di Federico Spadoni
Corriere della Romagna, 20 settembre 2019
La procura ha disposto l'autopsia sul corpo del 24enne che lunedì si è tolto la vita nel carcere di Ravenna, dov'era detenuto da metà agosto. Una decisione che segue l'apertura di un fascicolo per il momento contro ignoti, che vede come ipotesi di reato l'istigazione al suicidio. È atteso per questa mattina invece il conferimento dell'incarico al medico legale scelto dal sostituto procuratore Cristina D'Aniello.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019
Corte di Cassazione - Sezione IV - Sentenza 19 settembre 2019 n. 38615. Il dentista che - in assenza di somministrazioni ed esami preparatori all'intervento - proceda all'estrazione dei denti del paziente sostituendoli con protesi corre il rischio di pagare, anche a distanza di qualche anno, per gli eventuali danni alla salute, che sia possibile comunque mettere in relazione con l'impianto. Nel caso concreto la Cassazione (sentenza n. 38615 di ieri) ha respinto il ricorso del dentista che era stato riconosciuto responsabile, ai fini civili, dal giudice penale d'appello ribaltando l'assoluzione di primo grado. La Cassazione ora conferma la rilettura delle risultanze probatorie e delle relazioni dei consulenti fatta dalla sentenza di II grado che ha ritenuto la responsabilità del medico dentista insita nell'assenza di somministrazioni di antibiotici, di esami radiologici e di una Tac nell'imminenza dell'oneroso intervento che comportava l'estrazione di ben 7 denti e la fissazione di un impianto osseo da canino a canino. Un intervento altamente invasivo che il dentista aveva realizzato sulla base di esami radiografici eseguiti un anno prima.
Questione procedurale dibattuta - Il ricorrente in Cassazione lamentava la violazione dell'obbligo di rinnovazione dibattimentale della prova e quindi l'illegittimità della sentenza d'appello di condanna. Il ricorso respinto dai giudici di legittimità in realtà riapriva una questione che è stata oggetto di storici precedenti della Cassazione come la sentenza "Dasgupta" del 2016, invocata dal ricorrente, e "Patalano" del 2017. In realtà in questo caso il giudice di appello non ha messo in discussione il contenuto della consulenza, ma ha stigmatizzato l'errata lettura da parte del giudice di primo grado dei dati tecnici che la stessa mette in luce (in questo caso l'assenza di consenso informato, di esami preparatori all'intervento e la mancata protezione antibiotica prevista dalle specifiche linee guida). In questo caso i giudici sottolineano che non era stata messa in dubbio l'attendibilità di un teste, in questo caso il consulente, ma il fatto che il primo giudice avesse travisato le conclusioni peritali incorrendo in errore: ciò che - nel rispetto dei principi di economia processuale - non obbliga il giudice di appello alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale ossia alla riacquisizione della prova. In conclusione è il differente apprezzamento della prova che fa scattare l'obbligo di rinnovazione che invece non sussiste se il giudice opera una diversa complessiva valutazione probatoria delle risultanze processuali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 settembre 2019
"Mario Trudu, 69 anni, detenuto da 41 anni, affetto da una grave sclerodermia polmonare, da oltre un anno nella Casa di Reclusione di Massama aspetta che gli vengano applicate le cure necessarie, nonostante il pronunciamento della magistratura di sorveglianza di Cagliari", ha detto ieri l'avvocata Monica Murru, legale di fiducia dell'ergastolano di Arzana, durante la conferenza stampa promossa dall'associazione Socialismo diritti riforme, volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle gravi condizioni di salute dell'anziano arzanese. "Non solo - ha aggiunto Murru dallo scorso mese di giugno gli è stato diagnosticato un carcinoma prostatico senza che fino ad ora sia stata applicata una specifica terapia, compresa quella radioterapica prescrittagli lo scorso 31 luglio dal reparto di Urologia del San Martino di Oristano".
Il prossimo 5 novembre è stata fissata l'udienza per l'istanza di concessione della misura della detenzione domiciliare. Nel frattempo però Trudu non riceve i trattamenti sanitari adeguati. "Una situazione inaccettabile in aperto contrasto con le indicazioni della Cedu, della Consulta e della Suprema Corte", ha denunciato sempre il legale dell'ergastolano, per poi concludere : "Ecco perché a nome del mio assistito mi riservo di depositare un esposto alla Procura della Repubblica per accertare la responsabilità di ciò che si appalesa come una lesione del diritto alla salute di persona privata della libertà ed evidentemente sottoposta a ciò che appare come un trattamento inumano e degradante".
