di Errico Novi
Il Dubbio, 11 settembre 2019
Intervista al giurista Domenico Pulitanò. "Non c'è motivo di guardare al 1° gennaio come a una data fatale. Da quel giorno la norma che elimina l'istituto della prescrizione dopo il primo grado sarà in vigore, ma produrrà effetti solo sugli illeciti commessi a partire da quella stessa data. Il che vuol dire che c'è ancora una lunga battaglia da fare, in cui sono personalmente impegnato".
A dirlo è Domenico Pulitanò, vera e propria istituzione dell'accademia del Diritto penale italiano. "La scelta di differire l'efficacia della nuova prescrizione, in modo da introdurre prima una riforma del processo, sembra presupporre la necessità di imbrigliarla, quella norma: allora perché la si è introdotta?".
"Non ci riusciamo. Meglio: noi, la cosiddetta élite dei giuristi, rappresentiamo sì una élite ma di tipo tecnico, possiamo dare vita a un confronto interno, ma non riusciamo a farci ascoltare dall'opinione pubblica. Il punto è che, sulla giustizia, non riesce a farsi ascoltare neppure quella parte della politica che dovrebbe seguire una linea più razionale".
Domenico Pulitanò è una istituzione in sé. Professore emerito di Diritto penale della Statale di Milano e della "Bicocca", avvocato, è considerato dai penalisti un punto di riferimento al pari di pochissimi altri studiosi. Quando, un anno fa, aderì all'appello contro la "nuova" prescrizione rivolto dalle Camere penali al presidente della Repubblica, il presidente dell'Ucpi Gian Domenico Caiazza esultò come farebbe il sostenitore di una squadra di calcio per l'ingaggio di un grande campione.
Ora Pulitanò ribadisce tutto l'allarme per l'entrata in vigore della norma che "sospende" (meglio: abolisce) la prescrizione dei reati dopo il primo grado. Anche se, aggiunge, "non c'è motivo di guardare alla scadenza del 1° gennaio come a una data fatale. Sì, da quel giorno la norma che elimina l'istituto della prescrizione sarà in vigore, ma produrrà effetti solo sugli illeciti commessi a partire da quella stessa data. Il che vuol dire che c'è ancora una lunga battaglia da fare".
Una battaglia contro la prescrizione che potrebbe anche durare anni, dunque?
Si deve prendere atto di una sorta di equivoco creatosi nella percezione diffusa. Gran parte dell'opinione pubblica sembra considerare quella data del primo gennaio come il tornante fatale dopo il quale in tutti i processi, una volta pronunciata la sentenza di primo grado, non ci sarà più la prescrizione. Ma sappiamo che non è così, perché la modifica introdotta interviene su un elemento di diritto sostanziale, il che vuol dire che nel caso dei processi per reati seri, chiamiamoli così, per anni non cambierà nulla. Sempre che la norma, sostanziale appunto, sia correttamente interpretata.
Intende dire che, quando sarà diventato chiaro come l'effetto tangibile della "nuova" prescrizione sia in realtà differito, l'opinione pubblica potrebbe essere meno delusa da un ripensamento del legislatore?
Certo, c'è anche questo aspetto, che agevola la dura battaglia politica da condurre contro il blocco della prescrizione. Ma io mi riferisco innanzitutto al fatto che, se ci si vuole opporre a quella norma, non ha senso considerare la data del primo gennaio come l'esplosione di una bomba a orologeria.
In questo Giulia Bongiorno aveva torto...
A me interessa che una politica seria avrebbe tutto il tempo per rimediare, e che restano intatti i presupposti e le condizioni per condurre una battaglia altrettanto seria.
Professore, lei argomenta con efficacia: ma, in generale, come può, l'élite dei giuristi, persuadere un'opinione pubblica abituata ormai a leggi sulla giustizia concepite proprio per aderire alle aspettative della massa?
È un problema enorme. È il problema delle élites in generale, che si ingigantisce nel caso delle élites politiche. Vede, noi come tecnici del diritto, siamo fatalmente portati a costruire discorsi che non saranno compresi dal pubblico. A volte sono costruzioni che potemmo definire illuministiche, in senso buono e meno buono, in ogni caso siamo portatori di ragioni che fanno fatica ad essere comprese. Ma la politica...
La politica?
Ecco, se tutta la politica gialloverde ha seguito una strada illiberale e irragionevole, il punto è che i più liberali hanno avuto difficoltà a farsi sentire. La cultura penalistica, mi riferisco agli avvocati e a noi giuristi, si è battuta, sì, ma i politici che avrebbero dovuto sostenere le ragioni del diritto penale liberale lo hanno fatto molto meno.
