di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 17 settembre 2019
Non tutti sono prigionieri del consenso. Non tutti alimentano paura e odio. Non tutti credono che un detenuto debba marcire in galera. Non tutti affidano al diritto penale e alle prigioni la nostra tranquillità sociale e il nostro benessere. C'è chi non ha perso una vocazione pedagogica alta e non si preoccupa di moderare o modificare le proprie parole a seconda di chi lo sta ad ascoltare, non essendo vittima del circolo vizioso mediatico-politico-elettorale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 settembre 2019
Molte idee del "sindacato" sono nel Ddl Bonafede. Ma non tutte. Sono tentativi di uscire dall'angolo. Di limitare i danni, ridurli il più possibile e riprendere la navigazione dopo la tempesta Palamara. Dal parlamentino dell'Anm, riunitosi sabato scorso, arriva di fatto un tentativo di mediazione sulla riforma Bonafede. In particolare sulle parti che riguardano il Csm e l'ordinamento giudiziario.
di Gianfranco Di Rago
Italia Oggi, 17 settembre 2019
Errori giudiziari al top a Catanzaro, Napoli e Roma. Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Dal 1991 a oggi lo stato ha speso circa 800 milioni di euro, 56 euro al minuto, come liquidazione dell'indennizzo ai malcapitati. Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere.
di Gelsomino Del Guercio
aleteia.org, 17 settembre 2019
"Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società". Detenuti, pena, carceri: Papa Francesco fa rumore su tre temi molto sensibili. Il Papa ha ricevuto sabato 14 settembre in Udienza la Polizia Penitenziaria, il Personale dell'Amministrazione Penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità. In Piazza San Pietro, Francesco si è rivolto con toni molto chiari e decisi nei loro confronti. In particolare ha ringraziato per il lavoro svolto quotidianamente gli operatori delle carceri e i cappellani. Poi, ha lanciato un messaggio di speranza ai detenuti.
calabriamagnifica.it, 17 settembre 2019
È partito il Progetto dedicato all'inclusione socio-lavorativa di soggetti detenuti reclusi. Ieri, alle ore 11.30, presso la Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, è stato presentato il nuovo Progetto "InsideOut", finanziato da Caritas Italiana e realizzato dal Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro.
Le Autorità pubbliche e le diverse figure che sono intervenute questa mattina alla Conferenza Stampa di presentazione, sono state: Mons. Vincenzo Bertolone, Vescovo di Squillace/Catanzaro; la dott.ssa Angela Paravati, Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro; il Magistrato di Sorveglianza Angela Cerra; Antonio De Marco, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro; Don Roberto Celia, Direttore Caritas di Catanzaro/Squillace; Silvia Saladino, Referente Progetto InsideOut, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro; Antonella Prestia, Referente Progetto Caritas di Catanzaro. Il Progetto, gestito dal Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro (Ccs) e dalla Caritas Diocesana di Catanzaro-Squillace, sarà dedicato al reinserimento socio-lavorativo ed all'accoglienza abitativa dei detenuti.
Nella conferenza di oggi sono stati evidenziati gli obiettivi del progetto, nonché i principi importanti come quelli del concetto di Giustizia Riparativa e di Pubblica Utilità, nonché il principio importante della funzione riabilitativa della pena, che si basa sull'obiettivo di promuovere un reinserimento socio-lavorativo del detenuto, attraverso misure alternative alla detenzione.
In particolare ha sottolineato la Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, la Dott.ssa Angela Paravati che - " il progetto è fondamentale perché c'è la garanzia dei suoi promotori, che sono la Caritas e il Centro Calabrese di Solidarietà con cui - spiega la Dott.ssa - abbiamo rapporti ormai importanti e solidali".
Inoltre, continua a spiegare la Direttrice del Carcere che - "il progetto in una delle sezioni prevede delle borse lavoro per i detenuti che effettueranno lavori all'esterno e quindi potranno avere una retribuzione che sicuramente va ad aiutare quel percorso di crescita e di reinserimento all'interno della società". E poi c'è un aspetto importante, continua ancora la Paravati, - "l'aspetto sulla Pubblica Utilità, i detenuti andranno ad effettuare gratuitamente dei lavori nelle parrocchie del comprensorio e dei lavori anche manutentivi, anche del verde, per cui è un modo per loro di ripagare la società per gli errori che hanno fatto" -.
