veronasettegiorni.it, 10 giugno 2019
Un progetto che rientra nel percorso di "Cittadinanza e costituzione" ha consentito loro di scoprire la realtà del penitenziario ed entrare in contatto con i sentimenti dei detenuti. Porte che si aprono invece di chiudersi. Sembra una banalità ma in un luogo come il carcere non è un gesto così scontato. Ecco perché il progetto dell'Istituto Tecnico Industriale "Guglielmo Marconi" di Verona ha una valenza così alta: perché ha permesso da un lato agli studenti di prendere contatto con una realtà quasi impenetrabile e troppo poco conosciuta da chi si trova al di fuori, dall'altra ha consentito ai carcerati di far sentire la loro voce e sentire che vi è speranza dopo la pena.
La visita, voluta dal prof. Gaetano Scognamiglio e che rientra nel progetto "Io nel mondo", è avvenuta lo scorso giovedì, 6 giugno, ed ha visto come protagonisti gli studenti di una classe quinta dell'istituto veronese. I giovani, che precedentemente avevano fatto un percorso con la dott.ssa Lucia Marchesini, sono stati accompagnati all'interno del carcere da due detenuti che li hanno guidati all'interno dei vari "bracci" del penitenziario, dove i detenuti sono divisi per tipologia di reati ma anche per provenienza etnica e fede religiosa, facendo capire quanto sia complessa la convivenza e l'integrazione in un luogo come quello. I detenuti hanno spiegato come funziona la vita del carcere e quanto sia lungo e difficoltoso il percorso del reinserimento nella vita di tutti i giorni; proprio per questo esistono alcuni progetti, che vedono coinvolte anche delle cooperative, che mirano a fornire delle competenze nel mondo lavorativo a queste persone.
La seconda parte della visita è stata quella più emozionante, perché i detenuti si sono messi a disposizione degli studenti per soddisfare la loro curiosità, raccontare il loro passato ed esternare le proprie emozioni. Così è emerso che è la paura il sentimento più diffuso, perché dopo un percorso riabilitativo che ha fatto cambiare loro ideali e valori e gli ha fatto ripensare a tutti gli errori commessi, ora li attende la scarcerazione e il ritorno alla libertà.
Questo vuol dire cercare un mestiere e ottenere la fiducia delle persone, e quindi abbattere il muro del pregiudizio e della diffidenza. Gli studenti hanno terminato l'intensa giornata con il pranzo nel ristorante "inGalera" che, seppur ubicato tra le mura del carcere, in realtà è aperto a tutti e dove all'interno lavorano alcuni detenuti. Questa bella esperienza, che rientra a pieno titolo nel percorso di "Cittadinanza e costituzione", è stata poi descritta da ognuno degli studenti in una relazione inviata ai responsabili del carcere.
di don Maro Pozza
Il Mattino di Padova, 10 giugno 2019
Sono arrivati da tante parti d'Italia raccogliendo una proposta lanciata dalla parrocchia del carcere e dalla Difesa del Popolo. Il ferro è rigido: "Santo Spirito, piega ciò che è rigido». Il cemento è gelato: "Scalda ciò che è gelido».
Le storie, dietro quelle mura, son state deformate dal male: "Drizza ciò che è sviato». Il carcere, nell'urbanistica di una città, staziona ai margini, chi sbaglia è mandato a soffrire fuori dalle mura: somiglia più ad un parcheggio incustodito che ad un paese cordiale, il male ha un'altezzosità tale da spaventare i passanti.
A sentire la massa parlante, tutti dicono di conoscere così bene quel posto da giurare che quelli meritano di marcire là: certi cervelli sono così pigri da prendere in affitto pensieri già pensati, aggrappandosi come ostriche al primo affittavolo di turno.