Perché, secondo lei?
Semplicemente, non sono capaci di sviluppare un discorso comprensibile a un vasto pubblico. Ora ci troviamo nel paradosso per cui c'è un ministro della Giustizia continuatore di una politica che sarebbe da modificare. Dall'altra parte c'è un discorso impostato unicamente in chiave garantista e che per questo rischia di essere frainteso.
A cosa si riferisce?
Al fatto che quel discorso rischia di essere liquidato come argomentazione fiancheggiatrice di illeciti gravi.
Intende dire che il garantismo viene per lo più da un centrodestra fatalmente associato ai processi di Berlusconi?
Non solo. Dal punto di vista dei populisti è sospetta anche la posizione garantista associabile al mondo di Renzi, che per estensione diventa l'intero Pd.
Inevitabile...
Il problema è che la critica alle ultime politiche sulla giustizia dovrebbe basarsi sull'efficienza. Bisognerebbe riuscire, per esempio, a interrogare l'opinione pubblica nel seguente modo: credete davvero che con l'innalzamento delle pene, con l'abolizione dell'abbreviato per i reati da ergastolo, con un principio di legalità ridotto alla cosiddetta certezza della pena, cambi davvero qualcosa? O casomai, anziché produrre più tutela e più sicurezza, lungo questa via si finisce per aggravare i problemi? Ecco, un discorso simile proprio non lo si riesce a costruire.
Però è vero che il garantismo è molto esposto al pregiudizio del fiancheggiamento...
Ciò non toglie che da parte del mondo forense e dei giuristi in generale si debba proseguire con una forte critica. A breve ci saranno altri convegni dell'Unione Camere penali, un congresso a Taormina, e si lavora con l'obiettivo di strutturare una riforma alternativa proprio in materia di prescrizione dei reati. Lavoro in cui sono personalmente coinvolto e che va fatto a maggior ragione considerato l'effetto non immediato che avrà la norma sulla prescrizione. Il che peraltro non significa ignorare gli effetti negativi più generali, comunque evidenti.
Effetti di tipo culturale?
Certamente si crea un modello, davvero brutto sul piano dei principi, secondo cui la prescrizione è una cosa cattiva e con la sentenza di primo grado ce ne liberiamo. In realtà è inaccettabile che, dopo la sentenza di primo grado, qualsiasi reato diventi imprescrittibile.
Il processo eterno...
Qui si innesta un altro aspetto sottovalutato: il legame tra la norma che elimina la prescrizione e le riforme del processo penale. Il legislatore ha differito l'entrata in vigore della prescrizione perché era necessario introdurre prima queste riforme del processo: un legame curioso, che pare presupporre la necessità di imbrigliare la norma sui termini di estinzione dei reati, altrimenti portatrice di effetti negativi e non accettabili. E allora, di grazia, perché l'hai introdotta? Ecco un altro discorso rimasto inopinatamente fuori dal dibattito pubblico.
Anche qui: sono i limiti dell'opposizione "liberale"?
Dico semplicemente che va benissimo l'idea di rendere più veloci i processi, ma che se ci si arriva davvero, le declaratorie di avvenuta prescrizione non ci saranno più.
E quindi, abolire la prescrizione equivale a una dichiarazione di resa rispetto alla lunghezza eccessiva dei processi, giusto?
Esatto: cerchiamo di farli funzionare, i processi. E ricordiamoci anche che abbreviarli non può essere associato all'idea secondo cui si deve arrivare più celermente all'accertamento delle responsabilità; piuttosto all'idea che si devono ridurre i rischi di avere un innocente sottoposto a un lungo, ed estenuante, processo.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2019
Resta ad alta tensione la partita della riforma della giustizia targata Bonafede. Il cambio delle forze di Governo, con l'ingresso del Pd e l'uscita della Lega, fa venire meno anche l'accordo politico che condizionava l'entrata in vigore, prevista per il 2020, delle nuove modalità di calcolo della prescrizione a un pacchetto di norme che accelerasse l'andamento dei procedimenti soprattutto penali.
Il testo era stato approvato "salvo intese" dopo una riunione fiume del Consiglio dei ministri lo scorso 1° agosto, dove l'intesa di fondo era stata raggiunta sulla parte dedicata al nuovo sistema di elezione del Csm e sulle modifiche al Codice di procedura civile. Sul penale Lega e 5 Stelle erano rimasti distanti, del tutto insufficienti erano state infatti ritenute dalla Lega le misure delineate dal disegno di legge elaborato dal ministero della Giustizia. A partire dalla determinazione di una soglia di durata coincidente con quella già oggi fissata dalla Legge Pinto, 6 anni.
