di Carlo Lania
Il Manifesto, 4 gennaio 2015
L'annuncio del Commissario Avramopoulos. Ma fino a oggi a essere colpiti sono stati i profughi. Sui nuovi drammi dell'immigrazione adesso si sveglia l'Europa.
Come al solito sempre dopo che le cose sono accadute e come al solito facendo promesse che non può e forse neanche vuole mantenere. Come quelle annunciate ieri dal commissario europeo per l'Immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, che parlando dei mercantili carichi di disperati arrivati in questi giorni in Puglia e Calabria, ha di nuovo dichiarato guerra alle organizzazioni criminali e annunciato un piano di Bruxelles per un "approccio globale alle migrazioni". "I trafficanti stanno trovando nuove strade in Europa e stanno impiegando nuovi metodi per sfruttare i disperati che cercano di scappare da guerre e conflitti", ha detto Avramopoulos garantendo che l'impegno nel contrastarli rappresenta una "priorità" nei piani dell'Ue. "Dobbiamo agire contro i trafficanti. Non possiamo permettere loro di porre a rischio vite su navi abbandonate in condizioni meteo pericolose", ha aggiunto facendo riferimento alla circostanza - ancora non dimostrata dalle indagini e anzi da molti considerata improbabile - che gli scafisti abbandonerebbero navi e migranti al loro destino una volta giunti nelle acque territoriali italiane.
Di fronte a tanta determinazione, c'è da aver paura. Ovviamente non per le organizzazioni criminali, che hanno più volte dimostrato di saper aggirare qualunque ostacolo messo in atto dalla politiche repressive dei vari Stati continuando a svolgere senza problemi i loro traffici illeciti. No, c'è da aver paura per i migranti. Fino a oggi infatti ogni volta che Bruxelles ha annunciato di voler contrastare i mercanti di uomini, a farne le spese sono state proprio le centinaia di migliaia di disperati che ne sono vittime.
Gli esempi non mancano. Subito dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, dove persero la vita 366 profughi tra uomini, donne e bambini, un vertice Ue si impegnò a "evitare che i migranti intraprendano viaggi pericolosi", e questo per "ridurre il rischio" di nuove tragedie. Parole naufragate ben presto nel niente. Per fortuna l'Italia per una volta non è restata a guardare e ha dato avvio all'operazione Mare nostrum che in 14 mesi ha salvato poco meno di 170 mila profughi. Missione definitivamente chiusa quattro giorni fa dal ministro degli Interni Alfano e dal governo Renzi.
Nel frattempo, però, l'Europa ha continuato a far finta di contrastare i trafficanti. Un altro buon esempio è Mos Maiorum, operazione che ha coinvolto le polizie europee messa a punto dall'13 al 26 ottobre scorsi dall'Italia durante il semestre di presidenza dell'Ue e coordinata dalla Direzione centrale per l'immigrazione e la polizia di frontiera. Due gli scopi dichiarati: indebolire le capacità delle organizzazioni criminali, ovviamente, ma anche raccogliere informazioni sui migranti: nazionalità, genere, età, luogo e data di ingresso nell'Ue, ecc. In pratica una schedatura. La missione aveva contorni un po' misteriosi, tanto che alcuni europarlamentari hanno provato a chiedere spiegazioni e sia il Consiglio Ue che Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere, ne hanno preso le distanze. Difficile dire quali risultati Mos Maiorum abbia raggiunto, soprattutto nello scoraggiare i trafficanti, visto che un rapporto conclusivo dell'operazione, annunciato per lo scorso 11 dicembre, non sembra sia stato mai presentato.
C'è poi Triton, la missione europea che ha preso il posto di Mare nostrum senza però sostituirla. I mezzi di Triton sono attestati sulle 30 miglia dalle coste italiane, molto più arretrati rispetto alle navi della Marina militare italiana e hanno soprattutto il compito di sorvegliare il confine europeo. Da quando è cominciata, il 1 novembre scorso, hanno comunque tratto in salvo migliaia di migranti, ma il direttore di Frontex, da cui la missione dipende, si è già lamentato per i troppi salvataggi "fuori area" eseguiti.
