di Luca Salici
Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2019
Violazione del diritto alla vita e del giusto processo. Su questi due punti dovrà esprimersi la Corte Europea dei diritti dell'Uomo che ha ammesso il ricorso della famiglia di Riccardo Magherini contro la sentenza di Cassazione che ha assolto i tre carabinieri accusati di omicidio colposo per la sua morte dopo essere stati condannati nei precedenti gradi di giudizio. "Il fatto non costituisce reato", avevano detto nel novembre 2018 i giudici della quarta sezione penale della Corte di Cassazione. Una sentenza clamorosa che aveva scatenato tantissime reazioni e che ha portato a presentare un ricorso lo scorso giugno proprio alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo.
Riccardo Magherini, ex calciatore, è morto a Firenze la notte del 3 marzo 2014, durante un fermo dei carabinieri. È morto chiedendo aiuto in preda a una crisi di panico. Urlava "sto morendo" mentre i carabinieri continuavano a tenerlo immobilizzato in tutti i modi, anche con un ginocchio sopra al collo mentre veniva ammanettato a terra.
Per ricorrere alla Corte di Strasburgo era nata una raccolta fondi su GoFundMe per sostenere economicamente la famiglia Magherini, promossa da Giulia Innocenzi, giornalista de Le Iene. "L'accoglimento del ricorso della famiglia di Riccardo Magherini contro l'assoluzione dei tre carabinieri da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo è un risultato di tutti noi - scrive la Innocenzi - in tantissimi avete donato perché ciò fosse possibile".
"Grazie alle persone che ci hanno supportato. Siamo una bella squadra - ha dichiarato Andrea, fratello di Riccardo su GoFundMe - Dobbiamo dimostrare allo Stato Italiano che la tutela dei diritti umani non tollera mediazioni o compromessi". Adesso i giudici di Strasburgo nei prossimi mesi dovranno esprimersi sulla legittimità del processo e potrebbero condannare l'Italia per non aver rispettato il diritto alla vita. Il ricorso alla Corte di Strasburgo è stato depositato sia per le modalità con cui è stato arrestato Riccardo che su alcuni aspetti delle indagini e del processo.
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 28 luglio 2019
Per il 50% è uguale, per il 34% è aumentata. Il 44% considera indulgenti i magistrati. La scomparsa del procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli ha riportato alla memoria collettiva l'inchiesta Mani Pulite e, più in generale, la stagione di Tangentopoli che ebbe un elevato impatto mediatico suscitando un vero e proprio choc nel Paese, unitamente a un'ondata di riprovazione e di sdegno.
A distanza di tempo, due italiani su tre (67%) ritengono che Mani Pulite rappresentò un'azione positiva per l'Italia, l'8% è di parere opposto e il 25% non si esprime: a sospendere il giudizio sono soprattutto i più giovani (18-30 anni), che non vissero quella stagione. Le aspettative di debellare la corruzione nella politica alimentate in quella stagione sono state largamente disattese, infatti il 50% dell'opinione pubblica è convinto che la corruzione nel settore pubblico e nella politica oggi sia diffusa come allora e uno su tre (34%) è del parere che sia ancor più diffusa rispetto agli anni 90. Inoltre, secondo il 48% è un fenomeno che riguarda prevalentemente la politica nazionale e i grandi appalti mentre il 31% è del parere che la corruzione sia diffusa capillarmente, annidandosi soprattutto in ambito locale.
Allora come oggi si dibatte delle responsabilità: sono i politici che impongono le tangenti per arricchirsi o gli imprenditori che corrompono i politici per ottenere appalti e fare affari? Due italiani su tre (68%) attribuiscono le responsabilità a entrambi, il 19% è del parere che nella maggior parte dei casi siano soprattutto i politici a imporre le condotte illecite, mentre solo il 2% ritiene che siano gli imprenditori.
La corruzione è tra i motivi principali del discredito verso la politica, non a caso la fiducia nei partiti, che si attesta al 15%, da tempo è all'ultimo posto nella graduatoria della fiducia nelle istituzioni. Infine, rispetto all'azione della magistratura contro la corruzione prevale l'idea che sia spesso troppo indulgente nei confronti della politica (44%), mentre il 5% è di parere opposto e ritiene che sia eccessiva e persecutoria; nel complesso solo il 14% ritiene che sia quasi sempre corretta e il 20% pensa che sia talora corretta e talora eccessivamente persecutoria.
