camerepenali.it, 14 agosto 2019
L'Ufficio del Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale è una autorità indipendente posta a tutela sia delle persone recluse, sia delle persone che per qualsiasi ragione sono private della libertà. Il Garante, come è suo dovere, ha chiesto informazioni alla Guardia Costiera, circa le condizioni delle persone a bordo della nave "Open Arms", soggetta al divieto ministeriale di ingresso nelle acque nazionali.
Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2019
Il Garante nazionale dei detenuti si costituisce parte offesa. Apprendiamo la notizia della morte di una giovane nell'ospedale di Bergamo a seguito dell'incendio scoppiato proprio nel reparto di psichiatria dove era ricoverata. La ventenne, secondo quanto dichiarato dall'ospedale in una nota, era stata "bloccata" pochi istanti prima. Forse è proprio per il fatto di essere contenuta al letto che non si è riusciti a mettere in salvo la giovane, come è stato invece possibile per tutti gli altri pazienti. La Regione Lombardia ha già chiesto l'istituzione di una commissione di verifica, mentre sarà la Procura della Repubblica a individuare le eventuali responsabilità.
Il Garante nazionale, da parte sua, si costituirà come parte offesa, così come fa in ogni caso di morte di persone private della libertà, quando il decesso è connesso con la situazione di restrizione. Il Garante nazionale nell'esprimere la propria vicinanza alla famiglia della giovane vittima, sottolinea ancora una volta la drammaticità della contenzione delle persone nelle istituzioni psichiatriche e delle sue possibili conseguenze.
ilgerme.it, 14 agosto 2019
Altro che "al fresco", il carcere in questi giorni sembra una fonderia, commenta così sarcastico il sindacalista della segreteria confederale Uil Cst Adriatica Gran Sasso Mauro Nardella, che continua: "Oggi un carcere compreso quello di Sulmona è praticamente un misto di cemento e ferro sormontato da guaina attira calore. Il tutto in un contesto ove la limitatissima libertà di movimento ne accentua il disagio e con tutto ciò che ne consegue in ordine a stress e malesseri vari. Per quel che è stato possibile fare dobbiamo dire che la Direzione del penitenziario di piazzale vittime del Dovere l'ha fatto. Tuttavia ciò non è assolutamente sufficiente stante proprio l'impossibilità oggettiva di stemperare, con semplici climatizzatori e per di più allocati nei soli box riservati agli agenti, una struttura a massima conducibilità termica".
"Nel reparto infermeria - continua Nardella - ove allo stato equiparare gli ambienti di una fonderia non è un eufemismo farlo, si sta vivendo il maggiore disagio. Ciò rappresenta un autentico controsenso visto che è proprio in tale contesto, ove sono ricoverati appunto detenuti con diverse patologie, che manca del tutto una tutela in termini di salubrità legata al caldo.
Lo Stato deve fare qualcosa e presto. Rivedere i parametri adeguandoli alle attuali norme in materia di salubrità è un passo che non può più procrastinare. Ne vale della salute di chi in tali contesti è costretto svariati motivi a starci. Al garante dei detenuti chiederemo di partecipare in simbiosi con noi all'opera di rilevamento e rivelamento delle cattive condizioni alle quali sono costretti a sottostare detenuti ed agenti di polizia penitenziaria".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 agosto 2019
Vivono in condizioni sempre più difficili con una assistenza sanitaria insufficiente e il caldo di questi giorni peggiora le cose. Formalmente non è un carcere, ma di fatto lo è ed è anche di gran lunga peggio. Parliamo del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cie) Roma-Ponte Galeria, dove sono trattenuti gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno.
A denunciare la situazione critica è il garante regionale delle persone private della libertà Stefano Anastasìa che nei giorni scorsi è andato a far visita. Si tratta di una struttura che accoglie 157 persone, precisamente 106 uomini e 51 donne. Particolarmente critica è la situazione nel reparto maschile recentemente riaperto e subito riempito, in gran parte da ex- detenuti che vengono trasferiti all'interno della struttura alla fine della pena.