Altri accettano la sfida: la vita è un incontro di scherma, è importante sentire la lama. Se non s'allena, il cervello s'atrofizza. Quasi centocinquanta persone ieri, giusto nel giorno della Pentecoste, han varcato le sbarre del carcere "Due Palazzi" di Padova. L'occasione era ghiotta: siccome son tutti d'accordo a giurare, in teoria, che "Dio-è-amore", entriamo per vederlo all'opera, guerreggiando con la Grazia di Dio, che a guardarla da fuori non è sempre comprensibile.
Sono arrivati da tante parti dell'Italia, raccogliendo una proposta ideata dalla parrocchia del carcere, alla Direzione e al giornale La Difesa del Popolo: un'intera domenica - quella dello Spirito Santo - da passare fianco a fianco con persone detenute. I racconti in viva voce, il Pane spezzato, il pasto condiviso: "Passo da vent'anni qui davanti - dice un ospite all'ingresso: mi ha sempre fatto venire il vomito. Oggi mi sono detto: vado a vedere chi c'è là dentro».
Eh già: la teoria verrà abbandonata se produce più oscurità che luce. I pass, le sbarre, i cancelli. Gli agenti di polizia, il direttore, i volontari. Il ferro rumoroso, il cemento grigio, il garrito dei gabbiani. Entrano a passi lenti: più che entrare, scendono nel sottoscala buio della società, per visitare gli inferi. Poi, d'improvviso, li han davanti, faccia a faccia: "Ero una bestia, facevo sanguinare anche la mia ombra.
Sono rimasto intrappolato nella mia libertà»: è una delle persone detenute a parlare. Gli sguardi, nell'auditorium, sono tutti fissati su quei volti-da-galera: "Mi impressiona la dignità con cui questi dicono la verità dei loro sbagli - ammette uno mentre gusta la bontà genuina del pranzo cucinato dalla cooperativa Work Crossing - spiegano i fatti senza vergogna.
Gliel'ho detto: "Il mio rispetto per te oggi è cresciuto». A parlare è tutta gente che ha scaricato inferni di piombo. Poi, dentro, l'agguato esile di un incontro: con l'uomo, con il bene, con se stessi: "In carcere ho incontrato me stesso. Ho scoperto di valere assai». Prima il suo unico linguaggio era la provocazione. Ora non più, o molto poco: d'altronde prima che ti capiti, non puoi mai sapere come reagirai. A messa s'invoca lo Spirito: "Vieni, scendi».
Piega, scalda, drizza (Amen). Poi, "buon appetito! ": seduti tutti assieme a tavola, a dilungarsi nei racconti. Si è innescata una trasfusione di storie, la realtà ha battuto il sospetto dieci a zero.
Finito tutto, i più escono, gli altri restano: i peccati van saldati fino all'ultimo. Sul portone uno s'avvicina: "Sono sottosopra: ho capito di vivere molto più vicino al carcere di quello che immaginavo». È poco? Ognuno, poi, è rincasato.
Fare-pentecoste, ieri, è stato accettare di fare un trasloco in carcere per poi mettere a fuoco meglio la vita fuori. E imbarazzarsi nel noleggiare pensieri già pensati. Dentro o fuori poco cambia: non uccide il peccato, ma la disperazione.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2019
Cassazione – Sezione III penale - Sentenza 12 aprile 2019 n. 16056. In tema di esigenze cautelari è previsto che il pericolo che l'imputato commetta altri delitti deve essere non solo concreto, ma anche attuale; ne deriva che non è più sufficiente ritenere - in termini di certezza o di alta probabilità - che l'imputato torni a delinquere qualora se ne presenti l'occasione, ma è anche necessario, anzitutto, prevedere - negli stessi termini di certezza o di alta probabilità - che all'imputato si presenti effettivamente un'occasione per compiere ulteriori delitti. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 16056/2019.
Il requisito dell'attualità del pericolo di reiterazione del reato, dunque, presuppone la riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati, che può però essere apprezzata anche sulla base delle modalità della condotta concretamente tenuta, della personalità dell'indagato, del contesto entro il quale i fatti si sono svolti, nonché su altri elementi obiettivi che consentano la formulazione del giudizio prognostico richiesto, che resta necessariamente tale.