Se all'epoca di Tangentopoli, sull'onda dell'indignazione, la magistratura era sostenuta da un elevato consenso popolare e i magistrati del pool di Milano guidati da Borrelli erano considerati alla stregua di veri e propri eroi, oggi le cose sono cambiate: come abbiamo visto nel sondaggio pubblicato a fine giugno dopo la vicenda Palamara-Csm, solo il 35% dichiara di avere fiducia nella magistratura. Insomma, quella della corruzione è una storia infinita: la maggior parte degli italiani è convinta che non sia cambiato nulla dai tempi di Mani Pulite e oggi sia diffusa come allora, se non di più; e agli occhi dei cittadini sul banco degli imputati finiscono non solo politici e imprenditori, ma anche la magistratura, considerata troppo indulgente o, al contrario, politicizzata.
Oggi come allora prevale uno spirito giustizialista ma, mentre all'epoca di Tangentopoli il giustizialismo fu sostenuto dall'aspettativa di archiviare la Prima Repubblica e favorire il cambiamento della classe politica e dei partiti, dalla Seconda Repubblica in poi il giustizialismo è diventato asimmetrico e intermittente sia tra i politici sia nell'opinione pubblica, facendo prevalere lo spirito del tifoso. Infatti, quando le accuse di corruzione riguardano direttamente gli esponenti del proprio partito sono considerate una sorta di complotto, un'invasione di campo, un atto politico architettato da un soggetto che, viceversa, dovrebbe essere super-partes. Oppure sono guardate con indulgenza, nella convinzione che, comunque, la corruzione riguarda tutti i partiti, non solo il proprio.
Le parole che hanno accompagnato le dimissioni di Raffaele Cantone dalla guida dell'Autorità nazionale anticorruzione rappresentano un elemento di ulteriore criticità laddove, sottolineando i risultati positivi ottenuti, sostiene che "l'Autorità rappresenta un patrimonio del Paese, diventato un modello di riferimento anche all'estero, ma si è concluso un ciclo e si è manifestato un diverso approccio culturale nei confronti dell'Anac e del suo ruolo". Sono parole che fanno riflettere.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 28 luglio 2019
Da Manduria a Vimercate, aumenta il fenomeno delle bande di ragazzini. Un dato comune: "Proliferano con l'abbandono scolastico". "Quando siamo andati a prenderli nessuno si è messo a piangere o si è disperato. Noi a dire "prepara la borsa, ti portiamo in carcere" e loro a rispondere "ok, va bene". Imitavano scene viste nei film, ma quella era la realtà, la loro vita...". Il capitato Antonio Stanizzi comanda la compagnia dei carabinieri di Vimercate (Monza) e i suoi uomini, nei giorni scorsi, hanno arrestato quattro minorenni fra i 14 e i 16 anni. Sono proprio loro quelli che "ok, va bene", sottotitolo: il carcere non mi fa paura. Facce da bambini e desiderio di sopraffazione. Sono accusati di dodici rapine aggravate e di un furto ai danni di coetanei, scelti tutti per fragilità, isolati, presi a calci e pugni e rapinati di pochi euro, del cellulare. "Il più giovane dei quattro", dice il capitano, "aveva 13 anni quando abbiamo avviato le indagini ed era già il più attivo del gruppo".
In aumento - Baby gang, così le chiamano. E, a giudicare dal numero dei casi che la cronaca racconta, sembrano moltiplicarsi. L'ultimo dato disponibile è del 2017: quell'anno il 6,5% dei ragazzi fra gli 11 e i 19 anni si sono dichiarati parte di una baby gang nel questionario dell'Osservatorio nazionale per l'adolescenza diretto dalla psicoterapeuta Maura Manca. Ma chi lavora ogni giorno con gli adolescenti fa dei distinguo. Una baby gang è un gruppo di ragazzini che si coalizza in nome della microcriminalità, con atteggiamenti organizzati, intenzionali, ripetuti. Adolescenti che vivono di piccolo spaccio, furtarelli, rapine, che rispondono a un capo. Ciascuno con una identità criminale singola e - assieme - con un territorio di "caccia" che difendono da gang rivali.
Bande giovanili - Altro è invece quel tipo di aggregazione fra giovanissimi che tutti chiamiamo comunque baby gang e che però non ha niente a che vedere con la struttura organizzata di una gang. "È questo il fenomeno più preoccupante e crescente", riflette la dottoressa Maura Manca. "Noi non le chiamiamo gang ma bande giovanili: ragazzi che si riconoscono in un modo di essere di passare il tempo, che quando si muovono all'unisono creano un "io" di gruppo capace di comportamenti devianti che ciascuno da solo non avrebbe mai. Se fra loro una parte decide l'azione, gli altri lo seguono. Il caso di Manduria è un esempio perfetto di banda giovanile".