"Mario Trudu - ha sottolineato Maria Grazia Caligaris, presidente di Socialismo diritti riforme - è ormai un caso emblematico nazionale di un sistema penitenziario che nega un diritto costituzionale, a fronte di leggi e disposizioni normative vigenti. Si tratta di un uomo anziano, malato, che non reclama la libertà ma soltanto di potersi curare in un ambiente idoneo". Sulla situazione sanitaria ed in particolare sulla sclerodermia è intervenuto Luca Lacivita, reumatologo, del reparto di Medicina dell'ospedale San Martino, che ha fatto una specifica relazione: "Si tratta di una malattia invalidante che se non curata adeguatamente può provocare la morte".
È intervenuta anche la camera penale di Oristano tramite la sua presidente Maria Rosaria Manconi: "Noi aderiamo convintamente alla richiesta di giustizia di Mario Trudu e auspica che, nel rispetto dei principi costituzionali della umanizzazione e della funzione rieducativa della pena, vengano quanto prima adottati i provvedimenti necessari affinché venga garantito il diritto alle cure e alla vita stessa".
Nel sottolineare le difficili condizioni anche psicologiche di Mario Trudu, il fratello Danilo e la nipote Maria Assunta Mancosu, hanno espresso preoccupazione per la situazione sanitaria. "Chiediamo solo la possibilità - hanno detto - di farlo curare adeguatamente, non altro".
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 38618/2019. Ora non ci sono più dubbi: se l'etilometro non è stato sottoposto alla revisione periodica, le misurazioni effettuate non sono valide. Quindi la difesa non deve più dimostrare eventuali malfunzionamenti dell'apparecchio, cosa quasi sempre impossibile. Una svolta nella giurisprudenza penale, impressa dalla Quarta sezione penale della Cassazione con la sentenza 38618 depositata ieri. Finora, invece, questo principio valeva solo in campo civile. Cioè, in sostanza, quando il tasso alcolemico è compreso tra 0,51 e 0,8 grammi/litro: è la fascia di violazione meno grave, punita con sanzioni amministrative e non penali.
Il principio era stato adottato dopo la sentenza della Corte costituzionale 113/2015, che aveva imposto l'obbligo di taratura per i misuratori di velocità, non previsto espressamente né dal Codice della strada né da altre norme. In materia di alcol, nonostante l'articolo 379 del Regolamento di esecuzione del Codice imponesse "verifiche di prova" periodiche, aveva sempre prevalso il principio secondo cui spettava al trasgressore dimostrare l'esistenza di vizi dell'apparecchio, anche quando non era revisionato.
In sostanza, la Consulta aveva recepito nel più alto livello della giurisprudenza una verità tecnica ormai acquisita: "qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni...dovute ad invecchiamento...e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, mutamenti della tensione di alimentazione". È per questo che serve una verifica periodica e appare irragionevole e contraddittorio imporre all'interessato di fornire una prova del vizio dell'apparecchio.
La Cassazione civile si era adeguata alla Consulta (si veda, per esempio, l'ordinanza 1921/2019), quella penale non ancora. Ora la sentenza 38618 riallinea gli orientamenti, ridimensionando quelle "esigenze di tutela della sicurezza stradale" che avevano giustificato quello più rigido e riconoscendo che il cittadino dovrebbe fornire una prova "pressoché diabolica", visto che l'etilometro è nella disponibilità del corpo di polizia. La Quarta sezione nota che, mantenendo criteri diversi in campo penale rispetto al civile, si arriverebbe alla "conseguenza irrazionale" che la stessa fattispecie (cioè lo stato di ebbrezza) punita con sanzioni amministrative o penali secondo la sua gravità potrebbe costituire solo un illecito penale.