In realtà se davvero Bruxelles volesse salvare la vita dei migranti, ormai quasi tutti profughi in fuga dalle guerre, potrebbe farlo senza problemi andando a prenderli lì dove si trovano. Operazione possibile allestendo uffici dell'Ue e dell'Unhcr, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, nei paesi di transito dei migranti. Su questo punto, però, finora poco o niente è stato fatto. A dicembre è stata varato il processo di Khartoum, accordo tra Ue e alcuni paesi africani per l'apertura di campi dove raccogliere i profughi in attesa di esaminare le richieste di asilo. Il piano, per ora solo annunciato, potrebbe essere un modo per togliere davvero i migranti dalle mani dei trafficanti. A meno che i campi in questione non diventino un comodo contenitore per tenere i profughi lontani dall'Europa.
di Luigi Offeddu
Corriere della Sera, 4 gennaio 2015
Frank Van Den Bleeken, 52 anni e da 30 in galera: "In carcere soffro troppo". L'esecuzione domenica prossima, ma le famiglie delle vittime protestano.
Ogni notte, i detenuti dalle celle vicine gli gridano o sussurrano nel buio: "Frank, ammazzati! Ammazzati!". Certi, ha rivelato qualche guardiano, prendono un doppio caffè pur di dare il turno agli altri e non lasciare che per quell'uomo trascorra un solo minuto di pace. Così accade da sempre in molte prigioni del mondo, a chi ha compiuto certi atti. Ma lui, Frank Van Den Bleeken, 52 anni e da 30 in galera, detenuto belga condannato per omicidio e stupri seriali, assassino e torturatore di una diciannovenne la cui madre morì più tardi di crepacuore, lui non si è mai ammazzato e la morte l'ha chiesta allo Stato: anzi, la "dolce morte", l'eutanasia, per sfuggire alle "insopportabili sofferenze psicologiche" che afferma di provare.
Le vittime: "Chiede una morte con dignità, quella che non ha concesso ad altri"
Un anno fa, Frank si è accordato con i giudici. E così, venerdì prossimo, sarà trasferito in un ospedale segreto dove potrà stare in pace con i suoi familiari per due giorni. Poi, domenica 11 gennaio, arriverà anche un sacerdote. E infine un medico statale, con un'iniezione pagata dallo Stato, cancellerà la condanna all'ergastolo che quello stesso Stato ha comminato un giorno a quest'uomo. "È una grazia, un premio, una liberazione che risparmierà la pena intera a chi l'ha meritata - dicono indignati alle tv i familiari delle vittime. Lui chiede una morte con dignità, quella che non ha concesso ad altri. Ma non esiste anche la libertà di suicidarsi? E poi, lui stesso dice che ha sempre quelle fantasie atroci, che se tornasse libero rifarebbe tutto...". Le sorelle di Christiane Remacle, la diciannovenne seviziata e strangolata con le sue calze nel 1989, nei boschi vicini ad Anversa, si sono opposte fino all'ultimo alla "grazia": "Lui deve marcire in galera e basta. Per sempre". Non è così, rispondono altri - giuristi, politici e sacerdoti - questo sarà un atto di giustizia e di pietà civile, gli psichiatri hanno certificato i disturbi di Frank e in fondo l'ergastolo non è che una morte legalizzata, una scelta che non ricompensa le vittime e non migliora o recupera i colpevoli.
Altri 15 detenuti ora hanno già chiesto la "dolce morte"
Ma il vero problema, da domenica in poi, andrà ben oltre la sorte individuale di Frank e già fa tremare i polsi a molti. Sarà un enigma giuridico, etico, sociale, politico, religioso, con 5 risvolti diversi e ugualmente angoscianti. Primo: altri 15 detenuti in varie prigioni hanno già chiesto la "dolce morte" come Frank, adducendo malattie fisiche o gravi depressioni e nessuno sa che risposta darà loro lo Stato. Secondo: in Belgio, dal 2002, il codice consente sì la stessa eutanasia ora in continuo aumento (oltre 1.800 casi nel 2013) ma solo a pazienti terminali, ciò che Frank non è, oppure a persone in preda a "insopportabili sofferenze fisiche o psicologiche" (dal febbraio 2014, primo caso nel mondo, la norma vale anche su bambini e ragazzi senza limiti d'età, purché vi sia il consenso dei genitori). Terzo: lo stesso codice, invece, non prevede la pena di morte per nessun reato.