Il caso Manduria - A Manduria, pochi mesi fa, la vittima fu Antonio Stano, un pover'uomo di 66 anni dalla mente malata, bullizzato, deriso, offeso, umiliato da ragazzini che si divertivano tormentandolo. Vista dalla vittima ovviamente poco importa che ad agire sia stata una gang o una banda di giovani. L'esito è lo stesso. "Cambia però la valutazione a livello clinico e cambiano le scelte sul tipo di intervento da adottare", dice sempre Maura Manca. Come si è modificato il fenomeno negli anni? "In due modi", risponde. "Aumenta sempre più l'uso di armi come coltelli o manganelli: i nostri dati ci dicono che nel 2018 l'8% dei ragazzi fra 11 e 19 anni ha usato un'arma. E poi si è abbassata l'età di chi ha comportamenti devianti: oggi sono crescenti casi di bambini di 9-10 anni".
Comportamenti asociali - Ciro Cascone, a capo della procura per i minori di Milano che ogni anno valuta la sorte di circa 5 mila ragazzi, punta sull'"intervenire subito con misure cautelari. Ci sono comportamenti antisociali che vanno bloccati sul nascere perché è più facile che così capiscano il disvalore di quello che hanno fatto". Anche lui, che con i minorenni ha a che fare da molti anni, ha notato "un preoccupante abbassamento dell'età" fra chi commette reati. E sarebbe pronto a scommettere che c'è anche un legame fra il tasso di scolarizzazione e la propensione a delinquere. I dati oggi non ci sono "ma io ricordo", racconta, "una ricerca di tanti anni fa che diceva esattamente questo: più scuola meno reati, e viceversa".
La scuola - I ragazzini arrestati dal capitano Stanizzi a Vimercate, per esempio: il quattordicenne non ha nemmeno finito la scuola dell'obbligo. E certo non hanno una buona carriera scolastica gli adolescenti fra i 13 e i 18 anni che in questi mesi hanno imperversato nell'area Venezia-Mestre-Marghera.
In un caso hanno massacrato di botte un ragazzo fino a fargli rischiare la paralisi. E poi la spedizione punitiva dei 30 giovani e giovanissimi che l'altro giorno se la sono presa con i bagnini di Jesolo colpevoli di averli fatti spostare dall'arenile.
Altri episodi a Napoli, Pordenone, Cremona... Il procuratore Cascone la riassume così: "Il vuoto", e parla di vuoto educativo. A volte chiede al ragazzo di turno: "Ti rendi conto di quello che hai fatto?". Lui biascica qualcosa, parole vuote, appunto. Quasi sempre se ne rende conto, sì. Ma non ne capisce il disvalore.
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 28 luglio 2019
Il progetto, promosso dall'ufficio del Garante e dalla Regione, aiuterà chi vuole frequentare corsi universitari a districarsi nel percorso amministrativo tra iscrizioni, piani di studio, prenotazione degli esami e reperimento dei testi. Quattro tutor, al lavoro da alcuni giorni, aiuteranno gli studenti detenuti del Lazio, che vogliono frequentare corsi universitari, a districarsi tra iscrizioni, piani di studio, prenotazione degli esami reperimento dei testi e tutto quello che riguarda il percorso amministrativo.
Il "Piano strategico per l'empowerment della popolazione detenuta" è finalizzato a contrastare la situazione di disagio che colpisce gli adulti, i minori e i giovani adulti dai 14 ai 25 anni sottoposti a provvedimento penale, è proposto dall'assessorato formazione, ricerca, scuola e università e turismo in collaborazione con il Garante dei detenuti e presenta una programmazione pluriennale di azioni che intervengono nel percorso di recupero e reinserimento sociale e lavorativo.
L'attività di tutoraggio è realizzata anche grazie al supporto di Porta Futuro Lazio, progetto della regione Lazio, "pubblico e gratuito, promosso in collaborazione con gli atenei regionali - si legge nel progetto - che offre ai cittadini l'opportunità di crescere professionalmente attraverso servizi di orientamento e di formazione, per posizionarsi al meglio sul mercato del lavoro".
"La formazione universitaria - spiega Stefano Anastasìa, garante di Lazio e Umbria - rappresenta per i detenuti una importante opportunità nel percorso di riabilitazione e reinserimento sociale. Nel Lazio abbiamo 14 istituti penitenziari, con una presenza, al 30 giugno 2019, di 6.484 persone e nell'anno accademico 2018/2019 sono risultati iscritti agli atenei della regione 146 detenuti.