Ad evidenziare gli obiettivi proprio del progetto è stato durante la Conferenza, Antonio De Marco - Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro - il quale ha dichiarato: - "presentato insieme con la direzione delle carceri e con il Magistrato di Sorveglianza, questo progetto - InsideOut - è un progetto finanziato dalla Caritas italiana e realizzato dal Centro Calabrese di Solidarietà, che ha l'obiettivo di promuovere un'esperienza di apertura delle carceri sul territorio e di inserimento sociale e lavorativo dei detenuti sul territorio stesso, attraverso forme alternative alla detenzione domiciliare e attraverso borse di studio e di lavoro, per consentire la realizzazione degli obiettivi di reinserimento sociale-lavorativo e di riabilitazione che sono la base dell'esperienza detentiva".
Don Roberto Celia, Direttore Caritas di Catanzaro/Squillace, ha invece evidenziato come è fondamentale lo spazio della parrocchia all'interno di questo progetto – "È un progetto con cui stiamo cercando di includere le parrocchie, tre parrocchie hanno aderito a questo progetto, per fare in modo tale che le persone possano inserirsi man mano nella società, a partire dalla parrocchia che è sempre un luogo e un ambiente di accoglienza". Continua ancora Don Roberto Celia, affermando "la difficoltà maggiore per una persona è dimostrare agli altri che è cambiato. Non tutti trovano, come si legge nella parabola, - un padre che accoglie e che fa festa - c'è bisogno molte volte di superare un pregiudizio e il pregiudizio sappiamo bene che è un po' difficile da scardinare".
Silvia Saladino, Referente Progetto InsideOut, Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro, ha sottolineato invece l'importanza delle attività di sensibilizzazione all'interno del territorio, che spesso è - " proprio il terreno di coltura su cui si forma il fenomeno della devianza e in cui si amplifica il fenomeno della devianza. Quindi il progetto insisterà sulla sensibilizzazione della comunità con attività seminariali, con un percorso che coinvolgerà le scuole di Catanzaro, con la realizzazione addirittura di un corso cinematografico che faremo all'interno delle mura del carcere di Catanzaro".
Antonella Prestia, Referente Progetto Caritas di Catanzaro, ha infine sottolineato come - "questo progetto - InsideOut - è stato sostenuto e finanziato da Caritas Italiana che nell'ambito di un progetto carcere più nazionale vuole promuovere una idea di giustizia che non reprime l'essere umano, ma che lo rende sempre più responsabile e consapevole di una responsabilità nei confronti della comunità, nei confronti della quale ha commesso questa violazione" -. Continua ancora la Referente del Progetto Caritas di Cantanzaro - "è un progetto che tende a promuovere una cultura della mediazione e quindi vuole, non solo favorire l'inserimento e la riabilitazione, quanto anche permettere la riparazione di quella relazione che si è rotta tra il reo e la vittima, tra il reo e la società, tra il reo e la comunità, perché si ritiene che la relazione che si ripara è lo snodo attraverso il quale passa il riscatto sia del reo che della vittima. Stiamo tendendo verso una giustizia riparativa, è quello che dovrebbe permettere a questa società veramente di evolvere, di dimostrare come si garantisce anche il principio del giusto processo".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione VI - Sentenza 16 settembre 2019 n. 38260. Gli amministratori di società in house sono imputabili per peculato se utilizzano di propria iniziativa le risorse economiche societarie per pagare sanzioni pecuniarie finalizzate a evitare le conseguenze penali per violazioni in materia di lavoro, sicurezza e tutela ambientale commesse da dipendenti.
E non può il dirigente, che ha provveduto al pagamento - in assenza di qualsiasi delibera formale - difendersi dall'accusa sostenendo di aver agito a tutela di interessi superiori dell'ente rispetto alle posizioni personali oggetto delle sanzioni pecuniarie. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 38260/2019 depositata ieri, ha di fatto chiarito che l'amministratore non può difendersi sostenendo che il fine degli esborsi era quello di evitare il coinvolgimento dell'ente e perseguire la via più veloce al fine di evitare ulteriori danni e maggiori esborsi.
L'interesse dell'ente - Le violazioni in materia di lavoro e sicurezza o di tutela ambientale per cui la legge commina sanzioni pecuniarie non di origine amministrativa, ma di natura penale. Nel caso in esame si trattava, infatti, di contravvenzioni per le quali è prevista la possibilità di evitare il processo penale attraverso il pagamento di sanzioni pecuniarie. Scansare tali conseguenze processuali e il coinvolgimento dell'ente per responsabilità dei dipendenti nello svolgimento delle loro mansioni, anche solo in termini di immagine, sarebbe il fine dichiarato con cui il dirigente dell'area bilancio e finanze della società in house ha cercato di difendere il proprio operato dall'accusa di peculato.