Si tratta di affermazione ampiamente convincente in tema di ricostruzione del pericolo di recidiva, alla luce del novum normativo di cui alla legge 16 aprile 2015 n. 47, laddove si richiede che il pericolo che l'imputato commetta altri delitti deve essere non solo concreto, ma anche attuale. In effetti, secondo la lettura più corretta, "l'attualità" dell'esigenza cautelare non costituisce un predicato della sua "concretezza".
Si tratta, infatti, di concetti distinti, legati l'uno (la concretezza) alla capacità a delinquere del reo, l'altro (l'attualità) alla presenza di occasioni prossime al reato, la cui sussistenza, anche se desumibile dai medesimi indici rivelatori (specifiche modalità e circostanze del fatto e personalità dell'indagato o imputato), deve essere autonomamente e separatamente valutata, non risolvendosi il giudizio di concretezza in quella di attualità e viceversa (efficacemente, sezione III, 18 dicembre 2015, Gattuso; nonché, autorevolmente, sezioni Unite, 28 aprile 2016, Lovisi).
Detto altrimenti, deve riconoscersi un significato innovativo nelle modifiche introdotte dalla legge 16 aprile 2015 n. 47, attribuendosi un diverso significato ai parametri della "concretezza" e della "attualità" delle esigenze di cautela.
Con la conseguenza che, per ritenere "attuale" il pericolo "concreto" di reiterazione del reato, non è più sufficiente ipotizzare che la persona sottoposta alle indagini/imputata, presentandosene l'occasione, sicuramente (o con elevato grado di probabilità) continuerà a delinquere e/o a commettere gravi reati (in ciò consistendo la "concretezza" del rischio di recidiva), ma è necessario ipotizzare anche la certezza o comunque l'elevata probabilità che l'occasione del delitto si verificherà.
Pertanto, il giudizio prognostico non può più fondarsi sul seguente schema logico: "se si presenta l'occasione sicuramente o molto probabilmente, la persona sottoposta alle indagini/imputata reitererà il delitto», ma dovrà seguire la seguente, diversa impostazione: "siccome è certo o comunque altamente probabile che si presenterà l'occasione del delitto, altrettanto certamente o comunque con elevato grado di probabilità la persona sottoposta alle indagini/imputata tornerà a delinquere» (cfr. sezione III, 19 maggio 2015, Sancimino).
In altri termini, se la concretezza significa esistenza di elementi "concreti" (cioè non meramente congetturali) sulla cui base possa argomentarsi il rischio cautelare, il requisito dell'attualità impone un ulteriore sforzo motivazionale, risultando necessario che il rischio cautelare si basi su riconosciute "occasioni prossime favorevoli», accreditanti, per quanto interessa, il rischio della reiterazione del reato.
Qui la Corte opportunamente precisa che l'apprezzamento - nei termini suesposti - del parametro della "attualità" del rischio di recidiva può essere effettuato (e non potrebbe essere altrimenti) anche sulla base delle modalità della condotta concretamente tenuta, della personalità dell'indagato, del contesto entro il quale i fatti si sono svolti, nonché su altri elementi obiettivi che consentano la formulazione del giudizio prognostico richiesto, che resta necessariamente tale (cfr. in termini sezione IV, 23 maggio 2018, Storlazzi, nonché sezione IV, 5 giugno 2018, Fall Baye, dove si è precisato consegue che il giudizio sull'"attualità" non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere - che esula dalle facoltà del giudice - ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, desunti sia dall'analisi della personalità dell'indagato - valutabile anche attraverso le modalità del fatto per cui si procede-, sia dall'esame delle concrete condizioni di vita di quest'ultimo, tale da indurre a ritenere "probabile" una ricaduta nel delitto "prossima", anche se non specificamente individuata).
recensione di Carmelo Caruso
Il Giornale, 10 giugno 2019
Si tratta di un libro che potrebbe diventare presto neologismo d'epoca, l'autobiografia di questo esperimento di governo. È infatti il primo tentativo scientifico, compiuto da un giurista, di dare un nome al programma giudiziario del M5s e della Lega. Ennio Amodio quel nome lo ha trovato ed è "populismo penale».