Ciò contrasterebbe col principio secondo cui lo strumento penale va utilizzato solo come extrema ratio. Il problema della mancata verifica periodica è molto frequente: per anni la Motorizzazione ha di fatto avuto un solo laboratorio, con arretrati di mesi e mesi. Da poco è stato riaperto quello centrale di Roma e personale ausiliario è stato assunto a tempo, per cui l'arretrato è stato azzerato. Occorrerà vedere se i fondi disponibili consentiranno di tenere le apparecchiature sempre in efficienza e di avvalersi ancora degli ausiliari esterni.
vogheranews.it, 20 settembre 2019
Nell'ambito della politica di apertura verso il territorio, la Casa Circondariale di Voghera apre a una forma di sinergia che coinvolge anche con le realtà commerciali dell'Oltrepò pavese. Nei giorni sabato 21 e domenica 22 settembre, dalle ore 9:30 alle ore 12.30 e dalle 14 alle 19:30, infatti, il negozio di abbigliamento "Guerci" di Casteggio (P.zza Cavour, n. 40) allestirà un'esposizione di prodotti artigianali realizzati dalle persone detenute nei laboratori di sartoria, falegnameria e dolciario dell'istituto penitenziario vogherese.
Nella giornata di sabato, alle ore 17.30, per illustrare il significato e il valore dell'evento, saranno presenti nel punto vendita la direttrice Stefania Mussio e la comandante del reparto, Michela Morello. "Quanto ricavato sarà utilizzato per continuare a valorizzare e sostenere i laboratori - spiega la direttrice -: spazi unici, in grado di suscitare nuove riflessioni e fermenti creativi, nell'ottica di tenere fede all'obiettivo, costituzionalmente sancito, di rendere viva e concreta la funzione rieducativa della pena e restituire alla società persone arricchite e maggiormente consapevoli del disvalore delle scelte passate".
La direttrice ringrazia il negozio "per lo spirito di accoglienza, l'interesse e la sensibilità mostrati nei confronti dell'Istituto di Voghera e per aver colto l'esigenza di favorire preziose dinamiche di inclusione sociale. Accostarsi alla realtà penitenziaria è un gesto di solidarietà e civiltà giuridica e sostenerne le attività è una azione di sicurezza sociale."
di Lina Bruno
Quotidiano di Sicilia, 20 settembre 2019
Sempre più concreta l'ipotesi di un ritorno nella Casa circondariale dello psichiatra Rosania. Il recente suicidio di un 25enne è l'ultimo, grave, campanello d'allarme legato alla struttura. Il suicidio di lunedì del ragazzo di 25 anni che si trovava da qualche settimana in osservazione nell'Articolazione per la tutela della salute mentale del Carcere di Barcellona è l'ulteriore segnale che qualcosa in quella struttura non funziona.
C'è l'allarme lanciato dal Garante dei detenuti Giovanni Fiandaca, da padre Pippo Insana, ex Cappellano dell'Opg e presidente della Casa di solidarietà ed accoglienza, e da Lillo Italiano, delegato nazionale del Cosp, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Tentativi di suicidio, aggressioni agli agenti e tra detenuti, autolesioni, si ripetono ormai da mesi e convivono con l'insoddisfazione del personale per le crepe organizzative e l'insufficiente numero di agenti in servizio.
In questo clima è maturata l'ipotesi di fare tornare alla direzione della Casa circondariale di Barcellona Nunziante Rosania, psichiatra, con una lunga esperienza nella struttura quando era Opg. L'attuale direttrice Romina Tajani ha infatti chiesto il trasferimento che si dovrebbe concretizzare a ottobre. "Si sta valutando il mio rientro - ha affermato Rosania - non si sa ancora in quale forma e per quanto tempo. La cosa non mi alletta particolarmente, perché se non cambiano alcune cose fondamentali, in questo Istituto si corrono dei rischi enormi per i detenuti e per il personale".
La proposta è stata fatta dal capo del personale del Dipartimento a Roma, adesso si attende la decisione finale e l'ufficialità. Un ritorno che avevano evocato in molti a Barcellona. "È una situazione oggettivamente difficile - ha affermato Rosania- vanno cambiati alcuni aspetti sia nell'organizzazione dell'Atsm, che nell'interlocuzione con l'Asp. Si dovrà ragionare anche in sede assessoriale per fare destinare risorse adeguate e dare un cambio radicale".
All'Assessorato alla Sanità si dovrebbe anche ultimare quel protocollo su cui da lungo tempo si discute invano per dare delle direttive univoche alle Atsm. "Teniamo anche presente - ha precisato lo psichiatra - che una recente sentenza della Corte costituzionale dice che i detenuti con patologie psichiatriche vanno curati in contesti che non siano di carcerazione".
