di Fabrizio Gatti
La Repubblica, 30 maggio 2019
Parlano i protagonisti della foto simbolo scattata da Massimo Sestini nel 2014. Li ha rintracciati il "National Geographic". Della nostra epoca, tra le opere d'arte destinate a sopravvivere, resterà sicuramente una fotografia scattata in mezzo al Mediterraneo. È l'immagine che sabato 7 giugno 2014, ventuno minuti dopo le cinque del pomeriggio, Massimo Sestini ha inquadrato sull'esatta verticale di un barcone e delle sue centinaia di volti. Tutti con lo sguardo all'insù, circondati dal mare.
Ecco Hajar, che allora ha 15 anni. Ecco sua sorella Shaza, in viaggio con la figlia di quattro mesi. Ecco Amal, la loro madre, che è riuscita a farle scappare dalla Siria in fiamme. E Ansoumana, partito dal Gambia, 15 anni anni pure lui e per questo soprannominato Bambino. E poi Bakary del Mali, 14 anni. E Ayman, 30 anni, con il figlio Mahmood che di anni ne ha solo quattro. Eccoli quel giorno. E rieccoli oggi, sani e salvi nelle loro nuove vite in Francia, Germania, Italia e Svizzera.
National Geographic ha voluto raccontare la storia di questa foto straordinaria che è tuttora l'icona mondiale delle migrazioni. Marco Cattaneo, direttore dell'edizione italiana della prestigiosa rivista, ha dedicato la copertina e il servizio di apertura del numero di giugno, in uscita sabato, ai protagonisti di questo ritratto collettivo, intenso, immediatamente riconoscibile. Volti e voci che incontreremo su National Geographic anche nel documentario in onda nella Giornata mondiale del rifugiato, giovedì 20 giugno alle 20.55 (Canale 403 di Sky), con la produzione di Marco Visalberghi e Doclab, il patrocinio dell'Alto commissariato per i rifugiati, musiche originali di Massimo Nunzi e la regia di Jesus Garcés Lambert.
"Where are you? Dimmi dove sei" è il titolo, ispirato allo stesso appello che Massimo Sestini ha rivolto dai social media agli sconosciuti passeggeri del barcone. Sempre il 20 giugno (alle 20.30) il documentario sarà proiettato in contemporanea al Maxxi di Roma: una serata aperta al pubblico, organizzata da National Geographic, in collaborazione con il Museo nazionale delle arti del XXI secolo e Unhcr.
La fotografia, quando è unica e irripetibile, ha la stessa potenza di un'opera d'arte. Eppure nell'immaginazione di un profano sembra uno scatto facile: l'elicottero si ferma in volo sopra il grappolo di sguardi e si ha tutto il tempo necessario per l'inquadratura. Massimo Sestini ascolta. Sta guidando la sua macchina sull'autostrada per Firenze. "Prova a mettere la faccia fuori dal finestrino", dice divertito: "Stiamo andando a 130 all'ora e già così puoi capire. Sul mare l'elicottero viaggia tra i duecento e trecento orari. È un'operazione di soccorso, non puoi chiedere al pilota di fermarsi sopra il barcone, anche perché rischierebbe di farlo rovesciare. Non appena esci dal portellone, però, vieni investito dal vento della velocità e dal flusso violento che scende dal rotore".
National Geographic rivela i retroscena, aneddoti e trucchi che ogni fotografo amatoriale vorrebbe conoscere. È comunque sconsigliabile farsi appendere a trecento all'ora sul mare senza essere professionisti esperti: "Il merito della foto", ammette Sestini, "è per il 50 per cento del comandante Sergio Prato. È lui il pilota dell'elicottero imbarcato sulla nave Carlo Bergamini della Marina militare che ha centrato la posizione esatta per la mia inquadratura". All'inizio l'appello, rilanciato anche dalla Bbc, è caduto nel vuoto.