L'autore è un professore emerito di procedura penale all'università di Milano e ha scritto sempre di materie giuridiche, dunque se ha avvertito il bisogno di occuparsi di attualità è solo perché ne ha afferrato la novità o forse la gravità. A pubblicarlo è la casa editrice Donzelli. Il titolo del libro è A furor di popolo. La giustizia vendicativa gialloverde e arriverà in libreria il 20 giugno.
Per Amodio lo scenario penale che si presenta oggi è un vero inedito italiano, "una regressione a modelli di penalità premoderni», perché "si concepisce la sanzione penale come uno strumento di collera e di ritorsione». La giustizia, insomma, come vendetta. L'idea che anima questo governo secondo il professore non è altro che quella del carcere come "medicina sociale» e della difesa legittima ma, attenzione, da intendere come gogna pubblica e furore.
È così che si sta rendendo possibile l'impossibile ovvero far sposare un partito che è a favore della difesa privata (la Lega) e che quindi diffida del potere di difesa da parte dello Stato, con un altro (il M5s) che è invece il più tenace sostenitore della repressione di Stato.
Da qui, la legge rinominata "spazza-corrotti» che l'autore definisce il trionfo dell'estremismo punitivo, il falò di tutte le conquiste illuministe. È la stessa galera che subito dopo il crollo del ponte di Genova, il premier Giuseppe Conte, un professore di diritto (ma quale?), invocò per i vertici di Autostrade. Non chiese un processo regolare ma un plotone.
Come spiega Amodio, con le nuove norme emanate da questo governo, la galera è stata estesa anche per reati contro la pubblica amministrazione, reati dove è possibile applicare regimi alternativi. La ragione, e torna la vendetta, è quasi sadica: infliggere "un assaggio di carcere». Per comporre questa analisi, Amodio è andato a riprendersi il contratto di governo e soprattutto il paragrafo dove si discute di "certezza della pena» prima di giungere alla conclusione che per M5s e Lega l'unica certezza "è quella di colpevolezza».
Per il governo gialloverde anche reati come atti osceni in luogo pubblico e ingiuria andrebbero puniti con pene inflessibili: carcere! Una vera e propria passione per i penitenziari, anzi, una vera e propria "ossessione della penalità».
Tra le ossessioni c'è naturalmente la prescrizione fatta passare come una scappatoia per i delinquenti. Riformata e allungata, ma senza accorciare la durata dei processi, l'autore dimostra anche la scarsa conoscenza dei fenomeni giudiziari. La prescrizione, modificata dal governo, scatta infatti dopo la sentenza di primo grado ma è nella fase dibattimentale, che la precede, che molti reati si prescrivono. Come dire: inasprire sì, ma ciecamente.
In questo nuovo e speciale codice penale, per Amodio, c'è una "litania del dolore» e l'orizzonte promesso non è altro che "una carcerazione di massa». Nel libro manca invece una riflessione che sembra opportuno riportare. È quella sulla Giustizia del ministro Alfonso Bonafede. In un convegno, Bonafede spiegò quale fosse la sua idea di giustizia: "Il percorso della giustizia inizia con le indagini, prosegue nel processo e si conclude con la condanna. Fine». A volte, e speriamo che in questo paese possa accadere ancora, si può concludere anche con l'assoluzione.
andriaviva.it, 10 giugno 2019
Una partita di calcio tra dipendenti della Asl Bt e i detenuti del carcere di Trani: nel pomeriggio
di oggi lunedì 10 giugno a scendere in campo saranno la solidarietà e la promozione di corretti stili di vita. In campo ci sarà la squadra capeggiata da Maurizio De Nuccio (Direttore Area Economico finanziaria) con Giuseppe Solito, Gabriele Maiello, Michele Sarri, Vincenzo Dibenedetto, Federico Ruta, Giandomenico Di Renzo, Cesare Troia, Nicola De Astis, Raffaele Corvasce e Saverio Quacquarelli.