In ogni caso, nella gestione della Casa circondariale di Barcellona ci sono due istituzioni che sembrano avere evidenti difficoltà di dialogo: l'Amministrazione penitenziaria, che si occupa della custodia, e il sistema sanitario regionale che con l'Asp gestisce la cura con competenze specifiche sull'Atsm, l'ottavo reparto. Qui ci sono circa sessanta detenuti provenienti da vari Istituti che hanno problemi psichiatrici sopraggiunti in regime carcerario.
Dovrebbe essere così perché in realtà qui vengono mandati anche detenuti in osservazione oppure con sentenza definitiva, in alternativa alle Rems. In questo momento, per esempio, ci sono due cittadini stranieri trovati su un mezzo pubblico senza biglietto che hanno reagito al controllo. Non si è riusciti a raggiungere alcuna intesa tra Asp e Amministrazione penitenziaria.
Un'Articolazione, quindi, che è un ibrido, con nessuna linea guida sul numero massimo di ristretti né sulle modalità di accesso. Lo sono anche le altre in realtà, nate nei vari istituti italiani: l'anomalia è che solo Barcellona è arrivata ad ospitare nell'ottavo reparto più di ottanta detenuti psichiatrici. In tutte le altre strutture carcerarie i posti sono quattro o al massimo dieci. A Barcellona, dietro l'etichetta dell'Articolazione, restano quindi le logiche da Opg.
"Alla base del disagio - ha affermato padre Pippo Insana - non c' è la carenza di personale di vigilanza o sanitario, ma una gestione sbagliata. Le persone detenute con patologia psichiatrica vivono chiuse dentro la sezione, mancano le relazioni, l'attività riabilitativa e occupazionale. Ci sono precise responsabilità della Sanità e dell'Amministrazione penitenziaria, che pur conoscendo la situazione insostenibile non intervengono. A monte ci sono poi le carenze della Salute Mentale del territorio, che non fornisce quei servizi previsti dalla normativa".
di Giuseppe Cozzolino
fanpage.it, 20 settembre 2019
Un uomo di 40 anni, di origine pugliese, è stato trovato morto nella sua cella nel carcere di Poggioreale: è il terzo suicidio nella struttura partenopea quest'anno, il sesto in tutta la Campania. Lo ha comunicato il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello. Poche settimane fa, sventato un altro suicidio, sempre a Poggioreale.
Un detenuto di 40 anni si è impiccato questo pomeriggio nella propria cella all'interno del carcere napoletano di Poggioreale. Lo ha reso noto Samuele Ciambriello, il garante campano dei detenuti. L'uomo, d'origine pugliese, è stato trovato privo di vita: inutili i tentativi di soccorso da parte degli agenti penitenziari. Si tratta del terzo suicidio nel 2019 all'interno del carcere di Poggioreale, il sesto in Campania dei trentatré che in quest'anno solare ancora in corsa si sono uccisi all'interno delle carceri italiani. Oltre ai tre detenuti morti a Poggioreale, si sono registrati in Campania altri tre casi all'interno del carcere di Secondigliano, di Benevento e di Aversa.
"Va rafforzato il sistema di prevenzione dei suicidi che è stato varato dal ministero", ha spiegato Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, "Bisogna agire con una maggiore formazione specifica per la polizia penitenziaria, bisogna prevenire, intuire il disagio". Ciambriello ha anche aggiungo che nelle carceri "c'è bisogno anche di psichiatri", e che vanno "rafforzate le figure sociali", oltre ad "elaborare una cultura del carcere e sul carcere, le pene detentive devono essere garantite salvaguardando dignità e assistenza socio sanitaria".
Poche settimane fa si era registrato un altro tentativo di suicidio nel carcere di Poggioreale, dove un detenuto di quarant'anni, napoletano, aveva ritagliato delle lenzuola legandole poi alle inferriate della finestra del bagno, provando così a togliersi la vita. Ma in quel caso fu provvidenziale l'intervento di un agente e di un compagno di cella dell'uomo, che erano riusciti a salvarlo in extremis.
di Fabio Rubini
Libero, 20 settembre 2019
L'obiettivo del protocollo firmato nei giorni scorsi da Regione Lombardia, Corte d'Appello di Milano e altri enti, è quello di permettere ai malati psichici che hanno commesso reati di poter essere reinseriti nella società dopo adeguate cure. Quelle cure che spesso le carceri italiane non sono in grado di garantire. Con l'aggravante di un rilascio del detenuto, senza garantirne la non pericolosità. "Con questo importante accordo vogliamo prenderci carico di quelle persone che hanno sì commesso crimini, ma lo hanno fatto a causa dei loro problemi psichici e che, se non adeguatamente curati, potrebbero tornare a delinquere", spiega l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera.