Nelle prossime ore dovrebbe partire un non facile confronto nella nuova maggioranza. Se sullo sfondo resta la distanza su temi chiave come la riforma dell'ordinamento penitenziario, messa a punto dall'amministrazione Orlando e poi subito accantonata dal nuovo ministro Alfonso Bonafede, o la revisione della disciplina delle intercettazioni, anche questa elaborata da Orlando e congelata sino a fine anno da Bonafede, a non volere ricordare il diverso sistema di conteggio della prescrizione previsto da Orlando e modificato da Bonafede, anche sulle misure per accelerare i processi e rivedere il sistema elettorale del Csm potrebbero essere scintille.
Da vedere infatti è quanto possa essere condivisa nel Pd una soluzione cui sono invece molto legati i 5 Stelle come quella della dose di sorteggio per la scelta dei futuri consiglieri. Certo da pesare ci sarà anche il pesante coinvolgimento di 2 parlamentari del Pd (Luca Lotti e Cosimo Ferri) nello scandalo nomine che ha investito il Consiglio, ma i mal di pancia sul punto sono prevedibili. Come pure sull'irrigidimento delle sanzioni disciplinari per i magistrati che non rispettano i tempi di durata dei giudizi oppure su norme bandiera come l'innesto possibile della valutazione psicologica nell'esame di idoneità delle toghe.
Tra magistrati e avvocati poi l'allarme resta alto. Con le Camere penali che hanno scritto a tutti i parlamentari aprendo al confronto sui tempi della giustizia, sottolineando però quella che è ritenuta una precondizione e cioè la cancellazione dello stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio; mentre l'Anm convoca il direttivo per venerdì, con all'ordine del giorno le modifiche al codice etico dopo il caso Csm, sabato è indetta l'assemblea dei soci e domenica la presentazione in diretta streaming dei candidati alle elezione suppletive del Consiglio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 settembre 2019
Nessun fondamento normativo di un regime criticato dagli enti internazionali. Accolto il ricorso di un detenuto di Parma, trasferito nella sezione ordinaria del carcere duro. Ma qualcun altro presto prenderà il suo posto.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 11 settembre 2019
L'abbraccio fra un giovanissimo detenuto e una donna venuta fuori dal carcere a raccontare la tragica storia di suo figlio. E poi le parole del ragazzo: "Grazie. Avrei voluto sentire cose così prima di finire qui dentro".
targatocn.it, 11 settembre 2019
Negli ultimi dieci anni il numero dei detenuti nelle 13 carceri piemontesi è aumentato in modo preoccupante, con un tasso di sovraffollamento del 115 per cento. Nella seduta di Consiglio di martedì 10 settembre sono state presentate e discusse le relazioni annuali del Difensore Civico, del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e della Garante per l'infanzia e l'adolescenza.
Sono le questioni relative all'assistenza sanitaria quelle su cui il difensore civico Augusto Fierro ha voluto porre l'accento nel corso della sua relazione all'Aula. A cominciare dai problemi nella presa in carico anziani non autosufficienti rispetto alle leggi regionali e l'adeguamento alle disposizioni a livello nazionale che ha aggiornato i Lea.
Fierro ha sottolineato di registrare un costante aumento dei reclami e delle segnalazioni proprio sul tema, anche nella sua qualità di garante della salute. Esiste un'emergenza ignorata: in Italia ci sono 4 milioni di famiglie con parente non autonomo e il Piemonte è fra le regioni più in difficoltà. Esiste, secondo il difensore civico, una discrasia innegabile tra le previsioni dei Lea a livello nazionale e quanto prevede la normativa regionale. Da Roma si prescrive la presa in carico della persona, mentre in Piemonte il percorso prevedeva la domiciliarità: si è assistito alla trasformazione di un diritto ad una sorta di "elastico" dell'applicazione della normativa. La conseguenza, dal suo osservatorio, è una permanente conflittualità tra famiglie degli anziani che si esprime con le opposizioni al ricovero e che presentano difficoltà economiche.
In generale, Fierro ha ricordato che con la legge omnibus è stato previsto il controllo da parte del difensore civico sulla efficienza qualità del servizio sanitario piemontese. Ha pertanto richiesto che il Consiglio e in generale la Regione gli risponda, altrimenti tutto diventa irrilevante. A seguito dell'intervento, si sono susseguiti quelli dei consiglieri di maggioranza e opposizione. Ciascuno con le sue posizioni, si è però convenuto di approfondire i temi e i problemi sollevati nella relazione, anche con ulteriori audizioni e dibattiti nelle Commissioni consiliari competenti.