La condizione detentiva presenta forti limitazioni nella praticabilità di un percorso di studi universitari, in particolare nell'acquisizione di materiali didattici e nell'espletamento delle pratiche universitarie, soprattutto per l'impossibilità di accedere a Internet. Questo servizio rappresenta dunque un anello fondamentale nel coordinamento delle attività didattiche e favorisce lo studio per quanti hanno titolo e interesse a iscriversi all'università".
Gli atenei che a oggi hanno proposto una offerta didattica all'interno degli istituti penitenziari del Lazio sono La Sapienza, Roma Tre, Tor Vergata e l'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale. Il progetto di tutoraggio prevede l'attivazione di quattro sportelli, organizzati a seconda del numero della popolazione detenuta, della posizione geografica del carcere e della presenza di iscritti all'università, con personale chiamato a svolgere questo genere di funzioni: orientamento rivolto a chi vuole iscriversi a un corso universitario, in relazione alle offerte formative proposte dai singoli Atenei, relazioni con la Segreteria studenti per immatricolazione, pratiche per passaggi da altre università e/o corsi di laurea, definizione del piano carriera, registrazione esami, relazioni con le segreterie amministrative delle università per pratiche relative al pagamento delle tasse (immatricolazione, iscrizione, laurea), assistenza dei detenuti per le pratiche relative alle borse di studio, contatti con i docenti per l'organizzazione e i calendari degli esami, per l'indicazione dei testi d'esame da ordinare, per agevolare l'assistenza all'elaborazione delle tesi di laurea, cura dei rapporti con l'ufficio del Garante per la fornitura di libri e materiale didattico.
"Grazie a una serie di protocolli d'intesa stipulati con università e provveditorato dell'amministrazione penitenziaria - conclude il Garante - il nostro ufficio si adopera per rendere effettive le agevolazioni previste dal Regolamento e che riguardano camere o reparti adeguati, appositi locali comuni, autorizzazioni a tenere nelle proprie camere e nei locali di studio i libri e il materiale didattico necessario.
Nell'anno 2018 sono stati vigenti i tre protocolli d'intesa che rinnovano la collaborazione con l'università Roma Tre, con l'università Tor Vergata e con DiSCo, ente regionale per il diritto allo studio e la promozione per la conoscenza. L'obiettivo delle intese è quello di favorire l'accesso agli studi universitari delle persone detenute negli istituti penitenziari del Lazio e supportarle nel loro percorso formativo".
di Sondra Coggio
Il Secolo XIX, 28 luglio 2019
Avrebbe dovuto affrontare il processo che lo vedeva imputato, con l'accusa di furto aggravato. Era in attesa di giudizio, associato alla casa circondariale di via Fontevivo. Improvvisamente, ieri, un giovane di 32 anni, originario della Polonia, si è tolto la vita in cella. Era l'ora di pranzo, attorno alle 13. Aveva preparato un cappio, senza farsi notare. È salito su uno sgabello ed è saltato giù.
In quella stanza c'era soltanto il compagno di cella, che ha dato l'allarme. L'intervento della polizia penitenziaria è stato rapido, ma la situazione è apparsa subito molto grave. Si è tentato un prolungato massaggio cardiaco, per quasi un'ora. L'uomo non si è mai ripreso. Nel salto, ha probabilmente riportato traumi troppo gravi, che hanno impedito il salvataggio.
Un episodio drammatico, che ha scosso e commosso l'intera comunità carceraria. Cordoglio per il giovane, che non c'è più. Vicinanza umana ai suoi familiari. E inevitabili polemiche sul sovraffollamento di Villa Andreino, che - a ieri - risulta avere al suo interno 238 ristretti, a fronte di una capienza di 151. "Solo pochi giorni fa è evaso un detenuto di trent'anni, che avrebbe concluso il periodo di detenzione nel 2021, per reati di furto - sottolinea il segretario regionale Uil penitenziaria, Fabio Pagani - ha approfittato di un permesso premio e non è più rientrato. Sono tutti episodi che fanno emergere una situazione di fragilità. L'istituto vive una emergenza sovraffollamento, servono nuove assunzioni, serve un potenziamento del personale, in difficoltà a far fronte alle esigenze che un carcere comporta". Pagani fa notare che "Spezia è priva di un direttore titolare, in quanto la direttrice è stata assegnata altrove e qui risulta solo reggente". Una situazione che va risolta, dice il sindacalista: "Si sommano problemi locali e generali - sottolinea - speriamo che governo e parlamento affrontino il tema delle criticità che affogano il sistema penitenziario nel degrado e nell'inefficienza".