Per raggiungere questo obiettivo il protocollo d'intesa prevede due possibili strade da seguire. "Da una parte, per i casi più gravi, c'è il ricorso ai Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) - racconta Gallera - e poi, per i casi più gestibili c'è il ricorso al ricovero nelle comunità o strutture adibite presenti sul territorio". In entrambi i casi Regione Lombardia, attraverso il proprio sistema sanitario garantirà "un percorso di recupero per provare - nei limiti della malattia, ndr - a mettere il malato in condizione di reinserirsi nella società".
Una necessità, quella del recupero dei detenuti per motivi psichici, che è stata evidenziata anche dal Comitato della Salute Mentale e Dipendenze di Regione Lombardia, che si è insediato pochi giorni fa, del quale fanno parte eccellenze negli ambiti della salute psichica. Il tutto, ovviamente, garantendo la sicurezza di tutti. Questo, sottoscritto con Corte d'Appello di Milano, Procura Generale di Milano, Presidenti dei Tribunali Ordinari, Procuratori presso i Tribunali di Distretto, Provveditore Amministrazione Penitenziaria e Direzione dell'Uiepe (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna), ha come altro obiettivo quello di fissare un modello operativo in grado di superare quello degli ospedali psichiatrici giudiziari (la cui progressiva chiusura si è conclusa nel 2017).
L'accordo non è il primo che viene siglato dalla Regione, che lo scorso anno aveva siglato un analogo protocollo con la Corte d'Appello di Brescia che, spiegano da Regione Lombardia che "sta dando ottimi risultati: gli psichiatri si sono fortemente impegnati e sono riusciti a coniugare le cure e il rapporto fiduciario con i pazienti, con le esigenze della tutela". Ovvio, esportare questa esperienza su un'area ben più vasta come quella della Città Metropolitana, appare molto più complessa, ma "la certezza e la determinazione di operare nel senso giusto, porteranno sicuramente i risultati auspicati".
di Paola Calvano
Il Centro, 20 settembre 2019
Ispezione dell'ex sottosegretario alla giustizia nella Casa lavoro di Torre Sinello "Voglio aiutare queste persone a rialzarsi, bisogna prevenire e non rinchiudere". "Buongiorno, sono Franco Corleone". L'ex sottosegretario alla Giustizia e garante dei detenuti si è presentato con estrema semplicità ieri mattina ai detenuti della Casa lavoro di Torre Sinello che si affacciavano curiosi alle sbarre. Con lui il garante dei detenuti nominato dalla Regione, Gianmarco Cifaldi, la direttrice dell'istituto di pena, Giuseppina Ruggero, rappresentanti della Regione, educatori e due ricercatrici dell'università di Firenze che stanno analizzando il fenomeno delle misure di sicurezza.
Le autorità, accompagnate dalla direttrice della Casa lavoro e dalla polizia penitenziaria, hanno visitato l'istituto di pena annotando le richieste dei detenuti e le condizioni della struttura. Tanti quelli che hanno chiesto ascolto. Qualcuno ha preferito restare lontano dalla grata che chiude la cella. Altri hanno ostentato indifferenza. Nel visitare il braccio destinato agli internati che non hanno finito la loro pena ma che conservano una pericolosità sociale e che va eliminata attraverso il lavoro, Corleone ha ribadito che la rieducazione può avvenire anche aprendo le sbarre. "Penso che sia più importante prevenire", ha detto il sottosegretario alla Giustizia. "Prevenire la povertà, per esempio, può evitare tanto disagio.
Prevenire e rieducare piuttosto che richiudere", ha sostenuto il politico ribadendo quanto scritto nel suo libro, "Carcere, giustizia, ripartire dalla Costituzione". "Sono qui per vedere come vivono questi internati", ha spiegato, "di cosa hanno bisogno, come riescono a inserirsi nel mondo del lavoro. La mia visita istituzionale in questa casa lavoro è per aiutare queste persone a risalire la china". Per questo Corleone ha ascoltato diverse storie. "La visita in un carcere", ha proseguito il sottosegretario, "ha anche lo scopo di aprire all'opinione pubblica il mondo del carcere nella speranza che la detenzione possa migliorare".