La squadra delle Asl Bt ha già partecipato a iniziative di simili: lo scorso 8 maggio i calciatori della azienda sanitaria Bt hanno incontrato in campo gli utenti del Dipartimento di salute mentale, gli utenti inseriti in comunità alloggio della cooperativa Questa Città e gli ospiti della Crap di Minervino Murge. "L'iniziativa era finalizzata alla lotta allo stigma con l'obiettivo di inserire in contesti di "normalità" e divertimento gli ospiti del Dipartimento di salute mentale", sottolinea Alessandro Delle Donne, Direttore Generale Asl Bt.
L'iniziativa in programma oggi è stata da subito accolta favorevolmente dalla direzione della casa circondariale di Trani. "La promozione di corretti stili di vita, il sostegno alle attività di gruppo e di squadra, la valorizzazione di iniziative di solidarietà e divertimento non possono conoscere i confini dei nostri uffici - continua Delle Donne - la collaborazione con il Carcere di Trani, presso cui sosteniamo tutte le attività di assistenza sanitaria, continua anche con iniziative questo genere che possono creare momenti di svago e divertimento".
di Tahar Ben Jelloun*
La Stampa, 10 giugno 2019
Il Sudan è un Paese vasto e sommariamente unificato. Dal dicembre scorso è teatro di proteste popolari che l'11 aprile hanno portato alle dimissioni del presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989. È un dittatore che non ha fatto nulla per la sua nazione, vicino alla Fratellanza Musulmana e al Qatar.
Il 16 aprile è stato imprigionato con l'accusa di aver fatto uccidere dei manifestanti. Quella che è stata definita la rivoluzione del popolo sudanese è partita da Atbara, una città nel Nord, il 19 dicembre 2018. C'erano molte speranze. I manifestanti erano ben organizzati e composti. Il 13 aprile, una giunta militare ha preso il potere dopo aver negoziato una transizione pacifica di tre anni con i manifestanti. Negoziati confusi. Promesse da parte dei generali e niente di concreto.
Ma i rappresentanti dei partiti, dei sindacati e delle altre associazioni restano pronti e e vigili. Il 25 aprile, oltre un milione di persone era sceso in piazza a Khartoum. Soffiava un'aria da "primavera araba» su questo risveglio di un popolo che da decenni vive l'oppressione della dittatura e delle continue guerre tribali. All'inizio, sia l'esercito sia la polizia davano l'impressione di comprendere la rabbia popolare e in qualche modo di assecondare questo tentativo di rivoluzione.
Ma ben presto, probabilmente sotto la pressione dell'Egitto, dell'Arabia Saudita e degli Emirati, (che hanno inviato all'esercito dei carri armati) hanno usato le armi per disperdere i sempre più numerosi manifestanti. Le donne erano le più battagliere. Questa rabbia si è rapidamente diffusa tra le diverse componenti della società multietnica del Sudan. I cristiani del Sud hanno partecipato a questa "primavera» sapendo di condividerla con gli islamisti che difendono l'applicazione della sharia (duro dogma musulmano).
Va ricordato che in Sudan dal 1983 al 2005 c'è stata la guerra civile. Nel 2003, in Darfur, nell'Ovest del Paese, una guerra spietata ha contrapposto le tribù Janjaweed (arabe) a quelle africane non arabofone. All'origine di questi scontri feroci la siccità e la carestia. Le Nazioni Unite hanno contato 300 mila morti e hanno accusato il governo di Khartoum di genocidio. Per questo, Omar al-Bashir è stato condannato dal Tribunale penale internazionale per "crimini contro l'umanità». Dal 2011, il Sud, principalmente cristiano e dove si trovano la maggior parte dei pozzi petroliferi, è stato dichiarato indipendente.