Inoltre, sosteneva il ricorrente che non aveva appreso denaro dalla casse, cioè risorse pubbliche, per fini personali, ma a vantaggio di altri manager o capisquadra incappati nei reati contravvenzionali previsti dai testi unici in materia di lavoro e ambiente. Cioè non vi era appropriazione, ma distrazione di denaro pubblico.
E la Cassazione coglie l'occasione per ribadire che la distrazione ben può integrare il reato di peculato in quanto consiste in una condotta proprietaria illegittimamente assunta dall'agente che toglie dal fine pubblico le risorse.
La mancata previsione dell'esborso - Il ricorrente contestava la misura cautelare del sequestro affermando che fosse interesse dell'ente evitare le conseguenze degli illeciti connessi nell'ambito dell'attività di servizio pubblico svolto in house e sosteneva di esservi specificatamente autorizzato in base a una delibera di cui è stata accertata l'inesistenza.
Tale inesistenza ha comportato l'ulteriore imputazione per il reato di falso di chi era di fatto un pubblico ufficiale. La Cassazione spiega, infatti, che la possibilità di effettuare tali forme di pagamenti non è esclusa a priori, ma può essere pienamente legittimata dalla deliberazione dell'ente che la ritiene utile a tutela della compagine societaria.
di Paolo Beltramin
Corriere della Sera, 17 settembre 2019
L'associazione "Avvocato di strada" ha 54 sedi da Bolzano a Catania. Ogni giorno più di cento indigenti ricevono assistenza gratuita. Ecco come funziona. È lo studio legale più grande d'Italia, ma anche quello che fattura meno. Ha 54 sedi sparse in venti regioni, da Bolzano a Catania, e 1.051 collaboratori tra avvocati, praticanti, studenti universitari e pensionati. Tutti insieme potrebbero abbracciare il Colosseo, per farli sedere a riposare in un parco non basterebbero 350 panchine. Avete presente gli squali da processo dei romanzi di John Grisham, o magari gli elegantissimi avvocati d'affari di Suits, la serie tv che ha reso celebre la futura duchessa di Sussex? Ecco, questa è tutta un'altra storia.
Lo studio si chiama "Avvocato di strada", è stato fondato a Bologna nel 2000, in una stanzetta presa in prestito con dentro solo un computer di seconda mano e un telefono fisso. Da allora si è ingrandito parecchio, fino a meritarsi il premio all'impegno civile del Parlamento europeo. Tutti gli avvocati associati, anche se sembra un ossimoro, continuano a lavorare gratis. I loro clienti d'altronde non hanno un soldo in tasca, "portano le scarpe da tennis e parlano da soli"; però, come cantava Enzo Jannacci, in fondo hanno gli occhi buoni.
L'anno scorso i volontari della Onlus "Avvocato di strada" hanno seguito 3.945 pratiche. Offrono assistenza legale in tutte le sfere del diritto: civile, penale, amministrativo. Ogni giorno, più di cento persone in stato di indigenza si rivolgono agli sportelli dell'associazione per chiedere aiuto. Antonio, cittadino italiano senza dimora, si è presentato alla sede di Treviso con le idee chiare: aveva sentito tanto parlare del reddito di cittadinanza e si era messo in testa di averne diritto anche lui, ultimo tra gli ultimi, lui che il lavoro l'ha perso da anni, è stato sfrattato dal suo appartamento, e un po' alla volta è rimasto senza più niente.
In pratica, all'Inps Antonio ha scoperto di essere troppo povero per ricevere il sussidio di povertà: chi non ha la residenza, oltre a perdere automaticamente il diritto di votare alle elezioni, non può presentare domanda per ricevere il contributo pubblico. "Per prima cosa abbiamo contattato il Comune chiedendo la sua reiscrizione all'anagrafe, in una via fittizia - racconta la responsabile dello sportello, Isabella Arena, 38 anni, penalista - ma non è bastato: c'è pure il requisito della residenza stabile e continuativa. Però non ci siamo arresi e abbiamo portato il caso fino al ministero del Lavoro, speriamo davvero che possa essere trovata una soluzione. Il mio assistito non chiede solo un aiuto economico, ma di avere un'opportunità per tornare a lavorare".