Accanto a lui il garante dei detenuti, Cifaldi, i consiglieri regionali del M5S Pietro Smargiassi e della Lega Sabrina Bocchino e Manuele Marcovecchio. I rappresentanti delle istituzioni si sono detti pronti a lavorare in modo sinergico. Il comandante di reparto, il commissario Nicola Pellicciaro, insieme al funzionario giuridico pedagogico Lucio Di Blasio, hanno coordinato le operazioni delle due ricercatrici.
A Vasto sono detenute circa 150 persone, 30 detenuti e 120 internati. Una popolazione detenuta estremamente eterogenea che determina anche un duro lavoro da parte degli agenti. Una realtà complessa che ieri è stata esaminata e analizzata con estrema cura. La casa lavoro è strutturata su tre livelli: in ogni piano ci sono 25 camere di pernottamento. La vigilanza è affidata ad un comandante di reparto con la qualifica di commissario, 7 ispettori, 6 sovrintendenti e 104 agenti.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 20 settembre 2019
La cooperazione fra i leader non potrà bastare. Le redistribuzioni devono avvenire fra molti più Paesi, non solo con Francia e Germania. Il mare si è riempito di spume fino alla linea azzurra della costa turca, ora che si sente l'autunno, eppure all'alba ne sono spuntati altri due. Come altre decine di gommoni, questi restano sul litorale di Lesbo e quarantuno migranti tra poco verranno portati in bus al cancello.
La porta d'Europa, per loro. Sembra l'ingresso in un labirinto nel quale anche gli ultimi sbarcati potranno cercarsi un angolo da qualche parte, se riescono. Si troveranno esattamente fra 10.660 persone in un luogo pensato per contenerne tre volte di meno. In gran parte sono afgani, oltre un decimo siriani ma sempre più anche congolesi, somali, camerunesi, angolani. Volano da Kinshasa su Istanbul, bus fino a Smirne e traversata di notte, con sbarco a Lesbo alle tre. Preferiscono questa rotta a Lampedusa non perché l'Italia avesse chiuso i porti - dicono - ma per il terrore che incute l'idea della Libia.
La situazione di Recep Tayyip Erdogan ha fatto il resto. L'autocrate che ha svuotato dall'interno la democrazia turca non è mai stato così impopolare e l'economia non è mai andata così male. Erdogan deve pensare che è ora di tornare a ricattare l'Europa, lavorando sulle sue paure. Tre anni fa aveva ricevuto sei miliardi di euro per fare della Turchia un filtro che bloccasse i flussi. Ora però le polizie di Erdogan tornano a voltarsi dall'altra parte, quando si affacciano sull'Egeo i più spaventati e i sofferenti di un arco di instabilità di un miliardo e mezzo di persone dall'Africa al Medio Oriente.
L'uomo forte di Ankara vuole altri soldi, sapendo che l'Europa è disposta a pagare pur di non dover fare i conti con questa umanità. Per questo alza la pressione. Nell'estate i nuovi rifugiati sono almeno 25 mila nelle isole greche e i reticolati che erano stati eretti per loro non li contengono più.
L'Europa non dovrebbe aver bisogno di altro per capire, mentre i segnali arrivano da ogni parte. Il centro di Lampedusa è di nuovo al limite della capienza. La procura di Palermo indaga sulle torture che i migranti subiscono in Libia. Intanto procedendo come sonnambuli, ciascun per sé, i suoi leader assoggettano l'ordine politico europeo all'arbitrio di chiunque abbia un po' do potere alle loro frontiere.
Questi leader naturalmente non sono ciechi e pazzi: ciascuno di loro limita la collaborazione con gli altri, perché ogni guadagno politico di un governo rappresenta un costo per l'altro. In Francia il 63% della popolazione pensa che ci siano "troppi stranieri" (Ipsos/Sopra Steria). Dunque ogni rifugiato trasferito da Lampedusa a Lione per "aiutare l'Italia" potrebbe dar fiato ai nemici del presidente in Francia. Anche Emmanuel Macron ha elezioni locali vicine, a marzo, e presidenziali nel 2022.