La costituzione garantisce la libertà religiosa, ma in realtà l'Islam è religione di Stato e vige la sharia. I cristiani rappresentano il 5% di una popolazione totale di 40 milioni. La contestazione è nata in questo panorama conflittuale. Gli slogan più usati sono "Libertà, pace e giustizia», e "Abbasso». I social network hanno svolto un ruolo importante in questi tentativi di liberare un popolo che aspira a vivere in pace e giustizia.
Ma l'esercito e la polizia sono quasi subito venuti meno alla tregua stabilita con i manifestanti e con i loro rappresentanti estremamente ben organizzati. Va detto che, il 18 maggio, gli islamisti hanno denunciato gli accordi tra la giunta e i rappresentanti civili. L'esercito si è sentito affrancato da ogni impegno. Il 3 giugno, per disperdere centinaia di migliaia di manifestanti, non ha usato i gas lacrimogeni ma le armi. Risultato: 101 morti e 326 feriti.
Una quarantina di corpi sono stati ripescati nel Nilo, 800 persone sono state arrestate. Ritroviamo in Sudan le stesse dinamiche dell'Egitto, quando, dopo la rivolta è entrato in scena l'esercito e ha posto fine alle proteste sotto la guida del maresciallo Al Sisi, uomo forte sostenuto dagli americani e dagli israeliani. L'Unione Africana ha reagito con prontezza e ha mandato il primo ministro etiope a mediare tra l'esercito e il popolo. L'Ua ha negato qualsiasi legittimità all'attuale governo. E la resistenza popolare continua pacificamente.
Anche l'Algeria sta seguendo con interesse e preoccupazione ciò che accade in Sudan. Non sappiamo come si evolverà l'attuale periodo di transizione nelle mani dell'esercito. Finora, ogni venerdì, il popolo algerino manifesta contro il sistema che ha dominato il Paese fin dall'indipendenza. Si teme che l'esempio sudanese venga seguito dall'esercito algerino che, se si arrende, dovrà dar conto del suo operato.
*Traduzione di Carla Reschia
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Scarcerato Ivan Golunov, ora andrà ai domiciliari. È stato accusato di possesso di stupefacenti ma lui si dichiara innocente. Per una volta la mobilitazione di personaggi di spicco del mondo culturale e di centinaia di persone radunate davanti alla sede del tribunale ha funzionato. Il magistrato non ha accolto la richiesta di spedire in carcere il giornalista investigativo Ivan Golunov, che si era fatto molti nemici, e lo ha invece messo agli arresti domiciliari. La questione è naturalmente ancora aperta, ma per i difensori dei diritti umani in Russia si tratta già di una grande vittoria, visto che abitualmente le corti accettano sempre le indicazioni della Procura o del Comitato investigativo e quasi mai danno ragione alla difesa.
Il caso di Golunov è subito sembrato assai strano, visto il personaggio e la natura delle accuse. Il trentaseienne corrispondente del giornale online Meduza.io (che, per prudenza, ha sede in Lettonia) era stato fermato mentre si recava a un incontro con una fonte. In passato ha condotto numerose inchieste su fatti di corruzione che coinvolgevano pubblici funzionari. L'ultima serie di articoli riguarda il business dei funerali.
Ebbene, Golunov è stato trovato in possesso di quattro grammi di una sostanza stupefacente, il mefedrone (simile alla cocaina). Subito è scattata l'accusa di spaccio. Lui sostiene che la droga gli è stata messa nello zaino dai poliziotti. Il ministero dell'Interno ha diffuso in un primo momento una decina di foto a sostegno delle accuse. Si tratta di immagini nelle quali si vedono varie sostanze stupefacenti oltre a oggetti legati al traffico di droga. Foto, è stato detto, scattate nell'abitazione del giornalista. Poi, però, è uscito fuori che le istantanee riguardavano invece il caso di una banda di trafficanti e non avevano nulla a che fare con l'accusato. Dopo un primo momento di imbarazzo, lo stesso ministero ha ammesso che si trattava di quelle che in gergo vengono definite "immagini di repertorio».
