il peso dell'erba ed avere più profitti, ma che possono causare al consumatore anche danni più gravi rispetto al thc.
Peraltro, in favore della liberalizzazione, pesa anche un po' di sano pragmatismo: il consumo è ormai un fenomeno di massa, soprattutto in Italia.
Secondo l'Osservatorio europeo delle droghe, il 19% dei ragazzi italiani tra i 15 ed i 34 anni, ha fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi dodici mesi: in Europa una percentuale maggiore ce l'ha solo la Francia. "Come tutti i fenomeni di massa è più efficace regolarlo che proibirlo: impedire l'accesso al mercato legale non riduce la domanda: sposta solo i consumatori su quello illegale" commenta Ofria.
di Gianni Sartori
noblogs.org, 29 luglio 2019
Dopo aver già trascorso oltre undici anni nelle carceri bulgare, Jock Palfreeman si è visto rifiutare nuovamente la libertà condizionale. Arrestato a Sofia nel 2007, il trentaduenne antifascista australiano era stato condannato nel 2009 a venti anni per aver ucciso un estremista di destra (definito un "hooligan" ossia un teppista del calcio, ma imparentato con un noto pezzo grosso della politica) che con altri neonazisti stava aggredendo e picchiando due rom.
L'australiano era intervenuto in difesa delle vittime del brutale pestaggio consentendo loro di mettersi in salvo, ma venendo a sua volta aggredito dal gruppo di fascisti. Nello scontro uno di loro rimaneva ucciso da una coltellata inferta, per legittima difesa, da Jock.
Lo svolgimento del processo risale al 2008-2009, l'appello al 2010-2011. Nonostante in questa circostanza venisse confermata la versione di Jock (ossia di essere intervenuto per fermare il pestaggio dei rom) la condanna è rimasta invariata.
Pare che le autorità bulgare abbiano messo in campo ogni genere di sotterfugi per impedire un processo equo (per esempio impedendo alla difesa di visionare le immagini delle telecamere di sicurezza), ottenere una pena esorbitante e rifiutarne (in contrapposizione anche ai propri stessi trattati) l'estradizione in Australia.
E nonostante tutti gli appelli contro la condanna non gli viene ancora consentito di poter rientrare nel suo paese per scontarvi gli anni di pena residui.
In aprile Jock era entrato in sciopero della fame (per 33 giorni) per protestare sia contro i maltrattamenti inflitti ai detenuti, sia contro la corruzione e gli abusi di potere delle dalle autorità carcerarie (in particolare del capo del personale della prigione di Sofia, Desilav Angelov Traykov).
Altro scioperi della fame, e azioni di protesta organizzati dalla Bpra (Bulgarian Prisoners Rehabilitation Association, Associazione dei prigionieri bulgari), si erano svolti nel 2018 (uno sciopero era iniziato ancora nel dicembre 2017) per ottenere le dimissioni del direttore del carcere centrale di Sofia, Peter Krestev. Costui si era reso responsabile di un inasprimento delle condizioni detentive: riduzione e soppressione delle attività, dei congedi penitenziari, dell'ora d'aria e della possibilità di acquistare alimenti e altro. Non solo.
Durante il suo mandato erano aumentati gli episodi qualificabili come tortura e alcuni gruppi di narcotrafficanti - protetti se non addirittura manovrati dalla direzione - agivano indisturbati con ogni genere di abusi nei confronti degli altri detenuti. Le azioni di protesta erano proseguite nonostante la repressione (i detenuti in agitazione rischiavano il raddoppio puro e semplice della pena) ottenendo che il primo ministro Borissov richiedesse le dimissioni sia del direttore Krestev, sia di Svilen Tsvenatov (responsabile dell'esecuzione delle pene). Significativamente Jock ha sempre chiesto che eventuali donazioni in suo favore vengano inviate alla Bpra di cui è stato tra i fondatori nel 2014.
di Alessia La Villa*
Ristretti Orizzonti, 29 luglio 2019
Proseguono all'interno della Casa circondariale di Livorno le iniziative legate al sostegno della genitorialità e la piena adesione alla campagna "Non un mio crimine ma una mia condanna". Dopo il pic nic di primavera a base di pane e olio, la festa di Maggio con pony e clown, Venerdì 26 Luglio è stata la volta della "Cocomerata con papà".
Come nelle migliori tradizioni estive, grazie ai volontari della Comunità di Sant'Egidio e alla sinergia con la Direzione e gli operatori penitenziari, bambini, mamme e papà hanno vissuto un pomeriggio davvero entusiasmante. Ombrelloni, tavoli in legno, giochi d'acqua, musica ma soprattutto tanto cocomero fresco: questo lo scenario che i piccoli si sono trovati davanti una volta entrati nell'Area Verde del carcere.