A fine 2018 il sindacato Sappe ha calcolato un sovraffollamento delle carceri liguri pari a 370 detenuto, con 1.490 presenze a fronte di 1.128 posti. Fra questi, 788 stranieri. Alla Spezia la percentuale di ristretti non italiani è del 57%. Lo scorso anno la polizia penitenziaria ligure ha sventato 30 suicidi. In altri quattro casi non si è riusciti a evitarli.
Nei primi mesi del 2019 i tentativi di suicidio in carcere sono stati già 11. Nel 2018 ci sono stati nelle carceri liguri 444 azioni di autolesionismo, 343 colluttazioni, 46 ferimenti, 142 scioperi dei detenuti, 28 rifiuto del vitto, 167 danneggiamenti a celle, 295 proteste, 50 proteste per le pessime condizioni di detenzione, 127 proteste con battitura alle inferriate, 11 rifiuti di rientrare nelle celle.
di Fabio Di Todaro
La Stampa, 28 luglio 2019
Il risultato è stato raggiunto grazie a una campagna di informazione, screening e cura rivolta ai detenuti, anche di San Vittore e del carcere minorile Beccaria. Ma rimane il problema della tossicodipendenza. "L'emergenza sanitaria nelle carceri è rappresentata dalle epatiti B e C", è il messaggio che ripetono da anni gli infettivologi, impegnati ad accendere una luce sulla salute dei detenuti.
A destare le maggiori preoccupazioni è soprattutto la seconda, a causa dell'impossibilità di sottoporsi a una profilassi farmacologica (non esiste un vaccino) e della diffusione della tossicodipendenza (il virus si trasmette tramite contatto con il sangue infetto). Ma porre un argine all'epatite C anche nelle case circondariali è possibile. L'esempio giunge da Milano, nello specifico dal carcere di Opera: il primo in Italia in cui 99 per cento dei detenuti è "Hcv-free".
L'esempio dalle carceri milanesi - Il risultato è stato raggiunto grazie a una campagna di informazione, screening e cura rivolta ai detenuti di San Vittore, Opera e il carcere minorile Beccaria. A condurla gli esperti degli ospedali San Paolo e San Carlo, che gestiscono l'intera attività socio-sanitaria all'interno delle carceri milanesi. L'operazione è partita da uno screening di massa combinato (test Hcv sia sul sangue sia sulla saliva).
Al cospetto di coloro che risultavano restii a sottoporsi all'indagine, gli specialisti hanno portato avanti attività di informazione individuale che si è aggiunta ai percorsi di educazione realizzati con i detenuti e con il personale operante nelle suddette carceri. Obiettivo: accrescere la consapevolezza in materia di epatite C.
Alle persone positive al test è stato infine offerto il trattamento farmacologico con i nuovi antivirali, in grado di debellare il virus in due, massimo tre mesi. Un passaggio che può apparire scontato, ma che tale non è. I carcerati rappresentano una popolazione vulnerabile, con maggiori difficoltà di accesso alle cure. Così facendo, invece, "abbiamo portato a compimento un progetto di riabilitazione sanitaria che comporta anche un notevole risparmio economico per il sistema sanitario regionale e nazionale", per dirla con Matteo Stocco, direttore generale dell'Asst Santi Paolo e Carlo.
Il problema della tossicodipendenza - A San Vittore - struttura a elevato turnover - lo screening dell'Hcv è stato proposto a tutti i nuovi detenuti. A Opera - dove la popolazione carceraria è più stabile - ci si è invece basati sui dati degli screening precedenti per i vecchi detenuti, mentre si è proceduto con l'offerta attiva del test entro un mese dall'arrivo degli ultimi.
Ancora diversa la situazione del Beccaria, dove un solo minore è risultato positivo al virus. Il risultato raggiunto a Milano mostra che la "micro-eradicazione" dell'epatite C è possibile. Il prossimo passo da compiere è far cadere i veli sulla tossicodipendenza, dal momento che secondo la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) il 60 per cento dei detenuti continua a fare uso di sostanze stupefacenti anche una volta all'interno di una casa circondariale.
Quello che non si conosce è il numero preciso delle infezioni da Hcv che vengono acquisite durante la detenzione. Ma il rischio è alto, come precisa Sergio Babudieri, a capo dell'unità operativa di malattie infettive dell'azienda ospedaliero-universitaria di Sassari e già presidente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe): "L'ambiente ristretto, l'elevata presenza di queste infezioni in un'ampia quota di detenuti, la promiscuità anche sessuale presente in alcune situazioni, la pratica diffusa dei tatuaggi e gli episodi di violenza fanno ritenere che il rischio in questo ambito possa essere elevato".