Fino a quando in una scuola svizzera del Canton Ticino un professore ha chiesto ai suoi studenti di raccontare con un disegno la loro storia personale. Hajar, che oggi ha 20 anni e vive in Germania, voleva descrivere il viaggio che l'ha portata in salvo con tutta la sua famiglia: dai bombardamenti a Homs, la sua città in Siria, alla traversata del Mediterraneo. "Cercavo su Internet le immagini. Quando ho trovato quella barca mi sono detta: sarà una foto come un'altra. Allora", sorride Hajar, "ho provato a zoomare per capirci di più. Fino a quando... mi sono riconosciuta!"
di Matteo Petri
vaticannews.va, 30 maggio 2019
Almeno 55 omicidi avvenuti in 4 Istituti penitenziari tra domenica e lunedì scorso. Per la Pastorale penitenziaria "lo Stato brasiliano ha gravi colpe". Si parlerà anche di questo all'incontro del Consiglio Episcopale di Pastorale dei vescovi brasiliani che si apre oggi. La testimonianza del coordinatore della Pastorale nazionale di Amazonas. È attualmente di 55 vittime, ma potrebbe anche salire il bilancio degli scontri avvenuti in quattro carceri dello stato brasiliano di Amazonas tra domenica e lunedì scorso. A lanciare l'allarme è la Pastorale penitenziaria brasiliana, in forte apprensione per quanto avvenuto nelle ultime ore.
Responsabilità dello Stato - "Negli ultimi 4 giorni abbiamo assistito a un massacro risultato di una detenzione di massa, trascuratezza nei confronti di vite di scartati e avidità di alcune compagnie private - spiega a Vatican News padre Giovanni Poli, coordinatore della Pastorale nazionale di Amazonas e membro della pastorale carceraria di Manaus - lo Stato brasiliano ha le sue colpe". Secondo padre Poli "queste morti non avvengono a causa delle tanto sbandierate lotte tra fazioni, questa è una narrativa infida - afferma il religioso - che trasforma parte della popolazione carceraria in responsabile per episodi che in realtà sono le conseguenze inevitabili di un sistema carcerario la cui funzione principale è la produzione di dolore, sofferenza e morte".
Le cause dei decessi - Secondo la Segreteria dell'Amministrazione Penitenziaria dell'Amazzonia, gli scontri sarebbero scoppiati durante un'ispezione delle forze di sicurezza nelle carceri e a scatenarli sarebbe stata la rivalità tra bande. Le autorità riferiscono anche che gran parte delle vittime presenta segni di strangolamento e asfissia. Quattro degli uomini uccisi erano detenuti al carcere Compaj, lo stesso dove all'inizio del 2017 morirono 56 persone nel corso di una ribellione durata più 15 ore.
I motivi profondi di questi decessi - "Il motivo più profondo però è un altro, cioè la struttura carceraria brasiliana. Qui ci sono Istituti penitenziari super affollati in cui nessuno si preoccupa del riscatto personale, del fine riabilitativo, che invece la pena dovrebbe avere - spiega ancora padre Giovanni Poli -. Non esiste una visione alternativa al modello meramente punitivo, di castigo. Il sistema carcerario brasiliano non redime la persona, non migliora i rapporti nella società, non riesce ad essere un deterrente; il sistema carcerario brasiliano mira soltanto a punire, castigare e uccidere".
La risposta del Ministero della Giustizia - Il Ministero della Giustizia e della Sicurezza Pubblica, come richiesto dal governo dello stato di Amazonas, ha deciso di inviare una task force per intervenire nel complesso penitenziario di Anísio Jobim. Qui sono avvenuti 19 decessi. Ieri mattina intanto, con un tweet, il ministro Sergio Moro ha anche aggiunto che "saranno resi disponibili trasferimenti in altre carceri federali per i colpevoli di questi massacri". Lunedì scorso, invece, il governatore dello Stato di Amazonas, Wilson Lima, aveva confermato che le morti sarebbero avvenute a causa di una spaccatura di una banda criminale in nel traffico di droga.
L'azione della Pastorale carceraria - "Noi cerchiamo di stare vicino a chi ha perso un fratello, un padre o un marito - spiega ancora padre Poli - qui in Brasile, infatti, non esistono strutture psicologiche di supporto per chi ha subito queste perdite e talvolta l'opinione pubblica è quasi felice di queste morti. Noi invece, come Pastorale carceraria crediamo che la vita vada sempre rispettata a prescindere dalle scelte sbagliate, dagli errori commessi o dal colore della pelle".
askanews.it, 30 maggio 2019
L'attivista algerino per i diritti umani, Kamel Eddine Fekhar, 54 anni, è morto ieri dopo circa tre mesi di detenzione e quasi due mesi di sciopero della fame. Il decesso è stato annunciato su Facebook dal suo avvocato, Salah Dabouz, precisando che è avvenuto nell'ospedale di Blida, circa 40 chilometri a Sud di Algeri, dove era stato "trasferito con urgenza a seguito di un peggioramento delle sue condizioni di salute".