Poco dopo il fermo, Golunov ha chiesto, tramite il suo avvocato, che le sue mani venissero sottoposte a un test specifico per vedere se erano entrate in contatto recentemente con la sostanza. Ma il test è stato effettuato solo molte ore dopo. Per ore il giornalista è stato tenuto in stato di fermo e a lungo ammanettato. L'avvocato sostiene che non è stato consentito a nessuno di dargli da bere o da mangiare (lui rifiutava il cibo della polizia per paura che potesse contenere stupefacenti) e che è stato selvaggiamente picchiato.
Dopo averlo sottoposto a un esame medico, gli inquirenti hanno scritto in un rapporto che Golunov appariva confuso come se si trovasse in uno stato "provocato da alcol o da altre sostanze». Ma in fondo al rapporto, a mano, il medico che era stato interpellato dagli investigatori ha scritto che lui non aveva riscontrato alcuno stato confusionale.
Insomma, una storia abbastanza sospetta, che ha immediatamente scatenato le proteste dell'intero mondo giornalistico indipendente russo. A favore di Golunov, reporter molto stimato, è stato presentato un documento-testimonianza sottoscritto da molte delle firme più note del Paese, a cominciare dai direttori di Eco di Mosca e di Novaya Gazeta, il periodico per il quale lavorava Anna Politkovskaya, la giornalista assassinata nel 2006.
Per una volta, il tribunale non ha seguito la strada indicata ufficialmente. Niente permanenza in carcere in attesa di ulteriori indagini e di un processo vero e proprio, ma solo arresti domiciliari. Per due mesi Golunov non potrà usare Internet e non potrà parlare al telefono se non con il suo avvocato e con gli inquirenti. Poi in aula si vedrà se le accuse presentate e le prove trovate reggeranno a un esame pubblico. In Russia, come è noto, il mestiere del giornalista investigativo è assai rischioso. Al di là degli assassinii, ci sono stati negli ultimi tempi diversi casi di accuse basate sull'articolo 228 del codice penale nei confronti di reporter o difensori dei diritti umani (possesso o produzione di narcotici), con condanne da tre a dieci anni di carcere, come ha scritto lo stesso Meduza.
di Francesco Radicioni
La Stampa, 10 giugno 2019
Cortei anti-legge sull'estradizione. "Nessuno sarà più sicuro". Scontri e feriti. Oltre un milione di persone hanno manifestato ieri per le strade di Hong Kong contro l'emendamento che promette di rendere più semplice la consegna di presunti criminali a quei Paesi - innanzitutto la Cina - che non hanno un accordo di estradizione con l'ex-colonia britannica.
Per tutto il pomeriggio un fiume di persone - famiglie con bambini, studenti, storici attivisti democratici - ha sfilato pacificamente in mezzo ai grattacieli di questo importante hub finanziario dell'Asia fin sotto i palazzi del potere di Admiralty. "No extradition to China», "No evil law», hanno scandito lungo i tre chilometri di corteo le centinaia di migliaia di manifestanti, molti dei quali vestiti di bianco. Poi quando è calata la sera la tensione e gli scontri, con gli attivisti che hanno tentato di erigere barricate e bloccare la strada dinanzi al Parlamento di Hong Kong. La polizia ha reagito con la forza.
Secondo le stime del Civil Human Rights Front, ieri un hongkonghese su sette era in piazza. Insomma, potrebbe essere stata la più imponente manifestazione a Hong Kong fin da quando nel 1997 l'ex-colonia britannica è tornata sotto il controllo della Cina: più partecipata delle manifestazioni del Movimento degli Ombrelli nell'autunno del 2014, ma anche delle proteste del 2003 che consentirono di fermare l'approvazione di un controverso articolo della legge sulla sicurezza nazionale.
Secondo la polizia, la manifestazione ha visto la partecipazione di sole 240mila persone. Mentre nell'ex-colonia britannica crescono le preoccupazioni per la progressiva erosione dell'autonomia e delle libertà garantite dalla formula "un Paese, due sistemi» negoziata nel 1984 tra Deng Xiaoping e Margaret Thatcher, il timore è che la nuova legge possa esporre Hong Kong a nuove ingerenze politiche di Pechino, compromettere l'indipendenza del sistema legale ereditato dal colonialismo britannico e dare anche un colpo all'ecosistema del business nella città. Le autorità locali hanno detto che l'emendamento è necessario per "colmare un vuoto» normativo dell'attuale legge e per evitare di trasformare la città in un paradiso per i criminali.