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 28 luglio 2019
Crisi economica e crisi climatica stanno dando origine a nuovi rifugiati. Ma per affrontare questi fenomeni migratori serve ancora più responsabilità. L'intera storia del breve Reich Millenario può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione orwelliana della memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima", così scriveva Primo Levi in "I sommersi e i salvati".
Manipolare la lettura della realtà porta con sé anche la negazione della complessità dei processi che la compongono. Una lettura attenta della realtà consiste altresì nella capacità d'indagare fenomeni nuovi che sono espressioni di processi altrettanto nuovi.
L'avvento della globalizzazione ha dato luogo a nuove figure che vanno emancipate dal giogo dell'attuale paradigma economico. Se da un lato la globalizzazione ha radicalmente trasformato i sistemi economici e quelli produttivi, con la proliferazione di player globali che agiscono incuranti della politica e dei diritti dei lavoratori sempre più atomizzati, dall'altro lato ha favorito l'esplosione delle disuguaglianze sociali, mettendo sotto lo stesso rullo compressore la classe media e quella popolare.
Questa è la vera svolta di un sistema economico che ha prodotto e che continua a generare dannati e sommersi. Molti di questi dannati della globalizzazione, in una logica di geometria variabile a seconda delle convenienze politiche, vengono chiamati migranti economici o cervelli in fuga. In sostanza, si tratta di vittime dello stesso paradigma economico che costringe uomini e donne in fuga ad affrontare "porti chiusi o muri disumani" sul proprio cammino verso la ricerca della felicità.
Queste persone, espressioni di una pluralità e di una moltitudine priva di collocazione geografica, non sono certamente più nomadi degli esploratori e dei colonizzatori di ieri ed oggi. Le stesse persone che partono dall'Italia verso altri paesi europei o americani, con l'aiuto di voli o treni con biglietti last minute, sono semplicemente alla ricerca di una felicità che va intesa nella sua accezione più nobile, altruistica e collettiva capace di trascendere la dimensione egoistica che tende a calpestare la dignità e i diritti altrui.
Chi è portato ad analizzare questi processi sociali dovrebbe essere in grado di immedesimarsi nei dolori, negli affetti e nei bisogni delle persone. Questa metodologia dovrebbe conferire allo studio sociale un maggiore senso di responsabilità capace, nel contempo, di attribuire ai processi i giusti concetti. In questa ottica, chiamerei queste vittime dell'attuale paradigma economico, dei rifugiati economici. Creare degli strumenti che tutelino nei fatti questi rifugiati economici, sarebbe a mio avviso un atto doveroso capace di svincolarsi dal canto lusinghiero delle sirene della strumentalizzazione, della banalizzazione o della falsificazione della realtà.
Nel corso degli anni sono stati varati solamente dei provvedimenti destinati a tutelare la persona timorosa di "essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi" come recita l'articolo 2 della Convenzione di Ginevra del 1951.
Preservare quest'istituto di asilo dall'uso improprio è il miglior modo per tutelare i rifugiati inquadrabili in questa Convenzione. Nel corso degli anni, accanto agli oppressi dell'attuale modello economico sono emersi anche le vittime dei fenomeni legati alla crisi climatica.
Una crisi che si manifesta attraverso la mancanza di cibo, le inondazioni, le ondate di calore, la siccità, i cicloni e che causerà, come conseguenza diretta, la fuga di circa 143 milioni di persone entro il 2050 secondo le Nazioni Unite. Oggi la crisi climatica e quella economica sono le vere sfide che il mondo deve imperativamente affrontare.
Difatti, i rifugiati economici e quelli climatici, anche se sono due categorie distinte, sono due facce della stessa medaglia. Questa sfida deve essere affrontata con gli strumenti adeguati. Dotarsi degli istituti idonei capaci di tutelare queste nuove forme di rifugiati sarebbe il modo migliore per dare soluzioni strutturali a questioni complesse, come i processi migratori, senza cedere alle lusinghe propagandistiche che tendono, oltre a polarizzare l'opinione pubblica, a falsificare o a negare la realtà, come ci ha insegnato Primo Levi.
terranuova.it, 28 luglio 2019
La pratica artistica come nuova metodologia per generare condivisone e stabilire una connessione tra il carcere e le istituzioni culturali è al centro del progetto "L'arte della libertà", introdotto all'interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone di Palermo, a cura di Elisa Fulco e Antonio Leone.