Ad accoglierli all'ingresso, come di consueto, l'educatrice e il responsabile area esterna della Polizia Penitenziaria "Per noi è molto importante che i bambini, vengano accolti non appena varcato il cancello, da figure che ormai hanno imparato a conoscere e che a loro volta li conoscono per nome uno per uno" riferisce l'educatrice.
La cura della genitorialità è il fiore all'occhiello della Direzione del Dott. Carlo Mazzerbo: "l'attenzione al bambino e l'implementazione delle competenze genitoriali sono sicuramente tra gli elementi centrali del nostro progetto d'istituto" dichiara il Dott. Mazzerbo "ecco perché oltre a singole giornate d'incontro tra bambini e papà, colloqui in ludoteca con Telefono Azzurro, abbiamo recentemente organizzato con la Misericordia di Livorno un corso di "Manovre di disostruzione pediatrica" rivolto a tutti i papà e al personale che opera a contatto con i bambini.
È giusto che i papà, anche se detenuti, sviluppino competenze di cura e responsabilità verso i loro bambini e che in questo percorso venga coinvolto anche il personale".
Grazie alla straordinaria animazione dei volontari della Sant'Egidio, nonostante le temperature elevate, il pomeriggio a base di cocomero è volato via. Stringendo un piccolo acquario colorato costruito insieme ai papà, i bambini si sono avviati verso l'uscita con il sorriso sulle labbra ed un ciao che per noi che li aspettiamo ha sempre il sapore di un arrivederci a presto.
*Funzionario Giuridico Pedagogico Casa Circondariale Livorno Reparto Media Sicurezza
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 29 luglio 2019
Oggi Maurice Kamto, leader del Movimento per la rinascita del Camerun, la principale forza di opposizione del paese, entra insieme a 107 suoi sostenitori nel sesto mese di carcere. Dovranno rispondere, di fronte a un tribunale militare (già di per sé un atto illegale), di ribellione, ostilità contro la madrepatria, incitamento all'insurrezione, distruzione di proprietà ed edifici pubblici e insulto al presidente della Repubblica. Per Amnesty International si tratta di prigionieri di coscienza che dovrebbero essere prosciolti da ogni accusa.
Oltre a chiedere il rilascio dei 108 detenuti, l'organizzazione per i diritti umani ha reso pubbliche le testimonianze di 59 oppositori arrestati il 1° giugno durante una protesta pacifica nella capitale Yaoundé e successivamente rilasciati. Non prima di essere stati umiliati e torturati negli uffici del ministero della Difesa. I soldati se la sono presa soprattutto con sei donne: "Quando siamo arrivate, i gendarmi ci hanno obbligate a fare esercizi fisici: braccia larghe, piegate sulle ginocchia. Mentre ero in quella posizione mi hanno preso a calci sulla testa e sul seno. Poi ci hanno detto di stenderci a terra e rotolare, e continuavano a prenderci a calci. Ci hanno portato su e giù per le scale mentre assumevano la posizione dell'anatra.. Poi, le flessioni. Quando non ce l'ho fatta più, mi hanno presa a cinghiate".
Questa è un'altra testimonianza: "I gendarmi ci stavano aspettando, ognuno di loro era munito di un bastone di legno, un cavo di gomma e un manganello. Hanno iniziato a picchiarci, in particolare sulle orecchie. Poi ci hanno costretti a muoverci come le anatre nel fango. Dopo il rilascio ho trascorso una settimana in ospedale, avevo delle fratture e ferite su tutto il corpo". La storia del Camerun degli ultimi anni è piena di orrori (si legga qui e qui). Ora si è aggiunto questo nuovo capitolo.
di Andrea Oleandri*
articolo21.org, 28 luglio 2019
Con due suicidi negli ultimi due giorni sono diventati 28 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno. Un numero che segna un vero e proprio dramma del sistema penitenziario del nostro paese. Gli ultimi due detenuti ad uccidersi sono stati un polacco di 32 anni nel carcere di La Spezia e un romeno di 37 anni nel carcere di Reggio Calabria.
di Charlotte Matteini
tpi.it, 28 luglio 2019
Commentando l'omicidio del carabiniere Mario Rega Cerciello, ucciso a Roma da due malviventi nella notte tra giovedì 25 e venerdì 26 luglio nel quartiere Prati di Roma, il ministro dell'Interno Matteo Salvini non ha perso occasione per fare una delle sue solite sparate demagogiche, populiste e totalmente prive di fondamento giuridico.
- Salvini parla di lavori forzati per i detenuti, ma la legge dice altro
- Carcere, tornare alla Costituzione
- Il 29 luglio a Firenze, per ricordare il pensiero di Alessandro Margara
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