Il legale ha accusato le autorità giudiziarie di Ghardaia, circa 480 chilometri a Sud di Algeri, per "questa morte programmata": "Avevo lanciato l'allarme, per tre settimane Kamel Eddine è stato detenuto in condizioni disumane nell'ospedale carcerario di Ghardaia, non è stato fatto nulla".
Come ricorda il quotidiano algerino El Watan, l'attivista era stato arrestato il 31 marzo con l'accusa di "attentato alle istituzioni", a seguito di un'intervista diffusa su Facebook, e aveva deciso di fare lo sciopero della fame per denunciare la sua detenzione "ingiusta". "Un omicidio! Un abietto omicidio politico", hanno denunciato cittadini e attivisti politici e per diritti umani, secondo El Watan, che parla di "persecuzione giudiziaria contro un uomo che esprimeva le sue idee pacificamente".
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 30 maggio 2019
Il nuovo capo dipartimento dell'Immigrazione, Michele Di Bari, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso, entro 30 giorni. "Non c'è niente di eroico nel vile infierire su chi è più debole" scriveva Dacia Maraini. Ma al Viminale più che eroi ci sono caterpillar, uomini in ruspa con cui abbattere il nemico.
L'attacco concentrico di politica e magistratura lo ha già esiliato, umiliato, e il 26 maggio, anche, sconfitto elettoralmente (dopo un'operazione politica tanto efficace quanto spregiudicata, pronta a tutto, anche ad aumentare i residenti del 40% in un anno nel borgo, pur di strappargli Riace). Ora, non sazi, i solerti funzionari del ministero di Salvini battono pure cassa contro Mimmo Lucano. Il nuovo capo dipartimento dell'Immigrazione, Michele Di Bari, già prefetto a Reggio Calabria e responsabile numero uno della disastrosa gestione della baraccopoli di San Ferdinando ma promosso, guarda caso, da Salvini all'importante incarico, ha inoltrato al comune della Locride formale diffida a saldare il conto pregresso.
Un conto salato di 3 milioni da versare entro 30 giorni. Se così non fosse "si procederà mediante trattenuta sui versamenti erariali". Si tratta di somme già incassate per i servizi resi dal 2011 al 2018. Ma che il Viminale rivuole indietro perché nel corso degli anni Riace non avrebbe sanato alcuni vizi di rendicontazione.
Secondo la procedura, in caso in caso di anomalie nei conti, l'amministrazione deve presentare controdeduzioni, pena tagli al budget successivo. Secondo il ministero ciò non sarebbe avvenuto, dunque l'ente deve versare il quantum. Questa diffida, tuttavia, stride con la recente sentenza del Tar di Reggio che aveva annullato la circolare del ministero che escluse Riace dallo Sprar. Ebbene, quel provvedimento era stato annullato proprio perché non era stato preceduto da una chiara segnalazione delle asserite anomalie e, inoltre, in quanto implicitamente smentito dai rinnovi triennali dei progetti.
La decisione del Tar, infatti, si fonda essenzialmente sulla circostanza che a Riace a dicembre sia stato autorizzato il finanziamento per il triennio 2017-2019, "in prosecuzione del triennio precedente senza avere comminato penalità". Peraltro, secondo il Tar, se sussiste il danno erariale questo l'avrebbe prodotto proprio il Viminale in quanto "il progetto avrebbe dovuto essere chiuso alla scadenza naturale.
Averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un'amministrazione, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ma ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo efficiente, appare fonte di danno erariale che dovrà essere segnalato alla Procura presso la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della regione Calabria".