Il progetto, a cui attualmente partecipano trenta persone, tra detenuti, operatori socio sanitari e operatori museali, e che per la prima volta in Italia coinvolge anche la polizia penitenziaria, utilizza la formula del workshop con l'artista come dispositivo relazionale in grado di migliorare il clima interno e attivare percorsi di cambiamento.
Persone provenienti da mondi diversi, sotto la guida dell'artista Loredana Longo e la supervisione scientifica dello psichiatra Sergio Paderi dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo (ASP), da qualche mese si ritrovano per discutere di arte contemporanea e di libertà, sperimentando differenti linguaggi artistici per dare vita a una nuova rappresentazione del carcere dal volto umano: un racconto corale, una sorta di grande rete in cui mettere in scena con parole, immagini, fotografie e performance l'ambiguità insita nel concetto di libertà.
Il workshop, la cui frase manifesto è "Volare per una farfalla non è una scelta" è il primo step di questo ambizioso progetto che, partito a febbraio 2019, andrà avanti fino a febbraio 2020.
L'obiettivo è di costruire ponti tra il dentro e il fuori, attraverso differenti azioni che scaturiscono dalla fiducia nel credere che riqualificando esteticamente gli spazi di detenzione e offrendo occasioni di produzione e di fruizione culturale al gruppo di lavoro, sia possibile migliorare la qualità dei rapporti e trasmettere all'esterno un'immagine positiva del carcere.
Oltre al workshop, diversi saranno gli interventi messi in campo in questi mesi: dalla creazione di un nuovo spazio laboratoriale, alla realizzazione di un'opera d'arte site specific di Loredana Longo all'interno del carcere; dalla costruzione di un ricco palinsesto di attività per garantire una formazione continua ai detenuti, introducendo in carcere lezioni di arte contemporanea, invitando esponenti del mondo culturale e sociale a raccontare e far sperimentare la loro pratica (Letizia Battaglia, Stefania Galegati, Marco Mirabile, Ignazio Mortellaro, Giulia Ingarao e Marco Stabile), alle visite guidate nei principali luoghi culturali cittadini (Galleria d'Arte Moderna, Palazzo Branciforte e Palazzo Butera).
Il progetto si concluderà a febbraio 2020 con una mostra presso la Galleria d'Arte Moderna e Palazzo Branciforte, in cui saranno raccolte le opere e le installazioni prodotte con la regia di Loredana Longo. Un racconto polifonico di immagini e parole emerse nel corso del progetto che darà spazio a voci diverse che difficilmente dialogano tra loro, per veicolare il tema della libertà e delle possibilità trasformative dell'arte come nuova forma di welfare culturale.
Dice Loredana Longo: "Lo spazio di una cella coincide con uno spazio vitale negato al carcerato. Il concetto di spazio vitale è ambiguo e assolutamente personale, così come il limite è qualcosa d'immateriale e indescrivibile. Può essere rappresentato da un velo, da un pensiero, da una parola, o da una barriera fisica costituita da veri e propri oggetti che si frappongono fra le persone. Il mio obiettivo è di riuscire con la pratica artistica a creare una serie di lavori che infine svelino le capacità e anche le possibilità intrinseche delle persone con le quali mi relazionerò".
Loredana Longo è nata nel 1967 a Catania, vive e lavora a Milano. Artista poliedrica e performer, crea installazioni con tecniche diverse: video, fotografia, scultura e scenografia. Per molti anni ha lavorato su un concetto che definisce "Estetica della distruzione", in cui attraverso un processo di costruzione, distruzione e ricostruzione cerca di superare l'idea del limite e dei condizionamenti familiari e culturali.
Dal 2005 realizza una serie di lavori, The Explosions, veri e propri set teatrali in cui recupera filologicamente arredi e orpelli di interni borghesi, per poi farli esplodere ricomponendone simbolicamente i pezzi. Nella serie Floors, la sua attenzione si sposta sull'utilizzo del cemento impoverito nelle costruzioni siciliane denunciandone l'abuso in molti dei lavori che utilizzano pavimenti di cemento con oggetti di recupero al suo interno. Negli ultimi anni il suo lavoro sviluppa temi sociali e politici con performance e installazioni, documentati da video e fotografie. Il suo medium preferito è il fuoco con cui scrive e scava ogni superficie.