Suddiviso in otto sezioni chiuse e separate tra loro da grate e cancellate alte circa otto metri, gli ospiti hanno segnalato alcune criticità, che riguardano la somministrazione dei pasti, l'impossibilità di utilizzare telefoni personali, l'assistenza sanitaria carente e la scarsità del personale, ridotto a soli otto operatori per turno, ciò ricade sugli spostamenti degli ospiti nella struttura, che devono essere sempre sorvegliati.
"Già nelle scorse settimane avevo rappresentato alla Prefettura di Roma il problema della comunicazione con l'esterno, che non può essere garantita dall'uso di telefoni fissi a scheda, troppo dispendiosi economicamente per i trattenuti - ha spiegato Anastasìa. Oggi ho scritto al Direttore generale della Asl Rm3, competente per territorio, affinché sia al più presto riattivato il protocollo con la Prefettura, che fino a ottobre dello scorso anno ha garantito la presenza quotidiana a Ponte Galeria di medici Asl, sia a fini certificatori che per la prenotazione di accertamenti diagnostici e visite specialistiche negli ambulatori del territorio".
L'edificio di Ponte Galeria era stato riaperto pochi mesi fa, a maggio, dopo che nel 2015 era stato danneggiato a seguito di una rivolta di alcuni migranti ospitati all'interno del centro. Il 5 luglio scorso 30 migranti erano fuggiti dal Cie. Avevano inscenato una rivolta in tarda serata. I migranti hanno sfondato le porte e scavalcato le recinzioni fuggendo nelle campagne circostanti. Delle trenta persone scappate, la maggior parte sono state riprese. I migranti reclusi nel centro, formalmente vengono chiamati ospiti, ma di fatto sono detenuti.
Ma con la differenza che hanno meno garanzie dei detenuti reclusi nelle carceri. Quest'ultimi - come ha spiegato più volte l'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà - hanno il magistrato di sorveglianza che oltre a vigilare sulla legittimità del loro essere detenuti deve (o dovrebbe) vigilare anche sulle condizioni interne.
Mentre, nei centri per il rimpatrio il giudice di pace vigila sulla correttezza dell'averli messi lì ma non vigila poi sulle condizioni interne. In più emerge un dato che il Garante nazionale Mauro Palma ha esposto recentemente alla commissione della camera sull'indagine conoscitiva in materie di politiche dell'immigrazione. "Delle 2.267 persone che sono state trattenute nei centri nei primi sei mesi - ha spiegato Palma alla camera - soltanto una percentuale pari al 39,3 per cento è stata rimpatriata. Tale questione ci pone il problema della legittimità della privazione della libertà per le rimanenti persone".
Trattandosi di Centri per il rimpatrio, teoricamente lo scopo del trattenimento è funzionale a un effettivo rimpatrio. "Nel momento in cui, invece, diventa una misura indipendente dall'effettivo rimpatrio - ha spiegato sempre il garante in commissione - c'è il rischio che essa sia soltanto una misura che agisce sul piano simbolico e sul piano dell'avvertimento, come un messaggio del tipo: non venite in Italia, perché rischiate di essere trattenuti, indipendentemente dal fatto che poi questo avvenga con il rimpatrio".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 14 agosto 2019
In tempi di "buttare la chiave" l'iniziativa del Partito Radicale vale di più. Il ministro Guardagalere Alfonso Bonafede, quello secondo cui l'unico modo per scontare una pena è il carcere, probabilmente toglierà il disturbo, comunque vada la faccenda del governo. Il dottor Davigo, quello secondo cui esistono solo colpevoli che non sono ancora stati acciuffati, si può sperare che avrà meno influenza sulle linee di condotta di Via Arenula.
Il Centro, 14 agosto 2019
Si è tolto la vita in carcere, presumibilmente quando gli altri detenuti dormivano. E il corpo è stato scoperto solo ieri mattina. Non c'è stato niente da fare per un 33enne bulgaro, in Italia senza fissa dimora, che era stato trasferito un paio di mesi fa nel carcere di Pescara da Roma e aveva problemi di tossicodipendenza.