La magistratura amministrativa aveva, dunque, già sottolineato in sentenza la non correttezza della procedura seguita dal Viminale. Che, tuttavia, ci riprova infierendo su Lucano e sugli assessori delle sue vecchie giunte. Che potrebbero esser chiamati a rispondere dinanzi alla Corte dei Conti di un danno erariale milionario.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 maggio 2019
Nei prossimi giorni ovunque nel mondo si ricorderà il trentesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen, dove il 3 e il 4 giugno 1989 i soldati aprirono il fuoco contro manifestazioni pacifiche uccidendo centinaia se non migliaia di persone, per lo più studenti e lavoratori che chiedevano riforme politiche. Ovunque, ma non in Cina, dove ogni riferimento alla repressione di piazza Tiananmen continua a essere sistematicamente censurato. Chiunque cerchi di commemorare le vittime lo fa a grande rischio personale e va incontro a minacce o arresti.
Come negli anni scorsi, nelle settimane precedenti l'anniversario la polizia ha arrestato, posto agli arresti domiciliari o minacciato decine di attivisti, compresi familiari delle vittime. Ad aprile l'attivista Chen Bing è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per avere, insieme agli altri tre attivisti Fu Hailu, Lou Fuyu e Zhang Junyong, "fomentato dispute e provocato disordini" commemorando l'anniversario di Tiananmen etichettando bottiglie di un liquore cinese.
Sospettato del medesimo reato, il 18 maggio è iniziata un'indagine nei confronti dell'attivista Deng Chuanbin, autore di un tweet sulle proteste del 1989. Il 20 maggio la polizia ha ordinato alla 82enne Ding Zilin, che a Tiananmen perse il figlio 17enne Jiang Jielian, di lasciare la sua abitazione a Pechino e trasferirsi nella sua città natale nella provincia dello Jiangsu, a oltre 1100 chilometri di distanza. Si tratta di una prassi consolidata con cui le autorità cercano di ridurre gli attivisti al silenzio in periodi politicamente sensibili e rendere più difficili le interviste ai media stranieri.
Ding Zilin è una delle fondatrici delle Madri di Tiananmen, un gruppo di familiari delle vittime che chiede un'indagine sul massacro del giugno 1989. Nelle ultime settimane altri membri del gruppo sono stati posti sotto sorveglianza di polizia. Molti genitori delle vittime di Tiananmen sono morti di vecchiaia o di malattie. E il tempo è agli sgoccioli per tanti altri che, ciò nonostante, vogliono verità e giustizia per i loro figli assassinati a Tiananmen.
Da 30 anni Amnesty International chiede alle autorità cinesi di riconoscere pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse a Tiananmen nel 1989; avviare un'indagine pubblica e indipendente e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a risponderne di fronte alla giustizia; risarcire le vittime del massacro del 1989 e i loro familiari; porre fine alle minacce e ai procedimenti giudiziari contro coloro che commemorano o parlano pubblicamente delle proteste del 1989.
agensir.it, 30 maggio 2019
"Di fronte a quanto accaduto, che deploriamo profondamente e che riempie di allarme, stupore e tristezza coloro che sono in carcere e le loro famiglie, la Commissione Giustizia e Pace dell'Episcopato venezuelano ricorda nuovamente alle autorità dello Stato venezuelano che è loro dovere inderogabile garantire e rispettare tutti e ciascuno dei diritti umani della popolazione carceraria, che si trova sotto la loro custodia e protezione".
Lo scrive, in un comunicato, l'organismo ecclesiale, presieduto da mons. Roberto Lückert León, vescovo emerito di Coro, in seguito a quanto accaduto la scorsa settimana nel carcere venezuelano di Acarigua (Stato di Portoguesa), che si trova a circa 300 chilometri a sudovest di Caracas, dove venerdì 30 detenuti sono morti e 19 sono rimasti feriti nell'ambito di una rivolta, i cui contorni non sono stati chiariti.
"La custodia e l'ordine all'interno delle carceri non può essere concesso o delegato dalle autorità statali a persone private e specialmente ad altri detenuti che mediante la costrizione e l'uso terrore mantengono un ordine basato sull'estorsione ai reclusi e ai loro familiari, per esercitare la violenza e diversi traffici illeciti, come per esempio di stupefacenti, armi e altro", prosegue la nota.