Negli ultimi dieci anni il numero dei detenuti nelle 13 carceri piemontesi è aumentato in modo preoccupante: al 31 maggio 2019 erano 4592, per 3972 posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento del 115 per cento, un dato tra l'altro falsato che non tiene conto della capienza effettiva delle strutture, con celle temporaneamente inagibili o chiuse per lavori. La situazione è particolarmente critica nel carcere di Alba, ad oggi l'istituto penitenziario italiano con il più alto tasso di sovraffollamento reale: su 142 posti 109 non sono disponibili perché nella parte chiusa a causa della legionella. Situazione simile a Cuneo, dove su 428 posti 140 non sono disponibili. Oltre ai detenuti in carcere ci sono poi 8850 persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale seguite all'esterno.
Sono alcuni dei dati riportati nella relazione annuale del Garante regionale Bruno Mellano, che ha ricordato come il Piemonte sia una regione virtuosa per quanto riguarda le misure rivolte alla formazione e all'inserimento lavorativo delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, ma ha anche evidenziato una serie di criticità, a partire dal sovraffollamento e dalla necessità di un piano su base regionale di manutenzione straordinaria degli edifici esistenti. Mellano ha anche posto l'accento sulla situazione del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi, "significativamente peggiorata a seguito del taglio del budget all'ente gestore e del conseguente forte ridimensionamento del personale dedicato". Infine, il Garante ha parlato delle problematiche della sanità penitenziaria, in particolare in relazione al numero di posti letto destinati agli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi all'interno delle Residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza (Rems).
Al dibattito sono intervenuti i consiglieri Alberto Preioni, Sara Zambaia, Alessandro Stecco, Riccardo Lanzo e Federico Perugini (Lega), che hanno sottolineato la difficile situazione in cui operano gli agenti di polizia penitenziaria e il personale socio-sanitario all'interno delle carceri, Marco Grimaldi (Luv) e Maurizio Marrone (FdI), che si sono soffermati sui problemi del Cpr, Maurizio Marello, Domenico Rossi (Pd), Francesca Frediani e Ivano Martinetti (M5s), che hanno posto l'accento sugli aspetti rieducativi della pena.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 11 settembre 2019
Nel programma del Governo giallorosso del professor Conte non c'è ancora traccia di discontinuità nei capitoli della giustizia e del carcere, eppure il vizio della speranza non ci abbandona. La svolta che vogliamo è che torni ad essere perseguito il progetto costituzionale dei diritti e del reinserimento sociale delle persone detenute.
di Liliana Segre
Il Manifesto, 11 settembre 2019
L'intervento, a Palazzo Madama, della senatrice a vita, nel giorno del suo 89esimo compleanno, per annunciare le intenzioni di voto sul Conte bis. Signor Presidente, gentili colleghe e colleghi, signor Presidente del Consiglio, il mio atteggiamento, di fronte alla realtà e al clima che ha segnato la nascita del nuovo Governo, è di preoccupazione ma, al tempo stesso, di speranza.
Mi hanno preoccupato i numerosi episodi susseguitisi durante l'ultimo anno che non di rado mi hanno fatto temere un inesorabile imbarbarimento della nostra società. I casi di razzismo, sempre più diffusi, trattati con indulgenza, in modo empatico, che quasi sembrano entrati nella normalità del nostro vivere civile. Ma allarmante è anche la diffusione dei linguaggi di odio, sia nella Rete sia nel dibattito pubblico. Troppo spesso al salutare confronto delle idee si sostituisce il dileggio sistematico dell'avversario, col ricorso anche all'utilizzo di simboli religiosi, che a me fanno effetto, in un farsesco ma pericoloso revival del Gott mit uns. A me fanno questo effetto. Forse solo a me, in quest'Aula.
La politica che investe nell'odio è sempre una medaglia a due facce. Non danneggia soltanto coloro che vengono scelti come bersaglio, ma incendia anche gli animi di chi vive con rabbia e disperazione il disagio provocato da una crisi che attraversa, ormai da un decennio, il continente e il mondo. L'odio si diffonde e questo è tanto più pericoloso.
Mi hanno insegnato che "chi salva una vita salva il mondo intero". Per questo un mondo in cui chi salva vite, anziché premiato, viene punito mi pare proprio un mondo rovesciato. Credo che l'accoglienza renda più saggia e umana la nostra società.
Un altro motivo di sconcerto mi è dato dal vedere che la festa nazionale del 25 aprile, che dovrebbe unire il popolo italiano intorno alla Liberazione, è stata, solo da alcuni irresponsabili, ridotta ad una sorta di faida tra tifoserie. Ma secondo me, non così si comporta una classe dirigente.