Quarto: la Costituzione belga sancisce che "tous les belges sont ègaux devant la loi", tutti i belgi sono uguali davanti alla legge, proprio come garantito ai cittadini di tutti i Paesi d'Europa. In questo caso l'obiezione sarebbe: perché solo questa condanna, seppure definitiva, può essere modificata? Quinto e ultimo punto, il Belgio è anche il Paese dove vive un altro ergastolano, Marc Dutroux, il pedofilo e assassino seriale che faceva morire le sue giovanissime prede anche di fame e che potrebbe tornare in libertà condizionata fra un anno o poco più. Alcuni genitori delle vittime attendono da anni quest'uomo alla porta del carcere, certo non per abbracciarlo e oggi promettono a Dutroux che una "dolce morte" non l'avrà mai, se anche dovesse chiederla e se anche lo Stato dovesse concedergliela come ha fatto con Frank.
Quanto a lui, il "graziato", si è appena confidato con una televisione: "Sono un pericolo per la società, lo so. Ma sono anche un essere umano, e qualunque cosa abbia fatto resto un essere umano. Perciò sì, concedetemi l'eutanasia".
di Valter Vecellio
Il Garantista, 4 gennaio 2015
Tu chiamala, se vuoi, "ragione di stato". A metà dicembre l'ex vice-presidente degli Stati Uniti durante l'amministrazione di George W. Bush, viene intervistato dall'emittente televisiva Fox News a proposito del rapporto della Commissione intelligence del Senato sulle torture praticate dalla Cia nei confronti di terroristi o presunti tali. Cheney è un repubblicano rude e spiccio del Nebraska, lo stato "where the West begins".
Non porta pistola e cinturone, ma è come se fosse. Gli chiedono se il presidente Bush era al corrente di quanto accadeva; risponde: "His man knew what we were doing... He authorized it. He approved it".
Poi, certo: sostiene che quel rapporto fortissimamente voluto dalla senatrice democratica Diane Feinstein che parla di disonestà e brutalità" da parte della Cia, è pieno di fesserie (il termine usato è più forte e volgare). L'ex vice presidente repubblicano poi attacca il rapporto definendolo "completamente sbagliato", "pieno di fesserie".
Non è assolutamente vero, sostiene, che la Cia abbia ingannato l'amministrazione sul programma: "L'idea che la commissione sta cercando di far passare che la Cia fosse in qualche modo agendo fuori dalle regole e che noi non fossimo informati, che il presidente non fosse informato, è semplicemente una bugia". Per Cheney Bush "era informato di tutto... sapeva tutto quello che doveva e voleva sapere, conosceva le tecniche, e non c'è stato alcun tentativo da parte mia di tenerlo all'oscuro".
Tutti erano informati, e quello che si faceva non era fuori dalle "regole"; questa la verità di Cheney. Non solo: quelle che i legali dell'amministrazione Bush definiscono eufemisticamente "tecniche di interrogatorio" si sono rivelate efficaci, contrariamente a quel che si sostiene nel rapporto, sono servite a sventare attentati. Se Parigi vale una messa, sventare attentati vale un waterboarding. A muso duro Cheney domanda: "Che cosa siete preparati a fare per ottenere la verità su possibili futuri attacchi contro gli Stati Uniti?".
Il fatto è che la Feinstein si è trovata per le mani materiale (o parte di materiale) relativo a persone arrestate e interrogate per il loro possibile, o probabile, o sicuro coinvolgimento in organizzazioni terroristiche di matrice islamica e attentati. Certamente quel rapporto frutto del suo caparbio lavoro (e sicuramente anche da imbeccate venute dagli stessi ambienti che quegli episodi hanno prodotto, e per ragioni che si possono benissimo intuire) molti avrebbero voluto non vedesse mai la luce; nella "logica" alla Cheney rendere pubblico il comportamento di importanti istituzioni americane con compiti chiave per la sicurezza mentre è ancora in corso la guerra al terrorismo, è qualcosa di assai simile al tradimento; viene in mente l'iroso monologo del colonnello Nathan Jessep interpretato da uno strepitoso Jack Nicholson, nel film Codice d'onore: "Voi vi permettete il lusso di non sapere quello che so io: che la morte di Santiago, nella sua tragicità, probabilmente ha salvato delle vite.