Corriere del Mezzogiorno, 28 luglio 2019
Sono vegani e realizzati con materie prime di qualità. "Scappatelle" sono Made in Carcere, prodotti presso l'Istituto penale minorile Fornelli di Bari in collaborazione con l'istituto penale di Nisida. Il progetto, messo in piedi col sostegno di Poste Italiane e Fondazione Megamark, serve ad offrire nuove opportunità ai giovani meno fortunati. E grazie ad un nome e ad una grafica accattivanti questi biscotti sono finiti (come intuibile) sul mercato.
Si trovano nei punti vendita Megamark, A&O, Adhoc, nelle sedi dislocate nelle regioni del mezzogiorno. Per quanti invece non vivono dalla Campania in giù, questi biscotti si possono acquistare direttamente dallo store online della cooperativa sociale. Il ricavato dalla vendita serve a retribuire i ragazzi che li producono.
Tutto il concept parte da "un progetto di educazione alimentare. Abbiamo voluto lavorare nella ricerca del prodotto che potesse parlare in termini di qualità. Facciamo attenzione della scelta della materia prima, attenzione alla cura del cibo"- ha dichiarato in un'intervista la fondatrice della cooperativa, Luciana Delle Donne. Il marchio infatti è nato nel 2007 e Made in Carcere lo individuiamo su ciò che nasce dalla cooperativa sociale Officina Creativa.
I biscotti sono in realtà l'ultimo arrivato perché da oltre dieci anni l'organizzazione produce manufatti come borse ed accessori. Chi non ne ha uno? A realizzarli venti detenute alle quali viene offerto un percorso formativo con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Sono gadget personalizzati con gli scarti dei tessuti che alcune aziende italiane mandano e soprattutto si rivelano sensibili alle tematiche sociali e ambientali, manufatti confezionati tra Lecce e Trani, cuore pulsante dell'organizzazione.
La Stampa, 28 luglio 2019
Le autorità hanno rifiutato all'opposizione e ai candidati indipendenti di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale. Giornata di proteste e di arresti a Mosca per la manifestazione non autorizzata che ha riunito alcune migliaia di persone nel pieno centro della capitale russa. Le persone fermate sarebbero oltre mille.
Come confermato anche da un cronista dell'Afp sul posto, la polizia russa ha arrestato varie decine di persone mentre si radunavano davanti al municipio di Mosca per chiedere elezioni "libere ed eque" dopo che le autorità hanno rifiutato di consentire all'opposizione e ai candidati indipendenti di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Mosca fissato per settembre.
In vista della protesta, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nelle case e nei quartieri generali di diversi candidati non ammessi alle elezioni, mentre il critico del Cremlino Alexej Navalny è stato incarcerato per 30 giorni per convocazione di "manifestazione illegale". Altre figure di spicco dell'opposizione e aspiranti candidati sono stati arrestati nelle ore precedenti all'evento. Prima dell'inizio del corteo, la polizia aveva avvertito moscoviti e turisti di non prendervi parte, spiegando che gli agenti avrebbero "preso tutte le misure necessarie". Il municipio è stato quasi completamente blindato, bloccando l'area con propri mezzi ma anche con gli autobus di linea. Molti partecipanti alla manifestazione sono stati controllati.
La protesta di oggi è l'ultima di una serie di manifestazioni sulle elezioni locali, considerate dall'opposizione una rara opportunità di partecipare alla vita politica del Paese. Tra gli arresti, quelli di uno dei candidati "squalificati", Dmitry Gudkov: "Se perdiamo ora, le elezioni cesseranno di esistere come strumento politico", ha avvertito l'esponente dell'opposizione.
"Ciò di cui stiamo parlando è se è legale partecipare alla politica oggi in Russia, stiamo parlando del paese in cui vivremo". Anche un altro sodale di Navalny, Ivan Zhdanov, ha dichiarato di essere stato arrestato poco prima della manifestazione. Il sindaco di Mosca, Sergei Sobaynin, ha definito la "protesta non autorizzata" una "minaccia alla sicurezza", aggiungendo che "l'ordine sarà assicurato in base alle leggi presenti".
Lo scorso fine settimana 22 mila persone si erano presentate per una protesta in Mosca, la più grande manifestazione di questo tipo da anni, dopo che le autorità elettorali avevano rifiutato di registrare dozzine di candidati.
Mentre i candidati pro-Cremlino godono del sostegno dello Stato, i candidati indipendenti affermano di essere stati ostacolati in tutti i modi possibili. Tra i candidati respinti la 31enne Lyubov Sobol, che in segno di protesta ha iniziato uno sciopero della fame. Attualmente, quasi 11 mila persone hanno manifestato su Facebook il loro interesse a partecipare alla la manifestazione.
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