Voglio venire, però, ora alla speranza. Vorrei che il nuovo Governo nascesse non solo da legittime valutazioni di convenienza politica, ma soprattutto dalla consapevolezza dello scampato pericolo, da quel senso di sollievo che viene dopo che, giunti sull'orlo del precipizio, ci si è ritratti appena in tempo. Mi attendo, insomma, che il nuovo Governo operi concretamente per ripristinare un terreno di valori condivisi, fatto di difesa costante della democrazia e dei principi di solidarietà previsti dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza.
Anche io, personalmente, faccio una semplice richiesta, avanzata nelle sedi parlamentari, come mio contributo ad un futuro migliore. Ad inizio legislatura ho presentato un disegno di legge, poi trasformato in mozione, a cui tengo moltissimo. Si tratta della istituzione di una Commissione di indirizzo e di controllo sui fenomeni dell'hate speech, della violenza, dell'intolleranza, del razzismo, dell'antisemitismo. È un argomento che purtroppo conosco: ho vissuto sulla mia pelle come dalle parole dell'odio sia facile passare ai fatti. Realizzare questa Commissione darebbe il segnale di una risposta politica ai problemi che abbiamo di fronte. Mi auguro che maggioranza e opposizione istituiscano subito la Commissione.
Penso infine all'insegnamento della storia, disciplina molto speciale perché ci insegna a non ricadere negli errori del passato. Perdere la storia è uno dei primi effetti collaterali della perdita del futuro. La disciplina sta sparendo non solo dagli esami di maturità, ma dalla stessa coscienza delle persone. Senza memoria storica, l'umanità è condannata a disumanizzarsi.
Ho apprezzato l'impegno del passato Governo per la reintroduzione dell'educazione civica. Ma non basta una materia in più da insegnare nelle scuole: occorre che l'educazione civica giunga a tutti i cittadini con l'esempio che possiamo dare, che dà la classe politica, le donne e gli uomini che servono il Paese nelle nostre istituzioni. La Costituzione ci impegna a comportarci con "disciplina e onore", ma anche sobrietà e rispetto per gli avversari. Una classe politica che non agisca secondo uno stile nuovo e democratico non sarà all'altezza delle sue responsabilità.
La mia speranza è da ultimo che il nuovo Governo assuma e faccia proprio anche il senso di quel dovere civile, di quella vocazione all'interesse generale che ci viene dai versi di John Donne: "Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te". È con questo spirito che mi accingo ad esprimere, fiduciosa, un voto favorevole al nuovo Governo.
quinewsvolterra.it, 11 settembre 2019
Voto unanime in Regione alla mozione proposta dalla consigliera Galletti (M5s), così come a quella per il teatro stabile presentata da Nardini (Pd). Il Consiglio regionale ha approvato all'unanimità due mozioni per promuovere iniziative di carattere sociale e culturale all'interno del carcere di Volterra, volte a migliorare le condizioni di vita in carcere e a offrire opportunità occupazionali ai detenuti.
La prima, presentata dalla consigliera Irene Galletti (M5s) impegna la Giunta a "destinare risorse regionali, in collaborazione con il carcere di Volterra, il progetto per realizzare un laboratorio che produca cibo gluten free per celiaci e per istituire corsi di formazione destinati ai carcerati e nei quali coinvolgere gli operatori del settore alimentare". La consigliera, illustrando l'atto, ha ricordato che questa sarebbe l'ideale prosecuzione del progetto "Cene galeotte", che ha permesso "di dare vita ad un ristorante con un servizio a totale gestione dei detenuti" e che ha consentito, ad alcuni carcerati giunti a fine pena, di trovare occupazione nelle attività di ristorazione locali.
La seconda mozione, presentata dal gruppo Pd, prima firmataria Alessandra Nardini, sollecita, invece, il progetto di realizzazione di un teatro stabile all'interno del carcere. Nardini ha ricordato che a Volterra "l'esperienza del teatro ha modificato geneticamente un carcere ritenuto in passato fra i più duri del nostro Paese" e "ottenuto successi e riconoscimenti anche fuori dall'Italia". La mozione impegna perciò la Giunta regionale ad "attivarsi nei confronti del Governo, con particolare riferimento al ministero di grazia e giustizia", affinché si adoperi per la realizzazione della struttura teatrale all'interno del carcere, "progetto per il quale l'amministrazione carceraria ha già stanziato un milione di euro". Il dispositivo dell'atto impegna inoltre la Giunta a sostenere la diffusione della petizione presentata dal Garante dei detenuti della Toscana sulla piattaforma change.org e a "promuovere un tavolo di confronto con la Soprintendenza, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e tutti i soggetti interessati".