Giorgio Fantacchiotti è partner di Linklaters, tra le più prestigiose law firm internazionali. Ed è responsabile di uno dei tre sportelli di Avvocato di strada a Milano, in piazza San Fedele. "Avere un supporto legale pro bono può essere utile non solo a tante persone senza dimora, ma anche a chi rischia di diventarlo.
Noi stiamo assistendo molte famiglie straniere composte da genitori che lavorano e figli piccoli, che hanno acquistato immobili indebitandosi; sono badanti, operai, muratori, che appena vedono contrarsi lo stipendio di poche centinaia di euro, non riescono più a pagare il mutuo. Nel giro di periodi brevi, da 12 a 24 mesi, passano da condizioni di vita dignitose al rischio concreto di non avere più un posto per dormire. Per molte di queste famiglie siamo riusciti a trovare una mediazione, collaborando con il Comune, per ottenere il tempo necessario a trovare loro una sistemazione in comunità, prima che perdessero la casa".
Spesso le difficoltà cominciano dopo una causa di divorzio. Mario, in Puglia, ogni mese doveva versare l'assegno di mantenimento per la sua bambina, ha perso il lavoro da un giorno all'altro, le raccomandate delle bollette non pagate sono rimaste chiuse una sopra l'altra. Quando si è messo in fila nell'ufficio all'Avvocato di strada di Bari, già da tre anni dormiva sotto una capanna fatta di cartoni, che spostava ogni notte tra le vie del centro storico. "Anche se è finito per strada - spiega il suo legale Nicola Antuofermo - Mario è ancora proprietario di un immobile, un appartamento dignitoso in provincia.
Quando non è stato più in grado di mantenerlo, ha deciso di metterlo in affitto, così da avere i 350 euro al mese per poter sopravvivere". Dopo qualche tempo, però, l'inquilino ha smesso di pagare. "Così gli ho inviato la lettera di messa in mora, perché la proprietà è un diritto garantito dalla Costituzione. Anche per chi non ha i mezzi per difendersi. Se c'è una cosa che ho imparato in questi anni di servizio, è che può capitare a chiunque di perdere tutto. Anche a un laureato del ceto medio, anche a un professionista. Sì, potrebbe capitare anche a me".
Ma come ha deciso Antuofermo, 37 anni, di diventare un avvocato di strada? "Volevo dedicare un po' del mio tempo libero alle mie due passioni: il volontariato e la giurisprudenza. Così, ormai dieci anni fa, io e un paio di colleghi abbiamo cercato su Google...". E si sono messi in contatto con Antonio Mumolo, vulcanico giuslavorista del foro di Bologna, oggi consigliere regionale dem in Emilia-Romagna, anche se il suo accento porta dritto a Brindisi, dove è cresciuto. L'idea gli è venuta quando era ancora uno studente universitario, durante le notti passate ad assistere i clochard con l'associazione Piazza Grande.
"Portavamo loro coperte, vestiti e pasti caldi. Ma spesso la cosa più preziosa, per loro, era avere qualcuno con cui fare due chiacchiere. Così, sotto i portici si sparse la voce che ero avvocato, e uno alla volta in molti si presentarono per sottopormi i loro casi. Sembra assurdo, ma in Italia spesso per uscire dalla strada bisogna avere un buon avvocato".
Già, perché chi perde la residenza si trova senza molti diritti basilari: non può più ottenere cure specialistiche in ospedale, non può aprire una partita Iva, non può firmare un contratto di lavoro, non può ritirare la pensione. "Tornare a una vita dignitosa è un percorso a ostacoli, anche per colpa della burocrazia", spiega Mumolo. La giurisprudenza, però, può essere un alleato prezioso: "Anche se in Italia a volte è diventata lo strumento dei più furbi, non dobbiamo dimenticare che la legge è nata per tutelare i più deboli: è questo lo spirito delle tavole di Hammurabi, e anche della Magna Charta. Gramsci diceva che i libri sono come armi. Ecco, per me i codici sono le armi più potenti contro le ingiustizie".