L'uomo, assistito dall'avvocato Luca Pellegrini, era stato arrestato a maggio dopo aver messo a segno con un complice il furto di un cellulare, strappato al proprietario all'esterno della stazione ferroviaria Ostiense, a Roma. Quella notte era stato subito notato dai carabinieri che avevano assistito alla sua fuga su un ciclomotore, insieme a un complice, un uomo algerino, che lo aspettava sul mezzo, e poi i militari lo avevano bloccato. L'arresto era stato convalidato e nei confronti del 33enne era stata disposta la misura della custodia cautelare in carcere, così come per l'altro arrestato.
L'uomo, che aveva precedenti specifici, in passato aveva messo a segno in maniera ripetuta reati contro il patrimonio perché puntava a procurarsi il denaro necessario ad acquistare la droga. E proprio di recente aveva annunciato al difensore il suo progetto di seguire un percorso in una comunità di recupero. Dal carcere sarebbe uscito l'anno prossimo ma l'altra notte ha deciso di farla finita all'interno della cella.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 14 agosto 2019
L'iniziativa parte dalla Conferenza dei garanti regionali delle persone private della libertà, che chiedono ai consigli regionali di fare propria una proposta di legge per la "tutela delle relazioni affettive e intime delle persone detenute", per poi presentarla alle Camere.
di Enrico Bellavia
La Repubblica, 14 agosto 2019
La procura ha acquisito le cartelle cliniche di 56 detenuti I controlli riguardano un centinaio di casi. Indagine della procura. Acquisiti i certificati che aprono le celle ai capi del traffico di droga. Referenti di camorra e 'ndrangheta trasferiti in comunità per seguire programmi di recupero.
C'è il broker internazionale della cocaina nato a Roma ma cresciuto in affari con i Bellocco di Rosarno, quello legato ai Giorgi di San Luca e quell'altro che invece cura gli interessi degli Alvaro di Sinopoli. Ci sono i re dello spaccio dell'hinterland, Guidonia e Tivoli, e quelli delle periferie della Capitale, Tor Bella Monaca, su tutte, e poi Tufello, Montespaccato e San Basilio. Quelli che si sono guadagnati l'esclusiva dell'approvvigionamento dai calabresi e dai napoletani di Michele Senese 'o pazzo e che ora godono del loro appoggio per regolare i conti in casa. Come sembra sia accaduto per Fabrizio Piscitelli "Diabolik".
C'è anche il rapinatore di banche che ha ucciso in trasferta. Il balordo che ha sparato dopo una lite in un bar. Il figlio di uno dei pezzi grossi della Banda della Magliana e uno del giro dell'estrema destra di Massimo Carminati. Tutti tossicodipendenti o presunti tali. Alcuni abbastanza in là con gli anni, altri sottoposti al regime di Alta sicurezza.
Tutti pronti a uscire dal carcere di Rebibbia o che già hanno detto addio a sbobba e permessini per acquartierarsi in comunità di recupero. Meno restrizioni, maggiori margini di manovra, spesso la possibilità di tornare a casa dalle cinque del pomeriggio, controlli meno severi. Questo significa ottenere l'agognata certificazione che sancisce la necessità di uscire dal tunnel della dipendenza. Un po' quello che accadeva, e accade ancora, con le diagnosi di patologie psichiatriche. Proprio quelle di cui ha goduto Senese, uno dei "Re di Roma".
Dopo l'infittirsi di casi che hanno costretto a interrogarsi sul profilo di questi pazienti, mischiati ai tanti che tossicodipendenti lo sono per davvero, la procura della Repubblica di Roma ha deciso di aprire un'inchiesta, affidata al pm Barbara Zuin. Screening mirato su un centinaio di nomi, l'ultimo elenco ne conta 56, la cui storia personale e i trascorsi fanno sollevare legittimi dubbi sulla gravità dello stato clinico. Diari, cartelle, relazioni degli psicologi, tutto da valutare in controluce scrutando tra le pieghe dei trascorsi giudiziari dei beneficiari.