Il capogruppo di Sì-Toscana a Sinistra, Tommaso Fattori, ha definito "opportune e condivisibili" le due mozioni, sottolineando che "le condizioni carcerarie si migliorano con progetti con finalità sociali e culturali come questi, ma è giusto ricordare che anche le migliorie infrastrutturali e un investimento in operatori e mediatori culturali contribuirebbe, più che aumentare il numero delle guardie carcerarie, a questa finalità". Nardini ha anche ricordato che "le Onorevoli Susanna Cenni e Lucia Ciampi hanno presentato in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati un'interrogazione proprio per sapere quali iniziative si intendano intraprendere per sbloccare le questioni relative all'edificazione" del teatro stabile in carcere. "Non possiamo trascurare inoltre che per la realizzazione di questo Teatro stabile il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha, da tempo, stanziato oltre 1 milione di euro - ha aggiunto la consigliera del Pd -, al fine di costruire una struttura capace di accogliere circa 200 spettatori. Bene, è il momento di entrare nella vera e propria fase di realizzazione del Teatro stabile nel Carcere di Volterra. In tal senso considero significativo e importante il recente sopralluogo da parte della Regione, che fa ben sperare che qualcosa si stia muovendo".
di Grazia Longo
La Stampa, 11 settembre 2019
Nel 2003 un'autocisterna carica di esplosivo si lanciò contro la base italiana: morirono in 29. La Cassazione ribalta il verdetto d'Appello per l'ex capo della missione: "Ignorò gli allarmi".
"Le sentenze si accettano e non si commentano. Ma no, in verità non mi sento in colpa per la strage di Nassiriya. Cosa avrei potuto fare io per arginare un kamikaze su un camion con 4 tonnellate di esplosivo?".
Bruno Stano, generale dell'Esercito in pensione ma ancora collaboratore delle Forze armate, è stato condannato dalla Corte di cassazione civile a risarcire le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya, avvenuta il 12 novembre 2003, nella quale morirono 19 italiani. Era lui al comando della Brigata Sassari durante la missione italiana in Iraq, quando alle 10. 40 del 12 novembre 2003 un'autocisterna guidata da un terrorista di Al Qaeda piena zeppa di esplosivo si infilò nella base Maestrale. La deflagrazione fu infernale: morirono 28 persone, crollò un edificio e venne danneggiata la palazzina del comando.
Il comandante condannato - "Poiché pur essendo pensionato partecipo a un progetto dell'Esercito non posso rilasciare interviste senza essere autorizzato - prosegue l'alto ufficiale, che negli anni è stato promosso fino a diventare generale di corpo d'armata -. Ma vorrei ricordare che quella era una missione umanitaria. La base militare era in mezzo alla comunità locale. E dunque io come primo gesto umanitario avrei dovuto fare evacuare le case? Non era quello il nostro obiettivo". Assolto in via definitiva in sede penale, il generale Bruno Stano dovrà invece rispondere civilmente per gli errori commessi. Gli Ermellini sono infatti convinti che abbia sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari all'interno del quartier generale italiano a Nassiriya in caso di un attentato "puntuale e prossimo" alla base e per la "complessiva insufficienza delle misure di sicurezza".
La sentenza - I giudici della Terza sezione civile della Corte Suprema hanno invece confermato l'assoluzione per l'allora colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, attualmente generale e all'epoca responsabile della base Maestrale. Secondo quanto emerso dai processi, Di Pauli tentò di far salire il livello di guardia e di protezione ma i superiori non gli diedero retta.
A partire da Bruno Stano che avrebbe sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani e per questo era stato già condannato dalla Corte d'Appello di Roma a risarcire le famiglie delle vittime.
L'avvocato Rino Battocletti, legale di una quindicina di feriti scampati alla strage di Nassiriya accoglie favorevolmente il giudizio: "La sentenza pone fine a un iter giudiziario lunghissimo e molto articolato e accerta, in maniera definitiva, l'obbligo risarcitorio del generale Spano. Da questo punto di vista non si può che esprimere soddisfazione rispetto a una vicenda che avrebbe dovuto trovare già una soluzione soddisfacente per i feriti e i familiari delle vittime". L'avvocato precisa inoltre che "l'entità dei danni dovrà essere quantificata in sede civile".