Voi non volete la verità, perché nei vostri desideri più profondi, che in verità non si nominano, voi mi volete su quel muro! Io vi servo in cima a quel muro! ... Io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà he io gli fornisco. E poi contesta il modo in cui gliela fornisco! Preferirei che mi dicesse: la ringrazio... e se ne andasse per la sua strada. Altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella. In un modo o nell'altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano suoi diritti...".
Per quel che ci riguarda è, però, la tentazione di un attimo: da inguaribili don Chisciotte si continua a credere che per quanto ottimo possa essere un "diritto" dello stato (e una sua ragione), sia comunque preferibile un mediocre Stato di diritto. La domanda cui conviene cercare di rispondere è: l'integrità morale di un paese conta più o meno persino della vulnerabilità fisica dei luoghi e delle persone? Cheney (e Bush), come il colonnello Jessep dicono che l'integrità morale può e deve essere calpestata, se l'emergenza lo richiede. Il presidente in carica, Barack Obama, al contrario dice che "i duri metodi utilizzati dalla Cia sono contrari e incompatibili con i valori del nostro Paese, che le tecniche utilizzate dalla Cia hanno danneggiato significativamente l'immagine dell'America e la sua posizione nel mondo e hanno reso più difficile perseguire i nostri interessi con alleati e partner".
Continuerà, promette, ad usare la sua autorità "di presidente per assicurare che non faremo mai più ricorso a questi metodi".
Peccato che Obama non abbia mosso un solo dito per fare luce sulle ragioni che hanno spinto l'amministrazione Bush a scatenare la seconda guerra in Irak anche quando il "nodo" Saddam, come ci ricorda instancabile Marco Pannella, poteva essere risolto con il suo esilio; invece di questa soluzione pacifica, si è preferita una guerra: pressioni del complesso militare-industriale? Peccato che Obama abbia sostanzialmente "coperto" tutti coloro che hanno mentito adducendo ragioni che si sono rivelate false, basate su prove che non erano tali, per poter condurre questa guerra; peccato che Obama nei fatti abbia "perdonato i Bush e i Cheney, i Donald Rumsfeld e i Colin Powell; e peccato infine che tuttora appaia intenzionato a non aprire casi giudiziari, né a puntare il dito contro l'amministrazione che lo ha preceduto o il direttore della Cia John Brennan, al quale ha rinnovato la sua fiducia.
L'8 gennaio prossimo il rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano sulle torture della Cia verrà pubblicato come libro. Gli esperti legali dell'Onu sostengono che gli Stati Uniti hanno l'obbligo derivante dal diritto internazionale, di mettere sotto processo i sospettati di aver praticato le torture, e che i responsabili potrebbero/dovrebbero finire in stato d'accusa all'estero. Al di là delle nobili, infiammate, parole anche per Obama l'integrità di un paese può essere sacrificata, come dicono (e hanno fatto) Bush e Cheney: meglio, insomma, "l'ottima" ragione di stato, che il "mediocre" stato di diritto.
www.ncr-iran.org, 4 gennaio 2015
Negli ultimi giorni 32 detenuti condannati a morte sono stati trasferiti dalla prigione di Ghezel Hessar a quella di Tehran-e Bozorg (la Grande Tehran) ad Hassan Abad, Tehran. I detenuti trasferiti provengono dalla sezione 2 e sono tra quelli che nelle scorse settimane avevano iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le esecuzioni collettive. Per terrorizzare questi prigionieri due aguzzini del carcere, Rajabzadeh e Norouzi, li hanno brutalmente picchiati e torturati appena arrivati alla loro nuova destinazione. Del gruppo fa parte anche Javad Jahani, uno studente di 25 anni, crudelmente frustato e ferito. Javad Jahani è stato arrestato arbitrariamente insieme a suo fratello Abedin Jahani quattro anni e mezzo fa.