L'inchiesta procede con l'acquisizione di tutta la documentazione delle autorità sanitarie che si occupano di droga nel circuito carcerario di Rebibbia. Lì, come dappertutto in Italia, è possibile dichiararsi tossicodipendente, per sottoporsi a un progetto di recupero in comunità. Per farlo occorre che il progetto sia ritenuto adeguato e che ci sia la certificazione di psicologi e medici che dipendono dall'Asl. La valutazione ultima per i condannati spetta al magistrato di sorveglianza, chiamato a decidere sulle carte che il carcere ha prodotto. Per gli imputati in attesa di giudizio, la decisione spetta al giudice per le indagini preliminari.
L'inchiesta della procura mira a stabilire se sia tutto regolare o ci siano state pressioni, minacce o peggio un giro di favori e regalie per ottenere i certificati paragonabili a una sorta di salvacondotto per lasciare la prigione. È l'ennesimo ciclone giudiziario per un carcere, Rebibbia, già teatro di inchieste e girandole di rimozioni seguite a evasioni, episodi di corruzione e carte truccate, che tuttavia si sforza anche di innovare e proporsi come modello nell'ottica rieducativa della pena.
Molti i progetti di reinserimento, dai detenuti a bassa pericolosità e con poco tempo di pena residua, utilizzati come giardinieri o per il ripristino del disastrato manto stradale della capitale, ma anche l'esperimento di un ristorante aperto al pubblico e la produzione di caffè in una torrefazione interna. L'inchiesta tuttavia prende in esame uno degli aspetti della vita di questa immensa cittadella carceraria che in condizioni di sovraffollamento rispetto alla capienza, conta oltre 2.300 detenuti, 369 dei quali donne.
Sulla gestione dei problemi legati alla tossicodipendenza, prima ancora dell'avvio dell'attività della magistratura, esistono delle segnalazioni interne incentrate sulla catena di comando di medici e psicologi addetti al servizio e alle scelte operate per il conferimento di incarichi.
Elementi che si sommano a quelli che la stessa direzione del carcere femminile aveva condensato in una nota alla magistratura. Ora il lavoro dei pm su singoli casi di scarcerazioni o di istruttorie avviate con questo obiettivo. Uno dei criteri in esame è il tempo trascorso tra la richiesta e l'ottenimento del beneficio. Perché, come sa chi si occupa di carceri, lì più che altrove, il tempo non è una variabile di poco conto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 agosto 2019
L'ultima volta che Zahra Mohammadi è stata vista risale al 30 giugno. L'ultima volta che la famiglia ha potuto incontrarla è stata addirittura il 30 maggio, una settimana dopo l'arresto. Era in carcere a Sanandaj, il capoluogo della provincia curda dell'Iran. Poi né l'avvocato né i parenti hanno avuto più sue notizie.
Zahra, 28 anni, ha una laurea in Scienze geopolitiche conseguita presso l'università di Birjiand, capoluogo della provincia del Khorasan meridionale, e un master in Geografia. Ha insegnato curdo a Sanandaj e nei villaggi vicini per una decina di anni, gli ultimi sei dei quali presso l'associazione culturale Nojin, regolarmente autorizzata, fondata nel 2013 e di cui Zahra era stata nominata direttrice.
Agenti dell'intelligence iraniana l'hanno arrestata nella sua abitazione di Sanandaj, nel quartiere di Nayser, il 23 maggio. Con lei, sono state arrestate altre due esponenti di Nojin, poi rilasciate dopo essere state interrogate. Una settimana prima, il 16 maggio, le forze di sicurezza avevano arrestato sette attivisti curdi, tra cui tre donne, che intendevano manifestare di fronte al cimitero del villaggio di Koolan per ricordare l'assassinio di una ragazza del posto. La repressione del governo centrale di Teheran nei confronti delle minoranze etniche e religiose è un fatto consolidato.