Allarmi sottovalutati - A convincere i giudici della Cassazione ad annullare la sentenza di appello che scagionava Bruno Stano da ogni responsabilità civile ci sono alcune considerazioni. Innanzitutto il fatto che, dalle indagini è emerso come il generale avesse ignorato gli allarmi del Sismi (i servizi segreti esteri attualmente definiti Aise) che riferivano di un imminente attentato alle nostre forze a Nassiriya. L'intelligence infatti, il 23 ottobre, segnalò "un attacco in preparazione al massimo entro due settimane".
Il 25 ottobre lanciò l'allarme di "un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto" e il 5 novembre avvertì che "un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya". Il generale Stano, non avrebbe, inoltre messo in atto le strategie necessarie a difendere la base Maestrale. C'è tuttavia da ricordare che prese servizio l'8 ottobre 2003, mentre la base era stata allestita il giugno precedente.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 settembre 2019
Non si dimette il consigliere coinvolto nel caso Palamara. Non c'è pace al Csm. Nonostante i reiterati inviti del presidente della Repubblica, nonché del Csm, Sergio Mattarella, rivolti con frequenza prima delle vacanze agli inquilini di palazzo dei Marescialli, a rispettare rigidamente leggi e conseguenti comportamenti congrui, ecco che un'ennesima polemica si preannuncia proprio in coincidenza con il primo plenum che si aprirà domani mattina alle 10.
Per comprendere le possibili conseguenze pesanti va tenuto in mente che nell'orizzonte politico del nuovo governo c'è, nel capitolo sulla giustizia, anche la riforma del Csm, il sistema di elezione dei componenti togati e anche le regole interne, nonché leggi fortemente divisive, e sulle quali può contare proprio il parere consultivo del Consiglio, come quelle sulle intercettazioni e sulla prescrizione.
Va da sé che un Csm screditato pesa poco, o nulla, sulle future leggi. Molti magistrati di peso hanno già compreso la portata della prossima partita e invitano il Csm a rimettersi velocemente in pista dopo l'inchiesta di Perugia sull'ex pm di Roma Luca Palamara che ha coinvolto ben cinque consiglieri-magistrati su sedici, portandone quattro alle dimissioni, cui va aggiunto il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio.
Che succede invece al Consiglio proprio nel giorno - mercoledì 11 settembre - del primo plenum della stagione? Ecco che il caso Palamara e le sue conseguenze si ripresentano. Da giorni circola la voce che l'ultimo consigliere coinvolto perché anche lui tra quelli che hanno partecipato agli incontri tra magistrati e politici per discutere i vertici degli uffici giudiziari tra cui la procura di Roma - Palamara, il deputato Pd Luca Lotti indagato dalla procura di Roma, il collega di partito Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa di Magistratura indipendente e deputato dem) - e cioè Paolo Criscuoli di Mi, sospeso ma non ancora dimessosi, sarebbe intenzionato a restare al suo posto, chiedendo un pieno reintegro in quanto non ritiene di essere coinvolto nella vicenda al pari degli altri.
Un caso che già infiamma una situazione comunque tesa, su cui incombono le elezioni dei due pubblici ministeri che devono sostituire quelli già dimissionari. I posti lasciati vacanti da Luigi Spina di Unicost e da Antonio Lepre di Mi non sono coperti da consiglieri non eletti, perché nelle elezioni del luglio 2018 le correnti pensarono bene di candidare solo quattro concorrenti per altrettanti posti.
Quindi si vota il 6 e 7 ottobre, e la partita si annuncia molto dura per il parterre dei concorrenti, ben 16, tra cui spiccano i nomi di Nino Di Matteo per la corrente di Davigo, di Anna Canepa per Area, di altri magistrati come Fabrizio Vanorio (pm a Napoli) e Tiziana Siciliani (pm a Milano), noti per le loro inchieste. Domenica, in streaming dall'Anm, presenteranno il loro programma. Ma nel frattempo proprio il Csm - tallonato dall'Anm sul caso Palamara, che sabato terrà un'assemblea di tutti gli iscritti - rischia di incartarsi sul caso Criscuoli, le cui dimissioni o meno, ovviamente, per la polemica che scatenano, possono incidere anche sugli equilibri del voto di ottobre.
Il caso Criscuoli, che non è indagato a Perugia, è singolare, perché dimostra come ci sia una sorta di insensibilità rispetto al comportamento che dovrebbe tenere chi entra a far parte di un'istituzione importante come il Csm. Criscuoli faceva parte della sezione disciplinare, quella che giudica i colleghi che hanno commesso errori, ma da lì si è dimesso.
Adesso anche lui a sua volta è sotto azione disciplinare proprio per via dei fatti su cui indaga Perugia. Se dovesse rientrare in Consiglio si verificherebbe l'assurdo di un consigliere che, nelle commissioni e nel plenum, siede accanto ai colleghi che poi a loro volta dovranno giudicarlo nell'ambito della sezione disciplinare.