L'amministrazione di Carrie Lam, la chief executive dell'ex-colonia britannica sostenuta da Pechino, ha assicurato che le richieste di estradizione saranno decise "caso-per-caso», la norma sarà applicata solo "ai crimini più gravi» che prevedono pene di almeno sette anni di carcere, mentre coloro che sono accusati di reati politici o religiosi non saranno estradati.
Il governo di Hong Kong ha più volte detto che l'urgenza nell'approvare la legge è dovuta alla necessità di estradare a Taiwan un 20enne hongkonghese accusato di aver lì ucciso la fidanzata. "Non mi fido», ripetevano ieri molti tra i manifestanti. Nonostante le rassicurazioni delle autorità, i critici ritengono che la nuova legge sull'estradizione offrirà a Pechino un nuovo strumento per fare pressioni sulle autorità locali, mentre esporrà gli hongkonghesi al rischio di detenzioni arbitrarie nella Repubblica Popolare e di finire a processo davanti a un tribunale cinese controllato dal Partito Comunista. "Nessuno sarà al sicuro - sostiene Sophie Richardson di Human Rights Watch - inclusi gli attivisti, gli avvocati per i diritti umani, i giornalisti».
Già la scorsa settimana centinaia di avvocati hanno organizzato un corteo silenzioso per le strade dell'isola contro una legge che rischia anche di minare lo stato diritto e il sistema legale dell'ex-colonia britannica: uno dei pilastri che rendono Hong Kong una destinazione attraente per gli investimenti stranieri.
Così che persino la comunità economica ha espresso la propria contrarietà all'emendamento sull'estradizione, costringendo il governo a cancellare dalla norma una serie di disposizioni sui reati commerciali. Nella serata di ieri un portavoce del governo ha confermato che l'emendamento sarà discusso il 12 giugno dal Consiglio legislativo, anche se ha auspicato che il parlamento di Hong Kong possa "esaminare la legge in modo calmo, ragionevole e rispettoso per aiutare Hong Kong a rimanere una città sicura per i residenti e per il business».
Se il movimento democratico Demosisto aveva annunciato di voler rimanere in sit-in davanti al Consiglio legislativo almeno fino al voto sull'emendamento, ieri intorno alla mezzanotte ci sono stati incidenti tra la polizia e alcune centinaia di giovani manifestanti. Come in un déjà-vu di quanto avvenuto cinque anni fa con il Movimento degli Ombrelli, i manifestanti hanno tentato di alzare barricate per bloccare la strada davanti al parlamento di Hong Kong, la polizia ha risposto usando manganelli e con spray urticanti.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 9 giugno 2019
Non accade spesso di vedere piangere un giudice. In genere lo fanno gli imputati, le vittime e i rispettivi parenti. Nel film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" di Fabio Cavalli (oggi alle 23,15 su Rai1) i giudici svestono la toga, tornano persone tra le persone e si commuovono davanti alle domande, alle voci, agli sguardi, alle luci e ai bui dei detenuti che la Consulta ha deciso di incontrare per la prima volta dalla sua nascita, nel 1956.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 9 giugno 2019
Un film ci porta nelle prigioni italiane. Che non sono, come vorrebbe qualcuno, una discarica sociale. Ma una questione che ci riguarda tutti. Vi voglio parlare di un film che potrete vedere in televisione, ma ci tornerò tra un attimo. Ho sentito dire che la Sinistra (mi trovo a disagio a chiamarla così, ma per convenzione lo farò) in Italia ha perso perché si è occupata degli ultimi e ha dimenticato i penultimi, che l'hanno abbandonata per approdare altrove.