In particolare, la Commissione ricorda che le autorità hanno l'obbligo di non permettere l'ingresso di armi nelle carceri e di mantenere l'ordine e la disciplina interna con personale professionalmente qualificato. La Commissione chiede, inoltre, un'autentica giustizia per la morte dei detenuti, "che si sommano ai massacri accaduti in altri commissariati di polizia gli scorsi anni e rimasti nell'assoluta impunità", e "provvedimenti immediati che garantiscano a vita e l'integrità delle persone detenute".
ossigeno.info, 29 maggio 2019
Dal Tribunale di Salerno su istanza del Sugc in un processo a direttore e collaboratore del quotidiano "Roma" di Napoli. Sarà la Corte Costituzionale a stabilire se la pena del carcere per i condannati per diffamazione a mezzo stampa è una misura legittima. Lo ha deciso il tribunale di Salerno che ha accolto l'eccezione di incostituzionalità sollevata dall'avvocato del Sindacato unitario giornalisti della Campania, Giancarlo Visone, nel processo per diffamazione a carico del direttore responsabile del quotidiano "Roma" e di un giornalista autore di un articolo.
Secondo la tesi del Sindacato, condivisa dal giudice, "anche la sola previsione astratta della possibile irrogazione di una pena detentiva in caso di diffamazione a mezzo stampa comporterebbe una limitazione eccessiva del diritto convenzionalmente e costituzionalmente tutelato della libertà di manifestazione del pensiero e di cronaca del giornalista, incompatibile con l'articolo 10 della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell'uomo)".
Secondo questa tesi il carcere per i giornalisti, previsto nell'articolo 13 della legge sulla stampa e dall'articolo 595, comma tre, del codice penale (diffamazione a mezzo stampa), violerebbe gli articoli 3, 21, 25 e 27, nonché l'articolo 117 comma 1 della Costituzione in relazione all'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. "Da anni chiediamo che con una legge il Parlamento cancelli il carcere per i giornalisti - affermano il segretario e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del Sugc, Claudio Silvestri. Una vera vergogna che nessun Governo ha voluto affrontare seriamente e che spinge l'Italia in fondo alle classifiche sulla libertà di stampa. Adesso a decidere sulla legittimità del carcere sarà la Corte Costituzionale. A prescindere dalle sentenze, tuttavia, è sempre più urgente un intervento del legislatore su una materia fondamentale perché riguarda il diritto dei giornalisti di informare e il diritto dei cittadini ad essere informati. La recente condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo proprio per la presenza della pena detentiva per il reato di diffamazione non dà più alcun alibi al Parlamento".
di Stefano Origone
La Repubblica, 29 maggio 2019
Il racconto del nostro giornalista picchiato a Genova. "Sono un giornalista, sono un giornalista". L'ho gridato subito, mentre i poliziotti mi venivano incontro alzando i manganelli. È stata una frazione di secondo. Mi sono girato, ho cercato di scappare, ma non ne ho avuto il tempo. Sono stato accerchiato, hanno cominciato a colpirmi sulla schiena, la testa e le braccia. D'istinto mi sono chinato per proteggermi. Sono passati cinque giorni da quel pomeriggio di Piazza Corvetto a Genova e dagli scontri tra polizia e antifascisti per una manifestazione di CasaPound.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 29 maggio 2019
Agenti sotto copertura contro i reati connessi all'immigrazione clandestina; giro di vite sui violenti negli stadi e task force per eseguire le sentenze penali e premi per i paesi che collaborano a rimpatriare gli stranieri. Pieni poteri al Viminale sullo sbarco delle navi di immigrati. Agenti sotto copertura contro i reati connessi all'immigrazione clandestina.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 29 maggio 2019
Perugia, indagato per corruzione l'ex presidente Anm Palamara. Trema il Consiglio Superiore della Magistratura, la sostituzione del procuratore di Roma Pignatone è diventata una congiura.
- La Legge sblocca-cantieri in realtà sblocca le tangenti
- Condanna patteggiata, non sanabile l'errore sulla continuazione
- Migranti, per l'anagrafe basta la richiesta d'asilo: respinto il ricorso del Ministero
- Non va sospesa la patente a chi guida ubriaco una bicicletta
- Monza: "Oltre i confini", un giornale per illuminare il buio al di là del muro