Su di lui, inoltre, potrebbero incombere gli interventi disciplinari del ministro della Giustizia e del pg della Cassazione. Va tenuto presente che tra le future norme in discussione nella riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede c'è anche quella di aumentare il numero dei membri del Csm - da 16 a 20 i togati, da 8 a 10 i laici - proprio con l'obiettivo di creare una sezione disciplinare i cui consiglieri, giudici dei loro stessi colleghi, non facciano parte di altre commissioni, ma siano una sorta di tribunale interno isolato dal resto.
Le ore, ovviamente di febbrili contatti, che precedono il plenum diranno alla fine se la linea del vicepresidente David Ermini - ex Pd di area renziana, ma che ha sposato la linea della totale indipendenza una volta entrato al Csm, e con un forte legame con Mattarella - sarà destinata a prevalere. In questo cado Criscuoli dovrà recedere dalla sua volontà di restare e sarà costretto a dimettersi definitivamente. In caso contrario la sua permanenza al Csm aprirà un caso anche in vista dell'assemblea degli iscritti all'Anm di domenica convocato proprio per esaminare i fatti e gli effetti vicini e lontani del caso Palamara sulla magistratura.
Dall'asse M5S-Pd i magistrati si aspettano sì leggi migliori piuttosto dei decreti sicurezza e delle polemiche con Salvini, ma anche scarsa clemenza rispetto agli inciuci delle correnti. Complessivamente l'impressione è che nella querelle tra Bonafede e l'ex Guardasigilli dem Andrea Orlando, il primo potrebbe avere la meglio, perché soprattutto le scelte fatte su intercettazioni e prescrizioni vengono preferite a quelle di Orlando. Ma proprio Bonafede, nei conversazioni riservate, viene criticato per l'assetto del ministero e per i magistrati scelti, mentre vengono preferiti quelli selezionati dal suo predecessore.
Il Csm, oggi, non può più permettersi una sola sbavatura. "Graziato" soprattutto per l'intervento di Mattarella dopo il caso Palamara, deve dimostrare di essere realmente una "casa di vetro", e non solo perché cerchi di ostacolare il lavoro dei giornalisti con rigide circolari interni che ne bloccano il libero accesso e la visione dei documenti, anche quelli non riservati, proprio l'opposto della necessaria trasparenza (per esempio delle carte dei processi contenuta nella riforma delle intercettazioni di Orlando) e sintomo che nessuno di fida di nessuno.
Proprio la "casa di vetro" invece è necessaria in vista di nomine importanti. Innanzitutto, se Criscuoli lascia (e il suo passo pare inevitabile), a prendere il suo posto non potrà essere l'ultimo rimasto dei non eletti, Bruno Giangiacomo della sinistra di Area, perché a sua volta sotto inchiesta disciplinare per via di una indagine sulla sua compagna. Area gli ha già espresso il non gradimento, invitandolo a farsi da parte.
Anche per questo posto servirà dunque un'elezione suppletiva. Ma poi ci sono le nomine, a cominciare da quella del procuratore generale della Cassazione, che saranno gestite dalla quinta commissione, presieduta da Mario Suriano di Area, scelto da Ermini proprio per sostituire uno dei dimissionari (Gianluigi Morlini) del caso Palamara.
Un ruolo strategico, quelle del pg della Cassazione, anche perché componente di diritto del Csm, nonché titolare dell'azione disciplinare al pari del Guardasigilli. In pole il pg di Roma Giovanni Salvi di Area e quello di Venezia Antonio Mura di Mi. Ottime carriere, ma Mi è la stessa corrente che esprime anche l'attuale presidente della Cassazione Giovanni Mammone in scadenza a ottobre dell'anno prossimo. Senza contare che Salvi gode di maggiore anzianità.
Nella partita delle nomine, che seguiranno un ordine rigidamente temporale (si sceglie prima chi ha lasciato prima), la nomina del pg della Cassazione potrebbe cadere all'inizio di ottobre. Seguirà la procura di Torino, vacante da dicembre 2018 dopo il pensionamento di Armando Spataro.
Poi toccherà ad altri uffici tra cui le procure di Frosinone e Torre Annunziata, per cui corre l'attuale presidente dell'Anac Raffaele Cantone, che giusto domani sarà rimesso in ruolo e tornerà a fare il giudice, collega tra i colleghi. In coda sia la procura di Roma che quella di Perugia, vacanti da meno tempo. Un Csm con impegni come questi non può dare adito ad alcuna polemica, come quella di far sedere al suo interno consiglieri chiacchierati.
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