È in questo gioco a somma zero - se vinco io, perdi tu - che i cittadini europei vengono sottoposti allo stress di una duplice dissonanza cognitiva. Si raccontano loro storie che palesemente non sono vere, ma si chiede loro di crederci. C'è la promessa di risolvere chiudendo i porti, mentre poi barchette e gommoni approdano più numerosi sulle spiagge. E c'è la promessa di proteggere la "way of life" europea, il nostro stile di vita, al punto da chiamare così il portafoglio del commissario europeo delegato ai rifugiati.
Ma andate un po' a vederla nel campo di Lesbo, questa "way of life". Sembra un ghetto progettato da un pazzo per assorbire il dolore del mondo di fuori che l'Europa non vuole vedere. Ci sono tre uomini sbarcati in agosto che passano il pomeriggio attorno alla loro tenda, fissata a un olivo L'hanno appena avuta, dopo un mese all'addiaccio. Il più anziano si chiama Najah Khafaji e si muove in sedia a rotelle, senza una gamba. L'ha persa nel 1991 in Kuwait, da ufficiale di Saddam Hussein sotto le bombe americane e la sua foto in divisa, con due gambe e le medaglie al petto, è ancora la cover del suo smartphone.
È fuggito dall'Isis del distretto di Babil, l'antica Babilonia, per arrivare in questa babele di profughi e non tornerebbe mai indietro.
Non lontano da lui confabula un gruppo di ragazzi dalle facce d'Asia centrale, quasi mongole. Sono arrivati tre giorni fa, afghani della provincia di Ghazni. Per dormire, il campo per loro ha dato un'unica coperta e un pezzo di strada. Una cicatrice fresca di trenta centimetri attraversa in verticale il petto di uno di loro, ricordo di un'estorsione al padre commerciante. Un altro giace a terra con i segni avanzati di una malattia venerea, ma i dottori sopraffatti dalle urgenze l'hanno giusto invitato a tornare un altro giorno.
Il solo che parla un po' inglese fra loro è un ragazzo di 15 anni, Barakat Mohammadi. In primavera i talebani gli hanno ucciso il padre e perché due suoi fratelli avevano lavorato con gli americani. Lui è partito a piedi per arrivare fino a questo imbuto fra due mondi. "Cosa posso fare adesso?", chiede. "Non ho niente qua". Poco lontano fra gli olivi si aggira un 27 enne di Kinshasa magrissimo, Patrick Mafolo, che si è messo in viaggio perché ha scoperto di avere un tumore ai polmoni. Sperava di curarsi in Europa ma nessuno lo visita. Le condizioni sanitarie sono al limite, scabbia e tubercolosi che possono degenerare epidemie in ogni momento, il cibo è scarso. I farmaci per epatite, malattie renali o per le più banali infezioni non vengono più messi a disposizione dalla sanità pubblica. La Ue sta pagando due milioni al giorno per la spesa corrente, ma non vuole vedere neanche un rendiconto da qui.
Questo è un girone d'inferno del quale i governi europei, fra loro, preferiscono non parlare. Quelli prosperi e sicuri di sé, perché altrimenti rischiano di doversi spartire queste persone. La Grecia, perché ha bisogno di talmente tante concessioni finanziarie, che preferisce dimenticare e far dimenticare. Non vuole che questo posto sia comodo, o si spargerà la voce e ne verranno ancora di più. Del resto questo è il destino delle zone cuscinetto destinate a far sparire coloro che nessuna terra del mondo vuole. Questa è l'ambiguità di luoghi del genere. Si paga per metterli un po' meglio e mettere così a posto la propria coscienza, ma il guardiano del vostro cancello sarà sempre un altro. Erdogan si propone, se volete, o magari domani allo stesso modo lo farà un signore della guerra libico battendo cassa all'Italia.
Se questa è la realtà, i racconti consolatori non funzionano più. E la cooperazione fra leader non potrà bastare, se resta un gioco a somma zero. Le redistribuzioni devono avvenire fra molti più Paesi, non solo con Francia e Germania. Soprattutto è tempo che un'Europa unita proietti all'esterno il proprio peso e investa almeno in Africa subsahariana per filtrare e prendere controllo dei flussi lì. Oggi, incredibilmente, Bruxelles vi spende in proporzione molto meno di quarant'anni fa. Se l'illusione di ogni Paese è di salvarsi da solo, possiamo solo finire travolti tutti insieme.
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