In questi 19 anni, l'Avvocato di strada ha convinto - con le buone o con le cattive ("cioè facendo causa") - centinaia di Comuni a stabilire delle vie fittizie per consentire la registrazione all'anagrafe di chi dorme per strada. "Certo, questo è solo un punto di partenza, non la soluzione del problema", ammette Mumolo. A proposito, ma non si sente mai come chi vuole raccogliere l'acqua del mare con un cucchiaino? "Potrebbe anche essere così... Ma non far niente è peggio. E chi non fa niente perde il diritto di lamentarsi per le cose che non vanno".
E poi a volte capitano vittorie che non hanno prezzo. Allo sportello di Palermo, l'estate scorsa è arrivata la segnalazione di una signora di una quarantina d'anni, che vagava per le strade del centro in stato confusionale. Non aveva documenti, non parlava italiano né inglese, non riusciva a dire nemmeno come si chiamava.
"L'abbiamo portata subito in un dormitorio - racconta Francesco Campagna, 48 anni, primo Avvocato di strada in Sicilia - ed è stata presa in carico dal reparto di psichiatria dell'ospedale. Pian piano, ci sono volute settimane, abbiamo ricostruito la sua storia: si chiamava Paulina, era un'immigrata ghanese, residente regolarmente a Dortmund da anni, con la sua famiglia. Un giorno aveva deciso di prendere un volo low cost per Palermo, dove c'è una grande comunità ghanese, sperando di incontrare alcuni amici.
Appena uscita dall'aeroporto, però, le avevano rubato tutto". Attraverso l'ambasciata del Ghana, di cui è diventato anche console onorario, Campagna ha contattato i parenti della donna in Germania e le ha fatto ottenere un nuovo passaporto. "Ricordo che teneva sempre una bambola di pezza stretta tra le braccia: forse il ricordo di una sua figlia perduta, ma questo non lo saprò mai". Qualche tempo fa, Campagna ha ricevuto una telefonata. Era Paulina, aveva appena rimesso piede a casa sua. Voleva soltanto dirgli grazie.
afp.com, 17 settembre 2019
Il presidente siriano Bashar al-Assad il 15 settembre 2019 ha emanato un decreto per rilasciare o ridurre la pena di vari prigionieri, inclusi alcuni detenuti ai sensi della "legge sul terrorismo" del Paese. La cosiddetta "amnistia generale" è l'ultimo di una serie di decreti, tra cui uno nel 2014 che ha visto il rilascio di migliaia di detenuti.
Quest'ultimo decreto prevede la liberazione di alcuni prigionieri detenuti ai sensi di una "legge sul terrorismo" del 2012, usando un termine generico per attivisti antigovernativi, ribelli e jihadisti. Le persone incarcerate ai sensi della legge del 2012 per "cospirazione" o che non hanno informato le autorità di un atto di "terrorismo" devono essere rilasciate, secondo il decreto. L'amnistia non si estende però a chi è stato condannato per aver ucciso qualcuno o per averlo reso paralitico. Eccezioni a parte, i prigionieri condannati a morte dovranno invece scontare l'ergastolo con lavori forzati. Quelli che sono stati condannati all'ergastolo con lavori forzati dovranno invece lavorare per 20 anni, e quelli che hanno ricevuto una condanna all'ergastolo dovranno passare in carcere 20 anni.
Anche i prigionieri con malattie incurabili di età superiore ai 75 anni saranno rilasciati. I disertori che si consegnano entro tre mesi in Siria o entro sei mesi fuori dal Paese sono esentati dalla punizione. Lo stesso vale per i sequestratori che rilasciano i loro ostaggi sani e salvi entro il prossimo mese.
di Eleonora Alampi e Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2019
La Cassazione definisce i contorni del reato di autoriciclaggio con particolare riferimenti all'ostacolo concreto ovvero al concreto nascondimento richiesto dalla norma per integrare la condotta del reato. Integra il reato di autoriciclaggio la vendita di diamanti a prezzi maggiorati ove il profitto venga reinvestito nell'acquisto di nuove pietre, senza che la tracciabilità dei passaggi possa escludere la sussistenza del reato.
Si può così compendiare il principio di diritto contenuto nella sentenza 37606/2019, con la quale la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso avverso una ordinanza del Tribunale di Milano, adottata in sede di riesame di misure cautelari reali, a conferma del decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del medesimo Tribunale, avente ad oggetto il profitto del reato di autoriciclaggio e il prezzo del reato all'articolo 2635 del Codice civile (corruzione tra privati). Ad innescare la vicenda giudiziaria era stata una truffa perpetrata attraverso la vendita di diamanti a prezzi maggiorati rispetto al loro valore di mercato.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 17 settembre 2019
Televisione. "Boez", dieci puntate per Raitre ora su Raiplay: il racconto di sei giovani detenuti sulla via Francigena. Il format rovescia il cliché pettegolo e banale del reality trasformandolo in un bagno nella realtà. Zaino in spalla, poco meno di 800 km da farsi scarpinando per campi e boschi, da Roma fino alla punta d'Italia, sino a Santa Maria di Leuca.