"Fosse stata un'analfabeta chiusa in casa, Zahra non sarebbe stata arrestata", ha denunciato la sorella. Infatti, attiviste e attivisti curdi che si battono pacificamente per il riconoscimento dei diritti culturali e la fine della discriminazione vengono spesso arrestati con vaghe accuse di propaganda contro il sistema. L'arresto di Zahra Mohammadi potrebbe inserirsi in questo quadro repressivo. Ma a preoccupare tantissimo è il fatto che da 45 giorni è scomparsa. Non si sa dove si trovi e quali siano le sue condizioni, sul piano legale ma soprattutto fisico.
di Francesco Tortora
Corriere della Sera, 14 agosto 2019
Secondo la Cnn i dimostranti hanno eretto barricate per ostacolare l'avvicinamento degli agenti che alla fine hanno deciso di lasciare lo scalo. Polizia in assetto anti-sommossa all'aeroporto di Hong Kong, occupato per il quinto giorno consecutivo dai manifestanti che chiedono più democrazia. Almeno cinque mezzi carichi di agenti sono arrivati allo scalo dove anche oggi si trovano migliaia di dimostranti. Dopo scontri violenti con i manifestanti le forze di polizia hanno deciso di lasciare lo scalo. Secondo la Cnn i dimostranti avrebbero eretto barricate per bloccare l'ingresso alle forze di sicurezza. Gli agenti avrebbero usato spray al peperoncino, ma non sarebbero riusciti a entrare. Le squadre antisommossa sono state le ultime a lasciare la zona esterna dello scalo, dopo gli scontri con i manifestanti che da cinque giorni occupano l'area. L'aeroporto internazionale è tornato alle normali operazioni nelle prime ore di mercoledì dopo che i terminal sono stati ripuliti e i graffiti dei manifestanti sono stati coperti.
I blindati a Shenzhen - Martedì mattina, immagini inquietanti erano da Shenzhen, città che si trova ad appena 25 km dall'ex colonia britannica. Come mostrano diversi filmati pubblicati sui social, colonne di blindati e di camion militari sono entrati lunedì mattina nella metropoli cinese. "Un avvertimento" secondo i critici di Pechino che invece sostiene si tratti di "una normale esercitazione militare".
Video di propaganda - Il Global Times, tabloid ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha pubblicato una serie di filmati che mostrano i camion militari che si radunano a Shenzhen "prima di apparenti esercitazioni militari su larga scala". Il video, chiaramente di propaganda, mostra blindati e altri veicoli corazzati appartenenti alla forza armata popolare cinese, una polizia paramilitare responsabile del controllo antisommossa e antiterrorismo, che sfila per le strade di Shenzhen. Altri video pubblicati su Twitter mostrerebbero veicoli militari che entrano nel centro sportivo della baia di Shenzhen, un grande stadio che si trova a soli 5 chilometri dal ponte che collega la città cinese a Hong Kong.
L'allarme degli esperti - Le immagini hanno allarmato gli esperti. Adam Ni, un ricercatore di politica estera e di sicurezza cinese per la Australian National University ha dichiarato che l'esibizione militare è uno sfacciato avvertimento per Hong Kong: "Il messaggio della Cina è piuttosto chiaro - scrive su Twitter. Se le proteste aumenteranno ulteriormente, le forze armate cinesi interverranno". Intanto anche oggi all'aeroporto di Hong Kong sono stati cancellati tutti i voli in partenza a causa delle proteste dei manifestanti per la democrazia. È il secondo giorno di cancellazioni di partenze e arrivi e migliaia di dimostranti stanno occupando per il quinto giorno consecutivo il terminal principale dello scalo. L'Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha espresso preoccupazione per la situazione a Hong Kong e ha chiesto un'inchiesta immediata su comportamenti delle forze dell'ordine nei confronti dei manifestanti.
- Nessun porto sicuro per le navi delle Ong. Cinquecento migranti ostaggio del mare
- Torino: il luppolo del carcere per la birra
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- Se la crisi di governo dimentica la giustizia e lascia le cose come stanno