La Resistenza Iraniana chiede all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e a tutti gli organismi in difesa dei diritti umani di adottare misure immediate ed efficaci per salvare le vite di questi prigionieri e per impedire che vengano minacciati, torturati e giustiziati.
Ansa, 4 gennaio 2015
Un detenuto del carcere di Rikers Island è stato trovato morto nonostante fosse sotto osservazione per il rischio di suicidio. Il caso riapre le polemiche sul carcere di New York, finito nel mirino del Dipartimento di Giustizia, che ha denunciato lo città per abusi sui detenuti. Il sindaco Bill De Biasio ha proposto una serie di cambiamenti, incluse telecamere di sorveglianza, programmi terapeutici per i detenuti e formazione per gli agenti carcerari.
Il sistema carcerario Usa è al centro della polemica anche dopo le accuse rivolte da Ahmed al-Ragye, figlio di Abu Anas al-Libi, morto ieri sempre a New York: "Riteniamo gli Usa responsabili della morte di mio padre. Ha sviluppato un cancro mentre era detenuto in America" ha detto all'agenzia Reuters Ahmed al-Ragye. Ragye ricorda che il padre, ritenuto responsabile degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, è stato sottoposto a "un intervento chirurgico in un ospedale e rimandato in prigione nonostante le sue condizioni non fossero stabili".
www.pane-rose.it, 4 gennaio 2015
Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell'emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d'informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d'aver solo svolto il proprio lavoro.
Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un'adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l'aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.
Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a "mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti", che è l'accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l'allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed.
Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo "Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre". Una stoccata che non risulterà gradita all'orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell'informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c'è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell'opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.
di Davide Illarietti
Corriere della Sera, 4 gennaio 2015
San Quintino, come Alcatraz, non è famosa per il comfort. Al contrario. Per essere una delle prigioni più dure d'America - di sicuro la più tristemente celebrata da Hollywood, per il suo famoso "braccio della morte" - è anche un buon trampolino di lancio. O almeno potrebbe esserlo, per i diciotto detenuti selezionati dal programma "Code 7370".
L'iniziativa ha fatto scalpore oltre Atlantico: all'interno del carcere-simbolo della sedia elettrica, l'anticamera della morte più grande degli Stati Uniti, una classe di detenuti studia informatica e programmazione a livelli da Silicon Valley. "Alcuni dei detenuti di lungo corso non hanno mai usato un computer. Non hanno mai posseduto uno smart phone" spiegano gli ideatori del programma.
"Il reinserimento nel mondo del lavoro può essere estremamente difficile". Dietro le sbarre il tempo si ferma. E dopo due anni come dieci niente è più lo stesso, là fuori, nell'era di internet. Per questo l'associazione no-profit "Last Mile" ha lanciato il corso-pilota di quattro giorni su sette, otto ore al giorno, in cui i detenuti fanno programmazione intensiva con due docenti volontari di Hack Rock, un campus di San Francisco dove tre mesi di lezioni, di norma, costano non meno di 17 mila dollari. "In teoria, una volta fuori di prigione questi detenuti potrebbero guadagnare stipendi a sei cifre nella Silicon Valley" scrive ottimisticamente Ariel Schwartz su Co.Exist.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 gennaio 2015
Spinta perduta nonostante gli appelli e i recenti scandali a più di vent'anni da Mani pulite la svolta annunciata è ancora ai primi passi. Ma la politica non può rinunciare a promuovere leggi per far emergere i traffici illeciti.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 3 gennaio 2015
L'unico riferimento ideale, nel discorso di fine anno di Napolitano, è quello al Papa. Le correnti filosofiche, politiche, ideali, che pure sono presenti nel vissuto di Napolitano, sono scomparse per far posto al messaggio di pace del Papa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 gennaio 2015
Francamente speravo di ricevere una secca smentita. Mi auguravo che qualcuno, stamattina, rispondesse indignato alle accuse, pesantissime, che ieri abbiamo lanciato dalla prima pagina del nostro giornale.
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