Quattro ragazzi più o meno della stessa età, poco più che ventenni, uno con dieci e passa anni di più sulle spalle, una sola ragazza, di origine Rom. Due guide a indicare il percorso, l'educatrice di comunità Ilaria D'Appollonio e l'escursionista Marco Saverio Loperfido, a dirigere, consigliare e mediare gli inevitabili momenti tensioni.
Una troupe a riprendere il viaggio. È materiale da reality, con solo il movimento, il percorso con i suoi incontri e gli imprevedibili incidenti, a renderlo diverso dalle case chiuse spiate dal Fratello o dall'Isola che ospita che cerca di recuperare una fama perduta o appannata: la marcia degli ignoti.
Ma se i non-famosi in questione vengono tutti dall'universo carcerario, dal carcere dalla comunità o dai domiciliari, se il più maturo è stato scelto proprio perché dietro le sbarre ha passato l'intera giovinezza, essendo entrato in carcere quando aveva l'età dei compagni di viaggio e anche di meno, proprio l'apparente banalità del format moltiplica l'effetto spiazzante, rovescia il cliché pettegolo e guardone come un guanto, trasforma l'accomodante reality in un inquietante bagno nella realtà.
Boez, il programma in dieci puntate che Raitre ha appena finito di trasmettere (ma è disponibile sulla piattaforma di Raiplay), di Roberta Cortella e Paola Pannicelli, con la stessa Cortella anche in veste di regista e guida insieme a Marco Leopardi, ha dimostrato nei fatti come una formula abusata possa con pochi e magistrali tocchi essere non solo rivitalizzata ma anche affrancata dalla sua futilità congenita e trasformata in oro.
Boez è la cronaca registrata di un evento felice. Racconta un viaggio fatto di sorrisi, di ricordi amari e attese dolci, di disperazione controbilanciata e superata dalla voglia di lasciarsela alla spalle, da una boccata di fede regalata proprio da questo improbabile viaggio a piedi. Proprio la felicità che accompagna Maria, Omar, Francesco, Alessandro, Matteo e Kekko anche nei momenti difficili, che spunta anche quando conquistano la fiducia reciproca, e ci vuole un po', necessaria per raccontarsi storie tragiche, rende l'esperienza dello spettatore drammatica, in equilibrio precario tra speranza e tristezza profondissima. I famosi, quando tornano stanchi dall'Isola, trovano ad aspettarli casa, comodità e riposo. Per questi escursionisti la fine della lunga camminata implica la chiusura di una parentesi di libertà. Li aspetta la galera, con o senza sbarre e secondini. Li aspetta, anche nella migliore e più rosea delle ipotesi, un futuro incerto ma in ogni caso difficile.
Cortella e Pannicelli hanno lavorato rovesciando in tutto la logica del format che hanno scelto di adottare per raccontare cos'è davvero quella galera che a troppi sembra un auspicabile rimedio, l'esercito cieco che si balocca esaltando la "certezza della pena". Il reality, per definizione, crea artificiosamente una sospensione della normalità che mira a far impennare la tensione puntando sulla costrizione della spazio chiuso e sulla competitività tra chi in quello spazio è costretto. Qui la costrizione è la norma, la libertà, esaltata dai panorami quasi sempre a cielo aperto, è l'artificio. La solitudine e la diffidenza sono il pane quotidiano, l'amicizia e il cameratismo che nascono tra i giovani detenuti lungo il cammino sono l'eccezione.
Boez ha detto più cose sul carcere e contro il carcere di un centinaio di convegni. Ma ha anche detto molto, indicando una via opposta, sulla banalità dell'uso che della Tv si fa in Italia.
- Varese. In Regione approvato stanziamento per realizzare l'orto dei detenuti
- Napoli. Il killer del vigilante, i permessi e la pietà
- Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Detenuto 20enne muore suicida nell'ex Opg
- Migranti. L'Ungheria contro l'Italia: "Pericoloso aprire i porti"
- Il giorno che incontrai Pietrostefani









